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12 agosto 2010

Claudio Napoleoni : caduta del saggio di profitto e crisi di realizzo

 

La causa fondamentale che interrompe secondo Marx il processo di circolazione e produce le crisi è il declino del saggio di profitto : infatti quando questo saggio subisce una caduta tale da indurre i capitalisti a desistere dall’investimento e a mantenere il capitale nella forma monetaria in attesa di circostanze più propizie, la continuità del processo di circolazione è interrotta e scoppia la crisi. La caduta del saggio di profitto può essere legata sia alle cause di lungo periodo di cui si è già parlato prima, sia per l’impossibilità da parte dei capitalisti di vendere le merci a loro valore. Ciò che sta dietro alla diminuzione del saggio di profitto in un caso è assai diverso a ciò che sta dietro nell’altro caso : nel primo caso abbiamo a che fare con movimenti nel saggio del plusvalore e nella composizione organica del capitale, mentre rimane inalterato il sistema del valore. Nell’altro caso si ha a che fare con forze non ancora specificate ma che tendono a creare una generale carenza della domanda effettiva di merci, non nel senso che la domanda sia insufficiente ad acquistare tutte le merci offerte, ma nel senso che essa è insufficiente ad acquistarle tutte ad un soddisfacente saggio di profitto. 



In corrispondenza con questa alternativa, si sono sviluppate due linee interpretative del problema delle crisi, circa le cause che possano deprimere il saggio di profitto :

·         La prima di M. Dobb considera che il principio fondamentale della spiegazione delle crisi sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, mentre la sproporzione tra produzione e consumo è solo un fattore subordinato. Per Dobb il consumo è un importante elemento incidentale e il conflitto tra produttività e consumo è un aspetto della crisi, ma rimane soltanto un aspetto, mentre Marx considerava la contraddizione entro la sfera della produzione tra crescente capacità produttiva e decrescente profittabilità del capitale (dunque tra forze produttive e rapporti produttivi nel capitalismo), il punto essenziale della questione. La crisi dunque appare come la reazione violenta che il sistema mette in atto nel tentativo di contrastare la legge della caduta del saggio di profitto. Infatti nella misura in cui la crisi rende improduttivo il capitale esistente o addirittura lo distrugge, essa determina una riduzione o annullamento del valore del capitale e quindi una riduzione della sua composizione organica, così che il saggio di profitto riprende a salire. In questa stessa direzione agisce anche l’aumento di disoccupazione che è prodotto dalla crisi, in quanto l’allargamento dell’esercito industriale di riserva riduce il prezzo della forza-lavoro occupata e crea le condizioni per una crescita del saggio di plusvalore, preparando il terreno ad una ripresa del processo di investimento. Da queste considerazioni che Marx ha sviluppato la teoria della crisi assume i connotati di una teoria del ciclo economico : crisi e depressione si configurano non come tempo difficile, ma come mezzo specifico a cui il sistema ricorre periodicamente per porre rimedio ai danni causati dalla prosperità. Un ritmo accelerato di accumulazione causa una reazione sottoforma di crisi, ricostituendo l’esercito di riserva, deprezzando il capitale e ristabilendo la vantaggiosità della produzione. Questa tesi malgrado il suo impianto classico ha avuto una posizione di minoranza all’interno della tradizione marxista, dove ha invece trovato più ascolto

·         La teoria delle crisi di realizzo per la quale la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In questo caso si tratta di teorie che provengono da autori che non concordano con Marx nel riconoscimento della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. All’interno di questa linea interpretativa si possono individuare due sottoclassi : la prima è quella per cui le crisi derivano da sproporzioni tra i vari settori della produzione. Secondo questa linea nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale. Tale ipotesi è già presente in Marx dove parla della possibilità della migrazione di capitale da una branca di produzione ad un’altra e dove dice che tale migrazione può implicare una crisi. L’autore che per primo ha dato rilievo e diffusione a questa spiegazione è stato l’economista russo Tugan-Baranovskij, il quale respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo).


