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15 settembre 2008

Perseverare diabolicum est

Ratzinger : "Niente benedizioni a chi si risposa..."



Questo sì che è un dogma infallibile.


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14 luglio 2008

La volontà di Eluana

A me non piace la libertà di morire o far morire. Credo si tratti di una libertà che l'individuo si prenda a prescindere dall'ordinamento giuridico. Essa si può legare alla disperazione, ad uno stato di necessità, alla  mancanza di libertà. E' uno stato di eccezione, che in quanto tale difficilmente si declina come diritto.
E lo faccio per ragioni del tutto diverse da chi è credente : per il credente solo Dio è signore della vita e della morte. Per me dopo la morte non c'è niente. Per cui il diritto alla vita è il diritto basico per eccellenza. Per cui non sono entusiasta della sentenza che riguarda la Englaro. Per me c'è solo tristezza.



Ma non voglio parlare di questo. Piuttosto mi preme esaminare una delle giustificazioni che motiva la battaglia del padre. Cioè quella legata alla presunta volontà della figlia. In realtà una serie di frasi dette in vita poco può assicurarci sulla volontà di qualcuno. E dopo sedici anni si potrebbe tranquillamente cambiare idea. Immaginiamo che Eluana avesse fatto testamento biologico. Sarebbe morta molti anni fa. Ma se adesso a sedici anni di distanza avesse cambiato idea ? E se si scoprisse tra dieci anni una tecnica che consenta di rigenerare la corteccia cerebrale ?
Ma al di là di tali questioni, perchè non si parla di volontà del tutore, a cui di necessità spetta una decisione (sempre che tale decisione sia lecita)?
Perchè non dire "Non riesco più a sopportare di vedere mia figlia in queste condizioni" ?
Invece la disperazione di un padre viene ideologicamente declinata come libertà della figlia.
E' umano. Ma è falso. Ed è dannoso.
La "volontà di Eluana" è un catafalco più ingombrante del corpo di Eluana
Entrambi appartengono forse alla morte.


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30 maggio 2008

Marx , la struttura e la sovrastruttura

 

Queste formule portan segnata in fronte la loro appartenenza a una formazione sociale nella quale il processo di produzione padroneggia gli uomini, e l'uomo non padroneggia ancora il processo produttivo: ed esse valgono per la sua coscienza borghese come necessità naturale, ovvia quanto il lavoro produttivo stesso. Le forme preborghesi dell'organismo sociale di produzione vengono quindi trattate dall'economia politica press'a poco come le religioni precristiane sono trattate dai padri della Chiesa. Gli economisti hanno uno strano modo di procedere. Per essi ci sono soltanto due specie di istituzioni, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni feudali sono artificiali, quelle borghesi sono naturali. In questo assomigliano ai teologi, che anch'essi pongono due specie di religione. Tutte le religioni che non sono la loro, sono invenzioni degli uomini, mentre la propria religione emana da Dio. Così di storia ce n'è stata, ma non ce n'è più

Comicissimo è il signor Bastiat, il quale s'immagina che gli antichi greci e romani vivessero soltanto di rapina. Ma se si vive di rapina per molti secoli, ci dovrà pur essere continuamente qualcosa da rapinare, ossia l'oggetto della rapina dovrà continuamente riprodursi. Sembra dunque che anche greci e romani avessero un processo di produzione, quindi un'economia, la quale costituiva il fondamento materiale del loro mondo esattamente come l'economia borghese costituisce il fondamento materiale del mondo contemporaneo. O forse il Bastiat ritiene che un modo di produzione poggiante sul lavoro degli schiavi poggi su un sistema di rapina? Allora si mette su un terreno pericoloso. Se un gigante del pensiero come Aristotele ha errato nella sua valutazione del lavoro degli schiavi, perché un economista nano come il Bastiat dovrebbe aver ragione nella sua valutazione del lavoro salariato?

