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24 ottobre 2008

Francesco Piccioni : il rapporto OCSE sulla distribuzione del reddito

 

Le statistiche sono fredde come armi da taglio, a volte. Il rapporto dell'Ocse lo è fin dal titolo: Growing unequal? (crescere diseguali?). E fotografa una tendenza ultraventennale in atto nei trenta paesi più industrializzati: l'aumento delle disegualianze di reddito tra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni.
Una tendenza nota, che tutti dicono di voler combattere, ma che va diventando sempre più cruda e irreversibile. I numeri sono impietosi, anche usando il coefficiente di Gini (oscillante tra lo zero - che designa la perfetta ugualianza tra tutti, ovviamente inesistente - e l'uno, usato per descrivere la situazione teoricamente opposta). I paesi più «equilibrati» sono Svezia, Danimarca e Lussemburgo, contrassegnati da un indice 0,25; mentre l'Italia è sesta tra i più diseguali, con un 0,35 battuta soltanto dagli Stati uniti e altri campioni della giustizia sociale come Turchia, Portogallo, Polonia e Messico. I centroamericani sono ultimi in classifica, ma hanno almeno il merito - al contrario di quasi tutti gli altri membri dell'Ocse - di aver ridotto il divario negli ultimi anni.
Per l'Italia si tratta di una conferma sconfortante. Qui «i figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza» (redditi più patrimoni), che peraltro è distribuita anche peggio dei redditi. Il 10% più ricco, infatti, controlla il 42% della ricchezza totale e il 28% delle entrate. Certo, gli Usa restano inarrivabili. Lì l'1% controlla addirittura il 33% della ricchezza. Ma l'Italia berlusconiana pare voler accelerare in questa infernale direzione. Il reddito medio annuale del 10% più povero è al di sotto dei 3.770 euro, mentre la media Ocse (che comprende, ricordiamo, paesi decisamente meno sviluppati del nostro, come Turchia, Polonia, Messico) è di 5.280 euro. Al contrario, il 10% più ricco ha un reddito medio superiore a quello di paesi decisamente più «produttivi», come la stessa Germania. Una riprova del fatto che la forte disugualianza non è in correlazione positiva con lo «sviluppo». Insomma, non incentiva la «competitività» tra poveri per migliorare la propria posizione sociale. Anzi.
I più penalizzati dalla povertà crescente sono proprio le fasce di età più basse, a cominciare dai bambini. Mentre gli anziani riescono a compensare meglio grazie a un qualche patrimonio (in genere l'abitazione in proprietà e l'oculata gestione della liquidazione). La povertà giovanile - redditi bassi o bassissimi, causa la precarietà del lavoro - è per ora contenuta soltanto dal sostegno di genitori e nonni. Impossibile quantificare le ricadute sociali, tra qualche anno, della fisiologica scomparsa di questo sostegno (altro che «scontro generazionale»).
Questa situazione implica un blocco assoluto della mobilità sociale. Che un povero possa «scalare» posizioni sociali è pressoché escluso; a meno di talenti eccezionali, la «capacità media» viene respinta indietro, perché - anche quando riesce a raggiungere un titolo di studio medio-alto - prevale sempre il rapporto familistico-sociale. Tanto è vero, dice l'Ocse, che «la mobilità sociale è generalmente maggiore nei paesi che registrano una minore disugualianza di redditi e viceversa». E ancora: «una maggiore egualianza delle opportunità va di pari passo con redditi meno diseguali».
Le ricette dell'Ocse per attenuare questa tendenza universale sono quanto mai vaghe. Ma vanno sottolineate alcune affermazioni. «L'unico approccio sostenibile per ridurre la disegualianza è di intervenire per bloccare la soggiacente disparità tra redditi da lavoro e da capitale». Ovvero «far sì che le persone siano in grado di lavorare e percepiscano stipendi sufficienti per il proprio sostentamento e per quello della famiglia». Qualcuno dovrebbe spiegare alla Marcegaglia (e a Sacconi e Veltroni) che persino per l'Ocse il salario non è una pura variabile dipendente dal profitto di impresa (magari «legato alla produttività»), ma va misurato sulla capacità di far vivere dignitosamente le persone e le famiglie. Visto il livello cui sono arrivate le retribuzioni italiane (le più basse della zona euro, ormai), l'obiettivo primario di un qualunque sindacato degno di questo nome dovrebbe essere il loro aumento. E in misura consistente.
Notevole anche il ruolo «redistributivo» individuato in servizi pubblici come la scuola e la sanità (che il governo vuole palesemente privatizzare). Anche perché l'avere un lavoro non è più sufficiente ad evitare di cadere nella povertà. «Oltre la metà delle persone povere appartengono a famiglie che percepiscono un reddito da lavoro»; ma se è part-time o mal retribuito il risultato è comunque tragico.

