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29 maggio 2009

Stefano Rizzo : le difficoltà di Obama in politica estera

 

Un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi risultati. Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia o i rapporti con Cuba. Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontra in Afghanistan e nel vicino Pakistan. E nelle insidiose acque della Palestina.

Tempo addietro, rivolgendosi a coloro che si aspettavano rapidi e sostanziosi cambiamenti nella politica estera americana, Barack Obama dichiarò che un grande paese come gli Stati Uniti è come un grosso bastimento che può cambiare rotta solo molto lentamente. Nelle ultime settimane dalla torretta di comando sicuramente Obama ha impartito ordini diversi da quelli del precedente capitano, ordini per spostare la nave su una diversa rotta, ma, ammesso che siano arrivati nella sala macchine e che i macchinisti li stiano eseguendo, ci vorrà del tempo per vedere i primi concreti risultati.

Prova ne sia la recente vicenda delle manovre Nato in Georgia e nelle acque limitrofe del mar Nero, che rientrano nella ripresa della guerra fredda nei confronti della Russia iniziata da George Bush. Le manovre furono programmate come risposta, o risposta alla risposta, nei confronti della Russia, che qualche mese prima aveva annunciato manovre navali congiunte con il Venezuela di Ugo Chavez in acque che gli Stati Uniti considerano di loro stretta pertinenza fin dal lontano 1823, dai tempi cioè della Dottrina Monroe. Specularmente è esattamente quello che pensano i russi del mar Nero e di un'area geografica che l'Impero russo prima, l'Unione sovietica poi, la Russia di Putin alla fine, considerano parte della zona esclusiva di influenza russa.

Nel suo incontro del G20 a Londra con Vladimir Putin Obama aveva annunciato che le relazioni russo-americane sarebbero ripartite da zero ("dobbiamo premer il bottone del reset" - disse). Ma evidentemente i comandi dei computer sono più veloci di quelli delle navi da guerra e le manovre georgiane-statunitensi, che tanto hanno innervosito la Russia, aumentando il nervosismo per lo scudo missilistico in Polonia-Repubblica ceca e per altre provocazioni "minori", si sono tenute.
Con la conseguenza che il sempre imprevedibile (e irresponsabile) presidente georgiano Sakashvili per aumentare la tensione tra lo storico egemone russo e il suo nuovo protettore americano non ha trovato di meglio che diffondere con grande fanfara la notizia di un presunto colpo di stato ai suoi danni che sarebbe stato orchestrato dai servizi segreti russi per "destabilizzare la Georgia". Gli americani non ci hanno creduto molto e in ogni caso hanno fatto finta di niente.

Lo stesso discorso vale per Cuba. Le aperture diplomatiche di Obama sono innegabili, anche se sono state ricevute in modo contraddittorio dai due fratelli Castro, con Raul (che sarebbe il presidente in carica) che ha mostrato di apprezzarle, mentre Fidel (che non avrebbe incarichi di governo) che le ha respinte con sdegno. Ma intanto la corazzata americana proseguiva il suo corso e la settimana dopo il dipartimento di stato confermava, per l'ennesima volta, l'inclusione di Cuba tra i paesi che sponsorizzano il terrorismo.
Una inclusione che non ha mai avuto alcuna giustificazione concreta, ma risale all'animosità tra i due paesi dopo la rivoluzione castrista del 1959, e precisamente al fatto che negli anni seguenti Cuba aveva dato rifugio ad esponenti delle Pantere nere e di altri gruppi "sovversivi" nordamericani e che negli anni ‘80 aveva sostenuto i movimenti di guerriglia marxista in America centrale. (Del resto anche Cuba considera - con qualche ragione dopo il tentativo di invasione della Baia dei porci e i molti attentati contro la vita di Fidel Castro -- gli Stati Uniti uno stato terrorista.)

Le difficoltà maggiori nel cambiare rotta il neopresidente americano le incontrerà in Afghanistan e nel vicino Pakistan. In quella regione la strategia politico-militare è tracciata già da molti anni (dall'invasione di fine 2001): liberare l'Afghanistan dai talebani puntando sulla presidenza di Hamid Karzai e sostenere il Pakistan come argine contro il fondamentalismo islamico, sostenendo qualsiasi leader che dimostri la capacità di controllare il paese. Chiaramente sia la politica sia la strategia militare elaborate dalla precedente amministrazione americana sono fallite: i talebani sono all'offensiva, controllano larga parte del territorio, mentre il governo Karzai si è dimostrato del tutto inefficace a contrastarli (oltre che particolarmente corrotto nell'amministrazione interna).
Obama non ha potuto fare altro fin qui che continuare quella politica, mandando più soldati e ordinando di intensificare le operazioni militari in tutto il paese per cercare di puntellare il traballante governo Karzai. Allo stesso tempo il neopresidente ha fatto trapelare il suo scontento per come stanno andando le cose e si è rifiutato di appoggiare esplicitamente Hamid Karzi nelle prossime elezioni presidenziali. Se, come è probabile, non ci saranno clamorosi risultati positivi di questa "surge" afgana (sul modello che ha portato ad una relativa stabilità in Iraq), Obama dovrà però presto cambiare rotta, in Afghanistan come in Pakistan, dove il governo di Ali Zardari sembra incapace di fermare l'offensiva talebana che minaccia di impossessarsi del piccolo ma pericolosissimo arsenale nucleare pakistano.

Le acque in cui si sta dimostrando più insidioso manovrare la corazzata americana sono quelle, da decenni tempestose, della Palestina, intesa come Israele e Cisgiordania. La politica di Bush era stata per otto anni di acritico appoggio a qualsiasi azione del governo israeliano: dalla continuazione degli insediamenti nei territori occupati, alla guerra del Libano dell'estate 2006, alla guerra contro Gaza di fine 2008. La riproposizione, stanca e tardiva, della soluzione "due popoli - due stati" nella Conferenza di Annapolis del novembre scorso, non aveva prodotto alcun risultato, eccetto, appunto, il brutale assalto israeliano a Gaza.

Da qui la necessità di un cambiamento di rotta, che tuttavia oggi si presenta ancora più difficile, non solo per le prevedibili resistenze interne, ma soprattutto per il fatto che il nuovo governo israeliano sembra avere abbandonato del tutto l'intenzione di consentire la nascita di uno stato palestinese e subordina adesso la sua creazione alla "soluzione del problema iraniano". Ora, non c'è dubbio che l'Iran rappresenti una minaccia, non tanto per le sue inesistenti armi nucleari, quanto per il suo viscerale antisemitismo e per l'influenza che esercita su tutto il Medioriente attraverso il sostegno ad Hamas e agli sciiti libanesi di Hezbollah (come anche agli sciiti del Bahrein). Una minaccia che viene denunciata esplicitamente da Israele, ma è avvertita anche dai paesi arabi (sunniti) della regione, primo fra tutti l'Arabia saudita.

Per Obama la difficoltà principale nei colloqui di questa settimana con Shimon Peres e in quelli ancora più impegnativi la settimana prossima con Benjamin Netaniahu sarà fare capire al governo israeliano che deve impegnarsi davvero in una soluzione di pace, senza allo stesso tempo dare l'impressione di ritirare il sostegno tradizionale degli Stati Uniti verso lo stato di Israele. Obama ha bisogno per questo della collaborazione dell'Iran e della Siria (quest'ultima cancellata dalla lista degli stati terroristici - suscitando le proteste di Israele), senza allo stesso tempo incoraggiare le spinte egemoniche di questi due paesi nella regione.
Una manovra complessa, come complesso è tutto ciò che avviene in Medioriente, che metterà a dura prova l'abilità di un comandante deciso a cambiare rotta come sicuramente è Barack Obama. Soprattutto ci vorrà tempo.


