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8 giugno 2011

La forma (logica) dell'acqua

Sul blog di Noise from Amerika si può leggere un post sul referendum sull’acqua. All’interno dei commenti a questo post si è ad un certo punto avvitata una discussione sulla natura dei beni pubblici e sull’appartenenza dell’acqua potabile a questa categoria. Ovviamente la discussione non poteva assumere un tono civile, dato il carattere uterino di alcuni dei partecipanti alla discussione stessa.

A parte un commento sarcastico al fatto che una discussione col professor Boldrin dopo poche battute si riduce alla solita disputa tra guappi su chi ce l’ha più lungo (il curriculum naturalmente), la questione presenta un certo interesse, in quanto nella definizione dei beni pubblici si possono nascondere strategie ideologiche tese a favorire, in nome del libero mercato, il capitale privato nell’ingresso a beni che sono di rilevanza collettiva.

Prima di affrontare però questo problema, due note sul post di Sandro Brusco che probabilmente non aveva intenzione di sollevare questo vespaio. Brusco giustamente nota che l’acqua è un bene scarso ed, in quanto tale, avente rilevanza economica. Questo però non vuol dire che essa debba essere una merce, ma vuol dire solo che la sua gestione deve essere consapevole del carattere non illimitato della disponibilità del bene. Tuttavia Brusco ha detto anche una solenne sciocchezza, equiparando un bene come l’acqua con un bene come il pane (egli argomenta che, dal momento che le panetterie sono gestite da privati, non si vede perché anche l’acqua non possa essere distribuita da imprese private), quando l’utilità dell’acqua ed il suo carattere indispensabile è molto maggiore di quella del pane, che è solo uno degli alimenti ed è perfettamente sostituibile nella dieta. Inoltre fare riferimento (come fa il libro pubblicizzato da Brusco e tradotto da Giannino) alle economie ed agli Stati dei paesi in via di sviluppo è una strategia troppo superficiale per argomentare sul ruolo dello Stato nella  gestione dell’acqua. Dire che “Il libro è incentrato sulla politica della gestione dell'acqua nei paesi in via di sviluppo, che al momento è praticamente solo pubblica. È anche in buona misura fallimentare, risultando sia inefficiente dal punto di vista tecnologico (un notevole ammontare di acqua viene sprecato) sia profondamente ingiusta dal punto di vista distributivo (i poveri sono quelli che più frequentemente pagano le inefficienze della distribuzione)” significa fare una semplificazione fuorviante. I problemi legati all’acqua nei Pvs sono problemi complessi che hanno cause spesso legate all’attività estrattiva ed industriale di imprese private.

La definizione di bene pubblico, così come è trattata nella letteratura specialistica, nasconde invece una operazione ideologica. Il primo tassello di questa operazione è quello solito con cui gli scienziati  in genere generano l’equivoco tra la dimensione nel sapere specialistico e quella del linguaggio comune. L’operazione consiste nel prendere un termine di uso comune e di dargli un senso almeno parzialmente diverso. Come ad es. dimostra Frege in un suo scritto, l’operazione è fatta in maniera assolutamente irresponsabile e indifferente alle conseguenze che possono generarsi. Una di queste è la possibilità che persone mediamente istruite possano riflettere sul contenuto di una scienza incoraggiati dall’utilizzo di termini di uso comune. Il problema è che però queste persone intendono tali termini nel senso che viene loro comunemente attribuito. Il risultato spesso è che le tesi sostenute all’interno di quella scienza che utilizza questi termini risultano spesso contro intuitive e questo causa malintesi e corto circuiti nella comunicazione tra scienziati ed il resto del corpo sociale. Ma in questo caso l’operazione non ha solo questo effetto collaterale, come si può vedere dal fatto che uno dei partecipanti alla discussione del post suddetto sia stato mortificato dal Pico della Mirandola di turno.

Per evidenziare questa strategia ideologica bisogna in primo luogo osservare che nel caso del termine “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” almeno nel linguaggio comune in Europa attiene alla dimensione in cui interviene lo stato oppure le c.d. “istituzioni pubbliche” a causa della rilevanza etico-politica dei beni o delle situazioni considerate. Inserire  il termine “bene pubblico” in un contesto semantico del genere può portare perciò a malintesi. Questi consistono soprattutto nel fatto che l’ambito più ristretto cui si riferisce il termine tecnicamente interpretato si sostituisce surrettiziamente all’ambito semantico più esteso cui si riferisce il termine nell’uso comune. In questo modo si induce l’ascoltatore a considerare i beni pubblici definiti dalla letteratura specialistica come i soli beni pubblici che debbano essere necessariamente tutelati dalle pubbliche istituzioni, a meno che non si introducano ipotesi aggiuntive. Infatti nella definizione specialistica di “bene pubblico”, l’attributo “pubblico” non si riferisce a quei beni che vengono considerati collettivamente rilevanti dalla comunità dei cittadini, ma da quei beni di cui è inutile o impossibile appropriarsi e che, per questo motivo, vengono demandati alla gestione delle istituzioni pubbliche. In questa prospettiva lo stato prima facie diventa l’agenzia che si occupa in senso residuale di quei beni di cui i privati non possono fare uso per arricchirsi. Ovviamente questo processo non è deducibile dalle tesi della letteratura specialistica che ha operato questa definizione di “bene pubblico”. Dunque apparentemente gli intellettuali che hanno svolto questa operazione hanno la coscienza pulita. Ma l’effetto psicologico e ideologico di questa operazione lo si può riconoscere sia nel dibattito accademico esistente intorno a questi problemi, sia proprio nella spiacevole discussione generata da questo malinteso nella discussione del post suddetto. Gli economisti e i giuristi di impostazione liberista infatti spesso giocano sull’ambiguità : da un lato essi sostengono che le loro definizioni sono quelle più libere da intrusioni ideologiche o etiche, d’altro canto essi usano quelle definizioni per sostenere la loro posizione ideologica ed etico-politica che impedisce allo stato di occuparsi di molte attività economiche in nome della proprietà e della libertà d’impresa. La presunta neutralità teorica diventa non-intervento pratico (con tutti i rischi di connivenza e di omissione che questo comporta).

Che questo paradigma abbia successo è dato dal fatto che anche economisti liberal accettino queste definizioni ed il ruolo residuale dello Stato che da esse deriva. Non serve a nulla assicurare che lo Stato non si debba occupare solo dei beni pubblici, in quanto la manovra ideologica consiste nel rendere più difficile argomentare sulla necessità che lo Stato si debba occupare di certe questioni.

Ma anche se vogliamo fare astrazione da questa ipotetica funzione ideologica che la definizione specialistica di “bene pubblico” dovrebbe svolgere, non possiamo fare a meno di notare che tale definizione presenta alcuni problemi di carattere analitico. Si dice infatti che bene pubblico è un bene che riunisca in sé le due caratteristiche della non-escludibilità nel consumo e della non-rivalità nel consumo. Ma cosa s’intende con queste due proprietà ? E quali sono gli esempi di beni di questo tipo ? In realtà la definizione di queste due proprietà nella letteratura specialistica spesso non è unica, in quanto, dietro una apparente equivalenza, si nascondono differenze che andrebbero concettualmente ricomposte. Per quanto riguarda ad es. la non-escludibilità essa si tradurrebbe nel fatto che l’esclusione di un consumatore addizionale dal godimento del bene è impossibile. Altri però parlano semplicemente del fatto che è impossibile escludere dal godimento del bene un consumatore qualsiasi (in realtà probabilmente quest’ultima definizione è costituita da quella precedente più la proprietà della non-rivalità). Come esempi di non-escludibilità si elencano le boe luminose come ausilio della navigazione, la difesa nazionale, l’illuminazione stradale, il controllo dell’inquinamento e la diffusione radiotelevisiva. Il problema è che l’accezione de facto del termine “impossibile” (necessaria perché la definizione rimanga pura rispetto ad istanze etico-politiche) non permette di ricomprendere all’interno della definizione nessun bene, in quanto tale impossibilità potrebbe essere continuamente messa in discussione nel corso del tempo, ma anche a seconda dei desideri, delle aspettative e della tenacia dei soggetti che si potrebbero candidare all’appropriazione di tali beni. Nel caso della diffusione radiotelevisiva, si potrebbero scoraggiare gli utenti che non pagano sequestrando l’apparecchio televisivo. Nel caso del trasporto pubblico si potrebbero comminare ammende a tappeto per un lasso di tempo pianificato. E la convenienza economica di questi provvedimenti potrebbe essere variabile. Nel caso della difesa nazionale si potrebbe provvedere a difendere più una parte del territorio che non un’altra (per ragioni diverse e con giustificazioni più o meno condivisibili) ed in questo caso non sarebbe così automatico il fatto che il bene sia fruito in modo paritario da tutti. Si potrebbero escludere interi rioni dalla fruizione dell’illuminazione stradale. Alcuni possono ragionare sull’escludibilità a partire dal momento precedente l’accensione dei lampioni, altri a partire dal momento immediatamente successivo. Spesso il bene viene considerato astraendo dalle sue modalità di erogazione, altre volte invece viene considerato a valle del sistema che lo eroga. Questa molteplicità di prospettive genera una certa confusione e denota il fatto che la definizione proposta ha qualche problema abbastanza rivelante da renderla inefficace ad orientare le scelte politiche dei cittadini e dei loro rappresentanti.