Colgo l'occasione per confutare brevemente l'obiezione che mi è stata fatta, alla pubblicazione del mio scritto Zur Kritik der politischen Oekonomie, 1859, da un foglio tedesco-americano. Diceva che la mia concezione che il modo di produzione determinato e i rapporti di produzione che volta per volta gli corrispondon,, in breve, " la struttura economica della società, sia la base sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica, e alla quale corrispondono determinate forme sociali di coscienza ", che " il modo di produzione della vita materiale, costituisce in generale la condizione del processo vitale sociale, politico, intellettuale " - diceva che tutto ciò certo è giusto per il mondo presente, nel quale dominano gli interessi materiali, ma non per il Medioevo, nel quale dominava il cattolicesimo, né per Atene e Roma, in cui dominava la politica. In primo luogo, è sorprendente che qualcuno si prenda l'arbitrio di presupporre che a chiunque altro siano rimasti ignoti questi notissimi luoghi comuni sul Medioevo e sul mondo antico. Ma questo è chiaro: che il Medioevo non poteva vivere del cattolicesimo, e il mondo antico non poteva vivere della politica. Viceversa: il modo e la maniera di guadagnarsi la vita, spiega perché la parte principale era rappresentata là dalla politica, qua dal cattolicesimo. Del resto basta conoscere un po', p. es.. la storia della Roma repubblicana, per sapere che la storia della proprietà fondiaria ne costituisce la storia arcana. D'altra parte, già Don Chisciotte ha ben scontato l'errore di essersi illuso che la cavalleria errante fosse egualmente compatibile con tutte le forme economiche della società.

 


 

Qui Marx risponde anticipatamente anche a molte critiche che gli avrebbero fatto in seguito, critiche basate sul ruolo che la sovrastruttura avrebbe avuto nella vita materiale dei periodi storici precedenti al modo di produzione capitalistico. La frase “che il Medioevo non poteva vivere del cattolicesimo, e il mondo antico non poteva vivere della politica” è esemplificativa dell’acutezza e dell’ironia di Marx. Tuttavia sarebbe interessante vedere se la sovrastruttura interagisca sulla struttura e ne condizioni (e se sì in quale grado) lo sviluppo. E sarebbe intereressante sapere se la coscienza di classe sia una sovrastruttura. E se la coscienza di classe che muti i rapporti di produzione debba avere chiara una teoria dei modi e dei rapporti di produzione. E se in concreto sia possibile per un operaio che acquisti coscienza di classe credere in Dio.

 

 

 

 


16 marzo 2008

Izquerdia Unida ed il porcellum spagnolo

 

