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16 novembre 2009

Riccardo Bellofiore e il keynesismo

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.
Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.
Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.

Effettivamente è difficile dire quale sia l'interpretazione da dare al pensiero di Keynes, visto che da essa si sono divaricati due differenti modi di affrontare l'economia : la sintesi neoclassica e l'economia post-keynesiana. Pure è difficile dire quale sia stato il ruolo del keynesismo nel ridisegnare le politiche economiche degli Stati dopo la crisi del 1929.
Il passodi Bellofiore può essere uno spunto di riflessione


19 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 4) ?

 Ma quali sono le vie di uscita dalla deflazione da debiti e dalla instabilità finanziaria secondo Minsky? Cavallaro sembra sottovalutare la capacità di risposta della Federal Reserve e del Tesoro statunitensi. L'uno e l'altro hanno fatto all'apparenza tutte le mosse "minskyanamente" giuste, sia pure in ritardo. Non stupisce. Il neoliberismo, come ho detto, tutto è stato (ed è) meno che inattivo. Bernanke la Grande Crisi la conosce bene. Nel mezzo delle settimane di fuoco di settembre ha ricordato come "nessuno è ateo nella tana del lupo, nessuno è ideologo in una crisi finanziaria". E' stato semmai ben più spiazzato il social-liberismo, la cui risposta alla crisi si limita a una più stretta regolamentazione della finanza. Da questo punto di vista vale ancora lo scetticismo di Minsky rispetto al ripetersi della Grande Crisi. Il punto semmai è che non abbiamo a che fare, in questo caso, con una classica crisi di liquidità ma con una crisi di insolvenza. La politica monetaria espansiva si rivela qui necessaria ma doppiamente insufficiente: perché si finisce in una trappola della liquidità; e perché sono gli "investimenti" finanziari (la scommessa "moneta oggi - moneta domani") sottostanti a non essere sostenibili fuori dal riprodursi artificioso di una persistente spinta ultraspeculativa.



Per questo la politica fiscale non può essere limitata a una politica di disavanzi di bilancio sic et simpliciter. Si richiede, come ormai è chiaro anche ai ciechi, non una generica politica di sostegno della domanda, ma un intervento massiccio e mirato (e lo si doveva capire da tempo). Non basta una stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil, occorre un (temporaneo) innalzamento compensato da capacità di espandere il denominatore, non solo per l'effetto domanda aggregata, ma per i contenuti strutturali della spesa (sta arrivando, ma "da destra"). La sfida è insomma di nuovo quella su cui si incagliò il New Deal: nazionalizzazione della banca e della finanza, spesa diretta dello Stato in grado di attivare nuovi processi di lavoro. Un New Deal che non è stato certo keynesiano secondo la vulgata. La sfida è quella che si ripropose negli anni '70: sul "cosa" e "come" produrre.
Ora, non tanto paradossalmente, proprio questo Minsky pensava. E ne parla non solo nel suo libro del 1986 ma anche in critiche dure, contenute in scritti editi e inediti, alla "guerra alla povertà" di Kennedy e Johnson e dei loro consiglieri keynesiani. Minsky riteneva che proprio lo strumentario keynesiano ricordato da Cavallaro, utile per impedire il ripetersi di una Grande Crisi, aveva prodotto un male nuovo, la stagflazione. E la controrivoluzione monetarista avrebbe dato vita ad un succedersi di episodi di instabilità finanziaria sempre più ravvicinati. La seconda parte della profezia si è verificata appieno, anche se in un quadro parzialmente diverso da quello disegnato da Minsky. La stagflazione, ora compressa dalla recessione in arrivo, non si produce più per una successione di aumenti dei salari e dei prezzi seguiti da politiche monetarie restrittive: qualcosa che non è stato più vero nel contesto del ‘nuovo capitalismo' con piena sotto-occupazione precaria e con inondazione di finanziamenti all'economia, dove le banche centrali intervengono non solo in ultima istanza ma anche (come scrive De Cecco) in prima istanza per promuovere il nuovo meccanismo del paradossale "keynesismo" finanziario.
Non stupisce di conseguenza che le proposte di politica economica di Minsky per "stabilizzare una economia instabile" siano ben lontane dal keynesismo standard, quello anche dei disavanzi di bilancio e del prestatore di ultima istanza: misure di risposta immediata alla crisi, ma del tutto inadeguate a definire un modello alternativo di economia più equa e meno instabile. Occorre una "socializzazione degli investimenti" che, intesa alla Minsky, va ben oltre Keynes. Potrebbe oggi essere riletta e "tradotta" così. Si impone un piano del lavoro con lo Stato che direttamente si fa garante di una piena occupazione, stabile e di qualità. Si richiedono investimenti pubblici che migliorino la produttività del sistema, nel lungo orizzonte temporale che solo lo Stato può intrattenere. Quando scriveva queste cose Minsky aveva appunto in mente gli interventi strutturali del New Deal "non keynesiano" e niente affatto il "keynesismo realizzato", che detestava alquanto. Forse bisognerebbe ricordarlo. Non a caso un appunto di Minsky sulla "cartolarizzazione" pubblicato da poco dal Levy Institute si apre con la frase di Eraclito secondo cui non ci può bagnare due volte nello stesso fiume. Tra le lezioni di Minsky c'è anche questa, e la sinistra farebbe bene a rammentarsela.