Per quanto riguarda invece la non-rivalità nel consumo essa viene definita o come la possibilità di godimento del bene da parte di un consumatore addizionale a costo zero, oppure come la possibilità di tale godimento senza che il godimento di un altro venga compromesso, oppure ancora come l’impossibilità di tale gioco competitivo nel momento in cui il bene (o più correttamente il servizio) viene erogato. Queste definizioni sono equivalenti tra loro solo attraverso ipotesi aggiuntive e questo è un problema teorico ulteriore. Alla fine non è un caso che all’interno della categoria dei beni pubblici puri si rischi di non trovare neanche un tipo di bene. La letteratura probabilmente include la difesa nazionale solo per il pregiudizio ideologico secondo il quale la concezione liberal-minimalista considera le truppe anti-sommossa come un residuo statuale ineliminabile atto a garantire l’incolumità della proprietà privata. A guardia del bidone vuoto dei beni pubblici rimane imperturbabile il principe di Windisch-Graetz.

 

A parere di chi scrive, per evitare queste problematiche derivanti dal ricorso a troppo oscillanti criteri di fatto, bisogna ridefinire il concetto di bene pubblico ricomprendendo in esso le istanze etico-politiche utopisticamente escluse e riconciliando l’uso comune del termine con quello della letteratura specialistica. Si può tentare tale definizione dicendo che bene pubblico è un bene non-escludibile de iure. Questo nel senso che il bene venga considerato correlato necessario di un diritto soggettivo e dunque vada assicurato a tutti, tenendo conto della sua scarsità. Questo evita di dover sempre aggiornare l’elenco dei beni che rientrano in questa categoria a causa del progresso tecnologico. Tale aggiornamento può seguire il ritmo più ragionevole (si spera) del dibattito pubblico e della trasformazione del corredo dei valori condivisi da una o più comunità. Dalla proprietà della non-escludibilità può derivare anche quello della non-rivalità, nel senso che, dal momento che viene assicurato a tutti, non è possibile una sua ulteriore fruizione che escluda alcuno degli aventi diritto. Naturalmente, essendo queste proprietà garantite de iure, da un lato l’intervento dello stato non è residuale ma è un impegno in positivo, volto ad assicurare e migliorare la fruizione del bene pubblico da parte di tutti gli aventi diritto. D’altro canto si può spiegare il fatto che tale accessibilità de facto non sia sempre e nella stessa misura garantita. Inoltre questa definizione sancisce che i beni pubblici economici non possono essere definiti all’interno di una presunta scienza economica avalutativa e si inserisce all’interno di una filosofia (o di una teoria) del diritto e della politica che forniscono i vincoli e i limiti che delineano il campo all’interno del quale si può costituire una politica economica. Al massimo l’economia può definire dei beni che vengano collettivamente fruiti, senza però che tale modalità sia tale da portare ad una definizione di “bene pubblico”, dal momento che il termine “pubblico” ha un riferimento di tipo giuridico e normativo difficilmente trascurabile.

 Dunque, applicando questa tesi alla questione dell’acqua, si può concludere che, per quanto questa non sia un bene pubblico nei termini della letteratura pseudo-scientifica (tale proprio perché presume ideologicamente di poter fare a meno dell’istanza etico-politica nel costruire le proprie definizioni), essa è un bene pubblico in quanto la sua erogazione garantisce l’esercizio del diritto alla vita ed alla salute dei cittadini. Qualcuno a questo proposito dice che l’acqua potabile sia un bene escludibile anche perché si può far ricorso all’acqua piovana o a quella imbottigliata. Tuttavia la modalità di erogazione legata agli acquedotti ed ai sistemi di depurazione è probabilmente quella più adatta a garantire la non-rivalità del bene e la sua fruizione genuinamente collettiva. 

 

 


8 marzo 2011

Brancaccio e Boldrin : un rutto di Bossi ci seppellirà

La discussione tra Brancaccio e Boldrin si sposta poi  sulla politica economica italiana. Boldrin dice che la nostra crisi è cominciata nel 2000 e, in termini reali, all’inizio degli anni ’90. Nessuno sembra secondo lui essere consapevole della gravità della situazione in quanto l’Italia ormai è un paese in via di sottosviluppo : la produttività del lavoro non cresce da molti anni, la preparazione dei nostri studenti è sempre più scadente, l’intero sistema di servizi pubblici sta collassando ed il Pil procapite italiano di oggi è inferiore a quello del 2000 del 3%. In un sistema del genere non solo le imprese non investono, ma le stesse energie migliori non vedono l’ora di fuggire. Per Boldrin un paese riesce a rimanere sulla frontiera tecnologica e ad evitare il declino solo se riesce a far cooperare al suo interno le energie migliori con la massa dei lavoratori. Le persone altamente competenti, che sono il fattore produttivo più importante, invece se ne vanno e sia la destra che la sinistra sembrano non vedere il problema.

Brancaccio è d’accordo con il fatto che le risorse umane e dei giovani non vengono adeguatamente valorizzate. Uno degli indicatori che evidenzia il carattere bloccato di questa società è l’indice di mobilità intergenerazionale che misura la possibilità che ad es. ha il figlio di un operaio di migliorar e rispetto alla condizione della sua famiglia di origine. C’è da notare però che l’Italia è in coda in questa classifica, assieme però agli Usa e alla Gran Bretagna. Il paese del sogno americano in realtà è anch’esso bloccato in una sperequazione retributiva mai raggiunta da molti anni.

Per quanto riguarda l’Italia, Brancaccio dice che, in termini di crescita del Pil, l’Italia ha fatto peggio di quasi tutti in Europa. La disoccupazione supera quella di Germania ed Inghilterra. A questo proposito Tremonti ha tirato fuori una tesi fantasiosa di tipo liberista secondo la quale, a fronte della crescita dei disoccupati, ci sarebbero in realtà moltissimi posti di lavoro vacanti : basterebbe favorire l’incontro tra gli uni e gli altri per ridurre significativamente il tasso di disoccupazione.

In realtà il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti e quindi pensare che, per ogni lavoratore rimasto a spasso ci sia un posto libero ad attenderlo è evidentemente illusorio. La crisi che ha colpito l’Italia rischia di avere ripercussioni irreversibili sul nostro tessuto produttivo. I tassi di mortalità delle imprese sono estremamente alti e quelli che rimangono non si accorpano e non si centralizzano. Per Brancaccio uno dei problemi principali dell’Italia è il basso grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali. Invece la politica economica italiana tende a recuperare competitività attaccando le condizioni dei lavoratori, strategia che dura da anni ma che non ha minimamente toccato gli enormi problemi strutturali che affliggono la nostra economia.