5 febbraio 2009

Maurizio Matteuzzi : la speranza sudamericana

 «Se oggi siamo qui lo dobbiamo a voi e alle vostre lotte, e noi quattro non siamo venuti qui perché invitati ma perché convocati da voi». Quando Evo Morales ha pronunciato al microfono queste parole - che con la semplicità solo apparente dei suoi discorsi colgono il senso politico più di tanti interventi prolissi e «colti» - la platea del ginnasio della UEDA, la Universidade do Estado do Pará qui a Belém, si è sciolta in un brodo di giuggiole. Non importava che ci fossero quasi due ore di ritardo, che dentro il calore fosse insopportabile e fuori cadesse un'acquazzone apocalittico.



Giovedì doveva essere il gran giorno, almeno a livello simbolico e mediatico (senza trascurare però quello politico), di questa edizione amazzonica del Forum sociale mondiale, e lo è stato. Prima, all'inizio del pomeriggio, l'incontro organizzato dai «movimenti sociali» presenti, in realtà dall'Mst, il Movimento dei senza terra brasiliani che distribuiva con oculatezza gli inviti. Gli inviti per la platea e la «convocazione» per i presidenti più «amici». Il boliviano Evo Morales, l'ecuadoriano Rafael Correa, il paraguayano Fernando Lugo e il venezuelano Hugo Chávez, che era - o pensava di essere - il mattatore. Mancava il quinto, il brasiliano Lula, che João Pedro Stedile, il volto più noto dell'Mst, non aveva invitato, citandolo poi solo di sfuggita, insieme ai Kirchner argentini, nel suo intervento conclusivo. Un'assenza vistosa, uno «sgarbo» che non è passato inosservato e che testimonia dei rapporti non rotti ma tesi fra Lula e il movimento che si aspettava da lui la tanto attesa (e promessa) riforma agraria. In sostanza l'incontro del pomeriggio di giovedì era una sorta di mutuo riconoscimento dei movimenti sociali, anzi del più grosso movimento sociale (almeno) dell'America latina ai quattro presidenti sentiti come più vicini, e di questi quattro presidenti all'Mst.
Voleva essere - ed è stato - anche la prova, magistralmente rappresentata da quelle poche e scarne parole di Evo, che senza il patrimonio culturale, politico e umano elaborato e messo in campo dai Forum sociali mondiali fin dalla prima edizione di Porto Alegre nel 2001 nessuno avrebbe potuto immaginare, come ha detto Correa, il «momento magico» che oggi vive l'America latina. Non più solo un esempio di denuncia e di «resistenza» alle nefandezze del capitalismo neo-liberista ma una regione dove, come ha affermato Chávez non temendo le iperboli, il nuovo mondo «possibile e necessario» che si cercava fra infinite difficoltà, ingenuità ed errori, «sta nascendo». Esagerazioni? Eccessi di ottimismo e di retorica? Forse. Ma di certo faceva impressione vedere davanti a quella platea fremente stipata dentro il ginnasio quattro presidenti della repubblica. Presidenti eletti con tutti i crismi della democrazia. Che hanno parlato a lungo della crisi globale, dell'opportunità che essa offre per cambiare radicalmente, del socialismo, per quanto del secolo XXI. Quindi tutto da costruire e da inventare, com'era da costruire e inventare l'«altro mondo possibile» che per la prima volta portò tanti visionari a darsi appuntamento a Porto Alegre otto anni fa. Come ha detto Correa «non confidiamo nei dogmi, né nei fondamentalismi. A ogni malattia la sua cura. In America latina stiamo vivendo un momento magico, stanno sorgendo nuovi leader e nuovi governi».
L'ultimo intervento è toccato a Chavez, che anziché i 20 minuti degli altri ha parlato per quasi un'ora finché Stedile non gli ha mandato un bigliettino in cui gli ingiungeva di chiudere. Chavez è Chavez, nel bene e nel male, ha detto cose giuste, ha citato Fidel portando l'entusiasmo della platea alle stelle, ha rivendicato la sua primogenitura sul socialismo del ventesimo secolo e non ha voluto rinunciare a indulgere alla retorica, come quando si è proclamato «femminista» sulla base dell'assioma che «un vero socialista non può non essere femminista». E' stato Stedile a richiamare i compagni presidenti (del resto non erano stati «convocati» per questo?) in termini fraterni ma bruschi, alla realtà: «Socialismo del XXI secolo come dice Chavez? Va bene, ma noi non abbiamo tempo di aspettare un secolo. Cosa facciamo a partire da domani? Bisogna approfittare della crisi del capitalismo per fare passi avanti e per agglutinare le forze popolari e prendere misure anti-capitaliste». Come la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di comunicazione. Roba da niente. Ecco perché non aveva invitato Lula. Che invece era presente - e perfettamente a suo agio - al centro del tavolo nell'altro appuntamento di giovedì, quello della sera. Questa volta aperto al pubblico del Forum - ed erano in 10 mila - e con gli altri quattro presidenti.
Il Brasile non vuole rinunciare al suo ruolo nel Forum (oltre a Lula a Belém sono arrivati undici ministri fra cui la candidata in pectore alle presidenziali del 2010, Dilma Roussef) e in America latina. Oscillando a volte fra la tentazione di porsi alla testa dei paesi emergenti o di far valere il peso economico e politico di global player. Lula con otto ministri era presente anche ieri mattina all'incontro con il Consiglio internazionale, l'organo che regge in senso lato le sorti degli Fsm, a riprova della sua volontà di contare.
Gli incontri fra i presidenti di giovedì e l'attivismo di Lula riportano al nodo non risolto dei rapporti fra i governi, più o meno «amici», e «il movimento». Anche se, al contrario che a Caracas 2006, questa volta sembra che la pressione di venezuelani e cubani sia meno forte. Cuba ad esempio, pur essendo sempre nel cuore del popolo del Forum sociale mondiale, ha mandato a Belém una delegazione di basso profilo (tre anni fa a Caracas c'era un onnipresente Ricardo Alarcon).
Il forum amazzonico si chiuderà domani e poi si vedrà nei fatti quale dei due capi del nodo tirerà di più. Lo si vedrà anche dalla scelta della prossima sede. C'è che la vorrebbe negli Stati uniti, un messaggio lanciato a Obama prima ancora che un riconoscimento del ruolo dei movimenti sociali made in Usa, da sempre attivissimi nelle varie edizioni degli Fsm. Ma sembra più che altro una boutade. Tanto per dire, i tre quarti di quelli che sono a Belém non potrebbero mai avere il visto per entrare negli Usa


21 dicembre 2008

L'isolamento di Cuba prossimo alla fine ?

 

I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.



Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.


