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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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Quelli che la crisi l'avevano prevista

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10 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : una strategia alternativa

Anche il tentativo di diminuire le importazioni attraverso una riduzione dei redditi avrà ben pochi effetti: l’aumento del valore delle importazioni è dovuto a fattori che sono scarsamente influenzabili da una riduzione dei redditi delle famiglie. Ciò in quanto nel primo decennio di questo secolo l’aumento delle importazioni è stato dovuto in massima parte all’aumento delle tariffe energetiche ed in parte all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari: dal 2000 al 2008 i prezzi del petrolio e del grano sono quintuplicati (anche sulla causa di questi vertiginosi aumenti c’è l’ombra della speculazione sui derivati legati al petrolio ed alle risorse alimentari). Inoltre buona parte dell’aumento delle importazioni non è legata ai consumi delle famiglie ma agli investimenti delle imprese che fanno la parte del leone nell’aumento dell’importazione di risorse energetiche e nell’aumento delle importazioni di beni capitali: dal 1996 al 2008 i consumi familiari in Italia ed in Spagna sono diminuiti rispettivamente dal 62,8% del Pil al 58,4% e dal 63,2% del Pil al 57,3%. Congiuntamente gli investimenti sono passati rispettivamente dal 17% al 21% e dal 19,8% al 31,2%. Il risultato è stato che in Italia la bilancia commerciale è passata da un +2,9%  ad un sostanziale pareggio, mentre in Spagna è passata da un +0,1% ad un -6,8%.

 

 

Volendo presentare una strategia alternativa, si deve pensare sia ad un livello europeo di azione sia ad una strategia di politica economica nazionale. A livello europeo, come provvedimenti a breve, si può pensare all’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato secondario. In un’ottica più di lungo periodo sono sul tappeto le proposte degli eurobonds (Prodi, Quadrio Curzio, Costabile) e quelle della BCE come prestatore di ultima istanza (De Grauwe e Cesaratto, il quale critica gli eurobonds in quanto in questo modo dovrebbe essere la Germania a garantire tutti, mentre la Bce stampando moneta potrebbe davvero svolgere questo ruolo di garanzia), oppure quella della monetizzazione del debito di alcuni paesi da parte della BCE (Leon, Alonso), con un aumento moderato dell’inflazione ed uno spostamento di ricchezza reale dai creditori ai debitori. Per Sergio Bruno gli eurobonds vanno usati per indurre l’Europa in una nuova fase di sviluppo, mentre per rispondere agli attacchi speculativi vale la tesi di De Grauwe e Cesaratto. Senza riforme in questa direzione la crisi europea non può che aggravarsi. Non è un caso che la Germania sia poco disposta ad una riforma del genere. Apparentemente la sua contrarietà sembra avere buone giustificazioni (il volere che i paesi del sud dell’Europa mettano prima in ordine i loro conti prima di attingere alle risorse collettive). In realtà, come abbiamo visto, parte della responsabilità dell’aggravamento della situazione è proprio della Germania che si accanisce a svolgere una politica neo-mercantilista (nascosta da uno stupido moralismo ideologico) all’interno di una realtà politica che dovrebbe favorire forme meno competitive di cooperazione economica. Perché i paesi del sud dell’Europa possano mettere i conti in ordine c’è bisogno di una crescita che consenta successivamente allo Stato di fare quegli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo (oltre che nelle infrastrutture organizzative) che consentano un salto di qualità tecnologico in grado di metterli sullo stesso piano dei paesi del nord Europa (tutto questo senza dimenticare che tali riforme saranno possibili solo al termine di un duro conflitto sociale tra il mondo del lavoro e quello dell’evasione fiscale). Per permettere ciò occorrerebbe un altro patto europeo di stabilità e crescita dal momento che non esiste alcuna legge economica certa in grado di stabilire quale deficit sia eccessivo e quale sostenibile.

