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26 marzo 2012

I paesi orientali hanno obbedito al Fondo monetario internazionale?

Come e più di Roubini, Stephen Roach era uno di coloro che in tempi non sospetti (nel 2004-2005) prevedeva una crisi economica legata all’insufficiente domanda aggregata. Sembra dunque strano vederlo tra i sostenitori dell’austerità se non si pensasse che, essendo Presidente di Morgan Stanley, non abbia tutto l’interesse dei creditori degli Stati sovrani a che questi ultimi assicurino il pagamento del debito pubblico (Morgan Stanley era creditore fino a Febbraio di quest’anno dello Stato italiano per 6,268 miliardi di dollari, scesi a 2,887). La sua tesi è che, nel caso dei paesi dell’Estremo Oriente, la crisi sarebbe stata superata con l’austerity ed egli si spinge anche a dire che il problema è che, mentre tali paesi si sono adattati alle misure imposte dall’FMI, i paesi economicamente più forti tendono a fare orecchie da mercanti.

 

 

Nel dettaglio Roach afferma che “Nel 1998, durante i momenti più acuti della crisi asiatica, la produzione aggregata nei cosiddetti paesi dell’ASEAN 5 – Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam – diminuì bruscamente dell’8,3%. Il PIL reale della Corea del Sud, a lungo considerata la favorita tra le nuove economie industrializzate, subì una contrazione del 5,7% nello stesso anno. Ma in seguito, subentrarono le severe condizioni imposte dai piani di salvataggio dell’FMI e dai programmi di aggiustamento, ovvero la dose di austerità che l’Asia si trovò a dover subire. In risposta a ciò, i bilanci di conto corrente, il tallone di Achille del cosiddetto miracolo della crescita dell’Asia dell’est, passarono dal deficit al surplus. Per i paesi dell’ASEAN 5, i deficit di conto corrente pari ad una media del 4% del PIL nel 1996-97 salirono rapidamente al 6,8% del PIL nel 1998-99. Una trasformazione simile si verificò anche nella Corea del Sud dove un deficit di conto corrente pari al 2,8% nel 1996-97 divenne un surplus dell’8,6% nel 1998-99.

Da allora, la regione non è mai tornata indietro. Nel giro di due anni, gran parte delle economie asiatiche in crisi recuperarono i livelli precedenti, mentre l’effetto rebound non fu affatto temporaneo. A partire dal 1999, i paesi dell’ASEAN 5 diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del PIL pari al 5% su base annuale (5,5% nella Corea del Sud nello stesso periodo). In breve, non ci sono stati effetti negativi duraturi derivanti dalla dose di austerità a breve termine, e, nella misura in cui l’austerità si è rivelata essenziale per la guarigione post-crisi, i benefici a lungo termine si sono dimostrati non solo durevoli ma anche sbalorditivi. Ci sono tre lezioni da imparare. Innanzitutto non c’è guadagno senza sofferenza.”. Sintetizzando, Roach sostiene che la crisi nel suo momento più duro si manifestò nel 1998, ma, dopo una breve austerity imposta dai programmi di aggiustamento del FMI, a partire dal 1999, i paesi dell’Asean diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del Pil pari al 5% su base annuale. Su questa ricostruzione vanno fatte le seguenti osservazioni critiche:

1.      Se le fonti della redazione dell’Economist non sono eccessivamente imprecise, va detto che la crisi non ha avuto per i paesi dell’Asean una dimensione temporale così circoscritta o che quanto meno l’articolazione di essa è stata ben più complessa e differenziata di quella descritta da Roach. Leggendo i dati si può addirittura supporre che le terapie utilizzate hanno approfondito la crisi o che essa sia stata risolta in tutt’altro modo.

2.      Ad es. se si guarda la Thailandia il picco dell’indice di sviluppo umano si è avuto nel 1998 (83,8) per poi crollare nel 2000 (74,5) e risalire (senza mai riprendersi del tutto dal crollo) nel 2008 (78,6). La crescita del Pil è scesa dal 9,4 del decennio 1986-1996 al 2,7 del decennio 1996-2006, il Pil pro-capite PPA è sceso da 25 del 1996 a 17,4 del 2009. La disoccupazione è salita dallo 0,9 del 1998 al 2,6 del 2005 per ridiscendere all’1,2 del 2008. Dunque per ciò che riguarda la Thailandia il culmine della crisi è stato ben oltre il 1999 e gli effetti della crisi non sono mai stati assorbiti del tutto, nonostante (o a causa di) la riduzione della spesa pubblica (la percentuale congiunta delle spese sanitarie e scolastiche è scesa dal 10,8% del Pil del 2000 all’8,9% del 2009. Il risultato è stato l’abbassamento del tasso di alfabetizzazione dal 95,5% del 2001 al 93,5% del 2009, l’aumento del tasso di mortalità dal 6,2 per mille del 2001 al 9,1 per mille del 2009. Se questo per voi è superamento della crisi grazie all’austerità, non so umanamente che dirvi.

3.      L’Indonesia invece sembra non essere stata eccessivamente toccata dalla crisi : il dato più eclatante è stato l’abbassamento del Pil pro capite PPA da 12 del 1996 al 6,5 del 2000 per poi risalire a 9,2 del 2003, per non parlare della disoccupazione che è salita dal 4% del 1998 all’8,4% del 2009.  Tuttavia gli indicatori sociali sono stati in regolare miglioramento: l’indice di sviluppo umano è passato da 64 del 1996 a 73,4 del 2009, la vita media degli uomini da 63 a 70,2, la percentuale di alfabetizzati dall’85% al 92%, il tasso di mortalità è sceso da 7,6 del 1996 a 6,3 del 2009. Come mai tutto ciò? Forse perché l’austerità non è stata così cruenta: i consumi collettivi sono scesi in percentuale nel 1998 e nel 2000, ma poi sono risaliti agli stessi valori, mentre i consumi delle famiglie sono saliti in percentuale sul Pil dal 56,5% del Pil nel 1996 al  63% del 2009 (con un picco del 72,5% nel 2000), con una corrispondente diminuzione degli investimenti dal 34% al 28% . Infine la percentuale complessiva sul Pil della spesa sanitaria e scolastica è salita dal 3% al 6%. Dunque né fortissima crisi, né austerità alla base del piuttosto regolare andamento dell’economia indonesiana.

4.      Per quanto riguarda la Corea la storia è simile a quella dell’Indonesia :  l’indice di sviluppo umano è sceso da 88 del 1996 a 85,4 del 2000 per poi risalire a 93,7 del 2009, il tasso di crescita del Pil è sceso dall’8,8 del decennio 1985-1994 al  4% del decennio 1997-2006 per poi risalire al 4,7% del decennio 1999-2008 (dunque con una tempistica molto più dilatata di quella descritta da Roach e senza un completo recupero delle posizioni perdute). La disoccupazione è salita dal 2% del 1998 al 6,3% del 2000 per poi ridiscendere al 3,2% del 2008. Il movimento sindacale  ha subito in questo decennio dure sconfitte. Eppure alcuni indicatori sociali non hanno subito diminuzioni a seguito della crisi, né la speranza di vita, né il tasso di alfabetizzazione, mentre il tasso di mortalità (tranne un picco nel 2009) è diminuito dal 6,3% del 1996 al 5,5% del 2008. Inoltre i consumi delle famiglie sono aumentati in percentuale sul Pil dal 53,8% del 1996 al 59,1% del 2003 per poi scendere al 52,6% del 2006 e risalire al 55% del 2009. I consumi collettivi sono invece saliti con regolarità dal 10,6% del 1996 al 16% del 2010. Complessivamente i consumi sono saliti con regolarità dal 64,4% del 1996 al 70% del 2010, mentre gli investimenti sono diminuiti dal 36% del 1996 al 26% del 2010. Infine la spesa sanitaria è salita dal 5,1% del 2000 al 6,5% del 2010, mentre la spesa per l’istruzione è salita dal 3,7% del 2000 al 4,9% del 2009. Anche nel caso della Corea dunque (nonostante le non trascurabili sconfitte del movimento sindacale) l’uscita dalla crisi è passata non con l’accettazione del liberismo sfrenato ma con l’aumento della spesa pubblica che ha in parte compensato l’indebolimento strategico dei sindacati.

5.      La Malesia e il Vietnam hanno invece meglio rispettato il rozzo modello esplicativo di Roach. Entrambi i paesi hanno avuto una flessione del tasso di crescita che hanno affrontato riducendo la percentuale dei consumi sul Pil rispettivamente dal 63,1% al 53,2% e dall’ 84% al 69,2%. E tuttavia la loro spesa sanitaria è salita rispettivamente dal 2,5% del 2000 al 9,8% del 2009 e dal 4,8 % del 2001 al 7,2% del 2010, mentre quella dell’istruzione è salita dal 4,9% del 2000 al 7,9% del 2009 e dal 3% del 2001 al 5,3% del 2010. Dunque anche qui la situazione non è così riconducibile a quello dell’austerità risolutrice dei problemi che ci vogliono far passare per buona.

6.      Infine le Filippine: quale sia stata la natura e la durata della crisi, quali le soluzioni apportate, tutto ciò non ha avuto alcuna rilevanza. La situazione economica è rimasta inalterata, quasi cristallizzata.

7.      Un altro particolare: anche l’indicatore dell’indice di libertà economica per quanto riguarda i suddetti paesi non è cambiato molto, pure se il parametro utilizzato dalle nostre fonti è cambiato nel frattempo ; comunque per quanto riguarda la Thailandia è salito da 2,20 del 2000 a 2,99 del 2005, mentre per l’Indonesia è salito da 3,55 a 3,71, per la Malesia è sceso da 3 a 2,98, per la Corea è salito da 2,25 a 2,63 e per il Vietnam è sceso da 4,10 a 3,89. E comunque i valori di partenza e quelli di arrivo sono molto dissimili da quelli dei paesi europei (si ricordi che più è alto l’indice, minore è la libertà economica). Dunque l’indice è peggiorato dal 2000 al 2005 : altro che sottomissione alle indicazioni dell’FMI !!