Boldrin, dopo aver criticato il suo interlocutore sulla tendenza a non fare nomi e cognomi, ma a parlare genericamente di economisti liberisti o socialisti, conviene sul fatto che la disoccupazione italiana non è un problema di mancato incontro tra domanda ed offerta di lavoro, mentre è un problema dell’economia americana nella quale la distribuzione territoriale della disoccupazione è estremamente disomogenea. Boldrin si chiede perché l’Italia ha una produttività così bassa e perché non nascono nuove imprese o perché le imprese straniere non vengono ad investire in Italia. Brancaccio pensa che la causa sia  la leggera riduzione (a dire di Boldrin) delle eccessive rigidità della legislazione italiana sul lavoro. Per Boldrin le cause sono altre e cioè mancanza di una vera concorrenza sui mercati, un eccessivo interventismo dello stato nell’economia, sussidi dati ad imprese improduttive, il degrado progressivo del sistema educativo ed una macchina amministrativa disastrosa.

Brancaccio replica che, per quanto riguarda la situazione statunitense, i liberisti non tengono conto del crollo della domanda effettiva. Inoltre in Italia il crollo dell’indice generale di protezione del lavoro è stato molto consistente (1,68 tra il 1996 ed il 2008 a fronte di una riduzione di 0,97 in Germania ed addirittura un lieve aumento in Francia. Brancaccio precisa anche che la riduzione delle protezioni per i lavoratori non è la causa del declino ma è il rimedio fallimentare che i governi italiani hanno adottato per combattere il declino, la cui causa principale è un grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali relativamente basso rispetto ad altri paesi.

Boldrin, premettendo di non capire la questione della scarsa concentrazione dei capitali, prende lucciole per lanterne quando confonde il carattere periferico (nel senso di marginale) dell’economia italiana, con la collocazione geografica in senso fisico della penisola italiana. Pare ovvio invece che si tratta di collocazione periferica rispetto ad un mercato oppure rispetto ad un circuito economico integrato.

Il fatto comunque che l’Italia abbia pagato più di altri la liberalizzazione del mercato interno, la creazione del mercato unico europeo e l’introduzione dell’euro è per Boldrin una conseguenza della crisi, non un fattore causale. Ma anche qui Boldrin dimostra di non ascoltare il suo interlocutore per il quale è la mancata centralizzazione dei capitali il principale fattore causale. Bisognerebbe riprendere il discorso da lì e costringere l’interlocutore ad approfondire il concetto.

Boldrin aggiunge che non si tratta di protezione dei lavoratori ma di rigidità del mercato del lavoro. L’Italia partiva da un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro e quindi, partendo dai livelli più alti, è facile che la riduzione sia più consistente. Ciò che conta sono le posizioni assolute, cioè quanto è rigido un mercato del lavoro rispetto ad un altro (anche qui Boldrin sbarella, in quanto ciò che conta, ad essere precisi sono le posizioni relative agli indici di protezione del lavoro degli altri paesi e non quelle relative ai propri indici di protezione del passato).

Boldrin dice che in Italia ci sono due mercati del lavoro : uno assurdamente rigido e perfettamente protetto, ma ingessato. L’altro assolutamente selvaggio. L’esistenza del secondo è dovuta al primo. I protetti dell’impiego pubblico e di una certa parte dell’industria privata, generano costi di impresa e costi aggregati di sistema che possono essere sostenuti e compensati solo grazie a quei poveracci del mercato selvaggio, cioè solo grazie allo sfruttamento di tutti coloro che sono costretti a subire una posizione di estrema debolezza sul mercato del lavoro, cioè i giovani e le donne che sono stati costretti a sobbarcarsi il peso di coloro che sono già garantiti per tenere in piedi il sistema. Un esempio di questo sistema patologicamente duale è l’università dove da un lato ci sono i garantiti (professori di ruolo, ricercatori confermati) che sono poco produttivi e dall’altro i precari privi di garanzie e di prospettive che reggono tutto il peso dell’effettivo funzionamento dell’università.

Brancaccio, a proposito della centralizzazione dei capitali, si rifà al dibattito italiano sulla credenza per la quale le piccole dimensioni di impresa costituirebbero un fattore virtuoso, in grado di garantire alle imprese italiane la flessibilità necessaria per competere sui mercati. Secondo Brancaccio questi ragionamenti sono in realtà serviti a fornire una giustificazione per tutti coloro che da questo capitalismo nazionale polverizzato e frazionato sono riusciti a lucrare ampi margini di consenso, chiudendo gli occhi di fronte all’evasione fiscale, al sommerso che contraddistinguono il nostro tessuto produttivo. La questione della centralizzazione dei capitali è rilevante sia per quanto riguarda la storia economica dell’Italia sia con riferimento alle prospettive politiche future, tenendo conto del fatto che ad es. il mondo della piccola e piccolissima impresa costituisce l’ossatura principale del bacino di voti della Lega nord. Prendersela con Tremonti, non tenendo presente gli interessi di cui egli si fa portatore risulta essere alla fine un approccio superficiale.

Per quanto riguarda l’indice di protezione dei lavoratori, Brancaccio incassa il fatto che si è chiarito che non si è trattato di una leggera riduzione (Boldrin, cammin facendo, ha corretto la sua iniziale posizione) ed aggiunge che bisogna spiegare perché mai bisognerebbe ridurre le tutele e quale beneficio per l’occupazione potrebbe derivare da una strategia di questo tipo, visto che finora non ha avuto gli effetti sperati. Brancaccio dice anche che la dualità del mercato del lavoro ormai non esiste più ed il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non ha più efficacia in quanto non può più impedire i licenziamenti individuali.

Boldrin ammette che in Italia c’è una scarsa mobilità sociale, ma sulla questione della struttura industriale polverizzata egli afferma che si tratta di un dato strutturale che ha accompagnato lo sviluppo economico italiano da molti secoli. Associarlo al dibattito politico attuale è un operazione stiracchiata. Bisogna formulare progetti di politica economica a partire da quello che si ha e non da quello che piacerebbe avere. È vero che questo sistema è un bacino elettorale per certe forze politiche, ma in realtà è il sistema delle piccole imprese che ha creato queste forze politiche. Perciò una politica economica realistica non dovrebbe accanirsi contro questo radicato sistema, ma cambiare quello che è possibile cambiare.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, per Boldrin non si tratta solo dell’articolo 18 ma di un intero combinato disposto, fatto di giurisprudenza del lavoro, regolamenti amministrativi, meccanismi contrattuali che rendono una fetta del mercato del lavoro italiano estremamente rigida.

Nel settore pubblico italiano si è dei perfetti intoccabili. La produttività è al minimo. Questo non perché i dipendenti pubblici siano dei cattivoni, ma perché non hanno alcun incentivo a lavorare ed il loro stipendio non dipende dai risultati. Spendiamo una percentuale simile a Svezia o Germania in cambio di servizi pubblici che il mondo intero considera paragonabili a quelli dell’Egitto.

Brancaccio replica che Boldrin sbaglia a considerare la struttura del capitalismo italiano come un dato esogeno, quasi un destino ineluttabile. Ma l’assoluta prevalenza nazionale delle piccole dimensioni di impresa costituisce anche il frutto di una particolare linea di indirizzo politico. Quando si chiude gli occhi sull’evasione fiscale, quando si porta avanti una politica di compressione dei salari è chiaro che si incide in modo significativo sull’evoluzione del tessuto produttivo e sul gradi di organizzazione dei capitali. In questo modo si sono fatti sopravvivere pezzi di capitalismo inefficienti grazie a prebende fiscali, demolizione del sindacato, illegalità.

Inoltre il mercato del lavoro italiano non è rigido e sicuramente lo è meno rispetto ad altri 12 paesi europei. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, il problema non sono i fannulloni, ma sono le politiche economiche che si adottano per combattere questi fenomeni. Brunetta con il blocco delle assunzioni e del turnover spera di risolvere il problema, ma la realtà è più complessa. Con il blocco del turnover l’età media continuerà a salire ed i lavoratori pubblici più anziani sono mediamente meno qualificati e meno motivati dei giovani assunti, i quali invece hanno maggiore dimestichezza con le innovazioni tecnologiche e sarebbero più qualificati. In questo modo il dimagrimento del personale promosso da Brunetta non aumenterà la produttività del settore pubblico, se non nelle sue mere intenzioni.

