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8 aprile 2009

Andrea Oleandri : vive la France !

 Se c'è una cosa che devo riconoscere ai francesi, è la massiccia dose di "palle" (scusate per il francesismo) che ci mettono quando devono lottare per un loro diritto.
Ce ne eravamo resi conto anche ai tempi del CPE, ovvero la modifica dei contratti di lavoro in chiave liberalizzatrice (un po' come la nostra tanto amata legge 30). Ce ne rendiamo conto quando scendono in piazza per gli scioperi generali, con la bassa dose di crumiraggio.
E soprattutto, ce ne siamo resi conto in questi ultimi giorni con i lavoratori che, messi di fronte al licenziamento, hanno preso a sequestrare all'interno della fabbrica i loro dirigenti e manager.
Pratica di cui tenere conto ma da rafforzare in altra direzione. Di fronte ad industrie e fabbriche che chiudono non perché in crisi, ma poiché rendita e profitto vanno difesi e garantiti (l'Indesit ne è l'esempio più clamoroso), bisogna fare un salto qualitativo nella lotta. A tal proposito mi è tornato alla mente in questi giorni il bellissimo documentario della Klein "The Take - La Presa". Brevemente, parla di gruppi di operai che durante la crisi che colpì l'Argentina alcuni anni fa (la sirena di quanto sarebbe accaduto in tutto il mondo oggi), presero ad occupare le loro fabbriche che il padrone aveva abbandonato, a formarsi in cooperative e a rilanciare la produzione.



Per questo più su dicevo che è necessario un salto qualitativo di quanto sta avvenendo in Francia. Sequestrare i dirigenti per chiedere una contrattazione seria, risulta una pratica fine a se stessa nel momento in cui l'azienda ha comunque deciso di chiudere. Può servire a garantire migliori ammortizzatori, una ricollocazione per alcuni, ma ad evitare tanti licenziamenti, probabilmente no.
Se devono saltare delle teste, queste sono quelle dei manager e non dei lavoratori.
E' dunque urgente che anche in Francia, in Italia e ovunque chiudano fabbriche, i lavoratori si facciano carico di ciò che è loro - una volta si sarebbe detto che i lavoratori si devono impossessare dei mezzi di produzione - rilanciando la produzione, lavorando alla ricerca di un mercato sul quale scambiare i loro prodotti. Del resto, da una parte, senza la necessità del profitto, i prezzi sarebbero più competitivi; dall'altra, i prodotti senza manager e dirigenti, sarebbero comunque di qualità, visto che non è il controllo dall'alto che migliorano gli stessi, ma è il lavoro degli operai che ne fa la qualità.
Ovviamente, come sempre, io posso dire la mia, ma poi sta ai lavoratori organizzarsi direttamente, e al sindacato (posto che ne abbia voglia, altrimenti se ne può fare anche a meno) agevolare e aiutare questa organizzazione, magari lavorando anche per trovare il mercato o l'indotto nel quale vendere i prodotti delle fabbriche recuperate.
La lotta al sistema capitalista e neo-liberista passa anche da qui, dalla messa in discussione del paradigma produttivo – in questo caso – in chiave organizzativa.


5 febbraio 2009

Maurizio Matteuzzi : la speranza sudamericana

 «Se oggi siamo qui lo dobbiamo a voi e alle vostre lotte, e noi quattro non siamo venuti qui perché invitati ma perché convocati da voi». Quando Evo Morales ha pronunciato al microfono queste parole - che con la semplicità solo apparente dei suoi discorsi colgono il senso politico più di tanti interventi prolissi e «colti» - la platea del ginnasio della UEDA, la Universidade do Estado do Pará qui a Belém, si è sciolta in un brodo di giuggiole. Non importava che ci fossero quasi due ore di ritardo, che dentro il calore fosse insopportabile e fuori cadesse un'acquazzone apocalittico.



