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14 marzo 2010

Fabio Alberti :per cosa e per chi stiamo combattendo in Afghanistan?

Il 29 gennaio 2010 di fronte ad un’attenta platea di Senatori francesi membri della Commissione Affari Esteri, l’ex capo della Dgse (Direction Generale de la Sécurité Extérieure) Alain Chouet, ha affermato in tutta tranquillità che Al Qaeda, intesa come organizzazione, non esiste più sul piano operativo fin dal 2002. Ovviamente, aggiunge, questo non significa che non esistano organizzazioni terroristiche di matrice islamica in altri luoghi del mondo, ma che combattere questo fenomeno non dipende dalla guerra in corso in Afghanistan, che anzi ne alimenta il reclutamento.
Ma se Al Qaeda non esiste più chi stiamo combattendo in Afghanistan? Per quale guerra il Parlamento ha stanziato, il 23 febbraio scorso, con voto bypartisan, altri 308 milioni di euro, portando il totale della spesa per la guerra a 2.263 milioni, con una continua crescita del costo mensile che dai 5,8 milioni/mese del 2002 è arrivata sino agli attuali 51 milioni? Quale progetto politico-militare Bersani e Di Pietro continuano ad appoggiare?


In effetti, al di là della propaganda, è ormai molto tempo che, dichiaratamente, la guerra non si combatte contro Al Qaeda, ma contro i Taliban, gli “studenti” formatisi nelle scuole coraniche sorte al confine con il Pakistan, con fondi sauditi, come fucina di combattenti contro l’invasione russa, e che tanto hanno contribuito alla diffusione del wahabismo e del fondamentalismo religioso islamico in tutto il mondo. I Taliban, legati alla etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, presero il potere nel 1996, con l’appoggio degli Stati Uniti e con un certo favore della popolazione stanca dello scontro tra signori della guerra scoppiato all’indomani della ritirata sovietica. Erano i tempi in cui l’Unocal, multinazionale statunitense con legami sia con la famiglia Karzai che con l’amministrazione Bush, trattava con i Taliban il tracciato del oleodotto che avrebbe dovuto collegare il petrolio del centrasia all’oceano indiano. Contro il potere dei pashtun/taliban si coagulò un’alleanza di altri signori della guerra, che avevano assunto potere nelle proprie tribù proprio in virtù del loro essere stati armati dall’occidente.
Quella guerra però non è mai finita e si protrae ormai da 20 anni. Il fronte sostenuto dagli Stati Uniti ed in cui anche l’Italia è arruolata è cambiato, ma la guerra è la stessa. Il motivo per cui, in questa guerra intestina, il nostro paese dovrebbe sostenere una parte contro l’altra non è mai stato chiarito. Perché, ad esempio, tra trafficante di droga Karzai, il macellaio Hekmatyar, il mullah Omar, ed altri analoghi stinchi di santo, dovremmo sostenere il primo non è affatto chiaro. E non ci vengano a dire che è per via del burqa che allora non si capisce perché non abbiamo ancora raso al suolo Riad. Per quale motivo dovremmo proteggere un governo composto da criminali di guerra contro un’opposizione armata di altrettanta fatta. La guerra civile afgana, nella quale la Nato e l’esercito italiano sta intervenendo, con una sempre maggiore operatività, ha una storia complessa, ma essenzialmente si tratta del controllo del territorio e delle sue ricchezze. Ad esempio della produzione dell’oppio di cui l’Afghanistan è il primo produttore mondiale e che è coltivato e trafficato sia dal “governo” che dall’“opposizione”. Ad esempio la collocazione strategica ai confini della Cina.
Nel frattempo gli aerei alleati al comando della Nato hanno seminato e continuano a seminare morte tra i civili. Nel 2009 le vittime civili ufficiali della guerra, uccise sugli opposti fronti sono state, secondo un rapporto dell’Onu, oltre 2400, con un incremento del 14% rispetto al 2008. Ma tra le vittime dirette, quelle indirette dovute al permanere di una situazione di degrado del paese, e i rifugiati, sono milioni gli uomini e le donne afgane che hanno perso tutto, quando non anche la vita. Sono vittime che anche l’Italia ha sulla coscienza.
La società civile afgana da tempo richiama all’attenzione il fatto che senza che sia fatta giustizia nei confronti dei criminali nelle cui mani, invece, la Nato ha consegnato il paese non sarà possibile costruire un futuro e nello stesso tempo che il conflitto interno non si può concludere con la vittoria di una parte, ma con un processo di riconciliazione. Ma fino a che Karzai ed i suoi avranno a fianco un alleato come gli Stati Uniti nessun processo di pacificazione potrà iniziare. Un motivo di più, oltre al ripudio della guerra in sé, perché il nostro paese ritiri finalmente le truppe.


12 luglio 2009

Emanuele Giordana :«Colpo di spada» ai taleban

 

«Colpire e restare». L'operazione anti narcotalebani lanciata dai marine americani nella regione meridionale dell'Afghanistan è probabilmente il più massiccio operativo militare messo in campo dagli statunitensi in Afghanistan dal 2001. Sarebbe addirittura la più vasta operazione aviotrasportata mai compiuta dalle truppe d'assalto dopo la guerra nel Vietnam.
I numeri, divulgati dalla stampa statunitense online, sono impressionanti: all'attacco parteciperebbero quasi 4mila tra marine e militari di altri corpi americani in collaborazione con circa 650 soldati e agenti di polizia afgani, come è stato poi confermato da un comunicato del corpo di intervento rapido statunitense. Sono stati mobilitati anche 50 aerei e diversi elicotteri. Al suo primo giorno, ha anche registrato la morte di un marine e il ferimento di diversi altri, secondo quanto annunciato dagli stessi militari Usa. L'operazione - nome in codice «Khanjar» (colpo di spada) - segna una svolta e il segno della nuova strategia anti talebana, ma anche anti oppio, enunciata qualche giorno fa dall'inviato speciale per l'Afghanistan Holbrooke. Il generale di brigata Larry Nicholson, che comanda novemila marine nel Sud dell'Afghanistan, l'ha spiegata così: la novità consiste nella massiccia entità delle forze utilizzate, nella rapidità con la quale vengono impiegate e col fatto che «dove andremo, resteremo, e dove stiamo, non molleremo». 



