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26 novembre 2009

Geraldina Colotti : I piani di Washington attraverso Bogotà

 

L'Honduras non diventerà «il nuovo Afghanistan» dell'America latina, ha scritto il giornale El soberano, vicino alla resistenza antigolpista, denunciando le manovre esterne sulla crisi del paese. Per far pressione sui lavoratori - accusa il Fronte di resistenza contro il colpo di stato - gli imprenditori ricattano i dipendenti, minacciando di licenziarli se non mostreranno il dito sporco d'inchiostro dopo le previste elezioni-farsa del 29 novembre (in Honduras si vota con l'impronta). Tramite un'organizzazione padronale, l'usurpatore Roberto Micheletti, protagonista del colpo di stato del 28 giugno, avrebbe già reclutato «osservatori» fra le organizzazioni di estrema destra di ogni paese: «Arriveranno dagli Stati uniti, dall'Europa, dal Cile, dall'Argentina, dalla Colombia e dal Centroamerica». Lo ha assicurato Amilcar Bulnes, presidente del Cohep, il Consiglio honduregno delle imprese private, sulle pagine del quotidiano La Prensa (il cui proprietario è il magnate honduregno Jorge Canahuati, detto «Pepsi»). Per la supervisione di un processo elettorale che deve «instaurare un clima favorevole agli investimenti» sono attesi anche gli ex presidenti Alvaro Arzu (del Guatemala), e Alfredo Cristiani (del Salvador).
Al momento, gli «osservatori» reclutati sarebbero già fra i 300 e i 500, da aggiungere a quelli inviati dall'organizzazione neonazista Uno America e a diversi esponenti della Rete latinoamericana e dei Caraibi per la libertà: un'emanazione della Fondazione libertà, finanziata dalla statunitense National Endowment for Democracy (Ned), e dalla Fondazione per l'analisi e gli studi sociali (Faes), dell'ex capo del governo spagnolo José Maria Aznar. La Uno America, legata alla Cia come l'onnipresente Ned, è accusata dalla Bolivia di aver avuto una parte nel tentativo di assassinio del presidente Evo Morales.



Che la partita del piccolo Honduras non fosse questione interna al paese, lo ha dichiarato il capo dell'esercito golpista, Miguel Angel Garcia, subito dopo il colpo di stato: «L'Honduras e le sue forze armate hanno bloccato i piani espansionistici di un leader sudamericano per imporre un socialismo mascherato da democrazia fin dentro gli Stati uniti», ha detto in televisione. E il riferimento era evidentemente al presidente del Venezuela, Hugo Chavez. D'altro canto, nonostante le dichiarazioni pro-Zelaya del presidente Usa Barack Obama, a orientare la delegazione golpista durante gli incontri che si sono tenuti a San José, in Costa Rica, sotto l'egida paludata di Arias, il 9 luglio, c'erano due consiglieri statunitensi: Bennet Ratcliff (che avrebbe addirittura stilato le proposte degli usurpatori) e Lanny Davis (regista della campagna elettorale di Hillary Clinton contro Obama, prima della cooptazione).
Il lupo perde il pelo ma non il vizio - dichiarano a proposito del Pentagono i paesi progressisti dell'America latina. Secondo Venezuela, Bolivia ed Ecuador, Washington starebbe ridistribuendo le carte per una nuova egemonia sul suo ex «cortile di casa», muovendo vecchie e nuove pedine. Cardine di questa nuova strategia, l'accordo militare fra Colombia e Stati uniti, che mira a stoppare il processo di integrazione latinoamericana e ad approfondire la divisione fra tre blocchi regionali: uno di destra, capeggiato da Perù e Colombia, un altro «socialdemocratico» formato da Brasile,Cile, Argentina e Uruguay (fino a prova contraria, visto il secondo turno elettorale del 29 novembre); e un terzo asse composto dai paesi dell'Alba (l'Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America) composto da Cuba, Bolivia, Venezuela, Ecuador. Paesi contro i quali, dopo l'accordo per l'installazione di 7 basi Usa concesso da Uribe, Washington avrebbe ripreso a ordine piani destabilizzanti attraverso Bogotà. In prima linea, il Dipartimento amministrativo di sicurezza (Das) un organismo di spionaggio politico che dipende direttamente dal presidente della repubblica.
Nella Colombia del narcotraffico e dei paramilitari, che vanta il triste primato mondiale degli assassini di sindacalisti e difensori dei diritti umani (circa 200 all'anno), anche il Das ha potuto agire indisturbato, impastando - come hanno dichiarato i suoi funzionari nei processi e davanti alle commissioni internazionali - in complotti politici, torture e assassinii. Dopo l'arresto di due membri del Das, il governo venezuelano ha recentemente mostrato in pubblico documenti che attesterebbero piani eversivi targati Washington e Bogotà ai danni di Venezuela e Ecuador: il piano Falcon e Salomon. Il piano Felix, invece, riguarderebbe Cuba, e l'infiltrazione di spie e sobillatori mediante l'invio di falsi studenti alla Scuola latinoamericana di medicina, fra le migliaia che Cuba accoglie ogni anno per offrire loro istruzione gratuita.
Base d'appoggio, le zone ricche del Venezuela come lo stato di Zulia, dove il processo di «balcanizzazione» fomenta le spinte separatiste. Le Basi Usa in Colombia - ha detto Evo Morales - servono a costruire «Guantanamo» anche in America latina. E L'Ecuador - pur avendo ripreso le relazioni con la Colombia, interrotte dopo l'attacco militare compiuto ai danni della guerriglia colombiana delle Farc sul suo territorio - ha votato in parlamento una mozione di rifiuto dell'accordo militare Usa-Colombia. E in Venezuela, mentre si manifesta contro le basi Usa, Chavez invia carri armati e truppe al confine con la Colombia.