11 agosto 2010

Claudio Napoleoni : le crisi cicliche e la circolazione capitalistica

 

Quanto alle crisi cicliche che colpiscono periodicamente il sistema capitalistico, Marx ammette che esse sono fenomeni complessi che si producono per una serie di numerosi fattori : la crisi reale può essere spiegata per Marx solo con il reale movimento della produzione capitalistica della concorrenza e del credito, e cioè con i processi che caratterizzano l’intera struttura dei mercati e tutto il meccanismo finanziario che rende il sistema economico reale molto più complicato dei modelli analizzati da Marx. Per cui quest’ultimo può analizzare le crisi solo ad un alto livello di astrazione. A suo dire la forma generale con cui si manifesta la crisi nelle condizioni capitalistiche è quella di una interruzione nel processo di circolazione delle merci. Tale interruzione si ha nel momento in cui le due fasi della domanda e dell’offerta (Marx dice della compra e della vendita) si separano ed entrano in contraddizione tra loro : se A vende e poi non riesce a comprare da B a sua volta B non essendo riuscito a vendere ad A non può comprare da C e così via. In passato le crisi erano sempre sinonimo di carestia, cioè di insufficienza dell’offerta, della produzione. Adesso invece la crisi è crisi di sovrapproduzione che vede da un lato merci invendute e dall’altro bisogni insoddisfatti. 



Ma quale è la causa di tale separazione tra l’acquisto e la vendita ? Marx critica gli economisti che vedono la causa della crisi in questa separazione, in quanto la separazione è la forma generale della crisi, non ne è la causa. La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare. Se non che se la circolazione semplice delle merci contiene già la possibilità di una interruzione nel processo di scambio, essa non contiene alcuna causa reale perché tale interruzione si verifichi di fatto ed in forma generalizzata. Prova ne sia il fatto che, mentre non c’è crisi senza circolazione delle merci e del denaro, c’è stata invece circolazioni delle merci e del denaro molto tempo prima della produzione capitalistica e senza che si siano mai manifestate crisi. La mancata distinzione tra produzione mercantile semplice e produzione capitalistica è la ragione della differenza tra Marx e gli economisti classici, ed al tempo stesso la ragione del fatto che questi ultimi tendano a negare il fenomeno delle crisi. Uno degli esempi più significativi a questo riguardo è la legge degli sbocchi di Say, dove la giusta tesi che le crisi e la sovrapproduzione sono improbabili nella produzione mercantile semplice, diventa la falsa tesi che la crisi e la sovrapproduzione sono impossibili anche nelle condizioni storiche capitalistiche, al costo notevole di negare la specificità stessa della produzione capitalistica. Per Marx la circolazione del denatro come capitale contiene non solo la possibilità della crisi (come nel caso della circolazione semplice) ma anche la causa che la traduce in atto. Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione).


10 agosto 2010

Claudio Napoleoni : la caduta tendenziale del saggio di profitto

 

Parlando della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto. Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

La legge è a doppio taglio : il saggio di profitto diminuisce non perché il lavoro divenga meno produttivo, ma proprio perchè diventa più produttivo. Il saggio della forza motrice della produzione capitalistica e se tende dunque ad affievolirsi, vuol dire che il destino di tutto il sistema è segnato. Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale è la missione storica del capitale, ma è appunto mediante tale sviluppo che lo stesso capitale crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione : la ragione di vita del capitale diventa il suo limite e la sua ragione di morte. Il mezzo viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, cioè la valorizzazione del capitale esistente. Le forze che agiscono sul saggio di profitto sono il saggio del plusvalore e la composizione organica del capitale. Lo sviluppo della produttività del lavoro le fa aumentare entrambe, ma la composizione organica finisce per incidere maggiormente nel lungo periodo. 



