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26 marzo 2012

I paesi orientali hanno obbedito al Fondo monetario internazionale?

Come e più di Roubini, Stephen Roach era uno di coloro che in tempi non sospetti (nel 2004-2005) prevedeva una crisi economica legata all’insufficiente domanda aggregata. Sembra dunque strano vederlo tra i sostenitori dell’austerità se non si pensasse che, essendo Presidente di Morgan Stanley, non abbia tutto l’interesse dei creditori degli Stati sovrani a che questi ultimi assicurino il pagamento del debito pubblico (Morgan Stanley era creditore fino a Febbraio di quest’anno dello Stato italiano per 6,268 miliardi di dollari, scesi a 2,887). La sua tesi è che, nel caso dei paesi dell’Estremo Oriente, la crisi sarebbe stata superata con l’austerity ed egli si spinge anche a dire che il problema è che, mentre tali paesi si sono adattati alle misure imposte dall’FMI, i paesi economicamente più forti tendono a fare orecchie da mercanti.

 

 

Nel dettaglio Roach afferma che “Nel 1998, durante i momenti più acuti della crisi asiatica, la produzione aggregata nei cosiddetti paesi dell’ASEAN 5 – Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam – diminuì bruscamente dell’8,3%. Il PIL reale della Corea del Sud, a lungo considerata la favorita tra le nuove economie industrializzate, subì una contrazione del 5,7% nello stesso anno. Ma in seguito, subentrarono le severe condizioni imposte dai piani di salvataggio dell’FMI e dai programmi di aggiustamento, ovvero la dose di austerità che l’Asia si trovò a dover subire. In risposta a ciò, i bilanci di conto corrente, il tallone di Achille del cosiddetto miracolo della crescita dell’Asia dell’est, passarono dal deficit al surplus. Per i paesi dell’ASEAN 5, i deficit di conto corrente pari ad una media del 4% del PIL nel 1996-97 salirono rapidamente al 6,8% del PIL nel 1998-99. Una trasformazione simile si verificò anche nella Corea del Sud dove un deficit di conto corrente pari al 2,8% nel 1996-97 divenne un surplus dell’8,6% nel 1998-99.

Da allora, la regione non è mai tornata indietro. Nel giro di due anni, gran parte delle economie asiatiche in crisi recuperarono i livelli precedenti, mentre l’effetto rebound non fu affatto temporaneo. A partire dal 1999, i paesi dell’ASEAN 5 diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del PIL pari al 5% su base annuale (5,5% nella Corea del Sud nello stesso periodo). In breve, non ci sono stati effetti negativi duraturi derivanti dalla dose di austerità a breve termine, e, nella misura in cui l’austerità si è rivelata essenziale per la guarigione post-crisi, i benefici a lungo termine si sono dimostrati non solo durevoli ma anche sbalorditivi. Ci sono tre lezioni da imparare. Innanzitutto non c’è guadagno senza sofferenza.”. Sintetizzando, Roach sostiene che la crisi nel suo momento più duro si manifestò nel 1998, ma, dopo una breve austerity imposta dai programmi di aggiustamento del FMI, a partire dal 1999, i paesi dell’Asean diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del Pil pari al 5% su base annuale. Su questa ricostruzione vanno fatte le seguenti osservazioni critiche:

1.      Se le fonti della redazione dell’Economist non sono eccessivamente imprecise, va detto che la crisi non ha avuto per i paesi dell’Asean una dimensione temporale così circoscritta o che quanto meno l’articolazione di essa è stata ben più complessa e differenziata di quella descritta da Roach. Leggendo i dati si può addirittura supporre che le terapie utilizzate hanno approfondito la crisi o che essa sia stata risolta in tutt’altro modo.

2.      Ad es. se si guarda la Thailandia il picco dell’indice di sviluppo umano si è avuto nel 1998 (83,8) per poi crollare nel 2000 (74,5) e risalire (senza mai riprendersi del tutto dal crollo) nel 2008 (78,6). La crescita del Pil è scesa dal 9,4 del decennio 1986-1996 al 2,7 del decennio 1996-2006, il Pil pro-capite PPA è sceso da 25 del 1996 a 17,4 del 2009. La disoccupazione è salita dallo 0,9 del 1998 al 2,6 del 2005 per ridiscendere all’1,2 del 2008. Dunque per ciò che riguarda la Thailandia il culmine della crisi è stato ben oltre il 1999 e gli effetti della crisi non sono mai stati assorbiti del tutto, nonostante (o a causa di) la riduzione della spesa pubblica (la percentuale congiunta delle spese sanitarie e scolastiche è scesa dal 10,8% del Pil del 2000 all’8,9% del 2009. Il risultato è stato l’abbassamento del tasso di alfabetizzazione dal 95,5% del 2001 al 93,5% del 2009, l’aumento del tasso di mortalità dal 6,2 per mille del 2001 al 9,1 per mille del 2009. Se questo per voi è superamento della crisi grazie all’austerità, non so umanamente che dirvi.

