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31 ottobre 2008

Felice Cavallaro : Il 1929 può accadere di nuovo ?

 

Il 24 ottobre 1929 Wall Street crollò. La sua caduta segnò l'avvio di un massiccio processo deflazionistico che ebbe il proprio culmine nell'inverno di quattro anni dopo, quando a causa dell'incapacità delle famiglie e delle imprese di onorare i propri debiti implose l'intero sistema finanziario americano. Nel frattempo, la crisi aveva varcato l'oceano e - complici le politiche economiche restrittive imposte dal ritorno al Gold standard - si era pesantemente abbattuta in Europa: anche qui nessuno aveva più soldi per far fronte ai propri debiti, e il reddito e i prezzi caddero in un collasso generale, mentre la disoccupazione toccava punte del 30 per cento.
Quasi settant'anni dopo, la domanda se una catastrofe del genere potrebbe ripetersi fa sempre più spesso capolino tra quanti sbigottiti osservano un «lunedì nero» succedersi all'altro, sia pur con l'intervallo di qualche timido «rimbalzo». Trapela perfino nei pensosi commenti di coloro che, non più tardi di pochi mesi fa, ancora scommettevano sulle meraviglie della «nuova finanza» ed esortavano i lavoratori a giocarsi in Borsa il trattamento di fine rapporto.
La maggioranza dei benpensanti anela a derubricare l'accaduto a frenesia speculativa, «esuberanza irrazionale». Dovremmo a loro avviso distinguere un capitalismo «buono», fatto di imprese, lavoratori e banche come negli spot della Gialappa's, da un capitalismo «cattivo», infestato da rapaci finanzieri, paradisi fiscali e anglicismi come se piovesse. Meglio ancora, dovremmo considerare la pioggia di asset backed securities, collateralized debt obligation e credit default swaps come uno di quegli «eccessi» che si accompagnano all'irrequietezza della gioventù - «l'età della turbolenza», come recita il titolo dell'ultimo libro di Alan Greenspan, ex governatore della Federal Reserve e pentito mentore della pioggia di liquidità che ha gonfiato di codesti «titoli tossici» i portafogli delle istituzioni finanziarie mondiali.


Greenspan in un momento di intensa riflessione

Dimenticano costoro che il 1929 non fu un episodio sfortunato in un quadro di magnifiche sorti e progressive del capitalismo. Lo spiegò assai bene Hyman P. Minsky (un economista americano il cui nome si ode nuovamente pronunciare in questi giorni, benché sia morto senza Nobel e quasi dimenticato nel 1996), quando individuò la variabile decisiva per il funzionamento dell'economia capitalistica nella «relazione critica» tra gli impegni di pagamento in contante e le entrate di contante, e suggerì che gran parte dell'attività d'investimento derivasse da rapporti di finanziamento in cui il debito a breve aumentava perché l'interesse sulle somme prese a prestito eccedeva il rendimento delle attività che esse andavano a comperare.
«Finanziamento alla Ponzi»: così Minsky chiamò questa modalità di approvvigionamento di denaro da parte delle istituzioni capitalistiche. Alludeva a un finanziere di Boston, Charles Ponzi, che nel 1920 riuscì a gabbare 40.000 persone promettendo di far fruttare esponenzialmente i loro risparmi, ma tacendo che i rendimenti sarebbero venuti dagli investitori che essi stessi fossero riusciti a reclutare. Come in una catena di sant'Antonio.
Il buco provocato da Ponzi fu stimato in circa 140 milioni dei dollari attuali. Se consideriamo che il Fondo monetario internazionale ha (prudenzialmente) stimato in 1.400 miliardi di dollari le perdite bancarie dovute allo scoppio della bolla dei mutui subprime, ci vuol poco a concludere che quella che abbiamo vissuto negli ultimi vent'anni è stata una replica in grande stile delle tecniche di finanziamento in voga nei «ruggenti anni '20». E che la responsabilità primaria dell'accaduto va ascritta al carattere intrinsecamente speculativo dell'investimento capitalistico, che è stato semplicemente esaltato dalla privatizzazione e deregolamentazione del settore creditizio, dalla diffusione della «banca universale» e dalla rimozione dei vincoli alla libertà di movimento dei capitali.
Un nuovo '29 potrebbe dunque ripetersi? Quando, nel 1982, Minsky ripubblicò quel suo saggio che appunto s'intitolava Can "It" Happen Again?, osservò che l'economia dei suoi tempi era diversa da quella del 1929 a causa delle dimensioni enormemente più grandi del settore pubblico: non appena la congiuntura avesse picchiato verso il basso, infatti, la presenza di quest'ultimo avrebbe provocato cospicui disavanzi del bilancio pubblico e, stante l'obbligo della banca centrale di finanziare l'aumento del debito nazionale, l'eventuale crisi di liquidità sarebbe stata facilmente riassorbita.
Vent'anni di furia liberalizzatrice ci hanno privato quasi del tutto di quella consapevolezza e di quegli strumenti. E che in un così drammatico contesto le priorità del Partito democratico siano la riduzione delle tasse e la salvaguardia dell'indipendenza delle banche può stupire solo chi ha dimenticato che di quella furia il cosiddetto centrosinistra fu di gran lunga il più coerente interprete.


