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9 marzo 2008

L'ideologia dello sviluppo

 

Fra le nozioni politico-giuridiche prive di un significato preciso ma cariche di connotazioni acriticamente positive quella di sviluppo merita anch'essa di essere «destrutturata» . A fianco della nozione di rule of law (il manifesto del 26 gennaio) e di quella di «alternativa armonica alla conflittualità» (il manifesto dell'8 febbraio) essa occupa un posto importante nella costruzione di un apparato ideologico a supporto del capitalismo globale. Le variazioni che rendono vaga questa nozione sono storiche e geografiche e si possono ben seguire attraverso le trasformazioni dell' istituzione finanziaria internazionale che fa dello sviluppo la propria ragione sociale: il gruppo Banca Mondiale.
Nel 1944, nel quadro degli accordi di Bretton Woods, attraverso i quali le potenze alleate, dando seguito all' illuminata e poi tradita insistenza di Lord John M. Keynes, si misero alla ricerca di formule di governance per stabilizzare il mondo che sarebbe uscito dalla imminente vittoria della seconda guerra mondiale, venne istituita la International Bank of Reconstruction and Development (Ibrd) prima istituzione del gruppo Banca Mondiale, recante la denominazione sviluppo nella sua stessa ragione sociale.
Gli accordi di Bretton Woods, che oltre alla Banca diedero vita pure al Fondo Monetario Internazionale (istituzione sponsor dello sviluppo anche dei paesi già sviluppati), si svolsero in un clima di forte tensione rispetto al blocco sovietico con il quale gli Anglo-americani, pur alleati, avevano già iniziato la dissennata competizione che spiega, ben più di quanto non voglia ammettere la storiografia ufficiale, anche la bomba di Hiroshima.
Obiettivo bipartisan
Lo sviluppo qualifica il nome anche della seconda istituzione del gruppo, quella International Development Association (Ida) che dal 1980, proprio all' inizio del decennio che doveva «concludere» la guerra fredda, si occupa di imprestare soldi ai poorest countries, i più poveri fra i poveri. Con questo «strumento», la Banca mondiale lavora alla costruzione di quel consenso dei subalterni che Antonio Gramsci definisce cruciale per qualsiasi progetto di egemonia. Allo stesso modo diviene istituzionalizzata la «logica» reaganiana e tatcheriana per cui la solidarietà va circoscritta il più possibile.
Per tutta la fase successiva la decolonizzazione, sicuramente una delle conseguenze più desiderabili della guerra fredda e della contrapposizione fra blocchi, la promessa di sviluppo venne utilizzata su entrambi i fronti per esercitare rinnovata influenza sui nuovi stati indipendenti entrati nel consesso delle nazioni sovrane. Per paesi disperatamente poveri, lasciati in miseria dal ritiro del colonizzatore (i francesi portarono letteralmente via dagli uffici pubblici dell'ex-colonie perfino le lampadine della luce) non restava che bussare alla porta delle istituzioni finanziarie internazionali per ottenere la liquidità indispensabile per non collassare immediatamente. Così, la Banca Mondiale, con i suoi tassi di interesse inferiori rispetto a quelli delle banche private, godette per diverso tempo di scintillante prestigio. Il numero dei paesi membri crebbe progressivamente fino agli attuali 185, e la promessa dello sviluppo mantenne un ruolo fondamentale anche nella politica delle nuove leadership post-coloniali, tanto quelle cleptocratiche quanto quelle «rispettabili». Lo sviluppo divenne un'idea «bipartisan» nel senso più profondo det termine, tentando perfino leaders non allineati del prestigio di Nehru in India, di Nyerere in Tanzania, oltre naturalmente a Fidel Castro e Che Guevara.