 

 


5 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : il fallimento di una politica restrittiva

 Ovviamente, volendo seguire un’impostazione post-keynesiana (se non marxista) più congeniale ad un sindacato che tutela gli interessi dei lavoratori, non possiamo che notare che una politica restrittiva non può assolutamente migliorare la situazione del nostro debito pubblico, dal momento che tale politica restrittiva non può che rallentare la crescita del Pil e dunque il rapporto tra interessi del debito e tasso di crescita del Pil e di conseguenza il rapporto debito/Pil. Quand’anche la crescita del debito fosse inferiore a quella del Pil i tempi per un rientro che abbia una rilevanza razionalmente comprensibile sono nell’ordine di almeno vent’anni di sacrifici. Emiliano Brancaccio e Sergio Cesaratto hanno poi messo in evidenza che l’allargamento dello spread tra titoli italiani e titoli tedeschi non è collegato tanto al debito ed al deficit pubblico, quanto più al disavanzo con l’estero in quanto costituisce probabilmente una voce corposa del Pil ed anche della competitività comparata del nostro sistema produttivo con quello di altri paesi. Per Cesaratto e Stirati i casi di default sovrano riguardano prevalentemente paesi che hanno forti debiti con l’estero e che congiuntamente hanno rinunciato ad una piena sovranità monetaria.

Leon aggiunge che qualsiasi atto per ridurre il deficit che riduca a sua volta il patrimonio pubblico (ad es. la vendita di società a capitale pubblico) induce le agenzie di rating a valutare che è peggiorato il rapporto tra debito e patrimonio e a declassare il merito del debito pubblico. Sergio Bruno dice invece che le manovre fiscali restrittive pretendono di mettere ordine, agendo su grandezze economiche di flusso (imposte e spese pubbliche), in qualcosa che ha a che fare con variazioni di valore di stock di ricchezza, quando i valori degli stock sono un multiplo dei valori dei flussi.


23 giugno 2009

Sergio Cesaratto : le pensioni di Alesina

 Con frequenza ossessiva dalle colonne de Il Sole 24 Ore il tridente Tabellini, Perotti e Alesina attribuisce molti mali del paese alla troppo bassa età di pensionamento, tesi ripetuta da Alberto Alesina nel suo editoriale del 14 marzo. Beninteso, il benaltrismo è un vizio odioso, ma lo è altrettanto il riduzionismo che sfocia nel semplicismo. “Le donne italiane al lavoro tra i 55 e i 64 anni – argomenta il docente di Harvard – sono circa il 23% del totale. In Svezia il 70% delle donne di quell’età lavora, negli Stati Uniti il 50%. La media europea (Ue-15) è di circa il 41%. Per gli uomini nella stessa fascia di età le quote sono 46% in Italia, 76% in Svezia, 58% nella media Ue e 70% negli Stati Uniti (dati Ocse 2007)”. Ineccepibile, così come il fatto che ciò accade per tutte le altre fasce d’età, con la sola eccezione dei maschi della fascia d’età centrale. Il tasso di occupazione fra i 15 e i 54 anni (occupati 15-54 su popolazione con più di 15 anni) nel 2007 è 69% per l’Italia (donne 57%) contro 76% (71%) della Francia, 79% (74%) della Germania, 77% (68%) della Spagna, 81% (79%) della Svezia (dati di fonte Ilo). Quindi il problema di cui parla Alesina ha un carattere ben più generale. Le donne, in particolare, lavorano in poche in tutte le fasce d’età e Alesina usa inappropriatamente i dati nell’attribuire alla “bassa” età pensionistica i bassi tassi di occupazione femminili per le over-55 (come mi ha prontamente segnalato Antonella Stirati). Uno studente sarebbe stato sgridato per aver utilizzato in maniera così frettolosa i dati. Il gap con gli altri paesi è forse più elevato per gli over-55, come peraltro per i giovani, ma per costoro è notoriamente più difficile trovare una occupazione una volta persa o mai avuta. Certo, v’è, per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, la possibilità di andare in pensione relativamente presto, e alcuni privilegi accordati dalla DC al pubblico impiego gridano ancora vedetta. Privilegi, peraltro, mai accordati agli operai per i quali il sistema pensionistico ha svolto in Italia la funzione di supplire all’assenza di ammortizzatori sociali, ad esempio quando negli anni ’80 centinaia di migliaia di lavoratori furono espulsi dal ciclo produttivo. Il pensionamento anticipato ha anche funto da generatore di posti di lavoro per i giovani, ma naturalmente qui Alesina dissentirà, ritenendo che un sistema economico sufficientemente flessibile garantisce occupazione per tutti coloro che siano effettivamente disponibili a lavorare al salario di mercato. Purtroppo ragioni teoriche (come i risultati della controversia sulla teoria del capitale e la lezione keynesiana) ed empiriche ci inducono a ritenere che Alesina abbia torto: l’ammontare dei posti di lavoro creati dipende essenzialmente dalla domanda aggregata, nel breve come nel lungo periodo, e non dalla flessibilità dei salari. Se la domanda è scarsa i posti di lavoro sono pochi e i pensionamenti liberano posti ai giovani.



