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1 giugno 2009

Joseph Halevi : Stress test. Giova alle banche ed il cittadino paga

 

Sebbene l'economia continui ad andare a rotoli, da oltre un mese le borse si sono riprese grazie soprattutto al piano aste truccate di Geithner e Summers. Rammentiamo ai lettori che questo piano si basa sulla riabilitazione artificiale dei prodotti tossici, non sul loro sradicamento dal sistema finanziario. Lo «stress test», anch'esso inventato da Geithner, si inserisce pienamente nella strategia di mantenere i prodotti tossici come componente positiva dei portafogli bancari.
Il test dovrebbe verificare la solidità delle banche nell'eventualità che la situazione finanziaria precipiti ulteriormente. I criteri della prova si fondano su dei postulati che riguardano proprio il rischio contenuto in ciascuna della attività in possesso delle banche e vengono incluse anche le cartacce tossiche. Le attività sono classificate e valutate secondo degli indici collegati ad un ipotetico grado di rischio per ciascuna classe ed alla percentuale in cui ogni classe di titoli entra nel portafoglio delle banche. Nello schema, ciascuna classe di titoli ha comunque un valore positivo nel portafoglio bancario.
Nell'ipotesi che nel 2010 l'economia Usa esibisca un tasso di disoccupazione del 10,3 per cento, un declino del Pil del 3,3 per cento ed un calo del prezzo delle case del 22 per cento, le simulazioni del Tesoro Usa prevedono ulteriori perdite da parte delle banche di 600 miliardi di dollari. Lo «stress test» risiede nel misurare se i valori delle attività offrono margini sufficienti per assorbire le perdite.
Il risultato dell'esercizio è stato che 10 banche su 19 devono cercare dei soldi per entrare nei parametri di sicurezza.
La classificazione ed il collegamento dei titoli delle banche per mezzo di indici non ha alcun significato reale, perché una buona parte dei portafogli bancari non è valutabile in quanto contenente cartacce la cui sottoscrizione è avvenuta in maniera fraudolenta e senza documentazione adeguata. Le cartacce non dovrebbero far assolutamente parte dei portafogli bancari, in quanto non sono economicamente redimibili.
Lo «stress test» è un'ulteriore prova dello iato che esiste tra le misure di rilancio e le politiche finanziarie perseguite dal governo di Washington. L'ala economica dell'amministrazione Obama sta conducendo una politica volta a difendere i manager ed i detentori di titoli delle grandi banche nelle quali si concentra il marcio.
Il governo avrebbe potuto far intervenire la Federal Deposit Insurance Corporation, che ha l'autorità legale di assumere la gestione delle banche in crisi, di licenziarne la direzione, svalutarne le attività e farle ripartire su basi completamente nuove. Così successe nel 1983-1984 con la Continental Illinois, durante la presidenza Reagan.
Tuttavia, Geithner e Summers sono assolutamente decisi a salvare quanto più possibile tanto gli interessi economici quanto la struttura dirigenziale delle grandi banche. Dato che i titoli tossici non sono nei fatti redimibili, le banche, in base alla clausola del non ricorso, non dovranno rimborsare allo stato i prestiti ottenuti. Il costo ricadrà sulla collettività, cioè sul bilancio federale. Si vede quindi come lo «stress test» sia in effetti un ulteriore passo nella legittimazione dei titoli tossici in quanto parte delle classi di attività detenute dalle banche.
Questa politica si scontra con gli obiettivi di rilancio di Obama per due motivi. In primo luogo obera il bilancio federale, limitando politicamente la possibilità di maggiori spese nel prossimo futuro. In secondo luogo, non fa ripartire il sistema dei prestiti all'economia e soddisfa solo le esigenze di preservazione politico-economica del capitale finanziario, come comprovato dalla recente ripresa degli indici di Wall Street.


29 maggio 2009

Stefano Rizzo : le difficoltà di Obama in politica estera

 

Un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi risultati. Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia o i rapporti con Cuba. Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontra in Afghanistan e nel vicino Pakistan. E nelle insidiose acque della Palestina.

Tempo addietro, rivolgendosi a coloro che si aspettavano rapidi e sostanziosi cambiamenti nella politica estera americana, Barack Obama dichiarò che un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando sicuramente Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ordini per spostare la nave su una diversa rotta, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi concreti risultati.

Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia e nelle acque limitrofe del mar Nero, che rientrano nella ripresa della guerra fredda nei confronti della Russia iniziata da George Bush. Le manovre furono programmate come risposta, o risposta alla risposta, nei confronti della Russia, che qualche mese prima aveva annunciato manovre navali congiunte con il Venezuela di Ugo Chavez in acque che gli Stati Uniti considerano di loro stretta pertinenza fin dal lontano 1823, dai tempi cioè della Dottrina Monroe. Specularmente è esattamente quello che pensano i russi del mar Nero e di un'area geografica che l'Impero russo prima, l'Unione sovietica poi, la Russia di Putin alla fine, considerano parte della zona esclusiva di influenza russa.

Nel suo incontro del G20 a Londra con Vladimir Putin Obama aveva annunciato che le relazioni russo-americane sarebbero ripartite da zero ("dobbiamo premer il bottone del reset" - disse). Ma evidentemente i comandi dei computer sono più veloci di quelli delle navi da guerra e le manovre georgiane-statunitensi, che tanto hanno innervosito la Russia, aumentando il nervosismo per lo scudo missilistico in Polonia-Repubblica ceca e per altre provocazioni "minori", si sono tenute.
Con la conseguenza che il sempre imprevedibile (e irresponsabile) presidente georgiano Sakashvili per aumentare la tensione tra lo storico egemone russo e il suo nuovo protettore americano non ha trovato di meglio che diffondere con grande fanfara la notizia di un presunto colpo di stato ai suoi danni che sarebbe stato orchestrato dai servizi segreti russi per "destabilizzare la Georgia". Gli americani non ci hanno creduto molto e in ogni caso hanno fatto finta di niente.