Il target dell'operazione (che ha il sostegno delle truppe britanniche dislocate nell'area) è la parte bassa della valle del fiume Helmand (tra la capitale di provincia Lashkar Gah e Garnser), una valle in cui si coltivano grano e soprattutto oppio è che è controllata in gran parte dalle milizie talebane. I britannici, che coi canadesi hanno il comando operativo della zona a rotazione, li attaccavano bruciando i campi. Ma Obama ha voluto dare una sterzata per altro annunciata. Andare e colpire per evitare che i talebani usino l'oppio per finanziare la guerra. Washington ha preparato la missione da mesi inviando nella provincia di Helmand truppe fresche (della seconda brigata Marine Expeditionary arrivata agli inizi dell'anno in Afghanistan). Naturalmente bisognerà capire se Nicholson potrà mantenere la promesse di «andare per rimanere».
La provincia di Helmand è la maggior produttrice di oppio dell'intero Afghanistan: il cuore della produzione e anche del governo ombra dei talebani. Talebani che, dal canto loro, annunciano una piccola vittoria: il sequestro di un soldato americano nella provincia di Paktika, nel sudest del paese. Il militare, dato per disperso da martedì scorso, sarebbe stato rapito dai guerriglieri in turbante che ne hanno rivendicato il rapimento (con tre soldati afgani) attraverso un sedicente comandante talebano locale identificatosi come Bahram: «Uno dei nostri comandanti, Mawlawi Sangin, ha catturato un soldato americano e tre guardie afghane nel distretto di Yusuf Khail, nella provincia di Paktika», ha detto alla Afp.
Intanto negli Usa si continua a parlare di Afghanistan. E in un'intervista al Los Angeles Times, l'Ammiraglio Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate statunitensi, ha voluto dir la sua dopo l'articolo uscito sul Washington Post a firma di Bob Woodward (ne abbiamo riferito ieri), in cui un inviato di Obama aveva detto proprio a Nicholson che il presidente non avrebbe mollato un soldato in più. Mullen ha invece controbattuto che non esiste alcun veto e che i suoi uomini sul campo stanno facendo i conti su quel che servirà. Una sorta di rettifica in piena regola dopo il pezzo del re del giornalismo americano che riferiva di un colloquio tra Nicholson e il consigliere per la sicurezza del presidente James Jones in missione speciale in Afghanistan.
La guerra a volte si combatte persino in casa propria. Anche in Italia, del resto, dove si discute del nuovo decreto di autorizzazione delle missioni all'estero: ieri Rosa Calipari, capogruppo del Pd in commissione Difesa, che ricorda come il governo abbia già inserito la proroga e il rifinanziamento nel decreto-legge anticrisi, è andata all'attacco di La Russa: «Apprendiamo che il ministro intende prolungare la presenza dei 500 militari italiani in Afghanistan e inviare due nuovi Tornado: purtroppo la questione non potrà essere discussa nelle commissioni competenti, svilite a puro organo consultivo, come tutta la tematica delle missioni internazionali».


29 maggio 2009

Stefano Rizzo : le difficoltà di Obama in politica estera

 

Un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi risultati. Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia o i rapporti con Cuba. Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontra in Afghanistan e nel vicino Pakistan. E nelle insidiose acque della Palestina.

Tempo addietro, rivolgendosi a coloro che si aspettavano rapidi e sostanziosi cambiamenti nella politica estera americana, Barack Obama dichiarò che un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando sicuramente Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ordini per spostare la nave su una diversa rotta, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi concreti risultati.

Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia e nelle acque limitrofe del mar Nero, che rientrano nella ripresa della guerra fredda nei confronti della Russia iniziata da George Bush. Le manovre furono programmate come risposta, o risposta alla risposta, nei confronti della Russia, che qualche mese prima aveva annunciato manovre navali congiunte con il Venezuela di Ugo Chavez in acque che gli Stati Uniti considerano di loro stretta pertinenza fin dal lontano 1823, dai tempi cioè della Dottrina Monroe. Specularmente è esattamente quello che pensano i russi del mar Nero e di un'area geografica che l'Impero russo prima, l'Unione sovietica poi, la Russia di Putin alla fine, considerano parte della zona esclusiva di influenza russa.

Nel suo incontro del G20 a Londra con Vladimir Putin Obama aveva annunciato che le relazioni russo-americane sarebbero ripartite da zero ("dobbiamo premer il bottone del reset" - disse). Ma evidentemente i comandi dei computer sono più veloci di quelli delle navi da guerra e le manovre georgiane-statunitensi, che tanto hanno innervosito la Russia, aumentando il nervosismo per lo scudo missilistico in Polonia-Repubblica ceca e per altre provocazioni "minori", si sono tenute.
Con la conseguenza che il sempre imprevedibile (e irresponsabile) presidente georgiano Sakashvili per aumentare la tensione tra lo storico egemone russo e il suo nuovo protettore americano non ha trovato di meglio che diffondere con grande fanfara la notizia di un presunto colpo di stato ai suoi danni che sarebbe stato orchestrato dai servizi segreti russi per "destabilizzare la Georgia". Gli americani non ci hanno creduto molto e in ogni caso hanno fatto finta di niente.

