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6 marzo 2009

Riccardo Realfonzo : Linee programmatiche. I servizi pubblici devono restare in mano pubblica

 

Gentile direttore, nel corso dell’ultima settimana sono stato più volte sollecitato a fornire una prima cornice della politica economica che intendo portare avanti in qualità di assessore al bilancio del Comune di Napoli. Dal momento dell’insediamento sono passati solo pochi giorni ed è ovviamente ancora in corso un esame approfondito dei conti. Rilevo tuttavia che dall’esterno piovono sul bilancio pareri e suggerimenti talvolta strategicamente disfattisti, talaltra ingenuamente ottimistici e in generale di dubbia rilevanza. Ritengo pertanto opportuno fare il punto della situazione sugli andamenti economici e di bilancio e più in generale sulla linea di indirizzo che reputo corretta e praticabile.
La crisi. Sarà un’impressione, ma credo non sia chiaro a tutti che siamo di fronte alla più grave recessione dai tempi del dopoguerra. A Napoli e nel Mezzogiorno l’onda della crisi sarà molto più dura che altrove e potrebbe mettere radici profondissime. Oggi sappiamo che le cause di fondo di un tale tracollo risiedono nelle politiche liberiste che si sono irresponsabilmente poste in atto a livello globale, nazionale e persino locale. Chi sosteneva che per risolvere ogni problema sarebbe bastato liberalizzare i mercati, abbattere la spesa pubblica, eliminare le tutele dei lavoratori e privatizzare i servizi pubblici essenziali, adesso appare basito eppure cerca di resistere ideologicamente. Questa resistenza culturale, questo enorme ritardo di percezione della gravità della crisi e della inadeguatezza degli strumenti convenzionali di politica economica rischia di costarci carissimo. Per uscire da una recessione così intensa ci vorrebbe infatti il coraggio di una svolta nella politica economica nazionale, ma di questa in Italia non si vede per adesso nemmeno l’ombra. Il governo centrale ha posto in atto un risibile provvedimento anti-crisi e si è assunto pure la grave responsabilità di legare le mani agli enti locali. Abbiamo assistito a un ulteriore irrigidimento del Patto di stabilità interno, che penalizza il finanziamento in disavanzo della spesa delle amministrazioni periferiche. Inoltre, ai comuni sono state sottratte ingenti risorse ed è stata cancellata quasi ogni autonomia sul versante delle entrate. E’ bene chiarire che nel tempo una tale morsa finanziaria potrebbe rivelarsi insostenibile per molti enti locali. Continuamente ci giungono dati drammatici sulla crescita della disoccupazione, della cassa integrazione e sulla conseguente caduta dei redditi dei cittadini. Pertanto, non semplicemente Napoli ma tutte le amministrazioni potrebbero a breve registrare crescenti difficoltà di riscossione delle entrate. Non disponendo di leve alternative le sofferenze di bilancio diventeranno inevitabili. Il governo insomma sta gestendo male la crisi, e specialmente al Sud potremmo dover scontare per anni gli errori che si stanno collezionando in questi mesi. In un simile scenario dobbiamo tutti augurarci che della esigenza di un cambio di percorso ci si renda conto in tempo utile. Sarà mio dovere sottolineare le gravi responsabilità dell’esecutivo nazionale, un giorno sì e l’altro pure, di fronte a una situazione che richiederebbe risposte tempestive.



