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15 agosto 2005

Terzo corollario della legge di Chisholm

Se si vuole mettere qualcuno di fronte al fatto compiuto, il fatto non si verificherà




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15 agosto 2005

America

America: il risultato di un errore di navigazione! (Barry Levinson)




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15 agosto 2005

"Esistere" ed esistere

Tutta la nostra abilità consiste nel rinunciare alla nostra esistenza per esistere (Goethe)




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15 agosto 2005



SCIENZA E MARXISMO

 

 

Per comprendere fino in fondo la questione sociale legata alla scienza e reinterpretarla alla luce del programma di ricerca marxista, è necessario fare una premessa teorica che svolga la funzione di contesto concettuale delle tesi che vengono qui esposte :

Un errore base, forse dello stesso Marx, ma sicuramente del programma di ricerca marxista nel corso del suo svolgimento, è stato quello di vedere la fonte del valore nel solo lavoro-vivo e cioè nel lavoratore in carne ed ossa qui ed ora e non nell’interazione produttiva tra lavoro-morto (le macchine) e lavoro-vivo (forza-lavoro, proletariato).

Il lavoro morto si origina anch’esso dal lavoro-vivo, ma ciò lo si comprende solo in una visione diacronica e non nella prospettiva sincronica che viene suggerita dalle strategie di trasformazione professate dalla tradizione marxista. Il c.d. “lavoro-morto” è il frutto di molte intelligenze (culminate nella scoperta e/o invenzione di una o di poche persone), in cui è stato sintetizzato e bruciato uno sterminato numero di sensazioni, pensieri, persone, sofferenze, vite che hanno trovato una fucina attraverso idee ed invenzioni che hanno risolto problemi e spesso risparmiato “lavoro”.

Il risultato ottenuto è il prodotto di tutti questi sforzi e di queste sofferenze che in un ventaglio di tentativi-ed-errori hanno parzialmente o totalmente saturato lo spazio di possibilità teorico-pratiche e consentito la soluzione/scoperta/invenzione. La natura sociale della produzione di sapere (che le teorie epistemologiche post-empiristiche stanno cominciando a delineare) è però occultata dal fatto che il processo si conchiude e si mercifica in una o più intelligenze particolari : usando un linguaggio hegeliano, il risultato nel togliere il processo non lo ricomprende ma lo rimuove e lo oblia. Queste intelligenze vendono come Esaù il sapere mercificato per il piatto di lenticchie dei costi della loro riproduzione più qualche inutile lusso, ma danno al capitale il potere di moltiplicare la produzione  del lavoro-vivo e di sfruttare la forza-lavoro, attraverso l’ultima cristallizzazione del sapere mercificato e cioè le macchine o lavoro morto. La divisione tra questo ed il lavoro vivo, attraverso l’appropriazione privatistica del processo conoscitivo, è la prima scomposizione interna del lavoro ed è indispensabile ricostituirla per realizzare la transizione verso un complesso di relazioni sociali altre. Il modo di produzione capitalistico consiste nella separazione tra lavoro-morto e lavoro-vivo (separazione prima epistemica e poi giuridica) e nel ricatto esercitato sul secondo attraverso la proprietà del primo : Il capitalista, “mettendo a disposizione” il lavoro-morto, “dando lavoro”, in realtà separa lavoro-morto e lavoro-vivo,  produzione e arte, fatica e progetto, lavoro manuale e lavoro intellettuale, e  sradica inoltre i lavoratori da un patrimonio collettivo di conoscenze e di pratiche. Successiva alla scomposizione del lavoro in lavoro-morto e lavoro-vivo è la scomposizione del lavoro-vivo stesso attraverso l’organizzazione del lavoro gerarchicamente imposta ed incentrata sul dominio del lavoro-morto sul lavoro-vivo (anche licenziando in nome del lavoro-morto

cfr. le innovazioni tecnologiche). Questa divisione permette la forma del dominio del capitale in quanto proprietà del lavoro-morto separato dal lavoro-vivo. La divisione generata all’interno del lavoro-vivo produce una dicotomia uno (capitalista)-molti (lavoratori) in cui l’uno, mediando il rapporto tra i molti, domina i molti. Premessa essenziale della trasformazione è l’unità della classe contro il capitale, in modo da rovesciare il dominio uno-molti del capitalista sui lavoratori attraverso un conflitto uno-uno : il come tale unificazione si realizzi è la radice strutturale dell’esigenza democratica. E’ certo tuttavia che tale unità non va cercata solo all’interno del lavoro- vivo, ma anche in quanto unità tra lavoro-morto e lavoro-vivo.

Questa unificazione non va realizzata a sua volta solo in chiave giuridica(la proprietà privata dei mezzi di produzione) ma anche e soprattutto in chiave epistemica e logico-linguistica. Il lavoro-vivo si deve cioè riappropriare non solo estrinsecamente del lavoro-morto, ma anche dell’intelligenza in esso contenuta. Si tratta dunque di gestire la composizione organica del lavoro (e dunque trasformare in termini liberati ciò che è la composizione organica del capitale e la conseguente organizzazione del lavoro in termini alienati), ma anche di decriptare il geroglifico del lavoro-morto, geroglifico che forse risiede nel gergo matematicistico che vela al lavoro-vivo la socializzazione del sapere. Perciò, se da un lato bisogna vigilare sul sistema formativo affinché sia dato accesso illimitato al sapere da parte dei dominati, d’altro lato bisogna elaborare gli strumenti grazie ai quali gli oppressi nella loro generalità riescano a tradurre il sapere del gergo in un linguaggio comune, o più ancora rendano possibile la completa intertraducibilità dei linguaggi, al fine di effettuare la proletarizzazione del sapere. Questo processo, ciclopico e profondo, ha qualche storico antecedente anche se in forma elitaria :

1)   Tutte le forme di operazionismo e di costruttivismo che riportano il sapere astratto ed oggettivato a procedure concrete di costituzione dello stesso :

    A) logico (Boole)

B) matematico (Brouwer-Heyting, Davis-Hersh, Wittgenstein-Turing-Chichara, Kitcher).

C) epistemologico (Bridgman, Dingler, Dewey, Schlick)

D) fenomenologico (Husserl)

E) filosofico-sistematico (Lorenzen-Lorenz-Janich)

F) linguistico (Wittgenstein, Austin, Searle)

G) cibernetico (Von Foerster)

H) socio-politico (Marx)

2) Tutte le forme di filosofia che riportano lo stesso sapere astratto ed oggettivato al vissuto concreto degli uomini e dunque :

A) lo spiritualismo di Bergson

B) il pragmatismo di James

C) la fenomenologia di Husserl

D) il realismo organicistico di Whitehead

3) Tutti i tentativi di fare della matematica una branca della logica e di rendere un gergo fortemente specialistico  in un’idioma più comprensibile e/o più traducibile nel linguaggio storicamente comune :

A) l’Ideografia di Frege

B) l’atomismo logico di Russell

C) la filosofia stessa del Linguaggio Ordinario pur in polemica con (A) e (B)

4) Tutte le forme di metafisica che nella loro varietà hanno utilizzato il formalismo senza farsi sopraffare dall’astrazione e dunque :

A) la filosofia di Platone

B) l’ontoteologia mistica e metaforica di N.Cusano

C) il razionalismo di Spinoza

D) il panlogismo dialettico di Hegel ; in quest’ultimo caso il linguaggio sicuramente oscuro è riscattato dall’utilizzo argomentativo dell’autoriferimento, struttura che si rispecchia nel carattere spontaneamente riflessivo della coscienza umana

E) lo storicismo assoluto di Croce, il cui linguaggio colloquiale è un esempio assoluto di stile.

5) L’epistemologia post-empirista e soprattutto l’anarchismo metodologico di Feyerabend, perfetto esempio di pluralismo paradigmatico e premessa per il confronto tra le diverse visioni del mondo, confronto che è l’essenza della democrazia intesa come principio epistemologico e solo dopo come principio redistributivo del potere. La democrazia è essenziale per il processo di emancipazione del proletariato in quanto è la sola via dell’unità plurale della classe e lo strumento che serve per infrangere il Moloch del lavoro-morto e del suo geroglifico matematico che dominano il lavoro-vivo.

6) Le nuove discipline del caos e della complessità tese ad unificare scienze naturali e scienze umane, a ricostituire un sapere comune al di là delle sette e degli specialismi, a scomporre l’unità monolitica del lavoro morto, a moltiplicare i punti di vista ed a gestire nell’elaborazione dell’emancipazione democratica del proletariato tale pluralità di singole prospettive.

 

 

A tal  proposito, circa la polemica sula complessità e l’attacco feyerabendiano all’epistemologia lo stesso Marcello Cini ha parzialmente sconfessato il suo radicalismo materialista-storico (“la storia esterna determina la storia interna della scienza”) e cerca di distinguere tra il linguaggio canonico che verte sulla natura

(linguaggio tecnico-formalizzato storicamente determinato per rappresentare il patrimonio di conoscenze condivise dagli esperti di una data disciplina) ed il linguaggio metateorico che verte sulla scienza (insieme di proposizioni che esprimono un giudizio su completezza, validità, coerenza, limiti, utilità etc. del linguaggio canonico). Per Cini solo questo linguaggio è oggetto della pressione del contesto sociale : il sacrario del lavoro-morto (non a caso linguaggio “canonico”), di cui gli scienziati sono i Gran Sacerdoti non si tocca !  Invece la democratizzazione radicale necessita la rottura di ogni recinto sacro, il disvelamento di ogni linguaggio chiuso.....

Per creare i presupposti dell’emancipazione democratica e della coscienza della classe è necessario decodificare il linguaggio canonico entro il quale si nasconde il dominio del lavoro-morto sul lavoro-vivo : decodifica che non è mera volgarizzazione, dal momento che ha la pretesa di essere il linguaggio in cui viene intrapresa la ricerca conoscitiva e non solo il mero ricettacolo del precipitato “volgare” della ricerca stessa.

C’è chi afferma, a proposito delle scienze del caos e della complessità, che esse siano solo interpretazioni sovraccariche di fenomeni e di ambiti scientifici perfettamente deducibili all’interno del linguaggio canonico standard attraverso il vecchio metodo delle approssimazioni successive e cumulative. Ma solo la diluizione di tale gergo formale nel conflitto delle interpretazioni all’interno del processo democratico di emancipazione degli oppressi può evitare l’enorme ritardo dell’applicazione sistematica di casi-limite della scienza classica o la lentezza con cui il potenziale conoscitivo di talune discipline viene diffuso e portato alle sue (anche estreme) conseguenze.

Infine un accenno al tema delle culture altre : la necessità, per la classe ed il lavoro-vivo, di ricomporre democraticamente un’organizzazione del lavoro sinora gerarchicamente e tecnocraticamente improntata, ci conduce ad attenuare molto la natura conflittuale del rapporto tra programma di ricerca marxista e tradizioni culturali differenziate che sono state quasi travolte dal modo capitalistico di produzione : le esperienze di resistenza dei movimenti c.d. “antisistemici” così evidenziate da Wallerstein ed O’Connor sono basate sull’ibridazione tra culture locali ed istanze rivoluzionarie di stampo “occidentale” e trovano ulteriore legittimazione nell’esigenza di superare la crisi ecologica elaborando uno sviluppo “sostenibile”.