8.       Concludendo non vi è ragione di condividere l’approccio superficiale di Roach nell’analisi di quel periodo storico e di quella crisi. Quest’ultima in più di un caso non è passata del tutto e, laddove sia stata superata, ciò è spesso coinciso con l’aumento della spesa sanitaria e dell’istruzione e con una diminuzione degli investimenti. L’ideologia dell’austerità è forse solo un tentativo velleitario di mischiare le carte in tavola.




5 aprile 2011

Conto e racconto : la base 10

Ma la base che ha poi storicamente trionfato  è la base 10, un felice compromesso, né troppo grande (con l’inconveniente di troppi segni elementari) né troppo piccola (con l’inconveniente di complicate combinazioni di pochi segni). Inoltre tale base è ben radicata nella costituzione degli arti dell’essere umano (le 10 dita). Il sistema decimale è simmetrico, ed esteticamente gradevole, con una procedura di costituzione periodica dei numeri a tutti livelli praticamente identica ( in pratica non c’è bisogno di basi ausiliarie come nel caso della base 60).

 

 

La vasta diffusione della base 10 è forse legata alla discesa degli Indoeuropei ed all’esistenza di una sola lingua madre nel 2500-3000 a.C., giacché le affinità linguistiche del lessico numerico fanno pensare ad un’elaborazione precedente l’inizio della diffusione. Forse il sistema decimale si è costituito ad un’epoca in cui c’era ancora la comunicazione unicamente orale, per cui i simboli scritti sarebbero addirittura più recenti dei numerali.

       In certe regioni dell’Africa Occidentale già si può vedere l’utilizzo di una base 10: ad es. gli animali possono venir contati infilando conchiglie in una striscia bianca fino al numero di 10, con il quale si infila una prima conchiglia in una striscia blu che fa da supporto mnemonico esterno, si svuota la striscia bianca e la si riempie di nuovo fino sempre a 10 etc.; quando la striscia blu arriva poi a 10 conchiglie (10 decine), si svuota e si mette una prima conchiglia in una striscia rossa (centinaia) etc.

Anche in Cina troviamo un sistema decimale ben sviluppato:

1= yi   5= wu 9= jiu
2= er   6= liù 10= shi
3= san  7= qi
4= si 8= ba
11= shi-yi (10+1)  12= shi-er (10+2) 13= shi-san (10+3)
20= er-shi (2x10)    30= san-shi (3x10)  40= si-shi (4x10) 
100= bai   200= er-bai (2x100)    300= san-bai (3x100)
1000= qian   2000= er-qian (2x1000) 10000= wan

               

            

   

                    

 

 

53.781

Cinquantatremilasettecentottantuno                      33 lettere in italiano letterale

Wu-wan san-qian qi-bai bai-shi yi                     24 lettere in cinese

Cinquediecimilatremillesettecentoottodieciuno       45 lettere traducendo in italiano letterale

 

Dal precedente specchietto si vede che comunque il sistema cinese è meno rispettoso delle regole del sistema decimale in quanto ad es. 10000 che da noi è chiaramente dieci-mila, in esso è un termine coniato ex-novo (wan)

 


24 gennaio 2011

Simboli : l'acqua

L’acqua è sorgente, Origine, generazione. Al tempo stesso è mezzo di purificazione, di distruzione, di ricreazione, dunque di rigenerazione, di fecondazione.

Essa è il medio stabile del cambiamento.

In India l’acqua è la materia prima, la prakriti su cui Brahman (l’uovo del cosmo) galleggia così come nella Genesi Dio aleggia sulle acque.

Per i Cinesi l’Acqua è wu-chi, cioè il senza-apice, il Caos, l’Abisso.

In Grecia, Talete considera l’acqua come archè, il principio di tutte le cose.

In Polinesia ed in Australia l’acqua è una potenza cosmica. Per le antiche leggende la vita è portata sulla terra dall’acqua e questo ricorda le attuali teorie circa il brodo primordiale da cui è scaturita la vita.

Per i Tantra l’acqua è prana, energia, linfa vegetale, liquido seminale, origine ma al tempo stesso veicolo di vita.

In molte mitologie il Dio che forma il mondo separa le Acque Superiori (pioggia,neve) dalle Acque Inferiori (mare, fiumi e laghi): le prime costituiscono potenzialità informi, mentre le seconde hanno una forma che è data loro dalla terra.

Con la pioggia l’acqua è dono del cielo ed apporta fecondità e fertilità. L’acqua è anche strumento di abluzione e purificazione: in molte tradizioni (Islam, Giappone, Taoismo, Cristianesimo, Induismo, Precolombiani) a Capodanno si effettua un rituale purificatorio di aspersione.

In Cina Wen-tzu considera l’acqua principio di purezza, mentre Lao-tzu considera l’acqua simbolo di saggezza e immagine del Tao in quanto fluente, libera e senza costrizioni e rigidità: essa è il simbolo del wu-wei, il non-agire, la passività che è al tempo stesso l’azione somma.

L’acqua è anche misura, temperanza: l’acqua nel vino scioglie quello che è eccessivamente concentrato, consentendo di bere senza ubriacarsi. La stessa Eucarestia vede Cristo allungare il vino nell’acqua (trasformando la scarsità in abbondanza), al contrario del Dio greco dell’ebbrezza, Dioniso che lo vuole puro, così come Noè aveva sbagliato bevendo il frutto della vite nella sua purezza e finendo per ubriacarsi e per essere deriso dal figlio Cam. Cristo trasformò anche l’acqua in vino, così come l’Alchimista trasforma un elemento nell’altro (l’Acqua in Fuoco).

In Cina l’acqua è yin si contrappone al fuoco che è yang, ma l’acqua è anche legata al fuoco nel senso che la pioggia è legata al fulmine e nell’Alchimia si cerca di mutare l’acqua in fuoco e il Mercurio alchemico è l’acqua di fuoco, così come lo è ogni sostanza alcolica.

Sempre in Cina l’acqua è indicata negli I-King con il trigramma K’AN (l’abissale) e richiama l’albero dell’acacia, il Nord, il freddo, il solstizio d’inverno, i reni ed il colore nero.

Per i Sumeri l’acqua è un elemento puro ed è designato da un monogramma vocale e cioè –A-, che non a caso vuol dire pure “padre”, “prole”, “discendenza”, “frutto”

Per gli antichi Egizi l’acqua si scrive con l’ideogramma MU (MW) che è la matrice di tutte le cose, collegato con il termine (MWT = madre). Così pure la lettera N è indicata con il simbolo delle onde del mare. Ed un altro termine egizio per acqua è infatti NT.

L’acqua è comunque un simbolo ambivalente, portatore al tempo stesso di vita e di morte.

Nella Bibbia le fonti d’acqua ed i pozzi sono luoghi di incontro e di ristoro nei lunghi viaggi nel deserto dove l’ospite deve offrire l’acqua a colui che è ospitato, così come Rachele offre acqua ad Isacco e Cristo lava i piedi ai suoi discepoli.

 

 

 

Jahvè è come la pioggia di primavera (Zeus), la rugiada che fa crescere i fiori (Zeus, Eos l’aurora), le fresche acque che sorgono dalle montagne (così come il mondo procede dall’Uno nel Neoplatonismo). Sempre nella Bibbia il giusto è come un albero sulle rive di un fiume (l’olivo di Atena). Chi costruisce cisterne per contenere l’acqua è infedele a Dio, giacchè non ha fiducia nel fatto che Dio provvede a tutti e perché presume che un qualsiasi contenitore finito possa contenere l’infinità del flusso delle acque ed infine perché l’acqua conservata è come acqua morta che non serve a nessuno: conservare acqua è per la Bibbia contraddire la natura propria di questo elemento, fluido, dinamico, vitale.

In molte leggende il cervo (Atteone) cerca l’acqua così come l’anima cerca Dio. L’acqua è simbolo di saggezza (fonte del sapere, pozzo di saggezza) e mentre il pozzo richiama il sapere consolidato, la sorgente ricorda la cultura che elabora il sapere.

Gesù è sorgente di vita, dal suo costato esce acqua e sangue (temperanza). Nella Trinità il Padre è la sorgente, il Figlio è il fiume e lo Spirito è l’acqua una volta bevuta. Per Gregorio di Nissa l’Acqua di Vita è profonda come il pozzo ed immobile come il fiume così come in Montale il mare è “vasto ed impetuoso ed insieme fisso” cioè una metafora dell’Assoluto, sorgente inesauribile di tutto ciò che è ed al tempo stesso ricettacolo di tutto ciò che si è già formato.

Per Tertulliano l’acqua è materia perfetta, feconda ma semplice e trasparente, che con il battesimo trasforma l’uomo vecchio in uomo nuovo.

Le fonti di acqua sono considerate luoghi sacri: così nell’antichità la sorgente Castalia a Delfi ispirava le profezie della Pizia, grazie ai vapori generati dal riscaldamento delle acque.

L’acqua è anche un filtro, una prova, un criterio di giudizio e di selezione: c’è chi affonda e chi galleggia (le streghe, il sughero); le acque sono uno strumento di punizione, una ordalia (giudizio di Dio) da cui ad es. Mosè si salva. Le acque calme sono simbolo di pace, le acque agitate simbolo di disordine. E le acque che rompono gli argini sono simbolo di inondazione e di morte: con la rottura degli argini le acque separate si riuniscono e si ricompongono, a spese della terra e di chi ci abita. Così è stato sul mar rosso quando l’esercito egizio è stato travolto dal richiudersi delle acque (ed anche qui Mosè si salva dalle acque) allo stesso modo il diluvio che distrugge il mondo allora conosciuto è l’effetto della riunificazione tra le Acque Superiori (la pioggia) e le Acque Inferiori (mare e fiumi).

Le Acque Superiori (le acque sopra le montagne) sono di genere maschile perché fecondano la terra, mentre le Acque Inferiori e sotterranee sono di genere femminile, rappresentano la terra gravida o la luna e sono infide ed insicure. Le acque amare dell’oceano che l’uomo deve attraversare rappresentano (anche in Dante) l’al di là della vita.

Per l’Islam l’acqua versata produce l’uomo mentre le opere dei miscredenti sono come il miraggio dell’acqua nel deserto per chi è assetato.