3.      L’Indonesia invece sembra non essere stata eccessivamente toccata dalla crisi : il dato più eclatante è stato l’abbassamento del Pil pro capite PPA da 12 del 1996 al 6,5 del 2000 per poi risalire a 9,2 del 2003, per non parlare della disoccupazione che è salita dal 4% del 1998 all’8,4% del 2009.  Tuttavia gli indicatori sociali sono stati in regolare miglioramento: l’indice di sviluppo umano è passato da 64 del 1996 a 73,4 del 2009, la vita media degli uomini da 63 a 70,2, la percentuale di alfabetizzati dall’85% al 92%, il tasso di mortalità è sceso da 7,6 del 1996 a 6,3 del 2009. Come mai tutto ciò? Forse perché l’austerità non è stata così cruenta: i consumi collettivi sono scesi in percentuale nel 1998 e nel 2000, ma poi sono risaliti agli stessi valori, mentre i consumi delle famiglie sono saliti in percentuale sul Pil dal 56,5% del Pil nel 1996 al  63% del 2009 (con un picco del 72,5% nel 2000), con una corrispondente diminuzione degli investimenti dal 34% al 28% . Infine la percentuale complessiva sul Pil della spesa sanitaria e scolastica è salita dal 3% al 6%. Dunque né fortissima crisi, né austerità alla base del piuttosto regolare andamento dell’economia indonesiana.

4.      Per quanto riguarda la Corea la storia è simile a quella dell’Indonesia :  l’indice di sviluppo umano è sceso da 88 del 1996 a 85,4 del 2000 per poi risalire a 93,7 del 2009, il tasso di crescita del Pil è sceso dall’8,8 del decennio 1985-1994 al  4% del decennio 1997-2006 per poi risalire al 4,7% del decennio 1999-2008 (dunque con una tempistica molto più dilatata di quella descritta da Roach e senza un completo recupero delle posizioni perdute). La disoccupazione è salita dal 2% del 1998 al 6,3% del 2000 per poi ridiscendere al 3,2% del 2008. Il movimento sindacale  ha subito in questo decennio dure sconfitte. Eppure alcuni indicatori sociali non hanno subito diminuzioni a seguito della crisi, né la speranza di vita, né il tasso di alfabetizzazione, mentre il tasso di mortalità (tranne un picco nel 2009) è diminuito dal 6,3% del 1996 al 5,5% del 2008. Inoltre i consumi delle famiglie sono aumentati in percentuale sul Pil dal 53,8% del 1996 al 59,1% del 2003 per poi scendere al 52,6% del 2006 e risalire al 55% del 2009. I consumi collettivi sono invece saliti con regolarità dal 10,6% del 1996 al 16% del 2010. Complessivamente i consumi sono saliti con regolarità dal 64,4% del 1996 al 70% del 2010, mentre gli investimenti sono diminuiti dal 36% del 1996 al 26% del 2010. Infine la spesa sanitaria è salita dal 5,1% del 2000 al 6,5% del 2010, mentre la spesa per l’istruzione è salita dal 3,7% del 2000 al 4,9% del 2009. Anche nel caso della Corea dunque (nonostante le non trascurabili sconfitte del movimento sindacale) l’uscita dalla crisi è passata non con l’accettazione del liberismo sfrenato ma con l’aumento della spesa pubblica che ha in parte compensato l’indebolimento strategico dei sindacati.

5.      La Malesia e il Vietnam hanno invece meglio rispettato il rozzo modello esplicativo di Roach. Entrambi i paesi hanno avuto una flessione del tasso di crescita che hanno affrontato riducendo la percentuale dei consumi sul Pil rispettivamente dal 63,1% al 53,2% e dall’ 84% al 69,2%. E tuttavia la loro spesa sanitaria è salita rispettivamente dal 2,5% del 2000 al 9,8% del 2009 e dal 4,8 % del 2001 al 7,2% del 2010, mentre quella dell’istruzione è salita dal 4,9% del 2000 al 7,9% del 2009 e dal 3% del 2001 al 5,3% del 2010. Dunque anche qui la situazione non è così riconducibile a quello dell’austerità risolutrice dei problemi che ci vogliono far passare per buona.

6.      Infine le Filippine: quale sia stata la natura e la durata della crisi, quali le soluzioni apportate, tutto ciò non ha avuto alcuna rilevanza. La situazione economica è rimasta inalterata, quasi cristallizzata.

7.      Un altro particolare: anche l’indicatore dell’indice di libertà economica per quanto riguarda i suddetti paesi non è cambiato molto, pure se il parametro utilizzato dalle nostre fonti è cambiato nel frattempo ; comunque per quanto riguarda la Thailandia è salito da 2,20 del 2000 a 2,99 del 2005, mentre per l’Indonesia è salito da 3,55 a 3,71, per la Malesia è sceso da 3 a 2,98, per la Corea è salito da 2,25 a 2,63 e per il Vietnam è sceso da 4,10 a 3,89. E comunque i valori di partenza e quelli di arrivo sono molto dissimili da quelli dei paesi europei (si ricordi che più è alto l’indice, minore è la libertà economica). Dunque l’indice è peggiorato dal 2000 al 2005 : altro che sottomissione alle indicazioni dell’FMI !!