A questo ragionamento è stata fatta la seguente obiezione : nel descrivere la caduta del saggio di profitto sembra che Marx assuma che il saggio di plusvalore rimanga costante, ma l’aumento della produttività del lavoro tende ad aumentare il saggio di plusvalore. Mentre i due fenomeni sono effetti opposti ma inscindibili dell’accresciuta produttività del lavoro, Marx compie l’errore di separarli considerando più rilevante l’aumento di composizione organica del capitale. Sia von Bortkiewicz che Sweezy criticano questa asimmetria, dal momento che le due variabili sono da considerarsi di importanza eguale, per cui non si può dire a priori quale delle due prevarrà. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio di profitto o se essi agiranno solo per affrettarne il declino è un risultato che non può essere previsto. Anche Joan Robinson ha criticato Marx dicendo che poiché la crescita della produttività del lavoro non ha limiti il saggio di plusvalore può svilupparsi in misura tale da prevalere sull’altra tendenza (la crescita della composizione organica di capitale). Le successive interpretazioni (Rosdolsky e Meek) hanno accertato che in Marx il saggio di plusvalore non rimane costante, ma il suo aumento non avrebbe impedito complessivamente la caduta del saggio di profitto. Un’altra critica possibile al ragionamento di Marx riguarda gli effetti che l’aumento della produttività di lavoro ha sulla composizione organica di capitale : infatti l’aumento della produttività riduce non solo il valore delle merci che entrano a comporre i mezzi di sussistenza della forza-lavoro, ma riduce anche il valore delle macchine e delle materie prime, così che all’aumento del volume fisico del capitale costante (composizione tecnica del capitale) non corrisponde sempre l’aumento della composizione organica (che è un espressione di valore). Su questo ha molto insistito Natalie Mosszkowska. Quest’ultima ha sottolineato il ragionamento di Marx dove questi dice che la produzione delle macchine costa meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca e poiché il capitale non paga il lavoro, ma il valore della forza-lavoro usata. Per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza tra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita : il che significa che il capitalismo introduce solo le innovazioni tecniche che possono moltiplicare più volte la produttività del lavoro e dunque il saggio del plusvalore. L’immissione sempre più immediata e diretta della scienza nel processo produttivo ha a sua volta aumentato la possibilità che, all’aumento della composizione tecnica del capitale, si accompagni un aumento assai più modesto della sua composizione organica. In realtà sia la Mosszkowska che Sweezy non riescono a ricostruire nei suoi termini reali il discorso di Marx. La loro critica fa perno su due argomenti : il primo è che l’incremento della fora produttiva del lavoro avrebbe la capacità di determinare una tale riduzione di valore del capitale costante da impedire l’aumento della composizione organica del capitale. Il secondo argomento è che il saggio del plusvalore possa in va di principio accrescersi di pari passo alla composizione organica del capitale, così da annullare gli effetti che questa ha sul declino del saggio di profitto. In realtà però Marx accenna anche al fatto che sia l’abbassamento del valore del capitale costante, sia l’aumento del saggio di plusvalore sono condizionati da limiti assoluti che sono quelli fisici legati alle materie prime e quelli naturali legati alla capacità di lavoro dell’essere umano : i processi organici vegetali ad es. non sono disponibili come quelli puramente meccanici o chimici. Oppure il pluslavoro giornaliero di due operai non può mai compensare il pluslavoro orario di cinquanta operai. Secondo altri interpreti (Gillmann e Pietranera) la caduta tendenziale del saggio di profitto ha avuto effettivamente luogo e si è di fatto realizzata nel periodo a cavallo tra i due secoli, ma che il capitalismo ha reagito ad essa con lo sviluppo del monopolio, entrando così in una fase qualitativamente nuova in cui quella legge non trova più applicazioni : ci furono due principali contromisure e cioè da un lato la formazione di varie specie di combinazioni industriali e bancarie, con l’intento di ridurre l’aria della concorrenza, controllare l’investimento della produzione ed eliminare e pratiche distruttive delle riduzioni dei prezzi. D’altro canto c’è stato un aumento progressivo della scala di produzione con l’intento di ottenere economie di scala ed innovazioni tecnologiche volte ad elevare la produttività del lavoro. Il risultato di questo processo è stato che la natura del capitale costante ha subito un cambiamento qualitativo che è stato nascosto dalla sua espressione quantitativa tradizionale. La sempre maggiore sostituzione di macchine più costose con macchine meno costose e la sempre maggiore economia nel consumo di materie prime hanno rallentato l’espansione quantitativa del capitale costante (sia nel valore che nella massa materiale dei suoi componenti). Questo spiegherebbe la relativa immobilità della composizione organica del capitale a partire dalla prima guerra mondiale, per cui nel periodo del capitale monopolistico il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto diventa soprattutto il problema della realizzazione del plusvalore netto. Le nuove interpretazioni di Rossdolsky e le tesi di Gillmann rivendicano il crollo come un requisito essenziale dell’analisi di Marx, nonostante le perplessità di Dobb.