Per il mistico Jami il trono di Dio con il suo spirito si erge nell’acqua, mentre per il grande mistico persiano Rumi Dio è l’acqua dell’Oceano mentre le onde sono le creature finite, così come nel buddismo la Vacuità è il mare mentre le forme sono le onde.

La sacralità dell’acqua è tale che anche la abluzioni quotidiane sono un momento liturgico e dopo di esse viene effettuata una preghiera.

Secondo la leggenda Alessandro Magno viene accompagnato nel suo viaggio da un cuoco (brahmano?) che lo deve guidare alla ricerca della sorgente della vita.

Il sangue invece è simbolo solare e di esso si nutre il sole, soprattutto presso gli Aztechi che chiamano “acqua preziosa” (chalchiu-atl) la giada verde. Presso i Dogon l’acqua verde feconda la terra e dà origine a dei gemelli (come Romolo e Remo) metà uomo e metà serpente. Sempre per i Dogon l’acqua equivale alla luce e rappresenta il verbo generatore ed è detta “ spirale di rame”.

L’acqua è come la parola: l’acqua umida presiede alla creazione del mondo ed è come la parola che viene detta, mentre l’acqua secca è come la parola che viene taciuta.

Tale parola taciuta viene considerata anche “parola rubata” al dio Am da Yurugu lo sciacallo (Seth o Anubi) che rappresenta l’Inconscio del linguaggio a cui i Dogon chiedono divinazioni; Yurugu è il fuoco sotterraneo, forse il Sole eclissato dalla Luna o quanto meno il Sole nel suo viaggio notturno negli Inferi.

Il dio Am con l’acqua umida crea il mondo semplicemente creando un suo doppio, Nommo (il suo rapporto con questo doppio si può paragonare al rapporto tra il Nirguna Brahman e il Saguna Brahman ).

Per gli Aztechi sia l’acqua che il fuoco sono legati tra loro dalla loro capacità di dare la morte (annegamento, folgorazione, incenerimento, gotta, idropisia). Narciso, poeta adultero, annega guardando nell’acqua che è mezzo di profezie e visioni poetiche.

Per i Celti l’acqua lustrale è ottenuta immergendo in acqua un tizzone sacrificale. Essi mettono un bacile d’acqua fuori la casa di un defunto per consentire l’aspersione a chi esce da essa (realisticamente anche per evitare un’infezione vista la natura spesso epidemica delle malattie mortali dell’epoca).

Per i Germani le acque si ghiacciano in Ymir, il gigante da cui ha origine il mondo.

L’acqua stagnante è considerata di genere femminile. La Terra genera senza piacere il Ponto, un mare sterile. Di genere maschile invece è l’insieme delle acque dolci su cui galleggia la Terra (in sumero Apsu ). Se i Sumeri considerano il mare dall’acqua salata di genere femminile (Tiamat), per i Greci l’Oceano è maschile e la sua spuma è lo sperma che genera Afrodite.

Tiamat è considerata principio del caos e del male e non si sa se sia il Golfo Persico oppure il mare occidentale (Mediterraneo) visto che per i Sumeri anche Humbaba, il mostro della foresta di cedri, si trova ad occidente.

Per gli Egizi segno e simbolo della creazione è la striscia di fango lasciata dalle acque, mentre la ninfea (il loto?) delle acque primordiali è la culla del sole.

Per il poeta Novalis l’acqua è un principio femminile, sensuale, materno ed il sonno non è che un flusso ed un riflusso delle acque. Per la psicologia del profondo l’acqua è fecondatrice dell’anima: l’acqua ferma, fangosa indica perversione, l’acqua ghiaccia indica frigidità, mentre l’acqua straripante indica l’inconscio all’attacco, la pesca (Platone, Gesù, Melville, Hemingway) rappresenta il conscio che trae a sé l’inconscio. L’acqua profonda è l’inconscio mentre l’acqua superficiale è il conscio.

L’Acquario, undicesimo segno dello zodiaco, è rappresentato come un uomo vecchio con un anfora da cui esce un acqua eterea (aria): quest’uomo è una sorta di mosaico androgino (l’anfora sembra quasi un ventre femminile) e labirintico. Esso è Saturno (satur, saturo, pregno) che libero dagli istinti va verso lo spirito attraverso la sua maternità spirituale.

La dialettica tra acqua e vino spiega la doppia natura del Cristo, celeste (fuoco del vino) e umana (fluidità dell’acqua).

L’acqua è piena di entità misteriose (i pesci, Gesù) e rappresenta l’inconscio. Il sole che s’immerge nel mare rappresenta il viaggio verso il mondo dei morti. L’acqua sotterranea è il Caos originario, l’acqua dal cielo rappresenta la prosperità, i gorghi e i fiumi in piena rappresentano gli sconvolgimenti, i fiumi calmi rappresentano la vita quotidiana mentre stagni e pozzanghere rappresentano geni benefici o malefici. L’acqua versata o sprecata nell’abluzione o dall’acquasantiera va alle anime del purgatorio (quindi niente viene sprecato).

Presso gli Aztechi il paradiso dei guerrieri (simile al Valhalla) è chiamato Tlalocan (paradiso di Tlaloc, dio delle piogge) mentre l’Aldilà degli uomini normali è Mictlan (simile alla terra vichinga Midgard). La guerra invece è detta Atl-tlachinolli (acqua-fuoco) perché è prima di tutto lotta tra gli elementi. Per i Maya il mese dura 20 giorni e il giorno della pioggia, atl, è il nono giorno, spesso un giorno (detto anche Muluc) sfortunato perché apporta umidità e febbri.

Molti luoghi di culto sono vicini ad acque termali e gettare monete in acqua è una forma di offerta alle divinità ctonie (anche così il dio dei morti diventa Ploutos cioè ricco da cui Plutone ) nelle quali si può annoverare anche Ermes dio del commercio ma anche dei ladri e dei crocicchi e psicopompo (la frase “o la borsa o la vita” rispecchia questa ambiguità di Ermes, dio che apporta ricchezza ma che può anche togliere la vita).

Sono state trovate vasche da bagno e catini lustrali sia a Mohenjio-Daro, a Cnosso, a Tenochtitlan, per effettuare abluzioni purificatrici; il battesimo sia nel mediterraneo che nell’antico Messico scaccia il peccato originale e le colpe dei padri. Le divinità ctonie venivano celebrate con acqua sorgiva mentre quelle celesti con acqua fluviale. La pioggia così come la manna è simbolo di Grazia, rugiada celeste, rugiada di maggio (mercurio solforoso).

Le creature dell’acqua (Yin) sono creature dell’inconscio come le Apsara indiane (seguaci di Indra, così come le Muse e alcune ninfe sono seguaci di Apollo), tentatrici di asceti, che si nascondono negli stagni dove fiorisce il loto. L’eroe Puruvaras nel poema Kalidasa ama una ninfa acquatica. Le Ondine, le Melusine; le Sirene sono creature elementari, metà donna e metà pesce, pericolose in quanto vogliono l’anima della loro vittima, visto che loro ne sono prive.

 

 


24 novembre 2009

Joseph Halevi : tra Usa e Cina è un compromesso tra junk-economies

 

La Stampa è stato il giornale italiano che ha meglio colto l'essenza del «deal», l'accordo-intrallazzo tra gli Usa e la Cina che si può riassumere nella traformazione dello slogan maoista «la politica al comando» in «l'economia al comando». Non si tratta però dell'economia in quanto base materiale per generare occupazione e livelli di vita socialmente e ecologicamente decenti. Si è trattato invece dell'incontro tra le due componenti principali di ciò che Loretta Napoleoni ha chiamato, nel suo ottimo libro, «economia canaglia», che diventa tale appunto perché è al posto di comando, plasmando le istituzioni nazionali e le relazioni internazionali. Sul piano produttivo e del consumo, Usa e Cina sono due «junk economies», junk essendo un termine americano per definire il ciarpame. I prodotti junk possono essere nuovissimi come i Suv e l'assurda Hummer - derivata dal veicolo militare Humvee - non a caso recentemente venduta dalla General Motors a una società cinese. I due paesi hanno strutture di consumo e di produzione che escludono il sociale più che altrove. Per ciò che riguarda gli Usa questa tendenza era stata individuata oltre 40 anni fa da John Kenneth Galbraith e da Baran e Sweezy. Ora la «junk economy», il lato materiale dell'economia canaglia, viene istituzionalizzata in quello che si prospetta come un lungo periodo di crisi, soprattutto negli Stati uniti e in Europa. 



Miopi e noiosi sono gli economisti che vedono nella rivalutazione del remimbi, la moneta cinese nota all'estero come yuan, la soluzione del maggiore squilibrio nei conti internazionali. Al persistente deficit Usa verso Pechino (cioè al surplus cinese) sono indissolubilmente legati gli interessi capitalistici, imprenditoriali e finanziari, statunitensi e britannici, con forti ramificazioni in Europa continentale come in Francia. Quest'ultimo aspetto fa della voce grossa di Sarkozy contro lo svuotamento della conferenza climatica di Copenhagen una vocina in falsetto, emessa solo a fini populistici. La dinamica delle esportazioni cinesi è quella che garantisce al mondo capitalistico una forza lavoro attiva con salari da esercito di riserva. Nel mercato interno i margini di profitto sono molti bassi perché le autorità cinesi favoriscono, attraverso politiche di credito facile e mafiosamente articolato, la nascita di una pletora di imprese in tutti i settori. Ciò crea un grande flusso di produzione finale, un vasto consumo di input come l'acciaio (oltre mezzo miliardo di tonnellate annue), di cemento (oltre un miliardo di tonnellate) e di carbone con «ottimi» effetti ambientali sull'aria e sull'acqua. Ma, data la pletora di aziende, profitti non sarebbero sufficienti all'accumulazione se non ci fosse il mercato estero. Tali guadagni provengono proprio dalla differenza tra i salari monetari cinesi lungo l'arco dell'intera catena produttiva nazionale e i prezzi di vendita all'estero. Da questa differenza vengono ricavati anche una bella fetta dei proventi della società della grande distribuzione, come Walmart, e di tutte le società che subappaltano in Cina le cui esportazioni, appunto, originano per oltre il 60% da filiali di multinazionali estere.
Molte di queste sono europee. La trasformazione degli Stati uniti e anche di una parte dell'Europa (Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Francia) in economie di servizi è coerente con il ruolo industriale mondiale della Cina; l'India invece ne è ancora lontanissima. In questo contesto la Cina permette anche la deflazione salariale in Occidente, come ben sanno i sindacati Usa. Gli squilibri Cina-Usa sono quindi vitali agli interessi del capitale globale che vuole la «ripresa» ma non quella salariale.
Essi sono inoltre un aspetto cruciale degli interessi che controllano la cosiddetta ripresa economica, questa volta principalmente statunitense. Con le politiche di Geithner e Summers di salvataggio dei titoli tossici, la ripresa Usa viene fatta dipendere dalla spesa pubblica e da una nuova bolla speculativa. Se Geithner-Summers-Bernanke hanno ricreato le condizioni speculative regalando denari a banche e affini, chi ha permesso il collocamento dei soldi in titoli derivati nuovamente tossici? In primis la Cina stessa, col suo grande rilancio produttivo inquinante che ha invertito la caduta dei prezzi delle materie prime, ha rigonfiato la speculazione sul rischio dei mercati futuri, compresi quelli di fonti energetiche alternative, ha rilanciato le banche di investimento. Le nozze Cina-Usa fanno felici Wall Street, la City di Londra ed anche la Bourse de Paris.