8.       Concludendo non vi è ragione di condividere l’approccio superficiale di Roach nell’analisi di quel periodo storico e di quella crisi. Quest’ultima in più di un caso non è passata del tutto e, laddove sia stata superata, ciò è spesso coinciso con l’aumento della spesa sanitaria e dell’istruzione e con una diminuzione degli investimenti. L’ideologia dell’austerità è forse solo un tentativo velleitario di mischiare le carte in tavola.




28 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : un poco di me

Egò dè ouv kai autòs up’auton oligou emautou epelathomen, outo pithanos elegon.

In realtà anche io, proprio io, a causa di costoro mi sono dimenticato di un poco di me stesso. Tanto parlarono persuasivamente.

Ad una lettura di primo livello si tratta semplicemente di una operazione retorica in cui Socrate si complimenta con i suoi accusatori per essere stati persuasivi giusto per evidenziarne poi la capziosità. Tuttavia possiamo tentare una lettura di secondo livello.

Al centro di questo enunciato c’è egò dè ouv kai autòs che possiamo tradurre in diversi modi. Si traduce come “Io stesso dunque” oppure come “Appunto io” oppure come “proprio Io”. Cosa vuol dire questa locuzione? Proviamo a tradurre come “Questo io che vedete qui, proprio questo io, che vi dice che costoro stanno dicendo falsità, è quello stesso io che si è dimenticato di un poco di se stesso ascoltando i discorsi di costoro”. C’è dunque una contrapposizione tra due io, una sorta di avversativa “io adesso dico questo ma…”. Ma donde viene questa duplicità, com’è che un parlante si possa contraddire nel tempo?

 

 

Analizziamo i due termini egò e autòs.

Il primo fa pensare alla visione di Anassimandro, lo sfondo della filosofia occidentale. Diremmo lo sfondo orientale della filosofia occidentale. egò è comunque il frutto della separazione (ag-), della rottura dell’unità originaria dell’apeiron ed è dunque un frammento (agma) di questa rottura che deve pagare il fio di questa ubris portandone il peso (egk-). L’esistenza individuale è il dover portare il peso di se stessi, essendosi separati dall’apeiron. L’io è questa ubris (ogk-os, euk-omai) che è diventata iattura, punizione, responsabilità (eg-gue). L’Io è già internamente duplicato e tale duplicazione è l’essere di peso a se stessi, il trascinar-si nel tempo. Dunque il peso (egk-) è ciò che si ha (ekh-) in quanto ciò che ogni ente è, è in realtà estrinseco ad esso, è una sua proprietà (ousia, oik-os) ed è un suo limite, un ostacolo (kat-okhe). Il peso che ognuno porta con sé è se stesso o qualcosa di simile a sé (eoik-a, eik-), qualcosa di vicino (egg-us), qualcosa cui ci si approssima, in un movimento perenne che però non si realizza mai compiutamente, un agitarsi, un tremare (rig-eo) come continuo e vano tentativo di essere una sola cosa con se stessi.

Qui entra in gioco l’autòs: il turgore dell’ogk-os, quello che ad un certo punto è peso (egk-), è all’inizio crescita (auk-s) e poi piacere (ad-) e compiacimento, ma poi diventa sazietà e troppo (ad-en) e colpa, responsabilità (ait-). Perciò l’Io trabocca e diventa voce, parola, canto (aud-e).

La parola è il mezzo con cui l’Io duplicandosi si alleggerisce del peso che esso è per se stesso.

Il ritmo del tempo è come l’Uno di Plotino che si carica, si accresce, è sazio e trabocca, riproducendo con la voce e la parola un altro se stesso, ma rimanendo così identico a se stesso, ri-guardandosi e re-spectandosi (aid-), cioè guardando l’altro come se fosse sé (autòs) e riunendosi di volta in volta a se stesso.

Questo ritmo è un progressivo avvicinarsi di sé a se stesso che non viene, come si è detto, mai completamente realizzato: il proprio lui dell’autòs è prope (approssimazione) e come si è visto eg-gus (vicino), approssimazione all’interezza di sé, quel sollus che è unicità, identità puntuale di sé con sé, esser quello e non altro. Eppure tale interezza, tale unicità è paradossalmente solitudine (sollus è solus), mancanza, il peso (egk-) proprio del frammento (ag-ma) che è l’Io (eg-ò).