Avanti socialisti e popolari, indietro quasi tutti gli altri: le elezioni di domenica hanno rafforzato il bipartitismo in Spagna, dicono in coro politici, giornalisti ed analisti. E lo dicono anche i numeri: Psoe e Pp sommano il 92% dei deputati, frutto dell'84% dei voti. Il rafforzamento affonda le sue radici nel sistema elettorale della «transizione», creato quando il franchismo si stava trasformando in democrazia ma aveva ancora ben in mano le redini del potere e non voleva lasciarle tutte. Domenica questa dinamica è uscita rinvigorita dalle urne grazie a una campagna elettorale quasi tutta giocata dai media sul corpo a corpo Zapatero-Rajoy, anche per via di una certa americanizzazione della contesa. Per la prima volta da 16 anni a questa parte c'è stato un faccia a faccia tra il leader socialista e quello popolare, anzi due, un elemento mediatico che ha facilitato il risultato dei loro partiti nelle urne a scapito degli altri. Intorno ai due candidati più votati è praticamente scomparsa Izquierda unida e hanno perso consensi i partiti nazionalisti, con la sola eccezione dei catalanisti moderati di Convergencia I Uniò.
Proprio il confronto tra CiU ed Iu aiuta a spiegare la potenza distorsiva del «sistema proporzionale fortemente corretto» che vige in Spagna. CiU ha preso 774mila voti che si sono tradotti in 11 deputati, Iu ha raccolto 963mila voti ma solo due deputati. Altro esempio: i nazionalisti baschi di Nafarroa Bai con i loro «miseri» 62mila suffragi - ma conquistati nella sola Navarra - mandano a Madrid un deputato.
Per il politologo olandese Arend Lijphart, autore di uno studio sui sistemi elettorali di 21 paesi, la legge spagnola ha un livello di non-proporzionalità tale da generare risultati paragonabili al modello uninominale britannico. In pratica che è assai poco proporzionale. Tutto ciò si deve soprattutto al mix tra la dimensione delle circoscrizioni, che corrispondono alle 52 province di Spagna, e la formula di Hondt usata per la ripartizione dei seggi. E così nelle piccole province, che sono la stragrande maggioranza del Regno, vige di fatto un sistema uninominale in cui i due maggiori partiti si dividono i pochi seggi a disposizione in un meccanismo alimentato anche dal voto utile, che rende impossibile la nascita di un centro e penalizza la sinistra non-socialista.
La scelta di far coincidere province e circoscrizioni venne imposta da quel che rimaneva del regime franchista per sfruttare il voto conservatore delle aree rurali. E infatti quasi tutta la Spagna agricola, a parte l'Andalusia e l'Estremadura, vota a destra. La stessa particolarità permette ai partiti nazionalisti, come baschi e catalani, di strappare deputati con uno sforzo minimo, visto che concentrano tutti i loro voti in aree circoscritte. Il loro calo di domenica è dovuto alla politica, alle pessima gestione del potere regionale da parte del Partito nazionalista basco e di Esquerra republicana de Catalunya.
Chi ci perde da sempre è Izquierda unida, che infatti da 22 anni chiede un cambio di sistema o almeno di circoscrizione. «Durante la transizione aveva un senso premiare i due partiti più forti, ma oggi serve un sistema più moderno che non premi le forze maggioritarie e nazionaliste», dice un portavoce di Iu. Una proposta per alzare il numero di deputati da 350 a 400, assegnando i 50 in più su base nazionale, è già stata bocciata dalla commissione elettorale del Parlamento: a favore Iu e Psoe, contrari gli altri. I risultati di domenica, che obbligheranno Zapatero a patteggiare proprio con i partiti nazionalisti - con CiU o con il Pnv - allontana di un'altra legislatura la possibilità di cambiare le regole del gioco. Avanti con il bipartitismo, che ci riporta indietro di decadi, alle due Spagne.

(Alberto D'Argenzio)


16 marzo 2008

I problemi politici della Spagna

 