Quei «comunisti» dell'Ocse - l'organizzazione dei 30 paesi più industrializzati - smentiscono, forse senza volerlo, il luogo comune che ottenebra gli editorialisti mainstream degli ultimi trent'anni: «se volete che tutti stiano meglio, lasciate fare al mercato». L'espressione è menzognera anche per un altro motivo: il «mercato» è vecchio almeno quanto la scrittura (oltre 5.000 anni), mentre il capitalismo è decisamente più giovane (meno di tre secoli). Ma in così poco tempo è riuscito ad ampliare a dismisura le ineguaglianze, invece di ridurle.
Lì dove lo stato sociale è stato fatto arretrare - in Italia, negli Usa - il divario tra più ricchi e più poveri è esploso. Anche perché, spiegano, istituzioni come scuola, sanità ed edilizia pubbliche attenuano gli effetti della pessima distribuzione del reddito e contribuiscono ad avvicinare le «condizioni di partenza» dei giovanissimi. Solo se queste istituzioni sono forti può verificarsi una mobilità sociale verso l'alto. Altrimenti il mitico «merito» viene soffocato nella culla, prima ancora che possa manifestarsi.
Dalla metà degli anni '90 le disegualianze di reddito sono andate crescendo di pari passo con la riduzione delle politiche statuali di redistribuzione. Una constatazione che chiama imparzialmente in causa, per l'Italia, i governi di centrodestra così come quelli di centrosinistra. Entrambi politicamente strabici, con l'occhio attento solo alle imprese (e alle banche), in base all'indimostrato assunto che se le imprese guadagnano, va meglio anche per i lavoratori. Proprio in Italia la deregulation normativa, il blocco dei salari e la legalizzazione di forme contrattuali precarie hanno fatto crescere del 33% la disegualianza tra più ricchi e più poveri. La media Ocse, pur infame, si ferma a un +12.
Il governo attuale si propone evidentemente di rendere siderale questa distanza. L'accanimento nei confronti della scuola pubblica a tutti i livelli - dagli asili all'università - fa il paio perfettamente con lo smantellamento reazionario dei diritti del lavoro (dallo sciopero al reintegro, alle misure contro la pratica delle «dimissioni in bianco» firmate al momento dell'assunzione). Spiega sempre l'Ocse che laddove i sindacati sono stati indeboliti, i lavoratori hanno perso «protezione». Salariale e non solo.



Qualche blog, come il ben noto Gnègnè, in passato si è impegnato nell'evidenziare come le differenze tra i redditi siano collegate a dinamiche poco controllabili. Tuttavia i risultati di Danimarca e Svezia stanno lì a dimostrare come politiche economiche e sociali adeguate possono ridurre la forbice esistente tra i redditi ed attenuarne gli effetti negativi. La curva di Pareto rimane, ma risulta meno pericolosa.


18 dicembre 2007

Italia e Danimarca

In un post precedente dove citavo la critica di Emiliano Brancaccio al Prof Ichino in un articolo di "Liberazione" di qualche tempo fa c'è stata una piccola discussione dove il buon Titollo ha così esposto le sue tesi : "1) fra Italia e DK ci in primo luogo differenze sostanziali nella struttura produttiva ed educativa, che non sono elementi indipendenti dal design giuslavoristico che si vuole scegliere. In secondo luogo in Italia il mercato del lavoro presenta diseguaglianze (per età, sesso, regione, durata, livelli di tutela, livelli di legalità) che la DK non ha. Di solito a problemi diversi si risponde con strumenti diversi. Già questo basterebbe per mettere in soffitta la flexsecurity.

2) La flexsecurity, by definition, è una combinazione di elevata flessibilità in entrata/uscita dal lavoro ed elevata protezione sociale. Io ho solamente chiesto se è davvero auspicabile avere una società in cui gli individui sono obbligati a saltare da un lavoro ad un altro, secondo il giudizio insindacabile delle imprese e dal mercato, due variabili fuori dal controllo democratico (le scelte strategiche di una azienda vengono prese dal suo management, non dal Parlamento o dai lavoratori che vi sono occupati). E' una questione di filosofia sociale.