18 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 3) ?

 Il materializzarsi della crisi reale, quando finalmente avviene, fa emergere la fase "depressiva" del risparmiatore, e quindi si ha un crollo del consumo per la necessità che tutti hanno di rientrare dal debito (un fenomeno che si sta recentemente verificando con grande violenza). Insomma: quando questo asset-bubble driven Keynesianism - questo paradossale keynesismo finanziario e "privatizzato", trainato dalle bolle ultra-speculative - entra in una crisi che pare configurarsi come "finale", il problema della domanda riemerge drammatico. Si entra contemporaneamente in una fase di (probabile) grande innovazione istituzionale: superata la fase di (presumibilmente prolungata) recessione che ci attende, il capitale dovrà trovare una nuova soluzione a queste contraddizioni. Tutte queste dinamiche si sono per l'intanto tradotte, e si tradurranno, in ulteriore pressione nei processi capitalistici di lavoro.
Se le cose stanno così, l'ipotesi dell'instabilità finanziaria di Minsky regge ancora, eccome: ma bisogna darle nuove vesti. E non ci si può limitare a ricordare il discorso originale di Minsky se si vuole sostenerne una qualche rilevanza al giorno d'oggi. Per spiegare tanto lo sviluppo (instabile) quanto la crisi (sistemica) del "nuovo capitalismo" si deve integrare Minsky in una rinnovata lettura marxiana dei processi capitalistici centrata sulla produzione di plusvalore. E si deve anche avere il coraggio di guardare alle "novità" autentiche dell'ultima fase capitalistica. Altrimenti ci si riduce a uno strano miscuglio di sottoconsumismo e neoricardismo, che imputa tutto ai bassi salari e ai bassi consumi prodotti dal "liberismo" degli ultimi trent'anni - un altro di quei corto-circuiti attraenti ma di breve respiro - e dipinge il quadro di un capitalismo "asfittico", senza la dinamicità delle trasformazioni del recente passato. Il "liberismo" è una fantasia, i bassi salari e i bassi consumi ci sono da un bel po'. Così non si spiega nulla e non si comprendono le metamorfosi capitalistiche dell'ultimo trentennio. E dunque non ci si attrezza a contrastare la ristrutturazione e la "rivoluzione dall'alto" che ci attende.



L'errore di questa posizione è simmetrico a quello di chi ha scommesso su una capacità della new economy di estrarre plusvalore stabilmente o è stato affascinato dal "capitalismo dei derivati", sicché, si è sostenuto e ancora si propone, sarebbe possibile strappare un "salario di esistenza". La prima visione, stagnazionistica, fronteggia la seconda, che è nella sostanza apologetica di quel capitale che "parassitariamente" sarebbe mosso da una spontanea produttività di valore delle moltitudini. L'alternativa di fronte a noi sarebbe il ritorno al keynesismo e all'intervento dello Stato nelle forme tradizionali, da un lato, o un social-liberismo radicalizzato, dall'altro.
Minsky può esserci molto utile nel capire questo "nuovo capitalismo" abbandonando queste letture troppo semplici, ampiamente falsificate negli ultimi due decenni. La sua analisi deve però essere aggiornata: cosa che farebbe lui per primo, attento com'era all'innovazione istituzionale e finanziaria. Qui i riferimenti altrettanto essenziali rispetto ai volumi citati da Cavallaro sono il volume Governare la crisi del 1986, e ancor di più alcuni scritti successivi come quelli dedicati alla transizione (allora in corso, e oggi compiuta) al money-manager capitalism - il capitalismo dei fondi pensione e patrimoniale, dove il "piccolo risparmio" nei fondi istituzionali è manovrato da gestori professionali, e si traduce in particolari criteri di corporate governance imposti alle imprese.


17 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 2) ?

 Un secondo problema, più significativo, riguarda il carattere originale e irriducibile del "nuovo capitalismo" dalla metà degli anni '90. La bolla delle dot.com come quella immobiliare (e in essa l'episodio dei subprime) sono state legate soprattutto all'indebitamento crescente delle famiglie, non delle imprese. Negli Stati Uniti gli investimenti fissi privati sono sì cresciuti negli anni della new economy (1995-1999), ma non sono stati certo la componente più significativa della domanda aggregata. Lo sono stati invece, mentre il bilancio statale andava in attivo e la bilancia commerciale aggravava il suo passivo, i consumi delle famiglie in eccesso al loro reddito. Si tratta di consumi "autonomi", finanziati col debito, grazie ad un "effetto ricchezza" trainato dalla bolla speculativa in borsa. La stessa vicenda si è non solo ripetuta ma radicalizzata dalla metà del 2003, con la ripresa trascinata dalla bolla immobiliare, a sua volta suscitata dai bassi tassi d'interesse e dalla inondazione di liquidità con cui la Federal Reserve aveva risposto alla crisi 2000-2001. Qui con tutta chiarezza, mentre torna il disavanzo dello Stato, gli investimenti sono stati sostanzialmente piatti, e la variabile trainante sono stati di nuovo, ancor più di prima, i consumi "autonomi". Questo modello è stato retto da politiche monetarie (e non solo) che tutto sono state meno che "liberiste". Non dovremmo, proprio noi, rimanere intrappolati dalla ideologia dissimulante dell'avversario di classe. La "mano visibile" e lo Stato non si sono affatto ritirati, hanno solo mutato forma nel loro interagire con i mercati e i soggetti sociali, e questo è vero per tutto l'arco del cosiddetto "neoliberismo". 