A tal proposito, una digressione sul tanto criticato F.Capra, autore di un best-seller di agile lettura, ma criticatissimo dalla ortodossia scientizzante e garinianamente pignola del nostro paese : la sua è una gustosa provocazione feyerabendiana, il precipitato di una cosmopolitizzazione  del sapere che consente alla casalinga ed all’impiegata americana di avere il suo “kit” di visione del mondo in grado di assecondare il suo piuttosto pacifico umore da New Age. Possiamo facilmente ironizzare sul lato consumistico ed idilliaco, da saggistica Armony, di quest’operazione culturale : questo però in vista di un lavoro di edificazione teorica ben più impegnativo, costruttivo ed unificante le diverse culture mondiali. Invece ci facciamo semplicemente del male, limitandoci ad implementare “l’Index librorum prohibitorum” della nostra ortodossia eurocentrica ed alla fine imperialistica.  




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15 agosto 2005



GUERRA, MARXISMO E NONVIOLENZA

 

 

 

Premessa terminologica

 

Violenza

Aggressione da parte di un soggetto consistente nell’attacco fisico verso un altro soggetto o nella violazione dei diritti di quest’ultimo.

Guerra

Forma del conflitto collettivo (tra Stati o più generalmente tra gruppi che rivendicano a sé un’autorità politica) che si esercita attraverso la violenza organizzata (in genere il conflitto armato)

 

 

Guerra e filosofia

 

Ancora oggi, 150 anni dopo Marx, il rapporto della filosofia con la guerra e la violenza rimane ambiguo, metaforico, dilettantesco.

Da un lato, l’estensione almeno formale dei diritti e quella più concreta dei bisogni espandono l’ambito semantico del termine “violenza”. L’ambiguità della filosofia  sta però nel considerare tale espansione già avvenuta ad infinitum e nel considerare tutte le forme di violenza sullo stesso piano, concorrendo così ad accrescere la violenza materiale, che, mimetizzandosi in un’indistinta ed onniabbracciante violenza della filosofia, guadagna quasi credibilità come forma schietta e viscerale, priva di qualsiasi ipocrita copertura, di quest’ultima.

E.Severino ad es.[1] subordinando la condanna della guerra alla detenzione della verità finisce per

  • Suggerire di nuovo la  vecchia metafora eraclitea della guerra come metafora della stessa esistenza materiale.
  • Ridurre tutta la violenza a guerra.
  • Considerare la lotta che la civiltà fa alla violenza come violenza essa stessa
  • Considerare ogni tipo ed ogni tentativo di dialogo come logo e dunque come violenza
  • Concludere che “vita”, “pace” e “rispetto del prossimo” non differiscono nella loro essenza da “morte”, “guerra” e “violenza”.

Come si vede, la procedura concettuale della coincidentia oppositorum ad infinitum (a parere di chi scrive uno dei cardini della metafisica e dell’ontologia) viene utilizzata per dissolvere criteri di valutazione pratica che avrebbero avuto miglior sorte se si fosse partiti da prospettive più modeste e circoscritte, invece di scomodare la potenza di fuoco dell’Assoluto filosofico per annientare un affare umano…troppo umano.

Del resto anche la strategia di Gianno Vattimo[2], che considera la verità non come il presupposto della condanna della violenza, ma come l’idea che invece favorisce la violenza stessa, compie il medesimo errore, cioè quello di pensare che dall’ontologia e dalle sue antinomie si possa dedurre un’etica, per cui ha comunque bisogno di togliere l’Assoluto (e fare così metafisica…) perché si possa delineare un’etica umana qualsiasi…debole che dir si voglia.

 

Un altro tipo di guerra?

 

Non meno avventati sembrano essere alcuni studi che vorrebbero individuare nei conflitti recenti una prova del fatto che la guerra sta radicalmente cambiando volto. Mary Kaldor prendendo ad es. le guerre in Ruanda ed in Bosnia Erzegovina teorizza che la guerra non sia più monopolio degli Stati nazionali [3]. Quando però affronta la prevedibile e sensata obiezione che trattasi di guerre civili, nel rifiutare tale equivalenza riduce le “guerre civili” a “guerre locali”. Anche in questo caso l’enfasi sulla novità dell’evento ha come costo una definizione troppo povera delle categorie già note e degli eventi passati.

Umberto Eco[4]  invece parla prima di neo-guerra (dove l’informazione invade il fronte riportando tutto all’opinione pubblica e mediatica mondiale) e poi di guerra diffusa (quella scatenata da Osama bin Laden e che non avrebbe fronte né possibilità di contrapposizione netta). Egli confonde la spettacolarizzazione mediatica di una guerra sin troppo certa nei suoi esiti con una vera trasparenza informativa (quando invece altri analisti concluderanno che con la prima guerra del Golfo[5] il free flow of informations che aveva caratterizzato la guerra in Vietnam è stato solo apparente). Inoltre, pur denunciando l’inanità della risposta Usa all’attentato delle due torri,non ha nessun dubbio sul fatto che la guerra in Afghanistan sia una risposta all’attentato (che sarebbe dunque un atto di guerra) e non un conflitto del tutto autonomo, con specifici obiettivi strategici.

Infine Carlo Galli [6] sostiene (in parte analogamente ad Eco) che la globalizzazione rivoluziona le categorie della guerra e perciò anche della politica (la frontiera, il nemico, il telos dell’azione politica etc.). In realtà Galli sembra intendere per categorie della politica quelle elaborate da Karl Schmitt, per cui la sua meraviglia dinanzi al nuovo è forse un po’ provinciale…

Queste analisi sembrano trascurare il fatto insomma che le guerre sono difficilmente raggruppabili in una tipologia[7] ed inoltre il fatto che si riferiscano a tre casi diversi (Prima guerra del Golfo, guerra bosniaca, attentato dell’11 Settembre) fa pensare al fatto che qualcuno interpreta il termine inglese “news” in maniera sin troppo letterale.

 

 

Guerra e marxismo

 

Per non sorprenderci troppo spesso e parlare di svolte epocali ad ogni apertura di giornale, ci rifaremo ad una tradizione cognitiva e politica che è quella marxista.

Per questa tradizione le guerre come tutti i fenomeni storico-sociali sono storicamente determinate ed ognuna con la sua specificità, sono fortemente interrelate con la dimensione sociale ed economica della storia (da cui non si può prescindere) ed esigono una risposta politica di volta in volta appropriata.

Queste premesse ci devono già rendere diffidenti verso l’utilizzo metaforico e generico di categorie filosofiche all’interno di analisi concrete fatte nel corso del dibattito pubblico.

Tuttavia è possibile, con categorie marxiste, tentare di realizzare un’ipotesi complessiva sulle guerre del  XX secolo e di questo scorcio di inizio millennio. Molte guerre del XX secolo sono legate a doppio filo con quello che si definisce imperialismo e cioè la fase del modo capitalistico di produzione (sorta negli ultimi decenni del XIX secolo) in cui[8] :

1.      Vi è una forte concentrazione della produzione e del capitale con conseguente formazione di monopoli.

2.      Vi è una fusione del capitale bancario con il capitale industriale a formare il capitale finanziario con una sua oligarchia.

3.      Una grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale rispetto all’esportazione di merci

4.      La compiuta ripartizione del mondo tra le più grandi potenze capitalistiche.

 

La guerra è lo sbocco necessario di questa spartizione, di questo conflitto tra potenze militari che supportano i capitali nazionali in via d’espansione. Il colonialismo e la prima guerra mondiale sono esempi da manuale della teoria di Lenin.

La rivoluzione d’Ottobre e l’ascesa del nazismo in Germania riportano lo scenario mondiale in una situazione più inedita e difficile da analizzare : da un lato sembra di trovarsi di fronte all’alleanza di un paese teso verso la transizione al socialismo con la parte meno reazionaria dello schieramento capitalistico contro una dittatura terroristica aperta agli elementi più imperialistici del capitale finanziario[9]. Eppure questa interpretazione è quanto meno incompleta e va integrata da un’analisi dell’esperienza sovietica che tenga conto della tesi che considera l’URSS un capitalismo di stato[10] (o come in Charles Bettelheim, un capitalismo di partito): in questo modo anche la Seconda Guerra Mondiale potrebbe rientrare all’interno dei conflitti interimperialistici.

La Guerra Fredda condusse ad una situazione ancora diversa: la sostanziale equivalenza militare tra i due blocchi e la presenza dell’atomica, costringeva a spostare in maniera permanente lo scenario del conflitto intercapitalistico in quello che verrà poi chiamato Terzo Mondo (si pensi alle guerre di Corea e Vietnam, alle guerre di liberazione coloniale ed a quelle in Medio Oriente)[11]. D’altro canto in livelli alti dello sviluppo capitalistico il compromesso tra capitale e frange della classe operaia europea ed americana (compromesso raggiunto con la lotta di classe, permesso dallo sviluppo imperialistico e garantito dalla potenza sovietica) dava origine al cosiddetto Welfare/Warfare State[12]. La possibilità che uno Stato funzionale all’accumulazione capitalistica potesse realizzare il plusvalore attraverso anche e soprattutto la spesa militare fu intuita da Rosa Luxemburg[13] ed elaborata più compiutamente da Michal Kalecki[14]. Questa tesi però diventa famosa (sempre dopo la denuncia di Eisenhower) con Baran e Sweezy[15], per i quali nel capitalismo monopolistico si manifesta la tendenza crescente a produrre più plusvalore di quanto possa trovare convenienti sbocchi di investimento: negli anni del conflitto coreano venne presa la decisione di fare della produzione bellica una permanente caratteristica dell’economia americana. Baran e Sweezy nel loro scritto esprimono anche dubbi sull’efficacia della spesa militare come strumento di stimolo all’economia: la sempre nuova tecnologia di guerra non consentirebbe infatti un grande incremento occupazionale né un’ulteriore espansione della spesa e dei consumi.I due autori riescono anche a prevedere lucidamente che comunque gli Usa avrebbero continuato ad effettuare spese militari a prescindere dalle emergenze e intuirono l’importanza, nonostante le apparenze, delle armi convenzionali (che in versioni raffinate sono state protagoniste nella Prima Guerra del Golfo).

C’è da dire però che pur riconoscendo i limiti denunciati da Baran e Sweezy, tuttavia la spesa militare:

·        Svolge pur sempre una funzione di stimolo in periodi di recessione, anche se non risolutiva.