Socrate intuisce il rinvio all’infinito proprio del rapporto mai compiuto di sé con sé quando parla di oligou emautou, che traduciamo non canonicamente come “per un poco di me”, ma letteralmente come “di un poco di me” in quanto oligos (poco) è lic-(mutilare) così come piccolo è picc- (pezzo, frammento) e come paucus è pauo (cessato, troncato), quasi come se la piccolezza fosse un adattamento approssimato con sempre maggior precisione (preciso è prae-cisus ossia troncato) come in un primitivo procedimento di esaustione. Ma se lo stesso Io (eg-ò) è frammento (ag-ma), ed il me è mei (piccolo) ed è mer- (parte), allora oligou emautou è il frammento di un frammento, una parte progressivamente più piccola. Nell’anima sembra avvenire una sorta di paradosso di Zenone, visto che per Eraclito “..Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos”. Questa parte progressivamente più piccola di sé che Socrate rischia di dimenticare è proprio il logos, possibilità di divisione (ratio), frazione continuamente riducibile, rapporto. Ma chi aveva parlato della parola come potente dominatore che con piccolissimo e invisibile corpo persuade Elena (che nel mito diventa non a caso immagine inesausta di sé, gemella di Clitennestra, con l’immagine a Troia e il corpo in Egitto, assolutamente incapace di ricomporsi e affranta dal peso della propria fuga da sé) a seguirla e a seguire Paride, scatenando una guerra? Se dunque Socrate risponde ai suoi accusatori, in realtà il suo bersaglio vero (o almeno il bersaglio di Platone) è Gorgia, il sofista che concepisce il logos come forza che trascina chi ascolta, mentre per Socrate il logos è un principio di ordine, di gestione del tempo proprio dell’anima, che evita all’Io il rischio di doversi duplicare nell’incoerenza in modo da dire “anche io, proprio io”.

 

 

 


21 febbraio 2012

La recessione è un male necessario?

Gli economisti ortodossi, dopo aver dovuto ammettere che gli eretici avevano ragione nel dire che una politica economica restrittiva porterà alla recessione, non abbandonano la loro faccia di bronzo, forti del fatto di godere delle grazie dei padroni del vapore e di poter dire perciò tutto quello che vogliono. Ora la parola d’ordine è: la recessione è un male minore e necessario.

Ci prova Daniel Gros che afferma che i tagli fiscali negli Usa sono stati seguiti da deficit maggiori senza però verificare se oltre alla successione temporale ci sia un rapporto di causa ed effetto tra i due fenomeni. Inoltre Gros dimentica che la strategia dei tagli fiscali è solo una delle strade e cioè quella più connivente con le esigenze del Capitale e dunque la strategia più debole in quanto non è detto che le imprese investano i capitali che i tagli mettono loro a disposizione. Perché ci siano aspettative positive per gli investimenti ci vuole paradossalmente un segnale di tenuta se non di aumento della domanda interna per consumi, cosa possibile solo se non si attaccano i diritti ed i salari dei lavoratori.

 

 

Gros dice che un disavanzo inferiore deve portare nel tempo ad un debito più basso, sebbene questo peggiori nel breve periodo. Ciò sarebbe dovuto al fatto che la riduzione della spesa farebbe diminuire la domanda solo nel breve periodo, ma dopo poco l’economia ritornerebbe al livello precedente. Anche l’aumento parziale del premio di rischio a seguito del peggioramento dell’indebitamento nel breve periodo dovrebbe essere compensato dall’impatto a lungo termine della riduzione del deficit sul livello del reddito.

Come potete vedere siamo al mondo magico di De Martino : l’economia ritornerà al suo livello precedente come le maree, come l’alternarsi delle stagioni, come nei proverbi sapienziali. Quando e come non ci è dato sapere. Con il liberismo la scienza non è triste, ma inesistente, sostituita com’è dalla ricette della nonna e da un ignorabimus. Nel frattempo al lavoratore non resta che stare sotto ed impegnarsi nel blowjob.

 

 


1 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : gli accusatori

 

Oti men umeis, oi andres Atenaioi, peponthate upò emon categoron, ouk oida.

Che cosa voi, o uomini ateniesi, abbiate provato per mano dei miei accusatori non lo so (non ho visto).

In questa prima frase dell’Apologia di Socrate c’è un’intera impostazione filosofica, c’è tutta la tragedia che Socrate denuncia nel prosieguo dell’opera. Si tratta di una filosofia in parte consapevole, in parte suggerita dalla lingua stessa, in questo caso il greco antico.

Cominciamo da oi andres Atenaioi, dove c’è la precisazione che si tratta di andres. Da un lato ciò allude all’emarginazione delle donne, cosa che però Socrate non voleva sottolineare. La cosa importante è che Socrate precisa chi sia l’oggetto a cui si attribuisce il predicato. Sarebbe stato possibile infatti anche dire oi Atenaioi, ma Socrate circoscrive la classe di individui a cui si rivolge. Sembra, forse inconsapevolmente, che Socrate voglia evidenziare come bisogna essere precisi quando si predica qualcosa di qualcuno. Proprio perché il predicare è un’operazione pericolosa.