Certo, questo non è il miglior metodo di trovare una occupazione ai più giovani. Ma allora, caro Alesina, dovremmo piuttosto prendercela con l’assenza di una seria politica economica per la piena occupazione, e concentrarci dunque sulle esigenze di coordinamento tra le politiche dei paesi europei e tra politiche fiscali e monetarie (forse questo ora lo riconoscono la maggior parte degli economisti, ma gli economisti non allineati alla teoria dominante lo denunciano da un bel po’). E in quanto agli ammortizzatori sociali e alla “montagna di debito pubblico” che tanto l’assilla, perché non coglie l’opportunità di essere columnist del Sole per denunciare l’evasione fiscale dovuta al parassitismo di tanti “topi nel formaggio”, per evocare Paolo Sylos Labini? Puntiamo alla piena occupazione e cerchiamo di pagare tutti le tasse e dunque pagarle ciascuno un po’ meno. Solo allora potremmo, eventualmente, dare un qualche credito ai discorsi sull’aumento dell’età pensionabile. Anche se, finché parliamo di operai, la cosa continuerà ad essere improponibile. Basti sostare qualche minuto in una fabbrica per capire perché.


9 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : la crisi sta finendo ?

 E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4], e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].

Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito

Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.



Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del mainstream neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito[6]. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del mainstream appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il legal standard, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari[7]. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica[8]. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione[9].

Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari

Per quanto diffusa, l’interpretazione mainstream della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative[10]. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una crisi speculativa da sovra-sproporzioni[11]. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata la crisi di un mondo di bassi salari[12]. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti[13].

Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?[14] La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky[15], potremmo parlare di ultra-speculative working poors, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista

Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro[16]. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.

Quell’ombra in fondo al tunnel

Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”[17]. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte[18].

* Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it.

[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in
http://www.voxeu.org/, 6 april 2009.
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.?
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.?
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito:
http://www.emilianobrancaccio.it/).
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari & Finanza, 11 maggio 2009.
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia:
http://www.bancaditalia.it/). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.


9 aprile 2009

Sergio Cesaratto : la crisi vista da Sinistra

 Fra gli economisti di orientamento critico vi è ormai un certo consenso sulle dinamiche che hanno caratterizzato il capitalismo mondiale in anni recenti e che hanno condotto alla crisi in corso[1]. In questa nota si riassume per sommi capi tale interpretazione e si indicano alcune prospettive future.

1. Siamo tutti keynesiani, ma qualcuno di più
Oggi tutti invocano Keynes (o Minsky), ma da sempre gli economisti meno conformisti utilizzano Keynes (e Kalecki) per spiegare le dinamiche del capitalismo. Al centro di questa interpretazione vi è l’idea che l’economia di mercato cresca, nel breve come nel lungo periodo, guidata dalla crescita della domanda aggregata per beni e servizi. Questa consiste di domanda per beni di consumo, investimenti e spesa pubblica. Per un singolo paese essa consiste anche di esportazioni (mentre le importazioni sono una sottrazione alla domanda per i propri beni). Finché non esporteremo su Marte, l’economia-mondo è come se fosse un singolo paese per cui domanda e crescita sono guidate dalle sole prime tre voci. Siccome gli investimenti dipendono a loro volta dalla domanda attesa (gli imprenditori investono sulla base di quanto si attendono di vendere), le fonti ultime della domanda sono consumi e spesa pubblica. Il capitalismo gira se li foraggia dotando di liquidità consumatori e stati[2].