Boldrin ribatte che non è vero che l’Italia abbia una rigidità del lavoro più bassa rispetto ad altri paesi. Ad es. per quanto riguarda i licenziamenti collettivi l’indice di rigidità dell’Italia è 4,88 rispetto ad una media Ocse del 2,48. In Italia più dell’80% dei dipendenti sono a tempo indeterminato e tutta la riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori che Brancaccio menziona è dovuta all’introduzione dei contratti non a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la centralizzazione dei capitali Boldrin dice che la concentrazione industriale è un punto di arrivo, non di partenza per le industrie. Le imprese innovative nascono piccole e diventano grandi quando hanno successo. La tesi del piccolo è bello nacque in California a causa di realtà che sono diventate Microsoft. Il problema è cosa ha impedito alle nostre imprese di avere successo e di diventare più grandi. Probabilmente è dovuto al fatto che in Italia l’intervento statale ha protetto i grandi gruppi impedendo alle piccole realtà di crescere e svilupparsi.

Per quanto riguarda i rimedi per Boldrin occorre ristrutturare il settore pubblico da cima a fondo, introducendo criteri di tipo privatistico e manageriale nella gestione, stabilendo criteri di produttività con misure oggettive, criteri di produttività che determinano anche il mantenimento del posto di lavoro, soprattutto a livello dirigenziale. In secondo luogo bisogna abolire il Ministero della Pubblica istruzione per trasformarlo in un’agenzia di controllo di qualità, prendere i soldi che spendiamo per l’istruzione e metterli in mano a famiglie e studenti sotto forma di buoni scuola, mentre gli insegnanti di scuola si debbono organizzare in libere cooperative. Bisogna dare agli insegnanti gli incentivi per decidere cosa insegnare e come, prevedendo criteri oggettivi per legare la retribuzione al merito gestiti dagli stessi insegnanti, portando una rivoluzione del merito. Infine per Boldrin va semplificato il sistema fiscale, riducendone la pressione e combattendo l’evasione fiscale senza illudersi che possa guarire il nostro debito (si può recuperare un 10 mld, non i 60 favoleggiati). Bisogna ridurre la tassazione sul reddito e alzare quella su patrimonio e consumi.

Brancaccio replica che sulla rigidità del mercato del lavoro parlano i dati Ocse e liquida così i tentativi di Boldrin di fare distinguo che effettivamente non incidono se non si affronta nel dettaglio il problema dell’attendibilità dell’indice Epl. Per Brancaccio bisogna diminuire il carico delle imposte su redditi bassi e medio-bassi, bisogna ripristinare la centralità del contratto a tempo indeterminato, fissare minimi salariali per legge. La lotta agli sprechi è stata troppo spesso confusa con lo smantellamento del sistema pubblico, mentre invece bisogna meglio investire nel pubblico (l’istruzione, la ricerca,la sanità, l’assistenza). Infine bisogna a livello europeo interrompere il dumping salariale e l’apertura dei mercati andrebbe condizionata al rispetto di determinati standard di lavoro.

 

 

Questo dialogo in parte è stata una occasione sprecata, perché entrambi i contendenti sui punti nodali di differenza hanno finito per glissare.

Ci sono da fare diverse riflessioni. La prima è che nel parlare di mercato duale Boldrin non cita affatto la malavita organizzata. Dunque si trascura quanta sia la percentuale di lavoro sommerso che fa capo alla malavita organizzata e su questa base non si può valutare quanto la perdita di garanzie per il mercato ufficiale del lavoro incida sull’estensione del mercato sommerso. A mio parere, l’incidenza sarà minima ed anzi sposterà verso il basso gli standard complessivi.

La seconda è quanto sommerso esista nel campo dell’istruzione e nel campo del settore pubblico complessivo, visto che le maggiori rigidità del mercato del lavoro si trovano in questi comparti lavorativi. A mio parere, se esistono due mercati del lavoro, uno ufficiale ed un altro sommerso, la loro relazione non è così semplice come la delinea Boldrin, che applica uno schema che forse valeva per i paesi del socialismo reale, ma non per gli Stati a Welfare abbondante.

L’unica sotto-tesi di Boldrin che rimane in piedi è il fatto che il settore pubblico fa pagare molte tasse e dà pochi servizi e questo diventa un costo per le imprese tale da facilitare il mercato sommerso. Il problema però diventa il miglioramento dei servizi erogati e non quello dei tagli o della perdita di garanzie lavorative. La questione fiscale ha anche a che fare con la selezione delle imprese e con la centralizzazione dei capitali, ma di questo parleremo tra poco.

Entrambi gli interlocutori, sempre a questo proposito, non analizzano il fatto che la disparità reddituale e nella dimensione dei fattori produttivi è molto geograficamente connotata e che il trend politico in corso aggraverà fortemente questa situazione critica, con pericoli forti per l’unità nazionale e la coesione sociale. Boldrin su questo ha un atteggiamento ambiguo e cercheremo di spiegare perché. Brancaccio parla della Lega, ma mette in evidenza il suo legame con le piccole imprese e non con quello delle disparità a livello di territorio.

La diminuzione del Pil procapite di cui parla Boldrin si riferisce forse al Pil procapite a parità di potere d’acquisto in relazione al corrispondente indice Usa e non credo che sia del tutto attendibile (il rapporto è con gli Usa 2000 e con gli Usa 2010 ad es., per cui il riferimento non è costante e non ci consente un reale raffronto intertemporale). Secondo questo indice anche la situazione della Francia e del Giappone sarebbero peggiorate. Insomma, per quanto il berlusconismo (questi meravigliosi 17 anni) abbia coinciso con una forte regressione sociale, la valutazione va fatta guardando un maggior numero di indicatori.

Quanto alla questione del mismatch, Brancaccio argomenta bene quando parla del fatto che il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti, mentre Boldrin parla di disomogeneità del quadro statunitense, ma sembra non accorgersi della disomogeneità italiana, sia di genere (la disoccupazione femminile quasi il doppio di quella maschile) sia territoriale, mentre altri autori vedono un mismatch di lungo periodo tra domanda e offerta di lavoro, riconducibile appunto a fattori di natura “strutturale”, tra cui le condizioni dello sviluppo produttivo locale. Anche questa svista di Boldrin è interessante, nell’interpretare l’ideologia alla base delle sue analisi.

Pure per quel che riguarda la produttività, essa andrebbe disaggregata almeno in produttività del capitale e produttività della forza lavoro. Oppure distinguere tra la produttività per occupato e quella per ora lavorata. Inoltre va evidenziato che nel 2000 la produttività italiana per occupato era la terza dell’Europa a 27. Ora è sì molto diminuita, ma comunque la Germania è sotto di noi, mentre al primo posto svetta il Lussemburgo. Se si guarda invece alla produttività per ora lavorata, l’Italia sta sempre sotto Francia e Germania, ma quest’ultima è inferiore alla prima, per quanto il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto della Francia sia molto basso (71,3 con gli Usa = 100) rispetto ad altri paesi.

Che significato hanno dati del genere ? E se sono significativi, va chiarito il dilemma della Germania che con una produttività relativamente così bassa per occupato (senza contare che anche il suo reddito pro capite PPA non è molto brillante rispetto ad altri paesi sviluppati, 76,3 mentre quello del Canada è 84,3, dell’Austria è 81,8 e dell’Australia è 83,7), è ammirata in tutto il mondo per la sua solida economia. Ancora si esige dunque un approfondimento che non c’è, per meglio interpretare la situazione (assoluta e relativa) dei diversi paesi.

Boldrin poi inspiegabilmente mostra di essere più realista del re quando si tratta di mettere mano alla scarsa centralizzazione del capitale, dicendo che si tratta di una tradizione plurisecolare e che bisogna partire con quello che si ha e proporsi quello che si può fare. Anche qui bisogna spiegare questo suo riflesso condizionato. Brancaccio su questo ha con lui gioco facile nel confutarlo ed infatti Boldrin assumerà dopo una posizione almeno degna di discussione.

