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8 marzo 2009

Otto marzo e sessantacinque anni

Voglio festeggiare l'8 Marzo con un po' di rabbia. Non è raro di questi tempi. Ma non sono io che sono andato a sinistra : è il mondo che è andato a destra.



Vogliamo fare un'altro attacco delle pensioni ? Diciamolo. Ma non presentiamolo come una vittoria delle donne. Prima le donne erano costrette ad andare via prima, con una diminuzione di entrate. Ora le donne sarebbero costrette ad andare via dopo, con un sacrificio del loro tempo di vita. Ci sarebbe magari un diritto se si desse la facoltà di andare via prima o dopo liberamente, sacrificando tempo o soldi in maniera consapevole e responsabile. Il resto sono cazzate.


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9 marzo 2008

Marxismo e questione femminile

Riporto passi di un saggio in rete di Sonia Previato che mi sembrano interessanti.

1) L’oppressione della donna nella famiglia deriva da un cambiamento esterno ad essa. Nella misura in cui il lavoro dell’uomo, legato all’allevamento e all’agricoltura, inizia a produrre la ricchezza di quelle società perché produce un surplus rispetto ai bisogni della famiglia, che viene "venduto", il lavoro domestico smette di essere la ricchezza fondamentale. Esso infatti ha un carattere privato, non può essere scambiato con altre merci sul mercato e dunque perde di valore. Il lavoro dell’uomo, i cui prodotti si scambiano a scopo di lucro, diventa produttivo, quello della donna il cui prodotto non è in vendita, improduttivo. Questo cambiamento esterno alla famiglia segna un’inversione dei rapporti di forza al suo interno.

2) La liberazione della donna e la sua equiparazione all’uomo è e resterà impossibile fintanto che la donna venga tenuta fuori dal lavoro sociale produttivo e si debba limitare al lavoro domestico privato. La liberazione della donna diventa possibile solo quando ad essa sia permesso di partecipare, su larga scala, alla produzione, e l’impegno del suo lavoro domestico sia ridotto ad una quantità irrilevante. Tutto ciò è divenuto possibile solamente con la grande industria moderna, che non solo rende possibile il lavoro della donna su larga scala, ma lo esige formalmente, ed ha la tendenza a trasformare in misura sempre crescente lo stesso lavoro domestico privato in una industria pubblica

(Friedrich Engels)

3) L’entrata nel mondo del lavoro, il conseguimento di un salario e in ultima analisi il conflitto di classe non portano automaticamente alla liberazione della donna, ma i comunisti che si pongono quell’obiettivo devono cogliere il nesso che esiste fra questi due piani perché attraverso il conflitto di classe si svela più chiaramente alle masse femminili il carattere reazionario della famiglia, come luogo di oppressione degli individui e soprattutto delle donne e dei figli. I comunisti devono approfittare di questa condizione oggettiva per promuovere una idea diversa di convivenza umana, basata sulla socializzazione delle risorse economiche, dei compiti domestici, della cura e dell’educazione dei figli. Ma soprattutto devono chiarire che la causa delle tensioni e della violenza che si vivono quotidianamente nei nuclei familiari è determinata dal carattere privato delle responsabilità che il capitalismo scarica necessariamente sulle spalle della famiglia e in particolare delle donne. Dunque rompere l’oppressione della donna, rompere questo carattere privato significa inserire la battaglia per la liberazione della donna nella battaglia contro il capitalismo. L’individuazione della questione femminile non è una semplice appendice, ma è un tema decisivo che porta la lotta anticapitalista su un terreno più avanzato. 


Alexandra Kollontaj

4)  Sebbene non sia il capitalismo l’origine dell’oppressione femminile, come abbiamo spiegato, la sua esistenza rappresenta l’ostacolo decisivo al suo superamento. Questo sistema è costretto a basare il suo dominio sull’oppressione della classe lavoratrice e a questo scopo deve promuovere tutte le divisioni possibili al suo interno. L’ideologia patriarcale è fondamentale per garantirsi una larga fascia di manodopera femminile a cui imporre salari e condizioni inferiori, che alla bisogna possa entrare e uscire dal mercato del lavoro ed essere una costante pressione verso il basso dei salari e delle condizioni di tutta la classe lavoratrice. Nella stessa identica misura viene usato il razzismo per dividere la classe operaia sulla base della razza. Dunque sebbene il capitalismo spinga le donne, così come gli immigrati delle zone più arretrate del mondo, nella produzione sociale, al tempo stesso deve promuovere l’idea che compito della donna è quello di stare a casa a curare i figli e la famiglia.
Quindi il capitalismo è diventato, insieme ai suoi ideologi della chiesa, il promotore fondamentale dell’oppressione della donna. Svelare questo legame è un compito imprescindibile per chi affronta la questione femminile, dimostrando quanto la cultura patriarcale venga usata e promossa dal capitalismo per conservare il suo dominio. Qualsiasi battaglia che non tenga conto di questo, non solo è destinata alla sconfitta, ma non è in grado di orientare né le lavoratrici, né quelle donne dei ceti borghesi che non desiderano semplicemente un’aggiustamento della loro condizione, ma aspirano ad un’autentica liberazione.