No alla svendita. La crisi morderà ferocemente sui bilanci ma questo non dovrà indurci a una corsa sconsiderata verso la dismissione, la privatizzazione e la svendita, che in fondo sono sempre stati gli obiettivi di chi ha agito per strangolare le finanze pubbliche. Detto in altri termini, questa non sarà l’amministrazione degli affari facili, oppure alternativamente non sarà la mia amministrazione. La gestione dell’acqua è e deve restare in mano pubblica. L’erogazione dei servizi fondamentali pure. I problemi relativi all’efficienza dei servizi pubblici non si risolvono con la scorciatoia dell’affidamento della gestione ai privati. L’esperienza ha dimostrato che queste politiche possono danneggiare i cittadini dal momento che si traducono in un aumento delle tariffe molto più che dell’efficienza. E’ tempo di comprendere che spesso le privatizzazioni e le dismissioni invece di favorire l’interesse pubblico lo danneggiano gravemente, soprattutto se effettuate in fretta, sull’onda di una emergenza.
Sviluppo economico. Attendo un chiarimento sul perimetro delle mie effettive possibilità di intervento nel campo decisivo delle politiche industriali e del lavoro. Di certo mi aspetto da questa amministrazione una svolta nella gestione dei fondi europei, che abbandoni la vecchia, pedestre logica dei finanziamenti a pioggia e che punti invece a quei mirati programmi di modernizzazione che si rendono indispensabili per far avanzare la frontiera tecnologica del tessuto produttivo locale e rilanciare una equilibrata prospettiva industriale per l'area orientale di Napoli.
Solidarietà sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio da un secolo a questa parte. Il nostro paese batte molti record in tema di disuguaglianze sociali. Soprattutto a Napoli i differenziali di ricchezza costituiscono ormai un fattore di scatenamento del caos e della violenza. Sappiamo bene che il sistema della camorra prospera esattamente in questo immane scarto tra i fortunati e i disperati. Il governo nazionale ci ha sottratto l’autonomia fiscale e finanziaria, ma nei limiti delle residue competenze rimaste mi impegno affinché ogni provvedimento sia finalizzato non ad ampliare ma a ridurre i divari tra i redditi. Dalle mense scolastiche, agli asili, alla distribuzione dei carichi fiscali, ogni misura dovrà assumere finalità perequative.
Efficienza. In questi primi giorni di insediamento ho avuto modo di apprezzare la competenza, l’abnegazione e il senso dello Stato di tanti dirigenti e dipendenti dell’apparato amministrativo. Queste confortanti evidenze tuttavia non debbono indurci a ridurre l’attenzione su alcune oggettive debolezze della macchina amministrativa. Sotto diversi aspetti, come ad esempio la dimensione del debito, il Comune di Napoli si situa in una posizione migliore rispetto a molti altri enti locali. E’ vero però che questa amministrazione attraversa difficoltà specifiche, alcune dettate dal complicatissimo territorio in cui agisce ma altre dipendenti da alcuni limiti operativi interni. Sul versante delle riscossioni la crisi si farà presto sentire, ma occorre comunque proseguire nel rafforzamento dei sistemi di recupero delle risorse. Nell’ambito dell’apparato, bisogna porre un muro davanti all’onda anomala dei debiti fuori bilancio. A tale riguardo occorre subito rafforzare il controllo delle procedure di spesa in capo alle dirigenze, e si rende necessaria una verifica sulle modalità di gestione dei contenziosi e sugli oneri conseguenti.
Legalità. La cultura del malaffare si combatte attraverso lo sviluppo economico e la lotta alle ingiustizie sociali, non solo limitandosi a invocare il rispetto della legge. Detto questo, però, la battaglia contro gli sprechi, le malversazioni, gli usi privati della cosa pubblica e la corruzione si situerà al centro della mia azione politica e amministrativa. Per cominciare, riguardo ai contratti da stipulare che vedano coinvolti soggetti sottoposti a misure restrittive, io sono un convinto fautore delle garanzie costituzionali ma sul piano etico e politico ritengo sia il minimo indispensabile interrompere ogni rapporto con tali soggetti fino a un chiarimento delle rispettive posizioni giudiziarie.
Responsabilità. Avverto il peso della responsabilità che mi è stata conferita e sono riconoscente a coloro i quali hanno riposto fiducia nelle mie competenze. Tuttavia, devo chiarire che io non sono qui per discutere di alchimie politiche. Una volta completata la ricognizione del bilancio e dei margini effettivi di azione proporrò alla Giunta e al Consiglio la linea di politica economica che reputo giusta e praticabile. Confido nel sostegno delle istituzioni e nella vicinanza dei tanti cittadini che da tempo attendono un rinnovamento della città sotto il segno dello sviluppo economico, della solidarietà sociale e della legalità. Se questa linea di azione si rivelerà impraticabile, la coerenza politica e la responsabilità istituzionale mi imporranno di dimettermi senza alcun indugio.