In estrema sintesi, riprendendo una mia analisi che data almeno dalla fine degli anni '90 a partire dai miei scritti sulla rivista de il manifesto, i processi con cui la finanza determina la produzione (il lavoratore "traumatizzato" e la "sussunzione reale del lavoro alla finanza", cioè il risparmiatore "maniacale-depressivo" e il consumatore "indebitato") si trasferiscono alla distribuzione e alla domanda (compressione della quota dei salari e dei consumi dipendenti dal reddito). Bisogna partire dai primi (la finanza e la produzione) e non dai secondi (la distribuzione e la domanda), per non mettere il carro davanti ai buoi. Certo, la caduta del salario relativo avrebbe dovuto produrre la crisi da domanda (un tema tipicamente luxemburghiano, a me caro). Si darebbe però una rappresentazione distorta e sbagliata di questa realtà se non si tenesse conto che le politiche di questo "nuovo capitalismo" hanno risolto, temporaneamente ma efficacemente, il problema della realizzazione (monetaria) del plusvalore proprio grazie a quella inflazione dei prezzi delle "attività" che ha potentemente sostenuto i consumi privati, aggirando la debolezza dei salari. Il processo capitalistico che si è costituito - innovativo e dinamico sul piano non solo finanziario ma anche reale (è futile separare finanza "cattiva" e produzione "buona", così come la rendita dal profitto) - è stato caratterizzato da una potenziale accentuata instabilità che è stata inizialmente contenuta grazie alla resilienza della nuova finanza. Ciò poteva però ritardare ma non cancellare la intrinseca insostenibilità del meccanismo, che si è comunque inverata in ripetuti "crolli". Si è così dovuti passare di bolla in bolla (da quella del mercato azionario, a quella immobiliare, a quella abortita delle commodities come il petrolio e i beni primari), sino a che si è arrivati al capolinea.


14 novembre 2008

R. Bellofiore : ma cos'è questa crisi (cap. 1) ?

 Dopo il fallimento di tutte le strategie messe in campo nell'ultimo decennio, oggi la sinistra, in specie in quella "comunista", ha bisogno di andare a fondo nell'analisi. Cosa non scontata né semplice, perché significa rimettere in discussione letture del capitalismo contemporaneo e dei rapporti di classe politicamente inefficaci, oltre che rozze e ripetitive in molti casi. E rimettersi in discussione fa paura, come evidenzia lo stato desolante della discussione politica dentro e fuori Rifondazione Comunista dopo le elezioni, in cui ci si divide sull'inessenziale e non si affrontano i nodi di fondo. 