Giovedì doveva essere il gran giorno, almeno a livello simbolico e mediatico (senza trascurare però quello politico), di questa edizione amazzonica del Forum sociale mondiale, e lo è stato. Prima, all'inizio del pomeriggio, l'incontro organizzato dai «movimenti sociali» presenti, in realtà dall'Mst, il Movimento dei senza terra brasiliani che distribuiva con oculatezza gli inviti. Gli inviti per la platea e la «convocazione» per i presidenti più «amici». Il boliviano Evo Morales, l'ecuadoriano Rafael Correa, il paraguayano Fernando Lugo e il venezuelano Hugo Chávez, che era - o pensava di essere - il mattatore. Mancava il quinto, il brasiliano Lula, che João Pedro Stedile, il volto più noto dell'Mst, non aveva invitato, citandolo poi solo di sfuggita, insieme ai Kirchner argentini, nel suo intervento conclusivo. Un'assenza vistosa, uno «sgarbo» che non è passato inosservato e che testimonia dei rapporti non rotti ma tesi fra Lula e il movimento che si aspettava da lui la tanto attesa (e promessa) riforma agraria. In sostanza l'incontro del pomeriggio di giovedì era una sorta di mutuo riconoscimento dei movimenti sociali, anzi del più grosso movimento sociale (almeno) dell'America latina ai quattro presidenti sentiti come più vicini, e di questi quattro presidenti all'Mst.
Voleva essere - ed è stato - anche la prova, magistralmente rappresentata da quelle poche e scarne parole di Evo, che senza il patrimonio culturale, politico e umano elaborato e messo in campo dai Forum sociali mondiali fin dalla prima edizione di Porto Alegre nel 2001 nessuno avrebbe potuto immaginare, come ha detto Correa, il «momento magico» che oggi vive l'America latina. Non più solo un esempio di denuncia e di «resistenza» alle nefandezze del capitalismo neo-liberista ma una regione dove, come ha affermato Chávez non temendo le iperboli, il nuovo mondo «possibile e necessario» che si cercava fra infinite difficoltà, ingenuità ed errori, «sta nascendo». Esagerazioni? Eccessi di ottimismo e di retorica? Forse. Ma di certo faceva impressione vedere davanti a quella platea fremente stipata dentro il ginnasio quattro presidenti della repubblica. Presidenti eletti con tutti i crismi della democrazia. Che hanno parlato a lungo della crisi globale, dell'opportunità che essa offre per cambiare radicalmente, del socialismo, per quanto del secolo XXI. Quindi tutto da costruire e da inventare, com'era da costruire e inventare l'«altro mondo possibile» che per la prima volta portò tanti visionari a darsi appuntamento a Porto Alegre otto anni fa. Come ha detto Correa «non confidiamo nei dogmi, né nei fondamentalismi. A ogni malattia la sua cura. In America latina stiamo vivendo un momento magico, stanno sorgendo nuovi leader e nuovi governi».
L'ultimo intervento è toccato a Chavez, che anziché i 20 minuti degli altri ha parlato per quasi un'ora finché Stedile non gli ha mandato un bigliettino in cui gli ingiungeva di chiudere. Chavez è Chavez, nel bene e nel male, ha detto cose giuste, ha citato Fidel portando l'entusiasmo della platea alle stelle, ha rivendicato la sua primogenitura sul socialismo del ventesimo secolo e non ha voluto rinunciare a indulgere alla retorica, come quando si è proclamato «femminista» sulla base dell'assioma che «un vero socialista non può non essere femminista». E' stato Stedile a richiamare i compagni presidenti (del resto non erano stati «convocati» per questo?) in termini fraterni ma bruschi, alla realtà: «Socialismo del XXI secolo come dice Chavez? Va bene, ma noi non abbiamo tempo di aspettare un secolo. Cosa facciamo a partire da domani? Bisogna approfittare della crisi del capitalismo per fare passi avanti e per agglutinare le forze popolari e prendere misure anti-capitaliste». Come la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di comunicazione. Roba da niente. Ecco perché non aveva invitato Lula. Che invece era presente - e perfettamente a suo agio - al centro del tavolo nell'altro appuntamento di giovedì, quello della sera. Questa volta aperto al pubblico del Forum - ed erano in 10 mila - e con gli altri quattro presidenti.
Il Brasile non vuole rinunciare al suo ruolo nel Forum (oltre a Lula a Belém sono arrivati undici ministri fra cui la candidata in pectore alle presidenziali del 2010, Dilma Roussef) e in America latina. Oscillando a volte fra la tentazione di porsi alla testa dei paesi emergenti o di far valere il peso economico e politico di global player. Lula con otto ministri era presente anche ieri mattina all'incontro con il Consiglio internazionale, l'organo che regge in senso lato le sorti degli Fsm, a riprova della sua volontà di contare.
Gli incontri fra i presidenti di giovedì e l'attivismo di Lula riportano al nodo non risolto dei rapporti fra i governi, più o meno «amici», e «il movimento». Anche se, al contrario che a Caracas 2006, questa volta sembra che la pressione di venezuelani e cubani sia meno forte. Cuba ad esempio, pur essendo sempre nel cuore del popolo del Forum sociale mondiale, ha mandato a Belém una delegazione di basso profilo (tre anni fa a Caracas c'era un onnipresente Ricardo Alarcon).
Il forum amazzonico si chiuderà domani e poi si vedrà nei fatti quale dei due capi del nodo tirerà di più. Lo si vedrà anche dalla scelta della prossima sede. C'è che la vorrebbe negli Stati uniti, un messaggio lanciato a Obama prima ancora che un riconoscimento del ruolo dei movimenti sociali made in Usa, da sempre attivissimi nelle varie edizioni degli Fsm. Ma sembra più che altro una boutade. Tanto per dire, i tre quarti di quelli che sono a Belém non potrebbero mai avere il visto per entrare negli Usa


21 dicembre 2008

L'isolamento di Cuba prossimo alla fine ?

 

I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.



Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.


15 luglio 2008

A che punto sono le fabbriche recuperate sudamericane

 