Altrettanto inspiegabilmente Boldrin dal realismo radicale passa poi ad un delirio utopistico quando parla dell’abolizione del ministero della pubblica istruzione, delle libere cooperative di insegnanti o dei soliti buoni scuola che confondono la formazione con la spesa al supermercato. L’unica base realistica del suo discorso è il fatto che egli si augura che tutti gli insegnanti ed i docenti finiscano per strada, perché è questa pars destruens l’unica opzione realistica congetturabile. Perché tanto realista prima e tanto utopista poi ? Cominceremo con il dire che fa il realista quando la cosa che deve essere realizzata lo lascia almeno indifferente, se non dispiaciuto. Diventa utopista quando immagina di dare bacchettate sulle mani dei docenti garantiti e fannulloni. Si tratta di una regressione infantile.

La sua tesi sulle piccole imprese che diventano grandi è più interessante, ma trascura due fatti :

A)    Lo Stato italiano non ha protetto le grandi imprese, tant’è che il settore chimico fu distrutto, quello automobilistico annaspa e cerca conforto nella pause per andare a cagare e noi in realtà abbiamo ben poche imprese in grado di gareggiare con la grandi imprese transnazionali. Se lo Stato avesse davvero fatto un intervento forte di politica industriale non saremmo a questo punto.  

B)    Le imprese piccole che crescono lo fanno ai danni delle altre. Non tutte diventano grandi. Bisogna distinguere tra piccole imprese, tra quelle residuali appartenenti a settori produttivi a basso valore tecnologico e quelle che invece individuano linee di innovazione tecnologica e che possono sperare di crescere. Il permanere delle prime è una patologia che giustamente Brancaccio censura, mentre le seconde debbono prima o poi affrontare il passaggio della crescita dimensionale se non vogliono rimanere subordinate ad altre grandi imprese che sfruttano il loro slancio iniziale. Lo Stato deve aiutarle mettendo a disposizione infrastrutture efficienti, una formazione di base decente e ben distribuita, regole che aiutino la selezione (per cui il fisco progressivo ed esigente è paradossalmente un test che fa cadere rapidamente i frutti marci) e non aiutando a comprimere salari e diritti. La paura di perdere il posto di lavoro può motivare lo spirito gregario, l’aggressività, l’incapacità di tutelare la propria dignità. Non aiuta la creatività, ma solo gli espedienti. Cose cioè che di cui lo spirito italico si è nutrito anche troppo.

La verità è che Boldrin, date le sue ascendenze culturali (nel senso di cultura materiale, storicamente determinata) non  può non essere un leghista. Egli critica l’alleanza della Lega con Berlusconi, ma non rinnega in cuor suo il modello delle piccole imprese della sua terra d’origine. Perciò egli non parla della cattiva distribuzione territoriale dei fattori produttivi e del reddito, non parla di malavita organizzata, non vede il problema della scarsa centralizzazione dei capitali, non vede la necessità di una robusta protezione del lavoro. Nel profondo del suo cuore di professore esule e raffinato, rugge non lo spirto guerrier  ma il rutto menefreghista di Bossi.

Quanto a Brancaccio ha mantenuto uno sguardo a maglie troppo larghe, ripetendo cose che ha già detto e parlando di vincoli alla circolazione del capitale o standard retributivi. Il tutto però senza politicamente tematizzare quale Europa possa realizzare cose del genere, con quale programma di politica economica europea. In realtà l’ambito d’azione cui sembra pensare è quello nazionale. Un ambito troppo angusto che rischia di rendere angusta la sua riflessione. Inoltre, come molti economisti di sinistra, nell’incoraggiare una maggiore centralizzazione dei capitali sembra trascurare una delle conseguenze più serie delle economie di scala che si realizzerebbero : la disoccupazione tecnologica. Il problema è se questi processi risparmieranno nel medio periodo risorse da investire in modo da creare nuovi posti di lavoro o se alla lunga la riproduzione di questi ultimi risulterà sempre più difficile.

A questo proposito una delle ragioni per cui la produttività italiana è stata a quanto sembra così bassa è quella per cui i sindacati negli anni Novanta hanno accettato compressioni di salari e diritti per evitare un numero eccessivo di fuoriuscite occupazionali. Le imprese hanno accettato una bassa produttività a patto che il basso surplus toccasse interamente a loro. In  questo modo la questione occupazionale è stata rinviata di quasi due decenni, ma non scongiurata. Ora con la crisi è arrivato una sorta di redde rationem. Una proposta come quella di Brancaccio come si atteggia di fronte ai rischi di maggiore disoccupazione tecnologica ? Sarebbe il caso di sviluppare maggiormente una politica economica della riconversione che risponda alle dinamiche delle innovazioni e ci consenta anche di pensare al vincolo ecologico ?

 

 

 

 


15 febbraio 2011

Il dibattito tra Brancaccio e Boldrin : il caso Fiat

Sul numero di dicembre di Micromega  c’è un dibattito tra Emiliano Brancaccio e Michele Boldrin, dibattito che avrebbe dovuto risolvere la questione sorta con la critica che Boldrin fa al documento dei 200 economisti sulla crisi economica. In realtà il dibattito si è poi concentrato anche sulla questione Fiat.

Boldrin dice che Marchionne non ricatta nessuno ed offre ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri diversi da quelli che hanno caratterizzato le elevazioni industriali italiane. Per Boldrin la fiat si comporta come un’impresa privata multinazionale che ha come punto di riferimento il mercato mondiale degli autoveicoli. Marchionne avrebbe messo sul tavolo un progetto imprenditoriale chiaro e trasparente, senza richiesta di sussidi, per il quale è disposta ad assumersi dei rischi. Sta alle altre parti accettare o non accettare l’offerta contrattuale. Il dibattito ideologico che si è scatenato non tiene conto del fatto che il presunto schiavismo che Marchionne proporrebbe è un dato acquisito nel resto del mondo per cui, se la Fiat accettasse le tesi della Fiom, essa non sarebbe competitiva e sarebbe destinata al fallimento.

L’impresa automobilistica non può operare entro la prospettiva angusta di un mercato nazionale.

Brancaccio pure sostiene che non è il caso di applicare un criterio morale nella valutazione della strategia di Marchionne. Tuttavia va precisato che Marchionne aveva stilato una proposta di accordo fondata su 18 turni settimanali incluso il sabato notte, sul controllo biomeccanico di ogni singolo gesto dell’operaio, sulla riduzione drastica delle pause e su una pesante restrizione del diritto di sciopero. Nel momento in cui i no al referendum di Pomigliano hanno sfiorato al 40%, invece di cercare un accordo di compromesso, egli avrebbe cominciato ad esternare dicendo che in termini di efficienza del mercato del lavoro l’Italia si colloca al 118° posto su 139 paesi. Brancaccio però dice che questa classifica non riflette dati oggettivi in quanto rappresenta la mera risultante  di una serie di interviste, metodo di rilevazione che in ambito scientifico verrebbe considerato rozzo. In realtà ci sono misure alternative più rigorose ed uno di questi indicatori è l’Epl, un indice calcolato dall’Oxe che misura il gradi di protezione normativa e contrattuale dei lavoratori ed implicitamente definisce anche il grado di flessibilità del mercato del lavoro. Si tratta di un indice complesso, per molti versi impreciso, che richiede continue correzioni, ma almeno si basa su di una analisi oggettiva delle norme e dei contratti. Se si guarda alle classifiche basate sull’Epl l’Italia non si colloca in coda ma in una posizione intermedia ed in Europa nel 2008 essa rientra tra gli 8 paesi più flessibili con un livello generale di protezione dei lavoratori inferiore a quello di Germania, Francia, Spagna, Polonia.

Boldrin ribadisce che il criterio del giudizio di Brancaccio su Marchionne è politico ed ideologico. Tranne la Fiat nessuna azienda automobilistica investe in Italia. Fiat produce all’estero più della metà della sua produzione totale. Essa in Italia valuta le condizioni necessarie per stare sul mercato ed essere profittevole. In tale ottica essa offre un contratto assolutamente standard nel settore automobilistico mondiale, contratto che si utilizza a Detroit da molti anni. In realtà esiste una maniera di produrre macchine che è la stessa in tutto il mondo e la Fiat sta cercando di introdurlo in Italia.