5 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : tendenze e controtendenze verso il crollo del capitalismo

 

L’attuazione della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.



Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.


2 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura): contraddittorietà e sopravvivenza del capitalismo

 

Tutta l’opera di Marx sembra fendersi in questa insanabile scissura provocata da due opposte istanze per cui la teoria deve parlare un duplice linguaggio : da un lato dimostrare come la contraddittorietà radicale si componga costantemente in un equilibrio, dall’altro deve mostrare come questo equilibrio si rompa continuamente in un movimento disordinato. La legge astratta per Marx deve essere colta assieme alla continua soppressione dell’ordine attraverso cui questa legge si realizza. La legge è determinata dal suo opposto, cioè dall’assenza di legge. La vera legge dell’economia è il caso, dal cui movimento si fissano arbitrariamente alcuni momenti in forma di leggi. Se l’opera di Marx non fosse simultaneamente una critica del capitalismo, un’analisi delle contraddizioni interne che lo minano ed al tempo stesso una ricostruzione del modo in cui malgrado tutto le contraddizioni sono superate ed il sistema esiste e funziona, rimarrebbero solo la vuota semplicità di uno dei due errori : o dimostrare non la contraddittorietà del sistema, ma la sua impossibilità (Rosa Luxemburg), oppure dimostrare non la continua e sempre in pericolo sopravvivenza del sistema, ma la sua eternità (Hilferding e Bauer).

Inoltre l’opera di Marx ha un’altra duplicità interna, tra la constatazione di processi materiali oggettivi e lo smascheramento di una falsa oggettività feticistica in cui si trasformano i rapporti sociali. Nell’argomentazione marxista sociologia ed economia si permeano a vicenda : la sintesi marxiana abbraccia tutti quei fatti storici e quegli istituti sociali che gli altri economisti considerano elemento irrilevanti se non addirittura di disturbo. E tuttavia al fondo una difficoltà rimane : in Marx c’è una teoria del crollo, cioè una dimostrazione scientifica per cui il sistema è ineluttabilmente, per cause determinate, destinato a finire ? A questa domanda sono state date risposte spesso tra loro inconciliabili. Pensavano di si due rivali irriducibili, Bernstein e Rosa Luxemburg. Dicevano di no rivali altrettanto irriducibili, Kautsky e Lenin. Una teoria del crollo è, nonostante le apparenze, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui il termine “tendenziale” non deve trarre in inganno in quanto accenna solo al fatto che la legge in quanto tale è frenata dall’azione di cause antagonistiche che la contrastano o neutralizzano dandole il carattere di una semplice tendenza. Ma ciò non vuol dire che la legge sia annullata, bensì che la sua completa attuazione è ostacolata, rallentata e si verifica in un arco di tempo più lungo ed attraverso un processo più complicato. Questa legge ci permette di capire cosa Marx intenda quando parla di leggi naturali dello sviluppo capitalistico : essa delinea un processo nel corso del quale l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. Quindi essa finisce con l’esprimere un rapporto in cui le grandezze che contano sono il capitale costante ed il capitale variabile e cioè elementi interni al capitale stesso e non le classi sociali e cioè gli agenti storico-soggettivi con la loro lotta ed il loro scontro. 



L’attuazione della legge assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.

Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.