Una delegazione argentina di funzionari di governo, sindacalisti e operai di imprese recuperate è in Italia per visitare alcune cooperative e stabilire nuovi rapporti internazionali. Negli ultimi anni, alcune imprese autogestite argentine si sono messe in contatto con cooperative italiane nella ricerca di nuove forme di organizzazione del lavoro. Da questa esperienza sono nate alcune «multinazionali» di un'altra economia. Il default argentino del 2001 ha messo in moto un modello di impresa impossibile, un impresa senza capitale. Disperati, senza lavoro, in un paese insolvente, gli operai hanno incominciato ad occupare le loro fabbriche chiuse, si sono organizzati in cooperative, hanno chiesto alla magistratura di poter usufruire delle macchine e lentamente gli impianti hanno ripreso a produrre. Sono passati sette anni e oggi circa 200 imprese recuperate continuano a sfidare la logica del profitto. Queste esperienze di autogestione propongono un cambio di prospettiva. Non si fondano sulla logica economicistica del sempre maggiore profitto, ma su una logica di produzione che mette al centro l'essere umano. L'uomo è mezzo ma pure fine. Tra le differenti proposte messe in atto per superare la crisi (piqueteros, assemblee, trueque ecc) quella del recupero delle fabbriche dimesse sembra essere oggi quella più riuscita. Le prime esperienze di occupazione cominciano in piena crisi e dall'Argentina si estendono a vari paesi dell'America Latina. Nel corso degli anni si sono affinati i meccanismi del recupero, la modalità delle cooperative, la pianificazione e la progettazione della produzione e della distribuzione e perfino i rapporti internazionali. Nell'Italia degli anni '80, la crisi industriale ha dato luogo ad una serie di risposte che possono essere utili anche al caso argentino. Per entrambi la priorità è quella di promuovere uno sviluppo economico partecipato e generato dal basso. Nel 1986 è nata, in Italia, Cooperazione Finanza Imprese (Cfi) con il compito di sostenere la nascita, attraverso la partecipazione al capitale sociale, di cooperative di lavoratori di aziende in crisi. Oggi il Cfi finanzia l'attività di alcune imprese recuperate in Argentina. A novembre 2007 a Buenos Aires ha partecipato insieme a 13 imprese cooperative italiane, alla seconda Exposición Argentina de las Empresas Recuperadas por los Trabajadores. La manifestazione è servita anche come piattaforma di scambio tra il movimento cooperativo argentino e quello italiano.

(Claudio Tognonato)


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30 giugno 2008

In Argentina la plaza de mayo contro gli agricoltori

 

Medici, professori universitari, impiegati di banca e lavoratori pubblici. Non è stato difficile incontrarli, la fredda sera di mercoledì, nella famosa Plaza de Mayo, nella manifestazione d'appoggio alla presidenta Cristina Fernandez de Kirchner nel durissimo scontro che l'oppone ormai da più di tre mesi ai produttori agricoli che rifiutano l'aumento delle imposte (nonostante i colossali profitti incamerati). Dopo tre giorni di rumorosi cacerolazos degli oppositori nei barrios, specialmente quelli delle classi medio-alte, delle principali città il governo ha cercato la prova di forza simbolica riempiendo la storica piazza, cuore politico del paese.
La partecipazione è stata massiccia: sindacati, strutture del partito peronista, sezioni dei barrios popolari, piqueteros e una presenza significativa di professionisti e settori di classe media che finalmente sono scesi in strada per appoggiare il governo. E poi intellettuali, docenti universitari, artisti, organismi dei diritti umani e altri gruppi sociali che hanno voluto dare il loro «appoggio critico» a Cristina. La sinistra e il centro-sinistra sono divisi e si ritrovano in entrambi i campi.
Martedì la presidenta aveva recuperato l'iniziativa mandando al Congresso un progetto di legge che ratifica l'aumento delle «retenciones» fiscali sulle esportazioni dei prodotti agricoli. I «white farmers» della «Pampa gringa» - che la notte del mercoledì, dopo il discorso di Cristina, hanno deciso di continuare il blocco agrario - sono riusciti ad attirarsi l'appoggio di ampi settori urbani. In un clima di crescente tensione, uno scontro marcatamente classista, tipo quello che divide il Venezuela di Hugo Chavez, è sembrato riprodursi in Argentina, nonostante le grosse differenze fra i due paesi.
Mentre abbandonava la piazza, Enriqueta, impiegata di banca ed ex-militante comunista, diceva che la classe media argentina «è conflittiva e appena la toccano nel protafoglio, reagisce. Ma ci sono anche settori medio progressisti». Quelli venuti in piazza erano lì «per appoggiare il governo di fronte all'aggressività della destra». Ma l'appoggio non era incondizionato. Roberto Molinari, con una bandiera della Madri della Piazza di maggio, diceva che «il governo si sbaglia su molte cose ma sono del tutto d'accordo sulle retenciones e sono qui per appoggiare la democrazia». Dalla città di La Plata erano arrivate la professoressa Silvia e la sua amica Maria Esther per «appoggiare la legittimità di un governo popolare».
Nel suo discorso Cristina aveva echeggiato a Marx: «La storia che la prima volta fu una tragedia si ripete ora come una commedia». Il riferimento era ai cacerolazos e ai picchetti che nel 2001 cacciarono l'impopolare governo del conservatore De la Rua e che ora si ripetono per come parte di un progetto di destabilizzazione.

(Sebastian Lacunaza)


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5 giugno 2008

Reazione agraria e liberista in Argentina

 

