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8 marzo 2009

Andrea Catone : Georges Labica e la capacità di ripartire dalle sconfitte

 

Georges Labica (nato a Tolone nel 1930 e scomparso giovedì scorso), entrato come assistente di ruolo di Filosofia all'Università Paris X-Nanterre nel 1968 - come egli ricorda 40 anni dopo, in una recentissima ricostruzione critica del maggio francese e del movimento che ad esso seguì, di cui fu «testimone e attore fino alla fine degli anni 70» (Le carrefour de mai 68) - prima ancora che l'importante professore emerito, il Direttore onorario al Centro Nazionale della Ricerca scientifica, il professore onorario dell'Università del Popolo di Pechino, e l'autore di numerosi libri e saggi di marxismo e filosofia politica (tra cui, scritto con Bensussan, il prezioso Dizionario critico del marxismo , I edizione 1982), è stato, fino a quando le forze lo hanno sostenuto, un intellettuale marxista militante. Un comunista critico e controcorrente, l'antimperialista engagé e appassionato, che non ha mai perso la capacità di indignarsi - a differenza di accademici tartufi - dinnanzi all'oppressione dei popoli, difendendo a viso aperto il loro diritto alla resistenza, alla lotta, all'«l'uso della violenza emancipatrice ogniqualvolta sia necessario».