Lo stesso discorso vale per Cuba. Le aperture diplomatiche di Obama sono innegabili, anche se sono state ricevute in modo contraddittorio dai due fratelli Castro, con Raul (che sarebbe il presidente in carica) che ha mostrato di apprezzarle, mentre Fidel (che non avrebbe incarichi di governo) che le ha respinte con sdegno. Ma intanto la corazzata americana proseguiva il suo corso e la settimana dopo il dipartimento di stato confermava, per l'ennesima volta, l'inclusione di Cuba tra i paesi che sponsorizzano il terrorismo.
Una inclusione che non ha mai avuto alcuna giustificazione concreta, ma risale all'animosità tra i due paesi dopo la rivoluzione castrista del 1959, e precisamente al fatto che negli anni seguenti Cuba aveva dato rifugio ad esponenti delle Pantere nere e di altri gruppi "sovversivi" nordamericani e che negli anni ‘80 aveva sostenuto i movimenti di guerriglia marxista in America centrale. (Del resto anche Cuba considera - con qualche ragione dopo il tentativo di invasione della Baia dei porci e i molti attentati contro la vita di Fidel Castro -- gli Stati Uniti uno stato terrorista.)

Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontrerà in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In quella regione la strategia politico-militare è tracciata già da molti anni (dall'invasione di fine 2001): liberare l'Afghanistan dai talebani puntando sulla presidenza di Hamid Karzai e sostenere il Pakistan come argine contro il fondamentalismo islamico, sostenendo qualsiasi leader che dimostri la capacità di controllare il paese. Chiaramente sia la politica sia la strategia militare elaborate dalla precedente amministrazione americana sono fallite: i talebani sono all'offensiva, controllano larga parte del territorio, mentre il governo Karzai si è dimostrato del tutto inefficace a contrastarli (oltre che particolarmente corrotto nell'amministrazione interna).
Obama non ha potuto fare altro fin qui che continuare quella politica, mandando più soldati e ordinando di intensificare le operazioni militari in tutto il paese per cercare di puntellare il traballante governo Karzai. Allo stesso tempo il neopresidente ha fatto trapelare il suo scontento per come stanno andando le cose e si è rifiutato di appoggiare esplicitamente Hamid Karzi nelle prossime elezioni presidenziali. Se, come è probabile, non ci saranno clamorosi risultati positivi di questa "surge" afgana (sul modello che ha portato ad una relativa stabilità in Iraq), Obama dovrà però presto cambiare rotta, in Afghanistan come in Pakistan, dove il governo di Ali Zardari sembra incapace di fermare l'offensiva talebana che minaccia di impossessarsi del piccolo ma pericolosissimo arsenale nucleare pakistano.

Le acque in cui si sta dimostrando più insidioso manovrare la corazzata americana sono quelle, da decenni tempestose, della Palestina, intesa come Israele e Cisgiordania. La politica di Bush era stata per otto anni di acritico appoggio a qualsiasi azione del governo israeliano: dalla continuazione degli insediamenti nei territori occupati, alla guerra del Libano dell'estate 2006, alla guerra contro Gaza di fine 2008. La riproposizione, stanca e tardiva, della soluzione "due popoli - due stati" nella Conferenza di Annapolis del novembre scorso, non aveva prodotto alcun risultato, eccetto, appunto, il brutale assalto israeliano a Gaza.

Da qui la necessità di un cambiamento di rotta, che tuttavia oggi si presenta ancora più difficile, non solo per le prevedibili resistenze interne, ma soprattutto per il fatto che il nuovo governo israeliano sembra avere abbandonato del tutto l'intenzione di consentire la nascita di uno stato palestinese e subordina adesso la sua creazione alla "soluzione del problema iraniano". Ora, non c'è dubbio che l'Iran rappresenti una minaccia, non tanto per le sue inesistenti armi nucleari, quanto per il suo viscerale antisemitismo e per l'influenza che esercita su tutto il Medioriente attraverso il sostegno ad Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah (come anche agli sciiti del Bahrein). Una minaccia che viene denunciata esplicitamente da Israele, ma è avvertita anche dai paesi arabi (sunniti) della regione, primo fra tutti l'Arabia saudita.

Per Obama la difficoltà principale nei colloqui di questa settimana con Shimon Peres e in quelli ancora più impegnativi la settimana prossima con Benjamin Netaniahu sarà fare capire al governo israeliano che deve impegnarsi davvero in una soluzione di pace, senza allo stesso tempo dare l'impressione di ritirare il sostegno tradizionale degli Stati Uniti verso lo stato di Israele. Obama ha bisogno per questo della collaborazione dell'Iran e della Siria (quest'ultima cancellata dalla lista degli stati terroristici - suscitando le proteste di Israele), senza allo stesso tempo incoraggiare le spinte egemoniche di questi due paesi nella regione.
Una manovra complessa, come complesso è tutto ciò che avviene in Medioriente, che metterà a dura prova l'abilità di un comandante deciso a cambiare rotta come sicuramente è Barack Obama. Soprattutto ci vorrà tempo.