Lo scontro fra la poderosa leadership agraria argentina e il governo di Cristina Fernandez si trascina ormai da 75 giorni in una impasse sempre più tesa che potrebbe entrare in una fase di definizione questa settimana (ieri dovevano riprendere gli interminabili e finora inutili negoziati).
Domenica, giorno dell'indipendenza argentina, è stata l'occasione per due manifestazioni contrapposte. Da un lato la leadership agraria, a cui si è prontamente unita l'opposizione politica, è riuscita a riunire 170 mila persone a Rosario, terza città del paese e termometro del momento d'oro vissuto dai terratenientes. La maggior protesta che i governi di centro-sinistra di Cristina e del suo predecessore e marito Nestor Kirchner hanno dovuto affrontare.
Più a nord di Rosario, vicino al confine con la Bolivia e alla stessa ora, nella città di Salta, alcune decine di migliaia di sostenitori del governo sono scesi in strada per manifestare il loro appoggio alla presidenta che, stando ai sondaggi, a causa del conflitto agrario ha perso parte della sua popolarità.
Le 4 organizzazioni rurali si muovono all'unisono, fatto inedito per l'Argentina. Dai grandi agrari della Sociedad Rural, padroni di migliaia di ettari, di ideologia iper-liberista, sostenitori di tutte le dittature militari, ai piccoli e medi proprietari della Federacion Agraria e delle cooperative - 50, 100, 200 ettari, figli, nipoti o pronipoti di immigrati italiani, baschi, francesi, ebrei - che hanno una tradizione di lotte popolari e contano perfino dei desaparecidos durante l'ultima dittatura del '76-'83. Tanto che domenica, nella manifestazione di Rosario c'era anche una Madre di Piazza di Maggio, Darwina Galicchio.
Bisogna ricordare che lo scontro è per i soldi. In un momento in cui i prezzi internazionale dei prodotti agricoli sono alle stelle, in concomitanza con la fine della parità dollaro-peso del 2002, le campagne si ritrovano con un fiume di entrate che sembra non conoscere limiti. Per cui i governi dei Kirchner sono andati aumentando le imposte - «retenciones» - sull'esportazione, nel tentativo di far crescere le entrate fiscali e tenere sotto controllo la corsa dei prezzi sul mercato interno.
Il punto in questione è la soja, il «petrolio» argentino, che occupa ormai 16.4 milioni di ettari. L'11 marzo scorso, il governo ha portato le «retenciones» fino al 45%, una quota che certo non manda in rovina gli affari dei sojeros ma è stata la miccia della protesta agraria. Blocchi stradali, penuria nei supermercati delle città. I fantasmi di un'economia che, nonostante la solidità dei grandi numeri, si porta dentro molti traumi.
La città di Rosario, 300 km a nord di Buenos Aires, destino prediletto dei migranti italiani, è il simbolo del processo economico degli ultimi anni. Nei '90, durante il governo populista-liberista di Carlos Menem, Rosario divenne «la capitale nazionale della povertà». Intorno si gonfiavano le villas miseria, con rosarinos emarginati, immigrati paraguayani e boliviani e campesinos espulsi dalle campagne povere del Chaco argentino.
Il boom agro-pecuario dal 2002 ha cambiato faccia alla città e a un'infinità di villaggi della Pampa umida. Auto di lusso e case griffate, novità assoluta per gente austera e consevatrice. Il valore dei campi si è moltiplicato per 6 (per 18 se misurato in pesos). Rosario, centro universitario-culturale e porto d'esportazione dell'80% delle granaglie, è rinata. Crescita a tassi cinesi ma nelle sue strade centinaia di bambini indigeni del Chaco puliscono i parabrezza delle auto o rovistano nella spazzatura.
Nel nucleo duro delle miseria, il 25% della popolazione, ci sono anche 200 mila famiglie agricole che si sono riunite nel Frente nazional campesino, spazzate via dalla soia e dal taglio dei boschi. Loro non appoggiano il paro agrario ma lo denunciano. Un contrasto clamoroso con l'immigrato italiano Domingo Iannozzi, nato nel '47, che a quanto scriveva il giornale Sur, è arrivato ad accumulare negli anni '90 più di 400 mila ettari produttivi di terra con un arricchimento rapidissimo e stratosferico.
Iannozzi è uno di quegli uomini totalmente sconosciuto ai media che i sostenitori del governo indicano come le facce oscure dietro il paro agrario.

Sebastiana Lacunza


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9 febbraio 2008

Leggiamo il manifesto del 1/2/2008

 

La crisi dei mercati finanziari sta evidenziando una dinamica che va ben al di là del problema del crollo dei titoli subprime. Le forti perdite di lunedì 21 gennaio, che nella sola Europa hanno comportato la distruzione di 430 miliardi di euro (pari a circa un quarto del Pil italiano), sono solo l'ultimo dei segnali di una crisi che sta assumendo rilevanza globale. I media specializzati hanno imputato le cause al rischio di recessione americana. In effetti, la crescita Usa nell'ultimo trimestre 2007 si è assestata su un deludente +1,2 per cento e le previsioni per il primo trimestre 2008 paventano addirittura un segno negativo (-0,2 per cento), con un probabile aumento del tasso di disoccupazione dall'attuale 4 per cento al 6 per cento entro la fine dell'anno (+50 per cento). Ma si tratta dell'aspetto esteriore, che non deve nascondere le origini strutturali, ovvero ciò che sta davvero alla radice di tutto questo: appiattirsi sulla sola decrescita americana sarebbe un po' come sostenere che la recessione di metà degli anni '70 venne causata esclusivamente dal triplicarsi del prezzo del petrolio.
Nell'odierno paradigma del capitalismo cognitivo, i mercati finanziari, lungi dall'essere il luogo della rendita parassitaria improduttiva, sono il motore dell'economia. Essi rappresentano il luogo dove, a un tempo, si valorizza la produttività immateriale e cognitiva e si attua la privatizzazione dei servizi sociali. I mercati finanziari assumono così le veci del vecchio welfare keynesiano e realizzano forme di redistribuzione indiretta dal capitale al lavoro, gestendo in modo diretto e distorto le quote crescenti di reddito da lavoro che ivi vengono canalizzate in modo più o meno forzoso. Al contempo, le grandi multinazionali della finanza sono oggi organizzazioni che valorizzano «indirettamente» l'accumulazione della produzione mondiale, così come nel paradigma fordista i profitti delle grandi multinazionali manifatturiere erano lo specchio dei rapporti di forza tra capitale industriale e lavoro salariato. I mercati finanziari - tramite gli indici di borsa - rappresentano insomma una sorta di moltiplicatore reale dell'economia e su di essi condensano tutte le aspettative dei grandi operatori economici. Non è un caso che nell'ultima decade le Banche centrali (con la parziale esclusione della miope Bce) fanno dipendere le scelte di politica monetaria (tassi e offerta di moneta) in funzione dell'obiettivo di stabilizzare la dinamica dei mercati finanziari, con la speranza - del tutto illusoria - di limitarne le oscillazioni e la volatilità . Ciò avviene in un ambito - quello finanziario - che nulla ha a che fare con il mito del libero scambio tra pari opportunità , ma è piuttosto il teatro del più poderoso processo di concentrazione che mai si sia realizzato nella storia del capitalismo.
Gli operatori (banche e Sim - società di intermediazione mobiliare -) che controllano oggi tutti i flussi finanziari e gestiscono enormi somme di liquidità si contano infatti sulle dita di due mani. E poiché il loro obiettivo è il massimo profitto immediato, l'attività speculativa è la regola dominante nei mercati finanziari: altro che allocazione efficiente del risparmio e delle risorse.
L'instabilità è dunque il fondamento stesso del sistema. La novità che sta dietro all'attuale crisi finanziaria è la ridefinizione degli assetti gerarchici che definiscono il comando sui mercati finanziari. Ai fondi privati gestiti dalle più grandi Sim (J.P. Morgan, Merrill Lynch, Goldman Sachs, ecc.) si sono aggiunti i cosiddetti «fondi sovrani», ovvero quelle attività finanziarie gestite più o meno direttamente da autorità statuali. Si tratta dell'esito, inevitabile, dell'incremento del peso della finanza sulle vite di miliardi persone.
Se oggi la Merrill Lynch è costretta a dichiarare 4,5 miliardi di dollari di perdite, non è da meno la statale Bank of China, con i suoi 8 miliardi di dollari di minusvalenze. Lungi dal rappresentare il ritorno alla sovranità nazionale, i fondi sovrani che operano con la stessa logica di quelli privati, incrementando in modo perverso il processo di finanziarizzazione e la sua instabilità , sanciscono piuttosto l'abbandono di qualsiasi interesse nazionale nelle mani della struttura imperiale della finanza e l'affidarsi alla sua «anarchia».