In un recente articolo (Liberazione, 29 ottobre 2008) Luigi Cavallaro utilizzando la visione del capitalismo di Hyman P. Minsky - un autore, scrive, "il cui nome si ode nuovamente in questi giorni" - ci mette in guardia da chi riduce la crisi recente a conseguenza di una euforia irrazionale e non della "furia liberalizzatrice" degli ultimi due decenni. Le citazioni di Minsky ormai sono una valanga. Dal marzo 2007 si è tornato a parlare dell'approssimarsi di un "momento Minsky", e poi del rischio di un "collasso Minsky" del capitalismo. Questo sorprendente interesse alla riflessione dell'economista statunitense è venuta da subito da opinionisti tanto neoliberisti quanto social-liberisti, e non solo da circoli eterodossi.
Per Minsky, il capitalismo tende a far degenerare la stabilità in instabilità. Quando la prosperità va avanti da un po', le posizioni degli operatori da "coperte" (con entrate di cassa nette attese che eccedono le uscite di cassa contrattuali sul debito) si fanno più coraggiose, e divengono "speculative" (almeno in alcuni periodi i "profitti" sperati sono inferiori ai pagamenti per interesse e per restituzione del capitale, e ci si deve rifinanziare).
Al rischio "economico" si affianca così il rischio "finanziario", che può concretizzarsi all'aumento dei tassi di interesse (ad esempio perché la Banca centrale vuol combattere l'inflazione) o alla riduzione dei prezzi delle attività. Quando il boom degenera in bolla e l'euforia diviene irrazionale, si intrattengono posizioni "ultraspeculative" o Ponzi: ci si indebita nella speranza di guadagni "eccezionali" (aumento del corso delle azioni, rivalutazioni degli immobili, ecc.) che soli possono giustificare l'investimento. Quando la crisi scoppia, l'alternativa è secca: o deflazione da debiti e una Grande Crisi come nel 1929-1933 o intervento della Banca centrale come prestatore di ultima istanza, affiancato da un intervento di spesa in disavanzo che sostiene i profitti monetari.Il punto è che la brillante "ipotesi di instabilità finanziaria" di Minsky, che sembra calarsi perfettamente nella nostra realtà, ha bisogno di una sua attualizzazione. Altrimenti, anche nella forma in cui ce la ricorda Cavallaro, rischierebbe di restare muta rispetto ad alcuni degli aspetti più rilevanti del capitalismo che abbiamo di fronte, Finiremmo così con il non comprendere né le origini della crisi né la sua natura. Sul merito ho scritto molto, con Joseph Halevi e da solo (in lingua italiana su Alternative per il socialismo n. 2, settembre 2007, il manifesto 23 settembre 2007 e 5 ottobre 2008, e Liberazione 30 marzo 2008). E spero che Luigi Cavallaro accetti questa mia "incursione" nella sua analisi per provare ad approfondirne alcuni elementi fondamentali.
Nel ragionamento di Minsky le variabili chiave sono la domanda di investimenti privati in capitale fisso e il suo finanziamento da parte di banche e intermediari finanziari. Qui iniziano i problemi per la tesi minskyana (esposta nel libro John Maynard Keynes del 1975 e nella raccolta Potrebbe ripetersi? del 1982, i due testi che Cavallaro ci ricorda) secondo cui la "eva finanziaria" sarebbe inesorabilmente crescente nel percorso che conduce alla instabilità finanziaria e poi allo scoppio della "bolla". Mi limiterò a rilevare che, ammesso che dal punto di vista della singola impresa l'investimento richieda un indebitamento crescente, si deve però tenere conto che, visto che l'investimento dà luogo a profitti corrispondenti, non è affatto detto che a livello di sistema l'indebitamento si impenni davvero. E' questo un punto che discende dall'insegnamento di Kalecki, autore che lo stesso Minsky include nelle sue riflessioni nel corso degli anni '70, quando il suo schema di ragionamento è ormai definit. Detto altrimenti: l'ipotesi dell'instabilità finanziaria pare reggere bene microeconomicamente, ma questo non garantisce il suo verificarsi al livello macroeconomico, perché "il tutto è più della somma delle parti". Possiamo uscirne rilevando che, pur senza il carattere della necessità, l'esplosione del debito a breve rispetto ai fondi propri su cui insisteva l'economista americano si è comunque verificato nel periodo che ci interessa. E' inoltre indubitabile che, dalla svolta "monetarista" del 1979-82 in poi, le crisi finanziarie e/o valutarie alla Minsky si sono susseguite una dopo l'altra e che da un decennio investono sempre più gli stessi Stati Uniti e il "centro" capitalistico.


30 ottobre 2008

R. Bellofiore e R. Halevi : La ricetta contro il «crack dei crack»? Un new deal europeo, puntato sul sociale

 La lezione più profonda del New Deal è un'altra rispetto a quella ripresa dal «keynesimo reale» o dall'attuale salvataggio di emergenza. E' la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per promuovere un intervento strutturale diretto dello Stato, mobilitando un «esercito del lavoro». Una sfida che ci piomba addosso, ma non è inattesa. Chi riteneva prematuro porsi i problemi di una più alta e produttiva spesa pubblica è costretto a ricredersi: ci obbliga la devastazione della crisi - sociale, ambientale, energetica. Dalla crisi non si esce se non si trova un nuovo traino di domanda effettiva, e una alternativa di politica economica richiede un diverso Stato, un diverso lavoro, la costruzione di contropoteri. Così fu, per quanto contraddittoriamente, con Roosevelt. Bisogna avere il coraggio di riprendere a pensare in grande: con i piedi per terra, e la testa ben alta, ricollocarsi a quel livello dello scontro, dentro una più netta rottura con la logica capitalistica.



