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26 novembre 2009

Geraldina Colotti : I piani di Washington attraverso Bogotà

 

L'Honduras non diventerà «il nuovo Afghanistan» dell'America latina, ha scritto il giornale El soberano, vicino alla resistenza antigolpista, denunciando le manovre esterne sulla crisi del paese. Per far pressione sui lavoratori - accusa il Fronte di resistenza contro il colpo di stato - gli imprenditori ricattano i dipendenti, minacciando di licenziarli se non mostreranno il dito sporco d'inchiostro dopo le previste elezioni-farsa del 29 novembre (in Honduras si vota con l'impronta). Tramite un'organizzazione padronale, l'usurpatore Roberto Micheletti, protagonista del colpo di stato del 28 giugno, avrebbe già reclutato «osservatori» fra le organizzazioni di estrema destra di ogni paese: «Arriveranno dagli Stati uniti, dall'Europa, dal Cile, dall'Argentina, dalla Colombia e dal Centroamerica». Lo ha assicurato Amilcar Bulnes, presidente del Cohep, il Consiglio honduregno delle imprese private, sulle pagine del quotidiano La Prensa (il cui proprietario è il magnate honduregno Jorge Canahuati, detto «Pepsi»). Per la supervisione di un processo elettorale che deve «instaurare un clima favorevole agli investimenti» sono attesi anche gli ex presidenti Alvaro Arzu (del Guatemala), e Alfredo Cristiani (del Salvador).
Al momento, gli «osservatori» reclutati sarebbero già fra i 300 e i 500, da aggiungere a quelli inviati dall'organizzazione neonazista Uno America e a diversi esponenti della Rete latinoamericana e dei Caraibi per la libertà: un'emanazione della Fondazione libertà, finanziata dalla statunitense National Endowment for Democracy (Ned), e dalla Fondazione per l'analisi e gli studi sociali (Faes), dell'ex capo del governo spagnolo José Maria Aznar. La Uno America, legata alla Cia come l'onnipresente Ned, è accusata dalla Bolivia di aver avuto una parte nel tentativo di assassinio del presidente Evo Morales.



Che la partita del piccolo Honduras non fosse questione interna al paese, lo ha dichiarato il capo dell'esercito golpista, Miguel Angel Garcia, subito dopo il colpo di stato: «L'Honduras e le sue forze armate hanno bloccato i piani espansionistici di un leader sudamericano per imporre un socialismo mascherato da democrazia fin dentro gli Stati uniti», ha detto in televisione. E il riferimento era evidentemente al presidente del Venezuela, Hugo Chavez. D'altro canto, nonostante le dichiarazioni pro-Zelaya del presidente Usa Barack Obama, a orientare la delegazione golpista durante gli incontri che si sono tenuti a San José, in Costa Rica, sotto l'egida paludata di Arias, il 9 luglio, c'erano due consiglieri statunitensi: Bennet Ratcliff (che avrebbe addirittura stilato le proposte degli usurpatori) e Lanny Davis (regista della campagna elettorale di Hillary Clinton contro Obama, prima della cooptazione).
Il lupo perde il pelo ma non il vizio - dichiarano a proposito del Pentagono i paesi progressisti dell'America latina. Secondo Venezuela, Bolivia ed Ecuador, Washington starebbe ridistribuendo le carte per una nuova egemonia sul suo ex «cortile di casa», muovendo vecchie e nuove pedine. Cardine di questa nuova strategia, l'accordo militare fra Colombia e Stati uniti, che mira a stoppare il processo di integrazione latinoamericana e ad approfondire la divisione fra tre blocchi regionali: uno di destra, capeggiato da Perù e Colombia, un altro «socialdemocratico» formato da Brasile,Cile, Argentina e Uruguay (fino a prova contraria, visto il secondo turno elettorale del 29 novembre); e un terzo asse composto dai paesi dell'Alba (l'Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America) composto da Cuba, Bolivia, Venezuela, Ecuador. Paesi contro i quali, dopo l'accordo per l'installazione di 7 basi Usa concesso da Uribe, Washington avrebbe ripreso a ordine piani destabilizzanti attraverso Bogotà. In prima linea, il Dipartimento amministrativo di sicurezza (Das) un organismo di spionaggio politico che dipende direttamente dal presidente della repubblica.
Nella Colombia del narcotraffico e dei paramilitari, che vanta il triste primato mondiale degli assassini di sindacalisti e difensori dei diritti umani (circa 200 all'anno), anche il Das ha potuto agire indisturbato, impastando - come hanno dichiarato i suoi funzionari nei processi e davanti alle commissioni internazionali - in complotti politici, torture e assassinii. Dopo l'arresto di due membri del Das, il governo venezuelano ha recentemente mostrato in pubblico documenti che attesterebbero piani eversivi targati Washington e Bogotà ai danni di Venezuela e Ecuador: il piano Falcon e Salomon. Il piano Felix, invece, riguarderebbe Cuba, e l'infiltrazione di spie e sobillatori mediante l'invio di falsi studenti alla Scuola latinoamericana di medicina, fra le migliaia che Cuba accoglie ogni anno per offrire loro istruzione gratuita.
Base d'appoggio, le zone ricche del Venezuela come lo stato di Zulia, dove il processo di «balcanizzazione» fomenta le spinte separatiste. Le Basi Usa in Colombia - ha detto Evo Morales - servono a costruire «Guantanamo» anche in America latina. E L'Ecuador - pur avendo ripreso le relazioni con la Colombia, interrotte dopo l'attacco militare compiuto ai danni della guerriglia colombiana delle Farc sul suo territorio - ha votato in parlamento una mozione di rifiuto dell'accordo militare Usa-Colombia. E in Venezuela, mentre si manifesta contro le basi Usa, Chavez invia carri armati e truppe al confine con la Colombia.