·        La parte del bilancio militare dedicata alle forniture, poiché versata in anticipo, favorisce gli investimenti privati dei fornitori stessi

·        Incrementando la domanda di materie prime e semilavorati, incrementa gli investimenti delle industrie civili[16]

·        Consente comunque al mercato di consumo di assorbire il plusprodotto incorporato nella massa del plusvalore medesimo[17]

 

Il crollo dell’Urss  inaugura una fase di monopolarismo debole ad egemonia Usa che consente al capitale, venuti meno i vincoli della semiperiferia “socialista”, di circolare liberamente nel mondo. Accanto alla spesa militare di tipo keynesiano già descritta, si affianca l’intervento bellico effettivo (che per più di 10 anni, dal 1975 al 1986 era stato del tutto inibito, tranne il catastrofico tentativo in Iran), con la prima Guerra del golfo, l’intervento imperialistico in senso proprio riacquista incidenza e gli Usa riprendono più apertamente la loro guerra (al momento indiretta) con la nascente Europa ed un Giappone all’inizio del proprio rallentamento economico. La seconda Guerra del golfo, che si sta preparando in questi mesi, concilia

·        sia il tentativo di stimolare keynesianamente l’economia attraverso la spesa militare

·        sia l’obiettivo di controllare il prezzo del petrolio, attraverso il controllo di giacimenti e circuiti di distribuzione e raffinazione del greggio[18]

·        sia il tentativo di mettere in difficoltà strategica ed economica i paesi europei ed il Giappone[19]

Comunque il ricorso frequente alla guerra non è per gli Usa un dato solo positivo, ma anche il segnale di una difficoltà, quella degli Stati nazionali di controllare un processo capitalistico di produzione ormai transazionale[20]

 

 

Marxismo, pacifismo e nonviolenza

 

Il movimento operaio ha sempre combattuto contro la guerra, memore delle dichiarazioni fatte nel 1870 da Marx, secondo il quale la pace era la legge internazionale della società nuova, in quanto il lavoro ne era la legge nazionale[21].

Tuttavia il presupposto di questa lotta non era per la tradizione marxista un pacifismo ingenuo (o ipocrita) e idealistico, ma il frutto di un’analisi e di una strategia che fu Lenin allo scoppio della Prima Guerra mondiale a chiarire articolatamente[22] : bisognava trasformare la guerra imperialistica in guerra civile ed approfittare della guerra stessa per dare corpo a processi rivoluzionari. Come si vede si tratta semplicemente di portare la violenza al livello giusto ed opportuno per gli interessi della classe lavoratrice, non di pensare di allontanare guerra e violenza dalla storia.

In realtà nonviolenza e marxismo appartengono ad universi di discorso molto diversi ed anche il tentativo di mediazione concettuale più interessante[23] non tiene conto che il problema nel marxismo è alla fonte e consiste nel fatto se sia possibile inserire una dimensione etica nella prassi rivoluzionaria, senza ritornare a forme di socialismo utopistico. E’ comunque positivo il fatto che spesso, nel movimento pacifista, la tradizione marxista e quella nonviolenta abbiano lavorato fianco a fianco e questo ha creato un clima comune basato su concrete e quotidiane pratiche di lotta. Da un lato è plausibile credere che nei paesi dove la repressione del dissenso sia meno brutale, le pratiche nonviolente conquisteranno uno spazio crescente (anche se l’esperienza di Gandhi stesso, dei buddisti in Indocina e dei kosovari nella prima fase della loro lotta possono essere basi per più ambiziose speranze future). Al tempo stesso tali pratiche dovranno essere una variante all’interno di un ventaglio di opzioni che, pur tenendo presente la nonviolenza come ideale regolativo, comprenderanno pragmaticamente anche momenti di lotta cruenta quanto meno difensiva, ma soprattutto l’adattamento delle modalità di lotta alle circostanze storiche presenti in quella situazione.

Infine perché nel marxismo si instauri il germoglio della nonviolenza ci vogliono essenzialmente due condizioni:

1.      La crisi del sistema capitalistico deve essere talmente forte che la resistenza alla repressione possa essere vincente anche partendo da una forte asimmetria militare a favore degli avversari

2.      La fine del modo capitalistico di produzione, non essendo automaticamente l’instaurazione del socialismo, dovrà motivare la sussistenza di un problema di legittimazione e di consenso che qualifichi i processi politici successivi in senso pacifico e democratico, tali cioè da incoraggiare pratiche nonviolente di regolazione dei conflitti[24]. 

 

 



[1]  SEVERINO, Emanuele, La guerra,Milano, Rizzoli,1992 pp.50-88

[2]  (2) VATTIMO, Gianni, Metafisica,violenza,secolarizzazione,in Filosofia 86, Roma-Bari, Laterza, 1987, pp.71-94.

 

 

.

 

[3] KALDOR, Mary, Le nuove guerre, Roma, Carocci, 1999

[4] ECO, Umberto, Guerra diffusa, l’Espresso, 12 settembre 2002, pp.44-50

[5] Per Prima Guerra del Golfo si intende qui la guerra del 1991 tra Usa (più Europa) ed Iraq e non la precedente guerra tra Iraq ed Iran.

[6] GALLI, Carlo, La guerra globale, Roma-Bari, Laterza, 2002

[7] Per una rassegna di casi che mettono in questione categorie consolidate vedi KEEGAN, John, La grande storia della guerra,Milano, Mondatori, 1994

[8] LENIN, Vladimir Il’ic, L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Roma, Editori riuniti, 1974. p.128

[9] DIMITROV, Georgij, L’offensiva del fascismo e i compiti dell’IC nella lotta per l’unità della classe operaia contro il fascismo in SACCOMANI, Edda (a cura di), Le interpretazioni sociologiche del fascismo, Torino, Loescher, 1977 pp. 135-139.

[10] GRILLI, Liliana, Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, Milano, La Pietra, 1982, pp.36-37.

[11] Anche se risultò utopica l’alternativa Socialismo o morte; per questo vedi CORTESI, Luigi, Le armi della critica, Napoli, Cuen, 1991, pp.43-62.

[12] O’CONNOR, James, La crisi fiscale dello Stato, Torino, Einaudi, 1979, pp.170-181.

[13] LUXEMBURG, Rosa, L’accumulazione del capitale, Torino, Einaudi, 1968, p.455.

[14] CHILOSI, Alberto, Introduzione a KALECKI, Michal, Sul capitalismo contemporaneo, Roma, Editori Riuniti, 1975 pp.XI-XIII

[15] BARAN, Paul A., e SWEEZY, Paul M., Il capitale monopolistico,Torino, Einaudi, 1968, pp.151-183

[16] LO,Clarence Y.H., Le contrastanti funzioni della spesa militareUsa, in AA.VV., Stato e accumulazione del capitale, Milano, Mazzotta ed., 1977, pp.212-235.

[17] CIUFO, Angelo, Crisi economica e Guerra del golfo, Pescara, Ed.Tracce, 1991, pp.61-62.

[18] AA.VV., Il gioco del capitale,Lavorincorso, Napoli , 2002, pp.65-86

[19] CARARO,Sergio, Union Sacreè “contro il terrorismo o nuova forma delle contraddizioni imperialistiche? in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan, Napoli, Città del Sole,2002, pp.32-41

[20] GRAZIANI, Augusto, Un mondo globalizzato, in l’Ernesto, Cremona, Settembre/Ottobre 2002 pp.63-67.

[21] REBERIOUX, Madeleine, Il dibattito sulla guerra in Storia del marxismo, Torino, Einaudi, 1979, vol.II, pp.897-935

[22] LENIN, Vladimir, Il’ic, La guerra e la socialdemocrazia russa, in LENIN, Opere, Roma, Ed.Riuniti, 1965, pp.541-547

[23] PONTARA,Giuliano, Antigone o Creonte, Roma, Ed.Riuniti, 1990, pp.75-119

[24] Per una discussione su tali pratiche GALTUNG, Johan, Gandhi oggi, Torino, Ed.Gruppo Abele, 1987.




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15 agosto 2005

DALLA GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA ALLA GLOBALIZZAZIONE GIURIDICA

 

Premesse terminologiche

 

Internazionalizzazione dell’economia[1]

Insieme di flussi di scambio dei fattori di produzione tra due o più stati i cui agenti sono attori nazionali ed in cui un ruolo importante è giocato dalle autorità pubbliche nazionali.

 

Multinazionalizzazione dell’economia

Trasferimento e delocalizzazione del capitale (ed, in misura minore, del lavoro) da un’economia nazionale ad altri paesi.

 

Globalizzazione (o mondializzazione) dell’economia

Integrazione delle attività economiche su scala mondiale con la comparsa di soggetti economici transnazionali e con una riduzione del ruolo degli Stati Nazionali nella regolazione dei processi economici.

 

Dietro questi termini c’è una forte polemica tra le tesi di Negri e Hardt sull’Impero e quelle ad es. di G. Pala sulla persistente attualità della categoria di imperialismo2.

Non sbaglia del resto chi evidenzia che già Marx aveva descritto le conseguenze dell’internazionalizzazione dell’economia e previsto i successivi processi di mondializzazione3, mentre Lenin nella categoria di “imperialismo” riassumeva sia processi di multinazionalizzazione che di globalizzazione vera e propria dell’economia4

 

 



La fase attuale

 

Si può dunque dire che la categoria di imperialismo sia ancora analiticamente valida. Tuttavia da un lato il crollo del sistema del socialismo reale ha tolto uno dei fattori di rallentamento della rotazione e della rivoluzione del capitale a livello mondiale. D’altro lato le sempre più veloci innovazioni di prodotto e di processo accelerano sempre più questi tempi di rotazione e rivoluzione. Tale accelerazione rompe poi con sempre maggiore velocità i rapporti sociali che costituiscono le forme comunitarie preesistenti (siano esse pre-capitalistiche o collegabili a fasi capitalistiche precedenti)5. Quella che oggi viene chiamata “mondializzazione” è la manifestazione a cascata di tutti gli effetti sociali di questa accelerazione della velocità di rotazione e rivoluzione del capitale mondiale, manifestazione che riempie la sfera pubblica globale  grazie al progresso tecnologico ed alla mercificazione nel campo delle comunicazioni multimediali.

D’altronde l’imperialismo, nelle sue fasi successive, colloca il dimensionamento dell’accumulazione di capitale a livelli superiori a quelli dello stato-nazione e quest’ultimo (e le caste ad esso collegate) viene perciò messo in difficoltà soprattutto perché tale concentrazione di  capitale avviene a scapito degli impieghi interni, indispensabili per il mantenimento della stabilità interna e del consenso. Ciò genera un aumento del conflitto sociale interno agli stati ed un aumento della competizione inter-imperialistica tra stati, competizione che porta alla formazione di entità regionali più vaste degli stati-nazionali, quali ad es. l’Unione Europea. Le guerre messe in moto dagli Stati Uniti in questi 12 anni si situano all’interno di questa competizione e sono il tentativo quasi disperato di estendere la signoria (o la forte influenza) di uno Stato-nazione ad un livello ad un livello paragonabile a quello del livello di accumulazione del capitale considerato, pena una crisi interna probabilmente decisiva per i processi storici futuri.

D’altronde, senza voler trattare gli altri attori di questa competizione (tra gli altri Cina, Russia e Giappone), l’Europa può avere non pochi problemi dalla strategia militare Usa e del resto sembrano essere più forti i segnali di un’accelerazione del processo di normalizzazione del c.d. “mercato” del lavoro e della progressiva erosione delle posizioni di forza acquisite nel corso del XX secolo dalle aristocrazie operaie europee. Gli Usa stanno sfruttando al meglio il fatto di avere sia la carta militare che quella economica (Europa e Giappone sono forti economicamente, Cina e Russia militarmente) e di giocarle di concerto.