Si può obiettare che Marx non fu mai veramente un determinista, dal momento che diceva che sono gli uomini stessi che fanno la storia, seppure non in condizioni scelte da loro. Tuttavia nella misura in cui il soggetto de Il Capitale è il capitale stesso si capisce anche come la fine del capitalismo si potesse prospettare nei termini di un brusco arresto nel funzionamento del motore dell’accumulazione. Si lasci perdere la contrapposizione tra il Marx giovane rivoluzionario soggettivista ed il Marx vecchio determinista. La coscienza di questo problema la si può trovare anche nella trattazione marxiana della caduta del saggio di profitto : Marx dice che quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Viene dimostrato in termini puramente economici (cioè dal punto di vista borghese) che la produzione capitalistica è limitata e relativa, è un modo di produzione semplicemente storico corrispondente ad una specifica epoca di sviluppo delle condizioni materiali della produzione. Questa frase di Marx fa pensare che la teoria del crollo è solo la fine del capitalismo visto dal punto di vista borghese. In realtà le tendenze oggettive hanno senso solo in quanto compaiano come condizioni e premesse reali della lotta di classe e cioè dello scontro tra soggetti. L’illusione che esse abbiano valore risolutivo genera le varie teorie del crollo. Inoltre se le vere contraddizioni del capitalismo sono sempre contraddizioni di classe è anche vero che l’esito dello scontro non può essere prefigurato in anticipo. Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzione.


14 luglio 2009

Cristina Tajani : vi sembrano pochi i poveri ?

 Sono tanti o sono pochi 2,5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta censiti dall’Istat nel 2007?



Secondo Orazio Carabini, in un editoriale del Sole 24 Ore del 24/04/09, i dati sulla povertà assoluta pubblicati a fine aprile dall’Istat[1] e la contemporanea indagine della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza[2], smentirebbero la diffusa percezione di impoverimento del ceto medio e di aumento delle disuguaglianze che gli italiani avvertono. O meglio, non la confermerebbero se non in minima misura. Infatti i dati dell’Istat ci dicono che dal 2005 al 2007 l’incidenza della povertà assoluta è rimasta pressoché stabile, coinvolgendo circa il 4% delle famiglie e oltre 2 milioni di individui. La Banca d’Italia, da parte sua, segnala che il nostro paese, pur collocandosi a livello internazionale tra gli stati con il più alto livello della povertà e della disuguaglianza nei redditi familiari, non ha visto nell’ultimo quindicennio un sensibile inasprimento delle disuguaglianze (registrabile, invece, se si osserva l’ultimo trentennio, come documentato in diversi contributi presenti su questa stessa rivista[3]). Dunque la statistica smentirebbe la percezione di crescente insicurezza e disuguaglianza che l’opinione pubblica, in sintonia con il sistema dei media, avverte.

Ma è questo un modo corretto di interpretare i dati?

In primo luogo sarebbe opportuno confrontare le misure di povertà e disuguaglianza con l’andamento del ciclo economico, anche al fine di poter formulare un’ipotesi rispetto a quanto l’attuale crisi economica globale ci riserva. In secondo luogo, sarebbe necessario guardare a come è cambiata la composizione della povertà, al fine di formulare giudizi non sommari e farne discendere indicazioni di policy, come altri autori hanno fatto in questa stessa sede[4].

Quanto al primo aspetto, i dati di breve periodo forniti dall’Istat ci suggeriscono che l’andamento economico (modestamente) positivo del biennio 2006-2007 non ha avuto un effetto di riduzione, neppure minima, della povertà assoluta. D’altro canto, però, i dati di lungo periodo della Banca d’Italia suggeriscono che le fasi di ciclo economico negativo producono un effetto sensibile sui livelli di povertà e disuguaglianza. In particolare la crisi economica dei primi anni ’90 ha rappresentato un momento di cesura nell’andamento della distribuzione del reddito e dell’indigenza. Gli anni ’90 sono stati, per altro, anche il momento in cui la quota di ricchezza destinata al lavoro, sul valore aggiunto totale, ha raggiunto il suo livello minimo dal dopoguerra. Dalla crisi degli anni ’90 ad oggi, sempre secondo Banca d’Italia, non vi sarebbe evidenza, nei dati campionari sulla distribuzione dei redditi, di un aumento della disuguaglianza, di un assottigliamento dei ceti medi o di un impoverimento delle famiglie. La distribuzione presa nel suo complesso appare piuttosto stabile sebbene, come evidenzia l’indagine di via Nazionale, questa stabilità aggregata nasconda importanti cambiamenti nell’allocazione delle risorse e importanti disparità territoriali.