5 febbraio 2009

Maurizio Matteuzzi : la speranza sudamericana

 «Se oggi siamo qui lo dobbiamo a voi e alle vostre lotte, e noi quattro non siamo venuti qui perché invitati ma perché convocati da voi». Quando Evo Morales ha pronunciato al microfono queste parole - che con la semplicità solo apparente dei suoi discorsi colgono il senso politico più di tanti interventi prolissi e «colti» - la platea del ginnasio della UEDA, la Universidade do Estado do Pará qui a Belém, si è sciolta in un brodo di giuggiole. Non importava che ci fossero quasi due ore di ritardo, che dentro il calore fosse insopportabile e fuori cadesse un'acquazzone apocalittico.



Giovedì doveva essere il gran giorno, almeno a livello simbolico e mediatico (senza trascurare però quello politico), di questa edizione amazzonica del Forum sociale mondiale, e lo è stato. Prima, all'inizio del pomeriggio, l'incontro organizzato dai «movimenti sociali» presenti, in realtà dall'Mst, il Movimento dei senza terra brasiliani che distribuiva con oculatezza gli inviti. Gli inviti per la platea e la «convocazione» per i presidenti più «amici». Il boliviano Evo Morales, l'ecuadoriano Rafael Correa, il paraguayano Fernando Lugo e il venezuelano Hugo Chávez, che era - o pensava di essere - il mattatore. Mancava il quinto, il brasiliano Lula, che João Pedro Stedile, il volto più noto dell'Mst, non aveva invitato, citandolo poi solo di sfuggita, insieme ai Kirchner argentini, nel suo intervento conclusivo. Un'assenza vistosa, uno «sgarbo» che non è passato inosservato e che testimonia dei rapporti non rotti ma tesi fra Lula e il movimento che si aspettava da lui la tanto attesa (e promessa) riforma agraria. In sostanza l'incontro del pomeriggio di giovedì era una sorta di mutuo riconoscimento dei movimenti sociali, anzi del più grosso movimento sociale (almeno) dell'America latina ai quattro presidenti sentiti come più vicini, e di questi quattro presidenti all'Mst.
Voleva essere - ed è stato - anche la prova, magistralmente rappresentata da quelle poche e scarne parole di Evo, che senza il patrimonio culturale, politico e umano elaborato e messo in campo dai Forum sociali mondiali fin dalla prima edizione di Porto Alegre nel 2001 nessuno avrebbe potuto immaginare, come ha detto Correa, il «momento magico» che oggi vive l'America latina. Non più solo un esempio di denuncia e di «resistenza» alle nefandezze del capitalismo neo-liberista ma una regione dove, come ha affermato Chávez non temendo le iperboli, il nuovo mondo «possibile e necessario» che si cercava fra infinite difficoltà, ingenuità ed errori, «sta nascendo». Esagerazioni? Eccessi di ottimismo e di retorica? Forse. Ma di certo faceva impressione vedere davanti a quella platea fremente stipata dentro il ginnasio quattro presidenti della repubblica. Presidenti eletti con tutti i crismi della democrazia. Che hanno parlato a lungo della crisi globale, dell'opportunità che essa offre per cambiare radicalmente, del socialismo, per quanto del secolo XXI. Quindi tutto da costruire e da inventare, com'era da costruire e inventare l'«altro mondo possibile» che per la prima volta portò tanti visionari a darsi appuntamento a Porto Alegre otto anni fa. Come ha detto Correa «non confidiamo nei dogmi, né nei fondamentalismi. A ogni malattia la sua cura. In America latina stiamo vivendo un momento magico, stanno sorgendo nuovi leader e nuovi governi».