22 novembre 2009

Angela Pascucci : Obama e la Cina. Tutti insieme disperatamente

 

Potenza taumaturgica del G2. La conferenza di Copenhagen sul clima, data per spacciata a Singapore, è stata riportata a un'esile vita ieri a Pechino. Il presidente Usa Barack Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao, emersi da due ore e mezzo di incontro sulle sorti dei rispettivi paesi (fatte coincidere con quelle dell'intero pianeta), hanno espresso la volontà di arrivare a dicembre a un'intesa che non sia solo una dichiarazione politica ma un accordo che copra tutti i punti in discussione e che soprattutto «abbia immediati effetti operativi», parole del capo della Casa bianca. Il tanto auspicato accordo vincolante resta morto e sepolto ma da ieri si sono riaffacciate le speranze che a dicembre in Danimarca non si riscaldi ulteriormente l'aria solo con le chiacchiere. Restano le perplessità sul comportamento delle due potenze globali, una in declino l'altra in ascesa e non a caso entrambe in testa alla classifica degli inquinatori globali, che erano state indicate come le maggiori responsabili del flop di Singapore, ma che ieri si sono dilungate in raccomandazioni sulla fisssazione di precisi limiti di emissione e sul finanziamento di piani di aiuto per i paesi in via di sviluppo. 



Quanto a tutto il resto, i due leader mondiali hanno dato lo spettacolo di un doppio monologo scritto dai rispettivi staff, davanti a una affollatissima conferenza stampa convocata solo per ascoltare, essendo che le domande, anche quelle più innocue e precotte, erano state escluse. Ciascuno dei capi di stato ha letto il suo breve intervento. Uno scambio di colpi di fioretto, in realtà, sul comune sfondo dei richiami alla necessità di collaborare. «Viviamo un momento in cui le relazioni fra Usa e Cina non sono mai state così importanti per il nostro avvenire comune» ha detto Obama. Dobbiamo «continuare ad adottare una prospettiva strategica e a lungo termine, aumentare il dialogo e lavorare assieme per costruire un rapporto Usa-Cina positivo, ampio e cooperativo» ha fatto eco Hu.
Ciò non ha impedito al presidente americano di toccare il tasto dello yuan e di un tasso di cambio che nel tempo «tenga conto del mercato» e di affermare che certo gli Stati uniti riconoscono che il Tibet è parte della Cina ma auspicano che Pechino riavvii il dialogo col Dalai Lama. Annunciando subito dopo che Usa e Cina riprenderanno presto il dialogo interrotto sui diritti umani. «E' credo fondamentale degli americani che tutti gli uomini e le donne possiedono certi fondamentali diritti umani» e che questi si applicano «alle minoranze etniche e religiose».
Da parte sua, Hu Jintao, che non ha nemmeno menzionato le questioni valutarie, ha toccato un «suo» tasto dolente quando ha sottolineato come «nelle attuali circostanze, i nostri paesi avrebbero bisogno di opporsi e rifiutare il protezionismo in tutte le sue manifestazioni». Quanto alla politica estera, a ognuno il suo protetto, e la questione del nucleare iraniano, per Pechino, si deve risolvere col negoziato. Tal quale come la Corea del nord.
«Non ci si poteva aspettare che le acque si aprissero e tutto si risolvesse in due giorni e mezzo in Cina» ha dichiarato il portavoce della Casa bianca Robert Gibbs. D'altra parte non si può escludere che il target dei discorsi dei due leader fossero le rispettive audience nazionali. Da una parte i commentatori della Fox che abbaiano dagli schermi attaccando Obama il quale in quesi giorni avrebbe dato, con i suoi toni soft, uno spettacolo di «debolezza». Dall'altra un variegato schieramento cinese che va dai nazionalisti duri e puri a un problematico gruppo di intellettuali e attivisti per i diritti sociali che vede all'opera tutti i giorni il volto più barbaro di questa alleanza col capitale mondiale nelle pieghe più oscure della «fabbrica del mondo». Insieme a una parte di opinionisti cinesi che diffida di un coinvolgimento della Cina a livello più profondo sul teatro dei conflitti globali a fianco degli Stati uniti, adombrando una sorta di «piano» per indebolire la posizione cinese a condizionarne l'azione strategica.
Per ora comunque gli intrecci economici prevalgono. Nel 2005 Robert Zoellick, allora vice segretario di stato oggi presidente della Banca mondiale, affermava «La nostra politica ha avuto un notevole successo: il drago è emerso e si è unito al mondo» e chiedeva alla Cina di diventare un «responsabile stakeholder», qualcosa di più che un'azionista. Il discepolo ha superato il maestro e la la visita di Obama, che oggi chiama Pechino un partner strategico, parla di una relazione Usa-Cina senza precedenti e che nelle sue connessioni sfugge a ogni definizione. Il Quotidiano del popolo in un suo editoriale del 16 novembre la descriveva come una coppia da «gemelli siamesi»: qualunque parte si volesse tagliare, si condannerebbe anche l'altra a soffrire.


8 ottobre 2009

Vladimiro Giacchè : la nuova febbre dell'oro

 

Giovedì scorso le sale contrattazioni di tutto il mondo hanno assistito ad un fenomeno sconcertante: l'oro che saliva di 40 dollari all'oncia in una sola giornata, avvicinandosi ai 1.000 dollari all'oncia. La cosa ha preso in contropiede buona parte dei trader e dei giornalisti economici. Anche perché la domanda di oro fisico per gioielleria, nel secondo trimestre del 2009, è scesa ai minimi da oltre 5 anni. E quindi la spiegazione del rialzo va cercata da qualche altra parte. Ma dove? Qui la fantasia si è scatenata. Per il Sole 24 ore, «il movimento è nato dai grafici» (ossia dall'analisi tecnica, che avrebbe dato un segnale di acquisto). Per altri, dall'imminente chiusura di un fondo rialzista sul petrolio. Per altri ancora, da rumors di acquisti da parte delle banche centrali. Qualcuno ha ricordato che l'oro sale sempre nel mese di settembre. Qualcun altro, sul blog del Financial Times, ha tratto ispirazione dagli astri: «le recenti tendenze rialziste sono avvenute in anni dispari, le rotture al rialzo si sono verificate in settembre, quando Marte si trova in congiunzione con Saturno». Quest'ultima spiegazione rappresenta un'eloquente conferma del detto di Adorno, per cui «l'astrologia è la metafisica degli imbecilli». Ma in fondo non è molto più irrazionale del titolo del Sole.
In verità le cose sono più semplici. Per mesi si è alimentata l'illusione che il forte rialzo del mercato azionario da marzo fosse il segnale che «anticipava» (secondo i più ottimisti «di 6 mesi») la fine della crisi. È molto più probabile, invece, che si sia trattato solo di un rialzo inserito in una tendenza ribassista di più lungo periodo. Perché la crisi è tutt'altro che finita. Questo dicono i dati sulla disoccupazione Usa (salita al 9,7%, record dal 1983, con ulteriori 216.000 posti di lavoro bruciati ad agosto) e sulla disoccupazione in Europa (9,5%, con 21 milioni di disoccupati). Ma anche i dati sui noli marittimi (con il Baltic Dry Index sceso del 44% da giugno) e quelli sul prodotto interno lordo, che evidenziano un calo dal 4% al 6% in tutti i maggiori paesi industrializzati dell'Occidente.
Non solo: nessuno dei problemi aperti a livello finanziario è stato risolto. La mina dei derivati è ancora lì (lo ha rilevato la Banca Centrale Europea a proposito dei credit default swaps). Le regole contabili internazionali sono state alleggerite. E sul Sole24ore del 2 settembre abbiamo potuto leggere che gli attivi delle banche occidentali a fine 2008 erano pari a 62.000 miliardi di dollari, a fronte di un capitale di appena 3.800 miliardi. Questo equivale a una leva finanziaria di 16,5: di fatto, il portafoglio delle banche è oggi 3 o 4 volte più rischioso di quello degli hedge fund più aggressivi. 



Insomma, come ai tempi della «bubble epoque» che credevamo finita nel 2007. Ma con una differenza rilevante. Che nel frattempo, per tamponare la crisi, sono state impegnate risorse pubbliche di enormi proporzioni. Si è calcolato che i soli Stati Uniti abbiano impegnato risorse pari a 3 volte quelle spese per la seconda guerra mondiale e 12 volte di più, in rapporto al pil, di quanto fu speso per combattere la Grande Depressione. L'ovvio risultato è l'esplosione del debito pubblico Usa. Ma in Europa le cose non vanno meglio, con un deficit francese quest'anno veleggia all'8% e quello inglese addirittura al 12%. Per non parlare del Giappone, da tempo campione mondiale del debito pubblico.
Tutto questo avrà in un prossimo futuro enormi conseguenze per tutti noi (una per tutte: la definitiva distruzione del welfare - almeno in assenza di forti movimenti sociali di contrasto). Ma una conseguenza è già chiara: oggi nel mondo non esiste alcun porto sicuro dal punto di vista valutario. Se il debito pubblico statunitense è una bomba a tempo, nessuna reale alternativa in termini di investimento valutario è oggi all'orizzonte. Per questo motivo molti paesi emergenti, a cominciare dalla Cina, stanno cercando di creare proprie aree valutarie o di regolare i propri scambi facendo a meno delle valute tradizionalmente egemoni. Ma è un processo che richiede tempo. È in questo contesto che l'oro torna ad assumere il ruolo di valuta rifugio, di «moneta mondiale» (Marx). Oggi l'oro - ben lungi dall'essere quel «residuo di tempi barbarici» di cui parlava Keynes - è già «divenuto la terza valuta internazionale di riserva dopo dollaro ed euro, e si avvia rapidamente a diventare la seconda» (Gartman).
La febbre dell'oro è insomma, come ogni altra febbre, un sintomo. Un sintomo dell'attuale disordine valutario. Ma più in generale del fatto che è l'attuale ordine economico mondiale ad essere, sempre più chiaramente, un «barbarous relic».