Ciò che sembra emergere, quindi, è una reattività della distribuzione della ricchezza alle fasi negative del ciclo economico cui però non è corrisposta una altrettanto sensibile riduzione delle disuguaglianze nelle fasi di congiuntura positiva. In altre parole, le fasi di ciclo economico negativo hanno prodotto un peggioramento nell’incidenza della povertà e nella distribuzione del reddito, ma quando l’economia è tornata a crescere i redditi sono rimasti fermi, sia in termini di livello delle disuguaglianze, sia in termini di incidenza della povertà.

Se è così, lo scenario che l’attuale crisi economica ci prepara è quello di un ulteriore aumento dell’indigenza e delle disuguaglianze nel corso del 2008 e del 2009. A meno di un intervento pubblico che operi in direzione opposta, di cui, allo stato attuale, non si scorge traccia. È sempre la Banca d’Italia a ricordare, infatti, che i trasferimenti sociali per famiglia, disoccupazione, abitazione ed esclusione sociale sono in Italia appena l’1,7 per cento del prodotto interno lordo, la quota più bassa dell’UE ad esclusione della Lituania, pari a poco più di un terzo della media comunitaria. Inoltre l’intero sistema di imposte e trasferimenti appare poco efficace nel ridurre le disuguaglianze generate dalle forze di mercato. Queste ultime, infatti, hanno agito modificando nel corso del tempo la composizione degli strati sociali in maggiore difficoltà. È macroscopica nel corso degli ultimi 30 anni l’erosione nella quota di ricchezza complessiva destinata al lavoro[5]. Anche guardando al medio ed al breve periodo si riscontra che, dal 1993 al 2008, la crescita delle retribuzioni lorde reali unitarie è stata contenuta, circa lo 0,6 per cento all’anno. L’aumento è inferiore per le retribuzioni al netto del carico fiscale, soprattutto per coloro che non hanno familiari a carico. I dati Istat, poi, segnalano che dal 2005 al 2007 l’incidenza dei lavoratori dipendenti tra gli individui in povertà assoluta è sempre aumentata, mentre si è ridotta l’incidenza dei lavoratori autonomi. Inoltre, avverte la Banca d’Italia, tra i lavoratori sono quelli impiegati con contratti a termine e i parasubordinati i più esposti al rischio povertà, soprattutto nelle fasi economiche recessive. Sono, infatti, i più esposti alla perdita dell’occupazione, perché sono i primi a subire i ridimensionamenti degli organici decisi dalle imprese, ma sono anche i meno protetti dagli ammortizzatori sociali, soprattutto per la frammentarietà dei loro percorsi professionali. Difficilmente le disuguaglianze all’interno dello stesso lavoro dipendente o assimilabile (parasubordinati) potranno ridursi senza che s’intervenga sul sistema delle prestazioni sociali. In particolare quello che pesa è la mancanza di un sostegno al reddito che abbia carattere universalistico e non sia legato, come accade ora, ad una particolare collocazione nel mercato del lavoro. Anche le disuguaglianze territoriali sono rimaste profonde nell’ultimo quindicennio: non solo la distanza tra le regioni del Nord e quelle del Sud non si è accorciata, ma i giovani meridionali hanno ripreso a emigrare, ed anche all’interno delle stesse regioni del mezzogiorno la distribuzione dei redditi è rimasta assai diseguale[6]. Si tratta di fenomeni che sono destinati ad approfondirsi, in una fase di crescita negativa, senza adeguati correttivi pubblici che intervengano, da un lato, sulla revisione in senso universalistico delle prestazioni sociali e, dall’altro, su programmi di sviluppo rispettosi dell’ambiente e del territorio (purtroppo le già insufficienti misure “anticrisi” varate dal governo vanno in tutt’altra direzione: si pensi allo svuotamento del FAS ed al piano casa per non parlare delle irrisorie e frammentarie risorse destinate ai parasubordinati, commentate in un precedente contributo[7]).