5)  Il movimento che più scosse le coscienze per la radicalità dei metodi di lotta fu quello delle suffragette inglesi, che rivendicavano appunto il suffragio universale. Il partito laburista fin dalla sua nascita (1900) rivendicava il diritto di voto alle donne e le dirigenti sindacali e del partito laburista indipendente erano attive nella campagna per il diritto di voto alle donne lavoratrici. Nel 1903 nasce l’Unione sociale e politica delle donne, fondata da Emmeline Pankhurst. Questa associazione definisce superati i metodi dei convegni e delle petizioni, inizia una campagna di boicottaggio dei candidati liberali e di azioni simboliche. Le suffragette interrompono i comizi dei liberali, si aggrappano ai lampioni, in ogni iniziativa politica sono presenti con i loro cartelli a rivendicare il diritto di voto. Il governo passa alla repressione dura. Ci sono arresti di massa e molte suffragette vengono condannate ai lavori forzati. Nelle carceri entrano in sciopero della fame, della sete e del sonno e per non farle morire il governo ordina l’alimentazione forzata. Il partito laburista che appoggia il movimento denuncia le torture in prigione, ma il governo non cambia strategia. Anzi, nel novembre del 1909 due suffragette vengono uccise dalla polizia nel corso di una manifestazione. Da qui inizia una spirale sempre più violenta: le femministe reagirono incendiando edifici e vagoni ferroviari, furono distrutte vetrine e caselle postali. Le carceri si riempiono di donne che iniziano subito lo sciopero della fame e la polizia, per non torturarle, le libera per riarrestarle poco dopo, inaugurando la famosa strategia del "gatto e il topo". Nel 1913 la polizia invade la sede delle femministe, sopprime il giornale e scioglie l’associazione. Di lì a poco sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale e una buona parte delle dirigenti del movimento femminista abbracciò la propaganda patriottica; Emmeline Punkhurst tornò in libertà e venne incaricata dal governo di organizzare le donne per sostituire gli uomini richiamati alle armi. Il movimento delle suffragette era prevalentemente formato da giovani donne della piccola borghesia, che si rivoltavano contro l’ipocrisia della società e della loro classe che le voleva solo brave mogli al servizio dei loro bravi mariti. Non c’è alcun dubbio però che suscitarono, per la loro abnegazione e perseveranza, la simpatia e l’appoggio fra la classe lavoratrice, particolarmente nei primi anni. Successivamente infatti, proprio quando la strategia delle azioni eclatanti mostrava il fiato corto, si aprì una spaccatura nel movimento. Una parte di esso, guidato dalla figlia di Emmeline, Sylvia Punkhurst entrò in contatto con le donne del movimento operaio dell’East End di Londra e comprese che, per difendere veramente le donne, il voto era solo un mezzo attraverso il quale estendere una lotta più generale contro l’oppressione della donna e del capitalismo. Sylvia fu fra le fondatrici del Partito comunista inglese.

6) Nel 1927 i salari femminili vengono ridotti alla metà di quelli maschili, che già avevano subito una forte riduzione. In uno stabilimento meccanico che produce apparecchi di precisione il salario maschile va da un massimo di 4 lire all’ora a un minimo di 2,50, mentre le donne vengono pagate 1 lira e 50. Nelle campagne i braccianti maschi ricevono 9 lire a giornata, le donne non riescono ad andare oltre le 5 lire.
Iniziò una campagna sulla prolificità delle donne il cui ruolo era stare a casa a fare figli. Nel 1927 venne proibito alle donne di insegnare in alcune facoltà universitarie e nei licei, poi la cosa si estese ad alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, infine vennero raddoppiate le tasse alle studentesse. Il fascismo ereditò il codice precedente del 1865, nel quale l’uomo era considerato il capo indiscusso della famiglia, al quale spettava ogni decisione su moglie e figli e anche da separato o da morto, tramite il testamento, faceva valere la sua volontà; la donna, eterna minorenne, doveva giurare fedeltà assoluta e l’adulterio era punito con due anni di reclusione, ovviamente l’uomo era libero di tradirla come voleva. A questa legislazione reazionaria il fascismo aggiunse una norma ulteriore: l’articolo 587 sul delitto d’onore, secondo il quale chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere "l’onore suo o della famiglia" aveva diritto alla riduzione di un terzo della pena. Questa norma, insieme a quella che considera lo stupro un delitto alla morale e non alla persona, è stata abolita solo negli anni ‘80.
Tra il 1921 e il 1936 la percentuale di donne che svolgeva attività extradomestiche passò dal 32,5% al 24%, sebbene in alcuni settori i bassi salari e l’assenza di qualifiche incentivavano l’assunzione di manodopera femminile, checché ne pensasse l’ideologia fascista. Anzi a partire dal 1936 si ebbe anche un aumento che portò le donne con una occupazione, secondo il censimento di quell’anno, ad essere 5 milioni e 247mila. Con la Seconda guerra mondiale l’occupazione femminile crebbe ulteriormente perché le donne sostituivano gli uomini al fronte; analogamente crebbe anche il loro ruolo nella società e successivamente nella lotta contro il fascismo.