5 febbraio 2009

Maurizio Matteuzzi : la speranza sudamericana

 «Se oggi siamo qui lo dobbiamo a voi e alle vostre lotte, e noi quattro non siamo venuti qui perché invitati ma perché convocati da voi». Quando Evo Morales ha pronunciato al microfono queste parole - che con la semplicità solo apparente dei suoi discorsi colgono il senso politico più di tanti interventi prolissi e «colti» - la platea del ginnasio della UEDA, la Universidade do Estado do Pará qui a Belém, si è sciolta in un brodo di giuggiole. Non importava che ci fossero quasi due ore di ritardo, che dentro il calore fosse insopportabile e fuori cadesse un'acquazzone apocalittico.



Giovedì doveva essere il gran giorno, almeno a livello simbolico e mediatico (senza trascurare però quello politico), di questa edizione amazzonica del Forum sociale mondiale, e lo è stato. Prima, all'inizio del pomeriggio, l'incontro organizzato dai «movimenti sociali» presenti, in realtà dall'Mst, il Movimento dei senza terra brasiliani che distribuiva con oculatezza gli inviti. Gli inviti per la platea e la «convocazione» per i presidenti più «amici». Il boliviano Evo Morales, l'ecuadoriano Rafael Correa, il paraguayano Fernando Lugo e il venezuelano Hugo Chávez, che era - o pensava di essere - il mattatore. Mancava il quinto, il brasiliano Lula, che João Pedro Stedile, il volto più noto dell'Mst, non aveva invitato, citandolo poi solo di sfuggita, insieme ai Kirchner argentini, nel suo intervento conclusivo. Un'assenza vistosa, uno «sgarbo» che non è passato inosservato e che testimonia dei rapporti non rotti ma tesi fra Lula e il movimento che si aspettava da lui la tanto attesa (e promessa) riforma agraria. In sostanza l'incontro del pomeriggio di giovedì era una sorta di mutuo riconoscimento dei movimenti sociali, anzi del più grosso movimento sociale (almeno) dell'America latina ai quattro presidenti sentiti come più vicini, e di questi quattro presidenti all'Mst.
Voleva essere - ed è stato - anche la prova, magistralmente rappresentata da quelle poche e scarne parole di Evo, che senza il patrimonio culturale, politico e umano elaborato e messo in campo dai Forum sociali mondiali fin dalla prima edizione di Porto Alegre nel 2001 nessuno avrebbe potuto immaginare, come ha detto Correa, il «momento magico» che oggi vive l'America latina. Non più solo un esempio di denuncia e di «resistenza» alle nefandezze del capitalismo neo-liberista ma una regione dove, come ha affermato Chávez non temendo le iperboli, il nuovo mondo «possibile e necessario» che si cercava fra infinite difficoltà, ingenuità ed errori, «sta nascendo». Esagerazioni? Eccessi di ottimismo e di retorica? Forse. Ma di certo faceva impressione vedere davanti a quella platea fremente stipata dentro il ginnasio quattro presidenti della repubblica. Presidenti eletti con tutti i crismi della democrazia. Che hanno parlato a lungo della crisi globale, dell'opportunità che essa offre per cambiare radicalmente, del socialismo, per quanto del secolo XXI. Quindi tutto da costruire e da inventare, com'era da costruire e inventare l'«altro mondo possibile» che per la prima volta portò tanti visionari a darsi appuntamento a Porto Alegre otto anni fa. Come ha detto Correa «non confidiamo nei dogmi, né nei fondamentalismi. A ogni malattia la sua cura. In America latina stiamo vivendo un momento magico, stanno sorgendo nuovi leader e nuovi governi».