 

 

Il globalismo giuridico e le obiezioni giusrealistiche

 

A questa competizione imperialistica si aggiungono altri notevoli problemi quali la sempre più grave crisi ecologica, l’enorme sperequazione mondiale di risorse, le difficoltà di comunicazione tra diverse culture. Dunque la c.d. globalizzazione  non è una pacifica integrazione ma un processo di scomposizione e ricomposizione di fattori di produzione e di forze sociali che sarebbe opportuno gestire, per cui l’esigenza di un governo mondiale della globalizzazione (globalismo giuridico) sarebbe un esigenza rilevante almeno da un punto di vista astrattamente politologico. A tal proposito sarebbe interessante discutere le obiezioni giusrealistiche svolte da Danilo Zolo alla tesi del globalismo giuridico1:

·        Il globalismo giuridico è stato in un certo senso messo in crisi già dalla prima guerra Usa-Iraq: qui gli Usa hanno ottenuto la legittimazione di cui avevano bisogno non grazie ad una violazione delle norme formali dell’Onu, ma in base ad una loro applicazione sostanzialmente corretta. Infatti la mancata applicazione degli art. 43-47 della Carta Onu (che attribuivano al Consiglio di sicurezza ampi poteri di organizzazione esecutiva per l’enforcement delle proprie decisioni) risulta essere un’imperfezione formale di scarso rilievo poiché l’intera normativa è caduta in desuetudine. Gli Usa hanno ottenuto l’autorizzazione a dirigere la guerra contro l’Iraq dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, i quali o hanno accettato spontaneamente la direzione strategica del generale Shwarzkopf  o hanno rinunciato a prendere parte alle operazioni militari pur avendole autorizzate. La Carta dell’Onu non è tenuta inoltre ad esperire tutti i mezzi pacifici.

·        Il globalismo giuridico trascura la dimensione biologica ed antropologica della violenza e della guerra ed affronta quest’ultimo problema solo dal punto di vista dell’ingegneria istituzionale.

·        Esso presuppone un universalismo etico contraddetto dalla tradizione forte del non cognitivismo etico e confliggente in maniera concreta con le altre culture del pianeta.

·        Nell’ambito internazionale l’essenza di una giurisdizione accentrata non equivale ad una situazione di anomia. In condizioni complesse le dinamiche sistemiche tendono  a dar vita ad un reticolo normativo policentrico che emerge da processi diffusi di interazione strategica e di negoziazione multilaterale (teoria dei regimi internazionali). Inoltre in presenza di situazioni di elevata complessità e di turbolenza delle variabili ambientali è meno rischioso convivere con un alto grado di disordine piuttosto che tentare di imporre un ordine perfetto.

·        Un governo mondiale in continuità con le attuali istituzioni internazionali sarebbe un Leviathano dispotico e totalitario che dovrebbe ad es. replicare con un elevato impiego di mezzi militari al prevedibile diffondersi del terrorismo. Invece la comunità internazionale non dovrebbe sovrapporre una violenza legittimata alle violenze che pretende di reprimere o di sanzionare.

 

 

A queste critiche si potrebbe rispondere in questo modo:

1.      E’ certo che nella prima Guerra del Golfo la procedura Onu non ha formalmente rispettato gli art. 43-47 della Carta e parlare di desuetudine di norme che costituiscono addirittura l’atto fondativo delle Nazioni Unite stesse sembra un po’ eccessivo. Come è pure un po’ paradossale enfatizzare la desuetudine quando almeno secondo la nostra tradizione giuridica, la consuetudine non può mai essere contra legem. Dunque gli Usa non potevano dirigere la guerra, né potevano fare guerra, ma  potevano compiere (sotto la guida del Consiglio di sicurezza) solo gli atti necessari per ristabilire la pace violata dall’Iraq (in pratica atti di peace-keeping). Naturalmente non si scopre nulla quando si dice che la mancanza del prescritto Stato Maggiore che avrebbe dovuto dirigere le operazioni di peace-keeping è dovuta alla guerra fredda che ha paralizzato il Consiglio di sicurezza e reso le Nazioni Unite un’istituzione fantasma ed assolutamente inefficace (a meno di non agire in violazione delle sue stesse norme e di conseguenza come strumento della volontà di potenza di singole nazioni).

2.      Il Globalismo giuridico  semplicemente cura l’aspetto istituzionale delle prevenzione della guerra e magari può fruire in tal senso delle scienze umane, senza dover però trattare direttamente la dimensione antropologica della violenza, anche perché detta violenza non deve tradursi obbligatoriamente nella guerra tra Stati.

3.      L’universalismo etico è effettivamente un limite del globalismo giuridico, ma da un punto di vista astratto è necessario stabilire un minimo di regole e di diritti che consentano anche il mantenimento e la promozione della diversità culturale nel mondo. L’ipotesi da cui parte il globalismo giuridico è che tale minimo comprende almeno parte di quei diritti teorizzati dall’universalismo etico (e se fosse vero questa sarebbe una procedura di conferma che non dispiacerebbe nemmeno al non-cognitivismo).

4.      Il rischio del Leviathano sarebbe se non scongiurato almeno attenuato dal rispetto delle norme Onu già in essere (che in pratica non parlano di guerra ma di peace-keeping) e dal fatto che il futuro governo mondiale potrebbe avere una struttura federale e quindi non sacrificare a sé le istituzioni giuridiche intermedie. Soprattutto però è necessario evidenziare che la carica di violenza di questo Stato mondiale cercherebbe di mantenersi ad un livello puramente potenziale (tramite il quasi monopolio degli armamenti nucleari e convenzionali: potrebbe ad es. essere pattuita la devoluzione del 40% dell’arsenale di ogni membro dell’organizzazione), mentre nell’effettività si potrebbe (stabilendo la nonviolenza come ideale regolativo dell’organizzazione) verificare la legittimità dell’intervento sanzionatorio del governo mondiale (ius ad bellum) dal rispetto delle regole che normano la procedura sanzionatoria (ius in bello), regole che prevedono un grado di violenza sicuramente minore di quello eventuale della violazione giuridica che ha reso necessaria la sanzione. Oltre la nonviolenza, tale principio guarderebbe anche al criterio che legittima la funzione terza di un’istituzione proprio attraverso la riduzione di violenza che il suo intervento comporta (almeno come istanza).

5.      La teoria dei regimi giuridici internazionali è da un lato probabilmente la cristallizzazione di uno stato di transizione verso un governo mondiale. D’altro canto, presi in sé, tali regimi non hanno assolto se non molto alla larga gli obiettivi che ad essi si attribuiscono (si pensi al regime dei cambi dove l’arbitrio e le oscillazioni spesso traumatiche l’han fatta da padroni, mentre per quanto riguarda il commercio internazionale i Pvs aspettano da anni con ansia che le barriere protezionistiche dei paesi sviluppati vengano tolte). Infine, se pure tale funzione fosse stata svolta, ciò è stato permesso dal fatto che il mercato aveva altre priorità (es. la penetrazione nella semiperiferia socialista), mentre ora in pieno conflitto interimperialistico sarà molto probabile che le tensioni all’interno del reticolo tematizzato dai teorici neorealisti sfocino nei livelli più alti del sistema di relazioni internazionali, invece di permanere apparentemente tranquilli nei sotto-sistemi individuati da Gilpin, Waltz e Keohane.

6.      Per quanto riguarda la negazione dell’analogia tra livello individuale  e livello statuale delle relazioni giuridiche, gli argomenti addotti dal giusrealismo minimizzano1lo stato di guerra permanente che altrove si tende ad enfatizzare2. Zolo dice che solo un  realismo arcaico e dogmatico può ancora rappresentare gli Stati, in particolare quelli democratici, come attori impegnati a massimizzare il loro potere e la loro ricchezza a scapito di tutti gli altri soggetti. Sarebbe stato dimostrato, aggiunge Zolo, che le stesse grandi potenze tendono molto più alla stabilità che non alla continua espansione del loro potere. L’argomento di Zolo vale però solo verso un realismo che proponga una metafisica statica dei rapporti di potere, non certo verso un’analisi materialistica del conflitto tra imperialismi che si basa sull’individuazione di fattori storicamente determinati e non su leggi astrattamente valide: la questione non è se gli Stati vogliano massimizzare il loro potere, ma se l’accumulazione del capitale rimanga o meno a livello nazionale e sia dunque gestibile da uno Stato, o invece si realizzi a livello sopranazionale e dunque costringa gli Stati a confliggere tra loro per contenderselo e per esportarlo (l’impazienza bellicista degli Usa smentisce oggi la tesi circa la tendenza delle superpotenze vincitrici a mantenere lo status quo)3.

 

 

Il globalismo giuridico e l’analisi materialistica

 

Ma la tesi del globalismo giuridico non può essere argomentata solo rispondendo al giusrealismo ad un livello astratto: bisogna almeno in parte determinare il tipo di istituzioni che possono essere inserite a regolare i processi globali e prevedere quale sia la concreta fattibilità del Globalismo giuridico alla luce della teoria del conflitto tra imperialismi. Questo conflitto è il presupposto per tematizzare l’esigenza di un’istituzione globale che sino ad ora è stata solo il simbolo di una paralisi conflittuale o la copertura giuridica di una superpotenza tendente al dominio militare per compensare le perdite della propria egemonia economica. Perché tale istituzione abbia una speranza di vita vera, bisogna in primo luogo favorire questa competizione e questo multipolarismo dal momenti che, se gli Usa riuscissero a prolungare il loro dominio attraverso la supremazia militare, la battuta d’arresto di Europa, Cina e Russia si scaricherebbe ulteriormente sul proletariato di queste regioni, senza che ci siano rapporti di forza tali da consentirci speranze rivoluzionarie. Tuttavia bisogna essere consapevoli che la regolazione istituzionale del conflitto interimperialistico, che potrebbe essere giustamente considerata una variante dell’ultraimperialismo, è quasi impossibile, così come è stato considerato impossibile l’ultraimperialismo stesso1.

Che senso ha allora il globalismo giuridico dal punto di vista di un’analisi materialistica?