3) non capisco questo continuo richiamo al reddito di cittadinanza, che è un provvedimento che non c'entra nulla con il lavoro: esso è solo un reddito monetario a cui hanno diritto tutti i cittadini che non hanno altre forme di guadagno (reddito da lavoro, indennità di disoccupazione di breve o lunga durata, borsa di studio, ...), indipendentemente dalla propria condizione di ex-lavoratore. In Italia ci sono le suore, i preti e il volontariato (ovvero la generosa carità) a prendersi in carico gli indigenti. Nei Paesi civili è la società, attraverso lo Stato, a farsi carico di queste situazioni di difficoltà (ovvero la solidarietà sociale) per permettere a ciascuno di essere considerato un cittadino come tutti gli altri. Riassunto con uno slogan, in Italia si aiuta chi resta indietro, in Scandinavia si lavora affinchè nessuno resti indietro.


Poi ha aggiunto : "Ammetto di essere un po' retrò e di faticare a sintonizzarmi su questa logica compensativa che sta facendo proseliti pure in aree politiche impensabili. Da buon socialdemocratico ho sempre pensato che il compito dello Stato fosse quello di far lavorare più persone possibili e nelle migliori condizioni (Piena e buona occupazione, si diceva). Il fatto che questo compito sia stato ormai quasi completamente delegato al mercato (credo con la convinzione, assai ideologica, che il mercato sia una istituzione in grado di allocare sempre in modo ottimale le risorse) dà l'idea della regressione politico-culturale che si è avuta negli ultimi 20 anni.
Non giova all'Italia il fatto di avere un partito sedicente riformista che ormai da tempo si è consegnato al nemico, senza condizioni. Ma nemmeno una sedicente sinistra radicale che da anni ha impostato un dibattito sugli strumenti (art.18, legge Biagi, ...) invece che sugli obiettivi, finendo per ritagliarsi il non-piacevole ruolo di retroguardia politica. Il fatto che le opinioni più eterodosse provengano da Luciano Gallino o Paolo Leon, due che marxisti non lo sono mai stati e che provengono dalla sinistra liberale d'ispirazione anglosassone, la dice lunga sulla disastrosa situazione in cui versa il dibattito politico italiano.
"






Credo che sia giusto e opportuno rispondere a questa provocazione intellettuale :
A) Inizialmente una precisazione : non intendo propagandare la flexicurity danese, anche perchè ho ospitato una citazione di un economista che è perplesso proprio sulla possibilità di importare un modello del genere. E tuttavia ho sostenuto più volte l'opportunità di adottare il reddito di cittadinanza e di essere disposto in cambio di una ricezione a livello costituzionale di tale strumento a cedere sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma questo non mi sembra in maniera immediata l'adozione di un modello di flexicurity sul tipo di quello danese.

B) Oltre all'articolo 18 in Italia, quali sono gli strumenti che impediscano o controllino la facoltà delle imprese di assumere e licenziare ? Cioè, per il tuo auspicio di filosofia sociale c'è un esempio attuale o un progetto di politica economica che lo renda concreto ?  La politica della piena occupazione quali concrete possibilità ha di farsi strada se non rendendo più precario e/o mal pagato il lavoro ?

C) Quando si parla di reddito di cittadinanza non ci si rende conto che esso è una famiglia di strumenti o meglio una famiglia di diverse ipotesi, per cui definirlo in maniera schematica (perchè si condivide la definizione di uno o di un altro) non contribuisce granchè alla discussione. Per una trattazione più completa rinvio al mio articolo sulla Rivista telematica "Crisieconflitti", dove ipotizzo (ma lo ha fatto il giuslavorista Bronzini prima di me) che il reddito di cittadinanza possa essere la componente minima di una più ampia famiglia di redditi quali indennità di disoccupazione e pensioni.

D) Affidare l'aiuto gli indigenti a Chiesa e volontariato ti sembra una soluzione sostenibile nel lungo periodo ? Ma allora perchè ci si lamenta del fatto che la Chiesa pretenda (ed abbia conforto dalla maggioranza delle forze politiche) di mettere bocca in quelle che la cultura laica considera scelte personali degli individui ? Se la Chiesa gestisce una così larga parte dei processi di riproduzione sociale perchè negarle la valenza di soggetto politico ed istituzionale, perchè a coloro che aiuta essa non può chiedere esplicitamente un'adesione ideologico-politica che riguardi anche gli stili di vita ? Il reddito di cittadinanza potrebbe invece essere uno strumento per rimodulare lo Stato sociale e per affrancare l'assistenza dall'oligopolio di marca religiosa.