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20 luglio 2009

Recensioni del libro di Alberto Burgio "Senza democrazia"

 

Note a margine del libro “Senza democrazia. Un’analisi della crisi” di Alberto Burgio.

1. Controstoria del neoliberismo e cause della crisi.

Nella prima pagina dell’inserto “Finanza & Mercati” de “Il Sole 24 ore” di mercoledì 27 maggio 2009 campeggiava questa dichiarazione del banchiere David Renè James de Rothschild: “Governi e banche centrali hanno gestito bene la crisi”.
Di fronte a siffatti tentativi di falsificazione della storia, salutiamo con estremo favore voci critiche come quelle di Alberto Burgio, il cui nuovo libro (“Senza democrazia. Un’analisi della crisi”, DeriveApprodi, Roma 2009) ha il merito di riflettere sulla crisi inserendola in un ampio contesto storico e ricercandone le radici nella vicenda ultratrentennale del neoliberismo.
Questo largo angolo visuale, unitamente al confronto tra i caratteri del neoliberismo statunitense ed europeo (figlio della lezione gramsciana di “Americanismo e Fordismo”), è senz’altro uno dei maggiori pregi del libro, che offre al lettore una massa di informazioni di non sempre agevole reperimento.
Nell’elaborare la sua “controstoria” del neoliberismo, Burgio individua le cause di fondo della crisi nella sovrapproduzione di capitale e di merci, all’origine della quale operano le condizioni imposte al lavoro dipendente: deregulation del mercato del lavoro, precarietà e bassi salari. In sintesi: siamo di fronte a una crisi da sovrapproduzione figlia dei meccanismi di riproduzione del neoliberismo.
Secondo Burgio la crisi esplode, e non casualmente, nel momento in cui, dopo una fase di “guerra di posizione” durata circa un ventennio (1980-2001), il neoliberismo sferra l’attacco più duro e feroce alle conquiste sociali e politiche della c.d. “età dell’oro”, ossia dei trenta gloriosi anni che vanno dal dopoguerra fino alla fine degli anni 70 del novecento, iniziando una intensa “guerra di movimento” (dal 2001 fino al 2008) che ha come obiettivo principale l’asservimento totale e definitivo del lavoro e della forze sindacali agli interessi del capitale.

2. L’umanità davanti a un bivio.

D’altra parte, la portata sistemica della crisi parrebbe indurre la previsione di trasformazioni epocali. Anche sul punto l’analisi di Burgio è puntuale e rigorosa. Bando ai facili entusiasmi. Nessun scontato goodbye al neoliberismo è dietro l’angolo. Secondo l’autore la crisi pone l’umanità di fronte ad un preciso bivio: da una parte, la possibilità che il capitalismo, non soltanto difenda le proprie posizioni, ma le fortifichi e le estenda, trasformando la “rivoluzione passiva” neoliberale dell’ultimo trentennio in una vera e propria “restaurazione conservatrice” (come nella Germania post Weimar), con profonde e gravi conseguenze regressive anche sul piano delle libertà democratiche e dei diritti; dall’altra parte, si profila la possibilità di una “transizione egemonica forte”, ossia di una fuoriuscita dal capitalismo, la cui insostenibilità sociale, economica ed ecologica è ormai sotto gli occhi di tutti.
Questa seconda possibilità, tutta da costruire, si gioverebbe di taluni elementi di segno progressivo che la crisi sta facendo emergere e che Burgio, con grande puntualità e lucidità, individua nel ritorno alla centralità dello Stato e della politica (dopo anni di primato del mercato); nel ritorno alla centralità della produzione (dopo anni di primato della finanza) e, dunque, nella connessa possibilità di una riemersione “forte” del conflitto capitale/lavoro; nella crisi dell’unilateralismo statunitense e nel connesso spostamento del baricentro degli equilibri geopolitici verso la Cina, l’India e i paesi del sudamerica; ed infine, nell’assunzione, sul piano economico, di una sempre maggiore rilevanza dei fondi sovrani, ossia di ingenti masse di capitale appartenenti a paesi non capitalistici o comunque non asserviti all’occidente (es. Cina, paesi arabi ecc.).
Sugli esiti della sfida, Burgio non si avventura correttamente in alcuna previsione, ben consapevole del fatto che tutto dipenderà dall’evoluzione dei rapporti di forza in campo, dalla “coscienza operosa, dotata degli strumenti necessari a tradurre in realtà idee, giudizi e volontà” delle soggettività di sinistra e anticapitaliste e dalla loro capacità di sviluppare e mettere a frutto gli elementi progressivi sopra enucleati.

3. Il neoliberismo di “marca americana”: tra indebitamento privato e rivoluzione passiva.

In questo quadro, una delle parti più stimolanti del libro è certamente quella in cui l’autore, rispondendo all’interrogativo “perché non vi è stata difesa?” (al mortale attacco sferrato, a partire dagli anni 80 del novecento, al lavoro dipendente) e utilizzando categorie gramsciane, giunge alla conclusione per cui in Europa, a differenza che negli Stati uniti, il processo di affermazione del neoliberismo non ha assunto la forma di una “rivoluzione passiva”, bensì quella di una pura e semplice restaurazione, e ciò per l’assenza di una costruzione egemonica sul terreno materiale ed economico idonea a soddisfare, almeno in parte, le esigenze dei ceti subalterni.
Secondo una riflessione che Burgio conduce ormai da anni (iniziata quantomeno col suo “Gramsci Storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere”, Laterza, Roma-Bari 2003, e proseguita con “Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno”, DeriveApprodi, Roma 2007), ciò che Gramsci chiama rivoluzioni passive sono processi di trasformazione complessi della società caratterizzati da almeno tre elementi essenziali: la direzione dei processi di trasformazione economica, sociale e politica da parte delle classi dirigenti tradizionali; il soddisfacimento parziale delle istanze dei ceti subalterni, con conseguente, sia pur minimo, effetto progressivo; l’assenza di conflitto determinata, da un lato (a), dall’egemonia della classi dirigenti tradizionali e dall’altra (b), dalla debolezza e, in ultima istanza, dal trasformismo, delle forze politiche e sindacali “progressive” che rappresentano i ceti subalterni.
L’affermazione del neoliberismo negli Stati Uniti ha soddisfatto, secondo l’autore, tutti e tre gli aspetti salienti della nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”.
In particolare, l’egemonia delle dottrine neoliberiste si è affermata, oltre (e prima) che sul terreno culturale (manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mass media, proposizione di valori e modelli di comportamento ecc.), sul terreno della struttura economica e materiale, attraverso la ricetta economica, favorita da precise scelte governative e del sistema bancario, del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati. Ricetta, questa, che ha permesso alla classe media e anche a strati della classe operaia statunitense di compensare la riduzione dei redditi di lavoro determinata dai processi di sistematico smantellamento del sistema industriale (in favore delle reti finanziarie) attuati dal capitale e di mantenere tendenzialmente stabile il proprio tenore di vita.
Il fenomeno non deve stupire se si pensa che, ad esempio, anche il “fordismo” ha costruito la propria egemonia sul terreno materiale, attraverso la politica degli “alti salari”.
Parafrasando Gramsci si potrebbe dire che negli Stati Uniti l’egemonia neoliberista “nasce dalla finanza (non più dall’industria) e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia”.

4. Neoliberismo europeo e trasformismo della sinistra: un’ipotesi di mera restaurazione?

Secondo Burgio in Europa il processo di affermazione del neoliberismo avrebbe avuto invece una dinamica differente in quanto non sarebbe stato determinato dalla costruzione di un impianto egemonico operante (già) sul terreno delle condizioni materiali dei ceti subalterni e, quindi, non sarebbe stato sostenuto da elementi di relativa progressività sul piano del soddisfacimento delle esigenze economiche dei subalterni. Tale conclusione muove dalla constatazione (esatta) per cui nei paesi europei (si pensi all’Italia) la ricetta del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati non ha operato, così impedendo l’affermazione della pur effimera base materiale dell’egemonia costituita dal coinvolgimento del lavoro dipendente nella speculazione finanziaria.
L’assenza di conflitto nell’affermazione del neoliberismo, secondo l’autore, sarebbe da imputarsi esclusivamente alla sua egemonia culturale (e non materiale) e al trasformismo delle forze politiche e sindacali di sinistra, pronte a saltare sul carro del vincitore e a recepire acriticamente i principi e i dogmi del nuovo vangelo economico.
Secondo tale ragionamento, il processo europeo di affermazione del neoliberismo sarebbe stato peggiore di una rivoluzione passiva, in quanto privo di quei minimi effetti di relativa progressività per i ceti subalterni che caratterizzano ogni forma di rivoluzione-restaurazione. Ci saremmo, pertanto, trovati in presenza di una pura e semplice restaurazione.
Pur condividendo l’impianto generale e l’analisi del libro, sul piano critico, ciò che, forse, può essere eccepito alla stimolante riflessione di Burgio è l’assenza di una ipotesi di ricerca tendente ad individuare l’esistenza di vie proprie e originali (“non di marca americana”) che in Europa l’egemonia neoliberista potrebbe avere sviluppato (anche) sul terreno materiale ed economico.