Lo stesso discorso vale per Cuba. Le aperture diplomatiche di Obama sono innegabili, anche se sono state ricevute in modo contraddittorio dai due fratelli Castro, con Raul (che sarebbe il presidente in carica) che ha mostrato di apprezzarle, mentre Fidel (che non avrebbe incarichi di governo) che le ha respinte con sdegno. Ma intanto la corazzata americana proseguiva il suo corso e la settimana dopo il dipartimento di stato confermava, per l'ennesima volta, l'inclusione di Cuba tra i paesi che sponsorizzano il terrorismo.
Una inclusione che non ha mai avuto alcuna giustificazione concreta, ma risale all'animosità tra i due paesi dopo la rivoluzione castrista del 1959, e precisamente al fatto che negli anni seguenti Cuba aveva dato rifugio ad esponenti delle Pantere nere e di altri gruppi "sovversivi" nordamericani e che negli anni ‘80 aveva sostenuto i movimenti di guerriglia marxista in America centrale. (Del resto anche Cuba considera - con qualche ragione dopo il tentativo di invasione della Baia dei porci e i molti attentati contro la vita di Fidel Castro -- gli Stati Uniti uno stato terrorista.)

Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontrerà in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In quella regione la strategia politico-militare è tracciata già da molti anni (dall'invasione di fine 2001): liberare l'Afghanistan dai talebani puntando sulla presidenza di Hamid Karzai e sostenere il Pakistan come argine contro il fondamentalismo islamico, sostenendo qualsiasi leader che dimostri la capacità di controllare il paese. Chiaramente sia la politica sia la strategia militare elaborate dalla precedente amministrazione americana sono fallite: i talebani sono all'offensiva, controllano larga parte del territorio, mentre il governo Karzai si è dimostrato del tutto inefficace a contrastarli (oltre che particolarmente corrotto nell'amministrazione interna).
Obama non ha potuto fare altro fin qui che continuare quella politica, mandando più soldati e ordinando di intensificare le operazioni militari in tutto il paese per cercare di puntellare il traballante governo Karzai. Allo stesso tempo il neopresidente ha fatto trapelare il suo scontento per come stanno andando le cose e si è rifiutato di appoggiare esplicitamente Hamid Karzi nelle prossime elezioni presidenziali. Se, come è probabile, non ci saranno clamorosi risultati positivi di questa "surge" afgana (sul modello che ha portato ad una relativa stabilità in Iraq), Obama dovrà però presto cambiare rotta, in Afghanistan come in Pakistan, dove il governo di Ali Zardari sembra incapace di fermare l'offensiva talebana che minaccia di impossessarsi del piccolo ma pericolosissimo arsenale nucleare pakistano.

Le acque in cui si sta dimostrando più insidioso manovrare la corazzata americana sono quelle, da decenni tempestose, della Palestina, intesa come Israele e Cisgiordania. La politica di Bush era stata per otto anni di acritico appoggio a qualsiasi azione del governo israeliano: dalla continuazione degli insediamenti nei territori occupati, alla guerra del Libano dell'estate 2006, alla guerra contro Gaza di fine 2008. La riproposizione, stanca e tardiva, della soluzione "due popoli - due stati" nella Conferenza di Annapolis del novembre scorso, non aveva prodotto alcun risultato, eccetto, appunto, il brutale assalto israeliano a Gaza.

Da qui la necessità di un cambiamento di rotta, che tuttavia oggi si presenta ancora più difficile, non solo per le prevedibili resistenze interne, ma soprattutto per il fatto che il nuovo governo israeliano sembra avere abbandonato del tutto l'intenzione di consentire la nascita di uno stato palestinese e subordina adesso la sua creazione alla "soluzione del problema iraniano". Ora, non c'è dubbio che l'Iran rappresenti una minaccia, non tanto per le sue inesistenti armi nucleari, quanto per il suo viscerale antisemitismo e per l'influenza che esercita su tutto il Medioriente attraverso il sostegno ad Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah (come anche agli sciiti del Bahrein). Una minaccia che viene denunciata esplicitamente da Israele, ma è avvertita anche dai paesi arabi (sunniti) della regione, primo fra tutti l'Arabia saudita.

Per Obama la difficoltà principale nei colloqui di questa settimana con Shimon Peres e in quelli ancora più impegnativi la settimana prossima con Benjamin Netaniahu sarà fare capire al governo israeliano che deve impegnarsi davvero in una soluzione di pace, senza allo stesso tempo dare l'impressione di ritirare il sostegno tradizionale degli Stati Uniti verso lo stato di Israele. Obama ha bisogno per questo della collaborazione dell'Iran e della Siria (quest'ultima cancellata dalla lista degli stati terroristici - suscitando le proteste di Israele), senza allo stesso tempo incoraggiare le spinte egemoniche di questi due paesi nella regione.
Una manovra complessa, come complesso è tutto ciò che avviene in Medioriente, che metterà a dura prova l'abilità di un comandante deciso a cambiare rotta come sicuramente è Barack Obama. Soprattutto ci vorrà tempo.


22 maggio 2009

Maurizio Donato : il piano Geithner ed il capitale paziente

  Dopo lunghe discussioni e non pochi contrasti con gli altri responsabili economici dell’amministrazione, il Segretario al Tesoro Usa ha rivelato i dettagli del piano con cui il governo intende risolvere i problemi delle banche a rischio di insolvenza. Come è noto, nonostante centinaia di miliardi di dollari e un piano di stimolo fiscale spesi nel tentativo di sbloccare il mercato del credito, il versante finanziario della crisi è dominato dall’incertezza circa il destino dei ‘titoli tossici’ presenti nel portafoglio delle banche. Avendo scartato l’ipotesi della nazionalizzazione, il governo americano ha preferito puntare sul salvataggio delle banche, stanziando mille miliardi di dollari per costituire un fondo a maggioranza pubblica che comprerà le attività finanziarie che gravano sui bilanci delle banche in crisi.

La notizia del piano è stata accolta favorevolmente da Wall Street, meno dalla grande stampa (New York Times, Financial Times del 24/3/09) e dalla comunità degli economisti da cui non sono mancati commenti sfavorevoli o quanto meno scettici circa le modalità di funzionamento e l’eticità complessiva dell’operazione.