5 dicembre 2008

Danilo Zolo : Diritti universali, anzi...occidentali

 

La Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, viene considerata in Occidente come uno dei principali indicatori del progresso storico dell'umanità. È con questo significato che nei prossimi giorni verrà celebrata la sua ricorrenza sessantennale. Secondo numerosi autori, la Dichiarazione universale ha un grande merito sul piano etico, giuridico e politico: ha "fondato" i diritti umani e li ha resi "universali". La Dichiarazione del 1948 - si sostiene - ha mostrato che un sistema di valori può essere "fondato", e quindi universalmente riconosciuto, sulla base di un accordo internazionale sulla sua validità. Non è necessario alcun altro "fondamento".
Non ci sono dubbi che la Dichiarazione universale dell'Assemblea Generale ha profondamente trasformato la dottrina dei diritti umani. I diritti non sono più concepiti come un complesso di rivendicazioni sociali riconosciute e protette all'interno di un singolo Stato: essi coinvolgono e impegnano tutti gli Stati e tutti i popoli del pianeta. Sono parte del diritto internazionale generale.
Prima della fondazione delle Nazioni Unite i diritti erano concepiti come l'esito di lotte sociali e politiche all'interno di specifici ambiti storici e territoriali. Ed erano garantiti dalla permanente militanza dei cittadini coinvolti nelle rivendicazioni e nelle battaglie politiche secondo una concezione conflittualistica dei diritti, in larga parte ereditata dalle rivoluzioni borghesi, dal socialismo e dal sindacalismo.
Non a caso i diritti umani si sono affermati gradualmente e non all'unisono: la libertà religiosa è stata un effetto delle guerre di religione, le libertà civili sono state in larga parte una vittoria dei parlamenti borghesi contro i sovrani assoluti, le libertà politiche e i diritti sociali sono stati una conquista dei movimenti dei lavoratori salariati, dei contadini e dei disoccupati. E tutto questo è accaduto solo in Europa e negli Stati Uniti d'America, non altrove.
Tutto questo spiega perché la concezione dei diritti umani che è prevalsa nella Dichiarazione universale del 1948 è essenzialmente occidentale, ed è quindi impregnata dell'individualismo, del liberalismo e del formalismo giuridico occidentali. E questo spiega le successive dispute circa il fondamento e l'universalità dei diritti dell'uomo, e spiega anche le contestazioni subite della stessa Dichiarazione universale. 



Emblematica è stata la polemica, che ha avuto come epicentro Singapore, la Malesia e la Cina, e che ha dato luogo alla "Dichiarazione di Bangkok" del 1993. Gli Asian values sono stati opposti alla tendenza dell'Occidente ad imporre alla culture orientali i suoi valori etico-politici. Oggi le classi dirigenti di un numero crescente di paesi del Sud-Est asiatico sono impegnate a riscattare la propria identità politica e culturale all'insegna di valori come l'ordine, l'armonia sociale, il rispetto dell'autorità, la famiglia. In questa prospettiva l'Occidente viene concepito come il luogo dove i valori comunitari decadono sotto la spinta di un individualismo sfrenato che afferma diritti ma non riconosce doveri.
Nella visione individualistica e liberale dell'Occidente i diritti umani sono essenzialmente delle protesi normative a tutela della libertà personale, dei beni individuali e della privacy contro le interferenze degli altri soggetti e soprattutto delle autorità politiche. Questo concetto di libertà è del tutto estraneo alla cultura islamica, segnata com'è da un senso religioso di appartenenza alla comunità. L'individuo si identifica con essa non rivendicando diritti ma adempiendo doveri e cioè seguendo scrupolosamente regole collettive di comportamento politico-religioso.
Altrettanto si può dire per la tradizione confuciana cinese, sopravvissuta indenne alla violenta importazione dall'Europa del verbo marxista. Secondo l'etica confuciana la vita sociale è costituita da rapporti asimmetrici e gerarchici che si fondano su vincoli reciproci di mutua collaborazione e obbligazione, non su diritti e doveri paritari e contrapposti. Come è noto, la stessa nozione di "diritto" in senso soggettivo è estranea alla semantica della lingua cinese. Come ha ricordato Chung-Shu Lo, per rendere l'idea di "diritto" i primi traduttori di opere politiche occidentali dovettero coniare un nuovo lemma, chuan-li, che significa letteralmente "potere e interesse". Nella tradizione confuciano-menciana a dominare non è l'idea di diritto individuale ma lo è, al suo posto, quella di "relazione sociale fondamentale" (sovrano-suddito, genitori-figli, marito-moglie, primogenito-secondogenito, amico-amico).
Da questo punto di vista è molto significativa anche la polemica che è esplosa nel corso della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sui diritti umani, che si è tenuta a Vienna nel giugno del 1993. In quella sede ufficiale si sono fronteggiate due concezioni dei diritti umani incompatibili fra loro. Da una parte c'era la tesi, sostenuta dai paesi occidentali, dell'universalità e indivisibilità dei diritti umani secondo la logica della Dichiarazione universale del 1948. Dall'altra c'era la posizione di gran parte dei paesi dell'America latina e dei paesi asiatici, con Cuba e la Cina in prima fila. Questi paesi ponevano al centro dei diritti umani i "diritti collettivi", in particolare lo sviluppo economico-sociale, e cioè la lotta contro la povertà e l'indebitamento dei paesi del Terzo mondo. Queste tesi polemiche erano già state alla base della "Banjul Charter on Human and People's Rights", approvata nel 1981 dall'Organizzazione dell'Unità Africana: in essa i diritti economico-sociali, concepiti come diritti collettivi dei popoli, avevano una netta prevalenza nei confronti dei diritti civili e politici proclamati dalla Dichiarazione universale.
È dunque chiaro che la dottrina dell'universalità dei diritti dell'uomo non può essere data per scontata, come non può essere data per scontata la sua efficacia, al di là delle proclamazioni che ne fanno gli esponenti della cultura politica occidentale, da Jünger Habermas a Michael Ignatieff, a Ulrich Beck, ad Antonio Cassese e a molti altri.
È difficile non percepire la gravità e l'urgenza dei problemi ai quali la dottrina dei diritti umani tenta di dare una risposta, e non condividerne l'ispirazione morale e le intenzioni. È sufficiente ricordare il fatto che oltre due miliardi di persone oggi soffrono per la violazione sistematica dei loro diritti. Le violazioni includono una lunga serie di atrocità e di violenze: fra gli altri il genocidio, la tortura, le esecuzioni sommarie, le sparizioni, gli omicidi politici, le violenze sui bambini, la schiavitù, le esecuzioni capitali di minorenni e di disabili, il trattamento disumano e degradante dei detenuti, ma anche e soprattutto la povertà assoluta, la fame, la guerra di aggressione. Allarmante è in particolare il dato che emerge dai documenti delle Nazioni Unite e che viene annualmente denunciato dai rapporti di Amnesty International: la violazione dei diritti è un fenomeno di proporzioni crescenti, che interessa un numero elevatissimo di Stati: oltre 150, inclusi tutti gli Stati occidentali.
E tuttavia resta molto alto il rischio che il progetto universalistico implicito nella dottrina e nella politica occidentale dei diritti umani operi di fatto - e sia percepito - come un aspetto di quel processo di "occidentalizzazione del mondo" che oggi investe le civiltà e le culture più deboli, privandole della loro identità e dignità. E questo sospetto grava in particolare sulle politiche internazionali di ingerenza militare "umanitaria" in nome della tutela e della diffusione dei diritti umani. In proposito le potenze occidentali hanno offerto prove devastanti e fallimentari: dalla Somalia ad Haiti, alla Bosnia Erzegovina, al Kosovo, all'Iraq, all'Afghanistan
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16 luglio 2008

Petrolio a Cuba ?