21 ottobre 2008

Luigi Cavallaro : alla radice del "pubblico" perduto

La crisi finanziaria esplosa in queste settimane rappresenta il culmine di un processo che ha avuto inizio sul finire degli anni '70 e che, dopo un primo crack nel 1987, ha vissuto un vero e proprio boom negli anni '90 e una sorta di superfetazione negli ultimi dieci anni. Si tratta di un processo nel corso del quale sono stati letteralmente rovesciati gli assunti su cui, nel trentennio precedente, si era costruito il senso comune in materia di politica economica. In quel periodo un po' tutti erano convinti che il buon funzionamento dell'economia necessitava di alcune regole. I settori guida dovevano essere socializzati. Una grossa quota di bisogni privati (trasporti, casa, scuola, sanità, pensioni) doveva essere soddisfatta attraverso consumi collettivi.
La tassazione dei redditi e della ricchezza doveva ridurre le disparità economiche. Ultimo, e non meno importante, i mercati finanziari dovevano essere limitati nella loro capacità di speculare sulle passività delle imprese e dello stato.
Non era una ricetta sbagliata, tant'è che tutte le economie occidentali, sul finire degli anni '60, avevano praticamente raggiunto la piena occupazione: nell'opinione di storici insigni come Hobsbawm, quel periodo viene designato non a caso col nome di «Età dell'oro».
Fu in quel torno di tempo (approssimativamente, tra il 1968 e il 1977) che a sinistra si consumò una cesura rilevante tra coloro che, fino a quel momento, si erano avvalsi del patrimonio di teorie e prassi del movimento operaio novecentesco per interpretare il mondo (e, bisogna aggiungere, anche per trasformarlo non poco) e coloro che, invece, erano cresciuti nel ferro e nel fuoco della critica a quel patrimonio di pratiche sociali e culturali.
Oggetto del contendere fu proprio quel che Rossanda è tornata a perorare su queste colonne l'11 ottobre scorso, ossia l'«intervento pubblico in economia». Secondo i primi (i «tradizionalisti»), non era proprio socialismo, ma ci assomigliava o comunque ne avrebbe facilitato l'avvento. I secondi (i «contestatori») erano invece di tutt'altro avviso: negli ambienti maoisti francesi, per esempio, le società a «economia mista» venute fuori dal secondo conflitto mondiale - incluse quelle d'oltrecortina - erano considerate la quintessenza del fascismo, e opinioni non troppo dissimili circolavano nel vasto arcipelago della sinistra extraparlamentare italiana (incluso il manifesto).
Fu così che un consenso via via crescente arrise all'idea che la via d'uscita alla crisi insorta a metà degli anni '70 - una classica «crisi di crescita» - dovesse ricercarsi in un dimagramento della presenza pubblica nell'economia. Un dimagramento che, certo, fu voluto primariamente dalle classi proprietarie, ma che progressivamente venne a essere salutato con favore anche dai «contestatori»: sia dalla loro componente «modernizzatrice», che declinava la spinta antistatalistica ereditata dal '68 in un individualismo competitivo, sia dalla componente «millenarista», che preferì invece ricercare le forme di un'alternativa nella «decrescita solidale», nel «commercio equo e solidale» o nell'imprenditoria non profit.
Sta qui, in questo consenso di massa verso la riduzione delle attività statuali, il motivo di fondo per cui, negli ultimi vent'anni, abbiamo vissuto una replica in grande stile dei «ruggenti anni '20» e delle scorrerie dei robber barons senza che dalle cosiddette «sinistre» si levasse altro che qualche voce fievole per protestare contro gli eccessi della «speculazione» o la privatizzazione di beni supposti comuni «per natura» - come se, puta caso, l'acqua portasse scritta in fronte la veste sociale in cui può diventare oggetto d'appropriazione.
Il problema è che, a parte forse Tremonti, Marx non lo legge più nessuno. Se da parte delle cosiddette «sinistre» lo si fosse fatto, si sarebbero comprese almeno due cose. In primo luogo, che la leva del credito può spingere il processo di produzione fino al suo limite estremo solo perché, in questo modo, una gran parte del capitale sociale viene impiegato da chi non ne è proprietario e, proprio per ciò, non ha né i timori né la prudenza di chi rischia in proprio. È questo il motivo per cui i profitti e le perdite derivanti dalle oscillazioni dei prezzi dei titoli azionari e obbligazionari «diventano sempre più, secondo la natura delle cose, risultato del giuoco, che si presenta, invece del lavoro, come il modo originario di appropriarsi capitale e prende anche il posto della violenza diretta», scrive il Moro.
In secondo luogo, si sarebbe capito che «l'enigma del feticcio denaro - come scrive ancora Marx - è soltanto l'enigma del feticcio merce divenuto visibile e che abbaglia l'occhio». La caratteristica preminente del capitalismo, infatti, è che «non si parte dal lavoro degli individui in quanto lavoro comune, ma, viceversa, da lavori particolari di individui privati, lavori che soltanto nel processo di scambio si affermano come lavoro sociale generale». E dunque è vano pretendere di dar vita a «nuovi modelli di sviluppo» se all'allocazione decentrata delle risorse inevitabilmente presupposta dalle favoleggiate «autogestioni» non si sostituisce «un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale». Insomma, una pianificazione democratica.
Qui sta il vero nodo della crisi di queste settimane. Il progressivo emergere di queste consapevolezze fra le macerie della disoccupazione e della povertà aveva spinto negli anni '30 verso la pubblicizzazione del sistema creditizio, la separazione fra credito a breve e lungo termine, l'intervento pubblico diretto nella produzione e, soprattutto, l'imposizione di drastici vincoli alla libertà di movimento dei capitali. E se, negli anni '60, quelle strutture avevano lentamente cominciato a democratizzarsi, oggi nulla o quasi ne resta nelle economie occidentali. Meno che mai nella nostra.