Ancora a metà ottobre dello scorso anno è a Caracas, nella capitale della "rivoluzione bolivariana", per una conferenza dal titolo anomalo e provocatorio, "La transizione al socialismo in Europa e negli Stati Uniti". E' la riflessione sulla grande crisi strutturale del capitalismo mondializzato che si manifesta all'inizio di autunno col fallimento delle banche e lo scoppio di una immensa bolla finanziaria legata ai mutui subprime, dinnanzi alla quale va in pezzi l'ideologia neoliberista che dal crollo dell'Urss era divenuta pensiero unico: i media ritornano a parlare di intervento dello stato e nazionalizzazioni. Qui riannoda i fili di una riflessione ininterrotta, mai appagata e mai banale, sui caratteri del mondo contemporaneo, su quella totalità del mondo capitalista che non si limita ai soli rapporti economici, ma si istalla pervasivamente nella vita quotidiana, occupa le menti e i cuori, si impadronisce delle parole, che non sono mai innocenti, con una violenza indicibile - interventi e riflessioni raccolte qualche anno fa in un libro politicamente scorretto sin dal titolo, Democrazia e rivoluzione (pubblicato anche in Italia dalla Città del Sole, 2007) e in Théorie de la violence (Napoli-Parigi, 2008). La specificità del capitalismo nella sua fase attuale, a differenza dell'epoca di Marx ed Engels che sottolineavano nel Manifesto , il ruolo progressista della borghesia nella liquidazione del feudalesimo e nella rivoluzione permanente dei mezzi di produzione, risiede nel suo carattere distruttivo, che non risparmia nessun ambito, il lavoro, la salute, l'ambiente, la democrazia, quello sociale, giuridico o intellettuale, e neanche il sistema finanziario, che, come vediamo ora, giunge a divorare se stesso. Tutto si svolge, ci dice Labica, come se ci fossero uomini di troppo, disoccupati, sans papiers , esclusi di ogni tipo, e anche popoli di troppo, come in Palestina o in Iraq, di cui ci si vorrebbe sbarazzare come se si trattasse di rifiuti. Lo Stato, organizzatore dell'insicurezza, ha fatto della paura, delle paure, che accompagnano le distruzioni che esso stesso provoca, uno strumento di egemonia, assicurandosi il monopolio della violenza. Guerra e terrorismo di Stato accompagnano e assecondano funzionalmente lo sfruttamento economico, portato al suo culmine, creando sempre maggiore disuguaglianza. L'imperialismo, sotto la guida degli Usa, ha mondializzato la violenza. In Europa e negli Usa c'è una situazione di "servitù volontaria" dovuta all'assenza di qualsiasi prospettiva decisamente anti-sistemica. E' la situazione più paradossale: da un lato, la crisi mette a nudo gli ingranaggi del dominio che l'hanno provocata, dall'altro, le masse continuano a subire la loro incapacità di cogliere l'opportunità offerta loro di
"cambiare il mondo". Ma, in confronto con le precedenti crisi, l'occasione è veramente eccezionale, rende visibile il responsabile in persona, il modo di produzione capitalista giunto allo stadio della globalizzazione.
Georges Labica, è stato impegnato sin dai primi anni '70 in una lettura critica e attenta dei testi marxisti da Marx ( Le marxisme d'aujourd'hui , 1973; Le statut marxiste de la philosophie , 1977; L'Oeuvre de Marx, un siècle après , 1985; Karl Marx, Les Thèses sur Feuerbach , 1987; Karl Marx, L'Expropriation originelle -Présentation, 2001), a Gramsci (ricordo la sua partecipazione al convegno di Torino su "Gramsci e la rivoluzione in Occidente", nel 1997) a Lenin, di cui ha ripreso e attualizzato - in polemica con Negri - la categoria di "imperialismo" e condannato la rimozione, rivendicandone l'attualità teorica e politica, con alcuni interventi del 2003-2004 (Ilitch 2003; C'est à Lénine qu'il faut revenir). Rispetto alla versione staliniana del marxismo-leninismo era stato decisamente critico, interpretandola come filosofia del potere di stato ( Le marxisme-léninisme, Eléments pour une critique , 1984). Negli anni successivi alla fine del "socialismo reale" e alla crisi profonda dei partiti comunisti dell'Occidente, Labica ha accentuato il suo ruolo di intellettuale militante, nella consapevolezza che quello era il tempo per non rinchiudersi nell'accademia o tornare a casa, ma di intervenire con forza, prendendo posizione, orientando, rivendicando testardamente la grandezza di una tradizione teorica del movimento operaio e al contempo la necessità di aprirla alle sfide del futuro, per leggere i tratti nuovi del dominio capitalista contemporaneo. E così, oltre i libri, sono numerosissimi i suoi interventi di orientamento, puntualizzazione, polemica su riviste di tutto il mondo. Negli anni in cui la sconfitta del socialismo sembrava sommergere ogni cosa e ogni proposta di trasformazione radicale della società, l'attività teorico-politica di Labica si è radicalizzata. Non rassegnato al nuovo ordine mondiale ha provato a riflettere sul passato e a costruire nel fuoco delle contraddizioni del presente una nuova prospettiva. Con grandi difficoltà, lavorando a tentoni, cercando dei punti fermi sui quali fare leva per non lasciarsi travolgere dalla grande fiumana della "fine del comunismo" e del vangelo del mercato e delle privatizzazioni. Si trattava di lavorare sulle contraddizioni del presente e di non abbandonare la bussola preziosa del marxismo. La quale indicava, ad onta dei peana intonati al libero mercato, che la contraddizione principale del capitale, indicata dagli studi di Marx non si era affatto spostata, non era affatto divenuta secondaria nel mondo contemporaneo, ma si era anzi vieppiù approfondita, era divenuta mondiale. E su scala mondiale occorreva ora affrontarla. Ma il marxismo doveva essere capace di riconoscerla e di liberarsi dell'egemonia del capitale mondiale penetrata sin dentro le parole. E quando usi le parole dei dominanti, le parole che esprimono i concetti dei dominanti - sei già preso nel vortice, sei catturato: «la società fondata sui rapporti di sfruttamento, il capitalismo, pensa nelle nostre teste. Ecco perché essa è nelle nostre parole». Il lavoro critico marxista deve saper affrontare anche questo terreno. Ma, nonostante tutto, nonostante le enormi difficoltà della situazione odierna, la rivoluzione, secondo Labica, è un problema posto, e bisogna «restituire acuità al suo concetto» ( Democrazia e rivoluzione ).