Tra i favorevoli, Brad DeLong ha scritto a proposito di un ‘capitale paziente’ (non nel senso del malato, dal suo punto di vista) che potrebbe fare un buon affare, considerando che il programma pubblico – diviso in tre diverse componenti – finanzierebbe fino all’85% del prezzo dei titoli, rendendo convenienti transazioni che al momento non si verificano, stante le differenze tra la valutazioni dei titoli da parte dei venditori, che li ritengono sottovalutati, e i
compratori per cui valgono molto meno del prezzo richiesto.



L’aspetto di finanza creativa tipico del piano Geithner consiste proprio nel tentativo di creare un mercato per attività finanziarie che – in quanto tossiche - non incontrano un grande appeal da parte del pubblico, mentre la sostanza non appare molto diversa dal vecchio programma TARP (ribattezzato dai critici TRAP) redatto dall’ex Segretario al Tesoro di Bush, Mr. Paulson. L’idea che gli economisti di Obama sembrano condividere con i consulenti repubblicani è che il sistema finanziario americano sia sostanzialmente solido e sano; l’unico problema sarebbe rappresentato da questi ‘titoli tossici’ che inquinano l’ambiente e per i quali occorre trovare un prezzo. Il finanziatore intanto è stato individuato nel settore pubblico.

Secondo Paul Krugman – critico su questo piano – quello che il Tesoro Usa si starebbe accingendo a creare è qualcosa di molto simile alle Saving & Loans degli anni ’80: strutture finanziarie con scarso capitale, ma molte passività garantite dal settore pubblico. Per gli investitori privati, il piano costituirebbe un aperto invito alla scommessa facile: se esce testa, vinci, se esce croce perde il pubblico, con tanti saluti ai bei discorsi a proposito del rischio morale.

Il problema sul tappeto può essere riassunto in questi termini: gli investitori privati, come i fondi azionari e gli hedge funds, si sono rifiutati sinora di pagare più di 30 centesimi di dollari per la maggioranza di questi panieri di mutui, mentre le banche rifiutano di venderli per meno di 60 centesimi, altrimenti dovrebbero iscrivere a bilancio grosse perdite. Lo scopo del piano Geithner è costruire una situazione – un maxi gioco di fiducia – in grado di colmare il gap tra i due prezzi di domanda e di offerta finanziando la differenza con fondi pubblici che coprirebbero fino all’85% degli acquisti.

Una buona questione da risolvere per rispondere alla domanda che porta a chiedersi perché il settore pubblico dovrebbe impegnare mille miliardi di dollari per comprare titoli tossici, è in che modo l’operazione potrebbe funzionare. Un modo relativamente semplice per far crescere il prezzo dei titoli esiste, e consiste nello scatenare un’inflazione tale da ridurre il valore reale del debito per i soggetti in difficoltà facendo contemporaneamente crescere il prezzo nominale dei titoli, tutti, compresi quelli ‘tossici’. Questo spiegherebbe anche il nuovo obiettivo di aumento della quantità monetaria perseguito da parte della Federal Reserve, che ha praticamente esaurito le manovre possibili sui tassi di interesse.

Tuttavia, far svolgere all’inflazione il ruolo del mercato non sembra particolarmente fair. In teoria, il prezzo di un’attività finanziaria dovrebbe avere una relazione con la valutazione del rischio dei flussi di cassa del venditore e dall’avversione al rischio del compratore. Se un mercato non riesce a formarsi, questo potrebbe voler suggerire che i soggetti della mancata transazione hanno aspettative diverse sui flussi di cassa o un differente atteggiamento nei confronti del rischio, e allora assegneranno prezzi diversi ai titoli. Nella realtà le cose sono più complicate perché il valore che un agente economico attribuisce a un’attività finanziario dipende molto dalle informazioni che ha a disposizione.

Quello dell’informazione non completamente, né perfettamente distribuita è un tema ampiamente dibattuto e di notevole importanza che sembra rilevante per il caso in questione, sicché affermare che nessuno è in grado di dire oggi quanto valga un titolo o un paniere di titoli ‘tossici’ equivale a dire che esiste un’asimmetria informativa tra quello che sanno le banche sui titoli in loro possesso e quello che pensano di saperne gli eventuali investitori. Da questo punto di vista il piano Geithner non fa nulla per risolvere il gap informativo se non mettere dei soldi pubblici sul piatto della contrattazione, cercando di far aumentare in questo modo il prezzo di acquisto che diventa sovvenzionato.

Viste dal punto di vista dei sostenitori del piano, le cose stanno diversamente: è il mercato che ‘sbaglia’ a considerare zero il valore di questi mutui; le banche sanno – correttamente – che saranno onorati, c’è un eccesso di sfiducia e di pessimismo, tanto – sooner or later – la ripresa ci sarà e con questa il valore dei titoli tornerà ad essere ‘normale’.

Potrebbe trattarsi di rischio, di incertezza, di ambiguità, di incompletezza del sistema di preferenze, a far sì che il mercato non riesca a formare un prezzo, oppure potrebbe valere una spiegazione più semplice: le banche sanno perfettamente che il valore dei titoli è 30 ma sanno anche che Geithner prima o poi offrirà 60 e allora aspettano. Capitale paziente.


7 aprile 2009

Giorgio Gattei : una formula per questa crisi

 . In macroeconomia c’insegnano che i consumi sono funzione dei redditi delle famiglie. E se poi si approssimano i redditi delle famiglie alle retribuzioni dei lavoratori, allora i consumi risultano funzione inversa dei profitti dei capitalisti. La relazione è corretta, ma insufficiente. Infatti, quando i redditi e le retribuzioni superano un certo livello diventa possibile per le famiglie, oltre che consumare, acquisire un patrimonio di beni immobili e titoli mobiliari.

Nemmeno questa relazione è però sufficiente perché in epoca di finanziarizzazione sia i consumi che il patrimonio possono essere alimentati anche dal ricorso al credito, che è debito D per le famiglie. Ne risulta così che i consumi C e il patrimonio P delle famiglie sono alimentati dai redditi Y e dall’indebitamento D. Per sintetizzare si può scrivere:

C + P = f (Y, D)

Ovviamente la sostenibilità dell’indebitamento dipende dal tasso d’interesse che viene praticato dalle banche, con un doppio effetto di retroazione positivo se il tasso d’interesse diminuisce. Infatti da un lato aumenta la facilità di ricorso al credito che alimenta la costituzione di maggiori consumi e patrimoni, dall’altro cresce il valore del patrimonio già posseduto (essendo il valore del patrimonio in funzione inversa del saggio d’interesse) che consente un ulteriore ricorso al credito.
E’ stato questo “circolo virtuoso” a sostenere l’esplosione dei mutui immobiliari e quant’altro (anche in presenza di scarse garanzie personali) grazie ad una politica monetaria accomodante che negli Stati Uniti ha ridotto il tasso d’interesse dal 6,50% del 2000 all’1% del 2004.