5. Il “caso italiano” e la funzione del debito pubblico.

Con riferimento all’Italia, ad esempio, ciò su cui bisognerebbe interrogarsi è la natura e la portata della forza egemonica sul terreno materiale della scelta di conferire in tutto il trentennio neoliberista - al di là dei tanti proclami ideologici sulle virtù del libero mercato (la “fanfara” neoliberista) - permanente centralità al debito pubblico (in luogo del debito privato). Quest’ultimo aspetto avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento da parte dell’autore, e ciò anche in considerazione delle dimensioni socio-economiche del fenomeno. Si consideri che secondo i dati forniti da Luigi Pasinetti in un noto saggio pubblicato nel 1998 con il titolo “The myth (and folly) of the 3% deficit/Gdp Maastricht parameter” sul “Cambridge Journal of Economics”, nel caso dell’Italia, il debito pubblico è per la stragrande maggioranza (tra l’80 e il 90%) posseduto da soggetti residenti.
Come gli studi dello stesso Pasinetti dimostrano, una cosa è il giudizio sul processo di accumulazione passata del debito pubblico e altra e ben diversa cosa è la funzione che il debito pubblico svolge una volta formatosi. Il debito pubblico offre due facce della medaglia. Da un lato, è una passività per lo Stato (e, attraverso, lo Stato, per l’intera comunità), ma, dall’altro, rappresenta un insieme di attività finanziarie per il singolo individuo o le singole istituzioni (private o pubbliche) che ne detengono il possesso, permettendo loro di trasferire nel tempo il proprio potere di acquisito. Non esistono dubbi sul fatto che una tale funzione, nella misura in cui determina un effetto di spiazzamento delle attività finanziarie private a favore di quelle pubbliche, svolga un ruolo molto importante quale fattore di (relativa) maggiore stabilità finanziaria di un sistema. In altri termini, se si considera l’indebitamento totale (debito pubblico più debito privato), quei paesi (come l’Italia) che hanno un elevato debito pubblico mostrano un indebitamento privato decisamente più basso. Il che potrebbe essere una delle ragioni per le quali in Italia gli effetti della crisi non sono stati così devastanti come in paesi a elevato indebitamento privato quali gli Stati Uniti.

6. Ipotesi di lavoro.

Bisognerebbe chiedersi se la politiche del debito pubblico del trentennio neoliberista (ma analogo discorso si potrebbe forse fare, nonostante il contrario avviso dell’autore, per le politiche dei redditi e di concertazione introdotte con gli accordi del 31 luglio 1992 e del 23 luglio 1993 e che oggi, non a caso, Confindustria e governo Berlusconi si apprestano a smantellare con l’opposizione della sola CGIL) siano state solo finzioni sovrastrutturali o abbia portato concreti vantaggi materiali, sia pure minimi e transitori, ai ceti più deboli, così costituendo l’equivalente “di marca italiana” e sul terreno materiale, dei transitori ed effimeri vantaggi concessi ai ceti medi e agli operai americani attraverso il facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa. La transitorietà dei vantaggi materiali è, infatti, un dato comune anche alle ricette neoliberiste statunitensi. Basti pensare all’inferno nel quale il facile accesso all’indebitamento privato ha condotto oggi milioni di famiglie americane.
Se l’ipotesi di lavoro qui sommariamente abbozzata fosse fondata (debito privato sta agli USA come debito pubblico sta all’Italia) la categoria della “rivoluzione passiva” potrebbe essere recuperata anche per qualificare il neoliberismo di casa nostra. Il che non dovrebbe stupire né scandalizzare, ove si consideri che, per Gramsci, persino il fascismo, pur differenziandosi dal fordismo, era una “rivoluzione passiva” in virtù della componente corporativa che introduceva embrionali strutture di Stato Sociale.
La ricostruzione qui suggerita, infine, avrebbe il pregio di coordinarsi perfettamente con le ipotesi dell’autore circa gli sviluppi futuri della “crisi”, dando conto, con coerenza, della possibilità di involuzione, anche sotto il profilo delle garanzie democratiche di libertà, degli assetti politici ed istituzionali dei paesi occidentali, in termini di passaggio da una fase, per l’appunto, di “rivoluzione passiva” a una fase di vera e propria “restaurazione conservatrice”. Ragionando diversamente il possibile “salto di qualità” in termini di risposta regressiva delle classi dominanti non risulterebbe allo stesso modo apprezzabile.

Roberto Croce

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Il libro di Alberto Burgio sulla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, senza nulla concedere alle semplificazioni, si propone come uno strumento di conoscenza e lavoro per tutti coloro che vogliono andare alla radice di questa crisi e della sua genesi. Il libro è di agevole e piacevole lettura anche per i non specialisti.
La ricostruzione, accompagnata da una ricchissima bibliografia, parte, infatti, dalla conclusione della seconda guerra mondiale e dal periodo storico 1945 -1975, noto come i «trenta gloriosi». Il nodo centrale della ricostruzione storica è l'analisi di come gli Usa modellarono una fase di crescita che sembrava avere introdotto per sempre nel capitalismo una dimensione sociale eliminandone la congenita instabilità e di come si è poi arrivati alla fase neoliberista degli ultimi trenta anni. Infine si analizza criticamente l'esplosione della crisi uscendo dagli schemi semplificatori di molti altri libri e articoli, in particolar modo per quanto concerne il rapporto tra finanza e industria. Si punta il dito sul modello di accumulazione sviluppatosi dagli anni Novanta e sullo squilibrio sistemico del capitalismo e si affrontano le trasformazioni sociali avvenute in Italia a seguito dell'avvento del neoliberismo. Rilevare lo squilibrio sistemico del capitalismo, che oltre che ai capitalisti, appariva superato al personale politico occidentale, compresi i vari riformismi, consente di fare emergere la parabola discendente della prassi e del pensiero riformista sia in Italia che in Europa.
Tutto ciò sarebbe sufficiente a consigliarne la lettura. In questo volume però si sviluppa, contemporaneamente, una linea di analisi più coraggiosa e ambiziosa della sola ricostruzione critica di questa lunga fase storica. L'autore, infatti, sviluppa una riflessione sul presente attualizzando la domanda che Antonio Gramsci si pose sul perché Mussolini avesse vinto; insomma perché, in particolar modo in Europa, la rivoluzione neoliberista non ha incontrato una resistenza sociale, per non parlare di quella politica, all'altezza delle drammatiche conseguenze sociali che provocava? Su cosa si è basato il consenso di massa ottenuto, dai Bush, dalla Thatcher, da Berlusconi? Burgio, dopo avere richiamato anche l'esigenza di una riflessione sulle trasformazioni antropologiche avvenute - consumismo e individualismo -, ricostruisce, fuori da ogni imbastardimento, il concetto originario di Gramsci di «rivoluzione passiva», cioè di processi di trasformazione economica, sociale e politica diretti dall'alto. Tale concetto per essere utilizzato richiede, oltre alla direzione dall'alto, che le trasformazioni diano parziale soddisfazione alle istanze poste dalle classi subalterne e che vi sia l'assenza o la carenza del conflitto sociale.
Notoriamente in Gramsci tale concetto era associato all'analisi del trasformismo delle classi dirigenti italiane. L'autore ci ricorda che per Gramsci le rivoluzioni passive, così intese, sono «restaurazioni progressive», vi è cioè la capacità delle classi dominanti di fare i conti con importanti processi di trasformazione della società. Così definito il concetto, egli ne trae la conclusione che mentre negli Usa esso è pienamente utilizzabile, in Europa, specificatamente in Italia manca la condizione della parziale soddisfazione di esigenze delle classi subalterne che sono state solo vittime e non parzialmente beneficiarie, come negli Usa, della bolla speculativa finanziaria. Ne esce un atto di accusa molto radicale sui gruppi dirigenti del riformismo europeo, visti come un esempio di trasformismo, e la ricerca di una spiegazione meno politologica della crisi della rappresentanza politica a sinistra. In questo quadro si indica come maturi una pericolosa crisi democratica. Sarebbe di grande interesse fare interagire il richiamo alla spiegazione antropologica, nella linea di Pasolini e altri, con il concetto di rivoluzione passiva, il libro ce ne offre un'opportunità.
Negli ultimi due capitoli si affronta l'oggi, sia attraverso una valutazione critica delle misure adottate dai governi di tutto il mondo per uscire dalla crisi, sia rispetto alle prospettive aperte di fronte a noi. Il libro sottolinea l'ambivalenza della situazione odierna, e quindi la presenza di un'opportunità per una svolta radicale, senza nascondere i pericoli che dobbiamo superare. Si polemizza con grande forza contro il rischio, a sinistra, di una nuova fase di «pensiero desiderante che scambia la congettura per previsione e la previsione per analisi», in favore di un realismo attivo, basato sul conflitto sociale, la soggettività e la democrazia. Si tratta di trarre profitto dalla crisi di egemonia del capitalismo prima che si avvii una possibile nuova rivoluzione passiva, se non una crisi senza uscite. Si indica la via di un diverso modello di sviluppo, riassumendo quanto già elaborato dai saperi critici che a sinistra hanno in questi anni costruito delle opzioni di politiche alternative, sottolineandole la concretezza a fronte dell'irrazionalità del capitalismo.