24 gennaio 2009

Astrit Dakli : un milione di morti a est grazie alle riforme-shock

 

Un milione di morti. Questo potrebbe essere il terribile bilancio reale delle privatizzazioni accelerate imposte ad alcuni paesi dell'ex Unione sovietica negli anni '90, secondo uno studio dell'università di Oxford pubblicato ieri dalla più autorevole rivista medica internazionale, Lancet. La mostruosa cifra, una delle più alte che si possano direttamente associare a un deliberato atto politico, è la traduzione di quel 12,8 per cento di aumento della mortalità che gli analisti di Oxford hanno riscontrato nella dinamica demografica del decennio scorso nei paesi presi in esame: un aumento (quasi interamente fra i maschi in età lavorativa) che lo studio mostra essere strettamente legato, nel tempo e nello spazio, al parallelo aumento della disoccupazione provocato dall'applicazione forsennata delle politiche neoliberiste - e in particolare i programmi di privatizzazione di massa - dopo il crollo dei regimi «socialisti».
Nell'insieme dei paesi dell'Europa orientale e dell'ex Urss, fra il 1991 e il 1994 le privatizzazioni portarono a un aumento del 56 per cento nel numero dei disoccupati (e a quel 12,8 per cento di crescita della mortalità citato prima); ma all'interno del quadro complessivo cinque paesi conobbero in quegli anni uno shock particolarmente violento. Russia, Kazakhstan, Lituania, Lettonia ed Estonia ebbero aumenti di disoccupazione fino al 300 per cento, mentre nel resto della macroregione il contraccolpo delle privatizzazioni fu minore, per le diverse condizioni sociali e culturali presenti. 


O' puorc' 'mbriac'...


Il rapporto fra privatizzazioni accelerate e disoccupazione non ha bisogno di troppe spiegazioni: l'arrivo di privati - e con essi di una logica di profitto - alla guida di aziende in cui l'efficienza produttiva era da decenni subordinata all'utilità sociale, ha provocato quasi sempre il licenziamento di moltissimi lavoratori, in un contesto economico di crisi molto grave in cui trovare un nuovo impiego (soprattutto per persone non giovanissime) era praticamente impossibile. E il lavoro «a vita» in aziende di stato era in quei paesi, fino al '91-'92, una condizione esistenziale globale: con il lavoro si aveva la casa, l'assistenza sanitaria, le vacanze, un'immagine sociale: perdendo il lavoro, si perdeva tutto in un colpo. E in paesi dove il fumo, l'alcol e stili di vita imprudenti erano già pericolosamente diffusi tra la popolazione maschile, lo shock psicologico di questa perdita ha portato a un vero e proprio crollo fisico. Si aggiungano altri due effetti diretti (e contemporanei) delle politiche neoliberiste come il collasso delle strutture sanitarie gratuite e il vertiginoso aumento del prezzo dei farmaci, e gli ingredienti per l'avvio di quella che a tutti gli effetti è stata una strage di massa diventano chiari.
Meglio è andata, sottolinea lo studio dei professori David Stuckler e Lawrence King, in paesi magari più arretrati ma con una migliore rete di sostegno famigliare, come in Albania, o dove c'erano organizzazioni di difesa sociale più efficienti, come in Polonia o nella Repubblica Cèca, o ancora in alcune repubbliche asiatiche dove le privatizzazioni sono state introdotte in modo molto più graduale. Lì l'aumento di disoccupazione è stato molto minore, e non ci sono state variazioni nella mortalità - anzi in qualche caso questa è addirittura diminuita. Il che induce, secondo gli autori dello studio, a trarre delle importanti lezioni sul modo in cui i cambiamenti economici e sociali possono essere introdotti nei paesi dove questi sono ancora in corso, come in Cina, in India o altrove: le «terapie di shock» costano care in termini di vite umane.
Ma di quel milione di morti qualcuno dovrebbe ben portare la responsabilità: la scelta - in Russia, dove si è concentrato il disastro peggiore - di applicare in modo brutale, senza preparazione, senza esperimenti-pilota, senza nessun tipo di paracadute sociale possibile, le privatizzazioni dell'intero sistema produttivo è una scelta che non è venuta dal cielo come la pioggia. Ci sono uomini in carne ed ossa che questo hanno voluto e imposto: l'allora presidente Boris Eltsin, ovviamente, ma ancor più di lui che forse non era in grado di capire quel che stava succedendo sono stati gli «economisti» affascinati dal neoliberismo come Egor Gaidar o Anatoly Chubais (che tuttora ha una posizione di altissima responsabilità) a volerlo e a imporlo ad ogni costo, per non parlare della schiera di «consiglieri» occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund, tuttora prodighi di consigli rivolti ai governanti russi (o di critiche per il fatto di non applicare politiche abbastanza «di mercato»). E, naturalmente, non poca responsabilità dovrebbero prendersi i leader che allora tennero sotto l'ala Eltsin, a patto che non si fermasse «sulla strada delle riforme»: il democratico Bill Clinton prima di tutti.