(Andrea Fumagalli)

Di certo, è una storia che scotta. L'esempio lampante di ciò che vanni dicendo da tempo associazioni antimafia e organizzazioni imprenditoriali: Cosa nostra ormai si fa impresa. E non si accontenta dei confini siciliani, dilaga in tutta Italia. La Calcestruzzi, secondo gli inquirenti, è una società che non soffre di infiltrazioni mafiose, ma che è praticamente in mano alla mafia. E in particolare è sotto la protezione dei corleonesi della famiglia Madonia, che proprio sull'arrivo a Riesi (Gela) dell'azienda negli anni '80 iniziò la sua contrapposizione con i diciristiniani (i fratelli Riggio). Vincendo, alla fine. La potente ditta, con sede centrale a Bergamo, una delle più quotate nel settore del cemento, pare essere stata tanto protetta dalla mafia siciliana da non dover pagare neppure il pizzo. Bastavano i soldi accumulati nei fondi neri, guadagnati in un modo semplice e veloce: si assicurava al cliente una certa fornitura, se ne dava una completamente diversa. Depotenziata, cioè con una quantità minore di calcestruzzo e dunque meno resistente. Lo schema era facile: c'era una ricetta che certificava la bontà del prodotto e una che invece riportava i reali quantitativi di calcestruzzo immessi. Un tempo, tutto ciò veniva annotato su pezzi di carta. Poi, è arrivata l'informatizzazione, ma il sistema non si è fermato: sui computer era stato applicato un programma con «doppia mascherina», una che teneva conto delle forniture vere, una di quelle false. Grazie a questo sistema la Calcestruzzi avrebbe risparmiato tra il 2002 e il 2007 quasi 240 mila euro solo dall'impianto di Castelbuono, aperto per costruire l'autostrada Palermo-Messina e chiuso nel 2004 e quello da cui potrebbe essere stato venduto il cemento più depotenziato di tutti.
Di esempi se ne potrebbero fare molti, oltre agli impianti già sequestrati dal gip nei mesi scorsi come quello del palazzo di giustizia di Gela o il porto Isola-Doga Foranea. La Calcestruzzi era già pronta a infilarsi in uno dei prossimi grandi affari: il ponte sullo Stretto, in vista del quale aveva già aperto un ufficio a Messina. Ma ciò che colpisce nell'indagine di Caltanissetta è che il sistema andava avanti da anni. Dall'88, addirittura, quando Calcestruzzi spa non era stata acquistata da Italcementi ma era ancora di proprietà del gruppo Ferruzzi. E' uno dei tanti particolari che rivela Salvatore Paterna, ex dipendente della ditta in Sicilia e gola profonda per gli inquirenti. E' in carcere dal 2006 per associazione mafiosa dopo l'inchiesta «Odessa» che aveva già acceso i riflettori sugli strani affari della Calcestruzzi. Dice Paterna agli inquirenti: «Le disposizioni circa i quantitativi, come ho detto, venivano date dal tecnologo», sin dall'88. E aggiunge: «Prendevano disposizioni da Fausto Volante il quale si lamentava sempre che non c'era guadagno nel calcestruzzo che si vendeva, imponendoci di diminuire nelle tabelle la quantità di cemento».