L'ultimo intervento è toccato a Chavez, che anziché i 20 minuti degli altri ha parlato per quasi un'ora finché Stedile non gli ha mandato un bigliettino in cui gli ingiungeva di chiudere. Chavez è Chavez, nel bene e nel male, ha detto cose giuste, ha citato Fidel portando l'entusiasmo della platea alle stelle, ha rivendicato la sua primogenitura sul socialismo del ventesimo secolo e non ha voluto rinunciare a indulgere alla retorica, come quando si è proclamato «femminista» sulla base dell'assioma che «un vero socialista non può non essere femminista». E' stato Stedile a richiamare i compagni presidenti (del resto non erano stati «convocati» per questo?) in termini fraterni ma bruschi, alla realtà: «Socialismo del XXI secolo come dice Chavez? Va bene, ma noi non abbiamo tempo di aspettare un secolo. Cosa facciamo a partire da domani? Bisogna approfittare della crisi del capitalismo per fare passi avanti e per agglutinare le forze popolari e prendere misure anti-capitaliste». Come la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di comunicazione. Roba da niente. Ecco perché non aveva invitato Lula. Che invece era presente - e perfettamente a suo agio - al centro del tavolo nell'altro appuntamento di giovedì, quello della sera. Questa volta aperto al pubblico del Forum - ed erano in 10 mila - e con gli altri quattro presidenti.
Il Brasile non vuole rinunciare al suo ruolo nel Forum (oltre a Lula a Belém sono arrivati undici ministri fra cui la candidata in pectore alle presidenziali del 2010, Dilma Roussef) e in America latina. Oscillando a volte fra la tentazione di porsi alla testa dei paesi emergenti o di far valere il peso economico e politico di global player. Lula con otto ministri era presente anche ieri mattina all'incontro con il Consiglio internazionale, l'organo che regge in senso lato le sorti degli Fsm, a riprova della sua volontà di contare.
Gli incontri fra i presidenti di giovedì e l'attivismo di Lula riportano al nodo non risolto dei rapporti fra i governi, più o meno «amici», e «il movimento». Anche se, al contrario che a Caracas 2006, questa volta sembra che la pressione di venezuelani e cubani sia meno forte. Cuba ad esempio, pur essendo sempre nel cuore del popolo del Forum sociale mondiale, ha mandato a Belém una delegazione di basso profilo (tre anni fa a Caracas c'era un onnipresente Ricardo Alarcon).
Il forum amazzonico si chiuderà domani e poi si vedrà nei fatti quale dei due capi del nodo tirerà di più. Lo si vedrà anche dalla scelta della prossima sede. C'è che la vorrebbe negli Stati uniti, un messaggio lanciato a Obama prima ancora che un riconoscimento del ruolo dei movimenti sociali made in Usa, da sempre attivissimi nelle varie edizioni degli Fsm. Ma sembra più che altro una boutade. Tanto per dire, i tre quarti di quelli che sono a Belém non potrebbero mai avere il visto per entrare negli Usa


21 dicembre 2008

L'isolamento di Cuba prossimo alla fine ?

 

I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.



Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.


22 novembre 2008

Come cambia la prospettiva se si è al governo. Emir Sader: Le destre sperano che la crisi faccia il lavoro per loro

