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31 luglio 2005

La democrazia incompiuta di Israele

INTERVISTA
La democrazia incompiuta di Israele
Parla lo studioso israeliano Ilan Pappe, autore di Storia della Palestina moderna, edita da poco per Einaudi. «Una strategia diffamatoria per chi non condivide la linea ufficiale sul sionismo»
MICHELE GIORGIO
Docente di storia all'università di Haifa, Ilan Pappe è autore di numerosi testi e fra l'altro della recente Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, pubblicata in Italia per Einaudi: anche nel nostro paese si comincia così a conoscere l'opera di un accademico molto stimato in Europa ma che non gode di buona fama in Israele dove le sue critiche impietose del sionismo e della storiografia ufficiale suscitano scandalo e reazioni forti. Pappe, un attivista del Partito comunista, nel suo libro affianca le narrazioni degli sfruttatori (israeliani) e degli sfruttati (palestinesi) con il suo metodo rigoroso (basato su documenti originali in ebraico e arabo), non mancando di sottolineare che oppressi e oppressori non possono mai essere messi sullo stesso piano. Con lui abbiamo parlato del suo lavoro, delle difficoltà che incontra nella sua attività accademica, della libertà di pensiero in Israele e, naturalmente, anche della politica del governo Sharon a pochi giorni dall'inizio dell'evacuazione delle colonie ebraiche di Gaza. Lo abbiamo intervistato nel suo ufficio dell'università di Haifa.

Professor Pappe, lei è uno degli storici israeliani più noti e apprezzati all'estero, e i suoi lavori sono stati tradotti in molte lingue. Nel suo paese invece lei è considerato un nemico pubblico, un alleato dei palestinesi e degli arabi, un accademico da tenere a distanza. Per quale ragione?

Il trattamento che mi viene riservato in Israele è la conseguenza delle conclusioni alle quali è giunto il mio lavoro di ricerca, che sono profondamente diverse da quelle della maggior parte degli storici del paese. È la mia critica del sionismo, o meglio di alcuni suoi aspetti, che fa saltare i nervi a coloro che mi criticano. Non è, come pensano molti, una questione legata alla mia condanna della politica dei governi israeliani verso la questione palestinese. Molti miei colleghi pensano, scrivono e dicono le stesse cose ma non mettono in discussione il sionismo come faccio io. Ecco perché sono nel mirino di tante persone, sia ai vertici dell'establishment politico sia nella mia università. Lo stesso comunque accade anche ad altri colleghi che condividono le mie posizioni, come Tania Reinarth. Di loro però si parla molto meno e io, paradossalmente, posso considerarmi «fortunato».

In questi ultimi anni molti israeliani hanno puntato l'indice contro il sionismo. Perché lei viene preso di mira?

Per la mia definizione del sionismo come progetto coloniale, responsabile della pulizia etnica avvenuta (nel 1948-49, ndr) a danno dei palestinesi. In Israele non c'è una democrazia compiuta. Ci sono argomenti che rimangono un tabù, verità ufficiali che nessuno deve mettere in discussione altrimenti scattano le punizioni e talvolta si arriva alla diffamazione. Ad esempio, è stata accolta con disgusto la mia proposta di sanzioni internazionali contro Israele sino a quando questo paese non consentirà ai palestinesi di vivere liberi e indipendenti, proprio come si fece nel caso del Sudafrica razzista. Sono stato attaccato duramente, e non sono mancati anche gli insulti. Allo stesso tempo ho ricevuto lettere di approvazione da parte di molti israeliani, a conferma che la società di questo paese è viva e capace di mettersi in discussione anche se resta in gran parte prigioniera del mito, dell'ideologia, del nazionalismo.

Da anni gli storici ebrei, non solo in Israele, si combattono tra di loro. È uno scontro senza esclusione di colpi che talvolta è persino arrivato nelle aule dei tribunali. Sul ring in questo momento ci sono il suo amico Norman Finkelstein e un accanito difensore di Israele e del sionismo come Alan Dershowitz. Come giudica questa guerra che dura ormai da una quindicina di anni, ossia da quando si sono affermati i cosiddetti «nuovi storici» israeliani?

