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9 febbraio 2011

Dove sbologniamo Sergio Bologna ?

La deriva post-operaista di Sergio Bologna segna una nuova tappa e prepara nuove ed inquietanti svolte. A leggere l’articolo sul maglioncino di cashmere non si capisce nemmeno dove vuole andare a parare, se non alla polemica gratuita con la Fiom. Dunque è da lì che bisogna partire per capire cosa voglia.

Lottare contro il fantasma del working poor ? Benissimo. Ma questo non vuol dire arruffianarsi i giovani disoccupati intellettuali, in quanto gli interessi di questi ultimi non sono sganciati da quelli dei vecchi operai che rischiano di trovarsi fuori dalle fabbriche.

 

 

I cosiddetti pochi operai rimasti hanno coraggiosamente dimostrato con il loro voto di rifiutare la logica del working poor ed hanno ridato coraggio a tutti quanti gli altri, anche ai giovani disoccupati intellettuali. Pompare gli uni per trascurare gli altri è, come già detto, una operazione pericolosa che porterà il post-operaismo a declinare con termini in odore di cultura le stesse cazzate che, per ragioni ben più corpose, ci propinano Cisl e Uil.

Bologna vuole difendere il lavoro autonomo di seconda generazione senza trarre le conseguenze in maniera definitiva da quello di cui egli stesso è consapevole, e cioè che questi lavoratori sono ugualmente lavoratori precari che ambiscono semplicemente ad essere padroncini un po’ ingrassati. Mettiamoli di fronte alla realtà e poniamo fine a questa confusione, prima che essa si impadronisca anche di noi. Come testimonia purtroppo, involontariamente, Sergio Bologna.

 

 

 

 


28 maggio 2005

Sguazzasergio

Bologna, corteo e polemiche a sinistra
Disobbedienti in piazza contro gli arresti: «Cofferati questo non è il tuo cortile». Prc critica ma rimane in giunta
Le accuse al sindaco Dagli sgomberi all'immobilismo del comune. Ma lui riconquista il cuore perbenista della città

SARA MENAFRA
INVIATA A BOLOGNA
Per rivedere il `77, bisognerà accontentarsi dei documentari. Con una partecipazione oscillante tra i 2 mila contati dalla questura e i 10 mila degli oganizzatori, il corteo che secondo alcuni doveva richiamare i tempi bui dei carri armati in piazza era armato solo di fumogeni colorati e potenti sound system. Molti negozi sono rimasti aperti - «siamo gente di sinistra anche noi, ci mancherebbe» dice Carlo, uno dei commessi che sbirciavano dalle vetrine di Cinti - e i bolognesi hanno incrociato volentieri lo shopping del sabato con una occhiatina al corteo. Di certo però, pochi di loro hanno sfilavato con gli amici di Vittorio Fabiano e Carmine, arrestati tre giorni fa per una occupazione durata meno di ventiquattr'ore e qualche spintone ai poliziotti presenti allo sgombero (chi abbia cominciato ad alzare le mani, poi, non si è ancora capito). Insomma non è stata, come invece avrebbe voluto essere, la manifestazione dei delusi da Cofferati sindaco, anche se Gianmarco De Pieri, uno dei leader dei disobbedienti bolognesi, gli ha urlato più volte: «Cofferati, questo non è il tuo cortile». «Il malcontento c'è - spiega Roberto Morgantini della Cgil Immigrazione, uno dei pochi del sindacato presenti in piazza - ma una manifestazione contro Cofferati non si costruisce dall'oggi al domani. Ci vuole tempo, forse una manifestazione semplicemente contro gli arresti avrebbe aggregato di più».

Sarà vero ma il vento sembra essere cambiato per il cinese sotto le due torri. Lui lo sa bene e questa mattina si prepara a una conferenza stampa (i manifestanti si vedono invece davanti al carcere della Dozza dalle 11 alle 14). La vertenza con i dipendenti comunali, che stava mettendo in imbarazzo anche la Cgil, si è chiusa con ampia soddisfazione dei lavoratori. In tv con Giuliano Ferrara e Franco Giordano il sindaco ha conquistato il cuore della Bologna perbenista. E le ire di Rifondazione comunista (compresi i giovani del partito) sembrano essere ricondotte nell'ambito del «confrontiamoci sul programma» come ripetevano ieri il segretario Tiziano Loreti e la parlamentare Titti De Simone. Di uscire dalla giunta, per ora non si parla più.

«Cofferati è di destra, lo è sempre stato. E infatti piace a questa città che ti illude con la sua aria liberale, ma alla fine è composta essenzialmente di bottegai che pensano a speculare», dice Giovanna, insegnante, tra i curiosi che sbirciano il corteo dai portici.

Eppure il malcontento c'è, assicurano in molti. E viene da lontano. A un anno dalle elezioni gli unici atti del comune noti alle cronache sono stati gli sgomberi di accampamenti di immigrati grandi e piccoli. Di innovazioni d'altro tipo nessuno ha memoria. Dove nasce questo immobilismo? Chi conosce la storia racconta che tutto è cominciato con una giunta in cui tutti i partiti dovevano trovare posto. Salvo un paio di amministratori amatissimi (uno, Zamboni, è proprio di Rifondazione, l'altro è il Ds Merola) quasi tutti gli altri non avevano mai messo piede in comune. La storia dell'assessore Silvana Mura che arrivata da Brescia pretendeva di entrare in automobile attraverso l'ingresso «monumentale» del comune ha fatto il giro dei bar per mesi. Poi c'è stato il doppio giro dei dirigenti del comune. Prima a ottobre e poi a dicembre la maggior parte dei dirigenti comunali sono stati spostati di ufficio in ufficio. «Così la macchina comunale si è imballata. Perché tra l'assessore nuovo che non sapeva cosa fare e il dirigente che arrivava, mettiamo, dai lavori pubblici e doveva occuparsi di cultura (come è in effetti capitato al dirigente Bottino), nessuno sapeva da dove iniziare» racconta un consigliere della maggioranza che non direbbe il suo nome neanche sotto tortura.