La chiave di tutta questa frase è nella parola categoron. Il termine “categoria”, usato da Aristotele per indicare i modi in cui l’essere si predica delle cose nelle proposizioni, è collegato all’accusare. Entrambe le accezioni derivano dal dire qualcosa di qualcuno. Nel caso filosofico si descrive attribuendo un predicato ad un oggetto. Nel caso giuridico si accusa qualcuno di qualcosa.

Gli accusatori sono coloro che in pubblico (agoreuo è soprattutto parlare in pubblico) dicono qualcosa (di negativo) di qualcuno. Soffermiamoci ancora su agoreuo : la radice è ag- che significa rompere, spezzare da cui deriva anche aghios (santo, separato), aghnos (puro, separato), aghnumi (rompere). Il rompere produce una molteplicità e ciò si rivela nel prefisso aga-(molto) e nell’avverbio agan (molto, troppo). Questa molteplicità viene messa in serie da un primo, un capo (agos) che si separa dagli altri (come puro e santo) ed, in quanto forte e buono (agathos), conduce (ago) la molteplicità e la raduna (agheiro). L’agorà è questa molteplicità radunata che è assemblea, piazza, mercato, foro, in cui ci può essere agòn (riunione vel rissa vel lotta vel gara vel processo), in cui si gira, si vagabonda e si compra (agorazo) oppure si mendica (agurthazo). Nell’agorà si verifica tutto quello che si può verificare in una molteplicità che occupa uno stesso luogo. Come pure si parla in pubblico (agoreuo) e si parla di qualcuno e contro qualcuno (kathagoreuo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il parlare di qualcuno è già un atto che porta in sé una certa violenza e già il parlare è un frantumare un senso unitario in tanti suoni attraverso la bocca e i denti. Come la predicazione fa sì che una molteplicità di oggetti venga condotta sotto un concetto, così il predicare qualcuno, accusandolo, di qualcosa mobilita una molteplicità di persone contro un escluso secondo la procedura del capro espiatorio. In questo modo, la molteplicità riceve da questa violenza un’identità che non aveva. Essa può essere identificata grazie a colui che essa esclude, emargina, bandisce. Le categorie sono gli strumenti, i pregiudizi attraverso cui questa violenza viene esercitata, la rete attraverso le quali viene cacciata ed imprigionata (agreuo) la preda della collettività, lo strumento appuntito con cui si marchia il bestiame. Praedicatum è l’essere reso noto, l’essere elogiato o bandito. L’attributo (ad-tribuere) è ciò che viene affidato, assegnato, imputato a qualcuno e l’imputazione è l’incidere una tacca a qualcuno. L’argomentum, ciò di cui si parla, è ciò che viene fatto brillare, ciò che è evidenziato, ciò che è indicato. Il giudizio ha un carattere sia conoscitivo che giudiziario ed è un attribuire che è anche un separare, un dividere, un dare a ciascuno ciò che gli è proprio. Caino, dopo che ha ucciso Abele, viene prima scovato, poi marchiato (il marchio di Caino) in quanto nessuno, al di fuori di Dio, potesse disporre di lui ed infine bandito. L’oggetto di cui si parla è un criminale che viene catturato, marchiato, imprigionato o bandito. Con questo meccanismo sociale, il capo (agòs), che si è separato (aghios) dalla società, rompe (aghnumi) il legame sociale e crea una molteplicità (agorà) che, perché possa essere controllata, va indirizzata contro qualcuno (kathagoreuo).

Dunque il processo e l’accusa di Socrate sono una metafora di un procedimento conoscitivo, di una dissonanza cognitiva, di una opinione che si rivela falsa, ed al tempo stesso un evento politico, una presa o un consolidamento del potere. Platone attraverso il processo a Socrate mette le basi per una teoria della conoscenza che non permetta più che si verifichi un errore, perché l’errore cognitivo ha conseguenze politicamente rilevanti che possono essere gravissime.

C’è in questa frase anche tutta la tesi che Socrate svolge nella sua apologia, il rovesciamento di prospettiva che presenta ai suoi giudici: coloro che lo hanno riconosciuto colpevole stanno facendo del male a se stessi. Coloro che colpiscono sono a loro volta colpiti.

Infatti Socrate dice : cosa abbiate provato (sofferto) per mano dei miei accusatori, questo io non lo so, non l’ho visto (oida ci dice che, per la lingua greca, la conoscenza è figliuola dell’esperienza, dell’immediatezza di un vedere). E’ una presa di distanza, uno scansarsi: i miei accusatori volevano colpirmi, ma hanno colpito voi e io non so cosa possiate provare.Voi volevate giudicarmi e attribuirmi una colpa, ma alla fine avete marchiato a fuoco voi stessi. I miei accusatori, convincendovi a etichettarmi, vi hanno etichettato.

 


28 novembre 2011

Lettera alla Cgil : cosa dovremmo fare ?