5 agosto 2008

Il colosso petrolifero cinese taglia il 5% per cento della forza lavoro

 Caro petrolio, quanto ci costi. Un calo dei profitti del 31,5% nei primi quattro mesi, per un totale di circa 3,4 miliardi di euro di perdite (30% in meno di utili), dicono le cifre in rosso della più grande azienda produttrice di gas e di petrolio cinese, la China National Petroleum Corporation (Cnpc). Per fronteggiare la crisi attuale la compagnia ha così deciso di effettuare drastici tagli, secondo una formula ormai collaudata un po' ovunque. Secondo quanto riferito da Jiemin Jiang, direttore generale della compagnia petrolifera cinese, durante una riunione annuale di dirigenti della società (e riportato poi dal China Daily), il piano di contenimento dei costi significherà una riduzione del 5% del personale nei prossimi tre anni. Tradotto ancora in numeri si parla di 80.000 posti di lavoro in meno. «Quest'anno la società si trova di fronte a profondi cambiamenti, sia del mercato interno che esterno», diceva Jiang qualche giorno fa all'agenzia stampa Xinhua. L'attività di estrazione è diventata più impegnativa oltre che più costosa, spiegano i vertici della Cnpc, e la cura da prescrivere non potrà che essere quella dell'abbattimento del costo del lavoro, cioè i licenziamenti. La «misura necessaria» non sarebbe neanche una novità in casa Cnpc, visto che dal 1999 al 2002 il colosso petrolifero aveva mandato a casa, anche in malo modo, oltre 360mila dipendenti.
Sembra che alla Cnpc non sia bastata una politica di riduzione degli sprechi nei propri uffici (10%), così come pare non sia servito il blocco dell'acquisto di auto di lusso o quello della costruzione di nuove filiali. Nonostante l'aumento del prezzo dei carburanti deciso a giugno dal governo cinese in adeguamento al mercato internazionale, le raffinerie - la cui attività di esplorazione è diventata più costosa oltre che impegnativa - si sono trovate comunque costrette ad aumentare le importazioni di greggio. Così i conti restituiti dalle statistiche interne della Cnpc sono risultati irrimediabilmente in rosso, mentre le prospettive di quei lavoratori sui quali si abbatterà la mannaia dei tagli nel prossimo futuro non potranno che essere di colore nero


4 agosto 2008

L'unica Comune ancora esistente in Cina

 