(Cinzia Gubbini)


In realtà, come ha scritto Soros, questa è la più grave crisi finanziaria degli ultimi sessant'anni quindi è anche una delle più gravi recessioni, perché il dato finanziario anticipa da sempre quello dell'economia reale.
Per capire quant'è profonda la crisi Usa si deve fare attenzione a quanto Hillary Clinton sta ripetendo ossessivamente nelle ultime due settimane: i subprime hanno colpito i marginali della società americana, i senza credito né garanzia. Ma la svalutazione degli immobili colpisce il ceto medio e lo colpisce al cuore. Secondo la Clinton, negli ultimi sei mesi le famiglie americane hanno visto diminuire il valore delle case di 1.300 miliardi di dollari. Queste famiglie, negli anni scorsi, con il crescere dei valori immobiliari, hanno rinegoziato mutui ottenendo più finanziamenti, usati per far fronte alla spesa sanitaria crescente (+17% negli ultimi 3 anni), ai costi energetici e alle rette scolastiche. Ora il mutuo è scoperto e le banche possono a loro volta rinegoziare. Cosa accadrà nel ceto medio americano? Inevitabile un taglio dei consumi.
Da qui il dato dei giorni scorsi, perché oggi a tagliare i consumi non è più la parte marginale della società. ma il suo cuore: il ceto medio. Le misure messe in campo dalla Fed e dall'amministrazione Bush hanno e avranno scarsa efficacia. Il bonus di 600/800 dollari a famiglia servirà al massimo a pagare una rata dell'assicurazione sanitaria. Il fondo per far fronte ai fallimenti e alla requisizione delle case può coprire al massimo 100.000 situazioni. Solo nell'ultimo trimestre dello scorso anno i fallimenti dichiarati sono stati 367 mila e i mutui a rischio sono oltre due milioni, come ricordano in continuazione i candidati democratici alla Casa Bianca.
Il taglio dei tassi di interesse, l'1,25% in dieci giorni, in un contesto dove moltissima gente rischia di perdere il posto di lavoro e l'incertezza è generale, non ha efficacia sui consumi: il cittadino si è fatto prudente. Il calo dei consumi americani avrà pesanti conseguenze sulla Cina. I consumi del ceto medio americano sono stati spinti anche dai bassi costi dell merci di provenienza asiatica. Il deficit commerciale con la Cina sfiora i 200 miliardi di dollari. Solo Wal-Mart importa oltre 8 miliardi di merci cinesi al mese. E' inevitabile un rallentamento di queste importazioni. L'Ocse stima queste conseguenze in un rallentamento di un punto della crescita cinese.Oltre un quarto delle merci prodotte in Cina sono destinate al mercato americanomentre 400 milioni di cinesi vanno al lavoro tutti i giorni per un dollaro di salario.
Proprio questo ha fatto scrivere a scorati commentatori del New York Times che l'America è sola in questa crisi. Sola e con il cappello in mano. Con un presidente che chiede, inascoltato, agli ex amici sauditi di abbassare il prezzo del petrolio e le più grosse banche in cerca di prestiti internazionali presso «fondi sovrani», arabi o quant'altro, per salvare i propri bilanci. Prestiti a tassi quattro volte superiori al prime rate della Federal Bank o dalle clausole opache che prefigurano ingressi scomodi nella proprietà.
Siamo in un'altra epoca rispetto a quando Bush vietò la vendita della società di gestione di alcuni porti a una finanziaria araba. Oggi il capitalismo Usa apre alla finanza araba o cinese e nessuno apre bocca. L'America, in un anno di elezioni, sta cercando una leadership che la porti fuori dalla crisi in cui l'ha trascinata il bushismo e l'illusione che la finanza produca ricchezza per tutti. Ma in Europa è bene cominciare a prepararsi: la crisi morderà anche noi.

(Claudio Mezzanzanica)

C'è un dato che colpisce più di altri nelle statistiche sulle retribuzioni contrattuali e i conflitti di lavoro diffuse ieri dall'Istat: nel 2007 in media ogni lavoratore ha dovuto aspettare 7 mesi per vedersi rinnovare il contratto, mentre nel 2006 l'attesa era stata di appena 3,9 mesi. Insomma, le organizzazioni imprenditoriali se la prendono sempre più comoda e il ritardo nella firma dei rinnovi in una fase di inflazione crescente si trasforma automaticamente in una perdita di potere d'acquisto per i lavoratori e in un guadagno per i padroni.
Ma a chi è riuscito ad avere il rinnovo nel 2007, tutto sommato, è andata bene: l'aria che tira è per un ulteriore allungamento delle scadenze: in dicembre la quota di dipendenti in attesa di rinnovo era del 47,4%, cioè un lavoratore su due - in totale 5,8 milioni di persone - aspettava il nuovo contratto e un po' di euro in più; l'attesa da «deserto dei tartari» per questi lavoratori va avanti da 13,6 mesi. In media, ovviamente, visto che ci sono categorie in attesa da oltre due anni.
Sulla concertazione i giudizi divaricano, quello che è certo, però, è che un po' di conflittualità in più farebbe proprio bene ai lavoratori. Non è casuale che c'è una correlazione tra gli scioperi e la chiusura dei contratti. E nel 2007 di scioperi se ne sono fatti pochini: nel periodo gennaio-ottobre il numero di ore non lavorate per conflitti originati dal rapporto di lavoro ammontano solo a 3,5 milioni, anche se in ottobre le ore non lavorate sono state circa 1,9 milioni, il valore più alto dal 2000.