Negli anni più recenti gli Stati Uniti hanno costituito il motore ultimo che ha generato domanda e crescita globale. I consumi degli americani sono stati, in particolare, il motore di questo processo. I consumi dei lavoratori americani (incluso il ceto medio) hanno però sofferto, come altrove, dei mutamenti a loro sfavorevoli nella distribuzione del reddito. Ciò è stato tuttavia più che compensato dall’azzeramento della propensione al risparmio (cioè dalla quota di reddito che viene risparmiata invece che spesa per consumi) e dall’ampio foraggiamento ai consumi che è provenuto dal credito al consumo, inclusi i mutui immobiliari, oltre che dall’”effetto ricchezza”[3] dovuto all’aumento dei valori mobiliari, prima, e immobiliari, poi. In ambedue i modi i lavoratori americani hanno cercato di mantenere o migliorare gli standard di vita acquisiti[4]. Il capitalismo americano ha dal suo punto di vista potuto compensare in tal modo la caduta dei consumi conseguenza della peggiorata distribuzione del reddito e assicurare la piena occupazione in una società priva di ammortizzatori sociali. La memoria degli elevati tassi di disoccupazione sperimentati negli anni ’80, oltre che i cospicui flussi migratori dal Messico, hanno tenuto a bada il conflitto distributivo. Bellofiore e Halevi hanno efficacemente sintetizzato il modello come quello del lavoratore terrorizzato e indebitato[5].
La stabile crescita dell’economia americana, in anni noti ora come quelli della “grande moderazione”, ha determinato un crescente disavanzo commerciale soprattutto con i paesi del sud-est asiatico. Le importazioni di prodotti di largo consumo a basso prezzo dall’Asia (modello Wall Mart) hanno contribuito a loro volta, assieme al credito al consumo, a mantenere tollerabile il peggioramento della distribuzione del reddito negli Usa.

2. Le “global imbalances”
Molti paesi asiatici, Cina in testa, hanno dunque visto crescere i loro avanzi commerciali con gli Usa. Per impedire un rivalutazione del proprio cambio che avrebbe nuociuto alle loro esportazioni, base della loro crescita, essi hanno volentieri reinvestito i crediti accumulati in buoni del Tesoro americani finanziando in tal modo il disavanzo estero americano. Europa e Giappone non hanno partecipato se non marginalmente al festino in seguito alla depressa domanda interna, per scelta e disgrazia, rispettivamente[6]. Se ne è avvantaggiata però la Germania (ma pure il Giappone) che esporta beni capitali in Asia conseguendo forti attivi commerciali. Questo modello è stato suggestivamente, se non del tutto appropriatamente, denominato Bretton Woods II[7]. Esso si basa sul patto scellerato fra paesi dell’est asiatico e Usa: i primi pronti a sostenere il debito estero americano purché questi continuino ad acquistare le loro merci e consentano loro un cambio competitivo.
Si vede dunque come il modello di crescita Usa basato sull’indebitamento delle famiglie di lavoratori americani sia diventato la base del funzionamento dell’intera economia mondiale. E’ la creazione di potere d’acquisto da parte del sistema finanziario Usa la fonte ultima della domanda mondiale, mentre l’”esorbitante privilegio” di emettere la principale moneta di riserva internazionale fa in modo che la liquidità creata sia tranquillamente accettata in pagamento anche all’estero. E’ questo modello che è ora entrato in crisi. Dei suoi due aspetti, l’indebitamento interno delle famiglie Usa e quello esterno, l’indebitamento verso i paesi asiatici, è saltato il primo, e piuttosto inaspettatamente in quanto le più rinomate cassandre internazionali, come il famoso Roubini, pronosticavano che sarebbe stato il secondo a saltare col crollo verticale del dollaro[8].
Siccome fa tuttavia comodo dare la colpa agli altri, con una acrobatica inversione di cause ed effetti l’interpretazione dominate dovuta al presidente della Fed Bernanke, e prontamente sottoscritta da Alesina e Giavazzi, addebita la responsabilità degli squilibri all’eccesso di risparmio dei paesi asiatici (il “saving glut”)[9]: tale risparmio avrebbe trovato utilizzazione nei prestiti alle famiglie americane, certo andati un po’ oltre la normale prudenza. Questa interpretazione di chiaro stampo neoclassico trascura che i risparmi asiatici si sono formati come conseguenza dell’aumento di reddito in quei paesi dovuta al trascinamento della domanda Usa. La capacità di credito alle famiglie del sistema finanziario americano è infatti del tutto indipendente dai risparmi asiatici, come insegna la teoria della moneta endogena condivisa nei suoi tratti più generali dagli economisti meno conformisti.