 

«È imminente la battaglia per il petrolio cubano» titola El Nuevo Herald. Per la verità, la versione spagnola del Miami Herald, da mesi agita lo spauracchio di piattaforme petrolifere - magari con la bandiera rossa cinese - che estraggono greggio nel Golfo del Messico. O peggio nello stretto di Florida, nella cosiddetta Zona economica esclusiva (Zee) di Cuba a un tiro di schioppo da Key West (o Cayo Hueso, in spagnolo).
L'allarme è stato lanciato l'anno scorso quando le esplorazioni condotte da varie compagnie petrolifere internazionali per conto del governo cubano hanno confermato l'esistenza di giacimenti di greggio off-shore. Sulla quantità e qualità del petrolio intrappolato nel sottosuolo del Golfo del Messico si era scritto molto, ma accertato poco. Fino a quando, la scorsa estate, un rapporto del Servizio geologico degli Stati uniti riferiva di riserve petrolifere valutabili tra i 4.5 e 9 miliardi di barili e di 10 miliardi di piedi cubici di gas. «In pochi anni Cuba potrebbe produrre 525.000 barili al giorno di greggio e diventare una nazione esportartrice», ha dichiarato Jorge Piñón esperto di questioni petrolifere dell'Università di Miami. Attualmente Cuba consuma 140.000 barili al giorno di petrolio, 92.000 provenienti dal Venezuela e acquistati a un prezzo «politico» al di sotto dei 30 dollari al barile.
«E' la vendetta di Castro», aveva ammesso la rivista Fortune. Ironia a denti stretti. Perché è proprio il greggio che rischia di mettere in crisi l'embargo - il boicottaggio statunitense contro Fidel che, dal 1962, costituisce il caposaldo della politica di Washington nei confronti della revolucion. Un mare di petrolio, in una fase storica in cui i prezzi dell' «oro nero» vanno alle stelle. Insomma, una bonanza petrolifera, nelle mani del governo cubano.
Il trattato firmato fra Usa e Cuba nel 1977 prevede infatti che il «confine» marittimo tra i due Paesi divida esattamente a metà le acque dello stretto di Florida (90 miglia nel punto più stretto). Però, le società petrolifere americane non possono perforare nella piattaforma continentale della Florida in base a una moratoria - almeno fino al 2010- decisa da una legge federale. Così, le majors statunitensi masticano fiele all'annuncio che il consorzio spagnolo Repsol-YPF sta per iniziare a perforare - nei primi mesi dell'anno prossimo, conferma il ministero dell'Industria basica dell'Avana- in acque profonde cubane del Golfo del Messico per mettere in produzione i giacimenti di greggio e gas naturale accertati già da due anni. La Repsol-YPF, dal 2006 è associata con la norvegese Norks-Hydro e l'indiana ONGC.
La situazione potrebbe diventare ancora più difficile da digerire per gli Usa. Infatti altre sei compagnie, compresa la cinese Sinopec, hanno firmato accordi con la cubana Cupet e potrebbero seguire le orme degli spagnoli in altri «blocchi» (vedi cartina) già assegnati nell'off-shore cubano. E' anche probabile - dopo l'avvicinamento tra l'attuale presidente Raul Castro e il brasiliano Lula - che al business partecipi la potente Petrobras (che ha esperienza in perforazioni in acque profonde e non dipende dalla tecnologia statunitense).
La possibilità di piattaforme «aliene» operanti a un tiro di schioppo da Key West dall'anno scorso agita le acque politiche al Congresso. Un senatore democratico, Byron Dorgan, e un suo collega repubblicano, Larry Craig, hanno proposto un progetto di legge per l'energia (Safe Energy Act) che contempla un allentamento dell'embargo, di modo che le compagnie petrolifere americane possano partecipare all'estrazione del greggio in acque cubane.
L'azione dei due senatori -«ispirati» soprattutto da Exxon-Mobil - ha avuto l'appoggio di alcuni deputati degli Stati del Midwest e dell'Ovest, i quali rappresentano gli interessi di un agro-business da anni interessato, e parzialmente impegnato, a vendere i propri prodotti a Cuba. La loro argomentazione è che l'embargo si è dimostrato inutile politicamente mentre «ha tenuto lontano compagnie americane da un mercato potenzialmente lucrativo».
L'Avana non ci ha pensato due volte a sfruttare la breccia. Il delegato commerciale a Washington, Ernesto Placensia, nel marzo dello scorso anno aveva annunciato che, qualora fosse stato tolto il divieto per le aziende americane di fare business con Cuba, sarebbe stato loro riservato lo stesso trattamento già concesso ai Paesi che non accettano l'embargo Usa.
La reazione dei politici della Florida - tutti a caccia dei voti della diaspora cubana in maggioranza anti-castrista- non si erano fatti attendere. Il senatore repubblicano Mel Martinez ha presentato un emendamento al Safe Energy Act che prevede il divieto di perforare entro 150 miglia dalle coste sud della Florida e sanzioni economiche e legali (il rifiuto del visto per gli Usa) contro «persone o compagnie che investano nell'industria petrolifera cubana». Il suo collega democratico Bill Nelson è autore di un progetto di legge che vieta al presidente Bush di rinnovare il trattato del 1977, qualora i cubani iniziasero a perforare. La deputata Ileana Ros-Lehtinen, una delle più ultrà, ha aggiunto la proposta di imporre sanzioni a compagnie associate a multinazionali Usa che investano più di 1 milione di dollari nello sviluppo petrolifero cubano e a congelare i fondi di compagnie straniere che partecipino alle perforazioni nella Zee.
Ormai, però, è iniziata una corsa contro il tempo. La Repsol-YPF ha procrastinato l'inizio delle attività off-shore nel Golfo del Messico previste per quest'anno all'inizio del 2009, motivando la decisione con la scarsezza di piattaforme marine in un periodo di grande ricerca di greggio e con il loro alto costo di affitto (332.000 dollari al giorno). Ma di fatto attende il cambio della guardia alla Casa bianca, con la possibilità (e la speranza) che Barak Obama, se eletto presidente, possa raccogliere la mano tesa ben due volte da Raul Castro e decida di ammorbidire l'embargo contro Cuba. I giacimenti della Zee sono circa sei miglia sotto la superfice del mare, difficile per la Repsol perforare a queste profondità senza far ricorso a tecnologie Usa. E dunque senza scontrarsi con l'embargo, come afferma il professor Benjamin-Alvaro dell'Università del Nebraska.
«L'industria petrolifera cubana off-shore è destinata a convertirsi in un catalizzatore delle relazioni tra Washington e L'Avana», ha dichiarato al Miami Herald Jorge Piñón.
Puntualmente, il presidente Bush nei giorni scorsi ha inviato al Congresso una proposta per mettere fine alla moratoria per le perforazioni nella piattaforma continentale degli Usa (soprattutto in Florida e in Alaska). Anche il candidato repubblicano McCain si è detto favorevole a perforazioni in acque costiere americane. Ovviamente, è sceso in campo pure il vice-presidente Cheney, gran lobbysta dei petrolieri statunitensi. Parlando due settimane fa alla Us Chamber of Commerce, Cheney ha usato l'artiglieria pesante: «Si sta estraendo petrolio a 60 miglia dalla costa della Florida. Ma non siamo noi a farlo. Sono i cinesi in cooperazione col governo cubano... Ma il Congresso ha detto no a perforazioni di fronte alla Florida, no a estrarre petrolio dai nostri mari».
Falsità, perché, per ora, la Sinopec ha un accordo solo per trivellare on-shore a Est dell'Avana (da qualche mese una grande torre per perforazioni è operativa a Cojimar, l'ex villaggio di pescatori reso famoso dal "Vecchio e il mare" di Hemingway). Ma falsità utili, perché l'eterno vulnus con Castro è usato da Cheney per una campagna contro i vincoli federali che vietano di estrarre greggio da zone protette, come l'Artic National Wildlife Refuge in Alaska, dove -secondo Cheney- «vi sono riserve di greggio comparabili a quelle del Golfo del Messico; e nemmeno lì possiamo perforare».
In piena campagna presidenziale, dove i voti della Florida pesano molto, viene dunque posto sotto tiro l'accordo con Cuba sulle acque territoriali firmato durante la presidenza Carter nel 1997, ma mai ratificato dal Senato Usa e mantenuto in vigore mediante uno scambio di lettere annuali tra Washington e l'Avana. Si tratta però di iniziative soprattutto politiche in riferimento alla battaglia presidenziale per aggiudicarsi i delegati della Florida ( è di alcuni giorni fa la notizia che Obama sarebbe ora in vantaggio anche nella comunità latina dello Stato). «Cuba inizierà a perforare, questo è chiaro a tutti», ha dichiarato al Miami Herald Philip Peters, analista dell'Istituto Lexington. «Mi sorprenderebbe  - ha aggiunto- se la Casa bianca denunciasse l'accordo sulle frontiere marittime con Cuba, perché creerebbe un caos legale, visto che sulle stesse basi si decisero le frontiere marittime con il Messico e le Bahamas>.
Ecco perché i tempi stringono e «sta per iniziare la battaglia per il petrolio cubano».

