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7 agosto 2010

Tommaso di Francesco : “Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015”

 (Articolo del 2003, ma ancora attuale)

In una realtà dominata dalla “verità televisiva”, il potere nucleare non si vede, sta bunkerizzato nel sottosuolo, o in orbita o sotto i mari. Eppure è il potere che può cancellare l'umanità dalla faccia della terra. A riaccendere i riflettori su di esso è il libro di Manlio Dinucci Il potere nucleare - Storia di una follia, da Hiroshima al 2015, con prefazione di Giulietto Chiesa (Fazi Editore, pp. 243, euro 12,50).
A distrarre dalla concretezza del pericolo atomico – premette l’introduzione – sono le “armi di distrazione di massa” usate ogni giorno nel bombardamento mediatico dei cervelli. Tra queste, la campagna che dagli Stati uniti è arrivata in Europa secondo la quale, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la fine dell'Unione sovietica nel 1991, era finalmente "scoppiata la pace" per il genere umano. Genere umano o America? Viene da pensare alle parole del 1996 di Bill Clinton nella vittoriosa campagna elettorale per la rielezione: "Abbiamo vinto la guerra fredda, non c'è più un missile nucleare puntato su una città americana, su una famiglia americana, su un bambino americano". Ma, ricorda Manlio Dinucci, a contribuire alla sottovalutazione del pericolo della "bomba", particolarmente tra i nuovi movimenti e nella sini-stra, è oggi anche la teoria, esposta in Impero da Michael Hardt e Antonio Negri, secondo la quale ormai "né gli Stati uniti, né alcuno Stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista", così che "la storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà siamo entrati nell'era dei conflitti interni e minori": di conseguenza "la guerra nucleare tra Stati sovrani è un'eventualità inconcepibile", dato che "la minaccia suprema della bomba ha ridotto qualsiasi guerra ad un conflitto limitato, a una infinita guerra civile, a una guerra sporca ecc.". Anche così si è continuato a diffondere l'illusione che ormai la minaccia di guerra nucleare sia scomparsa e che, quindi, non sia necessario mobilitarsi per scongiurarla. 