Non fu necessario molto tempo perché i paesi poveri si rendessero conto di essere finiti nelle mani degli usurai. Il doppio shock petrolifero degli anni Settanta riempì le casse delle banche private di spaventosi quantitativi di petrodollari che vennero profferti alle élites più corrotte a tassi di interesse relativamente bassi, portando i paesi poveri ad indebitarsi sempre di più per finanziare importazioni di beni di lusso e i folli tenori di vita delle classi dirigenti urbanizzate. La cresicta dei prezzi delle materie prime, prodotte in gran parte nei paesi poveri, contribuì per un certo periodo a illudere che lo sviluppo fosse a portata di mano, illusione da cui ci si svegliò bruscamente. Siamo ormai in pieni anni Ottanta quando, soprattutto a fronte al repentino crollo dei prezzi internazionali dei prodotti agricoli, drogati dai sussidi americani ed europei - il latte, il cotone e i cereali, che possono godere di sussidi ben supperiori al 100% - e alla brusca crescita dei tassi dovuta ai rischi di default, ci si accorse che l' indebitamento era divenuto insostenibile.
Le istituzioni di Bretton Woods a quel punto mostrarono la spietata realtà capitalistica di uno Shylock nascosto dietro la maschera di organizzazioni internazionali tanto prestigiose da essere strutturalmente collegate alle Nazioni Unite. In verità, al di là dell'apparenza pubblicistica, tanto la Banca mondiale quanto il Fondo monetario internazionale hanno la stuttura istituzionale di una corporation privata, dove comanda chi ha investito più soldi. Ne segue che, a dispetto dei numerosi stati membri, le redini del comando sono saldamente nelle mani degli Stati Uniti e dei paesi «già sviluppati». I paesi indebitati, proprio come un'azienda che per evitare il fallimento si sottopone ad amministrazione controllata, furono costretti così a consegnare la propria sovranità politica a chi poteva prestar loro i fiumi di denaro necessari adesso per ripagare l' interesse sul debito. Vennero in questa fase elaborati i cosdiddetti Structural Adjustment Plans (Sap, i piani di aggiustamento strutturale) alla cui adozione venne condizionato ogni ulteriore finanziamento tanto da parte della Banca Mondiale quanto del Fondo Monetario Internazionale.
Il mercato della solidarietà
I piani erano semplici e universali, sposando la retorica reaganiana per cui se vedi un uomo che ha fame non gli regali un pesce ma gli insegni a pescare, affittandogli però la canna. Non a caso essi consistevano nella ricetta fondamentale della privatizzazione dell' intero settore pubblico (che poteva così essere comprato a prezzo di realizzo dalle corporations globali). L'aggiustamento strutturale dell' economia consiste infatti della simultanea introduzione dei seguenti punti: lasciare che siano i mercati a determinare liberamente i prezzi, riducendo od eliminando ogni controllo statale; trasferire al settore privato le risorse detenute dallo Stato; ridurre il budget dello Stato il più possibile; riformare la burocrazia in modo da facilitare lo sviluppo del settore privato.
Questi quattro punti fondamentali vengono dettagliati nei contratti di finanziamento condizionati all' aggiustamento strutturale attraverso una serie di prescrizioni di dettaglio che i paesi assistiti devono «implementare» per legge: l'abolizione dei minimi salariali; l'abolizione dei sussidi per il cibo; l'abolizione dei programmi di riduzione del costo degli affitti per le abitazioni; la riduzione degli standard di sicurezza sul lavoro e degli standard ambientali; l'obbligo di appaltare i pubblici servizi al settore privato (trasporti, istruzione, sanità, pensioni).
Naturalmente, un tale assalto alla sovranità politica e giuridica degli Stati membri non sarebbe stato possibile senza il radicale processo globale di «depoliticizzazione» del diritto, coinciso con la fine della guerra fredda. Infatti, per tutto il periodo compreso fra Yalta e la caduta del Muro di Berlino, l'intervento politico e giuridico da parte della Banca e del Fondo era tabù proprio per non creare squilibri fra i blocchi (ed è a tutt'oggi espressamente vietato dall' articolo IV, sezione 10 dell'« Accordo istitutivo» della Ibrd: political activity prohibited). Soltanto sul finire degli anni Ottanta, e poi con aggressività crescente fino ad oggi, la Banca e Fondo sono divenuti attori giuridici (e quindi politici) della globalizzazione. La Banca mondiale (ed il Fondo monetario internazionale per le semiperiferie già svilupate come l'Italia) non soltanto vincola contrattualmente gli Stati agli aggiustamenti strutturali ma sponsorizza studi, congressi, progetti, centri di ricerca, partecipando così alla produzione dell'ideologia oggi dominante. Si «naturalizza», cioè, l'abdicazione della sovranità politica da parte dei paesi indebitati al fine ostentato della ristrutturazione dell' economia e a quello reale del suo saccheggio da parte delle onnipotenti corporations.
