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11 luglio 2009

Gianni Minà : Il colpo di stato honduregno, un fiammifero acceso per Obama

 

Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell'America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto in pratica con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era «il cortile di casa» degli Stati Uniti.
Perché è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichiarandosi «seriamente preoccupato per la situazione» e chiedendo «a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto», ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito: «Sono stati violati i principi democratici».
Ma nessuno può credere che l'ambasciatore Usa in Honduras, Hugo Llorenz, pronto a sua volta ad affermare «l'unico presidente che gli Stati Uniti riconoscono nel paese è Zelaya» (il premier liberale deposto e cacciato in Costa Rica) non sapesse da tempo cosa stava per succedere.
Allora i casi sono due: o l'ambasciatore degli Stati Uniti è un incapace o vogliamo credere che il governo di Washington non ha più la minima influenza sull'apparato militare che, da quasi cinquant'anni, condiziona in modo indiscutibile la vita di un paese di radici maya che, oltretutto, dai tempi in cui il presidente nordamericano Reagan decise di appoggiare la «guerra sporca» alla rivoluzione sandinista in Nicaragua, è la base operativa, logistica delle operazioni militari del Pentagono in quella zona del mondo.
Operazioni che tra l'altro partono da una base militare, quella di Palmerola, assolutamente illegale poiché non è mai stato firmato un accordo ufficiale fra i due paesi perché questo apparato venisse edificato e fosse attivo sul suolo hondureño. Anzi, le forze armate del piccolo paese sono legate al Comando Sud dell'armata nordamericana, i cui consiglieri militari giocano un ruolo essenziale nelle loro strategie.
Fra «gli attori politici» nel piccolo paese centroamericano, di quasi sette milioni e mezzo di abitanti, le forze armate degli Stati Uniti sono ancora preminenti e non a caso gli alti comandi sono stati formati tutti alla famigerata Scuola delle Americhe, prima a Panama e poi a Fort Benning in Georgia, vera fabbrica di dittatori e di assassini.
Il generale Romeo Vazquez, leader dei golpisti, ha studiato, per esempio, in quell'inquietante «ateneo», e da quell'insegnamento, come ricordava l'altroieri Manlio Dinucci, vengono i dittatori hondureñi degli anni '70/'80, Juan Castro, Policarpo Paz Garcia e Humberto Hernandez. Salvo i pochi passati a miglior vita, tutti questi «repressori con stellette» incidono ancora nella vita politica dell'Honduras, anche se nel frattempo si sono sostituiti a loro per via elettorale presidenti presunti liberali o neoliberisti che hanno condotto il paese alla miseria più nera.
Manuel Zelaya, rubricato come liberale ed eletto nel 2006 dalla destra moderata in un paese ostaggio della delinquenza e delle gang giovanili, come il Guatemala e il Salvador, ha avuto il torto di rendersi conto che la causa di questa deriva era di origine strutturale, il prodotto dei bassissimi livelli di sviluppo umano e lo stato di estrema generalizzata povertà.
Così ha pensato di aderire all'Alba, l'Alternativa Bolivariana per i Popoli d'America, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell'America Latina ed i paesi caraibici promossa dal Venezuela e da Cuba, e successivamente da Nicaragua, Ecuador e Repubblica Dominicana (in alternativa all'Area di Libero Commercio delle Americhe, Alca, voluta dagli Stati Uniti): pensando che poteva essere una scelta scorretta ideologicamente, ma economicamente realisticaa, specie considerato il sostegno che avrebbe assicurato ad alcune politiche sociali l'aiuto che sarebbe venuto da Pdvsa, la compagnia petrolifera venezuelana.
In quell'occasione si dimise il vicepresidente, espressione degli interessi di molte imprese private, sospettose di questi accordi per la linea politica espressa dalle nazioni dell'Alba. Adesso è lo stesso Zelaya ad essere esiliato a forza, anche se ora annuncia che tornerà in patria.
In questo scenario dovrà ora farsi largo politicamente Barack Obama che, dopo quanto ha dichiarato, non potrà riconoscere il nuovo governo imposto dal golpe militare e presieduto da Roberto Micheletti, ex presidente del Parlamento - ma non sarà in grado nemmeno imporre, come chiede l'Organizzazione degli Stati Americani e perfino l'Onu, il reintegro nel suo incarico di Manuel Zelaya, anche se è stato democraticamente eletto.
Questo dettaglio non è di poco conto, ma perfino per organi di informazione come lo spagnolo El Pais, giornale una volta progressista, vale solo quando a vincere in America latina è il partito conveniente alle politiche neocoloniali di molte multinazionali spagnole, e non coalizioni in linea con il nuovo vento di indipendenza, autonomia e riscatto che spira in molti paesi del continente a sud del Texas.
Così, in questa occasione, nell'informazione del prestigioso giornale iberico che detta la linea in Europa su come si deve interpretare la realtà latinoamericana,sparisce la condanna dell'Onu al golpe, e anche l'oggetto del contendere in Honduras, cioè un referendum che voleva portare alla convocazione di un'assemblea costituente e non, come afferma il giornale dell'Editorial Prisa, l'aspirazione di Zelaya di «modificare la Costituzione per restare al potere». Quindi i militari in qualche modo avrebbero agito da tutori dello Stato, malgrado la maggioranza dei cittadini non glielo avesse chiesto.
Insomma, in una parte di quella che fu una volta l'informazione di sinistra c'è come un vischioso tentativo a preparare i propri lettori a digerire un colpo di Stato, presentandolo come una soluzione legittima. Peccato che proprio l'attuale ministro degli esteri del governo Zapatero, Miguel Angel Moratinos, abbia denunciato poco tempo fa come fu proprio un governo conservatore spagnolo, quello di José Maria Aznar, il primo a leggittimare, insieme a quello di George W. Bush, il colpo di Stato, poi fallito, in Venezuela l'11 aprile 2002 contro il presidente Ugo Chavez, che era stato scelto dai cittadini.