4 aprile 2009

Emanuele Giordana :i molteplici fronti della galassia talebana

 A Kabul hanno cambiato gli orari per i rifornimenti di gasolio da quando, di fronte all'ambasciata tedesca, un kamikaze si è schiantato contro un'autocisterna che tutti i giorni, alla stessa ora, andava a rinfilare carburante nei depositi della base americana dirimpettaia. A volte nemmeno l'intelligence più raffinata del pianeta arriva a pensare che la prima cosa da evitare siano orari e spostamenti fissi... L'effetto è che adesso il traffico cittadino è così intasato da provocare maledizioni costanti. La chiusura delle strade del centro, per garantire gli approvvigionamenti di gasolio che mandano avanti frigoriferi o riscaldamenti, auto di servizio e generatori, ha fatto insorgere molti editorialisti. Possibile, ha scritto uno di loro, che in questa città ognuno possa decidere quando chiudere la strada per i suoi comodi?
Vista dalla strada, sia quella della capitale sia quella di un villaggio, l'annunciata svolta di Obama per ora non significa nulla. Se non che 21mila soldati in più, fossero anche «non combattenti», saranno anche qualche migliaio di veicoli e autocisterne in più. «I sovietici - commentava con noi un cittadino della capitale - avevano il buon gusto di fare le caserme in periferia». Noi invece abbiamo scelto il centro città. Che ormai, ma non per ecologismo radicale, si gira praticamente a piedi, tante strade sono ormai a traffico limitato e aperte solo se hai la tesserina magica.



Ma se la strategia tracciata da Obama, oltre a spingere sull'invio di nuovi soldati, sosterrà davvero un «processo di riconciliazione», investimenti nell'esercito nazionale afghano e una migliore cooperazione civile (daremo soldi al Pakistan - ha detto - per ricostruire strade, scuole e ospedali), qualche effetto si potrebbe vedere. Nel dire che la vittoria non si ottiene dalla «somma delle bombe e dei proiettili», Obama pensa di spingere, non sull'acceleratore di un «surge» all'irachena, armando milizie tribali locali, ma su quello di un maggior decentramento nelle capacità di spesa - e dunque di negoziato - dei governatori provinciali. Almeno così sembra. Strategia del consenso che potrebbe davvero nuocere ai taleban.
Ieri, un'autobomba è esplosa contro i militari italiani nella parte meridionale della provincia di Herat, senza però provocare feriti. La galassia col turbante è oggi attiva su molti fronti. Troppi. C'è quello afghano, quello delle aree tribali pachistane, quello della valle di Swat, quello del passo di Khyber e, sostengono alcuni, persino quello del Belucistan, nel Sud del Pakistan. Ma ognuno di questi fronti rappresenta altrettante anime. Non così omogenee. Agli inizi di marzo, mullah Omar, il capo dei taleban afghani, ha chiesto di unire le forze contro l'invasore Usa e Nato. Ma mullah Omar pensa all'Afghanistan e al massimo al passo di Khyber (dove transitano i camion della logistica militare occidentale), non certo allo Swat o alle aride montagne del Belucistan. Stando al New York Times, Omar sarebbe adesso il promotore di un «surge» taleban che mirerebbe a unire forze disperse e che perseguono obiettivi differenti. Forze che anche sul piano ideologico sembrano essere sempre più distanti: le efferatezze dei taleban pachistani nella valle di Swat, a Nord delle aree tribali della frontiera afghano-pachistana, sono arrivate a eccessi che nemmeno i bravi di Omar avrebbero immaginato. La loro amministrazione della giustizia passa prima per il coltello che per il Corano. Non che i taleban afghani siano agnellini, ma certi bagni di sangue cari agli uomini di Beitullah Meshud non sono portati a esempio.
A differenza di molti fratelli nella fede, i taleban afghani hanno un programma da fronte di liberazione nazionale e dunque tengono in conto consenso e strategie. Più di un osservatore ha rilevato che tra gli stessi taleban afghani c'è differenza tra un «territorialista» come Omar e i teorici del terrore mordi e fuggi alla Jalaluddin Haqqani, già ministro taleban ma che adesso sembra giocare una carta personale assieme al figlio Sirrajudin, ritenuto il responsabile dell' attacco all'Hotel Serena. Tra gli uomini di Omar inoltre, poco permeabili alle tesi jihadiste e qaedsite, non sono estranee le sirene negoziali di Karzai. Quanto di più lontano dagli oltranzisti come Haqqani o Meshud, che negozia con una mano e spara con l'altra.
Se svolto con serietà, il nuovo piano Usa potrebbe davvero mettere in crisi il movimento più forte dell'area e cioè i taleban di mullah Omar. Da astuto stratega, il capo taleban sa che al momento la sua vera vittoria non è tanto militare (la guerra è in fase di stallo) quanto civile: basata cioè sulla capacità di strappare consenso, grazie alla somma di bombe e proiettili e all'assenza dello stato nelle province del Sud. E lì forse che si può mettere in crisi il meccanismo della guerra. Provando a fermarlo.


22 settembre 2008

Cause naturali

Un bersagliere italiano appartenente alla compagnia attaccata due volte dai Talebani in questi giorni, muore per un malore nella notte tra Sabato e Domenica.


"Per i media italiani è morto perchè così ha voluto Allah....mmmh..."

Subito ci si affanna a dire che è morto per cause naturali. Come a dire che sarebbe morto pure se nei giorni precedenti fosse stato comodo a casa propria e avesse litigato con un condomino.
Diremmo di una vecchina appena scippata e morta in giornata per un infarto che sia morta per cause naturali ? Oppure se un atleta muore dopo una gara, diremmo che non è colpa di nessuno ? Ne dubito.
Ma allora, siamo o non siamo in un'epoca di merda ?