Come ben sa chiunque non voglia nascondere la testa nella sabbia, le ricette neoliberiste così elaborate e applicate, ed in particolare le privatizzazioni, hanno prodotto e stanno producendo ovunque (anche nella semiperiferia italiana) disastri sociali terribili, colpendo spietatamente i più deboli e producendo la conseguente crescita di apparati repressivi, a loro volta spesso privatizzati, per soffocare ogni anelito di rivolta e ogni tentativo di emancipazione.
A fronte della protesta dilagante un po' ovunque nei confronti dell' aggiustamento strutturale, la Banca Mondiale ha riproposto la vecchia, mai sopita e ben sperimentata ideologia dello sviluppo, arricchendo il termine della locuzione sustainable o equitable. I «Piani di aggiustamento strutturale» sono cosìdiventati, successivamene alle proteste di Seattle, Comprehensive Development Frameworks. Non è tuttavia minimamente mutata la visione semplicistica di un progresso unilineare, necessario, fondato su una giuridicità tecnocratica, il cui impatto è misurabile in termini di crescita del prodotto interno lordo.
Nei contesti subalterni l'ideologia dello sviluppo, che tanto sembra contagiare i discorsi dei nostri acclamati tecnocrati (è dei giorni scorsi la perorazione a favore di un rilancio delle privatizzazione declamata da Mario Draghi in nome dello sviluppo) e convincere la più gran parte della nostra accademia provinciale e carrierista, comincia ad essere squarciata dai primi sintomi di una rinnovata presa di coscienza globale.
Nelle parole dello studioso africano Vincent Tucker: «Lo sviluppo è un processo attraverso il quale altri popoli sono dominati ed i loro destini sono tracciati secondo una percezione del mondo che è essenzialmente occidentale. Il discorso sullo sviluppo è parte di un progetto imperiale tramite il quale le persone sono dominate e mercificate. Si tratta di parte essenziale di un processo attraverso cui i paesi "sviluppati" gestiscono, controllano e perfino creano il Terzo mondo, economicamente, politicamente, sociologicamente e culturalmente. è un progetto attraverso cui le vite di certe persone, i loro piani, le loro speranze e la loro immaginazione sono modellati da altri che frequentemente non ne condividono lo stile di vita, le speranze ed i valori. La reale natura di questo processo è celata da una ideologia che presenta lo sviluppo come qualcosa di desiderabile, un destino umano necessario».
Un mostro senza controllo
Come Frankestein che sfugge dal controllo del suo inventore, la retorica dello sviluppo non aliena oggi soltanto i paesi «sottosviluppati» ma anche noi stessi. Trasformato in un fedele ideologo della logica predatoria della privatizzazione, e quindi poderosamente sponsorizzato dai poteri forti e dai loro lacché politici e mediatici, lo sviluppo è oggi una mera propaganda. In nome suo trionfano l'hubris della Torre di Babele, un delirio di onnipotenza, un trionfo della quantità sulla qualità, una psicosi per cui il risparmio di mezz'ora su una tratta ferroviaria giustifica ogni scempio ambientale. La retorica dello sviluppo ci trascina, accecati, in una corsa in cui la soddisfazione di brevissimo periodo del privato che trionfa nella competizione per la dissipazione delle risorse naturali non viene vista come portatrice di distruzione e spreco ma come una crescita desiderabile, necessaria, infinita.
Occorre allora un programma capace di recuperare il pubblico, la sovranità politica, la messa in comune di speranze e risorse, la qualità della vita rispetto alla quantità economica della ricchezza materiale. (Un primo tentativo si trova in www.nuvole.it). Se non riusciremo tutti insieme a crearlo, e continueremo a vivere rassicurati dalle formule astratte ripetute dai riformisti più in voga, ci sveglieremo assai presto realizzando che nel sottosviluppo ci siamo sprofondati noi oggi e qui.

(Ugo Mattei)


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