2. Se però il tasso d’interesse aumenta, quel circolo virtuoso si fa “vizioso”. E’ quanto è successo dal 2004 in poi, da quando la Federal Reserve (per ragioni che qui non è il caso di considerare) ha preso ad alzare il tasso d’interesse portandolo fino al 6,25% alla metà del 2007. Ciò ha reso le famiglie indebitate incapaci a pagare le rate con i redditi e le retribuzioni a disposizione. Così sono state costrette a consumare di meno, provocando una caduta della domanda effettiva, oppure a vendere parte del patrimonio. In questo caso si è prodotta quella deflazione da debito descritta da Irving Fisher nel 1933 e di cui qui si può dare conto con un semplice esercizio numerico.

Sia dato un debito di 100 dollari interamente coperto da un patrimonio mobiliare (10 titoli a 10 dollari ciascuno). Se la banca chiede di ridurre il debito (diciamo del 10%), la famiglia può provvedere vendendo un titolo e consegnando il ricavato alla banca. Ad un debito calato a 90 dollari corrisponderà un patrimonio… Di quanto? Se anche altri debitori, richiesti di ridurre l’indebitamento, vendono titoli, il prezzo in borsa diminuirà, e se contemporaneamente il tasso d’interesse aumenta, i titoli rimasti perderanno di valore. Diciamo che calino a 9 dollari ciascuno, così che a fronte di quel debito ridotto a 90 dollari sta ora un patrimonio di 9×9 dollari = 81 dollari. A maggior ragione la banca chiederà di rientrare dallo “scoperto” di 9 dollari, ma la reiterazione della vendita di un altro titolo da 9 dollari, se la vendita coinvolge più debitori e/o il tasso d’interesse continua a crescere, a fronte di un debito calato a 81 dollari produrrà una svalutazione del valore patrimoniale di quei titoli a 8×8 dollari = 64 dollari.

E’ questo il paradosso di Fisher: più si prova a pagare il debito, più ci si mette in condizioni di non arrivare a pagarlo per la progressiva caduta dei valori patrimoniali (mobiliari ma anche immobiliari, perché il processo è il medesimo) posseduti dalla famiglie, anche di quelle che non sono indebitate. E’ questa la “deflazione da debito” che, da stime provvisorie, avrebbe ridimensionato i valori finanziari nel 2008 di 50.000 miliardi di dollari (cfr. http://www.mybudget360.com/).

3. La formula mette subito in chiaro le manovre disponibili contro la deriva deflazionistica. La prima, quella più immediata, è la riduzione del tasso d’interesse così da rialzare i valori patrimoniali, come si è proceduto a fare dalla metà del 2007 in avanti. Tuttavia se continuano le vendite di titoli e d’immobili per ripianare i debiti, l’effetto della manovra è nullo e nemmeno un tasso di sconto portato allo 0% è in grado d’invertire la tendenza alla liquidazione dei patrimoni.

In alternativa andrebbe meglio l’aumento di redditi e retribuzioni, che consentirebbe alle famiglie di onorare i mutui senza necessità di ricorrere alla vendita dei patrimoni. Ma non si avrebbe una ripresa dei consumi, dovendosi destinare l’incremento del reddito al rimborso del debito. Comunque in questo caso, data la nostra ipotesi iniziale, il costo del superamento della crisi finirebbe a carico dei percettori di profitti.

Ancora più drastica è l’alternativa di una moratoria dei debiti, così che il loro pagamento venga momentaneamente sospeso oppure accollato allo Stato per dilazionarlo. Ma si tratterebbe appena di un rinvio perché i debitori dovrebbero comunque pagarli più tardi.

Per questo l’unico rimedio definitivo ricavato dalla formula è il condono dei debiti facendo pagare in questo caso il costo del superamento della crisi ai creditori stessi. Annulla il debito: sarebbe così data concretezza al precetto che risuona ogni volta che si recita il Padre Nostro: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti, come NOI li rimettiamo ai nostri debitori”. Un impegno verso il prossimo che non sarebbe più fatto di vane parole.


6 aprile 2009

Joseph Halevi : La legge inganno Summers-Geithner sugli asset tossici

 

Se guardiamo ai recenti presidenti Usa dichiaratamente progressisti (Jimmy Carter e Bill Clinton) notiamo che invariabilmente il loro progressismo sfuma, nemmeno intenzionalmente, perché la belva, the beast, impone l'allineamento sulla sua realtà. Carter, che aveva fatto campagna contro lo stallo salariale del periodo Nixon-Ford, crollò di fronte alla politica antinflazionistica inaugurata dalla Federal Reserve di Volcker nel 1979. Fu questa politica ad aprire la porta alla finanziarizzazione dell'economia, alla disarticolazione del mercato del lavoro su cui si è fondata la presidenza Reagan. Per Bill Clinton la capitolazione avvenne con l'abbandono della riforma del sistema sanitario e la deregolamentazione sia delle comunicazioni che dell'ordinamento bancario. Gli esecutori di quest'ultima oggi si trovano al cuore dell'amministrazione Obama. Essi sono i proconsoli della belva, come Larry Summers, che durante Clinton si oppose ad ogni controllo sul traffico dei derivati finanziari. Oggi i Summers ed Geithner stanno facendo capitolare Obama sul terreno della capitalizzazione delle banche in crisi. 