Francesco Garibaldo



Una guerra contro il lavoro. La rivincita del capitale sulle conquiste sociali del ciclo precedente. E’ questa, in definitiva, la cifra con cui Alberto Burgio legge ed interpreta – nel suo ultimo libro – la grande trasformazione neoliberista degli ultimi 30 anni. Avvincente come un romanzo e documentato come un atto d’accusa, si legge nella quarta di copertina. Vero! Con un’attenzione scrupolosa alle cifre, Burgio ricostruisce con chiarezza genesi e geografia di un disastro. Un crollo mondiale, concomitante e irrefrenabile, del Pil, della produzione industriale, del credito a imprese e famiglie, dei consumi e dell’occupazione. Esplosa per l’insolvenza dei lavoratori sottopagati o disoccupati, la crisi si dispiega aggravando precarietà e disoccupazione. Le conseguenze socio-economiche di ciò sono prevedibili e dirompenti, laddove l’entità delle risorse necessarie al contrasto assume proporzioni tali da scardinare ciò che resta delle retoriche rigoriste che questa crisi hanno concorso a determinare. La situazione italiana è, se possibile, ancora più drammatica. Debito pubblico, salari, precarietà, disuguaglianza, famiglie povere. L’effetto del keynesismo delinquenziale dell’establishment nazionale degli anni 80-90, eversivo in alcune sue componenti e capace di dilapidare alcuni fra i settori strategici del nostro sistema industriale. La società si dissolve nei suoi estremi: senza legge in alto, senza diritti in basso. Non si fa politica industriale e dell’innovazione ma la colpa di tutto viene scaricata sul costo e sulla produttività del lavoro. Della Costituzione democratica e fondata sul lavoro non rimane che una parvenza.
Il contesto in cui matura questa rivoluzione conservatrice è quello della globalizzazione neoliberista. Le conquiste degli anni 60-70 vengono messe fra parentesi e il capitale è ora in grado di restaurare il ciclo storico precedente. Con una valutazione che da sola richiederebbe un supplemento di analisi, Burgio ritiene che tale smottamento sia dovuto non poco alla fine dell’URSS, concepita come riferimento fondamentale e termine di paragone con cui il capitalismo è stato costretto a misurarsi. Una tesi alla Hobsbawm. D’accordo, ma fino a quando? E a quali costi per quei popoli sottomessi? Di certo però c’è che a partire dagli anni 80 il capitale si prende la sua rivincita. Cerca lo scontro campale e vince (controllori di volo USA, minatori inglesi, operai Fiat e non solo da noi). Luoghi e attori della democrazia vengono via via espropriati di ogni potere reale, che si concentra nelle mani di una tecnocrazia globale fatta di multinazionali, operatori finanziari e società di rating.
Ma perché il mondo del lavoro subisce così pesantemente senza reagire? L’analisi di Burgio è gramsciana: questioni di egemonia e di rivoluzione passiva. I mutamenti del lavoro dissolvono le condizioni che avevano favorito l’ascesa operaia laddove, con un controllo pervasivo dei media, il capitale si riappropria di una egemonia culturale, foriera di una vera e propria svolta antropologica.
Il degrado italiano, per parte sua, è anche figlio del degrado della sinistra, che introietta con zelo esagerato le teorie della governabilità e della modernizzazione su cui la incalza l’avversario. Se oggi siamo un paese intossicato e assuefatto a tutto è anche a causa del vuoto lasciato a sinistra. Fra le sue cause recenti vi sarebbe per Burgio un antico vizio nazionale: il trasformismo. La fine del PCI e la concertazione sindacale rappresentano, ai primi anni ’90, gli eventi che per Burgio marcano il passaggio di fase. L’A. è ben conscio del carattere epocale entro cui, anche da noi, maturano le cause dell’arretramento. E tuttavia, scrive, c’è sconfitta e sconfitta. E ad andare perduta è stata, prima di tutto, l’autonomia culturale e strategica. Ci si carica dell’interessa nazionale ma col risultato di avallare, in un paese iniquo e incline all’illegalità, un risanamento pagato tutto dal mondo del lavoro. Troppe concessioni, in sostanza, senza contropartite per il mondo che si vuole rappresentare.
A questo punto la replica non può che essere: qual’era l’alternativa? Si potevano aggirare i vincoli della nostra collocazione internazionale? All’estero è andata tanto diversamente? Era ipotizzabile la conservazione del PCI? E quanto a lungo? E che dire di un’alternativa antagonista a relazioni industriali già estenuate dalle sconfitte degli anni 80? La lotta infatti c’era stata, ma la si era persa e a più riprese. E questo Burgio, forse, non lo sottolinea abbastanza.
Di contro però, nessun protagonista di questi anni può chiamarsi fuori rispetto al disastroso bilancio politico e sociale che è sotto gli occhi di tutti. Che non ci fossero veramente alternative va’ argomentato e provato, sul piano storico e politico, alla luce di ciò che ne è derivato. E quest’onere è tutto di chi quelle scelte ha voluto e perseguito. In questo Burgio ha perfettamente ragione.
Oggi, con la crisi, possono effettivamente aprirsi nuove opportunità. Ma quali? La ricetta di Burgio, intellettuale e militante comunista, è un ritorno all’organizzazione e all’antagonismo sociale. Un ripristino dell’impianto classista laddove egli stesso deve ammettere una tendenziale estinzione delle classi sociali, sia pure come esito regressivo in atto Il ceto medio scompare forse come classe in sé, ma la sua soggettività (stili, valori, culture) resiste alla crisi materiale che la attanaglia. La sua proletarizzazione economica non prelude affatto, crediamo, ad una sua proletarizzazione socio-politica. Piuttosto è il proletariato che ci pare “cetomedizzarsi” sul terreno della soggettività.
C’è poi l’obiettivo di un ricompattamento politico, in grado di riportare a sintesi una soggettività oggi dispersa, precarizzata e colonizzata ideologicamente. Ma in che modo? Ciò che per il momento ci tocca constatare è che sotto la spinta potente delle retoriche populiste, in Italia come in Europa, prende corpo una drammatica secessione di massa da quel poco che è rimasto di tutte le ideologie novecentesche del movimento operaio. Del resto, se di svolta antropologica si è trattato, si capisce come il compito che abbiamo di fronte risulti a dir poco titanico.

Salvo Leonardi

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Da ormai dieci anni, dai tempi di Modernità del conflitto e attraverso il recente Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno , tutti pubblicati da DeriveApprodi, Alberto Burgio si impegna in un intenso corpo a corpo con i problemi della composizione, della soggettività e della lotta delle classi nella modernità capitalistica con i metodi e il rigore dello studioso messi al servizio di una militanza politica e intellettuale esplicitamente assunta. Questo suo ultimo lavoro - Senza democrazia. Per un'analisi della crisi , (DeriveApprodi, Milano 2009, pp.288, euro 15) - si propone di fornire ai lettori gli strumenti per comprendere l'attuale situazione del mondo del lavoro e della sinistra e per spiegare come i conflitti ineludibili che sorgono in luoghi e momenti diversi non riescano a collegarsi e a farsi rappresentare efficacemente. Senza democrazia : il titolo denuncia la situazione prodottasi nelle nostre società, nelle quali i soggetti implicati nei conflitti in passato definiti di classe non riescono a determinare le scelte generali. La grande speranza che il suffragio universale aveva aperto fin dal 1793, che le minoranze privilegiate sarebbero state accerchiate dalla volontà delle maggioranze consapevoli dei propri diritti sembra oggi illusoria.
In questi anni non sono mancate analisi lucide e rigorose della crisi e del rapporto fra la finanziarizzazione e la perdita di potere dei lavoratori organizzati. Non pochi economisti denunciano lo scandalo della costante riduzione dei salari in tutto il mondo capitalistico ma criticano anche la pura indispensabile richiesta di politiche di redistribuzione della ricchezza, proponendo invece vere e proprie politiche industriali. D'altra parte molte analisi sulla potenza dell'immaginario, abbinata a quell'invenzione della tradizione di cui le Leghe sono diventate esperte - che sono state messe in campo per spiegare la peculiarità del dominio esercitato dalla destra italiana nell'ultimo ventennio - trascurano spesso la contraddizione in ultima istanza e finiscono per limitarsi a una battaglia anche coraggiosa nel campo del costume, del quotidiano, dell'etica, o della contestazione del dominio biopolitico.
L'analisi di Burgio ha l'ambizione di analizzare le classi e le loro possibili soggettività dentro la crisi del capitalismo finanziario globale. Nei primi capitoli riassume e sistematizza le vicende della finanziarizzazione dell'economia e della politica di guerra della presidenza Bush, l'esplosione della "bolla speculativa" immobiliare, l'insolvenza generalizzata delle classi lavoratrici trascinate in una politica di credito al consumo che si era manifestata già nella crisi del '29. Ma per comprendere gli effetti sociali di questi processi utilizza la categoria gramsciana di "rivoluzione passiva" e l'applica al nostro presente. Specialmente nel quarto capitolo, "Egemonia e rivoluzione passiva", Burgio spiega i comportamenti collettivi di tanta parte del mondo del lavoro che in Europa e negli Usa come l'effetto dell'introiezione da parte della sinistra politica delle ragioni dell'avversario e dunque della superiorità del mercato capitalistico - che ha ben diverse finalità e razionalità - nel rispondere in ultima istanza ai bisogni economici, sociali e simbolici di tutti. A un capo di questo processo, l'implosione dell'Urss che «come ebbe a scrivere Guy Debord, ... tolse alle democrazie occidentali ogni incentivo alla virtù» e ai lavoratori organizzati, dall'altro il paradosso tragico dei fondi pensione.
La globalizzazione mercantile e finanziaria ha prodotto la ristrutturazione oligarchica dei centri di decisione. Le delocalizzazioni, le esternalizzazioni, i mutamenti dell' organizzazione del lavoro hanno contribuito a provocare una disgregazione corporativa della società, in cui il conflitto delle classi fondamentali è ideologicamente riletto come frizione, come concorrenza fra ceti e gruppi. Tale lettura è uno degli effetti della "rivoluzione passiva". A questo proposito, un passo del volume va raccomandato in particolare all'attenzione e lo cito quasi interamente: «Il mutamento trasformistico della sinistra italiana... è avvenuto nel segno della "scoperta della complessità" che ha indotto dirigenti politici e sindacali a dismettere la prospettiva classista». Contro letture riduttive e caricaturali, Burgio rivendica invece la modernità creativa del marxismo, per leggere le difficoltà attuali dei lavoratori e dei partiti che ad essi fanno riferimento ma anche per individuare le possibilità di un nuovo modello di sviluppo che ridia ad essi la capacità di autolegittimarsi anche soggettivamente. In un capitalismo in cui - come dice la presentazione editoriale del volume - «le forze produttive sociali si sono sviluppate in misura tale da surclassare le capacità metaboliche del capitalismo, che non è stato più in grado di metterle pienamente in valore e di alimentarne lo sviluppo in forme socialmente progressive» il volume permette di mettere meglio a fuoco una strategia, di lungo periodo, di emancipazione sociale.

Maria Grazia Meriggi


9 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : la crisi sta finendo ?

 E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4], e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].

Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito

Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.



Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del mainstream neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito[6]. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del mainstream appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il legal standard, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari[7]. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica[8]. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione[9].

Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari

Per quanto diffusa, l’interpretazione mainstream della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative[10]. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una crisi speculativa da sovra-sproporzioni[11]. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata la crisi di un mondo di bassi salari[12]. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti[13].

Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?[14] La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky[15], potremmo parlare di ultra-speculative working poors, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista

Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro[16]. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.

Quell’ombra in fondo al tunnel

Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”[17]. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte[18].

* Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it.

[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in
http://www.voxeu.org/, 6 april 2009.
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.?
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.?
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito:
http://www.emilianobrancaccio.it/).
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari & Finanza, 11 maggio 2009.
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia:
http://www.bancaditalia.it/). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.


8 giugno 2009

Rosario Patalano : Keynes a Pechino

 In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.



Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. Una posizione che spiazza la proposta di riforma oggi più accreditata, avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse. L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di currency peg (cambio fisso) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette (con meccanismi di parità mobile - Crawling peg – o di fluttuazione manovrata Manged floating). L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete. L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali. La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.

La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta (quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro) con la proposta di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods (1944), che appunto doveva configurarsi come una moneta sovranazionale.

Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, “capace di rimanere stabile nel lungo periodo”, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi, richiederebbe una coraggiosa e “straordinaria visione politica” che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Right, SDR nell’acronimo inglese). Istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro, proprio sulla base della critica di Triffin, i DSP sono particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti all’IMF in proporzione alle loro quote di partecipazione. Il legame dei DSP con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità dell’IMF che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri. Qualsiasi paese dell’IMF che registri un deficit può cedere i DSP di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta. Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i DSP nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca. Con la loro istituzione l’IMF accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.

Zhou Xiaochuan riconosce che i DSP possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu). Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei DSP come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri dell’IMF. Propone poi l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo dell’IMF (Articles of Agreement), proposto nel 1997, durante la crisi “asiatica”, che prevede il raddoppio dei DSP in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito all’IMF dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi. La proposta è stata già in parte recepita dal recente vertice londinese dei G20). Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in DSP per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi DSP sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo “le monete di tutte le maggiori economie”, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale. L’IMF dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma l’IMF in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (così come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i DSP appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali. Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria.

È evidente che con questa proposta la Cina intende assumersi un ruolo decisivo nel nuovo ordine monetario internazionale, senza però passare attraverso le incertezze del mercato dei cambi. Da sempre, infatti, le autorità cinesi temono che l’abbandono del controllo politico del cambio possa incentivare attività di speculazione portando alla destabilizzazione della loro l’economia. Del resto hanno fino ad ora avuto ragione, visto che l’economia cinese è rimasta immune dall’ultima tempesta valutaria che nel 1997-1998 ha colpito l’Est asiatico e la Russia.

Il peso che i cinesi ormai ricoprono nell’economia mondiale e il ruolo che essi hanno assunto, come principali detentori di riserve valutarie internazionali (1950 miliardi di dollari), rendono estremamente rilevanti queste affermazioni per le scelte sul futuro assetto dell’ordine monetario internazionale.


29 maggio 2009

Stefano Rizzo : le difficoltà di Obama in politica estera

 

Un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi risultati. Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia o i rapporti con Cuba. Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontra in Afghanistan e nel vicino Pakistan. E nelle insidiose acque della Palestina.

Tempo addietro, rivolgendosi a coloro che si aspettavano rapidi e sostanziosi cambiamenti nella politica estera americana, Barack Obama dichiarò che un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando sicuramente Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ordini per spostare la nave su una diversa rotta, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi concreti risultati.

Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia e nelle acque limitrofe del mar Nero, che rientrano nella ripresa della guerra fredda nei confronti della Russia iniziata da George Bush. Le manovre furono programmate come risposta, o risposta alla risposta, nei confronti della Russia, che qualche mese prima aveva annunciato manovre navali congiunte con il Venezuela di Ugo Chavez in acque che gli Stati Uniti considerano di loro stretta pertinenza fin dal lontano 1823, dai tempi cioè della Dottrina Monroe. Specularmente è esattamente quello che pensano i russi del mar Nero e di un'area geografica che l'Impero russo prima, l'Unione sovietica poi, la Russia di Putin alla fine, considerano parte della zona esclusiva di influenza russa.

Nel suo incontro del G20 a Londra con Vladimir Putin Obama aveva annunciato che le relazioni russo-americane sarebbero ripartite da zero ("dobbiamo premer il bottone del reset" - disse). Ma evidentemente i comandi dei computer sono più veloci di quelli delle navi da guerra e le manovre georgiane-statunitensi, che tanto hanno innervosito la Russia, aumentando il nervosismo per lo scudo missilistico in Polonia-Repubblica ceca e per altre provocazioni "minori", si sono tenute.
Con la conseguenza che il sempre imprevedibile (e irresponsabile) presidente georgiano Sakashvili per aumentare la tensione tra lo storico egemone russo e il suo nuovo protettore americano non ha trovato di meglio che diffondere con grande fanfara la notizia di un presunto colpo di stato ai suoi danni che sarebbe stato orchestrato dai servizi segreti russi per "destabilizzare la Georgia". Gli americani non ci hanno creduto molto e in ogni caso hanno fatto finta di niente.

Lo stesso discorso vale per Cuba. Le aperture diplomatiche di Obama sono innegabili, anche se sono state ricevute in modo contraddittorio dai due fratelli Castro, con Raul (che sarebbe il presidente in carica) che ha mostrato di apprezzarle, mentre Fidel (che non avrebbe incarichi di governo) che le ha respinte con sdegno. Ma intanto la corazzata americana proseguiva il suo corso e la settimana dopo il dipartimento di stato confermava, per l'ennesima volta, l'inclusione di Cuba tra i paesi che sponsorizzano il terrorismo.
Una inclusione che non ha mai avuto alcuna giustificazione concreta, ma risale all'animosità tra i due paesi dopo la rivoluzione castrista del 1959, e precisamente al fatto che negli anni seguenti Cuba aveva dato rifugio ad esponenti delle Pantere nere e di altri gruppi "sovversivi" nordamericani e che negli anni ‘80 aveva sostenuto i movimenti di guerriglia marxista in America centrale. (Del resto anche Cuba considera - con qualche ragione dopo il tentativo di invasione della Baia dei porci e i molti attentati contro la vita di Fidel Castro -- gli Stati Uniti uno stato terrorista.)

Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontrerà in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In quella regione la strategia politico-militare è tracciata già da molti anni (dall'invasione di fine 2001): liberare l'Afghanistan dai talebani puntando sulla presidenza di Hamid Karzai e sostenere il Pakistan come argine contro il fondamentalismo islamico, sostenendo qualsiasi leader che dimostri la capacità di controllare il paese. Chiaramente sia la politica sia la strategia militare elaborate dalla precedente amministrazione americana sono fallite: i talebani sono all'offensiva, controllano larga parte del territorio, mentre il governo Karzai si è dimostrato del tutto inefficace a contrastarli (oltre che particolarmente corrotto nell'amministrazione interna).
Obama non ha potuto fare altro fin qui che continuare quella politica, mandando più soldati e ordinando di intensificare le operazioni militari in tutto il paese per cercare di puntellare il traballante governo Karzai. Allo stesso tempo il neopresidente ha fatto trapelare il suo scontento per come stanno andando le cose e si è rifiutato di appoggiare esplicitamente Hamid Karzi nelle prossime elezioni presidenziali. Se, come è probabile, non ci saranno clamorosi risultati positivi di questa "surge" afgana (sul modello che ha portato ad una relativa stabilità in Iraq), Obama dovrà però presto cambiare rotta, in Afghanistan come in Pakistan, dove il governo di Ali Zardari sembra incapace di fermare l'offensiva talebana che minaccia di impossessarsi del piccolo ma pericolosissimo arsenale nucleare pakistano.

Le acque in cui si sta dimostrando più insidioso manovrare la corazzata americana sono quelle, da decenni tempestose, della Palestina, intesa come Israele e Cisgiordania. La politica di Bush era stata per otto anni di acritico appoggio a qualsiasi azione del governo israeliano: dalla continuazione degli insediamenti nei territori occupati, alla guerra del Libano dell'estate 2006, alla guerra contro Gaza di fine 2008. La riproposizione, stanca e tardiva, della soluzione "due popoli - due stati" nella Conferenza di Annapolis del novembre scorso, non aveva prodotto alcun risultato, eccetto, appunto, il brutale assalto israeliano a Gaza.

Da qui la necessità di un cambiamento di rotta, che tuttavia oggi si presenta ancora più difficile, non solo per le prevedibili resistenze interne, ma soprattutto per il fatto che il nuovo governo israeliano sembra avere abbandonato del tutto l'intenzione di consentire la nascita di uno stato palestinese e subordina adesso la sua creazione alla "soluzione del problema iraniano". Ora, non c'è dubbio che l'Iran rappresenti una minaccia, non tanto per le sue inesistenti armi nucleari, quanto per il suo viscerale antisemitismo e per l'influenza che esercita su tutto il Medioriente attraverso il sostegno ad Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah (come anche agli sciiti del Bahrein). Una minaccia che viene denunciata esplicitamente da Israele, ma è avvertita anche dai paesi arabi (sunniti) della regione, primo fra tutti l'Arabia saudita.

Per Obama la difficoltà principale nei colloqui di questa settimana con Shimon Peres e in quelli ancora più impegnativi la settimana prossima con Benjamin Netaniahu sarà fare capire al governo israeliano che deve impegnarsi davvero in una soluzione di pace, senza allo stesso tempo dare l'impressione di ritirare il sostegno tradizionale degli Stati Uniti verso lo stato di Israele. Obama ha bisogno per questo della collaborazione dell'Iran e della Siria (quest'ultima cancellata dalla lista degli stati terroristici - suscitando le proteste di Israele), senza allo stesso tempo incoraggiare le spinte egemoniche di questi due paesi nella regione.
Una manovra complessa, come complesso è tutto ciò che avviene in Medioriente, che metterà a dura prova l'abilità di un comandante deciso a cambiare rotta come sicuramente è Barack Obama. Soprattutto ci vorrà tempo.


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