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30 luglio 2010

Colletti (prima della cura) : Crisi e teoria del valore

 

Senza Marx e senza il movimento che da lui si è generato, non sarebbe stato possibile alcuna discussione sul destino del capitalismo.

Ciò non significa che prima di Marx nessuno abbia mai ipotizzato l’eventualità della fine del capitalismo : a parte i meriti di Sismondi per quanto riguarda la natura storica del capitalismo stesso, vanno ricordate le previsioni di Smith sul futuro declino del saggio di profitto o la legge dei rendimenti decrescenti delle terre di Ricardo. Però Marx ha prospettato la fine del capitalismo come il passaggio storico ad una nuova forma di società. Mentre a Wall Street la fine del capitalismo è concepibile come simile ad un tragico evento naturale, per il marxismo il carattere storico e transitorio del capitalismo è la premessa basilare per prospettare il passaggio ad una forma superiore di società.

Infatti il primo anticapitalismo fu una condanna morale del regime esistente, ma non una previsione basata sull’analisi e la ricostruzione del meccanismo dell’accumulazione capitalistica. Marx unisce due diverse prospettive : la prospettiva rivoluzionaria di chi intende rovesciare la società borghese per ristabilire su nuove basi i rapporti sociali e la prospettiva scientifica di chi vuole ricostruire il modo in cui il sistema funziona e si sviluppa. La prospettiva rivoluzionaria diventa in Marx conseguenza dell’analisi scientifica. Mentre il socialismo utopistico opponeva al capitalismo un punto di vista astrattamente soggettivo dove le soluzioni dei problemi sociali dovevano uscire dal singolo cervello umano al quale la società non offriva che inconvenienti : eliminarli era compito della ragione pensante. L’immaturità di questo primo socialismo era un prodotto della situazione oggettiva : la produzione capitalistica era così poco sviluppata da non rendere visibili al proprio interno gli elementi di una società nuova. Marx invece pensa che nel suo concreto momento storico i mezzi per operare il superamento del modo di produzione attuale dovevano essere presenti negli stessi rapporti di produzione. Lo sviluppo della formazione economica della società viene concepito come un processo di storia naturale dove il singolo non può essere considerato responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente un prodotto, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.

Il segno più evidente di tale sviluppo teorico è il modo nuovo con cui si affronta il problema dello sfruttamento : la produzione del plusvalore è perfettamente compatibile con la legge dello scambio delle merci in base ad equivalenza. Il fatto che un lavoratore crei un valore superiore al proprio valore giornaliero è una fortuna per il compratore della merce-lavoro, ma non è un ingiustizia verso il venditore. Il capitalista è un funzionario necessario della produzione in quanto non ruba, ma estorce la produzione del plusvalore e aiuta a creare ciò che poi viene detratto. Il capitalista appena ha pagato all’operaio l’effettivo valore della sua forza-lavoro si appropria del plusvalore con pieno diritto, cioè con il diritto che corrisponde a questo modo di produzione. Il plusvalore è elemento propulsore dell’accumulazione capitalistica e da esso si vedono discendere tutte le altre categorie (profitto, rendita, interesse). L’antitesi alla società borghese non è un ideale esterno a questa società, ma è scoperta all’interno di essa : si tratta della contraddizione tra capitale e lavoro salariato e poiché quest’ultimo è una parte del capitale stesso (capitale variabile o fondo salari), la contraddizione tra di essi è una contraddizione interna al capitale stesso, al meccanismo dell’accumulazione capitalistica.

Mentre però agli utopisti Marx risponde da economista, agli economisti classici egli risponde come critico dell’economia politica : mentre agli utopisti egli oppone la storia e lo stato di cose presente, agli economisti egli oppone la possibilità di altri tipi di società per evitare che essi rimangano immersi nella produzione borghese come se questa fosse la produzione in sé. Questi ultimi considerano la produzione di merci come la forma universale e necessaria della produzione in ogni possibile società e che il prodotto del lavoro abbia sempre la forma di merce. Di conseguenza i problemi dell’economia assumono carattere solo quantitativo in quanto la forma di merce è in trascendibile : si indaga solo il valore di scambio e non il rapporto sociale che si cela in esso. Invece con Marx la produzione di merci diventa solo una delle possibili forme della vita economica e quindi si può e deve tentare di guardare i rapporti sociali sottostanti alla forma di merce ed allo scambio. 