Infatti il piano appena varato è ancora più favorevole agli interessi delle banche di quello di Paulson dello scorso ottobre. Il piano Paulson intendeva estrarre le cartacce tossiche dai libri di conto bancari. Si arenò sulla formulazione del prezzo che lo Stato avrebbe dovuto pagare le banche per prendersi le cartacce. Queste non sono azioni il cui valore, pur essendo crollato, è conosciuto ad ogni momento. Le cartacce dei prodotti derivati non hanno valori verificabili da transazioni di mercato continue. Non hanno valore, quindi. Nel piano Geithner-Summers-Obama è stata fatta la legge con l'inganno incorporato. Il Governo di Washington si impegna a finanziare per il 90% le scommesse al rialzo, effettuate dalle stesse banche, sui prezzi delle cartacce. Come in un'asta truccata. Il finanziamento pubblico è garantito con prestiti senza ricorso (no recourse). Legalmente non devono essere rimborsati se il valore del bene collaterale scendesse al disotto del prezzo di acquisto. Il governo Obama-Geithner-Summers considera quindi le cartacce come beni collaterali.
Per le banche tutto diventa un giochetto: prima si trucca l'asta, giocando al rialzo usando soldi pubblici. E i nuovi «prezzi» delle cartacce ricapitalizzano le banche. Se poi, quando le cartacce vengono rivendute, il loro prezzo dovesse risultare inferiore a quello emerso dall'asta truccata - e così sarà - i libri di conto delle banche non mostreranno un debito nel confronti dello Stato. La regola del «non ricorso» permette di non rimborsarlo. Non per caso le azioni finanziarie sono schizzate in alto a Wall Street. Nemmeno Paulson, sotto pressione dai crolli quotidiani, l'aveva pensata così bene. Allo Stato rimane il debito causato dal finanziamento al 90% dell'asta truccata. Quella di Obama-Geithner è una capitolazione totale agli incendiari. Essa aumenta il ricatto nei confronti dello «stato» delle ormai megabanche. Washington ha accettato il mantra del capitale monopolistico Usa (la belva, appunto) che ricapitalizza attraverso la nazionalizzazione temporanea, come successe in Svezia nel '93, sfiducia il pubblico e crea quindi instabilità compromettendo la ripresa. Cosa completamente falsa, semmai è vero il contrario. Più grave ancora l'accettazione da parte di Obama della tesi che i «prodotti» in mano alle banche abbiano un valore maggiore di quanto appaia, ma è la gente a non capirlo. Emerge pertanto che tutto il chiasso sui bonus ai manager era una cortina fumogena mediatica, mentre Summers e Geithner lavoravano alacremente per consolidare il potere del capitale nei confronti dello Stato.


31 gennaio 2009

Rossana Rossanda : la promessa di Obama (ovvero il caso Battisti)

Messaggio direttamente a Caio : la locuzione "Il caso Battisti" è dovuta alla promessa che ho fatto ad una ragazza che mi piace molto di mettere proprio oggi un post sul caso Battisti 

La «Lettera provocatoria» (in Passaggio Obama , Ediesse) di Mario Tronti agli amici del Centro riforma dello Stato contro le aspettative messianiche poste in Barack Obama mi sembra indirizzata più al Partito democratico italiano che al nuovo presidente degli Stati uniti. Obama infatti non si presenta per quel che non è, ha giurato sulla Costituzione del suo paese, si propone di riportarlo al prestigio perduto senza guerra e rimettendone in vigore i diritti politici, non si professa né comunista, né socialista, né socialdemocratico - parole che negli Stati uniti non hanno gran senso. E' un democratico americano che una sola cosa promette: di cambiare la linea di politica interna ed estera di George W. Bush. 