(Guillermo Moldor)


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1 luglio 2008

La revoca delle sanzioni a Cuba

 

Finalmente, fra tante brutture e nefandezze, l'Unione europea ne ha fatta una buona. La revoca delle sanzioni a Cuba imposte nel 2003, dopo la svolta repressiva dell'Avana, che aveva portato a condanne spropositate per 75 oppositori (e che pesarono molto di più della fucilazione di tre poveracci che avevano tentato di sequestrare un ferry-boat), è una decisione saggia.
E' dovuta all'insistenza del governo spagnolo di José Luis Zapatero, che ha rovesciato la linea oltranzista - e iper-bushista - del suo predecessore Aznar, e anche all'evidenza dei fatti. Le sanzioni del 2003, oltretutto già sospese nel 2005, erano simboliche - stop alle visite e ai contatti culturali, più vicinanza all'opposizione -, inefficaci e buone solo a provocare l'ulteriore irrigidimento dei cubani, che quando sentono puzza di pressioni o imposizioni più o meno indebite sbattono la porta.
Ora Cuba, con gli investimenti della Cina e i generosi accordi garantiti dal venezuelano Chavez, non ha più le spalle al muro. E l'avvicendarsi fra Fidel e Raul, sia pure con molta prudenza e qualche contraddizione, ha rimesso in moto una situazione che sembrava bloccata. Il modello grossomodo cinese che s'annuncia risulta meno indigesto agli europei. Inoltre, parecchi degli oppositori condannati nel 2003 sono stati liberati, sia pure alla chetichella.
Anche esponenti meno ultrà dell'opposizione - come il socialdemocratico Cuesta Morua - sembrano d'accordo con la revoca delle sanzioni, magari obtorto collo. Perché le sanzioni servivano solo ai settori più ortodossi del regime cubano e agli Stati uniti - da cui una volta tanto la Ue ha preso le distanze -, naturalmente contrari a ogni «flessibilizzazione» e decisi a portare avanti la miopissima (e brutale) politica d'embargo.
Se ne riparlerà fra un anno, quando la Ue dovrà rivedere la situazione - e quando alla Casa bianca, speriamo, ci sarà Obama.

(Maurizio Matteuzzi)

«Iniziate a preparare i mojitos». Giovedì sera, ai giornalisti ansiosi di sapere se l'Unione europea avrebbe revocato le sanzioni a Cuba, il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos aveva risposto così. Una battuta per indicare che la cena, programmata a margine della riunione dei capi di stato e di governo a Bruxelles su domanda della cancelliera tedesca Angela Merkel, sarebbe stata determinante per smussare le ultime resistenze. E ieri l'annuncio: i 27 hanno trovato un accordo favorevole all'Avana, revocando le sanzioni imposte nel 2003 e parzialmente sospese nel 2005: «Ora si apre una nuova tappa - ha annunciato Moratinos - tutto potrà essere discusso, compresi i diritti umani e la nuova situazione a Cuba. La Spagna - ha aggiunto - vuole che si facciano passi concreti per superare la sfiducia e per porre le condizioni perché in futuro si possa arrivare a un Accordo di associazione con Cuba». Un accordo che, nelle intenzioni di Moratinos «sarebbe importante» concludere «durante la prossima presidenza spagnola della Ue del 2010».
L'Unione europea aveva imposto le sanzioni all'Avana nel 2003, dopo l'arresto di 75 dissidenti accusati di cospirazione, e dopo l'esecuzione, poco tempo dopo, di tre uomini che avevano sequestrato una imbarcazione carica di persone per fuggire dall'isola. Ma ora, ha aggiunto il capo della diplomazia spagnola facendo riferimento al «cambio» iniziato da Raul Castro e alla liberazione di numerosi oppositori detenuti, i leader europei «hanno visto che qualcosa si sta muovendo a Cuba» e hanno deciso di rimuovere «sanzioni che non sono servite a niente».
Una posizione che la Spagna - prima ad aver approvato le sanzioni sotto il governo Aznar e prima ad aver ripristinato le relazioni con l'Avana, nel 2007, con il governo Zapatero - sosteneva da tempo e per cui aveva già mosso la propria diplomazia. Già a marzo, dopo una visita compiuta all'Avana, il commissario responsabile della Cooperazione allo sviluppo, Louis Michel, si era pronunciato in questo senso: « Credo che il compromesso costruttivo e il dialogo costituiscano la via migliore per realizzare i nostri reciproci obiettivi, le sanzioni del 2003, per quanto sospese e inapplicate impediscono di avanzare in questa direzione». Dal canto suo, Cuba aveva firmato recentemente il Patto internazionale sui diritti civili e politici e quello sui diritti sociali, economici e culturali, e aveva accettato la visita dell'inviato speciale dell'Onu per il diritto all'alimentazione: disponibilità ribadita anche durante l'ultimo vertice della Fao, a Roma, dove Cuba è stata presente con la delegazione più rappresentativa.
Per la piccola isola, sempre sotto embargo Usa, il «mojito» non sarà però senza condizioni. Per superare disaccordi o reticenze da parte di Germania, Repubblica ceca e Svezia, i paesi maggiormente contrari alla revoca delle sanzioni, i 27 hanno infatti deciso che l'apertura dev'essere sottoposta «a una valutazione annuale». Moratinos ha perciò precisato: «Tra un anno dovremo valutare i risultati del dialogo politico, anche nel campo dei diritti umani». Le sanzioni, però, «vengono tolte definitivamente», e lunedì prossimo il Consiglio dei ministri dell'agricoltura approverà formalmente la decisione, che avrà carattere immediato.
Altrettanto immediata la reazione dei dissidenti anticastristi, che accusano la Spagna per il ruolo chiave avuto nel convincere gli europei. Critica la Spagna anche Franco Frattini, che avrebbe voluto un documento finale ancora più condizionante verso Cuba. Duro anche l'intervento di Washington, «delusa» dalla Ue, che ha solo parzialmente recepito la posizione Usa sostenuta a spada tratta dalla Repubblica ceca.
Positive le reazioni della stampa cubana, che titolava a tutta pagina: «I ministri degli Esteri dell'Ue decidono revocare le ingiuste sanzioni contro Cuba». Parzialmente superate, quindi, le preoccupazioni degli intellettuali che avevano denunciato le pressioni di Washington e l'esistenza di un documento segreto rivolto ai 27: «Un gruppo di nazioni ex comuniste dell'Europa orientale, capeggiate dalla Repubblica ceca - aveva scritto lo spagnolo Pascual Serrano - si sono accodate a Washington: le stesse che si sono messe a sua disposizione per fornire prigioni clandestine alla Cia, e per coprirne il sequestro dei prigionieri».
EUROPA-CUBA Nelle conclusioni del vertice dell'Unione europea, il proposito di andare avanti con le ratifiche in altri paesi che non si sono ancora espressi, fra cui l'Italia dove Berlusconi si atteggia a guastafeste. Appuntamento il 15 ottobre a Bruxelles per rimettere insieme i cocci dell'Europa intorno al trattato di Lisbona