«Solo i folli salveranno la Cina» è scritto sui muri di Nanjie Cun. I detrattori più astiosi la definiscono «l'ultima fattoria degli animali» e una volta l'anno ne predicono il collasso sotto una montagna di debiti. Ma l'unica vera comune maoista risuscitata dell'era Deng prospera e vive ancora, a modo suo, nel cuore dell'Henan. Una lucida e razionale follia, a ben vedere.
Sulla grande piazza d'ingresso un Mao di pietra bianca alto più di 10 metri indica con la mano sinistra tesa il mondo esterno. Gesto da icona che qui ha il sapore di un atto d'accusa, accentuato dai grandi ritratti di Stalin, Lenin, Engels e Marx schierati intorno come una giuria. Il Timoniere impietrito, e guardato a vista giorno e notte da un picchetto d'onore, domina su 2 chilometri quadrati di vasti viali silenziosi e immacolati, aiuole perfette curate da pensionati alacri, schiere di palazzine bianche e basse, una moschea per 300 anime islamiche, allevamenti di anatre, galline, maiali e 26 fabbriche da cui esce di tutto: birra, spaghetti, medicinali, imballaggi, dolci.
Grande è l'ordine sotto il cielo. Non si vede un'automobile, perché il possesso e l'uso privato non ne sono consentiti. Solo fruscianti biciclette e qualche motoretta. I mototaxi del villaggio vicino ogni tanto squarciano il silenzio mentre passano strombazzando, profani e irridenti. A ore prestabilite irrompono gli altoparlanti del villaggio: «L'Oriente è rosso» al mattino, «Solcando i mari con la guida del Timoniere» al tramonto, notiziari durante la giornata . Li trasmette la radio del villaggio, che ha anche una televisione, un giornale e un sito web.
Così è scandita la vita dei 3.500 residenti e dei 10mila migranti che lavorano nelle fabbriche. Per questi ultimi Nanjie è solo un luogo come un altro. Meno barbaro, più rispettoso dei loro diritti se paragonato alla giungla che divora l'esterno, ma anch'esso interessato solo alle loro braccia. Prendono salari stabiliti dai contratti, ricevono vitto e alloggio in dormitori, lavorano sette giorni su sette e hanno due giorni di riposo al mese. Così è per il giovane operaio che controlla le rotative della stamperia dove si producono le carte da imballaggio. No, lui non è stato attirato dagli aspetti ideologici. Lì ci lavora e basta, per un salario di 1000 yuan. Altro non gli interessa, dice.
Tutto come fuori, eppure diverso. Perché la vita dei residenti del villaggio scorre su altri binari, avendo loro scelto di suddividere equamente i profitti, retribuendosi con poco danaro e un generoso welfare. Lo stipendio si abbassa tanto più alta è la posizione gererchica e il contenuto intellettuale del lavoro (chi sta al vertice prende 250 yuan, 25 euro) ma il pacchetto dei beni necessari e garantiti è uguale per tutti: casa, istruzione, assistenza sanitaria, alimentari distribuiti sulla base di razioni trascritte su un libretto. La comunità si fa carico di tutto, della vita e della morte: dal matrimonio (collettivo, celebrato una volta l'anno con relativo viaggio di nozze a Pechino) al funerale (compresa l'urna per le ceneri). La comunità fornisce tutto: dall'arredamento agli elettrodomestici, dalle pentole alle stoviglie. Lo standard dei consumi è stabilito da una trimurti costituita da Partito, governo del villaggio e management della struttura produttiva, che tutto governa.