Madrid José Luis Rodríguez Zapatero si ritroverà per le mani molte patate bollenti. Vediamo le principali.
L'economia. Molti indizi fanno pensare che gli anni delle vacche grasse sono finiti. Dopo una crescita economica sempre superiore alla media europea, i dati indicano l'avvicinarsi di una notevole decelerazione, specie nel settore finora trainante dell'edilizia. La crisi dei mutui-spazzatura arrivata dagli Stati uniti e il rincaro dei tassi d'interesse ha provocato una secca caduta dei consumi e la perdita, solo in febbraio, di oltre 50 mila posti di lavoro. I disoccupati sono 2.3 milioni, la cifra più alta dal 1998. Il Pp esagera e parla di recessione, il governo socialista preferisce parlare di «atterraggio morbido», prevedendo una rapida ripresa di quota.
L'immigrazione. Mentre l'economia marciava a tutto gas non era un problema, anzi un vantaggio. Ormai sui 4-4.5 milioni, il 9-10% della popolazione, gli immigrati - come hanno riconosciuto Zapatero e gli industriali - negli ultimi anni hanno contribuito alla metà della crescita del pil. Però la crisi dell'edilizia sta lasciando molti immigrati senza lavoro. E' per questo che il Pp si è buttato spregiudicatamente su questo tema nella campagna elettorale. Il fantasma delle periferie turbolente delle città francesi, aleggia non solo nella testa dei politici.
Il terrorismo. Per quanto si continui a ripetere che l'Eta è molto indebolita, l'assassinio venerdì scorso di Isaías Carrasco nei Paesi baschi dimostra che è ancora un nodo inestricabile per la Spagna. Il tentativo fallito di Zapatero di arrivare alla pacificazione e lo spregiudicato uso politico fatto dal Pp, per la prima volta, della politica anti-terrorista come arma elettorale, rendono molto difficile che si riprenda la strada dei negoziati. L'Eta, per di più, appare sempre più nelle mani di giovani inesperti e imprevedibili, visto che i dirigenti storici sono nella grande maggioranza in prigione.
Le tensioni territoriali. Anche se l'Eta dovesse sparire, il problema basco resterebbe sul tavolo. Il presidente del governo regionale, Juan José Ibarretxe, del Partito nazionalista basco (Pnv), cattolico moderato, ha convocato nel prossimo ottobre un referendum per far decidere ai baschi il loro futuro, che il governo centrale considera incostituzionale. Anche il Pp è contro il referendum. In questi ultimi anni il Pnv ha radicalizzato la sua posizione nazionalista. Neppure in Catalogna, nonostante il nuovo e più ampio statuto concordato con Zapatero nel 2006, la situazione è tranquilla. A Barcellona governa il Psoe insieme a Izquierda unida e Ezquerra repubblicana, ma le tensioni con lo stato centrale sono rimaste sempre molto forti. I catalani lamentano di apportare alle casse spagnole più di quanto ricevono e lo statuto approvato nel referendum di Catalogna due anni fa è appeso al ricorso presentato dal Pp davanti al Tribunale costituzionale. Anche Erc ha annunciato un referendum nel 2010. I nazionalisti cattolici di Convergencia i Unió (CiU), il partito dell'imprenditoria catalana, sono sulla stessa lunghezza d'onda e sembrano avere imboccato una strada separatista analoga al Pnv. Se il nuovo governo centrale non avrà la maggioranza assoluta alle Cortes, è probabile che debba negoziare, come ha dovuto fare Zapatero, con Erc o con CiU; e non sarà un negoziato a buon mercato.
I rapporti con la chiesa. Se avesse vinto Rajoy non ci sarebbero stati problemi. Con Zapatero il discorso è del tutto diverso. Lo scontro con il nuovo vertice della Conferenza episcopale, che in campagna elettorale ha diffuso un appello a non votare per il Psoe e ha appena eletto alla sua guida l'ultra-conservatore arcivescovo di Madrid, il cardinale José María Rouco Varela, è garantito. Rouco è amico personale del papa ed è l'incarnazione del cattolicesimo militante che piace al Vaticano. E' stato lui il protagonista dei più aspri scontri di questi quattro anni con il governo socialista, capeggiando manifestazioni di piazza e lanciando anatemi contro «il laicismo radicale» di Zapatero. La sua elezione alla testa dei vescovi è stata letta come un segnale evidente che la chiesa è pronta alla guerra contro Zapatero.


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3 gennaio 2008

Moratori ce salutant

Nel teatrino della politica italiana Giuliano Ferrara svolge l'utile e idiota funzione del guastatore : come un personaggio del fumetto "Thor" dell'allora editrice Marvel-Corno, e cioè Volstagg il vanaglorioso, egli prende i media a panzate, calando una cagata enorme sul dibattito pubblico, mentre complici più silenziosi dell'uno e dell'altro schieramento politico fanno il lavoro di sostanza, debellando i loro potenziali avversari. Ieri infatti si parlava di una moratoria riguardante l'aborto, che non si sa cosa voglia dire, perchè nel caso della pena di morte è lo Stato a fare un po' tutto e dunque lo Stato può fermare le esecuzioni, ma nel caso dell'aborto i soggetti coinvolti sono moltissimi e allora chi controlla chi...