(Galapagos)

Ed ecco dunque i criteri per stabilire se c'è un eventuale abuso. Innanzitutto il contratto deve essere formalizzato per iscritto: in mancanza, l'ispettore lo ricondurrà al lavoro subordinato. Inoltre, le mansioni svolte «non possono totalmente coincidere con l'attività principale o accessoria d'impresa come risultante dall'oggetto sociale». Le forme del coordinamento cui il lavoratore è sottoposto devono poi «essere espressamente individuate nell'accordo contrattuale».
Quanto al contenuto, si specifica che «una prestazione elementare, ripetitiva e predeterminata è assai difficilmente compatibile» con il lavoro a progetto; al lavoratore, «fermo restando il collegamento con la struttura organizzativa del committente, deve residuare una autonomia di scelta sulle modalità esecutive», e non deve esserci «un serrato controllo da parte del committente, esercitato direttamente o per interposta persona»; «devono essere del tutto assenti manifestazioni di un potere disciplinare, anche in forma sanzionatoria».
Il lavoro a progetto, indica il ministero, è caratterizzato da un «risultato predeterminato definito dalle parti al momento della stipulazione del contratto, e tale risultato non può essere cambiato successivamente dal committente in modo unilaterale».
Infine, «la proroga ingiustificata e il rinnovo per un progetto identico al precedente, costituiscono elementi indiziari particolarmente incisivi».
E' ovvio che se si sono segnalati diversi mestieri «a rischio» e posta tanta attenzione nello spaccare il capello, significa che gli ispettori hanno incontrato diversi casi in cui le imprese applicavano il progetto ad attività improbabili. Ma è chiaro che gli imprenditori, per quanti controlli si facciano, utilizzeranno sempre un contratto che può arrivare a costare la metà del lavoro dipendente e che permette il licenziamento senza giusta causa.
Una contraddizione che il ministro Damiano, come lo stesso Pd e la sinistra «radicale», da ultime Cgil, Cisl e Uil, non hanno voluto affrontare, siglando un Protocollo che ha confermato questa forma di sfruttamento. La circolare appare dunque solo come un «panicello» per i pochi fortunati che vedranno un ispettore piombare nella propria impresa.

(Antonio Sciotto)

Una marea di campesinos provenienti da tutto il paese ha invaso il centro della capitale per protestare contro il trattato di libero commercio dell'America del Nord - Nafta - che sta finendo di strangolare l'agricoltura messicana, già a pezzi.
Alcuni erano partiti da Chihuahua, alla frontiera con gli Stati uniti, da più di una settimana, altri venivano dagli stati del sud con pullman sgangherati e mezzi di fortuna. Un contingente di allevatori di bestiame aveva parcheggiato già da qualche giorno una piccola mandria di vacche sotto al monumento alla Revolución e offriva latte appena munto ai passanti. Altri, organizzati, sono venuti con i trattori delle loro cooperative e sfilano con quelli.
A loro si sono uniti molti manifestanti cittadini. I chilangos si dimostrano, come sempre, combattivi e solidali. La posta in gioco non è piccola: dal 1 gennaio di quest'anno, con l'entrata in vigore dell'ultimo capitolo agropecuario del Nafta, si permette l'entrata senza restrizioni di mais, fagioli, zucchero di canna e latte in polvere made in Usa, prodotti che inonderanno il mercato messicano soffocando la produzione nazionale.
I portavoce del movimento di protesta, che sotto lo slogan «Sin maíz no hay país» raduna più di 300 organizzazioni contadine, non smettono di sottolineare l'enorme differenza fra i sussidi che concede il governo messicano - un massimo di 50 dollari al mese - e i 2mila dollari mensili di cui beneficia in media un agricoltore statunitense.
Ma c'è un'altra denuncia ricorrente. Oltre a costare molto meno, il mais prodotto negli Stati uniti è in buona parte transgenico e, mentre a nord del Rio Bravo si usa come alimento animale, in Messico diventa buono per fare tortillas, base della dieta popolare
.

(Gianni Proietti)