Completamente diversa e fondata la tesi del libro di Dinucci, che rappresenta – quanto a ricchezza di materiali e fonti – il primo documento ragionato della storia del nucleare militare e insieme l'aggiornamento dei dati che riguardano questo pericolo nelle crisi del presente. Esso ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, ponendola sullo sfondo degli eventi che segnano il passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, soprattutto di quelli che precedono e seguono l’11 settembre, poiché è attraverso tali eventi, in cui il governo statunitense svolge un ruolo fondamentale, che si rilancia la corsa agli armamenti nucleari e cresce di conseguenza la possibilità di una guerra nucleare.
"È questo – scrive Giulietto Chiesa nella prefazione – un libro prezioso sotto molti aspetti, ma soprattutto perché, attraverso un’analisi precisa, puntuale, esauriente, ci racconta la struttura, le coordinate, i postulati del pensiero geopolitico (e implicitamente ci descrive la statura politica, culturale e morale) degli occupanti del “ponte di comando” dell’Impero. Tutto ciò va ben oltre il riesame organico e complessivo dello “stato dell’arte” in materia di armi atomiche e di strategie nu-cleari, che pure è l’asse centrale del lavoro. [...] Questa offensiva planetaria dell’Impero è cominciata prima dell’11 settembre. Molto prima. I materiali raccolti in questo lavoro lo documentano in modo impressionante e, io credo, definitivo".
Quel che è accaduto, nel passaggio dall'epoca della guerra fredda al dopo guerra fredda, e dall'11 settembre a oggi, ci dice che – terminato il periodo della corsa agli armamenti tra i due blocchi contrapposti, nel quale proprio l'equilibrio del terrore nucleare impediva o allontanava di fatto la possibilità di una deflagrazione reale – si è passati alla fase in cui gli Stati uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sul pianeta, non hanno eliminato né ridotto come avrebbero dovuto il proprio arsenale nucleare, ma lo hanno ristrutturato per le nuove esigenze. Contemporaneamente, vista la fine dell’"impero del male", hanno azzerato o rimodellato i trattati. Parte integrante di questa strategia sono state la prima guerra del Golfo e quella contro la Jugoslava, conflitti in cui l'uranio, anche se impoverito, è tornato di scena. Per arrivare alla "guerra preventiva" e infinita, prima afghana e poi, per la seconda volta, irachena nelle quali la supremazia del potenziale militare e la "necessità" di un suo uso sempre più distruttivo e penetrante hanno riportato d'attualità la nuova tecnologia delle "piccole" bombe atomiche. Soprattutto dopo che nel Senato Usa la lobby del Pentagono ha cancellato il 20 maggio del 2003 la legge Spratt-Furse che proibiva la ricerca e lo sviluppo di armi nucleari di bassa potenza. "Siamo di fronte ad una seconda era nucleare" titolava il New York Times alla vigilia della conferenza tenuta nel Comando strategico Usa il 6 agosto 2003, sotto la supervisione del consigliere alla sicurezza Condoleezza Rice, allo scopo di mettere a punto una "nuova generazione di armi nucleari di bassa potenza".
Ricorda Dinucci: "Il Doomsday Clock – l'orologio dell'autorevole rivista americana Bullettin of the Atomic Scientists che dal 1947 mostra, in base alla situazione internazionale a quanti minuti siamo dall'apocalittica mezzanotte della guerra nucleare – nel 1980 indicava 7 minuti a mezzanotte, con la fine della Guerra fredda, nel 1991, la lancetta è tornata indietro a mezzanotte meno 17. Dopo, contrariamente a quanto ci si aspettava, ha ripreso ad andare avanti: 14 minuti a mezzanotte nel 1995, 9 nel 1998, 7 nel 2002: la stessa del 1980".
E così Hiroshima e Nagasaki non sono il nostro passato, ma il nostro futuro, e quella che fu l'iconografia del dottor Stranamore di Kubrick sembra moltiplicarsi di fronte al disordine mondiale che è sotto i nostri occhi. Visto anche il fatto che l'attuale presidente statunitense Bush, ben prima dell'11 settembre, ha cancellato tutti i trattati internazionali che impedivano la proliferazione di armi nucleari "tattiche"; che i centri di potere nucleari dal 1945 in poi e per effetto di quell'orrore si sono decuplicati, fino all'emergere di nuove potenze nucle-ari più o meno nascoste – vedi Israele che tiene in scacco le capitali del Medio Oriente con i propri missili nucleari puntati, ma tutti fanno finta di nulla. E visto soprattutto il fatto che dopo l'ancora sconosciuta dinamica terroristica dell'11 settembre – che sembra arrivata proprio a giustificare l'aggressività e la legittimità di un nuovo dominio imperiale del mondo – la teoria e la pratica della guerra infinita prevede il first strike sferrato anche con armi nucleari e solo di fronte ad una minaccia alla sicurezza americana. Questo sta scritto nel documento del Pentagono Nuclear Posture Review Report del gennaio 2002, e questo viene praticato dai comandi strategici Usa, con l'obiettivo dichiarato di proteggere gli interessi strategici degli Stati uniti, a partire dalle fonti petrolifere de-cisive, e gli alleati, anche per "ridurre il loro stimolo a dotarsi di armi nucleari" (sic).
Tutto, nel libro Il potere nucleare, è documentato. Con u-n'attenzione anche all'immateriale presente nella "bomba", che nelle parole del presidente Truman, il 7 agosto 1945, il giorno dopo Hiroshima e il giorno prima del massacro di Nagasaki, è "la forza da cui il sole trae la sua energia"; che, nel lessico dei documenti attuali del Pentagono, diventa l’arma dotata di "proprietà uniche", la quale permette agli Stati uniti di "esporre a rischio una serie di bersagli che sono importanti per il conseguimento degli obiettivi strategici e politici". Così il nucleare militare disegna la nuovissima strategia americana, ossessionata dall'emergente dinamismo economico, politico e militare dell'Asia, in particolare della Cina, unica vera pericolosa bipolarità potenziale, economica e militare, come sottolinea il documento Global Trend 2015 (Tendenze globali al 2015), scritto dal National Intelligence Council americano e diffuso nel dicembre del 2000. Dopo l'11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan, con il conseguente inse-diamento di Hamid Karzai a Kabul, porta le truppe americane a controllare non solo le linee strategiche degli oleodotti dell'area, ma ad insediare basi militari in tutte le ex repubbliche asiatiche dell'Urss, in Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan. Ciò provoca perfino un riposizionamento delle forze nucleari russe. Allo stesso modo, la guerra disastrosa e a tutti i costi all'Iraq ha prodotto l'effetto, tutt'altro che collaterale, che oggi ogni paese in crisi aperta con gli Stati Uniti – Corea del Nord e Iran in primis – preferisce averle “davvero” le armi nucleari e di distruzione di massa.
Scrive Dinucci: "Stracciati i trattati che costituivano l’indispensabile base di un processo di disarmo, smantellati i pilastri del diritto internazionale, affossata l’autorità delle Nazioni unite, iniziata la conquista territoriale attraverso l’occupazione prima dell’Afghanistan e quindi dell’Iraq, varata la strategia della guerra “preventiva” contro chiunque possa mettere in discussione la supremazia statunitense, este-si i preparativi di guerra nucleare dalla terra allo spazio, l’amministrazione Bush ha ormai aperto tutti i possibili scenari. Si è creata, per un effetto domino, una situazione internazionale caratterizzata da crescente instabilità e imprevedi-bilità, nella quale l’unica certezza è quella dei rapporti di forza. Dal pericoloso “equilibrio del terrore”, instauratosi all’epoca del confronto tra le due superpotenze, si sta così passando a un ancora più pericoloso “squilibrio del terrore”, originato dal tentativo dell’unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. Si svolge così, sotto la cappa del segreto militare, la nuova corsa agli armamenti che rende il rischio di guerra nucleare molto più reale di quanto fosse nel periodo della guerra fredda".
Tale crescente pericolo, sottolinea l’autore, non è percepito neppure dai movimenti per la pace, che, anche nei momenti di più forte mobilitazione contro le guerre, perdono quasi sempre di vista il fatto che le armi nucleari, grazie alle loro "proprietà uniche", vi svolgono comunque un ruolo impor-tante e che tali conflitti preparano il terreno a un loro futuro uso. Occorre, in tale situazione, rilanciare il movimento anti-nucleare, con l’obiettivo della completa messa al bando delle armi nucleari. Un compito non facile, ma irrinunciabile. A tal fine occorre anzitutto diffondere le informazioni necessarie a comprendere che, con la nuova e ancora più pericolosa corsa agli armamenti nucleari, è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Occorre allo stesso tempo far leva sull’aspirazione alla democrazia reale, alla giustizia sociale, che si fa sentire ovunque in modo sempre più forte.
Il potere nucleare, quintessenza del potere verticistico politico e mili-tare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più ele-mentari diritti umani. È il potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi, che brucia enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole ai bi-sogni fondamentali dell’umanità e accrescendo così gli squi-libri socioeconomici e ambientali su scala globale. La lotta contro questo potere, conclude Dinucci, è la via obbligata attraverso cui passa ogni scelta per l’avvenire.


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