Di fronte a questo continuo esercizio della lotta di classe da parte del capitale e dell’irrazionalità collettiva di governi e di estese parti dell’opinione pubblica, un sindacato come la Cgil deve comunque essere consapevole di stare di fronte a scelte che riguardano non solo l’interesse dei lavoratori, ma la sua stessa sopravvivenza come organizzazione. Gli scioperi e le iniziative scadenzate dal nostro gruppo dirigente nazionale non possono bastare. Sono anni che la Cgil svolge opera di supplenza politica con una opposizione che considerare “di sua maestà” è ormai indice di ottimismo. Ebbene, purtroppo tale opera di supplenza non va solo continuata ma radicalizzata, dal momento che la crisi della sinistra politica è irreversibile ed il suo comportamento di fronte a questa crisi è stata la dimostrazione di una soggettività politica oramai in coma: si va dall’incubo (propagandato per sogno) di un governo tecnico di unità nazionale con Fini e Casini all’inseguimento dei ciclisti del giro della Padania.

 

 

In questo momento l’opposizione considera Berlusconi come uno dei fattori causali più rilevante dell’attacco speculativo verso l’Italia. Tenendo presenti le componenti emotive ed irrazionali dei mercati finanziari, potremmo pensare che le dimissioni di Berlusconi, oltre ad essere un evento positivo in sé, darebbero un po’ di respiro allo spread tra titoli del debito. Tuttavia in questo contesto la sua caduta è il prodromo di una situazione peggiore: quella di un governo di centro e/o tecnico che, comprendendo il Pd, attuerebbe una politica deflazionista in maniera più conseguente, avendo probabilmente il consenso anche della Cgil. In altre parole la politica deflazionista associata al consenso sociale sarebbe la condizione imprescindibile perché i mercati finanziari, invece di tenere costantemente in apnea il paese, gli consentirebbero di tenere la testa fuor d’acqua per qualche minuto. Il fatto che il Pd, sia pure con uno stile apparentemente diverso, sia il garante di politiche economiche autoritarie e di classe, è dato già dal fatto che non abbia per nulla discusso il metodo autocratico della BCE che ha minacciato di non sottoscrivere i titoli del debito pubblico in scadenza (applicando il famigerato art. 101 del Trattato europeo). Tale ricatto è stato il mezzo con cui la BCE ha imposto la politica economica ad uno Stato sovrano, al di fuori di ogni dettato della carta costitutiva della UE. Il fatto che il Pd si sia affrettato a criticare Berlusconi, senza congiuntamente criticare il comportamento della BCE la dice lunga sul fatto che il Pd ormai è un partito di centro che ha completamente cancellato tutto ciò che ancora aveva della tradizione di sinistra. Di questo la Cgil deve prendere atto e rendere definitiva e compiuta la sua autonomia politica. Perché ciò si realizzi non bastano dichiarazioni o asserzioni del fatto che tale autonomia già sussista. Ci vuole una dichiarazione programmatica in cui il vero e proprio interlocutore politico del sindacato in questa congiuntura non è il governo Berlusconi, ma è l’Unione Europea.

In sintesi si tratterebbe di rendere una grande piazza italiana come piazza Tienanmen ed occuparla ad oltranza. Sarebbe l’unico atto a non avere una valenza meramente ritualistica. Opzioni più diplomatiche (a meno che non si tratti di una serie di scioperi serrati) non fermerebbero i nostri interlocutori e quindi non fermerebbero l’ulteriore esproprio dei lavoratori e l’indebolimento decisivo della nostra organizzazione, che da questo momento in poi rischia di diventare in modo definitivo subalterna a Cisl e Uil. Questo senza volere enfatizzare le conseguenze catastrofiche di una politica restrittiva così cruenta: il decadimento definitivo del meridione d’Italia, lo scollamento dell’unità nazionale, il potenziamento di organizzazioni criminali e malavitose che potrebbero anche tentare di farsi rappresentare direttamente nella scena politica, la desertificazione di intere aree produttive, l’emigrazione di frange crescenti di giovani in percentuali ben maggiori di quelle attuali.

Come già detto, la Cgil si trova di fronte a scelte veramente epocali. Nel 1992 essa scelse di avallare una politica dei redditi deflazionista e tale politica ha comportato lo spostamento di quote del Pil dal salario ai profitti. Tale politica è stata anche il presupposto da un lato per porre i fondamenti della crisi che si sta evidenziando ora e, d’altro canto, per la salita al potere del populismo mediatico e reazionario di una delle classi dirigenti più vergognose della storia di questo paese, classe dirigente il cui metodo di lavoro ha con una facilità sorprendente contaminato intere schiere di gruppi dirigenti di partiti e sindacati di opposizione, che faticano a distinguersi da coloro a cui si oppongono. Una scelta che confermi l’indirizzo deflazionistico della nostra politica economica avrebbe conseguenze ancora più scellerate e farebbe ulteriormente degenerare la tempra morale di un’organizzazione che ha bisogno di ben altro che non l’entrata in sonno in qualche ente bilaterale. La ratifica della firma dell’accordo interconfederale non fa ben sperare, in quanto vincola al ribasso e sul piano angustamente nazionale gli obiettivi dell’organizzazione, sia per quanto riguarda le alleanze, sia per quanto riguarda gli interlocutori. Se è così, la nostra decadenza è ufficialmente iniziata, per quanto qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo spostato questo inizio troppo in avanti.