Non potrà essere la svalutazione del dollaro a far ripartire la congiuntura mondiale. Si richiederebbe piuttosto una espansione coordinata della domanda interna nelle varie aree, il cui perno siano una spesa pubblica riqualificata e alti salari: il «ritorno dello Stato» va da un'altra parte. La ricerca parossistica di un «pavimento» alla crisi finanziaria non sta infatti rispondendo alla carenza di domanda. E le misure che eventualmente saranno prese arriveranno fuori tempo massimo per evitare una grave recessione, e il rischio concreto di una successiva prolungata stagnazione.
Scrivemmo che le banche centrali erano arrivate al capolinea. Ci sono rimaste, continuando a lanciare soldi alle private senza successo. Il dogma dominante è non mettere soldi in mano alle persone che devono spenderli per consumi, o alle istituzioni pubbliche che possono spenderli dentro un disegno di modifica della qualità di produzione e occupazione. Tutto ciò chiarisce l'improrogabilità di massicci provvedimenti di sostegno ai debitori ultimi e compratori primi, con rilevanti riduzioni di tasse su bassi e medi salari, sostegni sui mutui, e così via. Ma non ci si può fermare lì: si deve procedere non verso una spesa pubblica anticiclica «generica», ma verso una spesa diretta e «mirata» dello Stato.
La dimensione europea è quella adeguata. Qui, dentro una segmentazione valutaria che può rendere credibile una politica di controlli di capitale, molte cose sarebbero possibili. Sta saltando di nuovo il Patto di Stabilità: si deve chiedere che le spese in conto capitale (in senso ampio) vengano escluse dai parametri, e così quella spesa statale che sostiene l'attivazione di uno sviluppo diverso. Si può pensare, in modalità tecniche da definire, a una sorta di «consolidamento» dei debiti pubblici dell'area, trasformandoli in proprietà, mentre contemporaneamente si lancia un finanziamento per programmi di intervento infrastrutturale: siamo in un momento in cui lo Stato è il solo garante della «fiducia». A questo scopo si possono mobilitare anche le riserve auree dell'Unione, senza aver paura di rimuovere il tabù del finanziamento monetario del disavanzo.
E' possibile l'istituzione di una banca europea di finanziamento che si articoli nei vari paesi dell'Unione. Ancora su scala europea, è necessario impedire che gli squilibri delle bilance dei pagamenti diventino un vincolo implicito operativo, con impatto reale. Quella banca deve poter allora agire da clearing union, «riciclando» gli avanzi di parte corrente intraeuropei. Si romperebbe così con il miope neomercantilismo che frantuma il vecchio continente e rende miopi e contrastanti le politiche economiche. Da tempo avvertiamo che una crisi dal lato del debito pubblico o dal lato degli squilibri commerciali si può materializzare, non autonomamente ma di rimbalzo: per l'impatto asimmetrico sull'Unione della crisi finanziaria globale derivante dall'insostenibilità reale del «nuovo capitalismo». La probabilità ora è aumentata.
Una strategia d'urto sull'architettura istituzionale europea è propedeutica a una politica della spesa pubblica aggressiva non solo nella entità ma soprattutto nei contenuti. L'idea di partenza è elementare. Un diverso profilo strutturale delle economie europee, in primis l'Italia, richiede un impegno finanziario forte e compresso nel tempo per cambiare il «paradigma» delle economie. Solo lo Stato può promuoverlo, e la crisi ha ricreato una «finestra» in cui l'azione pubblica può sfruttare, o produrre cooperativamente, bassi tassi di interesse a suo favore. Occorre però individuare le grandi questioni inevase della società: partire dalle domande dove massima è l'interconnessione tra le problematiche economiche, ecologiche, e di genere, e dove la risposta passa per la promozione di attività ad alta intensità di lavoro e alta tecnologia.
Ci limiteremo a pochi cenni, del tutto insufficienti e preliminari. Un ente energetico europeo può definire politiche industriali e rapporti con i paesi produttori, dentro un grande piano ambientale a livello micro e mesoeconomico: il che richiede finanziamenti delle trasformazioni a livello delle imprese, usando leggi e incentivi come anche penalizzazioni. Garibaldo ricorda da tempo un altro tema, la mobilità sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via ICT del traffico nei grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbane. Va poi rivisto radicalmente il sistema dei trasporti, privilegiando quello su rotaia rispetto a quello su gomma, o quello aereo low cost. E' urgente la risistemazione dei bacini idrici e delle coste. In tutti questi casi, una vera «emergenza», si deve poter accedere ai fondi strutturali, applicando una legislazione di protezione e di sussidio analoga a quella degli Stati Uniti verso le industrie militari. Discorsi che possono essere estesi all'acqua, all'istruzione, alla sanità: a tutti quei bisogni pubblici o semi-pubblici che devono diventare il riferimento di una nuova classe di prodotti e servizi. In un'ottica del genere, il lavoro non può essere precario o mal pagato.
Solo la lotta può spostare gli assi di priorità, non gli schemi astratti di politica economica. Un «programma» non si improvvisa, è frutto di un lavoro collettivo. Non si parte però se non si hanno le idee chiare sul come stanno le cose e sul come iniziare il cammino: se non si attivano, insieme, lotte e immaginazione programmatica. Ma i più atterriti e ammutoliti sono proprio i sindacati, gli unici che potrebbero fare qualcosa vista l'attuale inesistenza della sinistra sul piano europeo.