I santi di Pechino
L'ultimo aggiornamento del livello risale al 1993 e tutto è come allora. Nessun interno è diverso dall'altro e chi di solito apre la porta di casa ai visitatori curiosi è il signor Huang Zunxian, pensionato di 71 anni, che vive con figli e nipoti in una grande casa di tre camere, soggiorno e cucina. Le poltrone e i mobili di legno chiaro, la stoffa dei cuscini, i lampadari, i quadri, le tendine, il grande orologio digitale con l'immagine di Mao giovane che si illumina di colori psichedelici alla musica di «L'Oriente è rosso», tutto è come già visto nell'unico albergo del villaggio, nell'unico ristorante, nella sala riunioni. Nella Cina di oggi che celebra il culto della ricchezza personale, qui nulla appartiene al singolo. Né soldi né beni. Il motto è «promuovere il pubblico, eliminare il privato».
Passare da migrante a residente è possibile, anche se difficile. Dopo sei anni di lavoro condotto in modo irreprensibile si può fare domanda e se per tutti sei un lavoratore modello la domanda è accolta. In dieci anni solo 200 famiglie sono state accolte. Ma non è chiaro se ci sia la fila per entrare mentre il turn over degli operai è alto.
Il deus ex machina della situazione è Wang Hongbin, 58 anni, volto da adolescente invecchiato, dal 1977 alla guida della comune. E' lui che nel 1984 ha deciso di invertire il corso della storia, ricollettivizzando terre e industrie frammentate le une dal sistema di responsabilità familiare e le altre dalle privatizzazioni introdotte dalle riforme di Deng. I risultati del nuovo corso erano stati pessimi per la comunità, ma gli ci vollero cinque anni per ottenere il consenso di tutti. Alla fine, nel 1989, c'è riuscito anche grazie agli aiuti venuti da Pechino. Voglia di sperimentare più strade, fede, effetto Tian 'Anmen? Fatto sta che qualcuno che poteva ha dato un decisivo sostegno politico che si è tradotto in pressioni sulle banche affinché finanziassero generosamente l'audace esperimento, in sgravi fiscali e facilitazioni.
Ne è venuto fuori un intreccio assai ardito, fra una struttura economica e produttiva pienamente inserita nella nuova Cina delle riforme, e che di questa non potrebbe fare a meno, e un'organizzazione sociale che nei suoi principi la ripudia. Più che una comune agricola, una corporation dall'anima rossa difficilmente riproducibile su vasta scala. Ma, come dice Wang Hongbin «solo molti soldi possono rendere il comunismo migliore» e c'è chi pensa che sia questo il vero «socialismo dalle caratteristiche cinesi» inseguito dal Pcc.
Chissà che direbbe Mao a vedere il proprio pensiero cucinato in questa salsa così denghista. Shen Ganyu, responsabile della comunicazione, sorride all'osservazione ma non risponde direttamente. Lo incontriamo in una grande sala riunioni dove campeggia un gigantesco «Servire il popolo» scritto nell'inconfondibile corsivo di Mao. Per spiegare come tutto ciò funzioni espone la teoria del «cerchio all'esterno, quadrato all'interno». L'immagine richiama la cosmogonia cinese, con la sfera del cielo che circonda la terra quadrata in una suprema armonia, ma quel che viene in mente è il più occidentale «quadrare il cerchio». La circonferenza, spiega il funzionario, è il rapporto con il resto della Cina, di cui Nanjie fa parte, dove domina l'economia di mercato che consente di sfruttare lo sviluppo economico del paese per produrre con profitto. A vantaggio del quadrato interno, la collettività, gestita secondo principi comunisti e governata in modo ferreo.
Chi comanda a Nanjie Cun è una cupola ristretta costituita da 18 uomini: sette rappresentano il Partito (che li designa), quattro il governo del villaggio (nominati dal sindaco), sette la holding industriale (e sono scelti dai manager delle fabbriche). E' questo organismo che decide tutto: strategie di impresa, investimenti, campagne politiche, standard dei consumi. Wang Hongbin è sia segretario del partito che capo supremo del conglomerato industriale. Ha uno stipendio di 250 yuan al mese e gode di grande autorevolezza e stima. Per molti è la grande forza che sostiene la Comune, e forse tutto potrebbe finire con lui.
Il sistema ha funzionato, finora. Nanjie è uno dei villaggi più prosperi dell'Henan. Era, dicono i detrattori. L'esperimento avrebbe ormai i giorni contati perché le sue industrie sono in declino e le banche, in particolare l'Agricoltural Bank of China, non potranno intervenire come in passato per ripianare i debiti: norme di bilancio più severe in vista delle privatizzazioni impediscono di chiudere un occhio, anche se lo chiede qualche potente di Pechino. Il cerchio si sta incrinando e il quadrato rischia di essere spazzato via, se i profitti non affluiranno per pagare i beni che cementano la comunità.
Shen Ganyu respinge critiche e illazioni. Non nega i consistenti debiti con le banche, ma asserisce che la comune è in grado di farvi fronte. Non esalta i risultati economici delle 24 imprese, cinque delle quali sono joint ventures con società giapponesi, ma afferma che alla fine di ogni anno, al netto delle tasse, i profitti assommano a 40 milioni di yuan (circa 4 milioni di euro).