24 novembre 2007

Sinistra : andiamo al sodo

 

Niente di meglio se non un articolo di Luigi Cavallaro per capire qual è il compito della sinistra italiana in questa fase : oltre le diatribe sulla cosa rossa, Cavallaro prende spunto  dal Quinto Rapporto dell'Enea, "L'Italia nella competizione tecnologica internazionale", da poco edito da FrancoAngeli e dice che dal punto di vista della specializzazione tecnologica, si possono distinguere almeno tre aree: un'Europa del Nord e scandinava, fortemente competitiva a causa di una dinamica sostenuta della spesa in ricerca e sviluppo, un'Europa centrale (coincidente essenzialmente con la Francia e la Germania), apprezzabilmente competitiva ma più equilibrata nella distribuzione delle specializzazioni tecnologiche, e un'Europa del Sud (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia), caratterizzata da estrema debolezza tecnologica e crescenti deficit dei saldi commerciali.




La perdita di competitività del nostro Paese
, continua Cavallaro,  nell'industria manifatturiera non ha accennato a ridursi, aggravando lo squilibrio fra la crescita delle esportazioni e quella, assai più sostenuta, delle importazioni.
E non perdiamo solo nei settori high-tech, ma anche in quelli a medio-bassa tecnologia, a conferma che non ci può essere alcun recupero competitivo in questi ultimi fintanto che il sistema economico resta arretrato nei primi.
Nessuna meraviglia, dunque, se nel 2005 la variazione degli investimenti fissi lordi è stata in Italia non solo inferiore a quella europea, ma anche negativa: è piuttosto l'implicazione necessaria delle tendenze di fondo del nostro sistema produttivo, in cui l'effetto cumulato della minore spesa in ricerca e sviluppo ammonta, negli ultimi sei anni, a oltre cinque punti di Pil, l'80% dei quali attribuibili - è bene sottolinearlo - alla minor spesa delle imprese
.