Di storie come questa se ne raccontano tante. C'è quella dei presidenti di quartiere. Secondo il programma la nuova amministrazione avrebbe dovuto decentrare le competenze e trasformare i «quartieri» in «municipi» dotati di budget e con la possibilità di gestire in proprio alcuni problemi specifici, tra cui la viabilità e il verde pubblico. Per un anno i presidenti appena nominati hanno aspettato di essere convocati. Poi, un mesetto fa, visto che la riunione non si faceva mai hanno scritto un documento chiedendo a Cofferati di iniziare questo benedetto decentramento. «In questi termini non capisco a cosa vi riferiate» ha risposto lui.

Più note le storie degli sgomberi di immigrati (prima le centinaia di persone sfrattate dal Ferrhotel, poi le baracche sul lungo Reno divelte), quella dell'ordinanza che obbliga i negozianti a non vendere alcolici da asporto dopo le nove di sera, e il litigio con gli organizzatori della Street rave parade, invitati ad andare da qualche altra parte.

Bologna, però, per il momento aspetta. Forse anche perché aspettano i sindacati e la Lega delle cooperative, due settimane fa, plaudiva agli sgomberi dei rumeni. «Io personalmente gli do un altro anno per dimostrare quel che sa fare. A me piace, è uno che lavora tutte le mattine passa qui davanti per andare in comune alle 8.30, non come il cavalier Guazzaloca che non si vedeva prima delle 11 quando c'era», dice Sergio Grandi, che da trent'anni lavora a due passi da piazza Maggiore. Per rimpiangere la destra, la pancia di Bologna deve digerire ancora a lungo.





27 maggio 2005

Sveglia sinistra con Coffee-rati

BOLOGNA
Tre arresti per occupazione
Sono Disobbedienti. «Il sindaco sta con la procura»
GIUSI MARCANTE
SARA MENAFRA

BOLOGNA
Tre persone in galera a Bologna per un'occupazione durata 24 ore. Accusati, per di più, di aver agito con l'aggravante dell'eversione, «chiaramente deducibile», scrive il magistrato, dai volantini con su scritto «mensa gratis» e «vogliamo tutto» distribuiti durante l'azione. E' l'ennesimo atto che il pm Paolo Giovagnoli ha inanellato da un paio di mesi a questa parte contro i Disobbedienti e l'associazione Passe-par-tout (un mese fa li aveva accusati di eversione per una autoriduzione al cinema targata San Precario). Ma visto che cade nel bel mezzo della polemica sulla legalità tra il sindaco e Rifondazione comunista, ha tolto il tappo al malcontento diffuso in città, dando il la a una manifestazione nazionale «anti-Cofferati» che si annuncia molto partecipata.

L'episodio che ha portato in carcere Vittorio Sergi, Fabiano Di Bernardino e Carmine Guaragna risale al 26 aprile scorso. I tre, insieme a un gruppetto di una ventina di persone (gli indagati sono in tutto 23), avevano occupato un negozietto in via del Guasto, in piena zona universitaria. Per meno di ventiquattr'ore hanno tenuto aperto lo spazio producendo fotocopie gratis per tutti. E la mattina dopo due funzionari della Digos si sono presentati al civico 5/b per invitarli a sgomberare su richiesta della proprietaria. Durante la discussione i due funzionari sono stati spintonati più volte e si sono fatti male. Niente di grave: due contusioni, alla spalla per uno e al ginocchio per l'altro. «Erano atti di resistenza, i protagonisti non sono certo dei picchiatori», spiega Gianmarco De Pieri, uno dei leader dei Disobbedienti. Il problema, però, ha scritto il gip Andrea Montagni che ha mandato i tre in carcere (invasione di edifici, danneggiamento, violenza privata o a pubblico ufficiale) è che hanno agito con l'aggravante dell'eversione «come è dato ricavare dai volantini distribuiti nel corso degli scontri e dalle scritte vergate sui muri dai medesimi appartenenti al gruppo ("la cultura non si vende"; "ribellarsi ora"; "vogliamo tutto"; "mensa gratis" e altro)».

«Qualunque atto violento, anche solo una prepotenza, se avviene in una iniziativa politica deve considerarsi eversione, lo penso io e lo pensa il procuratore generale Di Nicola», ha spiegato il pm Giovagnoli. Ovvero, più o meno quello che il sindaco Cofferati ha spiegato giorni fa quando, invitato in tv da Giuliano Ferrara, ha chiesto a Rifondazione di «prendere le distanze da quelli che occupano le case». E' per questo che gli arresti di ieri hanno suscitato immediatamente una valanga di reazioni e l'idea istantanea di convocare per sabato pomeriggio alle 15 una manifestazione nazionale che chieda la liberazione dei tre giovani ma che serva anche a dire che «i cittadini di Bologna non sono sudditi», come spiega Gianmarco. Il neo segretario cittadino di Rifondazione ha già fatto sapere che ci sarà «per ribadire che il conflitto sociale non si può ridurre al discrimine tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Così si rischia di tornare agli anni `70». Subito dopo sono arrivate una ventina di adesioni dalla sinistra bolognese (Cobas, Rdb, Cub, Verdi, Rete universitaria, Crash, Vag, Livello 57) e quella dei movimenti di mezz'Italia (di certo Roma, Milano, Napoli, Padova, Venezia, Trieste, Rimini, Reggio Emilia, Piacenza). Tutti convinti che sugli arresti di ieri abbia pesato anche la linea politica del sindaco.




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