La potrà cambiare come e quanto un eletto del Partito democratico la può cambiare, cioè dentro un sistema capitalistico dove il mercato, parole sue, è imbattibile, ed è l'unico che gli Stati uniti conoscono e cui aspirano. E' molto? E' poco? Non è poco. Il capitalismo ha più facce, nessuna amabile, ma da diversi anni, come scrive Paul Krugman, ne presenta una delle peggiori. Che non è nata con Bush, si è affermata con Reagan. L'asse ne è stato un liberismo selvaggio, già fallito quando lo predicava von Hajek, ma ripredicato da Milton Friedman e dai suoi Chicago Boys, seguiti con entusiasmo dal Fondo monetario internazionale, dalle Banche centrali nonché dai trattati della nuova Europa. Lo aveva inaugurato Thatcher nel 1974, con la disfatta dei laburisti, e il crollo dei «socialismi reali» nel 1989 ha indotto ad aderirvi, confusi e pentiti, i partiti che ancora si chiamavano comunisti. E con questo è andato a pezzi quel che restava del «capitalismo benevolo» di marca rooseveltiana e più tardi keynesiana. L'arretramento delle condizioni di vita e della coscienza di sé da parte delle classi subalterne è stato grande, il salto tecnologico che poteva liberarle le ha schiacciate e precarizzate, le loro rappresentanze si sono indebolite e quel che in Europa si intendeva per democrazia - non solo votare ogni quattro o cinque anni ma contrattare salari e essere titolari di diritti di un'altra idea di società si è andato spappolando. Se nel secondo dopoguerra gli stati dell'occidente europeo avevano cercato di gestire il conflitto fra le classi, dalla metà dei '70 in poi, e precipitosamente con l'89, ne hanno disconosciuto fin l'esistenza. Produrre, come ebbe a dire perfino Berlinguer, diventava un valore in sé. Su questo Bush ha poi innestato la «guerra infinita», appoggiandone la gestione interna sul Patriot Act (del quale, detto per inciso, soltanto il manifesto si è accorto subito). Anche l'Unione europea si è fatta su questa filosofia, e quando Bush ha messo sotto i piedi i bei principi dei quali essa ammantava i vincoli di stabilità, concorrenza e competitività, si è dichiarata tutta americana (Francia esclusa). Quel che è accaduto, facilitando il successo di Obama, è che teoria e pratica liberista hanno deragliato con fracassso. Non sono state le sinistre, la classe operaia o le moltitudini a sbalzarle dai binari, ma l'ipertrofia della finanza - perdipiù virtuale quella su cui si è potuto puntare a profitti impensabili negli investimenti produttivi di beni materiali o immateriali. E' cresciuta la speculazione, il denaro diventava merce in grado di moltiplicarsi sul nulla, su crediti inesigibili, sui titoli «tossici» che banche e assicurazioni, dopo aver succhiato al di là di ogni limite i consumatori, si sono rimpallate per anni, prima di dover dichiarare di colpo, nel 2008, una bancarotta di dimensioni inimmaginabili. Ora gli stati attingono ai fondi pubblici, che saranno pagati dai contribuenti, per salvare le banche. Le grandi imprese, a partire dall'automobile, cui vengono meno i consumatori, ne chiedono anch'essi l'aiuto. Quello che pareva una bestemmia, dall'oggi al domani è diventato benefico e sollecitato dalla schiera degli economisti già liberisti. Soprattutto se dato gratis, senza contropartita, salvo nel Regno unito e forse negli Usa. Se a questo crollo della finanza, cui seguono a decine di migliaia, fra poco milioni di licenziamenti e una disoccupazione crescente, Obama riuscirà a metter un freno e ristabilire dei controlli, sarà un bene. Non è detto che ci riesca, ma certo non sono in grado di farvi fronte la classe operaia o le masse, senza più né una memoria né un'organizzazione che non vacilli. Anche se Obama riuscirà a mettere fine alla guerra sarà un bene, e non è detto che ci riesca per l'odio seminato nel Medio Oriente e l'ingiustizia assoluta mantenuta da quarant'anni nel conflitto fra Israele e i palestinesi. Per duro che sia riconoscerlo, c'è una dipendenza dalla potenza militare e ancora economica degli Stati Uniti, e un loro anche parziale mutamento di rotta riapre certi margini. Vorrà tentarlo, Barack Hussein Obama? Riuscirà? Tronti ne dubita e in ogni caso non gli basta. Nel dubitare esagera. Quella cui Obama ha dato voce è una rivoluzione simbolica, la sola che pare possibile ai nostri tempi anche a molti suoi interlocutori del Crs e le rivoluzioni simboliche sono comunque meno difficili di quelle che investono alle radici gli assetti di proprietà e di potere, cui peraltro sono necessarie. Quegli Usa che ora hanno intronizzato Obama avevano votato a piene mani il secondo mandato di Bush, a orrori e menzogne della sua guerra già noti. E' stato necessario che qualcuno svegliasse quel circa 16 per cento di cittadini in più dal sonno astensionista, forse l'eccesso dei morti d'una guerra troppo «infinita», certo un candidato più forte di quanto era stato Kerry e sarebbe stata la sola Hillary. Le prime mosse di Obama hanno confermato, nella chiusura immediata di Guantanamo, di fatto del Patriot Act, e nel mettere il negoziato al di sopra e prima della guerra, che non è un nero sbianchettato. Lo dice anche la chiamiamola così - prudenza dell'Europa e lo spiazzamento non solo di Berlusconi - ha ragione Dominijanni - ma di Sarkozy, per non dire dell'inquietudine di Israele, affrettatasi a lanciare e chiudere la razzia su Gaza finché erano ancora in carica Bush e i suoi. Altro è dire che il passaggio a un capitalismo meno guerrafondaio, più somigliante al «compromesso socialdemocratico», non basta: non basta a Tronti e neanche a me. Ma non è al presidente degli Stati uniti che affiderei una rivoluzione. A me Obama preme perché il suo effetto nella smorta Europa sarà forse di riaggregare le forze di quel vecchio e nuovo proletariato che oggi è preso alla gola ed appare schiacciato. Diversamente da Tronti, io non credo che il massimo di incertezza, sfruttamento e oppressione alimenti di più, se mai l'ha alimentata, una coscienza rivoluzionaria. Al più delle rivolte, che per gli stati sono un problema di ordine pubblico. Né i movimenti sono in grado di sostituire una forza organizzata e capace di egemonia. Essa mi sembra tutta da ricostruire. Come Tronti e, aggiungerei, Rita Di Leo, sono una novecentesca spero non del tutto impagliata: è una definizione che non si vuole affatto scortese di uno degli interlocutori, Mattia Diletti, della «Lettera provocatoria». E' che fra di noi c'è un lessico comune, cambiato nei più giovani. Un paesaggio dice cose diverse se guardato da un geologo, un agronomo, un possidente, un contadino, un pittore. In questi trent'anni gli sguardi sono cambiati più del paesaggio. Non sarebbe grave se non si affrettassero ad escludersi, anzi. Fra Mario Tronti e me, divisi sulla natura dell'agente di un mutamento di fondo dei rapporti sociali, è comune l'attenzione ai rapporti di proprietà dei mezzi di produzione, come ordinatori non unici ma primi di una società. Per i più giovani non è così. Ma di questo varrebbe la pena di discutere.


26 gennaio 2009

Ramon Mantovani : Per una svolta positiva nella politica estera Usa non basta il rilancio del multilateralismo

 