 


22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


21 novembre 2011

Lettera alla Cgil : le tasse sono sempre una manovra restrittiva ?

E tuttavia non sempre l’aumento delle imposte (in un paese dove ci si diverte ad aumentare le tasse) si deve considerare come un ostacolo alla crescita. A parte il fatto che, per dire che al contrario l’abbassamento delle imposte porti ad un aumento della crescita, bisogna spesso forzare e semplificare indebitamente l’interpretazione dei dati statistici : ad es. in un indagine di Daveri alla Bocconi si vede che, ad una riduzione media in percentuale delle imposte dei paesi Ocse del 2,7% (cioè quasi tre punti di percentuale sul Pil), corrisponde un aumento medio della crescita dello 0,3% del Pil (in pratica, dato 100 il Pil, dato il peso delle imposte in precedenza di 33 che diventa 30,3, l’aumento successivo del Pil è di 0,3). Perché in realtà si possa fare una valutazione seria, bisognerebbe studiare una correlazione di più lungo periodo, per verificare ad es. gli effetti sulla crescita dei cambiamenti della distribuzione del reddito a seguito della riduzione delle imposte, visto che l’impatto dell’investimento pubblico (finanziato dalle imposte) sulla crescita ha un dispiegamento di effetti molto più dilazionato nel tempo, in quanto spesso tale investimento riguarda la riproduzione della forza lavoro (formazione, salute) e cioè un processo a lungo termine. In realtà il problema è a chi si toglie e a chi si dà, come si usava prima quello che è stato tolto e come si usa dopo che è stato tolto.

Le imposte sulle rendite e sui patrimoni (con la previsione di detrazioni o deduzioni delle spese per la manutenzione e la valorizzazione del patrimonio immobiliare) sono trasferimenti che possono fare da stimolo per la crescita economica, dal momento che tali ricchezze hanno un carattere spesso improduttivo. Dal lato delle entrate è necessario dunque l’aumento del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali. Per quanto riguarda le rendite della ricchezza mobiliare è urgente adeguare le aliquote fisse alle medie europee pari al 20% oppure includere le rendite mobiliari nel calcolo del reddito sottomesso all’IRPEF con i conseguenti effetti di tassazione progressiva. Per quanto riguarda le rendite immobiliari secondo Antonelli è urgente il ritorno all’ICI applicato su tutto il patrimonio immobiliare, sia esso costituito da prime o seconde case. La diretta partecipazione delle amministrazioni comunali ad una quota del ricavo consentirà di coinvolgerne le superiori capacità di accertamento e ridurre l’elevata evasione fiscale.


14 novembre 2011

Lettera alla Cgil : E se l'Italia dovesse salvarsi da sola ? l'ipotesi di Fabio Petri

Per quanto riguarda quel che resta della politica economica italiana, è stato interessante il tentativo dell’economista Fabio Petri di delineare una strategia alternativa a quella deflazionista imposta dalla UE, in mancanza di una riforma della Bce (cioè nel caso l’Italia debba salvarsi da sola). Il nucleo del ragionamento di Petri è quello di attivare investimenti da parte di imprese a partecipazione pubblica, investimenti che facciano crescere il Pil senza dover aumentare il debito pubblico, in modo che produzione e redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. Se si può successivamente aumentare la spesa pubblica (grazie alle entrate ottenute da questo aumento di produzione e redditi) ed aumentare un po’ di più il prelievo fiscale, alla fine si otterrà sia un aumento (anche se più piccolo) del Pil, sia una riduzione del deficit.

L’ideale sarebbe quello di puntare sul ricorso e lo sfruttamento di fonti alternative di energia che riducano nel medio-lungo periodo la nostra dipendenza energetica dall’estero e dunque riducano anche le importazioni rispetto all’export. Tutto questo però senza aspettare che la caduta degli indici azionari corroda in maniera irreparabile anche il patrimonio delle imprese nelle quali lo Stato abbia una partecipazione azionaria. Petri incoraggia anche a violare i vincoli di Maastricht dal momento che (come dice De Grauwe) sinora l’UE non ha esitato a salvare le Banche, ma esita e temporeggia di fronte al salvataggio degli Stati (mentre nel frattempo le difficoltà degli Stati implicano la caduta verticale delle banche). Last but not the least: il guardiano distratto della Costituzione ha caldeggiato il rifinanziamento della missione in Afghanistan. La Cgil sulla partecipazione dell’Italia alle guerre dell’Onu non ha mai fatto un’azione decisa. Mentre si tagliano diritti, servizi e salari confermiamo il nostro imbarazzante silenzio di fronte a spese che hanno un ritorno quanto meno discutibile ?