29 ottobre 2008

R. Bellofiore e R. Halevi : Lo stato è intervenuto anche nel «neoliberismo»

 Il New Deal decollò solo quando l'economia stava toccando il fondo, e perché la crisi si era approfondita, senza essere controllabile nei modi sino allora consueti. Oggi è ancora possibile intervenire prima dello sfascio. Ma proprio perchè l'atterraggio duro non si è ancora verificato con virulenza sull'economia reale, sull'occupazione e nella realtà sociale, e siamo nel mondo dell'incertezza e della paura, le resistenze sono molte. Ad eccezione del Fmi - che per una volta sta perorando l'espansione della spesa - le misure finora adottate sono del tipo cash for trash, per sostenere le banche senza un impegno a spendere.
Le interpretazioni correnti sono preda dei luoghi comuni dell'ultimo trentennio. Se va bene, si legge la crisi come la fine un liberismo «sfrenato», la campana a morto della «finanziarizzazione», il ritorno dello «Stato». Il neoliberismo viene interpretato per come ama presentarsi, non per come si è davvero incarnato. La rivoluzione monetarista prima, l'era reaganiana poi, la new economy, si sono mosse in un «pieno» di politica economica. Qualcosa che a ben vedere affonda le sue radici nello stesso New Deal e nell'epoca «keynesiana». Come - sul terreno dell'economia internazionale - gli organismi del «consenso di Washington», la Banca mondiale e il Fondo Monetario, sono un parto di Bretton Woods, così la finanziarizzazione, l'esplosione dei derivati e dei mezzi finanziari di distruzione di massa, persino la sussunzione reale del lavoro alla finanza, sono figli delle istituzioni del New Deal; che salvò la finanza dal risentimento popolare e, separandole dalle banche commerciali, rinforzò le banche di investimento. Nel dopoguerra la finanza ha rotto gli argini delle regolazioni, così come i capitali hanno infranto i controlli che li imbrigliavano, dentro l'incubatore keynesiano, senza però mai tornare a un mitico laisser faire. E questo proprio perché il potere della finanza non era stato affatto colpito a morte da Roosevelt. L'intervento pubblico non se ne è mai andato. Senza capire questo, non si comprende il «nuovo» capitalismo e la sua crisi.
Negli Stati Uniti, dagli anni Trenta almeno, finanza e Stato sono stati sempre più intrecciati. La stessa integrazione nel «sogno americano» ha richiesto l'inserimento nel circuito finanziario dei lavoratori, attraverso i fondi pensione e i mutui ipotecari, sino a che, grazie ai subprime, si sono annessi anche gli strati poveri e precari. La deregolazione della finanza è proceduta sulla gamba di una ininterrotta riregolazione. In questo modo il primato della finanza, che negli anni Ottanta ha distrutto il movimento dei lavoratori degli anni '60 e '70, dagli anni Novanta ha promesso anche consumi e abitazioni a tutti. Il risparmiatore «maniacale» (e ora «terrorizzato») e il consumatore «indebitato» sono l'altra faccia del lavoratore «traumatizzato»; e sono i prodotti di un «intervento pubblico» molto attivo.
Solo chi è stato cieco rispetto a questa realtà del rapporto di classe può essere stato spiazzato dal mutamento delle politiche monetarie, passate dalla restrizione monetaria degli anni '80 alla inondazione di liquidità dell'ultimo quindicennio. Solo chi non ha compreso la capacità di questo meccanismo perverso di produrre da un lato crescita, sia pure instabile e insostenibile, e dall'altro occupazione e integrazione, sia pure precaria e incerta, si può stupire che la crisi di legittimazione ed economica avvenga senza una reazione di mobilitazione sociale e di lotta all'altezza della sfida. Proprio la compressione del salario nella distribuzione e la frantumazione del lavoro nella produzione - causa ultima della crisi - sono all'origine della inclusione delle «famiglie», grazie al miracolo della «riduzione del rischio» e alla «facilità del credito». E su ciò si sono retti i modelli neormercantilistici in giro per il mondo.
Per queste ragioni, come non meraviglia l'attivismo sul terreno della provvista di liquidità, o della stessa riduzione di imposte, non sorprende neanche che di fronte alla crisi finanziaria nessuno si sia mostrato «ideologo». Più la crisi si aggravava, più l'armamentario del vecchio New Deal è stato saccheggiato senza problemi dai neoliberisti. Di questo armamentario ha presto fatto parte l'intervento in prima persona dello Stato: la sostanziale nazionalizzazione della finanza e dell'immobiliare, la ricapitalizzazione diretta del sistema bancario, l'estensione delle garanzie sul credito bancario.
La lezione della Grande Crisi, almeno in questo senso, è stata appresa: non solo agire come prestatore di ultima istanza (perché, come scrive De Cecco, lo era diventato sempre più di prima istanza), ma anche come market maker di emergenza, che si sostituisce - più che si integra - col mercato stesso: sino a statalizzare pressoché integralmente, anche se temporaneamente, il canale del credito. La possibile (non certa) esplosione del debito pubblico non fa paura, e verrà comunque utilizzata, se non come realtà come timore, come argomento per comprimere la spesa pubblica sociale. Tra gli esiti possibili un capitalismo autoritario (in fondo, in Cina i problemi sembrano alquanto minori).



Ad essere spiazzati sono stati i social-liberisti e gli economisti che si vorrebbero «critici», che per molto tempo, come dischi rotti, hanno ripetuto i mantra della regolazione di mercati liberalizzati, gli uni, e dell'invocazione del conflitto distributivo e del ritorno del «keynesismo» gli altri. Al punto che, di fronte alla dura replica dei fatti, hanno dovuto progressivamente inseguire, e la sinistra si limita all'invocazione generica dello «Stato» e dell' «intervento pubblico». Che non ne se ne sono mai andati, cambiano solo forma.


28 ottobre 2008

R. Bellofiore e R. Halevi : questa crisi e il '29

 

Possiamo oggi ripensare il New Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via dicendo. Certamente, deve essere come minimo un'azione a livello europeo.
La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale» nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari; spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La crisi fu aggravata dal legame del dollaro all'oro; dalla politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta regolazione. Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste ultime). 