Dopo le mille suggestioni sulla vittoria di Barack Hussein Obama forse è necessario, come ha giustamente osservato Dino Greco, attendere dei fatti per esprimere giudizi fondati e seri.
Intanto ci sono questioni, connesse intimamente fra loro e di importanza centrale, sulle quali vorrei soffermarmi.
Nel corso degli anni 90, e fino ad oggi, il ricorso alla guerra è stato una costante da parte di tutte le amministrazioni Usa. Oltre alla ben nota funzione di volano svolta dall'economia militare in ambito interno ed internazionale c'è stato, con tutta evidenza, l'esplicito obiettivo di dare al mondo, dopo la caduta del muro di Berlino, un nuovo ordine fondato sull'espansione globale del capitalismo e sul dominio dei paesi "occidentali". L'uso della guerra si è generalizzato come strumento "normale" di governo del mondo. Mi si scusi la semplificazione, ma si può ben dire che per costruire un nuovo ordine internazionale era necessario destabilizzare e distruggere quello esistente. E' quello che è stato fatto con guerre che hanno generato instabilità sia nei teatri specifici dove sono state combattute sia nelle relazioni mondiali. Così come è altrettanto evidente che la globalizzazione capitalistica ha prodotto tali contraddizioni che il mondo non può essere governato che con una rinnovata politica di potenza e con l'uso permanente della forza.
La prima vittima di questa tendenza sono state le Nazioni Unite. Esse sono state private di funzioni fondamentali sul piano delle politiche economiche e sociali. Basti pensare all'Unctad (l'agenzia del sistema Onu preposta a governare il commercio mondiale) e alla funzione assunta dall'Organizzazione Mondiale del Commercio come motore della globalizzazione. Basti pensare al G7 che, pur essendo nato come una riunione informale dei paesi più industrializzati, ha assunto sempre più la funzione di direttorio mondiale (ed è questo il motivo dell'allargamento alla Russia e della ventilata ulteriore inclusione dei "paesi emergenti" come Cina, Brasile ecc) a scapito dello stesso Consiglio di Sicurezza dell'Onu, chiamato sempre più a ratificare supinamente decisioni prese in una sede nemmeno retta da un trattato internazionale.
In particolare, a livello militare, dopo la fine del patto di Varsavia e della guerra fredda, invece di procedere, come previsto dallo statuto dell'Onu, alla formazione di una forza permanente sotto il comando del Consiglio di Sicurezza per svolgere la funzione di polizia internazionale, abbiamo assistito al rilancio della Nato e al suo allargamento. Al punto che, nel pieno della politica multilaterale dell'amministrazione Clinton, la Nato ha scatenato la guerra contro la Jugoslavia senza nemmeno che il Consiglio di Sicurezza avesse discusso della questione e l'ha conclusa, nel modo che sappiamo, dopo una riunione del G8. Le guerre unilaterali dell'amministrazione Bush, con coalizioni militari a geometria variabile, hanno proseguito il lavoro di delegittimazione dell'Onu fino alla dichiarazione minacciosa del Segretario di Stato Colin Powell secondo il quale l'Onu sarebbe diventata un "ente inutile" se non avesse assecondato le scelte statunitensi. L'unica controtendenza è stata la missione Unifil in Libano. Missione subita e mal digerita sia dagli Usa sia da Israele. La prima composta da decine di paesi sotto il diretto comando del Segretario Generale dell'Onu, dopo più di dieci anni dal fallimento, appositamente provocato per spianare il terreno all'intervento della Nato, della missione di caschi blu in Bosnia.




Oggi Barack Obama sembra riproporre, in versione aggiornata, il multilateralismo come cifra della propria politica estera. La scelta di Hillary Clinton è per questo altamente significativa. Ma lo è anche quella di mantenere nel suo incarico Robert Gates, il Segretario alla Difesa del governo Bush.
L'aggiornamento della dottrina "multilateralista" è dovuto al fatto che per Obama, nel pieno della crisi del sistema, sarà necessario contenere le spinte spontanee dei più importanti governi alla protezione delle proprie produzioni e mercati nazionali, armonizzandole con il tentativo di soluzioni condivise e capaci di salvaguardare il sistema capitalistico globale e segnatamente gli interessi delle società multinazionali, che in trenta anni si sono moltiplicate passando da circa 600 a circa 50mila.
E' parimenti chiaro che una rinnovata politica multilaterale sul piano della guerra è fondata sulla condivisione, da parte dei paesi ricchi, di una strategia comune basata sul rilancio (e sull'allargamento) del G8 e del principale strumento militare a disposizione che è la Nato.
Come non vedere in questa chiave la scelta dichiarata di Obama di rilanciare e rendere centrale la guerra in Afghanistan?
Perché questo è già un fatto indiscutibile.
Vedremo se sarà contraddetto o confermato dai seguenti atti del nuovo governo Usa.
Ma per poter parlare di una svolta positiva nella situazione mondiale, determinata dalla nuova presidenza statunitense, bisognerebbe avere fatti precisi quali il rilancio della centralità dell'Onu in tutti i campi e l'abbandono della guerra permanente come strumento di governo reale del mondo.
Temo che, invece, il rilancio del multilateralismo, del G8, del Wto e della Nato sarebbero salutati, anche a sinistra soprattutto in Europa, come la svolta tanto attesa.
Ed è su questo punto, secondo la mia modesta opinione, che si vedrà il confine invalicabile entro il quale ricostruire il movimento pacifista e la sinistra anticapitalistica nei prossimi anni.


1 marzo 2008

Democrazia diretta

 Le politiche senza precedenti del New Deal - previdenza sociale, assicurazione per la disoccupazione, creazione di posti di lavoro, salario minimo, sovvenzionamenti per la casa - non furono semplicemente il risultato del progressismo di Roosvelt. L'Amministrazione Roosvelt, al suo insediamento, si trovò di fronte una nazione in subbuglio. L'ultimo anno dell'Amministrazione Hoover aveva visto la ribellione del Bonus Army: migliaia di veterani della prima guerra mondiale scesero su Washington per chiedere aiuto al Congresso, perché le loro famiglie facevano la fame. Ci furono manifestazioni dei disoccupati a Detroit, Chicago, Boston, New York, Seattle.
Nel 1934, all'inizio della presidenza Roosvelt, vi furono scioperi in tutto il paese, compreso uno sciopero generale a Minneapolis, uno sciopero generale a San Francisco, centinaia di migliaia di persone incrociarono le braccia negli stabilimenti tessili del Sud. In tutto il paese nacquero dei consigli dei disoccupati. Le persone, disperate, si mobilitarono autonomamente, imponendo alla polizia di rimettere al loro posto i mobili degli inquilini sfrattati, e creando organizzazioni di auto-aiuto con centinaia di migliaia di membri.
Senza un'emergenza nazionale - destituzione e ribellione economica - difficilmente l'Amministrazione Roosvelt avrebbe deciso quelle coraggiose riforme.
Oggi possiamo essere certi che il Partito Democratico, a meno che non si trovi davanti una sollevazione popolare, non si sposterà dal centro. I due principali candidati alla presidenza hanno chiarito che, se eletti, non termineranno la guerra in Iraq immediatamente, né istituiranno un sistema di assistenza sanitaria gratuita per tutti.
Non offrono un cambiamento radicale rispetto allo status quo.
Non propongono ciò che l'attuale disperazione della popolazione chiede disperatamente: la garanzia da parte del governo di un posto di lavoro per tutti coloro che ne hanno bisogno, un reddito minimo per ogni famiglia, un aiuto per tutti coloro che rischiano lo sfratto o il pignoramento.
Non suggeriscono i tagli netti alle spese militari o i cambiamenti radicali al sistema di tassazione che libererebbe miliardi, e persino triliardi, da destinare ai programmi sociali per trasformare il modo in cui viviamo.
Nulla di tutto questo dovrebbe stupirci. Il Partito Democratico ha rotto con il suo conservatorismo storico, il suo voler compiacere i ricchi, la sua predilezione della guerra, solo quando ha incontrato la ribellione dal basso, come negli anni '30 e negli anni '60. Non dobbiamo aspettarci che una vittoria alle urne a novembre cominci a smuovere il paese dalle sue due malattie fondamentali: l'avidità del capitalismo e il militarismo.
Perciò dobbiamo liberarci dalla follia elettorale che travolge l'intera società, compresa la sinistra.
Sì, due minuti. Prima, e dopo, dobbiamo mobilitarci personalmente contro tutti gli ostacoli alla vita, alla libertà, e alla ricerca della felicità.
Ad esempio, i pignoramenti che stanno strappando milioni di persone dalle loro case dovrebbero ricordarci una situazione simile che si verificò dopo la guerra rivoluzionaria, quando i piccoli agricoltori, molti dei quali veterani di guerra (come oggi tanti dei nostri senzatetto) non potevano permettersi di pagare le tasse e furono minacciati di perdere il loro terreno, la loro casa. Essi si radunarono a migliaia intorno alle aule di giustizia e impedirono lo svolgimento delle vendite all'asta.
Oggi lo sfratto di persone che non riescono a pagare l'affitto dovrebbe ricordarci quello che fecero le persone negli anni '30, quando si mobilitarono e rimisero le masserizie delle famiglie sfrattate nei loro appartamenti, sfidando le autorità.
Storicamente il governo, fosse esso nelle mani dei Repubblicani o dei Democratici, dei conservatori o dei liberali, ha mancato di assumersi le proprie responsabilità, finché non vi è stato costretto dalla mobilitazione diretta: sit-in e freedom rides per i diritti dei neri, scioperi e boicottaggi per i diritti dei lavoratori, ribellioni e diserzioni dei soldati per fermare la guerra. Votare è un gesto facile e di utilità marginale, ma è un povero surrogato della democrazia, che richiede la mobilitazione diretta dei cittadini impegnati.