Per rispondere a questa domanda bisogna pensare all’esistenza di soggetti internazionali e sopranazionali che non sono appunto gli Stati-nazione, soggetto che ricomprendono le stesse imprese transanazionali, i sindacati, le organizzazioni non governative e tutta quella rete di associazioni e movimenti che si è spesso coordinata nel cosiddetto movimento No-Global. Questi ultimi potrebbero essere considerati l’embrione di una società civile globale2 nella misura in cui si consideri la loro natura di elite transnazionali prevalentemente borghesi con una concezione interclassista ed utopistica dei processi sociali mondiali. Tuttavia assieme a sindacati ed Ong, i no-global raccolgono in maniera non strutturata tutta una serie di istanze e di pratiche che possono essere patrimonio futuro di un internazionalismo proletario oggi non rappresentabile in quanto ancora scomposto all’interno delle sempre più lunghe filiere internazionali di produzione. Nel frattempo la prospettiva del globalismo giuridico può essere la strada che porti questi soggetti terzi (è ovvio che l’ingresso delle imprese transnazionali andrebbe combattuto, ma con esiti non scontati…) all’interno di una dialettica istituzionale di livello mondiale. A questo punto si evidenzierebbero due opzioni:

·        La prima più improbabile sarebbe quelle che le istituzioni mondiali si consolidino in quanto Governo globale e costituiscano la cornice, il campo di gioco in cui rappresentanze sia pure imperfette di quella che è al momento una moltitudine poco consapevole potrebbero iniziare quell’iniziale conflitto che porterebbe tale moltitudine ad una maggiore consapevolezza di sé in quanto proletariato mondiale (senza contare il fatto che il conflitto interimperialistico scremerà da questa moltitudine quelle frange più tese ad acquisire una rendita politica immediata dall’iniziale impegno in questa rete) ed a gettare le basi per quelle istituzioni che potrebbero costituire l’ossatura giuridica di una futura transizione mondiale al socialismo.

·        La seconda opzione, più realistica, è che il conflitto interimperialistico raggiunga livelli che rendano impossibile qualsiasi rappresentanza e qualsiasi mediazione istituzionale (la vecchia Onu dovrà trasmutare per questo motivo), ma in tal modo la crisi della sovrastruttura politico-giuridica aprirebbe in un’epoca di globalizzazione mediatica una più generale crisi di legittimazione che di converso darebbe a soggetti terzi (quali i no-global) una credibilità ed un’opportunità tutta da spendere.

Sulle fasi e sulle tappe che potrebbero scandire questo scenario possibile, vanno dati solo accenni:

1.      In primo luogo bisogna insistere su di un obbligato antiamericanismo, teso soprattutto a scongiurare il recupero di egemonia Usa in veste di dominio strategico e geopolitica. In tale fase l’attenzione a soggetti quali Europa, Russia, Brasile, Cina potrebbe dare qualche frutto.

2.      Se questo processo va in porto, la dialettica multipolare con i suoi rischi ed i suoi problemi porterebbero ad una più incisiva vertenza e ad una vera e propria fase costituente delle istituzioni internazionali che dovrebbero mediare questo conflitto.

3.      A tal punto andrebbe combattuta una battaglia per l’estensione dello status di membro permanente a paesi tipo Germania e Giappone3 , e poi forse anche a Brasile, India, Indonesia, Lega Araba e ad una rappresentanza africana con contestuale revoca o limitazione forte del diritto di veto1.

4.      In una fase successiva andrebbe costituita una seconda Assemblea che comprenda i soggetti non statuali e rappresentanze politiche non riconosciute a livello degli Stati-nazione (con procedure popolari e democratiche di votazione in maniera da sanzionare i regimi politici illiberali)2. In tal modo si realizzerebbe una segmentazione di istanze e di rappresentanze trasversali rispetto a quelle degli Stati-nazione. La capacità di manovra e di sintesi all’interno di questa duplice scomposizione geopolitica va lasciata alla crescita della soggettività politica del proletariato internazionale all’interno dei no-global.

5.      Il completamento del processo istituzionale comprenderebbe un rafforzamento dell’Assemblea come autorità legislativa (pur mantenendo al Consiglio di sicurezza un forte potere decisionale e ristabilendo una volta e per tutte la sua capacità di iniziativa nel campo della regolazione dei conflitti) e la costituzione di una Corte sovranazionale di Giustizia (assorbendo l’istanza di Kelsen)3.

6.      Fase finale sarebbe la proposta di devoluzione a queste autorità mondiale della maggior parte degli arsenali bellici e nucleari e la possibilità di agire una leva fiscale globale per la redistribuzione complessiva delle risorse.

 

E’ lecito che questo processo potrebbe essere interrotto, frenato e deviato ad ogni fase (date le pretese che comporta) ma la proiezione istituzionale che i no-global dovranno darsi può, con un’accorta e sagace rete variabile di alleanze, sfruttare ogni momento di questo tipo per evidenziare ed acuire le contraddizioni nel campo avverso. Quale che ne sia l’esito, un percorso di questo genere sarebbe l’avvio di un processo nuovo denso di rischi, ma anche di opportunità al fine di conseguire la ricomposizione di un soggetto mondiale antagonistico e rivoluzionario.      

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 



[1] Queste definizioni sono tratte da GRUPPO DI LISBONA, I limiti della competitività, Roma, Manifestolibri,1995, pp. 42-47.

2 NEGRI, ANTONIO, L’agonia dello stato nazione .L’impero, stadio supremo dell’imperialismo, in “Le Monde Diplomatique” Gennaio 2001. PALA, GIANFRANCO, Tutto sarà come prima. La lunga crisi: il  crollo dell’economia mondiale prima del crollo delle torri, in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan. I comunisti di fronte alla guerra, Napoli, Ed.La Città del Sole, 2001, pp. 73-74.

3 HOBEL, ALEXANDER, Un problema di categorie, in Il martello, periodico del Centro di Documentazione “Patrizia Gatto”, Napoli, febbraio 2003 pp.24-27.,

4 LENIN, VLADIMIR ILIC, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 128.

5 Ed anche in questo il Marx del Manifesto è stato un anticipatore di tendenze successive.

1 Si riassumono qui le tesi svolte in ZOLO, DANILO, Cosmopolis.La prospettiva del governo mondiale, Milano, Feltrinelli,1995.

1 vedi ZOLO,DANILO, op.cit.pp.128-129

2 vedi sempre ZOLO,DANILO, op.cit., pp.21-31

3 COLETTI, RAFFAELLA,L’ottavo corridoio e la scacchiera eurasiatica in AA.VV., Il mondo dopo Manhattan,cit. p.42.

1 MAITAN, LIVIO, Tempeste nell’economia mondiale, Roma, Datanews, 1998, pp.30-31

2 GRUPPO DI LISBONA, op. cit., pp.36-37.

3 ARCHIBUGI, DANIELE, Dalle Nazioni Unite alla democrazia cosmopolita, in AA.VV., Cosmopolis, Roma, Manifestolibri, 1993, p.112.

1 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit. ,p.112.

2 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit., pp.96-106.

3 ARCHIBUGI, DANIELE, op. cit., pp.106-110.


15 agosto 2005



N U O V O     O R D I N E    M O N D I A L E

 

                     D O P O    L A   G U E R R A         I N       K O S  O V O 

 

 

 

V  E R S O   U N      N U O V O   E Q U I L I B R I O  ?

 

 

 

·      Le ultime due guerre condotte principalmente dagli Usa contro l’Iraq   e    contro     la

Serbia hanno costretto sia la filosofia politica che la teoria del Diritto e delle Relazioni Internazionali a rielaborare categorie di analisi, previsioni teoriche e progetti di riforma relativi ad istituzioni sovranazionali

 

·      Le dimensioni ed i livelli di analisi coinvolti sono notevoli. E’ necessario un approccio globale a problemi che valicano i confini nazionali come le guerre etniche, le crisi finanziarie, le correnti migratorie, le epidemie, il dissesto ecologico, il traffico di armi e di droga, la disoccupazione mondiale etc.    In primo luogo possono  essere oggetto di riflessione lo stato e la tenuta delle istituzioni sovranazionali tipo ONU al termine del decennio tra l’inizio del 1990 e la fine del 1999. In secondo luogo va studiata la situazione dei rapporti di potere politici ed economici tra i vari stati con particolare riferimento all’egemonia Usa, alle attuali difficoltà del Giappone e della nascente Europa ed infine alla crescita tumultuosa del gigante cinese.In terzo luogo va approfondito il ruolo e l’incidenza dei soggetti e dei flussi economici transnazionali.    Vanno dunque analizzati tenendo conto delle rispettive interazioni i livelli internazionali e sovranazionali dei processi politici ed economici in corso.

 