Non vanno dimenticati, negli anni, gli interventi a sostegno dei mutui ipotecari sulla casa e il credito ai contadini, ma anche i sussidi alla disoccupazione, il salario minimo (superiore spesso a quanto garantito dal padronato), l'istituzione di un welfare nella sanità e la sicurezza sociale: innovazioni radicali, ma perseguite talora in modo contraddittorio e discriminatorio. A due altre istituzioni del New Deal - la Reconstruction Finance Corporation, per aiutare le banche, e la Home Owners Loans Act, per rifinanziare i mutui - si è fatto riferimento in questa fase come possibili risposte alla crisi.
Il «nuovo patto» non si fermava alla politica monetaria espansiva o al sostegno al reddito. Lo illustra bene il National Industrial Reconstruction Act, la cui gestione ricadeva su un ente appositamente varato, la National Recovery Agency. L'obiettivo non era «keynesiano». Della domanda effettiva aggregata se ne occuparono pochissimo: Roosevelt era per il bilancio in pareggio, e l'Employment Act impose una massiccia decurtazione degli stipendi pubblici. L'obiettivo era semmai «pianificatorio». Anche se si affermò pragmaticamente, e fu di breve durata, si trattò di una gestione strutturale della domanda che accompagnava una ridefinizione politicamente governata dell'offerta, all'interno di un vero e proprio piano del lavoro. Giocava a favore il fresco ricordo della gestione pianificata dell'economia nel primo conflitto mondiale.
L'asse del New Deal era «grande industria-sindacato». La prima si vide allentare le regole della legge antitrust. Al secondo si garantivano, col Wagner Act, la libertà organizzativa nelle aziende che era stata violentemente repressa negli anni Venti, e la contrattazione collettiva. Alla base vi era l'idea di istituire «contropoteri», dando «potere di mercato» anche ai sindacati. Si tentò anche una timida organizzazione dei consumatori. Tutto ciò comportò uno scontro con la terza componente del «patto», la piccola industria. Finì in un compromesso che non soddisfece nessuno, e che dovette tener conto del populismo regionale americano, che è da sempre contro il big business, le big unions e la centralizzazione a Washington, il big government.
Per qualche anno gli interventi sulle infrastrutture pubbliche e l'occupazione diretta dei disoccupati da parte dello stato andarono avanti. Ai Civilian Conservation Corps, per la «protezione» della terra, e alla Public Works Administration, per i lavori pubblici, si aggiunse la ben più sostanziale Civil Works Administration, che li mise davvero in opera. Sono rimasti famosi la Tennessee Valley Authority, che col tempo sollevò alcune regioni da un profondo sottosviluppo, ed il piano di elettrificazione rurale. Dopo il 1935 il dilagare dei sit down e delle occupazioni di fabbriche per prevenire chiusure e serrate spinse alla promulgazione del Work Progress Administration Act, osteggiato dalla Corte Suprema, che diede lavoro a circa tre milioni di operai non qualificati.
Tuttavia, al procedere della ripresa, la politica federale puntò al rapido raggiungimento del pareggio nel bilancio. Nel 1936 l'economia riguadagnò il livello pre-crisi. Tre anni dopo, malgrado la ripresa, gli aumenti della produttività e le ristrutturazioni comportarono il mantenimento della disoccupazione al 14%. La ricaduta del 1937 riportò la disoccupazione al 19%. Il «keynesismo reale» venne con la Seconda Guerra Mondiale: la produzione bellica ed un disavanzo di bilancio annuo di oltre il 25% del Pil portarono al «pieno impiego», facendo perfino aumentare i consumi privati rispetto agli anni Trenta.
Dopo la guerra, nella c.d. «età dell'oro», la fase capitalistica 1945-1975, l'acquisizione teorica della possibile positività dei disavanzi nel bilancio pubblico fu pagata cara. Il sostegno alla domanda non fu «mirato», ma generico. Il perno fu negli Stati Uniti la spesa militare, che trainava anche le economie europee e asiatiche. Nei fatti, peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed internazionali. Iniziò l'era del primato della finanza e dell'attacco permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella produzione.
L'ANNIVERSARIO
Viene proprio a proposito: domani è l'anniversario del tremendo «giovedì nero», quello che mise il modo di produzione capitalistico davanti alla concreta ipotesi del tracollo. Un fantasma che ancora oggi inquieta il sonno di chi non immagina nemmeno un mondo differente da questo. E giù tutti a dire: «E' la crisi più grave dopo il '29». Si può essere d'accordo in senso cronologico: questa viene in effetti «dopo». Ma non sul piano dimensionale: questa crisi è infinitamente più grande. Per la quantità di denaro e «valori» coinvolti. Ma soprattutto perché è il primo «crack» veramente «globale».
LA DEPRESSIONE
Anche chi aveva bandito la parola - estremo esorcismo - ora si ritrova a pronunciarla: recessione. Come allora, nel '29. Solo col passare del tempo venne consegnata ai posteri con un nome differente: Grande Depressione. Contrariamente a quel che si crede, il 1929 non fu un «botto» solitario, ma una lunga serie di cadute, segnate da improvvise «riprese» di borsa. Una discesa prolungata, costante, che solo dopo un paio d'anni cominciò a riversarsi sull'economia reale, sulla produzione e, quindi, alla fine, anche sull'occupazione. Una crisi che arriva dentro le famiglie, che viene drammaticamente vissuta e ripetuta in questi giorni anche in Italia, con tante fabbriche che annunciano improvvisi tagli e chiusure, cassa integrazione e licenziamenti. Senza dimenticare i lavoratori precari, privi persino di ammortizzatori sociali.