19 gennaio 2009

Saskia Sassen : il 1989 diede la stura al neoliberismo

 

Saskia Sassen è una delle voci controcorrente nell'America che celebra i vent'anni del crollo del muro di Berlino, simbolo trionfale dell'irreversibile declino dell'Unione Sovietica, "l'impero del male" secondo Ronald Reagan.
Sassen non cede però ai trionfalismi: «Oltre a quelle su democrazia e nuove libertà - ci dice - il 1989 ha segnato anche l'inizio di storie diverse. Sono storie originate dallo spostamento verso un mondo unipolare, con l'ascesa impetuosa degli Stati Uniti come unico potere dominante. Il 1989 rappresenta il disfarsi degli assetti esistenti, nella geopolitica così come nelle strutture profonde delle economie capitaliste».
Nel corso dell'anno appena cominciato la docente di sociologia alla Columbia University, nota in tutto il mondo per i suoi studi su globalizzazione, confini e città globali (in Italia ha pubblicato, tra gli altri libri, Una sociologia della globalizzazione con Einaudi e Territorio, autorità e diritti con Bruno mondadori) presenterà l'altra faccia del 1989 in pubblicazioni e convegni. In un'intervista condotta via e-mail Sassen illustra le geografie della trasformazione post-muro. 



Professoressa Sassen, qual è l'aspetto della caduta del muro che considera più rilevante?

Ho appena chiuso un saggio per un libro collettivo sul 1989. Mentre parecchi altri autori lodano la fine della repressione sovietica in Europa Centrale, io sottolineo che gli eventi di vent'anni fa hanno anche segnato l'inizio dell'era neoliberista e il massiccio impoverimento di interi paesi. La fine della guerra fredda ha lanciato una delle fasi economiche più brutali dell'era moderna. Archiviata la relativa giustizia distributiva del periodo keynesiano, gli Stati Uniti sono diventati lo spazio di frontiera per una radicale riorganizzazione del capitalismo. La pretesa americana al titolo di leader del mondo libero è stata resa possibile dalla caduta dell'Unione Sovietica e dall'entusiasmo autentico per le nuove libertà nell'Est e Centro Europa. Il 1989 ha aperto le porte al progetto americano di trasformare l'intero globo in un mercato dominato da grandi corporation. In questa fase si sono sviluppate modalità inedite di estrarre profitto da dove sembrava difficile farlo che alla fine sono diventate parte integrante del capitalismo avanzato. Ovviamente, così come la caduta del muro di Berlino è diventata la rappresentazione simbolica di un processo cominciato molto tempo prima, anche la globalizzazione delle corporation esplosa a fine anni Ottanta era iniziata negli anni precedenti.

Può fare qualche esempio dei nuovi modi di profitto nel capitalismo post-1989?

Ho rintracciato almeno tre meccanismi che hanno attivato nuove forme di accumulazione primitiva nella fase successiva al 1989. Quella più visibile è l'attuazione del programmi di aggiustamento strutturale nel Sud Globale per mano del Fondo monetario internazionale e del Wto. Il secondo è la crescita del lavoro informale e il ridimensionamento del settore manifatturiero nel Nord Globale. Infine, c'è stato lo sviluppo di nuovi tipi di mutui per la casa orientati a persone a basso reddito e venduti sul mercato finanziario.