Da ciò deriva anche che la teoria del valore in Marx è anche teoria del feticismo delle merci e del capitale, teoria che mette a nudo il carattere di realtà stravolta del sistema sociale esistente, dove i rapporti umani si presentano come rapporti tra cose e queste ultime invece appaiono dotate di qualità sociali. In questo modo la prospettiva scientifica si rovescia nel progetto rivoluzionario : non basta comprendere e spiegare la produzione di merci, ma si tratta di abolirla rovesciando le condizioni materiali e sociali all’interno delle quali si produce l’inversione feticistica. Non si tratta solo di raddrizzare l’interpretazione che della realtà hanno dato gli economisti classici, ma si tratta di raddrizzare questa stessa realtà, in quanto la mistificazione è generata e prodotta continuamente dai processi oggettivi della produzione capitalistica stessa. Non sono Smith e Ricardo che operano l’inversione in base alla quale il lavoro salariato viene a dipendere dal capitale, ma questa inversione è scritta nel meccanismo stesso della produzione capitalistica. La vera scienza non è l’economia politica, ma la rivoluzione : il solo trattato che può enunciare l’assioma per cui il lavoro deve disporre del capitale è la socializzazione dei mezzi di produzione. Dal fondo della scienza riemerge tutta intera l’utopia, ma il prezzo di rinunciare a questa utopia è di aderire all’altra utopia della perennità del capitalismo. La negazione del modo di produzione capitalistico non è più un criterio soggettivo esterno, ma un fattore reale interno al capitalismo stesso : la classe operaia che produce i propri mezzi di sussistenza e il plusvalore e fornisce con il suo lavoro i redditi di tutte le classi fondamentali della società, ma contraddittoriamente essa è subordinata al capitale e figura, in quanto salario, come parte di quel capitale che è invece il suo prodotto. Se la classe operaia arriva ad organizzarsi e matura la coscienza di essere antagonista a questo sistema, essa è la negazione non soggettiva ma reale che può capovolgere l’intera società.

 Alle due diverse prospettive delineate corrispondono anche due diverse accezioni della teoria del valore : la prima è quella per cui la legge del valore si presenta come un principio regolatore che permette di spiegare il funzionamento interno del sistema. In questo ambito solo la legge dei prezzi può svolgere la funzione di regolare la complessità dei rapporti proporzionali indispensabili in un sistema di produzione per quanto anarchico esso sia. È la legge dei prezzi che svolge questa funzione, giacchè sono proprio i prezzi che regolano la produzione capitalistica e sono le loro variazioni a determinare l’espansione o la limitazione della produzione, oppure l’avvio di una nuova produzione (Hilferding). Anche Sweezy osserva che la legge del valore è essenzialmente una teoria di equilibrio generale e una delle sue principali funzioni è di porre in chiaro che in una società produttrice di merci (nonostante manchi una formazione centralizzata e coordinata delle scelte) esiste un ordine e non il caos. Nessuno ha il potere di decidere come deve essere distribuita la forza produttiva, eppure tale problema trova una sua soluzione e non in maniera incomprensibile, grazie alla legge del valore. Secondo Dobb con Smith e Ricardo l’economia politica ha creato un principio quantitativo di unificazione e cioè la legge del valore, che l’ha messa in condizione di formulare postulati in termini di equilibrio generale del sistema economico. La teoria del valore è il filo rosso che c fa intendere come tutto ciò che nel sistema sembri a prima vista irrazionale e fortuito, sia invece regolato e dominato da una interna razionalità, nel processo che porta dal valore ai prezzi di produzione fino ai prezzi di mercato, e dal plusvalore al profitto fino al pareggiamento dei profitti tramite la concorrenza. In economia come in fisica le leggi sono processi materiali oggettivi, tendenze operanti ed effettuantesi con necessità bronzea. La scienza economica è in un rapporto positivo con il suo oggetto, il quale non è qualificato come una realtà rovesciata e perciò da negare, quanto una realtà che funziona e di cui bisogna spiegare appunto il funzionamento.

L’altra accezione in cui compare la legge del valore è la teoria del feticismo, per la quale il carattere oggettivo e naturalistico delle leggi della produzione delle merci, proprio perché indipendenti dai soggetti che sono in relazione tra loro, sono la proiezione feticistica dei rapporti sociali stessi che operano sfuggendo al controllo degli uomini. Più le leggi del mercato sono autonome dai soggetti, più il mondo sembra essere imprevedibile come un terremoto, ma non perché il mercato sia una realtà naturale, ma perché questo ordine sociale rende i rapporti tra gli uomini come se fossero rapporti tra cose.

Nel primo caso la legge del valore è una teoria di equilibrio generale che serve a spiegare il funzionamento del sistema, nel secondo caso è una teoria che spiega perché il sistema non può funzionare e perché deve essere sovvertito. Nel primo caso la legge esprime la razionalità automatica del sistema, mentre nel secondo caso essa esprime la contraddizione fondamentale per cui il lavoro che è la fonte del capitale risulta alla fine dominato dal proprio prodotto. Essa contiene infine palesemente l’indicazione che l’unica forza che può rovesciare il sistema non è un fattore meccanico, ma la capacità del proletariato di trasformarsi da elemento subordinato ed interno al sistema in agente soggettivo e politico esterno ad esso ed antitetico a tutto il sistema.


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