·      Per quel che riguarda le istituzioni sovranazionali, se la guerra del Golfo ideologicamente ne sponsorizzava il rilancio, la guerra del Kosovo ( visto il rischio di un veto russo e/o cinese al Consiglio di Sicurezza) ne ha svelato il carattere fragile se non addirittura fittizio : l’Onu è in piena crisi e solo una sua riforma, garantita da un diverso assetto politico-internazionale, può salvarla da una rapida decadenza (se lasciata a se stessa) e/o da una grottesca mummificazione (se gli Usa se ne servono come paravento). In realtà gli Usa ormai non considerano più l’Onu un riferimento della politica internazionale (Luttwak, Glennon), se mai l’hanno realmente considerata tale. Alcuni dicono che l’interventismo “democratico” in Kosovo ha scavalcato l’Onu a causa del veto eventuale di Russia e Cina che avrebbe provocato una paralisi decisionale. Ma una cosa è dire che il Consiglio di Sicurezza vada soggetto ad un processo di democratizzazione, un’altra è attribuire ad una facoltà spesso utilizzata (il potere di veto) la colpa di una violazione di norme e statuti di organizzazioni sovranazionali a cui formalmente si appartiene.    Dal punto di vista teorico, uno dei motivi per cui risulta difficile costituire un ordine democratico internazionale è che, mentre nelle comunità nazionali si è prima instaurato uno Stato comunque connotato e poi questo Stato si è successivamente democratizzato, al livello superiore si vaneggia un ordine che presuppone già il carattere virtuoso dei soggetti che lo compongono. Inoltre non si conviene che qualunque ordine si costituisca ci deve essere una facoltà sovranazionale di redistribuzione della ricchezza ed il monopolio, o quasi monopolio, della forza, perché questa redistribuzione si possa effettivamente verificare. Alcuni pensano di costituire una democrazia senza Stato ; qui però ci troviamo forse di fronte ad un falso problema in quanto il modello statuale sovranazionale potrebbe non pesare su individui e/o cittadini, così come è stato per il modello statuale nazionale. Inoltre uno Stato sovranazionale sarebbe coercitivo se non fosse articolato democraticamente e senza una progressiva sostituzione della democrazia rappresentativa con forme di democrazia diretta. Oppure se compromettesse la funzione redistributiva di istituzioni nazionali e locali. Tuttavia tutti questi sono motivi per introdurre correttivi democratici, non per rigettare il modello statuale tout court (almeno per il momento). Comunque, quale che sia il modello, vanno assicurate la funzione redistributiva ed il monopolio della forza. Non tutti comunque sono d’accordo nel vedere la guerra del Kosovo come un momento di crisi del Diritto internazionale : Cassese ad es. ( in un empito di realismo eticamente orientato ) argomenta che è legittimo l’uso della forza senza un mandato preventivo in presenza di gravi violazioni dei diritti umani. Per Cassese il Diritto Internazionale va aggiornato : non ci si deve opporre a tali eccezioni, ma precisare le condizioni perché esse diano luogo ad un regime giuridico positivo sottoponibile  a regole generali. La tesi di Cassese non coglie due punti fondamentali : il primo è che un’eccezione come la guerra del Kosovo ( dove uno Stato con interessi politico-economici estesi e capillari ha aggredito assieme ad altri uno Stato più debole che procedeva alla violazione di diritti umani in grande scala al suo interno) non è facilmente modellizzabile nel quadro così semplificato che ne dà il giurista italiano. Chi impedisce ad altri di vederne solo la realizzazione di una politica di potenza statuale ? E se tale diverso modello di interpretazione ha una sua plausibilità, lo scenario cambia radicalmente ed in esso anche l’evento scatenante la sanzione perde la sua nettezza, in quanto la sua verifica non è super-partes, ma può ben essere il frutto di una mistificazione massmediatica ( e Chomsky ed in Italia Losurdo potrebbero parlare per giorni su questi aspetti ). Del resto di principi formalmente giusti quale l’autodeterminazione dei popoli o quello dei plebisciti si servì lo stesso Hitler per la sua strategia annessionistica. In secondo luogo nell’interpretazione di Cassese ci troveremmo in una fase di transizione tra due diversi sistemi normativi in cui le eccezioni di oggi dovranno essere le regole di domani. Ma quale potenziale soggetto traghetterà l’ordine internazionale al di là del guado ? Le potenze economiche e militari di oggi sono interessate a tale regolamentazione giuridica dell’ingerenza c.d. “umanitaria” ? Il processo da loro messo in moto, per quale metafisica ragione dovrebbe trascendere i loro obiettivi legati a politiche di potenza ? Se l’autorità sovranazionale dell’Onu è fuori gioco, quale soggettività può costringerle ad instaurare un nuovo e più equo sistema di relazioni internazionali ? Non è un caso che il Segretario di Stato Usa Albright ha bruscamente raffreddato l’entusiasmo degli ideologi della difesa dei diritti umani con ogni mezzo ( quali Glennon che sosteneva l’uso della forza ad ogni violazione dei diritti umani ), affermando che l’intervento militar-umanitario è a volte necessario, ma che non è saggio formulare ipotesi generalizzate per stabilire come e quando ricorrervi ; traducendo dal politichese : si interviene come e quando pare a NOI.  Per queste ragioni riteniamo che sono i movimenti per la pace che incarnano meglio di tutti le istanze di realizzazione di un vero Diritto internazionale e ciò in quanto non accettano il paralogismo degli “astuti della ragione” e ritengono che la questione della tutela dei diritti umani fa tutt’uno con la legittimazione giuridica e democratica dei soggetti che effettivamente operano tale tutela. E’ questo un discorso che si può fare e dunque va fatto. La situazione attuale è invece un passo indietro anche rispetto alla Società delle Nazioni (Zolo).   Michael Walzer nella sua analisi è addirittura ricorso al concetto di “dovere imperfetto” : l’intervento umanitario cioè sarebbe diritto di tutti ma dovere di nessuno in particolare ; dunque gli Usa avevano il diritto ma non il dovere di intervenire. Questa tesi e la connessa facoltà di fare guerra sono un controsenso in quanto la guerra è un’azione di ultima istanza, intrapresa quando tutte le alternative concepibili sono sbarrate ; perciò essa presuppone uno stato di necessità che esclude a sua volta ogni  “facoltà”, cioè ogni situazione in cui liberamente una cosa si può fare o non fare. Si può comprendere una guerra per legittima difesa da parte di un popolo ( reazione di chi è messo con le spalle al muro ) e non l’azione di chi può fare ma può anche astenersi dall’intervenire ( la boutade di Walzer è molto più funzionale dell’interventismo ingenuo di Glennon nel legittimare la discrezionalità Usa nel selezionare le opportunità di intervento ). Walzer a questo punto sarebbe così illogico dal presumere che si possa verificare un genocidio senza che nessuno ( avendo tutti il diritto di intervenire ! ) si prenda la briga di mettere il naso. Mai vista un’argomentazione così anti-giuridica !      In realtà a ns parere si tratta di rovesciare lo schema : si tratta di dovere imperfetto nel senso che si ha il dovere di intervenire ma che al momento attuale nessuno è legittimato a farlo. In passato il ripristino dei diritti fondamentali di un popolo era un dovere di tutti i membri della comunità internazionale, ma il diritto all’uso della forza andava riconosciuto solo ai popoli che in prima persona lottavano per l’auto-determinazione senza possibilmente coinvolgere innocenti. Si temeva giustamente che la legittimazione di un intervento armato di uno Stato terzo non direttamente interessato alla questione avrebbe rischiato l’ingerenza straniera negli affari interni di uno Stato, l’escalation dell’uso della forza e lo svuotamento del sistema di sicurezza vigente. Anche partendo dal presupposto che questa cornice giuridica sia obsoleta, la via maestra per il cambiamento è la costituzione di un’autorità sovranazionale legittima che abbia gli strumenti e la forza per intervenire in questi casi : ciò vuol dire che si deve procedere alla devoluzione degli armamenti, o della maggioranza di essi, da parte degli Stati a tale autorità sovranazionale.     La posizione di Habermas rispetto alla guerra del Kosovo è più articolata : egli dice che un impegno così grave, rischioso e costoso lascia  poco spazio all’ermeneutica del sospetto ( l’obiettivo possibile era troppo poco secondo la sua analisi ) ; aggiunge che la precisione chirurgica consentita dalle tecnologie sofisticate diminuisce la valenza del doppio effetto ; conclude che la Nato ha avuto successo perché ha agito senza legittimazione, che tale guerra è il superamento dell’ordine internazionale vigente da parte della tradizione del pacifismo giuridico kantiano e che questa è la strada che porterà ad istituzioni internazionali realmente efficaci. Con questo ragionamento Habermas trascura le cause di debolezza delle istituzioni sovranazionali ( e trascurandole non accede ad altri modi di interpretare questa guerra) ; accetta in modo assolutamente acritico le notizie diffuse in un contesto di flusso informativo con forti vincoli militari ed ideologici dove un’ipotetica controinformazione è marginalizzata se non addirittura bombardata ( v. il caso della tv serba ) ; identifica l’opinione pubblica occidentale con la comunità internazionale ; non tiene in conto né scenari geostrategici più articolati né la funzione economica ( e non diseconomica ) della guerra in un’economia capitalistica ed imperialistica come quella Usa ; infine, egli sembra ignorare la contraddizione esplosiva tra obiettivi, valori e mezzi utilizzati ai fini del consenso sincero e universale verso queste iniziative. In realtà, rifiutando l’ermeneutica del sospetto, Habermas ha in realtà volutamente spuntato la sua riflessione critica, l’unica che ci consente di guardare ad un approccio politico che tenda a prevenire il conflitto e le basi economiche, sociali e culturali dello stesso.                   

 

·      Più interessante è il livello transnazionale dei processi economici : la velocità dei flussi finanziari globali, la nuova divisione internazionale del lavoro, con filiere di produzione e di mercatizzazione che attraversano trasversalmente le frontiere degli Stati, le fusioni colossali che generano soggetti economici privati di natura transnazionale sembrano lasciare agli stati-nazione un ruolo in via di marginalizzazione.In buona parte ciò è vero, nel senso che la possibilità di una politica economica e la funzione redistributrice e di   implementazione del benessere sociale interno sono in netta flessione. Questo però lungi dal rendere obsoleta la categoria delle “contraddizioni inter-imperialistiche”  ne riattualizza la portata in quanto reinstaura i rapporti imperialistici e conflittuali tra sistemi-paese appartenenti allo stesso livello socio-economico( es. tra paesi del Centro inteso nel senso della teoria del sistema- mondo di Immanuel Wallerstein ), mentre per buona parte del secondo dopoguerra tali rapporti di competizione e/o sfruttamento venivano esercitati tra  paesi posti a diversi livelli socio-economici ( ad es. i paesi del Centro erano in competizione economico militare con i paesi della semiperiferia del “socialismo reale” mentre sfruttavano i paesi della periferia e cioè il c.d. “Terzo Mondo”). La gerarchia tra stati in tale contesto è funzionale alla segmentazione trasversale delle filiere internazionali di produzione.

 

·      Il crollo della semiperiferia socialista ha ridislocato quasi completamente l’assetto geopolitico mondiale, retrocedendo la Russia a potenza regionale incapace di gestire e valorizzare un arsenale nucleare da superpotenza (e ciò rende questo paese un oggettivo “soggetto a rischio globale”), accelerando l’unificazione e la costituzione di un’Europa unita che sconta però una forte soggezione militare e politica nei confronti degli Usa e lasciando questi ultimi da soli a svolgere con alterni esiti il ruolo di superpotenza globale.  A tal proposito però la tesi radicale degli anti-americanisti , cioè quella degli Usa come Hyper-power ( Vedrine, Kaplan), può ben essere considerata un’esagerazione retorica. In primo luogo perché non si può negare che lo strapotere militare e strategico non può rimuovere il multipolarismo economico già in atto, multipolarismo che, nonostante le guerre sostenute dagli Usa e la maggiore flessibilità della forza lavoro statunitense, rimane e avrà nel medio-lungo periodo effetti anche sugli equilibri geopolitici. In secondo luogo, anche se gli Usa sono strategicamente più forti di altre potenze, essi non possono controllare tutto l’assetto mondiale (monopolarismo imperfetto o debole, che può essere anche da un altra prospettiva chiamato multipolarismo strategico potenziale), tanto che debbono a volte delegare potenze medio-grandi ( v. Israele e la Turchia nel campo mediorientale) a cui debbono protezione, garanzie, aiuti finanziari, o appoggiare il terrorismo islamico ( v. Pakistan e Afghanistan)  nutrendo così la serpe nel proprio seno ( v. Abd er Rahman e Osama bin Laden) oppure ancora farsi finanziare le guerre fatte in nome dell’ordine internazionale dalle altre potenze economiche ( ad es. la Guerra del golfo fu finanziata al 75% da Arabia Saudita, Giappone e Germania). La realistica consapevolezza di non poter essere i “Dominatori della Terra” ( concezione un po’ fumettistica che ci riporta alla mente non tanto Clinton o Henry Kissinger, quanto Skeleton, Lex Luthor, Dottor Destino e Jolly Jocker ), è presente in tutti gli analisti e i consulenti del Dipartimento Affari Esteri Usa ( da Brzezinsky a Singer, da Wildovsky ad Huntington, da Krasner ad Haas ), i quali propongono il coinvolgimento di altri soggetti nella gestione del Nuovo Ordine Mondiale. Anche se il ruolo di questi altri soggetti dovrebbe essere subordinato, tale coinvolgimento scatenerà presumibilmente dinamiche che ricollocheranno le posizioni di forza all’interno dello scacchiere strategico internazionale. Infatti il riarmo di Europa e Giappone (già esportatori di armi per altre nazioni specie del Terzo Mondo), che sancirà il passaggio da un multipolarismo economico ad un multipolarismo più compiutamente strategico, sarà conseguenza del loro coinvolgimento nel sistema di sicurezza internazionale egemonizzato dagli Usa ( si veda ad es. l’Europa come secondo pilastro della Nato). Saranno cioè gli Usa a porre le condizioni per il riarmo dei loro potenziali concorrenti e dunque per un multipolarismo ancor più equilibrato ; lo squilibrio tra la prospettiva globale degli Usa e la loro effettiva potenza è la ragione per cui sono gli stessi Usa a redistribuire e devolvere potenze e funzioni in un sistema internazionale più bilanciato : non a caso Clinton interpreta le idealità europee meglio dell’Europa stessa quando dice che la risposta alla Grande Serbia o alla Grande Albania è la Grande Europa.     