7) Gramsci, direttore dell’Ordine Nuovo, affida a Camilla Ravera la cura di una rubrica settimanale del giornale dedicata alla questione femminile, La tribuna delle donne. In questo spazio vengono pubblicati gli articoli della Zetkin, della Kollontaj, della Luxemburg, dei principali dirigenti sovietici, i resoconti sulla situazione in Unione Sovietica sull’evoluzione della lotta per la liberazione della donna durante la rivoluzione. Oltre a tutto questo c’è il materiale di agitazione per il lavoro fra le lavoratrici che ha un solido impianto teorico perché anche in articoli brevi si denuncia e si dà la giusta misura dell’oppressione femminile. La Ravera insiste su tutti gli aspetti, anche più privati della vita quotidiana, in cui si manifesta l’ideologia borghese radicata nella classe operaia e anche "tra gli stessi compagni"; denuncia lo squallore della vita della casalinga, la fatica disumana a cui sono costrette le lavoratrici tra la casa e la fabbrica, denuncia la brutale miseria fisica e morale della maggioranza delle famiglie di fronte alla quale "tutta la fraseologia borghese sulla libertà, sull’amore, sulla famiglia, sopra i rapporti tra genitori e figliuoli, diventa tanto più nauseante".
La chiarezza teorica permette alle compagne dell’Ordine Nuovo di avere una posizione avanzata anche sulla maternità. Si denuncia l’ipocrisia sulle gioie della maternità, per affermare che per le lavoratrici la maternità è una disgrazia e che fintanto che la società non ne riconoscerà il valore sociale e non se ne accollerà i compiti deve essere consentito alla donna di accettarla o rifiutarla. Per la prima volta si afferma quindi il diritto di aborto. Questa coraggiosa posizione, in seguito alla degenerazione stalinista, non venne più ripresa dal partito comunista del dopoguerra e si dovette attendere lo sviluppo dei movimenti femministi alla fine degli anni ‘60.

8)  Il primo gruppo che definisce l’esigenza di una struttura autonoma nasce a Milano nel 1966, il gruppo Demau (demistificazione autoritarismo). Questo gruppo è impegnato prevalentemente sul terreno teorico e parte dalla critica a tutte le associazioni e movimenti femminili che si limitano a rivendicare l’emancipazione della donna e a rivendicare facilitazioni per inserirla nelle attività extra-familiari. Da questo presupposto si arriva ad opporsi al concetto di integrazione della donna nella società in quanto essa significa "immettere la donna nella società così com’è", nella quale, secondo il gruppo, dominano i valori dell’autoritarismo maschile e "dell’inconciliabilità dei due ruoli prefissati". Infatti, sostengono, anche nel mondo del lavoro i posti riservati alle donne sono sempre di serie B e alla bisogna le donne vengono licenziate per far posto agli uomini. Quanto spiegato da Marx sull’inevitabilità di questo fenomeno in un contesto capitalista (le donne rappresentano per il capitalismo parte della manodopera di riserva, come forma ulteriore di pressione verso il basso su salari e condizioni) non viene neppure preso in considerazione. La questione della rivoluzione socialista, che dovrebbe creare le condizioni per superare i ruoli prefissati dei due sessi e abolire la famiglia che inchioda la donna al suo, viene contestata dal gruppo Demau a partire dall’esperienza della condizione della donna in Urss: nonostante i mutati rapporti di produzione mutati, è tuttora di subordiazione all’uomo, vive la famiglia e le responsabilità sulla donna, che ne conseguono.
La presenza del modello sovietico infatti segnerà molto negativamente l’evoluzione del dibattito in molti di questi gruppi, perché la degenerazione stalinista, non compresa dalla maggioranza di essi, rappresentava la dimostrazione, ai loro occhi inappellabile, del fallimento del marxismo sulla questione femminile.
Il gruppo Demau, dunque, ritiene che per fondare su basi avanzate una teoria per la rivoluzione socialista, le donne autonomamente devono prendere coscienza del loro ruolo, analizzare tutti i campi della vita umana (teorizzazioni scientifiche, diritti giuridici, rapporti sessuali, rapporti familiari, lavorativi) per capire come in essi si manifesta l’oppressione dell’uomo sulla donna e partire da qui per elaborare una teoria che emancipi l’uomo stesso dalla sua condizione di oppressore e, da qui, l’umanità tutta.
Le questioni poste, come si può ben capire, sono di grande valore, ma sono messe a testa in giù, nella misura in cui non si comprende che le donne non possono elaborare una cultura nuova chiudendosi in una stanza, astraendosi dalla necessità di lottare con il movimento operaio tutto per il rovesciamento del capitalismo. Il gruppo infatti, tolte le altisonanti aspirazioni teoriche, partorisce dei topolini, per esempio l’opportunità di una equa redistribuzione fra i due sessi del lavoro di cura ed educazione dei figli.


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