(Geraldina Colotti)


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1 marzo 2008

La Cuba di Raul Castro

 

«Tranquilli, i miei discorsi non vanno mai oltre l'ora», scherzava domenica Raul Castro, eletto dal Parlamento nuovo capo di stato a Cuba. E ha mantenuto la parola, concludendo in meno di un'ora il suo discorso di insediamento. Il tempo per illustrare quello che in molti definiscono «il nuovo corso» di Cuba: «Dovremo procedere a una riforma monetaria - ha detto Castro - e farlo con un approccio integrale, che tenga conto del sistema dei salari, del sistema di prezzi controllati e di tutto ciò che viene fornito gratuitamente». E ancora: «Dovremo farla finita con il libretto per l'acquisto degli alimenti di base, anacronistico e inaccettabile». Ad aprire la seduta di ieri è stata Liaena Hernandez Martinez, la più giovane deputata del parlamento, «il terzo al mondo per numero di donne, dopo quelli di Ruanda e Svezia», secondo Mayda Alvarez, membro della segreteria nazionale della Federazione nazionale delle donne: la rappresentanza femminile nella settima legislatura dell' Assemblea nazionale - ha precisato Alvarez - « è di 219 membri su 614, «pari al 43,18% del totale, contro il 36% di cinque anni fa». A fiacno di personalità della vecchia guardia rivoluzionaria e del partito come Josè Ramon Machado Ventura, 77 anni, ve ne sono altre come Carlos Lage, di 56 anni. E per quanto, a stragrande maggioranza, il parlamento abbia deciso che per le decisioni strategiche in tema di difesa, politica estera ed economia occorrerà sempre consultare l'ex presidente Fidel Castro, su 31 seggi del Consiglio di stato, 13 sono neo deputati.
«Gli europei non capiscono bene quale sia la situazione a Cuba - dice al manifesto l'opinionista cubana Soledad Cruz - pensano che i problemi e le difficoltà derivino unicamente dal governo e non dai danni provocati dall'embargo». Il cambiamento? «Per noi si tratta di rendere più efficace il socialismo, non di convertirci al capitalismo - risponde Cruz - oggi portiamo a sintesi un percorso di analisi e discussioni durato un anno». Quale? «Il peso, la nostra moneta - dice ancora Cruz - oggi ha due velocità, quello per i cittadini comuni, con cui vengono pagati i salari, e quello che può essere convertito in dollari, legato al circuito del turismo. Rimettere le cose a posto eviterà che ci siano cittadini di seconda classe. Ma i cambiamenti devono essere governati, per evitare il caos. Ci fidiamo di Raul».
Raul. Su di lui circola una storiella, che data del periodo especial: mentre tutta Cuba dimagriva, un contadino rimaneva bene in carne. Vedendolo, Raul gli chiese di svelargli il suo segreto: «Mangio questa erba», disse il contadino. Raul la fa analizzare e scopre che effettivamente possiede straordinarie capacità nutritive, e dispone di produrne in grande quantità e distribuirla ai cubani. Interviene Fidel: «Neanche per idea, bisogna conservarla in caso d'invasione e d'inasprimento del bloqueo». E' stato Raul a consentire che i contadini potessero vendere liberamente alcuni prodotti, fuori dal circuito statale, anche se questo avrebbe potuto portare a privilegi. Lui ha sviluppato grandi fattorie gestite dall'esercito che, ancora oggi, quando i prezzi aumentano sul mercato, interviene proponendo grandi quantità di prodotti che stabilizzano i prezzi.
Ma in cosa consiste «la svolta» di Raul? Spiega l'economista Luciano Vasapollo, di ritorno da Cuba: «Quando è caduta l'Unione sovietica, con cui Cuba intratteneva l'85% del commercio estero, l'unico modo per fare entrare valuta estera è stato il turismo. La doppia circolazione della moneta ha creato settori privilegiati, legati alla disponibilità di valuta immediata. Ora - aggiunge - il governo potrebbe risolvere tutto per decreto, sopravvalutando la moneta interna, ma creando anche inflazione e disoccupazione». Se la direzione di marcia fosse quella dell'efficienza capitalista, occorrerebbe abbassare i costi: ridurre, cioè il costo del lavoro. La proprietà privata? A Cuba, dice Vasapollo, «esistono già forme di proprietà differenziata, quella statale e quella cooperativistica, la proprietà sociale e alcune piccole imprese a conduzione mista, lo stato permette, in base alla produttività, una ridistribuzione del prodotto e una remunerazione più alta».
Si tratta, però, di non fare il passo più lungo della gamba, fidando piuttosto sull'interscambio dei paesi solidali consociati nell'Alba, l'alternativa bolivariana delle Americhe. «Nel 2007 - riprende Vasapollo - per la prima volta, a Cuba le entrate in valuta straniera per la vendita dell'esportazione di nichel hanno superato le entrate dovute al turismo: questa è la riforma, processi di diversificazione dell'economia, prima la monocultura, poi il turismo, ora il nichel». La svolta, però, sarebbe anche di natura ambientale, come riconoscono da anni organismi internazionali legati all'Onu. Un'inversione di tendenza anche rispetto a quel che accade di solito ai paesi del Terzo mondo, «più preoccupati di uno sviluppo industriale purchessia e non di cercare, nell'interesse della specie, un'altra via».