2 agosto 2008

Karadzic : l'incubo non è finito

 

L'arresto di Radovan Karadzic è stato accolto trionfalmente come una grande ed inattesa vittoria della giustizia internazionale. È la fine di un incubo per i membri e i sostenitori del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia. E lo è per tutti coloro che non dimenticano le tragedie della guerra di Bosnia-Erzegovina e in particolare della strage di Srbrenica del luglio 1995. Finalmente, dopo tredici anni di latitanza, un feroce criminale, spesso stigmatizzato come «boia di Srbrenica» e «macellaio dei Balcani», sarà processato e condannato all'ergastolo.
Ora tutti s'aspettano che l'Europa premi il governo serbo e il presidente Boris Tadic per la loro collaborazione accelerando il processo di adesione della Serbia all'Unione.
Ma il processo è tuttora sospeso in attesa di una piena cooperazione della polizia serba con l'attività investigativa del Tribunale dell'Aja. E l'Ue manda a dire che «non basta». Un atteggiamento che, a dir poco, può diventare un boomerang per il governo di Belgrado che ha garantito l'arresto eccellente.
Sarebbe ingenuo o ciecamente partigiano negare le gravi responsabilità politiche che Karadzic ha avuto nel sanguinoso processo di smembramento della Federazione jugoslava e della Bosnia in particolare. E non si può negare che i crimini che molto probabilmente ha commesso meritavano di essere accertati e puniti. Ma tutto ciò non cancella alcuni aspetti gravemente negativi dell'intera vicenda, che gettano un'ombra cupa sul ruolo che l'Europa, la Nato e il Tribunale dell'Aja hanno svolto nei Balcani a partire dai primi anni '90.
Non si può ignorare anzitutto che ancora una volta nei Balcani il ruolo dell'Europa - in questo caso sostenuta dagli Stati uniti - è stato quello di esasperare il nazionalismo, di favorire la frammentazione delle etnie e delle loro strutture politiche, e di aggravare la dipendenza delle loro economie dall'esterno. Si è ripetuta la logica delle strategie imperiali che per secoli hanno dominato la «questione d'Oriente», dall'espansionismo della Russia zarista e dell'Austria asburgica all'invasione della Jugoslavia da parte delle truppe fasciste e naziste nella Seconda guerra mondiale.
La «guerra umanitaria» scatenata nella primavera del 1999 dalla Nato contro la Federazione jugoslava, motivata dalla necessità di difendere la minoranza albanese del Kosovo, non si è sottratta a questa logica imperiale. La guerra della Nato - che Antonio Cassese, primo presidente del Tribunale dell'Aja, ha autorevolmente qualificato come gravemente lesiva della Carta delle Nazioni unite - ha comportato diecimila missioni d'attacco e l'uso di oltre 23mila ordigni esplosivi. Gli attaccanti hanno fatto strage di civili e devastato il paese usando armi di distruzione di massa, incluse le cluster bombs e i proiettili all'uranio impoverito. Il Tribunale dell'Aja, pur avendone piena competenza, ha ignorato i gravissimi crimini di guerra e contro l'umanità sicuramente commessi dalle autorità politiche e militari della Nato, a cominciare dal suo segretario Javier Solana che oggi plaude alla cattura di Karadzic.
E occorre considerare che la Procura del Tribunale ha stabilito rapporti di sistematica collaborazione con i vertici dell'Alleanza atlantica. Né va taciuto che, in cambio della sua preziosa collaborazione, la Nato ha ottenuto dal procuratore Carla del Ponte l'archiviazione delle denunce presentate contro le sue autorità politiche e militari da autorevoli giuristi occidentali.
Infine la «guerra umanitaria» voluta dalla Nato non ha mai arrestato la violenza e lo spargimento del sangue. Come ogni altra guerra, la guerra del Kosovo ha lasciato una lunga scia di odio, di paura, di corruzione, di miseria e di morte. La protezione dei diritti dei cittadini kosovaro-albanesi non ha arrestato la «pulizia etnica». Essa è continuata spietatamente, ma in direzione inversa: contro i serbi sconfitti, da parte delle milizie dell'Uck, sotto gli occhi delle truppe Nato. Fino a diventare, contro il diritto internazionale, legittimazione di una indipendenza unilaterale.
Oggi la cattura di Karadzic, lungi dal favorire la rinascita del paese serbo ed il rafforzamento della democrazia, può aggravare la situazione. Dopo l'illegale separazione del Kosovo dallo stato unitario serbo, il nuovo intervento del Tribunale dell'Aja potrebbe portare non alla pace e a un felice ingresso della Serbia in Europa, ma a nuove tensioni nazionalistiche e a nuove crisi violente. L'incubo, purtroppo, non è finito.

(Danilo Zolo)