A El Pais evidentemente hanno la memoria corta, ma nello stesso errore non si può permettere di cadere il successore di Bush, Barack Obama, dopo le dichiarazioni di principio fatte e ribadite.
Chi ha confezionato questa polpetta avvelenata al presidente degli Stati uniti?


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10 luglio 2009

Josè Luiz Del Rojo : Zelaja , un liberale che ha scelto il popolo

 

Questo piccolo paese centro-americano, con i suoi quasi otto milioni
di abitanti e i suoi circa 112.000 kmq, ha sofferto insieme ai suoi
fratelli dell’Istmo il peso di una storia di dolori. Povero, molto
povero, sopravvive con l’esportazione di prodotti coloniali come caffè
e banane. E quella meravigliosa frutta è un marchio di vergogna se
ancora pochi anni fa era noto come una “repubblica delle banane” sotto
il feroce tallone del polipo verde della United Fruit.
Un piccola oligarchia, succube degli interessi multinazionali,
totalmente apàtride, impermeabile al concetto di bene comune,
predatrice nel suo egoismo, accumulava tutto ciò che poteva. Si
sentivano sicuri perché dicevano: sempre così è stato e così
continuerà ad essere. E contavano sull’appoggio costante degli Stati
Uniti. Per gli honduregni che si ribellavano e lottavano erano pronti
repressione crudele, tortura, carceri e morte.
C’erano elezioni: il clientelismo e le minacce erano sufficienti per
mantenere il sistema. Nonostante tutto, però, i venti soffiavano e
soffiano. Nel 2005 venne eletto presidente un leader liberale, uno dei
partiti dell’oligarchia. Il suo nome Manuel Zelaya. Poco o niente da
lui speravano i movimenti popolari. Cattolico osservante e sincero,
toccò con mano la miseria del suo popolo. Cercò soluzioni, guardò
intorno a sé, concentrò il suo sguardo su Cuba, dove nessun bambino
dorme per strada; apprezzò i programmi sociali di Lula in Brasile; si
entusiasmò con la rivoluzione bolivariana in Venezuela e con il
miracolo Evo Morales in Bolivia. Decise la sua strada.
Si avvicinò ai lavoratori delle campagne e delle città, ascoltò le
denunce e le proteste di quell’umanità meticcia e indigena. Insieme ad
essi tracciò progetti di ridistribuzione del reddito, di salute ed
educazione per tutti. Divenne un traditore, criminalizzato dalla
oligarchia.