3. Cosa è andato storto

I fatti recenti sono ormai a tutti noti nei loro tratti salienti: è saltato l’anello più debole del debito delle famiglie americane, i mutui immobiliari concessi nella totale assenza di garanzie di restituzione e di consapevolezza dei mutuatari di ciò che sottoscrivevano. Questi mutui venivano rimpacchettati e venduti ad altri istituti finanziari con l’idea che, in tal modo, il rischio si spargesse su una pluralità di soggetti diventando così inoffensivo. Finché il prezzo delle case cresceva tutti erano soddisfatti. Se per esempio i mutuatari non erano in grado di pagare il sistema gli riaccendeva un altro mutuo di più alto valore, sì da restituire il vecchio con tanto di interessi. Con l’aumento progressivo dei tassi di interesse da parete della Fed a cominciare dal 2004 e l’inizio del calo del prezzo delle case il sistema ha cominciato a scricchiolare con un effetto domino che, attraverso lunghi mesi, si è prima trasmesso all’insieme dell’economia finanziaria e successivamente all’economia reale.
E’ così entrato in difficoltà anche l’altro pezzo del modello, il modello export-led della Cina che vede le proprie aspettative di crescita scemare, il che non è proprio salutare per un paese in cui si affacciano ogni anno nel mercato del lavoro decine di milioni di giovani, di cui molti laureati, per non pensare alle centinaia di milioni di contadini non ancora beneficiati dalla crescita. Non è tuttavia ancora crollata la fiducia cinese nel dollaro, che in questa tempesta ha visto addirittura accresciuto il proprio valore mentre le autorità cinesi non hanno certo intenzione alcuna, ora, di proseguire nella lenta rivalutazione dello Yuan. Questo potrebbe tuttavia non continuare a essere ben visto dagli Usa come dimostrano le prime prese di posizione dello staff di Obama. Dove abbia condotto la logica delle svalutazioni competitive ben sappiamo dalla crisi degli anni trenta.

4. Cosa si può raddrizzare
L’esperienza recente nei paesi avanzati, in particolare negli Usa, mostra come il sostegno alla domanda aggregata che deriva dall’indebitamento privato sia assai più fragile di quella basata sull’indebitamento pubblico[10]. Diffuso appare ora il ricorso a misure keynesiane di spesa pubblica, in genere ritenute più efficaci dei tagli fiscali. A destra si paventa da parte di molti il pericolo che finita la crisi il debito pubblico accumulato faccia aumentare i tassi di interesse diventando esso stesso un fattore di recessione. A sinistra ci si domanda se la crisi corrente dimostri che il capitalismo è profondamente irriformabile tagliando l’erba sotto ogni ipotesi riformista. Al primo problema si può rispondere che il livello dei tassi di interesse è in buona misura condizionato dalle banche centrali che lo utilizzano per tenere sotto controllo le dinamiche salariali, mentre il rapporto debito/Pil dipende non solo dall’ammontare del debito, che aumenta lentamente se i tassi di interesse si mantengono bassi, ma anche dalla crescita del Pil. Allora la prima questione ci rimanda alla seconda: è possibile disegnare un capitalismo che coniughi crescita e controllato conflitto sociale? In via di principio ci si potrebbe avvicinare a ciò attraverso un contratto sociale che assicuri una distribuzione diretta e indiretta (attraverso la spesa sociale) del reddito a favore delle classi lavoratrici e sostenga per questa via la domanda aggregata[11]. Diversa la questione della realizzabilità politica di tale assetto, difficilissima. Ciò non vuol dire però che la realizzabilità teorica non possa essere brandita come arma di lotta politica in particolare a fronte delle difficoltà che il capitalismo potrebbe avere a trovare altre vie d’uscita agli elevati tassi di disoccupazione prodotti dalla crisi.


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