23 luglio 2008

Israele ed Usa non attaccheranno l'Iran

 Se volete capire la politica di un paese, guardate la carta geografica, come raccomandava Napoleone.
Chiunque voglia indovinare se Israele e/o gli Usa attaccheranno l'Iran, dovrebbe guardare la mappa dello stretto di Hormuz tra l'Iran e la penisola arabica. Attraverso quest'angusto corso d'acqua, largo solo 34 km, passano le navi che portano tra un quinto e un terzo del petrolio mondiale, compreso quello proveniente da Iran, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e Bahrain.
Molti dei commentatori che parlano dell'inevitabile attacco americano e israeliano all'Iran non tengono conto di questa mappa.
Si parla di un attacco aereo «sterile», «chirurgico». La potente flotta aerea Usa decollerebbe dalle portaerei di stanza nel golfo Persico e dalle basi aeree americane disseminate nella regione, bombarderebbe tutti i siti nucleari iraniani - e coglierebbe l'occasione per bombardare anche qualunque altra cosa capitasse a tiro.
Semplice, veloce, elegante - una botta e bye bye Iran, bye bye ayatollah, bye bye Ahmadinejad.
Se Israele dovesse agire da solo, l'attacco sarebbe più modesto. Il massimo sarebbe distruggere i principali siti nucleari e tornare a casa sani e salvi.
Per favore: prima di cominciare guardate un'altra volta sulla mappa lo Stretto che (forse) ha preso il nome dal dio di Zarathustra.
La reazione inevitabile al bombardamento dell'Iran sarebbe il blocco dello stretto che l'Iran domina per tutta la sua lunghezza. Grazie ai suoi missili e all'artiglieria può sigillarlo ermeticamente.
Se così fosse, il prezzo del petrolio schizzerebbe alle stelle, ben oltre i 200 dollari al barile che i pessimisti temono ora. Questo causerebbe una reazione a catena: depressione mondiale, crollo di intere industrie, aumento catastrofico della disoccupazione in America, Europa e Giappone.
Per evitare questo pericolo, gli americani dovrebbero conquistare alcune parti dell'Iran, o forse tutto. Gli Usa non dispongono nemmeno di una piccola parte delle forze necessarie. Tutte le loro truppe di terra sono già impiegate in Iraq e Afghanistan. La loro potente marina è una minaccia per l'Iran, ma nel momento in cui lo stretto fosse chiuso, assomiglierebbe ai modellini di navi in bottiglia.
Questo lascia aperta la possibilità che gli Usa agiscano per procura. Israele attaccherà, senza coinvolgere ufficialmente gli Usa.
Davvero è così? L'Iran ha già annunciato che considererebbe un attacco israeliano come un'operazione americana, e agirebbe come se fosse stato direttamente attaccato dagli Usa. Logico. Nessun governo israeliano considererebbe mai la possibilità di lanciare una simile operazione senza l'assenso esplicito e incondizionato degli Usa.
Cosa sono dunque tutte queste esercitazioni, che generano titoli così eclatanti nei media internazionali?
L'aviazione israeliana sta tenendo esercitazioni a 1500 km dalle nostre coste. Gli iraniani hanno risposto con lanci di prova dei loro missili Shihab, che hanno una gittata simile. Una volta, tali attività venivano chiamate «tintinnio di sciabole», oggi il termine preferito è «guerriglia psicologica». Ma buon senso ci dice che chiunque pianifichi un attacco di sorpresa, non lo grida ai quattro venti.
Sin dai tempi del re Ciro il Grande - il fondatore dell'Impero persiano circa 2500 anni fa, che permise agli esuli israeliti a Babilonia di tornare a Gerusalemme e costruire lì un tempio -, le relazioni tra israeliani e persiani hanno avuto i loro alti e bassi.
Fino alla rivoluzione di Khomeiny, l'alleanza era stretta. Israele addestrava la temuta polizia segreta dello Shah, la Savak. Lo Shah era partner dell'oleodotto Eilat-Ashkelon, progettato per aggirare il canale di Suez, e aiutò a infiltrare ufficiali israeliani nella parte kurda dell'Iraq. Nel corso della lunga e crudele guerra Iran-Iraq (1980-1988), Israele sostenne segretamente l'Iran degli ayatollah.
Oggi l'Iran è una potenza regionale. Negarlo non avrebbe senso. L'ironia è che per questo gli iraniani devono ringraziare il loro principale benefattore in tempi recenti: George W. Bush. Se avessero un minimo di gratitudine, dovrebbero erigere una statua dedicata a lui nella piazza centrale di Tehran.
Per molte generazioni l'Iraq è stato il guardiano della regione araba. È stato il bastione del mondo arabo contro i persiani sciiti. Quando Bush ha invaso l'Iraq distruggendolo, ha aperto tutta la regione alla forza crescente dell'Iran. In futuro gli storici si interrogheranno su questa azione, che merita un capitolo a sé nella «Marcia della follia».
Oggi è già chiaro che il vero obiettivo Usa era impossessarsi della regione petrolifera Mar Caspio/Golfo Persico e collocarvi al centro un presidio americano permanente. Questo obiettivo è stato raggiunto - ora gli Usa parlano di far restare le loro truppe in Iraq «per cent'anni» - e sono occupati a dividere le immense riserve petrolifere irachene tra le 4-5 gigantesche oil companies americane.
Ma questa guerra è stata cominciata senza una riflessione strategica più ampia e senza guardare la mappa geopolitica. Il vantaggio di dominare l'Iraq può essere superato dalla crescita dell'Iran come potenza nucleare, militare e politica in grado di oscurare gli alleati dell'America nel mondo arabo.
Dove ci collochiamo noi israeliani nella partita? Da anni siamo bombardati da una campagna propagandistica che dipinge lo sforzo nucleare iraniano come una minaccia all'esistenza di Israele.
Certo la vita è più piacevole senza una bomba nucleare iraniana, e Ahmadinejad non è molto carino. Ma, nella peggiore delle ipotesi, avremmo un «equilibrio del terrore» tra le due nazioni, molto simile all'equilibrio del terrore tra Usa e Urss che salvò l'umanità dalla terza guerra mondiale, o l'equilibrio del terrore tra India e Pakistan che fa da cornice a un riavvicinamento tra quei due paesi che si detestano profondamente.
In base a tutte queste considerazioni, mi spingo a prevedere che quest'anno non ci sarà un attacco all'Iran, né da parte degli americani, né da parte degli israeliani.
Mentre scrivo queste righe mi sovviene un ricordo: in gioventù ero un avido lettore degli articoli di Vladimir Jabotinsky, che mi colpivano per la loro fredda logica e il loro stile chiaro. Nell'agosto '39, Jabotinsky scrisse un articolo in cui affermava categoricamente che la guerra non sarebbe scoppiata, nonostante tutte le voci in senso contrario. Il suo ragionamento: le armi moderne sono così terribili che nessun paese oserebbe cominciare una guerra. Pochi giorni dopo la Germania invadeva la Polonia, dando avvio alla guerra più terribile (finora) della storia umana.
Il presidente Bush sta per concludere la sua carriera in disgrazia. Lo stesso destino attende impazientemente Olmert. Per politici di questo tipo, è facile essere tentati da un'ultima avventura, un'ultima chance per aggiudicarsi un posto dignitoso nella storia.
Ciononostante, mi attengo alla mia previsione: non accadrà.