Cavallaro fa anche un piccolo excursus  e dice che durante gli anni '80 e fino alla prima metà degli anni '90, le ripetute svalutazioni della lira hanno consentito alle imprese di azzerare lo svantaggio competitivo accumulato con l'estero. Ma dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con l'ingresso del nostro Paese prima nella banda ristretta e poi nella moneta unica, il giochetto è diventato impossibile e l'unico rimedio che si è trovato è stata la precarizzazione del lavoro, in modo da recuperare sul versante del suo costo d'uso i margini di profitto erosi dalla minore competitività dei nostri prodotti.

Si è innescata così una spirale perversa e potenzialmente senza fine: non c'è riduzione dei costi che possa reggere alla morsa dell'apprezzamento dell'euro, da un lato, e dei salari da fame dei paesi emergenti, dall'altro. E se non si aggredisce il perverso intreccio fra un sistema di imprese gestito su base familistica e votato alla nicchia o alle rendite da monopolio e una congerie di politiche pubbliche sostanzialmente accomodanti (a cominciare dai finanziamenti a pioggia), ci si ritroverà volenti o nolenti a stare al governo solamente per contrattare quanta e quale precarietà infliggere al lavoro salariato. Prova ne sia che, dopo essere state gratificate dieci anni fa dal pacchetto Treu, quattro anni fa dalla legge 30 e un anno fa dalla riduzione del cuneo fiscale, le nostre imprese, per bocca dei giornali di cui sono proprietarie, hanno plaudito all'ennesima "prova di responsabilità" del sindacato confederale, che - novello Pangloss - ha sottoscritto e perfino rivendicato un accordo che detassa gli straordinari e renderà possibile perpetuare ad libitum i contratti a termine. Il tutto mentre negli ultimi cinque anni le retribuzioni medie dei lavoratori sono scese di dieci punti percentuali, come emerso dalla ricerca dell'Ires-Cgil di cui dava notizia questo giornale il 20 novembre scorso.

Cavallaro riassume anche tutta la rassegnazione rabbiosa di molti che a sinistra sopportano i luoghi comuni del neocentrismo e termina dicendo che precarizzazione del lavoro e compressione salariale, conviene rimarcarlo, sono semplici equivalenti funzionali delle svalutazioni competitive, come tali destinate ad essere vanificate in tempi sempre più brevi per essere rimpiazzate da nuove e analoghe richieste. A sostegno delle quali, naturalmente, ci verranno spacciate per analisi incontrovertibili le stesse identiche chiacchiere che da un pezzo si leggono sui giornali e si odono nei salotti televisivi. Eminenti professori spiegheranno che la colpa della nostra specializzazione produttiva è della scarsa formazione dei nostri lavoratori (come se un ingegnere nucleare potesse trovare un posto di lavoro in una società dedita alla pastorizia). Illustri esperti pontificherano sulla necessità di privatizzare quel poco che è rimasto in mano pubblica e ridurre a tappe forzate il nostro debito (come se non si potesse puntare sulla stabilizzazione del debito pubblico in rapporto al Pil e destinare il sovrappiù di risorse così ottenuto ad interventi di politica industriale volti a modernizzare la nostra struttura produttiva). Autorevoli sindacalisti magnificheranno i vantaggi della riduzione delle tasse ai lavoratori (come se cento euro in più di busta paga potessero ripagarli dei servizi pubblici che bisognerà tagliare per finanziare lo sgravio fiscale). E illuminati editorialisti elogeranno tutto ciò come sinonimo di svecchiamento culturale e capacità di innovazione politica.

Il dibattito a sinistra è come organizzare una base (che c’è e ce lo ha detto la manifestazione del 20 Ottobre) ed elaborare una strategia sociale collegate a questa analisi.  


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