      

 


9 novembre 2011

Lettera alla Cgil : lo standard retributivo europeo (una interessante proposta di Emiliano Brancaccio)

Un'altra possibile riforma che andrebbe fatta secondo sia Brancaccio che Bruno Bosco è quella di arrivare, attraverso un accordo con la nuova amministrazione USA e con le maggiori piazze finanziarie mondiali ad un’Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie, realizzata all’interno dei singoli mercati nazionali indipendentemente dalla divisa in cui avvengono le transazioni. Questa riprenderebbe l’idea fondamentale di tassare, in misura da valutare con prudenza ma senza timori reverenziali, il controvalore degli scambi finanziari in modo da incidere prevalentemente sui contratti e sugli strumenti finanziari di più accentuato contenuto speculativo. Tale misura avrebbe la finalità di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e di raccogliere sul territorio europeo un significativo gettito da finalizzare all’aumento del budget dell’Unione.

 

 

Tuttavia la vera e propria riforma a livello europeo è quella proposta da Emiliano Brancaccio di uno standard retributivo europeo, per il quale le retribuzioni salariali si devono collegare alla produttività del lavoro di un paese in modo che i paesi più produttivi abbiano salari più alti e si aprano maggiormente alle importazioni, favorendo il riequilibrio e le bilance commerciali dei paesi europei più deboli (oltre che alla produttività del lavoro i salari vanno poi collegati proprio alla bilancia commerciale, causando un ulteriore effetto correttivo ed equilibratore). Anche qui la Germania è un fattore frenante e non tiene conto delle possibili catastrofiche conseguenze di un suo rifiuto, avendo essa sempre basato la sua politica economica sulla relativa moderazione salariale interna (rispetto cioè alla sua produttività: nel 1996 i consumi delle famiglie rappresentavano il 57,3% del Pil mentre nel 2009 erano il 56%) e sull’economia orientata alle esportazioni.  A questo proposito Emiliano Brancaccio evidenzia come tra il 2000 ed il 2010 le retribuzioni nominali sono cresciute in Germania dell’11,5% contro il 32,4% dell’Italia, le retribuzioni reali sono cresciute in Germania dello 0,5% mentre in Italia del 4,4% ed infine il costo nominale del lavoro per unità prodotta è cresciuto del 6% in Germania e del 32,3% in Italia. 

Una riforma come lo standard retributivo europeo per avere qualche speranza di attuazione presuppone però una iniziativa sindacale coordinata appunto a livello europeo. La Cgil più che puntare all’unità del sindacato italiano deve promuovere un coordinamento con altre sigle sindacali di altre nazioni europee: l’obiettivo deve essere uno sciopero che abbia una dimensione sovranazionale. Poiché l’orizzonte temporale è breve bisogna concentrare le energie in questa direzione e mettere gli altri sindacati europei di fronte alla necessità di una scelta che sinora hanno sempre evitato. Sarebbe il caso ad es. che durante le iniziative della Cgil ci sia sempre uno striscione, grande abbastanza da essere visto anche dall’alto, che reciti “Merkel, aumenta i salari tedeschi!”.

 

 


7 novembre 2011

Lettera alla Cgil : politica industriale

Inoltre, dice Del Monaco, è necessario che gli economisti di sinistra, nelle loro diversità, possano elaborare una risposta agli studi di Viesti, Rossi, Trigilia sui distretti: un piano industriale che declini, a partire dalla qualità del lavoro, cosa produrre, quale ricerca (per sostenere le filiere produttive) e quali infrastrutture sono necessarie, come tutelare l’ambiente. Per Graziani, Realfonzo e Brancaccio una nuova politica industriale deve stimolare gli investimenti pubblici e privati ed accrescere per tale via il Pil. Accanto agli investimenti privati servono considerevoli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella ricerca e nel trasferimento dei brevetti in modo da guidare l’apparato produttivo verso un salto tecnologico. 

 

 

Negli ultimi anni siderurgia, meccanica, elettronica, chimica e farmaceutica hanno trainato secondo Antonelli le esportazioni del Sud; tutti settori con imprese di grandi dimensioni e tecnologie avanzate, il cui insediamento nel Mezzogiorno è dovuto agli investimenti pubblici operati negli anni dell’intervento straordinario o a scelte localizzative di grandi gruppi multinazionali. Intanto investiamo nelle energie rinnovabili e compriamo i pannelli solari in Germania invece che produrli. L’Italia inoltre tra gli anni settanta e novanta non è entrata come partner con Germania, Spagna, Inghilterra e Francia nell’Airbus, la più avanzata filiera tecnologica, industriale e logistica europea. Per Antonelli un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. A mio parere la strada è quella delle tecnologie del risparmio energetico e dello sfruttamento di fonti alternative di energia (il solare ad es.).


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