Lei parla dei mutui e finanza ad alto rischio, quindi è d'accordo con chi, come l'economista italiana Loretta Napoleoni, vede una relazione tra gli eventi del 1989, la deregulation dei mercati finanziari e l'attuale crisi economica?

Assolutamente sì. La finanza ad alto rischio ha innescato un insieme di micro e macro crisi che hanno messo in difficoltà economie potenti, penso ad esempio al settore manifatturiero in Corea del Sud. Poi c'è stata la crisi dei mutui subprime e la bancarotta di molte istituzioni finanziarie statunitensi di primo piano. Nel corso di queste crisi, le banche centrali spesso ricorrono al denaro dei contribuenti per salvare banche che hanno corso rischi consistenti per ricavare profitti esorbitanti. Anche la finanza funziona come un particolare meccanismo di accumulazione primitiva.

I suoi studi spiegano come l'era della globalizzazione coincida con forti migrazioni. Qual è stato l'effetto della caduta del muro sui movimenti attraverso i confini?

Il crollo del muro ha reso leggibili due trend importanti: l'indebolimento del controllo su merci e capitali e la sfida ai limiti alla libertà di movimento delle persone. Poi, nell'ultimo decennio il controllo sui migranti è stato rinforzato. Mi chiedo se l'apertura dei confini per flussi di denaro e informazioni possa coesistere con controlli sempre più stretti per le persone. Nel caso degli Stati Uniti, ad esempio, la militarizzazione dei confini ha favorito l'ampliamento del numero di immigrati clandestini perché chi entra poi è bloccato, non ha possibilità di fare avanti e indietro e quindi cerca di portare dentro anche la famiglia. C'è un'ironia rivelatrice in tutto questo.

Come vede la reazione dell'Europa di fronte ai migranti del dopo muro?

La politica europea è stata contraddittoria, eccessivamente dura in termini di violazione dei diritti umani. Il progetto di governare il flusso di migranti non ha funzionato. Mi sembra ci sia indecisione sulla politica di lungo termine da seguire. L'Europa dovrebbe orientarsi verso una forma di governo dei confini che includa la protezione dei diritti dei clandestini, per non parlare degli immigrati regolari. Fino ad ora, sia negli Stati Uniti che in Europa, il prezzo pagato in termini di vite umane e diritti calpestati è stato troppo alto.

C'è una relazione tra il vecchio muro tedesco e le nuove barriere costruite dopo il 1989 al confine tra Messico e Stati Uniti Messico o in Israele?

Ho scritto molto a riguardo: penso che i muri siano insostenibili e siano il sintomo di una crisi che il potere non sa come gestire. In politiche migratorie: dal controllo alla governance, un articolo disponibile su OpenDemocracy.net osservo come i paesi più potenti abbiano ri-orientato porzioni enormi del loro apparato statale per controllare persone vulnerabili e senza potere che cercano di guadagnarsi la sopravvivenza.

Nell'accademia statunitense prevale l'opinione che l'Unione Sovietica non fosse riformabile e ora molti sono critici verso la Russia di Putin. Quali sono i limiti maggiori del processo di democratizzazione?

Ora è perfino difficile parlare di democratizzazione di fronte alla rapina portata avanti dagli ex burocrati. La maggior parte dei russi hanno perso qualcosa, assistenza sanitaria, educazione, case e lavoro. Le donne hanno perso terreno, tra gli uomini la longevità è inferiore. Correzione e abusi fanno orrore. Il regime sovietico aveva raggiunto un livello medio di benessere, i bisogni di base dell'intera società erano soddisfatti.

Le relazioni tra Russia e Stati Uniti hanno toccato il livello più basso degli ultimi quindici anni. Da che cosa dipende?

Gli Stati Uniti hanno un atteggiamento aggressivo verso il mondo intero. Il collasso dell'Unione Sovietica ha messo in chiaro che l'America non sa come usare il suo peso su scala internazionale. In assenza di una potenza rivale, semplicemente il governo americano abusa del suo potere. Non mi sorprende che la leadership russa non stia seduta a guardare di fronte all'esibizione di forza americana. Dopotutto Putin era un uomo del Cremlino.


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