(Howard Zinn)


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16 febbraio 2008

Il marchingegno premoderno della politica americana

 Il marchingegno premoderno della politica americana è un mix di democrazia diretta e di decisioni finali dei grandi elettori dei due partiti, un sistema che dà sfogo alle pulsioni elementari della minoranza di cittadini, interessata alla partecipazione politica alla campagna presidenziale e che lascia il potere nelle mani di chi lo ha sempre avuto. Nelle mani della sola comunità che veramente conta nel paese, i business men che hanno cambiato tanti volti in conseguenza e in parallelo del cambiamento delle forme della ricchezza, grano, carbone, petrolio, macchine, armi, servizi, informatica, finanza. E' un potere elitario che da duecentocinquanta anni neutralizza efficacemente la possibilità di una rappresentanza politica di chi dissente. La comunità del business punta sui possibili suoi rappresentanti, li finanzia equamente nei due partiti e poi ne sceglie uno, quello che meglio le si adatta e lo aiuta a entrare alla Casa Bianca.
.....


Intanto è ancora in piedi il paradosso Obama, il quale molto al di là delle sue intenzioni, è stato investito dai media del compito di rappresentare gli strati sociali, messi ai margini dalla trionfante rivoluzione conservatrice repubblicana. Sono coloro che vivono in comunità-etnie autorefenziali. Gli ispanici con gli ispanici, i clandestini nelle mani di chi li ha fatti entrare nel paese, i neri divisi tra il sottile strato di borghesia che ce l'ha fatta e la maggioranza surclassata anche dai messicani. E poi vi sono gli irlandesi, i polacchi, gli italiani, gli asiatici, gli arabi, gli ebrei. Ciascuno dentro al proprio cortile-comunità dove le regole sono per 2/3 influenzati dalla cultura originaria e per 1/3 dal potere anglosassone. Un potere che o gli ha reso difficile andare a votare o ha acquistato il suo voto. La rappresentanza politica infatti non glielo ha ancora concessa, né partiti, né programmi, solo qualche sindacato corporativo. E qualche intellettuale che parla per loro. Il paradosso Obama all'inizio non parlava per loro sino a quando il suo stratega David Axelrod lo ha convinto che l'elettorato democratico bianco e laureato era minoritario. E che spingendo la leva della retorica e del carisma avrebbe oscurato il suo programma originario dove nelle questioni sociali li rappresentava molto meno della Clinton.

(Rita Di Leo)


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16 febbraio 2008

Le primarie del Colorado

 Qui, più che altrove, è la guerra in Iraq a pesare sulle scelte degli elettori. Fort Carson, la base dell'esercito americano da cui partono ogni mese centinaia di soldati e il grande orecchio americano capace di percepire il lancio di qualunque testata missilistica nel pianeta, sono a cinquanta chilometri dalla capitale.
Nel composito conteggio dei voti, è stata decisiva anche una cittadina come Security, un sobborgo di Colorado Spring, costruito esclusivamente per tenere le famiglie dei soldati vicinissimi alla base.
Il nome, lascia pochi dubbi. Trent'anni fa tutti i maschi abili della zona furono spediti in Vietnam. E ora non c'è famiglia che non abbia qualcuno nell'esercito. April, tre figlie di sette, quattro e pochi mesi, si è spostata qui per seguire il marito Bill. Nel 2001 avevano entrambi 19 anni, vivevano in Alaska con pochi spiccioli e lei rimase incinta. Era aprile, Bill decise di entrare nell'esercito pensando a un lavoro rischioso ma neppure troppo. Dall'11 settembre ad oggi è partito per l'Iraq tre volte, nel 2003, nel 2005 e nel 2007. Tornerà tra undici mesi. «La prima volta che è partito era contento, ci credeva molto - racconta April, che ha votato la «più preparata» Clinton - ora è scoraggiato e spaventato e vorrebbe restare, soprattutto per stare con le bambine che crescono senza di lui. Ma Rogue è molto malata, l'assicurazione dell'esercito ha già speso un milione e trecentomila dollari per curarla. Se dovessimo pagare noi, non so come faremmo anche perché difficilmente Bill troverebbe un lavoro da tremila dollari al mese più seicento per la "trasferta" capace di eguagliare la paga dell'esercito».


(Sara Menafra)


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