 

·      Si costituiscono parallelamente all’unificazione europea nuovi circuiti economici sovranazionali quali il Nafta, l’Apec,  l’Asean.

 

Nel frattempo si affacciano con mille contraddizioni nuove potenze regionali : il Sudafrica rivoluzionato dall’ Anc  di Mandela, il Brasile, l’India nuova potenza nucleare, l’Iran riformato da Khatami, l’esplosiva Nigeria, la schizofrenica Israele, ma soprattutto la Cina che (grazie  all’arsenale nucleare, alla valenza demografica ed economica complessiva, alla sua crescita tumultuosa ed al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu) aspira ad un ruolo di superpotenza se non fosse resa una vera e propria incognita dalle contraddizioni economiche, politiche ed ecologiche che potrebbe catastroficamente scontare in un prossimo futuro.

 

·      Molte sono le tesi circa le cause che hanno portato gli Usa ad intervenire nel Kosovo ; c’è chi parla di guerra geopolitica contro l’Europa, chi di controllo dei corridoi geoeconomici balcanici, chi di disegno di egemonia mondiale USA. In realtà tutte queste spiegazioni sono integrabili tra di loro : da un punyo di vista più circoscritto, la posta in gioco era il controllo dei corridoi del petrolio e del gas tra il Mar Caspio ed il Mediterraneo ed anche delle vie del traffico illegale di droga e di armi. C’è una sorta di faglia lungo questi corridoi che è stata caratterizzata in questi anni da numerose dinamiche geopolitiche spesso catastrofiche :la deflagrazione jugoslava, le guerre caucasiche, la questione curda ed il coinvolgimento occidentale della Turchia ( pericolosissima spada nel fianco dell’Europa inserita da un’astuta e spregiudicata strategia Usa) sono lì a testimoniarlo. Dunque in qualche modo tale obiettivo a breve rientra in una strategia più complessiva di egemonia Usa a livello mondiale (ed in questo ambito si colloca forse il segnale dato alla Cina con il famoso bombardamento dell’ambasciata a Belgrado). Brzezinsky dice ad es. che gli Usa debbono vigilare perché nell’Eurasia non sorga un futuro nemico (e questo si ricollega alla teoria geopolitica dell’Heartland). In tale strategia egemonica trova senso anche la tesi della finalità anti-europea dell’intervento Usa giacchè per il petrolio caucasico e per la sua distribuzione è in corso una forte competizione multipolare. Tuttavia non si deve nemmeno esagerare con questo schema di analisi, in quanto l’Europa ha atteso e quasi invocato l’intervento Usa (senza contare che la Germania con il riconoscimento di Slovenia e Croazia ha fortemente condizionato l’esitodegli eventi che si sarebbero susseguiti). Dunque è ragionevole pensare ad una convergenza di interessi, dove gli Usa fanno valere la propria forza militare per raggiungere i propri obiettivi e l’Europa utilizza la forza militare statunitense per sbloccare lo stallo serbo e ripromettendosi di migliorare le proprie posizioni in un secondo momento. Ci troviamo cioè di fronte ad una competizione Usa-Europa che però passa attraverso una collaborazione obbligata per normalizzare una turbolenza e riaprire nuovi scenari in cui competizione e collaborazione si alternano e si sovrappongono. E’ evidenteche non si può ricollegare la guerra del Kosovo se non ad un quadro esplicativo multi-fattoriale  e multi-livello.

 

Con le due guerre ad inizio e fine decennio (contro Iraq e Serbia) gli Usa hanno realizzato comunque due obiettivi : A) da un lato hanno ridimensionato alcune potenze regionali che tentavano un’ascesa militare ed al contempo indebolito circuiti di redistribuzione statuale con i quali questi soggetti politici rallentavano il circuito di realizzazione internazionale del valore e diminuivano il saggio di sfruttamento di quella regione, tentando a loro volta di controllare localmente risorse energetiche (v. petrolio kuwaitiano) e circuiti legali ed illegali di commercio e di trasporto ( armi, droghe, gasdotti e petroldotti).   B) da un altro lato hanno lanciato un messaggio ai loro potenziali concorrenti ( Europa, Giappone, Cina, Russia), mettendo sul piatto della bilancia il oro potere militare che diventa ora, in un momento di crisi dello stato sociale e di politiche economiche keynesiane, un fattore strategicamente essenziale per la competizione economica internazionale oltre che per la sopravvivenza del complesso militar-industriale interno.

 

·      Come si configura la nascente Europa in questo nuovo scenario ? Il suo ruolo è per tanti motivi e per forza di cose ambiguo, con tante possibilità ma anche tanti rischi. Sarebbe comodo abbracciare la tesi che vede nell’Europa al tempo stesso  la realizzazione di un’utopia federalista e socialista ed un potenziale avversario dell’egemonia planetaria Usa nel segno di una civiltà più antica e raffinata che parlerebbe in nome del Diritto e della Giustizia sociale.

 

·       Su questo abbiamo fondate perplessità : in primo luogo le guerre mondiali hanno avuto origine in Europa a seguito di conflitti sorti per contraddizioni interimperialistiche ; in secondo luogo l’Europa ha esercitato il colonialismo ed il razzismo nelle sue forme più efferate, al confronto delle quali gli Usa finiscono per somigliare ad un’Opera Pia ; in terzo luogo la maggiore dipendenza energetica rispetto agli Usa rende l’Europa un oggettivo fattore di implementazione dello sfruttamento delle periferie del mondo ( gli Usa in Iraq e Kosovo sono intervenuti anche per conto nostro) ; in quarto luogo il potenziamento militare dell’Europa, necessario per renderla interlocutore autonomo degli Usa, potrebbe essere fatto a spese del sistema di protezione e garanzia sociale che l’Europa ha più degli Usa rafforzato negli anni tra il 1930 e il 1980 ; in quinto ed ultimo luogo nonostante le mire egemoniche, gli Usa, Stato di emigranti e multietnico, grazie ad una situazione isolata e geopoliticamente più protetta, riescono ad avere un’attitudine più ricettiva e pragmatica rispetto alla multiculturalità generata dal processo di mondializzazione ( per questa ragione l’egemonia Usa è ancora preferibile ad un’egemonia europea).

 

·      Perciò, senza abbracciare l’Europa dei filosofi (pur tanto cara alla cultura continentale più sensibile ed illuminista), dobbiamo guardare con attenzione la nascita di nuovi organismo politici ed economici sovranazionali, in quanto senza meriti e mitizzazioni eccessive, costituiscono un fattore di maggiore equilibrio geopolitico internazionale. L’Europa più che contrapporre un proprio modello di egemonia mondiale, deve promuovere un equilibrato multipolarismo, tutelare le differenze, stimolare nuove sintesi, instaurare un clima nuovo di fiducia nella capacità di individui, popoli e culture a risolvere i problemi epocali che si configurano.

 

·      Tale equilibrio da un lato può portare ad una certa instabilità nelle relazioni internazionali, a paralisi decisionali sovranazionali ( si pensi a quelle del Consiglio di Sicurezza ONU al tempo del bipolarismo militare Usa-Urss e dei loro reciproci veti). D’altro canto tale assetto, se accompagnato da movimenti di opinione e di lotta transnazionali ( movimenti antisistemici, pacifisti, ecologisti, Ong etc.) che elaborino progetti e scenari generali, meno ideologici di quelli legati a politiche di potenza, propri di stati e federazioni di stati, può essere una precondizione per una riforma fortemente democratica dell’ ONU e di altre istituzioni sovranazionali (si pensi al Fmi e al Wto di cui si potrebbe parlare per giorni), le quali però per funzionare seriamente devono avere il monopolio della forza, o quantomeno ad esse va devoluta ( per iniziativa dello stato più potente o per un accordo multipolare tra potenze al fine di evitare conflitti devastanti) la maggioranza delle armi nucleari e convenzionali. A tal proposito le riforme delle Nazioni Unite che sono state sinora proposte riguardano sia l’Assemblea generale che il Consiglio di Sicurezza (oltre che la Corte di Giustizia di cui non parliamo in questa sede). Per quanto riguarda l’Assemblea generale, si pone ad es. il problema di costituire una seconda assemblea, che rappresenti i popoli e non gli Stati in maniera tale da tentare di assicurare un meccanismo di rappresentanza anche laddove non esistano regimi democratici, oppure dove esistono minoranze consistenti non rappresentate a livello di decisioni governativa (ad es. in paesi a democrazia fittizia come le repubbliche presidenziali o i sistemi fortemente maggioritari) o infine per dare maggiore rappresentanza a popolazioni particolarmente numerose (attualmente il voto del Lussemburgo è uguale a quello del Brasile). Naturalmente il problema principale a questo proposito è quali debbano essere le procedure di elezione (es. come fanno a votare “veramente” i nigeriani, i cinesi o i guatemaltechi ?). Nel caso ci fosse una seconda assemblea il principio di non interferenza sarebbe sostenibile sino ad un certo punto, giacchè ci sarebbe una forte rappresentanza della società civile che potrebbe autorizzare lo scavalcamento dell’autorità statuale e l’intervento degli “affari interni” di un singolo Stato. Già adesso il principio per cui i paesi sono rappresentati per l’effettività e non per la legittimità è molto più sfumato (si pensi all’appoggio Onu al governo di Aristide in Haiti, all’opposizione birmana, all’OLP). Un organismo che rappresenti direttamente i cittadini avrebbe maggiore flessibilità, i paesi che si rifiutassero di nominare i propri deputati in base a norme democratiche potrebbero esserne esclusi e nei casi controversi l’Assemblea potrebbe accreditare le forze politiche ritenute i veri rappresentanti della popolazione. Con la sua stessa esistenza l’Assemblea dei Popoli costituirebbe uno strumento di censura nei confronti di governi autocratici. Naturalmente per evitare almeno all’inizio una modifica della Carta Onu o un veto del Consiglio di Sicurezza, si potrebbe incominciare con una proposta più moderata per cui la nuova assemblea sarebbe un organo solo consultivo e/o sussidiario ; il sistema elettorale sarebbe analogo a quello europeo : l’assemblea avrebbe ad es. 560 membri di cui 31 della Cina, mentre i paesi con meno di 1 mil. di ab. avrebbero un seggio solo. Altri provvedimenti potrebbero essere un’assemblea consultiva delle Ong, rendere elettivo almeno uno dei cinque membri delle delegazioni nazionali all’Assemblea generale etc.  Per quel che riguarda il Consiglio di Sicurezza, è inutile dire che la sua strutturazione non sta né in cielo né in terra (non rispetta Carta Onu, potere di veto è in contraddizione con uguale sovranità degli Stati, codifica meri rapporti di forza) e la sua unica funzione è stata quella di congelare istituzionalmente il bipolarismo. Oggi è una sterile eredità del passato e la sua attuale configurazione è un ostacolo. Purtroppo ogni sua modifica rischia il veto dei membri permanenti, per cui in realtà solo un’evoluzione concretamente multipolare dell’assetto internazionale può renderne necessaria la riforma. Dato questo presupposto materiale si può pensare di abolire il veto (o renderlo invalidabile a certe condizioni, o renderlo oneroso si volta in volta) , introdurre maggioranze qualificate, aprire il Consiglio di Sicurezza a organizzazioni regionali.       