(Geraldina Colotti)


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24 febbraio 2008

Cuba dopo Castro

 Di qui in avanti il regime cubano dovrà fare da solo. E anche i cubani, che nonostante i risultati unanimemente riconosciuti (e sicuramente unici in America latina) nel campo della salute, della medicina, dell'istruzione, della protezione dell'infanzia e - perché no - dello sport, è innegabile che non abbiano vita facile e che non siano soddisfatti. Forse pochi di loro si sentono «socialisti», anche se il socialismo di stato sia scritto nella costituzione (ma la costituzioni si riscrivono...), però la gran maggioranza di loro si è sentita protetta e grata a Fidel per l'intransigente nazionalismo mostrato di fronte all'invasiva presenza Usa che prima della rivoluzione del '59 aveva fatto di Cuba il casinò e il casino degli Stati uniti d'America. E la gran maggioranza dei cubani come dei popoli dell'America latina (ma non solo), divorati dal neo-colonialismo e dal neo-liberismo, si è sentita protetta e grata per l'esempio di dignità ferma e di resistenza audace offerto per 40 anni - 40 anni di blocco economico Usa - dalla piccola Cuba castrista. Che se prima esportava rivoluzionari armati e guerriglieri, ora esporta medici e maestri.
Che ne sarà di Cuba senza Fidel? Nel luglio 2006, come in ognuna delle innumerevoli volte in cui Fidel veniva dato per morto a Miami e altrove, non c'è stato l'atteso, annunciato, sperato crollo del regime. A Cuba «non ci sarà né successione né transizione: solo continuità», avevano risposto allora all'Avana. Finora è stato così. Ma d'ora in poi non potrà più essere solo così. Il mix di «vecchia guardia» e di «giovani» di cui parla la lettera di commiato di Fidel dovrà muoversi. Non solo a piccoli passi e con punture di spillo. I problemi nell'agricoltura, nella produzione, nella proprietà, nei trasporti, nella libertà di movimento, nei salari ridicolmente bassi (fra i 5 e i 20 dollari al mese), nella corruzione, nella doppia moneta che ha ricreato sacche di privilegio e sperequazione insostenibili anche dopo il «ritiro» del dollaro troppo simbolico e l'introduzione del «peso convertibile» che convertibile non è, sono molti e gravissimi - e non tutti imputabili all'osceno blocco economico di Washington. E devono essere affrontati e risolti in fretta.

(Maurizio Matteuzzi)

Otto nazioni latinoamericane, pur con diversa intensità e convinzione, hanno scelto governi con programmi sociali evidenti, il Brasile di Lula, l'Argentina dei Kirchner, l'Uruguay di Tabaré Vázquez, il Venezuela di Chávez, l'Ecuador e la Bolivia degli indigeni Rafael Correa ed Evo Morales, il Nicaragua di Daniel Ortega e, pur con i suoi limiti evidenti, anche il Cile della concertazione di Michelle Bachelet, donna presidente in un paese machista e militarista. Tutti i leader di questi paesi, con più insistenza o con più pudore, hanno in tempi recenti riconosciuto i meriti dell'esempio e della lunga resistenza di Cuba nella possibilità di cambiamento sociale e politico che si è aperta nelle terre a sud del Texas, senza contare gli aiuti economici sostanziosi che i rapporti con paesi come il Venezuela e il Brasile hanno apportato all'economia di Cuba che ha ora un pil del 9%, grazie anche agli accordi con la Cina che compra tutto il nickel estratto nell'isola a prezzi di mercato e non artatamente ribassati, come l'Occidente, trenta anni fa, su insistenza degli Stati uniti, faceva per lo zucchero. Si può dire, insomma, che non solo Che Guevara non era un visionario quando sognava la liberazione del continente, ma che anche Fidel Castro, pur frenato dal fallimento dell'applicazione pratica del marxismo e dai guasti patiti dalla società cubana nell'epoca della dipendenza dall'impero sovietico, sia riuscito a consegnare alla storia, dopo 50 anni, un paese ancora non esente da errori, ma sicuramente più attento ai diritti e alle esigenze dei cittadini, rispetto a quello che la sua rivoluzione liberò dalla corruzione del regime di Fulgencio Batista e dei mafiosi come Vito Genovese, Frank Costello e Lucky Luciano, che condizionavano la vita dell'isola. Non solo, un paese che ha risolto molti dei problemi basici, di vita, che quasi tutte le nazioni latinoamericane, ostaggio dell'economia neoliberale, non si sognano ancora di attenuare o cancellare

(Gianni Minà)


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18 settembre 2007

Il Pci e i compagni che sbagliano....nel 1946

 

Il Partito comunista italiano ha un atteggiamento ipocrita e opportunista :

Sei mesi piú tardi Togliatti potrà vantarsi alla Costituente che l'Italia "è il paese dove si fanno meno scioperi." Nel gennaio 1946 viene stipulato l'accordo sullo sblocco dei licenziamenti. L'articolo 2 colpisce i lavoratori "inosservanti dei doveri di disciplina e di normale produttività."
Un bollettino della federazione milanese del PCI incita ad un maggior impegno nel lavoro: "Le cellule di fabbrica ed i compagni responsabili si devono [...] mobilitare, essi devono con l'esempio incitare al lavoro, alla disciplina. Molti non hanno voglia di lavorare, perché dicono che in fondo nulla è cambiato, sono ancora e sempre degli 'sfruttati' che lavorano per il padrone
.




E “l’Unità” denuncia i tentativi di operai e la formazione di nuove unità partigiane

Nel gennaio 1946, quando un gruppo di operai bastona alcuni dirigenti della Breda, "l'Unità" parla ancora una volta di provocazione e di "elementi dichiaratamente trotskisti" e ammonisce che i compagni "sono disposti a fare di tutto perché i fascisti ed i trotskisti responsabili di queste provocazioni siano scoperti e deferiti all'autorità giudiziaria."

È in questo quadro che alcuni partigiani risalgono sulle montagne dando vita a nuove formazioni armate che attaccano obiettivi fascisti e padronali. "L'Unità," nell'articolo Provocazione e maschera rossa parla di "gruppi reazionari e conservatori, che provvedono ad adescare qualche giovane esaltato, si preoccupano di stampare volantini piú o meno rossi usurpando il nome glorioso dei GAP, lanciano programmi di nuove formazioni pseudo-partigiane dall'immancabile denominazione di `Guardia rossa,'

 

Il Pci collabora fattivamente con le forse dell’ordine per reprimere questi fenomeni

"L'Unità" non lo nasconde affatto, anzi ne va addirittura fiera, al punto di pubblicare con orgoglio una lettera, scritta dal segretario della federazione di Modena, la quale prova questi collegamenti: "Il capitano Cappelli Aldo, comandante della compagnia interna carabinieri di Modena, nel mese di giugno c.a., si recò dal segretario Roncagli [...] per chiedergli la collaborazione di elementi del partito [...]. Il Roncagli in linea di massima si mostrò favorevole alla richiesta e giunse ad assicurargli il nostro appoggio e collaborazione poiché i primi e piú interessati all'ordine e tranquillità della nostra provincia eravamo proprio noi."

E ancora Pertini difende invece alcuni di questi “guerriglieri”

Nell'articolo Agire con giustizia, Pertini ammonisce: "I comunicati governativi parlano di squadrismo [...]; non possiamo accettare nel modo piú assoluto simili raffronti a danno di uomini che furono al nostro fianco [...] al di sopra di ogni sospetto sia dal punto di vista politico, come dal punto di vista morale [...] Ci domandiamo per quale ragione gli arresti fatti siano ancora mantenuti [...] essi debbono al piú presto essere rimessi in libertà. Altrimenti si avrà ragione di pensare che il governo agisca solo perché si tratta di uomini che lo contrastano."
Sarà ancora Pertini a scrivere in Soprattutto la verità: "insorgiamo contro l'insinuazione adombrata dall"Unità,' a carico di Carlo Andreoni, e cioè che egli avrebbe fatto parte dell'OVRA
.”


Mentre l’Unità smarca il Pci dalla correità con tali formazioni

Infine "l'Unità," per dimostrare l'assoluta estraneità del partito, riguardo a un elenco di nominativi di arrestati per "bande armate" pubblicato dalla stampa borghese fornisce alcune utili indicazioni sui 135 incriminati: 50 non sono mai stati iscritti al PCI; 51 espulsi; 6 iscritti al PCI ma estranei alla formazione; 2 iscritti al PCI scomparsi senza lasciar traccia; 13 sconosciuti; 5 fermati ma poi rilasciati; 2 partigiani già fucilati; 2 nominativi duplicati.