L'età degli abbandoni
Ma quanto attrae un simile modello nella Cina di oggi? Ed è in grado di riprodursi? Secondo alcuni studi Nanjie ha difficoltà ad attirare e trattenere quadri qualificati. Quanto al futuro, affidato alle nuove generazioni, l'istruzione scolastica garantita dal villaggio arriva fino alle superiori ed è nelle scuole che i ragazzi ricevono un'educazione politica mirata, che inizia con le canzoncine alla scuola materna e finisce con il marxismo leninismo e il Mao pensiero al liceo. L'università è la prova del fuoco. Secondo Shen Ganyu, mediamente il 20% delle ragazze non torna mentre solo il 10% dei maschi decide di allontanarsi dalla fin troppo tranquilla esistenza della Comune. Che ignora crimine e disoccupazione ma non ammette bar, né pub, né karaoke, né discoteche. I soli negozi sono quelli che vendono i prodotti locali ai turisti. Quando cala il buio l'unica luce visibile anche da lontano viene dalla statua bianca di Mao illuminata a giorno, nelle strade non gira un'anima e per incontrare un po' di gente bisogna andare al Centro sociale, dove ci si sfinisce in accaniti scambi di ping pong o in interminabili partite a scacchi. Certo ci si può sempre spingere fino alla vicina e tentacolare Linying ma una frequentazione troppo assidua di profani divertimenti non deporrebbe in favore dell'impegno ideologico. E il controllo della comunità è assai stretto.
Nella Cina lacerata dalle ineguaglianze sociali non meraviglia che Nanjie sia oggetto di studio e persino meta di turismo. L'anno scorso sono arrivati 400mila visitatori e i vertici stanno investendo nel settore. Ne viene fuori un curioso mix tra agrituristico e politico. C'è lo sterminato giardino botanico dalle enormi serre corredate da dinosauri di gesso (spaventosi solo per kitch) che si ergono fra palme nane e banani, cascate e ponticelli. Ma anche la ricostruzione della casa natale di Mao a Shaoshan, con tanto di mobili originali, foto di famiglia e albero genealogico. Sullo sfondo, colonna sonora che esce senza soluzione di continuità dalle casse acustiche sparse tra la vegetazione, inni epici, cori baldanzosi, canzoni popolari e melodie struggenti ispirati al Presidente, che presto sarà celebrato anche da un grande museo in costruzione.

Il buon esempio
E tuttavia dire che Nanjie ferve di passione politica sarebbe troppo, al di là delle adunate mattutine coi cori di prammatica, prima di iniziare il lavoro. Difficile anche dire con quali sentimenti chi ci abita viva un'esperienza così unica. La comune, ma sarebbe meglio definirla comunità, somiglia piuttosto a un laboratorio in cui si cerca di far convivere il diavolo del libero mercato e l'acqua santa dell'uguaglianza. Intanto due villaggi vicini hanno deciso di ispirarsi a Nanjie e stanno prendendo lezioni mentre nella Cina infiammata dalle rivolte contadine si contano almeno 1700 casi di ricollettivizzazione parziale delle terre e 8000 «comunità industriali» che agiscono sul principio della proprietà collettiva e della ripartizione egualitaria dei profitti. Nessuna però applica i principi comunisti di Nanjie alla propria organizzazione sociale. Ma «l'intenzione da sola non basta» afferma Shen Ganyu. «Bisogna capire tutte le variabili di un simile processo e per poterlo intraprendere devono esserci veri motivi di comunione, un obiettivo condiviso».
Lei Xiujuan è la nostra guida. Con una navetta elettrica ci conduce tra fabbriche e serre. E' nata in un villaggio dell'Henan, povero, sporco e arretrato, secondo la sua descrizione. Qui è arrivata 10 anni fa, con una laurea in Scienze delle comunicazioni, attirata dalle condizioni di vita. Ha un marito e una figlia, come lei residenti a tutti gli effetti. Prende l'equivalente di 45 euro al mese. Più che sufficienti, sostiene. Quel che la comunità assegna le sembra del tutto adeguato alle necessità e non desidera altro. Parla dello spirito collettivistico del comunismo, così raro oggi in Cina, e ammette che non è facile vivere in un luogo come Nanjie. «La gente che viene da fuori pensa che siamo strani». Eppure, osserva, non siamo diversi dagli altri: abbiamo un modello di governo verticistico basato sul Partito e pensiamo che al primo posto debba esserci il benessere economico, che le riforme hanno reso possibile, da ripartire in modo egualitario. Ci ispiriamo a Mao, dice, ma certo non possiamo definirci maoisti. Quelli erano altri tempi e bisognerà studiare ancora per capire come quel pensiero possa essere adattato ad un'epoca tanto diversa.
Per ora, come si legge, rosso e grande, sui muri di Nanjie Cun, «Seguiamo la nostra strada, e lasciamo che gli altri ne parlino".

(Angela Pascucci)


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