Dopo l'amara disillusione di quasi quattordici anni di pensioni private obbligatorie, all'inizio del 2008 gli argentini hanno cominciato di corsa a fare ritorno a un sistema pensionistico statale basato sul principio di solidarietà inter-generazionale. Nonostante la mancanza di campagne ufficiali di informazione, 1.263.478 lavoratori affiliati al sistema pensionistico amministrato dalle Administradoras de Fondos de Jubilaciones y Pensiones (Afjp) private - di proprietà di grandi banche - hanno mandato per lettera una richiesta di reintegro nel sistema dell'amministrazione nazionale della sicurezza sociale (Anses). Si sono così andati ad aggiungere agli un milione e 200mila donne di più di 50 anni e di uomini di più di 55 anni che non erano riusciti ad accumulare più di 20mila pesos nei loro conti pensionistici privati, ed erano stati quindi recuperati al sistema statale, oltre ai 350mila lavoratori appartenenti a regimi speciali (docenti, ricercatori, diplomatici). Il cambiamento è stato possibile grazie a una riforma previdenziale approvata dal Congresso argentino nel febbraio 2007, che ha stabilito un periodo di sei mesi nel quale è possibile cambiare il proprio sistema pensionistico. Una possibilità che verrà replicata ogni cinque anni.
È ancora troppo presto per dire se la riforma inaugura un processo di consolidamento della previdenza pubblica capace di invertire la logica del regime privato di capitalizzazione individuale. I detrattori sostengono invece che finirà per cristallizzare un sistema privato vantaggioso per i cittadini ad alto reddito, in cui lo stato si farà invece carico di quanti non sono redditizi per il mercato. La cosa certa è che le modifiche attuate dal Congresso, anche se non cambiano le radici del modello, rafforzano il sistema di sicurezza sociale pubblica e introducono cambiamenti sostanziali a un meccanismo perverso che costituì uno dei pilastri delle riforme economiche e sociali neo-liberali degli anni '90 - e fu una delle principali cause del default e della crisi argentina del 2001.
Spinta dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario, la privatizzazione del sistema pensionistico argentino fu avviata a metà del 1994 dall'allora presidente Carlos Menem e dal ministro dell'economia Domingo Cavallo, sulle tracce di Margareth Thatcher in Gran Bretagna e Augusto Pinochet in Cile, per fare fronte a un sistema pensionistico statale insufficiente e corrotto. I benefici annunciati, che occultavano un colossale affare finanziario, non si concretizzarono mai. La riduzione dell'evasione e l'aumento delle pensioni, che avrebbero dovuto essere prodotti dal controllo di ciascun lavoratore sui propri conti e da una maggiore efficienza nell'amministrazione del danaro, frutto della libera concorrenza tra le diverse Afjp, non sono mai diventate realtà. Su un totale di 11,9 milioni di iscritti alle Afjp nell'aprile del 2007, solo 4,7 milioni versavano regolarmente i contributi. Le elevate commissioni richieste dalle società amministratrici - più del 30% delle quote pensionistiche - hanno provocato forti cali nei risparmi dei lavoratori, costringendo lo stato a intervenire per garantire una prestazione minima.
In realtà più del 50% degli iscritti alle Afjp erano «indecisi», cioè lavoratori che non avevano comunicato la propria decisione di restare nel sistema statale durante i primi 90 giorni di versamenti: questi lavoratori furono direttamente indirizzati verso una Afjp e fu impedito loro di tornare al sistema statale. Non fu mantenuta neppure la promessa di usare i soldi degli accantonamenti pensionistici dei lavoratori per finanziare le attività produttive e il sistema finanziario locale: secondo cifre dell'ente che sovrintende alle Afjp, su 90.744 milioni di pesos accumulati nelle casse delle Afjp all'inizio del 2007, solo 1.206 milioni erano stati investiti in attività produttive, - 967,9 di questi milioni provenivano dalla Afjp del Banco de la Nacion Argentina, che è statale. Il 53,6% del denaro amministrato dalle Afjp era concentrato in buoni del debito argentino.
In effetti il principale affare delle Afjp, inversamente proporzionale alla truffa sofferta dai contribuenti argentini, è consistito nel «costo di transizione» prodotto dalla riforma del 1994, mediante la quale lo stato argentino ha trasferito alle amministrazioni private i fondi della sicurezza sociale, provocando un'emorragia finanziaria che ha obbligato l'Argentina a indebitarsi per continuare a pagare le pensioni finché gli iscritti alle nuove Afjp si fossero trasformati in pensionati. Secondo il giornalista Alfredo Zaiat del quotidiano Pagina/12, l'attuale ministro dell'economia Martin Lousteau ha stimato nel 2003 che il denaro deviato in questo modo dal pubblico al privato aveva raggiunto i 41.300 milioni di pesos (convertibili in dollari) durante il periodo 1994-2001, il 62% del debito pubblico accumulato nello stesso periodo. Con gran parte di questo denaro, le Afjp hanno comprato titoli di stato i cui interessi crescevano a causa del deficit ogni volta maggiore del Tesoro nazionale. A questo si è sommato il taglio dei contributi da parte dei datori di lavoro, taglio favorito da Menem per frenare l'evasione, che cresceva mano a mano che la crisi economica diventava più profonda.
Oggi il sistema pensionistico pubblico è tornato a contare su circa 5 milioni di affiliati, contro i poco più di 9 milioni delle Afjp. Ma oltre a permettere il ritorno al sistema statale, la riforma ha stabilito la permanenza degli indecisi nel sistema pubblico, ha eliminato la garanzia statale per chi sceglie di rimanere nelle Afjp, ha migliorato l'entità delle pensioni per i futuri pensionati del sistema pubblico, ha stabilito un tetto per le commissioni delle Afjp e una percentuale minima di investimenti nel sistema produttivo. Nello stesso tempo, ha rafforzato l'intangibilità dei fondi della Anses (l'Inps argentina), che oggi ha un attivo di 18mila milioni di pesos e conta di superare i 45mila milioni, l'equivalente di un anno di prestazioni.

(Pablo Stancanelli)

Ormai dell'imperativo della sostenibilità  si parla ovunque, perfino in tivù. A differenza di pochi anni fa praticamente tutti sono al corrente delle urgenze ambientali. Ma questa conoscenza nuova è in grado o no di riorientare i comportamenti personali? E di quanto? In Gran Bretagna la Euro Rscg, azienda pubblicitaria, ha realizzato una ricerca, arrivando alla non incoraggiante conclusione che gli inglesi iniziano sì a cambiare stili di vita in risposta soprattutto alla percezione del caos climatico, ma pochi fanno scelte radicali e in molti casi la motivazione è piuttosto il timore di sanzioni, o il guadagno economico.
In cima alla lista delle attività  ambientali c'è il riciclaggio, o meglio la raccolta differenziata: dichiara di farla da oltre un anno il 90 per cento degli intervistati. La seconda attività  ambientale in ordine di popolarità  si riferisce ad alcuni consumi domestici legati alle bollette da pagare: spegnere gli stand-by delle apparecchiature elettriche; passare a lampadine a basso consumo; abbassare un po' il termostato; usare meno acqua.

(Marinella Correggia)


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