In genere, in questi casi, si tende ad affermare che il confronto di idee è positivo e testimonia il pluralismo esistente nel mondo accademico israeliano. Ma le cose non stanno così: la libertà alla quale si fa riferimento, qui esiste solo in parte. Ogni giorno ci troviamo di fronte al tentativo di delegittimare e diffamare chi mette in dubbio la verità storica ufficiale sulla genesi dello Stato ebraico - che, fatto non secondario, deve continuare ad essere accettata soprattutto all'estero per mantenere costante il sostegno internazionale a Israele. In genere le cose vanno così: se un docente di una università straniera critica troppo Israele, allora viene accusato di antisemitismo. In Israele, come nel mio caso, l'accusa è quella di tradimento. Si usa nei confronti degli studiosi israeliani non allineati la stessa strategia di diffamazione adottata verso i palestinesi di Israele che osano denunciare le discriminazioni che subiscono nonché la politica del governo. Il pluralismo di idee, sebbene sia ufficialmente garantito, di fatto è soggetto a limitazioni importanti che, a mio avviso, pongono dubbi sull'effettivo carattere democratico di Israele.

La scorsa primavera gli accademici britannici hanno attuato per alcune settimane il boicottaggio della sua università e di quella di Bar Ilan (Tel Aviv) aprendo un periodo di polemiche accese tra sostenitori ed oppositori di quella decisione. Lei è stato accusato di aver invocato quel boicottaggio in risposta all'ostilità crescente dei docenti dell'università di Haifa nei suoi confronti.

Si tratta di un'affermazione del tutto falsa. Il boicottaggio accademico di Haifa, Bar Ilan e delle altre università israeliane era in discussione in Gran Bretagna già dal 2002, quando l'esercito israeliano distrusse metà del campo profughi di Jenin. I colleghi britannici mi domandarono tre anni fa se ritenevo legittimo l'isolamento degli atenei israeliani. Risposi di sì perché, come ho spiegato prima, ritengo il boicottaggio uno strumento di pressione su importanti settori della società israeliana che rifiutano di prendere in considerazione la violazione dei diritti dei palestinesi. Nel caso di Haifa i colleghi britannici non hanno valutato solo i miei problemi nello svolgimento del lavoro, ma anche le discriminazioni nei confronti degli studenti arabi. Nel caso di Bar Ilan non dobbiamo dimenticare che questa università sostiene un college nella colonia ebraica di Ariel, quindi nei Territori occupati, in violazione delle risoluzioni internazionali. In ogni caso la decisione presa dal mondo accademico britannico non ha avuto vita lunga: i sostenitori di Israele, non solo in Gran Bretagna, in poche settimane hanno avuto il sopravvento e l'isolamento delle due università è stato revocato.

Contro il boicottaggio delle università di Haifa e Bar Ilan, si era espresso anche Sari Nusseibeh, il rettore dell'università palestinese di Al-Quds (Gerusalemme).

Nusseibeh è libero di pensare ciò che vuole. Io mi limito a dire che come accademico dovrebbe tenere conto che le università palestinesi da anni di fatto sono soggette quotidianamente a un boicottaggio israeliano che si attua attraverso i posti di blocco che spesso impediscono a studenti e docenti di raggiungere gli atenei e molte altre misure restrittive. Purtroppo Nusseibeh e buona parte dei palestinesi continuano a essere molti ingenui nei riguardi del sionismo. Dopo tanti anni non hanno ancora compreso gli obiettivi di questo movimento.

Veniamo alla attualità politica. I coloni ebrei stanno attuando una protesta senza precedenti nella storia di Israele allo scopo di impedire l'evacuazione degli insediamenti colonici di Gaza e di altri piccoli centri nel nord della Cisgiordania. Il governo Sharon da parte sua si dice determinato ad attuare il ritiro a metà agosto. Lei cosa prevede?

Le aspettative sono minime. Sharon in realtà vuole un trauma, desidera che il mondo veda una società israeliana spaccata in due, in modo che in futuro la comunità internazionale non chieda a Israele di ritirarsi anche dalla Cisgiordania. Dopo il ritiro da Gaza cambierà molto poco sul terreno perché Sharon ha in mente di annettere a Israele circa il cinquanta o il sessanta per cento della Cisgiordania. I palestinesi per ora non possono far altro che ingoiare un piano che non hanno sottoscritto, sono impotenti di fronte a ciò che accade e inoltre, credo, non si rendono pienamente conto delle intenzioni di Sharon. Tra qualche mese sarà tutto più chiaro e a quel punto la situazione potrebbe riesplodere di nuovo, con conseguenze gravissime per i due popoli. In tutto ciò la sinistra sionista è assente e i suoi leader non fanno altro che seguire Sharon, senza sollevare dubbi e proporre alternative. In questo clima non si può essere ottimisti e si ha il dovere di continuare a denunciare ciò che accade per tentare di costruire un futuro finalmente diverso.






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