La lista, che vuole dimostrare l'estraneità del PCI ai nuovi movimenti di Resistenza, prova tuttavia, senza alcun dubbio, la matrice di sinistra dei componenti dell'MRP


Togliatti chiede invano alla DC il conto per la propria moderazione (Berlinguer giunge buon secondo ? ) :

Piú tardi lo stesso Togliatti, nella seduta dell'Assemblea Costituente del 20 giugno 1947, presenta invano il conto alla DC dopo che questa, in obbedienza alle direttive degli Stati Uniti, aveva scacciato i comunisti dal governo: "Gli operai hanno fatto di piú [...] hanno moderato il loro movimento, l'hanno frenato [...] hanno accettato la tregua salariale, cioè una sospensione degli aumenti salariali senza che vi fosse la corrispondente sospensione degli aumenti dei prezzi. Hanno trattato recentemente la proroga di questa tregua, cioè hanno dimostrato capacità di direzione politica ed economica nella vita del paese. Nulla si può rimproverare agli operai, ai lavoratori, e quei partiti dei lavoratori che meglio li rappresentano non possono essere oggetto della manovra di cui sono fatti oggetto."”


La base è disorientata da quello che succede nel mondo :

Alla fine degli anni Cinquanta dall'Algeria e da Cuba arrivano notizie esaltanti: i rivoluzionari, combinando la lotta di liberazione nazionale a quella per il socialismo, danno duri colpi all'imperialismo. Il carattere eretico della rivoluzione cubana, cosí come l'atteggiamento debole ed incerto di molti partiti comunisti rispetto alla lotta del popolo algerino, mette in crisi molte coscienze di rivoluzionari


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28 maggio 2005

Minà sulla questione cubana

CUBA
Il candore dei cronisti italici
GIANNI MINÀ
Uno spirito caustico come Daniel Chavarría, scrittore e rivoluzionario uruguayano, ha liquidato l'episodio dell'espulsione da Cuba di Francesco Battistini del Corriere della Sera e di Francesca Caferri de la Repubblica, insieme a due o tre politici polacchi, con una battuta crudele «Meno male! A Cuba i giornalisti li espellono, in Iraq invece la truppa d'occupazione nordamericana spara loro addosso». La battuta feroce si basa su una constatazione incontrovertibile e scabrosa: anche Cuba vive da tempo una guerra, quella che gli Stati uniti le hanno dichiarato 45 anni fa con l'embargo economico e mediatico (recentemente inasprito) e che ora, nell'epoca di Bush jr., ha ripreso vigore, come confermano le 450 inquietanti pagine del progetto «Cuba libre», disponibili da maggio 2004 sul sito del dipartimento di stato Usa. E' un progetto politico ben preciso che, con tanti saluti al diritto di autodeterminazione dei popoli, punta ad un cambio «rapido e drastico» nell'isola. Così, senza voler giustificare le inutili espulsioni dei giornalisti, si intende come Cuba possa vivere in una sindrome di «castello assediato» che le fa commettere errori. Una condizione in cui la nazione più poderosa del mondo stanzia pubblicamente 53 milioni di dollari l'anno (più 5 per le campagne di propaganda) per costruire una opposizione alla revolución e cambiarne il destino (per ora meno drammatico del resto dell'America latina).

Perché nel documento della «Commissione per sostenere una Cuba libera» si dichiara senza mezzi termini l'intenzione del governo di Washington di designare fin da ora, per l'isola che si presume sarà liberata, un coordinatore del dipartimento di stato, che si occuperebbe della transizione. Insomma un Paul Bremer che successivamente dovrebbe passare il potere ad un altro Allawi, anche lui, verosimilmente, proveniente dalla Cia. E questo, è ovvio, per ristabilire la democrazia.

«L'assemblea per la promozione della società civile a Cuba», organizzata da Marta Beatriz Roque venerdì 20 e sabato 21 maggio, con un budget di 130 mila dollari, forniti da James Cason, esperto di «guerre sporche» e responsabile dell'ufficio di interessi degli Stati uniti all'Avana, è una delle tappe di questa strategia della tensione. Una politica tesa alla destabilizzazione interna e inaugurata, due anni fa, con i dirottamenti di tre aerei passeggeri e il sequestro fallito del ferry boat di Regla.

La strategia è proseguita quest'anno in occasione della 61° sessione della Commissione diritti umani dell'Onu, nella quale il governo di Washington è riuscito a bloccare la presentazione di una denuncia sulle violenze, gli abusi e le torture compiute dai suoi funzionari, ufficiali e soldati in Afghanistan, nelle carceri irachene e a Guantanamo, ma ha ottenuto di imporre di stretta misura, col voto determinante di alcune nazioni europee come l'Italia, una censura a Cuba, dove non ci sono mai stati desaparecidos, torture ed esecuzioni extra giudiziarie.

L'iniziativa di Beatriz Roque e di René de Jesus Gomez e Felix Antonio Bonne, che, bisogna ricordare, si è svolta regolarmente, con il disappunto di tutti quei politici mestatori e giornalisti che si aspettavano una repressione, è stata però un'iniziativa alla fine autolesionistica.

Perché non solo ha costretto alcuni dissidenti storici come Osvaldo Payá, Cuesta Morua ed Elizardo Sanchez a dissociarsi da una manifestazione organizzata da chi «incontestabilmente prende ordini e soldi dal governo degli Stati uniti», ma perché ha ribadito le divisioni e la possibilità di manipolare l'opposizione alla revolución.

Chi potrebbe fidarsi, infatti, di un progetto di cambio politico che afferma: «Bisognerà processare i funzionari e i membri del governo, del partito, delle forze di sicurezza, delle organizzazioni di massa e anche quelle di cittadini favorevoli al governo rivoluzionario (e quindi ufficialmente tutti) e forse pure di molti membri dei Comitati di difesa della rivoluzione»? Perché, sia chiaro «la lista potrebbe essere molto ampia». Questa sarebbe la strategia per restituire Cuba alla libertà e alla democrazia? E i cronisti dei nostri più prestigiosi giornali invece di informarsi e di allarmarsi per questa guerra sotterranea in corso, vanno, in zona di operazione, con visti da turisti. Lo farebbero in Iraq o anche solo in Palestina? E perché insieme ai candidi partiti «democratici» italiani dimenticano per esempio che, proprio in questi giorni, George W. Bush ha, come ospite a Miami, il famigerato terrorista Luis Posada Carriles, al quale potrebbe concedere «asilo politico»?

Ma in Italia queste inquietanti realtà, che spiegano la «sindrome da assedio» in cui talvolta cade Cuba, non interessano a molti esponenti di partiti che si dichiarano ancora di sinistra. Figuriamoci ai giornalisti, che certamente non hanno pensato di andare in Florida (consiglierei con un visto giornalistico ufficiale) per fare un reportage negli ambienti da cui parte il terrorismo verso Cuba.

Ma l'informazione embedded che trionfa attualmente ignora queste quisquilie. La guerra mediatica cara al dipartimento di stato si fa con le provocazioni, magari come quelle familiari ai Reporter sans frontières, il cui fondatore, Robert Menard, recentemente ha dovuto ammettere di essere stato sovvenzionato dal National Endovement for Democracy, l'agenzia della Cia che sovrintende a queste operazioni di discredito delle nazioni non allineate agli interessi del governo degli Stati uniti.





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permalink | inviato da il 28/5/2005 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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