Al tempo stesso sempre ieri a Bonanni che ripeteva il populistico tentativo dei sindacati di aumentari i salari diretti diminuendo quelli indiretti, il silenzioso Tiziano Treu ribadiva che bisognava cambiare la struttura dei contratti. Questa, signori, è la partita seria che si gioca in questo paese e Ferrara dei nascituri se ne strafotte. Ovviamente la sinistra va a difendere il bidone vuoto (sarebbe per la reazione una battaglia persa in Polonia da quella Chiesa che ha sconfitto il comunismo), mentre lascia alla mercè degli avversari punti ben più deboli delle nostre difese di principio.
Intanto hanno celebrato il funerale dell'ultimo operaio morto. Mentre i nascituri attendono, i moratori ce salutant


18 dicembre 2007

Italia e Danimarca

In un post precedente dove citavo la critica di Emiliano Brancaccio al Prof Ichino in un articolo di "Liberazione" di qualche tempo fa c'è stata una piccola discussione dove il buon Titollo ha così esposto le sue tesi : "1) fra Italia e DK ci in primo luogo differenze sostanziali nella struttura produttiva ed educativa, che non sono elementi indipendenti dal design giuslavoristico che si vuole scegliere. In secondo luogo in Italia il mercato del lavoro presenta diseguaglianze (per età, sesso, regione, durata, livelli di tutela, livelli di legalità) che la DK non ha. Di solito a problemi diversi si risponde con strumenti diversi. Già questo basterebbe per mettere in soffitta la flexsecurity.

2) La flexsecurity, by definition, è una combinazione di elevata flessibilità in entrata/uscita dal lavoro ed elevata protezione sociale. Io ho solamente chiesto se è davvero auspicabile avere una società in cui gli individui sono obbligati a saltare da un lavoro ad un altro, secondo il giudizio insindacabile delle imprese e dal mercato, due variabili fuori dal controllo democratico (le scelte strategiche di una azienda vengono prese dal suo management, non dal Parlamento o dai lavoratori che vi sono occupati). E' una questione di filosofia sociale.

3) non capisco questo continuo richiamo al reddito di cittadinanza, che è un provvedimento che non c'entra nulla con il lavoro: esso è solo un reddito monetario a cui hanno diritto tutti i cittadini che non hanno altre forme di guadagno (reddito da lavoro, indennità di disoccupazione di breve o lunga durata, borsa di studio, ...), indipendentemente dalla propria condizione di ex-lavoratore. In Italia ci sono le suore, i preti e il volontariato (ovvero la generosa carità) a prendersi in carico gli indigenti. Nei Paesi civili è la società, attraverso lo Stato, a farsi carico di queste situazioni di difficoltà (ovvero la solidarietà sociale) per permettere a ciascuno di essere considerato un cittadino come tutti gli altri. Riassunto con uno slogan, in Italia si aiuta chi resta indietro, in Scandinavia si lavora affinchè nessuno resti indietro.


Poi ha aggiunto : "Ammetto di essere un po' retrò e di faticare a sintonizzarmi su questa logica compensativa che sta facendo proseliti pure in aree politiche impensabili. Da buon socialdemocratico ho sempre pensato che il compito dello Stato fosse quello di far lavorare più persone possibili e nelle migliori condizioni (Piena e buona occupazione, si diceva). Il fatto che questo compito sia stato ormai quasi completamente delegato al mercato (credo con la convinzione, assai ideologica, che il mercato sia una istituzione in grado di allocare sempre in modo ottimale le risorse) dà l'idea della regressione politico-culturale che si è avuta negli ultimi 20 anni.
Non giova all'Italia il fatto di avere un partito sedicente riformista che ormai da tempo si è consegnato al nemico, senza condizioni. Ma nemmeno una sedicente sinistra radicale che da anni ha impostato un dibattito sugli strumenti (art.18, legge Biagi, ...) invece che sugli obiettivi, finendo per ritagliarsi il non-piacevole ruolo di retroguardia politica. Il fatto che le opinioni più eterodosse provengano da Luciano Gallino o Paolo Leon, due che marxisti non lo sono mai stati e che provengono dalla sinistra liberale d'ispirazione anglosassone, la dice lunga sulla disastrosa situazione in cui versa il dibattito politico italiano.
"






Credo che sia giusto e opportuno rispondere a questa provocazione intellettuale :
A) Inizialmente una precisazione : non intendo propagandare la flexicurity danese, anche perchè ho ospitato una citazione di un economista che è perplesso proprio sulla possibilità di importare un modello del genere. E tuttavia ho sostenuto più volte l'opportunità di adottare il reddito di cittadinanza e di essere disposto in cambio di una ricezione a livello costituzionale di tale strumento a cedere sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma questo non mi sembra in maniera immediata l'adozione di un modello di flexicurity sul tipo di quello danese.