Brancaccio, dopo aver evidenziato che Boldrin non ha risposto alla questione di quale metodo usare per calcolare la flessibilità del mercato del lavoro, dice che va preso sul serio Marchionne quando minaccia di delocalizzare la produzione e così egli, indipendentemente dalle intenzioni, svolge un ruolo nel dumping salariale e dei diritti che da tempo imperversa a livello mondiale. Questo dumping con la crisi si è inasprito e colpisce paesi come il nostro, caratterizzati da un minore grado di organizzazione interna dei capitali. Ma quando egli calca la mano sul diritto di sciopero, sulle tre pause da dieci minuti piuttosto che sulle due da venti, egli si comporta da manager di un’azienda in crisi che tende ad intervenire solo sul costo del lavoro, evitando di discutere delle inefficienze storiche della Fiat sul versante delle economie di scala, dei costi intermedi, della logistica. Inoltre, di fronte ad una minaccia di delocalizzazione, il governo potrebbe fare qualcosa (appoggiare le imprese contro i lavoratori, dare sussidi alle aziende, ridurre il grado di apertura dei mercati, attivare un programma di investimenti infrastrutturali, nazionalizzare). Invece con la passività del governo Berlusconi, dopo aver perso l’informatica, la chimica, l’aereonautica, qui rischiamo di perdere anche il settore automobilistico. Bisogna tenere presente, dice Brancaccio, che nel mondo sono state prese 23 misure protezionistiche da parte degli Usa, 20 da parte della Cina, 13 da parte della Corea, 12 da parte del Brasile e dell’India, addirittura 60 dalla Russia. Si tratta di barriere doganali, vincoli agli investimenti all’estero, stimoli e consumi ed alle produzioni nazionali. Considerato ad es. che in Corea del Sud l’intera unione europea riesce a vendere non più di 30.000 vetture all’anno, sarebbe il caso di riflettere. Per Samuelson e Krugman i famosi teoremi a favore del libero scambio perdono rilevanza in situazione di disoccupazione.

Boldrin in maniera inconsulta ironizza sul fatto che Brancaccio avrebbe soluzioni che risolverebbero i problemi della Fiat. Per lui la Fiat è un’impresa che deve stare sul mercato, crescere, fare profitti, offrire lavoro e non cercare sussidi. Fiat ritiene che il nuovo piano industriale le permetterà di fare tutto questo e saranno i fatti a dirci se aveva ragione. Chi avrà voglia di accettare i contratti li accetterà, chi no, no. Adesso la fiat dice che, se non riesce a produrre in modo competitivo in Italia, essa deve andare via ed aumentare gli investimenti in Polonia, in Brasile ed in Serbia. Brancaccio avrebbe elencato tutt’una serie di proposte che non c’entrano nulla con la Fiat e sono il prodotto di una profonda conclusione su come funziona il mondo. Ciò che conta non sono le macchine e gli impianti, ma il know-how ingegneristico di progettazione e di disegno, le persone che inventano e disegnano le macchine, chi progetta i motori. Queste persone non possono essere trattenute sul suole nazionale da una qualche misura protezionistica. Dietro il discorso di Brancaccio c’è una visione primitiva di come funzione l’economia, tutta fondata sulla centralità del capitale fisico. La nostra produttività è ferma e la nostra industria fa fatica a restare competitiva. Questi problemi possono essere risolti con la nazionalizzazione delle imprese ?

Brancaccio replica che anche a lui consta che nelle produzioni ad alto valore aggiunto quello che conta è il know-how. Ma se Marchionne si concentra sui 10 minuti di pausa o sulle operazioni biomeccaniche che il singolo operaio deve effettuare per reggere il ritmo della catena, sembra il segno che nemmeno lui valorizza il tema del know-how. Inoltre molti paesi hanno adottato misure protezionistiche ed etichettare questa discussione come residuo di un’ideologia passata sembra un esercizio retorico inutile. A Boldrin che replica che non è vero che per Marchionne il problema stia solo nelle pause degli operai, Brancaccio risponde che se tale problema fosse secondario il confronto con il sindacato non sarebbe andato in stallo già a partire dall’esame di quei punti.

 

 

 E qui termina la questione Fiat. Al mio parere l’errore di Boldrin è quello di prendere in considerazione solo il punto di vista dell’impresa. Il dibattito dovrebbe servire piuttosto a configurare il punto di vista della pubblica opinione e delle istituzioni pubbliche rispetto a questo problema. Bisogna rassegnarsi al libero gioco della domanda e dell’offerta tra lavoratori e sindacati o bisogna in una certa misura intervenire ? Quali vincoli giuridici deve avere la contrattazione ed il suo contenuto ? Sarebbe giusto prendere posizione per gli operai o per l’azienda ? C’è un interesse del sistema Italia a che la situazione si configuri in un modo o in un altro ? Gli economisti dovrebbero aiutarci a configurare questo punto di vista terzo e non a ribadire semplicemente la liceità del comportamento dell’impresa.

Brancaccio da parte sua non articola il rapporto che ci potrebbe essere tra l’indice di protezione dei lavoratori e l’efficienza del mercato del lavoro, sia pur rozzamente misurata dal World Economic Forum. Infatti si potrebbe anche dire che in Italia ad una bassa protezione dei lavoratori non corrisponde una più alta efficienza del mercato del lavoro, per cui si potrebbe meglio argomentare contro l’impostazione di Marchionne tesa almeno in parte a scaricare sui lavoratori e sui loro diritti i problemi dell’azienda.

Per quanto riguarda il protezionismo, bisogna discutere la questione senza posizioni precostituite, sulla base della situazione concreta, degli obiettivi di politica economica che si vogliono raggiungere, sui concreti strumenti che si hanno a disposizione e sulla lucida capacità di previsione degli effetti a breve, medio e lungo termine. Quindi è necessario parlare di singoli strumenti e provvedimenti che si possono adottare, senza ragionare in generale di protezionismo e liberoscambismo.

Quanto alla centralità del capitale fisico o del know-how, c’è da precisare che quest’ultimo si va a collocare dove ci sono gli investimenti e dunque una politica economica deve ragionare sulla quantità e sulla configurazione degli investimenti che vengono fatti sul nostro territorio. Ad es., se un investimento viene fatto a condizioni contrattuali che non sono condivise dai lavoratori, può sembrare anche opportuno che lo stato intervenga perché l’investimento venga fatto senza ridurre eccessivamente il costo del lavoro e garantendo all’impresa risparmi per altra via. Di questo gli economisti dovrebbero discutere. E dunque la centralità del know-how pure si rivela essere, considerata così astrattamente, una questione ideologica.

Più interessante da un punto di vista logico è se la questione ad es. delle pause debba essere considerata tale da portare allo stallo la contrattazione, pur considerando centrale la questione del know-how nelle produzioni ad alto valore aggiunto. Boldrin fa capire che tale questione non è la sola considerata importante da Marchionne. Brancaccio replica che su questa questione vi è stato lo stallo delle trattative. Il punto di vista di Boldrin può essere difeso dicendo che la questione delle pause è necessaria, ma non sufficiente per applicare il piano industriale della Fiat. Perciò sarebbe comprensibile se su tale questione ci fosse uno stallo. Brancaccio a questo proposito dovrebbe dimostrare che, pur facendo vincere la posizione della Fiom, sarebbe possibile elaborare un piano industriale tale da consentire un investimento profittevole per la Fiat. Si dovrebbe cioè dimostrare che l’abbassamento del costo del lavoro ed il maggior sfruttamento dei lavoratori potrebbe essere dannoso, se non per l’azienda, quanto meno per il sistema-paese (in questo caso l’Italia) in cui l’investimento avrebbe luogo, mentre invece potrebbe essere sostituito dall’intervento su altri fattori produttivi senza perdite di utili per l’azienda.