(Ury Avneri)


22 luglio 2008

Con Petraeus la situazione in Iraq è di molto, ma di molto migliorata...

Alcuni giornali (ma soprattutto lo stesso Petraeus) sostengono che la strategia detta surge abbia prodotto un grande miglioramento della situazione americana in Iraq (alcuni sono addirittura trionfalistici). Eppure a parte chi non è d'accordo (vedi 1 e 2). l'elenco che segue conferma  la legge di Schopenhauer sull'entropia per la quale "Un bicchiere di monnezza in un barile di vino produce monnezza"




22 Giugno


24 Giugno

26 Giugno

27 Giugno

3 Luglio     

7 Luglio

13 Luglio

15 Luglio

18 Luglio

21 Luglio


8 luglio 2008

Traffico d'armi tra Tirana e Kabul

 

L'ambasciatore statunitense in Albania, John L. Withers II, e il Dipartimento di Stato guidato da Condoleezza Rice sono in questi giorni nella bufera. Henry Waxman, presidente di uno dei comitati del Congresso statunitense che supervisionano le politiche governative (House Oversight and Government Reform Committee) li accusa ufficialmente di aver nascosto al Congresso il coinvolgimento dello stesso ambasciatore nella violazione delle leggi statunitensi che regolano l'acquisto e il trasferimento di armi. Nel caso si tratta di tonnellate di munizioni di fabbricazione cinese contenute negli arsenali dell'Albania, comprate surrettiziamente da una ditta sotto contratto del Pentagono e destinate all'esercito e alla polizia afghana.
L'acquisto e il trasferimento di quelle munizioni non solo viola la legge che proibisce ad entità statunitensi - incluso il Pentagono - di acquistare o commerciare armi cinesi, ma si inserisce in un caso ancora più grave, dato che la ditta in questione era (dal 2006) ed è sotto inchiesta per una serie di frodi ai danni del Pentagono.
Sostanzialmente, i fatti si riferiscono ad una riunione del Novembre 2007 tra lo stesso ambasciatore e l'allora ministro della Difesa albanese Famir Mediu, in occasione di una paventata visita agli arsenali albanesi da parte di un giornalista del New York Times che stava indagando proprio sulle frodi della AEY Inc., ditta basata a Miami Beach (Florida) e posseduta da un certo Efraim Diveroli, ventiduenne di professione massaggiatore che era misteriosamente riuscito in un paio di anni ad ottenere contratti dal Pentagono (l'ultimo nel Gennaio del 2007 per circa 300 milioni di dollari) per forniture varie. La più parte di tali forniture - che avevano già attratto l'attenzione dei militari statunitensi per la loro scadente qualità e provocato le prime inchieste sulla AEY Inc. - si riferivano a munizioni di cui si garantiva l'origine esteuropea (ungherese in particolare ed adatta all'armamento delle forze armate afghane) mentre erano in realtà prese per la più parte dagli arsenali albanesi, che ancora contengono più di centomila tonnellate di munizionamento d'origine cinese ormai in pessime condizioni di conservazione (si ricorderà il tragico episodio del Marzo scorso, in cui morirono 26 persone per l'esplosione di uno degli arsenali dove tale munizionamento era contenuto).
L'ambasciatore statunitense a Tirana e il ministro della Difesa albanese - temendo che il giornalista del Times scoprisse che le munizioni «ungheresi» erano in realtà provenienti dagli arsenali «cinesi» dell'Albania - avevano fatto scomparire le munizioni dal deposito che il giornalista avrebbe visitato, munizioni che erano comunque già state re-imballate, con i marchi cinesi rimossi in fretta e furia per nasconderne l'origine.
Le inchieste del Times - cui chi scrive ha contribuito - e qualche «gola profonda» hanno fatto il resto, provocando l'attuale inchiesta di Waxman e le gravi accuse rivolte al Dipartimento di Stato.
Quando il primo articolo del Times venne pubblicato (27 Marzo 2008), l'addetto alla sicurezza regionale dell'ambasciata statunitense a Tirana, Patrick Leonard, scriveva ai colleghi - in un'e-mail ottenuta da Waxman e pubblicata dal Times: «Grazie a dio non c'è menzione del ruolo dell'ambasciata!». Qualche tempo prima, lo stesso Leonard scriveva: «Il New York Times è arrivato oggi e potrebbe fare un articolo su questo e potrebbe essere "ugly" (molto sgradevole). L'ambasciatore è molto preoccupato per questo».
Alcune comunicazioni della stessa AEY Inc. - ottenute da chi scrive - inviate a vari soggetti che dovevano assicurare il trasporto in Afghanistan provano poi in dettaglio proprio l'origine «bulgara» e «albanese» del munizionamento e confermano che gli invii vennero effettuati utilizzando aerei da trasporto Ilyushin 76 della Turkmenistan Airlines, per il percorso Tirana-Ashgabat, con ricevimento da far controfirmare dal Maggiore R. Walck a Kabul.
Che gli arsenali albanesi fossero usati dal Pentagono per operazioni dello stesso tipo e più o meno segrete lo si sapeva da tempo e già dal 2005 chi scrive e Amnesty International avevano rivelato in un rapporto l'uso di tali arsenali per consistenti invii di munizioni e altro armamento a «clienti» iracheni e ugandesi. Naturalmente - come gli stessi militari statunitensi hanno scoperto quando le casse «cinesi» sono arrivate in Afghanistan - la condizione di quasi inservibilità di tale munizionamento non preoccupa molto il Pentagono: a morire saranno solo i soldati afghani o iracheni.
Non è una novità per i contratti dell'esercito statunitense: durante la Guerra Civile tra il Nord e I «confederati» del Sud un trentenne di nome J. Pierpont Morgan, padre della dinastia dei finanzieri Morgan, aveva comprato dallo stesso esercito del Nord casse di fucili difettosi per 17,500 dollari e li aveva rivenduti una settimana dopo come «nuovi» allo stesso esercito per 110,000 dollari. I patrioti sono sempre gli stessi.