14 ottobre 2008

Riccardo Bellofiore : La crisi della finanza e lo Stato interventista

Nei commenti di queste settimane non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti: crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali. Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale. Senza fermarci alle verità ovvie: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti; la crisi verrà pagata dal mondo del lavoro. E senza saltare sul carro del solito Tremonti colorato «di sinistra», quando si ha a che fare con un neoliberismo compassionevole dai tratti fascistoidi e reazionari, incluso il protezionismo. 


Su queste colonne, un anno fa, segnalavo come lo scoppio della bolla immobiliare abbia visto il ritorno di un Minsky moment, di un punto di svolta superiore nel ciclo dell'instabilità finanziaria. La «nuova economia» si è nutrita di una convenzione Greenspan. La politica monetaria spingeva verso l'alto le «attività» (azioni, case), il che ha rafforzato l'effetto leva. Si ampliava l'indebitamento delle famiglie, a sostegno di un consumo «autonomo» da effetto ricchezza. E si forniva domanda ai neomercantilismi forti (come quelli asiatico e tedesco) e deboli (come quello italiano). Un sistema bancario ombra, ma interconnesso con le banche vere e proprie, poteva fornire moneta senza limiti, mentre la riduzione della disoccupazione di lavoratori «traumatizzati» non si traduceva in pressione sui salari.
A un certo punto, come nella poesia di Yeats, «le cose si dissociano, il centro non può reggere». La bolla scoppia, si rischia la deflazione da debiti. Dietro l'illiquidità fa capolino l'insolvenza, le relazioni interbancarie si bloccano. Facile prevedere i ripetuti interventi delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, e la politica di bassi tassi d'interesse, da parte almeno della Fed. Da marzo/aprile c'è stato un cambio di passo. Il Minsky moment si è mutato in un Minsky meltdown, in un collasso vero e proprio. Per lo spettro dell'insolvenza, sempre più operatori finanziari devono svendere attività: ma se lo fanno tutti, questo non aiuta i bilanci, li affossa. L'acceleratore finanziario è diventato un deceleratore finanziario. Quando il problema non è l'illiquidità, il prestatore di ultima istanza non può bastare. Lo si inizia a vedere con la prima crisi Bear Sterns. La Fed accetta come collaterale dei suoi prestiti titoli che sono cartaccia, e inizia a rifinanziare banche d'investimento non soggette a regolamentazione. E' evidente a questo punto che la politicizzazione della finanza ha fatto un salto, e che è solo il primo passo.
Mentre l'economia reale entra in fibrillazione, si deve nazionalizzare, direttamente e indirettamente, sia la finanza che l'immobiliare: i due pilastri della crescita Usa, dunque mondiale. La Fed prende il ruolo implicito di assicuratore e azionista ultimo, spalleggiata dal Tesoro. Anche questo non è però sufficiente. Lo stato deve acquistare direttamente i titoli «tossici». In questi giorni si sta proponendo che sia lui in prima persona a ricapitalizzare le banche, a diventarne esplicitamente azionista. Fed e Tesoro devono già oggi decidere chi vive e chi muore, in un sistema soggetto a un pesante consolidamento. Schizza ovunque verso l'alto il premio da pagare in eccesso al tasso di interesse di base, e si comprime il credito alle famiglie. Una profonda recessione a breve/medio termine seguita da una bassa crescita, e un razionamento del credito con più alti tassi d'interesse, è il futuro che possiamo attenderci: non solo negli Stati Uniti.
Inutile prendersela con Bernanke. Studioso della Grande Crisi, teorico dell'acceleratore finanziario, sa che la politica monetaria deve essere diversa nelle fasi espansive e in quelle di crisi. Ha fatto quel che ha potuto. Non ce la fa perché non ce la può fare: perché i problemi della finanza affondano nelle contraddizioni dell'economia reale. E' per questo che non valgono granché i buoni consigli di chi, soprattutto i social-liberisti, intona le lodi di migliore regolazione e più stretta vigilanza, e vuole riregolamentare. Ottime parole, buone nei tempi di crisi, e presto dimenticate quando le cose vanno bene.
Il problema di fondo è che il rischio sistemico globale della finanza viene dall'attacco al lavoro degli ultimi decenni. La finanza sregolata, ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia della precarizzazione del lavoro. Non è un problema di instabilità finanziaria: è un problema di domanda effettiva, che nasce dalla organizzazione della produzione, e del lavoro al suo interno. Il paradossale «keynesismo» trainato dalle bolle speculative è oggi al capolinea. La crisi di questo meccanismo obbligherà a trovarne altri: a ricostruire da cima a fondo circuiti monetari, governo macroeconomico, equilibri internazionali.
Il verso successivo di Yeats recita: «e la pura anarchia si rovescia sul mondo». Non ci conterei. Scommetterei piuttosto su una buona dose di mano visibile. Non necessariamente benevola, sia chiaro. Invece di discutere di Stato e mercato, quando è fuori discussione che lo Stato non può che aumentare la sua presa sull'economia, sarà forse il caso di organizzare una resistenza, ma anche di riprendere davvero i temi di un intervento politico nell'economia diverso da quello che il prossimo futuro ci riserva.


23 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : i limiti del keynesismo

 

Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.


(Riccardo Bellofiore) 


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