 E' la sinistra di solito a essere accusata di catastrofismo. Ma adesso è la destra che, senza proposte, punta sul tanto peggio tanto meglio per vedere se finalmente riesce a disfarsi dei nuovi governi progressisti dell'America latina. A cominciare da Lula che, con l'80% di gradimento, la fa disperare.
Prima puntava sull'inflazione, che sarebbe presto uscita di controllo e avrebbe portato il Brasile alla recessione. Poi era venuto l'editoriale dell'Economist a prevedere che quello di Fernando Lugo in Paraguay fosse l'ultimo governo progressista dell'America latina perché, diceva, sta arrivando la recessione e in tempi di recessione la destra è meglio. Il settimanale conservatore dimentica però che la mappa del continente oggi è cambiata. Che in El Salvador Mauricio Funes, candidato dell'Fmln, ha ottime possibilità di essere il prossimo anello della catena dei presidenti progressisti, e che la capacità di resistenza di questi governi davanti alla crisi è ora maggiore che ai temi dei suoi adorati cocchi - Fernando Henrique Cardoso, Carlos Menem, Carlos Andrés Pérez, Gonzalo Sanchez de Lozada, fra i tanti FHC, apostolo del caos, scommette sulla crisis e sulla recessione. Lui sa bene di cosa parla. In fin dei conti, nei suoi 8 anni di governo mandò in rovina il Brasile per tre volte e per tre volte dovette andare a bussare alla porta dell'Fmi. Nascose la crisi durante la campagna elettorale del '98, fece di tutto - appoggiato con calore dagli stessi media privati che ora puntano sul caos - per vincere al primo turno perché il paese era di nuovo in rovina e il ministro delle finanze Pedro Malan stava negoziando un nuovo accordo di capitolazione con il Fondo. Non ci fu verso, esplose la crisi e i tassi d'interesse del Brasile toccarono il 49%, l'economia entrò in una recessione prolungata che s'accompagnò a tutta la durata del governo Cardoso e portò sia all'inevitabile sconfitta dei «socialdemocratici» nelle elezioni del 2002 sia alla valutazione di FHC come il politico peggio valutato dal popolo brasiliano.



Adesso la destra punta sulla crisi, che è la crisi della sua filosofia, dei suoi salmi sulle virtù del mercato. Ipocriti, tentano di nascondere che sono stati proprio i loro discorsi a portare al baccanale speculativo degli Stati uniti - la mecca del neo-liberismo. Lula dovrebbe andare a fondo perché se il dotto, l'illustre, il cocco delle grandi imprese private, FHC, è andato a fondo - nella politica economica, sociale, educativa, culturare, estera -, come potrebbe farcela un tornitore meccanico del Pt, un nordestino che ha perso un dito sotto una pressa? E' lo smacco per le teorie secondo cui le élite sanno di più, possono di più, fanno di più e di meglio. Le stesse teorie fallite in Bolivia, dove l'indigeno Evo Morales sta riuscendo là dove il «gringo» Sanchez de Lozada non è riuscito, o in Venezuela, dove il mulatto Hugo Chavez riesce là dove l'élite bianca dei Carlos Andrés Pérez e Rafael Caldera non è riuscita.
Le economie dei paesi che partecipano al processo d'integrazione regionale soffrono e presumibilmente soffriranno meno gli effetti gli effetti della peggior crisi del capitalismo dal 1929, in quanto privilegiano l'interscambio fra loro, diversificano i mercati internazionali - esempio tipico il posto che sta occupando la Cina -, sviluppano il mercato interno dei consumi popolari diminuendo il peso delle esportazioni, dispongono di sempre più risororse finanziarie proprie (che il Banco del sur incrementerà). Allora l'effetto della crisi fu la caduta di 16 governi dell'America latina. Ora nessun governo è caduto e prevedibilmente cadrà, e a soffrire di più saranno quelli più legati all'economia Usa e ai dettami del neo-liberismo - il Messico primo fra tutti.
Cardoso e le vedove che lui e quelli come lui hanno lasciato nell'industria privata possono piangere, puntare al peggio, aspettare seduti sulla riva del fiume il fallimento dei nuovi governi dell'America latina. Il loro tempo è passato. Il funerale di Wall street è il loro funerale. Quello dei salmi al mercato, dello stato minimo, del regno della speculazione. Riposino in pace, che i popoli latino-americani hanno altro a cui pensare che preoccuparsi di quelle cassandre neo-liberiste.


28 maggio 2005

Minà sulla questione cubana

CUBA
Il candore dei cronisti italici
GIANNI MINÀ
Uno spirito caustico come Daniel Chavarría, scrittore e rivoluzionario uruguayano, ha liquidato l'episodio dell'espulsione da Cuba di Francesco Battistini del Corriere della Sera e di Francesca Caferri de la Repubblica, insieme a due o tre politici polacchi, con una battuta crudele «Meno male! A Cuba i giornalisti li espellono, in Iraq invece la truppa d'occupazione nordamericana spara loro addosso». La battuta feroce si basa su una constatazione incontrovertibile e scabrosa: anche Cuba vive da tempo una guerra, quella che gli Stati uniti le hanno dichiarato 45 anni fa con l'embargo economico e mediatico (recentemente inasprito) e che ora, nell'epoca di Bush jr., ha ripreso vigore, come confermano le 450 inquietanti pagine del progetto «Cuba libre», disponibili da maggio 2004 sul sito del dipartimento di stato Usa. E' un progetto politico ben preciso che, con tanti saluti al diritto di autodeterminazione dei popoli, punta ad un cambio «rapido e drastico» nell'isola. Così, senza voler giustificare le inutili espulsioni dei giornalisti, si intende come Cuba possa vivere in una sindrome di «castello assediato» che le fa commettere errori. Una condizione in cui la nazione più poderosa del mondo stanzia pubblicamente 53 milioni di dollari l'anno (più 5 per le campagne di propaganda) per costruire una opposizione alla revolución e cambiarne il destino (per ora meno drammatico del resto dell'America latina).