L'ultimo intervento è toccato a Chavez, che anziché i 20 minuti degli altri ha parlato per quasi un'ora finché Stedile non gli ha mandato un bigliettino in cui gli ingiungeva di chiudere. Chavez è Chavez, nel bene e nel male, ha detto cose giuste, ha citato Fidel portando l'entusiasmo della platea alle stelle, ha rivendicato la sua primogenitura sul socialismo del ventesimo secolo e non ha voluto rinunciare a indulgere alla retorica, come quando si è proclamato «femminista» sulla base dell'assioma che «un vero socialista non può non essere femminista». E' stato Stedile a richiamare i compagni presidenti (del resto non erano stati «convocati» per questo?) in termini fraterni ma bruschi, alla realtà: «Socialismo del XXI secolo come dice Chavez? Va bene, ma noi non abbiamo tempo di aspettare un secolo. Cosa facciamo a partire da domani? Bisogna approfittare della crisi del capitalismo per fare passi avanti e per agglutinare le forze popolari e prendere misure anti-capitaliste». Come la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di comunicazione. Roba da niente. Ecco perché non aveva invitato Lula. Che invece era presente - e perfettamente a suo agio - al centro del tavolo nell'altro appuntamento di giovedì, quello della sera. Questa volta aperto al pubblico del Forum - ed erano in 10 mila - e con gli altri quattro presidenti.
Il Brasile non vuole rinunciare al suo ruolo nel Forum (oltre a Lula a Belém sono arrivati undici ministri fra cui la candidata in pectore alle presidenziali del 2010, Dilma Roussef) e in America latina. Oscillando a volte fra la tentazione di porsi alla testa dei paesi emergenti o di far valere il peso economico e politico di global player. Lula con otto ministri era presente anche ieri mattina all'incontro con il Consiglio internazionale, l'organo che regge in senso lato le sorti degli Fsm, a riprova della sua volontà di contare.
Gli incontri fra i presidenti di giovedì e l'attivismo di Lula riportano al nodo non risolto dei rapporti fra i governi, più o meno «amici», e «il movimento». Anche se, al contrario che a Caracas 2006, questa volta sembra che la pressione di venezuelani e cubani sia meno forte. Cuba ad esempio, pur essendo sempre nel cuore del popolo del Forum sociale mondiale, ha mandato a Belém una delegazione di basso profilo (tre anni fa a Caracas c'era un onnipresente Ricardo Alarcon).
Il forum amazzonico si chiuderà domani e poi si vedrà nei fatti quale dei due capi del nodo tirerà di più. Lo si vedrà anche dalla scelta della prossima sede. C'è che la vorrebbe negli Stati uniti, un messaggio lanciato a Obama prima ancora che un riconoscimento del ruolo dei movimenti sociali made in Usa, da sempre attivissimi nelle varie edizioni degli Fsm. Ma sembra più che altro una boutade. Tanto per dire, i tre quarti di quelli che sono a Belém non potrebbero mai avere il visto per entrare negli Usa


21 dicembre 2008

L'isolamento di Cuba prossimo alla fine ?

 

I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.



Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.


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