(Sergio Finardi)


17 giugno 2008

Le bugie e i ricatti di Bush

 

Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush finisce sul banco degli imputati per la guerra in Iraq. La commissione sull'intelligence del Senato americano lo accusa di aver mentito sulle prove ottenute dagli 007 pur di iniziare il conflitto.
La notizia non è nuova. Ma, come ha sottolineato ieri il New York Times, i membri della commissione senatoriale hanno preparato «il rapporto finora più completo per stabilire che i decisori politici hanno sistematicamente dipinto un'immagine sull'Iraq molto più nera di quanto era giustificabile dall'intelligence disponibile».
L'atto di accusa è contenuto in 170 pagine che ripercorrono le dichiarazioni pubbliche di Bush e di altri esponenti di spicco dell'amministrazione: c'è un'evidente differenza tra le infuocate dichiarazioni per entrare in guerra e le incertezze (e talvolta i conflitti) che c'erano tra gli 007.
John D. Rockefeller IV, capo democratico della commissione, ha detto che «il presidente e i suoi consiglieri, all'indomani degli attacchi dell'11 settembre, hanno intrapreso una campagna pubblica implacabile per usare la guerra contro al Qaeda per giustificare il rovesciamento di Saddam Hussein».
Sul lato politico, è interessante rilevare che il rapporto è stato avallato non solo dagli otto membri democratici della commissione, ma anche da due esponenti repubblicani: la senatrice Olympia Snowe del Maine e Chuck Hagel del Nebraska.
La Casa Bianca liquida le 170 pagine come una «lettura parziale» di quello che è accaduto, sottolineando che le dichiarazioni pubbliche di Bush e degli altri membri dell'amministrazione erano basate sulle stesse informazioni di intelligence fornite al Congresso, appoggiate anche dai servizi segreti di altri paesi. Su questo punto entra in gioco l'Italia, che ha fornito informazioni di intelligence su un presunto acquisto di uranio dell'Iraq in Niger.
C'è un altro episodio che riguarda l'intelligence italiana, al quale la commissione dedica un rapporto separato di 52 pagine. Tra il 10 e il 13 dicembre 2001, in un appartamento gestito dal Sismi (oggi Aise), ci furono una serie di incontri tra alti funzionari del Pentagono e esponenti iraniani interessati a rovesciare il regime di Teheran.
L'atto di accusa del Senato potrebbe essere utile per il candidato democratico Barack Obama, visto che né il rivale John McCain né l'amministrazione Bush fanno marcia indietro sull'Iraq.
Anzi, secondo quanto scrive Patrick Cockburn sul quotidiano britannico The Independent, Washington sta facendo forti pressioni con Baghdad per avere mano libera nel Paese negli anni a venire, tramite la sottoscrizione di un patto che viene chiamato «alleanza strategica».
«È una terribile breccia nella nostra sovranità», dichiara un politico iracheno a Cockburn, aggiungendo che il patto delegittima ulteriormente il governo di Baghdad, che verrà continuamente definito una pedina degli Stati Uniti.
Secondo la ricostruzione dell'Independent, l'ufficio del vice presidente Dick Cheney sta premendo - tramite l'ambasciatore Usa in Iraq Ryan Crocker - affinché l'«alleanza strategica» sia firmata entro luglio. L'ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani, ha definito il patto la legalizzazione di «un'occupazione permanente».
Il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, sarebbe contrario alla firma, ma allo stesso tempo sa che il governo non potrebbe rimanere al potere senza l'appoggio degli Usa. Washington, inoltre, ricatterebbe Baghdad congelando 50 miliardi di dollari iracheni alla Federal Reserve Bank di New York.
Cockburn scrive che i soldi sono «tenuti in ostaggio»: per riscattarli, il governo iracheno deve accettare il patto. Al momento le riserve irachene sarebbero «protette dai pignoramenti giudiziari grazie ad un ordine presidenziale». Se gli Usa non fossero soddisfatti dalle scelte irachene, l'ordine sarebbe rimosso. Questo farebbe perdere a Baghdad il 40% delle sue riserve all'estero.


(Matteo Bosco Bortolaso)


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