E) Se negli Stati scandinavi, come tu stesso dici è lo Stato a farsi carico delle situazioni di difficoltà, anche in Scandinavia si aiuta chi è rimasto indietro, non è che si riduca tutto alla politica attiva del lavoro. Il problema è chi e come lo si fa.  Certo, negli ultimi 20 anni c'è stato un arretramento, ma c'è anche una oggettiva difficoltà di riprodurre il lavoro salariato anche nelle forme legate all'intervento dello Stato (su questo ti rimando agli scritti di Giovanni Mazzetti)

F) Cosa più importante, non condivido del tutto il fatto che si metta il lavoro al centro della società e si consideri la solidarietà un momento di elemosina o di aiuto condizionato al più rapido reinserimento lavorativo. Perciò credo che il reddito di cittadinanza vada reinterpretato e collegato anche alla scelta del non-lavoro. Non lo faccio solo sulla scia delle teorie legate al Negri e/o al Settantasette, ma sulla base della critica fatta da Marx al programma di Gotha. E non è un caso che Oskar Lange abbia elaborato una tesi (che rientra nella famiglia delle ipotesi sul reddito di cittadinanza) che poi è stata fatta propria dal keynesiano Meade.

G) Quanto alla questione dell'insistenza sugli strumenti e non sugli obiettivi, io sono del parere che la questione degli strumenti sia la questione di come si riescano a conciliare diversi obiettivi e diversi valori e dunque non è fuorviante rispetto alla discussione sugli obiettivi stessi. Sarebbe interessante sapere come tu ritenga che si possano perseguire gli stessi obiettivi attraverso diversi strumenti.


15 dicembre 2007

Ichino e la Danimarca

 

In Danimarca, dice Ichino, sussiste “libertà di licenziamento per motivi economici ma al tempo stesso grande capacità del sistema di prendere per mano chi perde il posto, garantendogli continuità del reddito combinata con servizi efficienti di informazione e orientamento”. Secondo Ichino, dunque, la fusione di politiche sociali e del lavoro realizzata in Danimarca rappresenta una possibilità politica concreta che anche in Italia qualcuno dovrebbe una buona volta saper cogliere.
E’ pur vero infatti che in Danimarca non sussiste un equivalente dell’articolo 18 contro i licenziamenti nelle imprese con almeno 15 dipendenti. Ma è altrettanto vero che nel nostro paese gli indennizzi previsti per i lavoratori licenziati dalle piccole imprese sono molto minori di quelli danesi, e che le leggi Treu e Biagi hanno accresciuto a dismisura il novero dei lavoratori precari, privi cioè di qualsiasi tutela. Non è un caso che l’indice di protezione dei lavoratori italiani si collochi oggi anch’esso agli ultimi posti della classifica europea, appena mezzo punto al di sopra di quello danese, e dopo aver fatto registrare una delle più pesanti cadute a livello mondiale: meno 1,63 punti dal 1990 al 2003, contro una riduzione di appena 0,9 punti in Danimarca.



Ma la componente a nostro avviso più smaccatamente ideologica di questi continui rinvii alla Danimarca non si registra tanto nell’eccessiva enfasi sulle basse protezioni dei lavoratori, quanto piuttosto nella totale assenza di riferimenti alle altre principali variabili macroeconomiche del paese scandinavo. In particolare, è curioso che i liberisti del lavoro non spendano una parola su altre, ben più significative differenze che sussistono tra la Danimarca e l’Italia: innanzitutto la dimensione complessiva del bilancio statale, e poi la capacità di generare elevati tassi di crescita del reddito rimanendo in condizioni di surplus commerciale. Riguardo al bilancio, stando agli ultimi dati comparati messi a disposizione da Eurostat, nel 2004 la spesa pubblica danese ammontava al 56,3% del reddito totale prodotto, mentre in Italia si fermava al 48,5%. Una differenza di quasi otto punti percentuali, che comprende tra l’altro anche la spesa per interessi (molto più elevata in Italia). Stando a questi dati, dunque, se si volesse davvero prender la Danimarca come esempio, il problema non sarebbe tanto quello di abbattere le tutele del lavoro, poiché come abbiamo visto la distanza tra gli indici di protezione danesi e italiani appare ormai risibile. Piuttosto, bisognerebbe accrescere la spesa statale – e in larga misura le relative entrate fiscali – di un ammontare enorme, pari ad almeno 60 miliardi di euro. In pratica dovremmo non solo effettuare una manovra raddoppiata nelle dimensioni rispetto alla famigerata finanziaria “lacrime e sangue” di Padoa Schioppa dell’anno scorso, ma soprattutto dovremmo orientarla in una direzione espansiva anziché restrittiva, ossia esattamente opposta a quella che venne concretamente intrapresa. Se la sentirebbe Ichino di sostenere una simile iniziativa politica? Se così fosse si tratterebbe senza dubbio di una notizia.

(Emiliano Brancaccio)


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9 giugno 2007

Competitività globale e paesi scandinavi

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