Perché nel documento della «Commissione per sostenere una Cuba libera» si dichiara senza mezzi termini l'intenzione del governo di Washington di designare fin da ora, per l'isola che si presume sarà liberata, un coordinatore del dipartimento di stato, che si occuperebbe della transizione. Insomma un Paul Bremer che successivamente dovrebbe passare il potere ad un altro Allawi, anche lui, verosimilmente, proveniente dalla Cia. E questo, è ovvio, per ristabilire la democrazia.

«L'assemblea per la promozione della società civile a Cuba», organizzata da Marta Beatriz Roque venerdì 20 e sabato 21 maggio, con un budget di 130 mila dollari, forniti da James Cason, esperto di «guerre sporche» e responsabile dell'ufficio di interessi degli Stati uniti all'Avana, è una delle tappe di questa strategia della tensione. Una politica tesa alla destabilizzazione interna e inaugurata, due anni fa, con i dirottamenti di tre aerei passeggeri e il sequestro fallito del ferry boat di Regla.

La strategia è proseguita quest'anno in occasione della 61° sessione della Commissione diritti umani dell'Onu, nella quale il governo di Washington è riuscito a bloccare la presentazione di una denuncia sulle violenze, gli abusi e le torture compiute dai suoi funzionari, ufficiali e soldati in Afghanistan, nelle carceri irachene e a Guantanamo, ma ha ottenuto di imporre di stretta misura, col voto determinante di alcune nazioni europee come l'Italia, una censura a Cuba, dove non ci sono mai stati desaparecidos, torture ed esecuzioni extra giudiziarie.

L'iniziativa di Beatriz Roque e di René de Jesus Gomez e Felix Antonio Bonne, che, bisogna ricordare, si è svolta regolarmente, con il disappunto di tutti quei politici mestatori e giornalisti che si aspettavano una repressione, è stata però un'iniziativa alla fine autolesionistica.

Perché non solo ha costretto alcuni dissidenti storici come Osvaldo Payá, Cuesta Morua ed Elizardo Sanchez a dissociarsi da una manifestazione organizzata da chi «incontestabilmente prende ordini e soldi dal governo degli Stati uniti», ma perché ha ribadito le divisioni e la possibilità di manipolare l'opposizione alla revolución.

Chi potrebbe fidarsi, infatti, di un progetto di cambio politico che afferma: «Bisognerà processare i funzionari e i membri del governo, del partito, delle forze di sicurezza, delle organizzazioni di massa e anche quelle di cittadini favorevoli al governo rivoluzionario (e quindi ufficialmente tutti) e forse pure di molti membri dei Comitati di difesa della rivoluzione»? Perché, sia chiaro «la lista potrebbe essere molto ampia». Questa sarebbe la strategia per restituire Cuba alla libertà e alla democrazia? E i cronisti dei nostri più prestigiosi giornali invece di informarsi e di allarmarsi per questa guerra sotterranea in corso, vanno, in zona di operazione, con visti da turisti. Lo farebbero in Iraq o anche solo in Palestina? E perché insieme ai candidi partiti «democratici» italiani dimenticano per esempio che, proprio in questi giorni, George W. Bush ha, come ospite a Miami, il famigerato terrorista Luis Posada Carriles, al quale potrebbe concedere «asilo politico»?

Ma in Italia queste inquietanti realtà, che spiegano la «sindrome da assedio» in cui talvolta cade Cuba, non interessano a molti esponenti di partiti che si dichiarano ancora di sinistra. Figuriamoci ai giornalisti, che certamente non hanno pensato di andare in Florida (consiglierei con un visto giornalistico ufficiale) per fare un reportage negli ambienti da cui parte il terrorismo verso Cuba.

Ma l'informazione embedded che trionfa attualmente ignora queste quisquilie. La guerra mediatica cara al dipartimento di stato si fa con le provocazioni, magari come quelle familiari ai Reporter sans frontières, il cui fondatore, Robert Menard, recentemente ha dovuto ammettere di essere stato sovvenzionato dal National Endovement for Democracy, l'agenzia della Cia che sovrintende a queste operazioni di discredito delle nazioni non allineate agli interessi del governo degli Stati uniti.





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