 

·      L’ascesa di altre potenze (Europa, Giappone, Cina etc.) può ben essere dunque

l’inizio di un’età interessante, con i suoi rischi cioè ma piena di promesse. I processi di integrazione ed unificazione economici e politici creano spazi e livelli di controllo politico e sociale che possono consentire agli interessi ed alle ragioni di grandi masse di lavoratori e di esclusi di avere più successo rispetto alle logiche di flussi del capitale finanziario che, come abbiamo già detto, tentano di smantellare i circuiti pubblici di redistribuzione. Stati sovranazionali, Parlamenti europei, politiche economiche regionali e comunitarie possono costituire nuovi livelli e nuovi scenari per una nuova fase di lotta per la transizione verso la fuoriuscita dal modo capitalistico di produzione.     

 

 




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15 agosto 2005



                                 LA CRISI BALCANICA : UN APPROCCIO MARXISTA

 

 

 

La deflagrazione della ex-Jugoslavia si è verificata in un quadro di instabilità geopolitica e geoeconomica che trova i suoi presupposti nella territorializzazione dell’economia jugoslava ma ancor più nella complessiva riallocazione dei circuiti di scambio e di redistribuzione economica conseguente al lungo processo di unificazione ed integrazione europea.

L’esperienza dell’ autogestione jugoslava è stato un momento importante dell’avventura del movimento operaio e delle forze politiche che, in maniera sincera o meno, a questo movimento si riferivano : Alcuni interpreti di Marx considerano l’autogestione lo sbocco logico del pensiero di Marx ;  L’autogestione stessa è stata inoltre al centro delle discussioni nelle fabbriche di Varsavia e di Budapest, durante la rivoluzione ungherese.  Tuttavia la realizzazione dell’autogestione in Jugoslavia ha scontato molti errori, da molti è stata considerata insufficiente se non addirittura fasulla : si pensi che, dopo gli iniziali successi economici dei primi anni ’50, l’irrigidimento ideologico dovuto al caso Gilas portò ad uno svuotamento dei poteri dei lavoratori all’interno delle singole fabbriche a favore dell’autorità del “Quintetto dirigente” composto dal direttore, dal segretario della Lega, e dai presidenti del Consiglio operaio, del Comitato di gestione e dell’organizzazione sindacale. Comunque, quand’anche si fosse dispiegata al meglio, l’autogestione si sarebbe imbattuta in quei problemi propri di ogni versione del marxismo che si sia limitata all’analisi dei rapporti di produzione all’interno delle fabbriche, senza cioè estendere l’analisi al problema dei rapporti  tra unità produttive in un contesto economico articolato e differenziato ;  a tal proposito la  teoria  leninista sull’imperialismo è una opportuna estensione del marxismo su questa linea di ricerca e costituisce una risposta teorica e pratica alle opzioni in auge nella Seconda Internazionale, opzioni che, rimanendo teoricamente indifferenti ai suddetti problemi di gestione dei rapporti tra unità economiche su diversa scala e riducendo conseguentemente i luoghi della transizione e della costruzione del socialismo ai sistemi-paese ed alle realtà locali individuate in base ad ideologie nazionalistiche ed etnocentriche, ebbero alla fine come conseguenza il disastro della Prima Guerra Mondiale e del voto a favore dei crediti di guerra.

Nell’esperienza jugoslava il decentramento economico incompleto e difettoso (e quindi incapace di consentire ai lavoratori di gestire direttamente i processi di produzione) tuttavia ha dispiegato la parte negativa dei suoi effetti : esso appunto ha prodotto una territorializzazione dell’economia dove la sovrapposizione di interessi politici locali e degli interessi economici della popolazione ha portato ogni entità territoriale a curare solo i propri interessi e bilanci ; la conseguente segmentazione del mercato ha accelerato i processi di differenziazione economica e sociale tra varie entità territoriali, anche per quel che riguarda i redditi dei lavoratori con successiva catastrofica scomposizione della già problematica unità della classe lavoratrice (di tali processi di differenziazione economica in altro contesto si è occupato Gunnar Myrdal con la teoria degli squilibri cumulativi) : si è arrivati poi a forti scompensi geoeconomici regionali con conseguente situazione conflittuale tra le Repubbliche della Federazione jugoslava, situazione prevista già da Kardelij e che si evidenzia sin dagli anni ’70, con il contenzioso sloveno sulla questione delle autostrade e con fermenti in Croazia (cresce in questi anni l’associazione culturale nazionalistica Matica Hrvatska) e tra le minoranze musulmane.   Emergono in questa fase ceti manageriali, vasti settori della burocrazia repubblicana, esponenti politici locali che sfruttano per il loro tornaconto personale e/o di gruppo  la tradizione nazionalistica preesistente che, più che essere originata da estese sacche residuali di pre-modernità (negli anni  ’70 l’urbanizzazione era stata forte, la popolazione contadina era scesa al 38,2 % del totale  e il mondo rurale aveva perso la sua  centralità, la scolarizzazione nelle medie inferiori registrò un incremento del 42 % rispetto al triennio precedente, mentre quella superiore segnò un + 31 %), trova alimento nella suddetta territorializzazione dell’economia e nel disagio sociale causato da un processo di modernizzazione vorticoso ed imposto dall’alto, senza essere cioè accompagnato da un protagonismo sociale e democratico ( le proteste studentesche di quegli anni non furono interpretate come si doveva). In questa fase la mancanza di una valorizzazione politica del processo auto-gestionario e l’assenza di pluralismo politico rende più facile incorporare l’identità nazionale nel sistema di rappresentanza politica e così il pluralismo etnico diventa il canale più accessibile per l’organizzazione e la trasmissione della domanda politica (ad es. tramite Matica Hrvatska e la sua battaglia per la purezza della lingua croata, Franjo Tudjman comincia a costruire la sua fortuna politica).

Intanto la sovrapposizione delle decisioni locali di erogazione a quelle a livello politico centrale provoca nel decennio seguente un aumento della spesa  complessiva (nel 1986 il debito interno era di 12-14 mld di $),  un forte indebitamento con l’estero (dai 6 mld di $ del 1976 ai 21 mld di $ del 1988), svalutazione monetaria e stagflazione (l’inflazione passa dal 39 % del 1981 al 168 % del 1987) : l’impoverimento sociale che ne consegue (la quota dei consumi diffusi sul prodotto sociale scende dal 53,7 % del 1978 al 48,5 % del 1985, mentre in quest’ultimo anno ciascun addetto riceve sostanzialmente il 30-40 % in meno di quanto ricevesse nel 1979)  porta alla perdita di legittimità delle istituzioni centrali federali verso le quali vengono convogliate, da parte dei  burocrati locali in ascesa, le proteste popolari.

Le premesse per la rottura di circuiti fiscali e di redistribuzione e per la successiva deflagrazione erano così poste. Ma la causa efficiente di tali eventi deve essere cercata nel contesto internazionale e nei processi che lo caratterizzano : già la nascita del Mercato Comune Europeo era ben analizzata da studiosi marxisti come un momento della internazionalizzazione del capitale e della sua concentrazione su scala sovranazionale, con l’abbattimento correlato di settori a bassa produttività sinora protetti da barriere doganali. Questo processo era fortemente collegato con il riavvio dell’economia capitalistica tedesca la quale alla fine ha vinto quella guerra che aveva perso sul terreno militare (si vedano a tal proposito le tesi di Hoshea Jaffe, e l’invettiva di Michael Lichtwark al Forum  mondiale dei comunisti tenutosi a Roma l’1-2 Luglio del 1995).

L’accelerazione vorticosa dell’unificazione delle Germanie costringe ad una speculare accelerazione anche il processo di unificazione europeo (dove andrebbe l’Europa senza la Germania ?). Si costituisce una sorta di polo di attrazione geopolitico e geoeconomico che ridisegna tutta la cartina europea, tutte le divisioni tra ed all’interno degli Stati-nazione : l’Europa dalla divisione in due blocchi si struttura secondo un modello centro/ semiperiferia / periferia.

Tale processo causato, come abbiamo detto, dall’esigenza di accumulo del capitale a livello sovranazionale, provoca una serie di destabilizzazioni geopolitiche nel nostro continente. I territori più ricchi all’interno dei singoli Stati-nazione, attratti dal polo europeo ed aspirando a correre al “centro” verso una conferma ed un rafforzamento della propria egemonia economica, si torcono le mani per il fatto di dover sopportare la zavorra costituita dalle parti meno sviluppate dei loro rispettivi paesi (un esponente della corrente nazionalista del Forum praghese, Ludvik Vakulik ad es. nel 1990 afferma che se Praga abbandonasse gli Slovacchi scaricherebbe “un grande peso economico”), ed alla fine scalpitano per liberarsi di queste zavorre per volare, liberi, verso l’Europa (naturalmente il rapporto con le rispettive periferie verrà rinegoziato da posizioni di maggior forza quando il processo si sarà in qualche modo consolidato).

Gli effetti di questi processi in tutt’Europa ? A livello sovrastrutturale e di costume vediamo la rivalutazione della lingua catalana, il neo-giuramento di Pontida, la Madonna di Medjugorie (molti cattolici croati appoggeranno poi non a caso Tudjman), la letteratura mitteleuropea, il revival dei Celti, la paura del fondamentalismo islamico (su questa forma di razzismo si vedano  gli studi di Maxime Rodinson prima e di Etienne Balibar poi) ed altre sciocchezze.

A livello invece di storia concreta, le Repubbliche baltiche nel 1991 si separano dall’Urss iniziandone il processo di disgregazione, Repubblica Ceca e Slovacchia si separano (per fortuna consensualmente) nel 1993, nasce la Lega Lombarda (poi Lega Nord) in Italia , ed in Jugoslavia Slovenia e Croazia nel 1991 si ritirano dalla federazione dando inizio a quella che Nicole Janigro ha definito “l’esplosione delle nazioni”. Attenzione a non farsi ingannare dalle cadenze politiche di questi processi : si potrebbe credere che l’innesco di essi sia causato dalla parte economicamente debole dello Stato-nazione considerato (si pensi al nazionalismo serbo ed all’istanza di separazione da parte slovacca nel caso sopracitato). Se però si studiano con attenzione le tabelle economiche, gli indicatori sociali, gli umori dell’opinione pubblica, i processi di liberalizzazione economica degli anni precedenti gli atti politici considerati, si vede chiaramente che la separazione era già in corso ( soprattutto se risultano allentati i circuiti fiscali di redistribuzione che sono l’ossatura dello Stato-nazione ) e che la revanche nazionalistica o etnica della parte debole è solo la febbre politicista e spesso militarista conseguente ad una patologia sociale in stato già avanzato e che serve alla fine solo all’individuazione di capri espiatori : il bombardamento di Belgrado è in tal senso un’amara lezione.           




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