Si potrebbe ad es. dire che per la Fiat sarebbe necessario curare maggiormente il mercato interno e dunque evitare un eccessivo sfruttamento dei lavoratori al fine di permettere l’acquisto di una maggiore quota di prodotto da parte del mercato interno stesso. Un maggiore sfruttamento dei lavoratori potrebbe comportare infatti un aumento della spesa sanitaria e dunque diminuire i consumi per l’acquisto di automobili.  In Italia vengono prodotte 650.000 automobili circa e se ne vendono 2.150.000, mentre in Germania se ne producono 5.527.000 e se ne acquistano 3.090.000. La Fiat ha circa il 32% del mercato interno italiano, mentre la Volkswagen ha il 45% di quello tedesco. Sarebbe il caso di pensarci su e produrre e vendere più auto sul mercato nazionale ?

 

 

 

 

 


28 luglio 2010

La lettera degli economisti : noiseFromAmerika

Gli economisti Bisin e Boldrin  hanno fatto delle obiezioni alle tesi della Lettera degli economisti sia sulle pagine del Sole 24 Ore sia (in maniera più aspra) su quelle del blog noiseFromAmerika. Da dilettante faccio le seguenti osservazioni alle loro critiche, mantenendomi su di un piano da manualetto marxista-leninista. Non posso far altro. Sono un paleo-marxista e poco capisco le raffinatezze da gourmet dei polemisti, anche se in questo caso Bisin e Boldrin non mi pare abbiano preparato un capolavoro :

 

Il tono

Il fatto che sia offensivo porta ovviamente gli interlocutori ad essere altrettanto piccati e porta a perdite di tempo che non arricchiscono il dibattito. Ma la cosa che noto è che il tono dei due autori del post è annoiato, come se stessero per l’ennesima volta ripetendo verità ovvie che purtroppo raccomandati incompetenti e in mala fede non si rassegnano a condividere. Il risultato è che i fedeli si raggruppano intorno ai loro parroci complimentandosi a vicenda ed inventano pettegolezzi verso le contrade nemiche (basti a tal proposito vedere i commenti al post).

Il fatto è che bisogna rendersi conto che si è in presenza di paradigmi diversi di interpretazione della realtà e per risolvere la questione ci vorrebbe ben altro livello di divulgazione approfondita.

 

Unione Europea ed area euro

Alla lettera si rimprovera en passant di confondere tra Unione europea ed area euro. In realtà la lettera non dice che Unione europea ed area euro siano la stessa cosa. Dice che gli squilibri della zona euro derivano dal profilo liberista del Trattato dell’Unione. Tesi che magari è discutibile, ma che andrebbe appunto discussa e chiarita.

 

Il 95%

Bisin e Boldrin si fanno matte risate per il fatto che i cosiddetti percettori di reddito da lavoro sono il 95% delle famiglie. Ma questo dato non mi sembra evidenziare alcuna altra ovvietà e dunque non ci aiuta in nessun modo. La tesi della lettera sembra essere invece che, all’interno di questo 95% c’è una distribuzione del reddito che favorisce situazioni di sottoconsumo.

Ed è questa tesi che va criticata.

A tal proposito Boldrin cerca di confutare la teoria della propensione al consumo decrescente al crescere del reddito, dicendo che Giappone ed Usa sono paesi più ricchi di Cina ed India ma hanno una maggiore propensione al consumo di quei paesi. A tal proposito sono perplesso su questa comparazione non tra individui o gruppi di individui relativamente omogenei al loro interno per livelli di reddito, ma tra Stati che possono a loro volta  avere al loro interno  forti squilibri distributivi. Per cui non credo che l’argomentazione di Boldrin sia pertinente. Tuttavia, anche tra gli Stati, se si guarda a quelli più poveri, essi hanno una percentuale del consumo familiare che supera spesso il 70% del Pil, quota sfiorata tra i paesi più ricchi solo dagli Usa con i brillanti risultati che sappiamo.

 

Americani ed europei si sono comprati tutti quelli che potevano

Questo dicono Bisin e Boldrin : qui non si confonde il consumo naturale di un bene (il firmare un contratto e l’abitare una casa) con il consumo economico di una merce (il pagare il mutuo) ? A me pare che la tesi sottoconsumista dica che il consumo si perfeziona, pena la crisi, con il pagamento per intero del debito assunto dai nuovi proprietari di case. Poiché i neo proprietari non hanno pagato i mutui, è stata allora innescata la miccia della crisi.

C’è una differenza tra chi compra una casa avendo un lavoro a tempo indeterminato con salari decenti e dunque con alte probabilità di pagare il suo debito e chi invece ha un lavoro incerto, poco garantito. In Italia grazie ad un mercato del lavoro garantito circa il 74% delle famiglie sono proprietarie della prima casa. In Italia il mercato immobiliare e dei mutui non ha conosciuto una crisi come quella americana grazie ad un mercato del lavoro più garantito. In Italia il consumo in senso economico c’è stato effettivamente : le case sono state pagate e questo perché era possibile farlo.

 

 

I capitalisti sono stupidi ?

Questa è la domanda retorica che si pongono Bisin e Boldrin. No, ma non ritenendo vera la teoria del sottoconsumo non si comportano di conseguenza. Oltre tutto sarebbe un comportamento abbastanza in contrasto con alcune abitudini radicate.

I capitalisti infatti  potrebbero acquistare le merci, ma poiché, nonostante i trust e gli accordi, sono in competizione tra loro, cercano comunque di evitare di comprare tutto, cercano comunque di astenersi dal consumo per investire ancora in vista di ulteriori guadagni. Essi cercano inoltre di vendere sempre il proprio prodotto ad altri cercando di trarne il massimo profitto possibile.

 

 

Il valore della produzione

Bisin e Boldrin dicono che, se i capitalisti buttano quello che hanno fatto produrre ai lavoratori, essi

non ci guadagnano e dunque il valore della produzione quell’anno è minore. Il valore della produzione cioè si misura dopo averla venduta. Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla.

Però per produrre una cosa c’è stata una spesa a cui va aggiunta una aspettativa di guadagno (incerta, ma che costituisce la motivazione dell’intrapresa). Questa spesa viene a più livelli comparata con l’ammontare della vendita. Se a livello collettivo il costo della produzione è maggiore dell’ammontare del consumo si verifica una situazione di sottoconsumo. Tale sottoconsumo si verifica anche quando diminuisci i prezzi delle merci, in quanto vendere tutto a prezzi stracciati permette magari di attenuare le perdite, ma non di evitarle del tutto (e ricordiamo la comparazione va fatta con il costo più il guadagno atteso, altrimenti il gioco potrebbe non valere la candela). Il sottoconsumo non si ha cioè solo quando alcune merci rimangono invendute, ma anche quando vengono vendute sottocosto. Dunque il valore delle merci va computato a monte e a valle (il valore e la realizzazione del valore) e dalla comparazione dipende lo stato di salute di una economia capitalistica.

 

La pacchia infinita

Piuttosto sciocco mi sembra il tentativo di ironizzare sul fatto che una situazione del genere sarebbe una pacchia tanto che sarebbe preferibile fare i lavoratori. A parte il fatto che per certi versi è un paradosso che potrebbe essere vero. Nel Manifesto Marx dice letteralmente questo “Il lavoratore torna a carico della società, ed il pauperismo s’accresce più rapidamente ancora che la popolazione e le ricchezze. È adunque dimostrato, che la borghesia è incapace di sostenere la parte di classe dominante e d’imporre alla società, come legge suprema, le condizioni d’esistenza della propria classe. Essa non può più regnare, perché non può più assicurare l’esistenza al suo schiavo, neppure nelle condizioni della sua schiavitù, poiché essa è costretta di lasciarlo cadere in una situazione così precaria da doverlo nutrire invece di esser nutrita. La società non può più esistere sotto la sua dominazione, ciò che vorrebbe dire che la sua esistenza è incompatibile con quella della società”.

Al tempo stesso l’ironia è sciocca, in quanto tale “pacchia” è fatta di stress, di paure, di mortificazione. Chi deve pagare un mutuo e non può farlo sta in condizioni in cui solo chi non ha certi problemi può ironizzare.

 

Produttività e salari

Bisin e Boldrin hanno presentato una loro interpretazione dei dati che smentirebbe l’esistenza di una correlazione. Tale interpretazione ha trovato conforto in una analisi di Giulio Zanella sullo stesso blog. Tali interpretazioni però si devono confrontare con altre di tenore diverso qui, qui e qui. Sarebbe il caso di riparlarne. Ovviamente i periodi considerati sono diversi, la produttività a volte si misura facendo riferimento alle ore lavorate, a volte al numero degli addetti, ma credo che una comparazione tra le indagini in campo sia possibile.