B) Oltre all'articolo 18 in Italia, quali sono gli strumenti che impediscano o controllino la facoltà delle imprese di assumere e licenziare ? Cioè, per il tuo auspicio di filosofia sociale c'è un esempio attuale o un progetto di politica economica che lo renda concreto ?  La politica della piena occupazione quali concrete possibilità ha di farsi strada se non rendendo più precario e/o mal pagato il lavoro ?

C) Quando si parla di reddito di cittadinanza non ci si rende conto che esso è una famiglia di strumenti o meglio una famiglia di diverse ipotesi, per cui definirlo in maniera schematica (perchè si condivide la definizione di uno o di un altro) non contribuisce granchè alla discussione. Per una trattazione più completa rinvio al mio articolo sulla Rivista telematica "Crisieconflitti", dove ipotizzo (ma lo ha fatto il giuslavorista Bronzini prima di me) che il reddito di cittadinanza possa essere la componente minima di una più ampia famiglia di redditi quali indennità di disoccupazione e pensioni.

D) Affidare l'aiuto gli indigenti a Chiesa e volontariato ti sembra una soluzione sostenibile nel lungo periodo ? Ma allora perchè ci si lamenta del fatto che la Chiesa pretenda (ed abbia conforto dalla maggioranza delle forze politiche) di mettere bocca in quelle che la cultura laica considera scelte personali degli individui ? Se la Chiesa gestisce una così larga parte dei processi di riproduzione sociale perchè negarle la valenza di soggetto politico ed istituzionale, perchè a coloro che aiuta essa non può chiedere esplicitamente un'adesione ideologico-politica che riguardi anche gli stili di vita ? Il reddito di cittadinanza potrebbe invece essere uno strumento per rimodulare lo Stato sociale e per affrancare l'assistenza dall'oligopolio di marca religiosa.

E) Se negli Stati scandinavi, come tu stesso dici è lo Stato a farsi carico delle situazioni di difficoltà, anche in Scandinavia si aiuta chi è rimasto indietro, non è che si riduca tutto alla politica attiva del lavoro. Il problema è chi e come lo si fa.  Certo, negli ultimi 20 anni c'è stato un arretramento, ma c'è anche una oggettiva difficoltà di riprodurre il lavoro salariato anche nelle forme legate all'intervento dello Stato (su questo ti rimando agli scritti di Giovanni Mazzetti)

F) Cosa più importante, non condivido del tutto il fatto che si metta il lavoro al centro della società e si consideri la solidarietà un momento di elemosina o di aiuto condizionato al più rapido reinserimento lavorativo. Perciò credo che il reddito di cittadinanza vada reinterpretato e collegato anche alla scelta del non-lavoro. Non lo faccio solo sulla scia delle teorie legate al Negri e/o al Settantasette, ma sulla base della critica fatta da Marx al programma di Gotha. E non è un caso che Oskar Lange abbia elaborato una tesi (che rientra nella famiglia delle ipotesi sul reddito di cittadinanza) che poi è stata fatta propria dal keynesiano Meade.

G) Quanto alla questione dell'insistenza sugli strumenti e non sugli obiettivi, io sono del parere che la questione degli strumenti sia la questione di come si riescano a conciliare diversi obiettivi e diversi valori e dunque non è fuorviante rispetto alla discussione sugli obiettivi stessi. Sarebbe interessante sapere come tu ritenga che si possano perseguire gli stessi obiettivi attraverso diversi strumenti.


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