Osò aderire al sistema Alba, Alleanza Bolivariana per le Americhe,
insieme a Venezuela, Nicaragua, Cuba, Bolivia, Equador, fra gli altri.
Cominciò a fare i primi passi sul binario del movimento continentale
“socialismo XXI”. Due motori spingevano questo movimento. La rilettura
appassionata dei valori della resistenza degli ultimi cinque secoli e
il desiderio di integrazione latinoamericana. E l’Honduras ha anche un
figlio illustre: Francisco Morazán. Combattente, eroe di decine di
battaglie contro la oligarchia, discepolo di Simón Bolívar, lottatore
per l’unità dei popoli dell’Istmo, coprì la carica di presidente della
Unione delle Province dell’America Centrale fra 1830 e 1839. Fu
sconfitto, il mosaico si scompose. Rimase il sogno. Il governo Zelaya
si nutre di esso.
L’oligarchia latino americana si agita, si contorce, è preoccupata. I
movimenti sociali si organizzano vieppiù, avanzano, conquistano
governi progressisti o rivoluzionari. La discussione sulla costruzione
di una società socialista abbandona la nicchia delle illusioni e
diventa pratica sociale delle masse.
L’imperialismo statunitense impantanato in oriente non trova più le
forze per colpire direttamente l’America Latina. Gruppi fascisti,
appoggiati dalla grande stampa e dai capitali forti, tessono trame per
spezzare il processo. Denigrano, mentono su tutto quello che è
popolare. Cercano il golpe in Venezuela e il separatismo in Bolivia.
Sono sconfitti. Si concentrano sull’anello più debole e giocano il
tutto per tutto: Honduras, dove le strutture popolari sono più fragili
e il cammino del cambiamento più recente e atipico.
La necessità dell’azione golpista è impellente. Agire prima che il
processo si consolidi e l’integrazione con i vicini diventi più
concreta. Anche le multinazionali temono di perdere gli anelli e poi
le dita. Il 24 giugno 2009 i paesi dell’Alba decidono
«l’appropriazione delle conoscenze per potere produrre i beni
fondamentali per la vita». E l’Honduras, che importa l’80% delle
medicine, opta per ricevere tecnologia e farmaci generici da Cuba. Ciò
rappresenta una sfida ai colossi dell’industria chimico-farmaceutica.
Non tanto per il danno economico, ma per l’esempio di ribellione.
Altri settori che detengono i “saperi monopolistici” anch’essi si
preoccupano.
Un altro fattore spinge verso il golpe. Lo scoraggiamento della
contro-rivoluzione a causa della amministrazione Barak Obama, visto
come un pericoloso bolscevico. La destra statunitense incalza per
creare fatti irreversibili per distruggere il lento e faticoso dialogo
fra le due Americhe. Si scatena il golpe. Forze potenti aprono le
gabbie dei fascisti storditi.
La lotta politica che si profila è molto maggiore dello spazio
honduregno. Se il golpe si mantiene fino a gennaio 2010, quando ci
sarà una nuova tornata elettorale e senza la presenza di Zeyala, le
oligarchie potranno installare uno dei loro burattini al governo. Così
dimostreranno che tutto è ammesso per fare indietreggiate la
rivoluzione latinoamericana. Di qui la necessità di un isolamento
assoluto dei golpisti: che nessun governo del pianeta sia in
condizione di riconoscerlo e che il legittimo Presidente Zelaya torni
a Tegucigalpa quanto prima. Sarebbe una sconfitta storica per la
destra e rafforzerebbe il “socialismo XXI”. I golpisti sono esasperati
perché tutti i governi latinoamericani - alcuni anche controvoglia -
li hanno condannati. E per la prima volta il grande amico statunitense
li “tradisce” perché il Presidente Obama riconosce solo Zelaya come
primo cittadino dell’Honduras.
Costa dure battaglie, sofferenza e sangue questa tappa della storia
dei popoli honduregni, ma come scriveva il poeta cileno Pablo Neruda
Alta es la noche y Morazán vigila/Es hoy, ayer, manana? Tu lo
sabes./Hermanos, amanece. Y Morazàn vigila(Profonda è la notte e
Morazán vigila/E’ oggi, ieri, domani? Tu lo sai./Fratelli, albeggia. E
Morazán vigila).

 


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24 giugno 2007

Filosofia versus democrazia : l’esodo di Richard Rorty.

 

La morte di Richard Rorty (dopo quelle di Feyerabend, Davidson e Quine) chiude una fase della querelle anglosassone tra oggettivismo e relativismo. Rorty ha avuto il grande merito di portare la sensibilità ermeneutica all’interno del mondo anglosassone, così refrattario ad un approccio storicistico. Dal punto di vista filosofico egli ha all’inizio della sua carriera cercato di superare l’approccio della filosofia analitica dall’interno. Poi ha sottoposto l’intera epistemologia moderna contemporanea a critica soprattutto nella pretesa di disegnare la mente come strumento di rispecchiamento della realtà, strumento la cui affidabilità andrebbe continuamente verificata. Infine ha rivolto la sua critica all’intera filosofia, rea di tendere al totalitarismo delle idee, ed ha proposto come alternativa la democrazia, caratterizzata dalla conversazione civile, a sua volta basata anche sulle potenzialità retoriche della letteratura.

In questa sua intrapresa Rorty ha giustamente anche tentato di riprendere il pensiero forse rimosso di John Dewey, anche se ne ha tentato un confronto con Heidegger che forse lascia il tempo che trova.

Sottoposto a critiche pressoché continue (Stefano Petrucciani, Armando Massarenti e Giovanni Stelli in Italia hanno svolto interessanti argomentazioni in tal senso) Rorty ha avuto forse il difetto di estendere il giustificato basso profilo della sua metafilosofia anche al momento in cui si trattava di filosofare concretamente: altro è dire che non esiste il piatto perfetto, altro è cucinare male. Dire ad es. che la democrazia non vada giustificata, è cancellare senza un motivo serio intere pagine di filosofia politica solo perché si è rimasti attaccati al livello metafilosofico del proprio discorso : altro è l’ironia, altro l’afasia. Inoltre la sua resa filosofica di fronte a personaggi storici come Saddam è una dimostrazione di provincialismo (anche se la sua tesi sulla necessità dell’Unione europea è affascinante), come del resto il suo limitare il confronto ed il dialogo alla comunità nella quale si vive. Per cui il relativismo paradossalmente diventa fattore di chiusura, più che di curiosità e di approssimazione all’altro.


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