 

La produttività tedesca 

Bisin e Boldrin dicono che gli estensori della lettera non si chiedono come mai i tedeschi abbiano così aumentato la produttività.

In realtà la lettera forse non poteva dilungarsi su questo tema, ma ciò non vuol dire che la domanda non si sia posta. Lo ha fatto qualcuno dei firmatari qui, qui e qui.

Invece Bisin e Boldrin si abbandonano parlando dell’Italia al vecchio “Va' a lavurà, barbun!”, alla gente che non lavora, all’assistenzialismo, alle terribili tasse. Manca il traffico a Palermo.

La lettera poi non dice che i governi europei siano indebitati con i tedeschi (come sostengono gli autori), ma che l’Italia importa dalla Germania più di quanto esporti, accumulando debito (privato non pubblico) crescente.

 

L’euro

Bisin e Boldrin difendono inoltre l’adozione dell’euro che però nella Lettera degli economisti non è criticata, per quanto, pur difendendo il potere d’acquisto delle famiglie, l’introduzione dell’euro ha coinciso con un aumento dell’inflazione di tutti i paesi europei (in Italia si è passati dal 2% del 1998, al 2,5% del 2000 e al 2,7% del 2001). Può ben essere una coincidenza, anche se personalmente la interpreto come una conseguenza di un aumento dei prezzi legato al commercio ed a fenomeni di arrotondamento permessi dall’impreparazione dei consumatori. Per una tesi analoga vedi qui.

 

La speculazione finanziaria

Bisin e Boldrin attribuiscono alla Lettera la tesi che gli speculatori vogliano far deflagrare l’euro, ma questa sarebbe una tesi assurda perché a perderci sarebbero i detentori di titoli pubblici e cioè i cosiddetti speculatori. Essi attribuiscono alla Lettera anche l’idea che i derivati siano cose diaboliche, mentre in generale le operazioni speculative sono giochi a somma zero in cui se uno perde l’altro vince e quindi se metà degli speculatori ci guadagna, l’altra metà ci perde.

In realtà la Lettera dice che gli speculatori stanno scommettendo sulla deflagrazione del debito, non che vogliono maliziosamente farlo deflagrare, ma, scommettendo, tendono a fare sì che queste previsioni si auto realizzino, accelerando i processi reali oggetti delle previsioni. Si tratta di processi cumulativi che possono essere difficilmente controllati (una volta avviati) e che dunque necessitano di vincoli preventivi. Da decenni si evita l’avvitamento dell’inflazione con queste cautele spesso ferree, perché allora non discutere con altrettanto distacco anche l’ipotesi di meglio regolamentare la circolazione dei capitali ? Quanto al fatto che non tutti gli speculatori ci guadagnano, la Lettera non dice che tutti gli speculatori di guadagnano, ma che la speculazione nel suo complesso può avere effetti dannosi per l’economia.

Per chiarire l’atteggiamento della sinistra verso gli speculatori valga questa citazione :

In questa sede non si intende attribuire alcun connotato negativo, tanto meno sul piano morale, a quella attività economica che va sotto il nome di speculazione. Essa è una attività di compravendita come tutte le altre, e come tutte le altre, trae la sua ragion d’essere dalla prospettiva di lucrare la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. In una economia di mercato questa è la regola e non l’eccezione. Il fatto che si cerchi di lucrare non sulla differenza di prezzo tra beni, ma su quelle tra monete o attività finanziarie, non modifica in nulla il fenomeno della speculazione, cui, in condizioni normali, spetta il compito economico di portare in equilibrio i prezzi di domanda e di offerta. Quello che rende tristemente famosa la speculazione su attività finanziarie e valute è il fatto che, in condizioni di squilibrio particolarmente pronunciate, essa si trasforma in un potente fattore di amplificazione dello squilibrio, rendendo impossibile qualsiasi altro intervento di risanamento che non sia la crisi. La speculazione non crea lo squilibrio. Ciò non toglie che si ponga un problema di governo dei flussi internazionali di capitali speculativi che li assoggetti quanto meno al pagamento delle tasse sui profitti (qui)”

C’è anche da precisare che a sinistra si teorizza che nell’ambito della speculazione esista una fondamentale divisione tra pastori (investitori individuali e collettivi più ricchi ed informati che acquistano al prezzo più basso, vendono al prezzo più alto in quanto determinano i movimenti di capitale più consistenti) e greggi (il resto degli investitori che, aggregandosi in un secondo momento ai pastori, determina il successo dell’investimento di questi ultimi, i quali hanno la facoltà di vendere il titolo quando lo ritengono più opportuno e di lasciare a loro  a cascata il cerino acceso). Sicuramente i liberisti ad oltranza negheranno l’esistenza di questa divisione. Sarebbe interessante sapere quali sono le loro argomentazioni al proposito.

 

Il moltiplicatore

Secondo Bisin e Boldrin, gli estensori della lettera ritengono che la capacità produttiva cada dal cielo, sia sempre sottoutilizzata e vada messa in opera dall’aumento della domanda. Essi crederebbero che la spesa si autofinanzia fiscalmente con il giusto moltiplicatore. Ma, si chiedono i due autori, se una volta che la spesa pubblica entra nel mercato si genera sottoconsumo, non c’è una contraddizione tra sottoconsumo e moltiplicatore ? In realtà non è certo il moltiplicatore che ci fa crescere. L’evidenza schiacciante dal punto di vista statistico è che nel lungo periodo crescono di più i paesi che risparmiano ed investono di più.

In realtà credo che la tesi attribuite agli estensori della lettera siano state ricostruite in maniera un po’ arbitraria ed alla fine si è creato un avversario fittizio e più facile da confutare. Volendo dunque dire liberamente la propria opinione, a me non sembra che la spesa pubblica favorisca la generazione del sottoconsumo, ma, come si è già detto, possa rimediare alle eventuali crisi di sottoconsumo.. Quanto alla crescita dei paesi con alti tassi di risparmio, si tratta di un fenomeno che riguardi alcune fasi dello sviluppo (quello delle economie emergenti tipo Cina, India, Vietnam), ma che non si possa applicare ai paesi dove tale accumulazione si è già articolata. Il problema di una economia matura non è un alto tasso di crescita , ma un tasso che consenta uno sviluppo più armonioso ed equilibrato e  magari un diverso sistema di valutazione

La Grecia

Bisin e Boldrin hanno ridacchiato circa il fatto che gli estensori della lettera avrebbero incoraggiato la spesa sicuri che i mercati non avrebbero sanzionato le cicale. La Grecia avrebbe seguito il consiglio di questi economisti e sarebbe stata fregata.

Non mi pare che le cose stiano così. L’ipotesi che fosse possibile un aumento del differenziale del rendimento dei titoli pubblici europei in condizioni eccezionali è stata fatta. E tuttavia è diversa l’interpretazione di come si sia generata. Bisognerebbe discutere nel dettaglio queste differenze di impostazione invece di fare facile ironia.

Guardando alla Grecia bisogna dire che invece di fare la cicala, ha proprio seguito i consigli di chi persegue strategie deflazioniste : la quota degli investimenti sul Pil è aumentata dal 18,1% del 1995  al 25,8 del 2005. La quota dei consumi delle famiglie è diminuita dal 71,8% del 1995 al 66,8% del 2005. La quota dei consumi collettivi è scesa dal 19,8 % del 1995 al 16,4 % del 2005. La spesa sanitaria è scesa dall’8,3% del Pil al 7,9%, nonostante l’età media dei greci sia piuttosto alta e pure la percentuale di ultrasessantenni (fonte). Piuttosto il problema della Grecia sembra più il disavanzo commerciale con l’estero, in armonia con le tesi degli estensori della lettera.

In conclusione spero che gli autori rendano più chiari quali siano i loro presupposti teorici e soprattutto quali siano i rapporti tra questi e gli esempi e le metafore da loro utilizzati, nella prospettiva di una spiegazione razionale dei fenomeni reali. 

 

 


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