Diversamente, i 2,5 milioni di individui in stato povertà assoluta, registrati in un anno di crescita positiva come il 2007, saranno destinati a moltiplicarsi con l’avanzare della crisi.


16 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : Draghi ci metta una pietra sopra

 

«La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza». Il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi chiude le sue Considerazioni annuali con una implicita stoccata a Berlusconi e alla sua allegra brigata di ottimisti, ancora convinti che da questa crisi si possa uscire a botta di sorrisi e di pacche sulle spalle. I dati riportati da Bankitalia del resto parlano chiaro: la recessione non ha ancora pienamente dispiegato i suoi effetti distruttivi, ed è già pesantissima. In Italia il crollo del reddito previsto per il 2009 ha ormai raggiunto i cinque punti percentuali e Draghi ammette che ben presto la disoccupazione «potrebbe salire oltre il 10 percento». Un dato inquietante, considerato che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non hanno diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento e che quasi un milione di dipendenti risulta coperto da una indennità inferiore ai 500 euro mensili. La relazione degli uffici tecnici di Palazzo Koch oltretutto mette in luce che il tracollo non è uguale per tutti: la precipitazione dei consumi alimentari segnala in modo evidente «il brusco impatto della crisi sulle famiglie a basso reddito». Il che la dice lunga sulla credibilità di quei giornalisti e commentatori che volutamente adoperano un linguaggio indistinto, e parlano genericamente di "famiglie italiane colpite dalla recessione". Bisognerebbe più spesso puntare l'indice contro questo linguaggio, ogni giorno sempre più fuorviante e in malafede.
Riguardo al futuro, a denti forse un po' stretti, Draghi si trova obbligato a frenare gli entusiasmi di chi già intravedeva una luce in fondo al tunnel: «I recenti segnali di un affievolimento della fase più acuta della recessione provengono dai mercati finanziari e dai sondaggi d'opinione, più che dalle statistiche finora disponibili sull'economia reale». E si sa bene quanto i sondaggi e le stesse quotazioni dei mercati possano distorcere la realtà, specialmente in una fase turbolenta come quella attuale. Per questi motivi, sembra difficile considerare l'annunciata ripresa nel 2010 alla stregua di una solida previsione fondata su elementi concreti. Piuttosto, bisognerebbe valutarla per quello che è: poco più di un flebile auspicio.



Dalle Considerazioni annuali del governatore della Banca d'Italia scaturisce dunque una cruda esposizione dei fatti, che costringe a prendere atto della durissima realtà di questa crisi.
Tuttavia la fredda analisi dei dati non sembra accompagnata da riflessioni altrettanto convincenti nel momento in cui Draghi passa ad esaminare le cause della recessione e le misure per fronteggiarla.
Sulle cause, il governatore si attarda sulla interpretazione finora dominante della crisi, considerata come il banale riflesso di una carenza di regolamentazione presso i principali centri della finanza mondiale. Sui rimedi, Draghi sostiene senza indugio le massicce iniezioni di denaro pubblico a sostegno dei capitali privati, ed anzi invita le autorità ad andare oltre, per esempio diffondendo garanzie pubbliche sui prestiti a rischio o autorizzando la sospensione dell'obbligo di versare all'Inps le quote di Tfr. Quando poi si tratta di pagare il conto per arginare la conseguente espansione del debito pubblico, il governatore concede un breve acuto sulla lotta all'evasione ma poi torna a fischiettare gli antichi motivetti liberisti: innalzamento dell'età pensionabile, riduzione della spesa pubblica corrente, riduzione di fatto dei trasferimenti al Sud, liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Eppure, se riconoscesse che al fondo delle cose questa può ben definirsi la crisi di un mondo di bassi salari (diretti e indiretti), il governatore dovrebbe conseguentemente ammettere che le sue ricette accentuano le disuguaglianze sociali, e quindi rischiano di aggravare anziché attenuare la caduta in corso del reddito e dell'occupazione.
L'ostinazione di Draghi ha un che di affascinante e di grottesco, al tempo stesso. Egli non sembra ancora disposto a riconoscere il fallimento delle soluzioni liberiste propugnate in questi anni, ed anzi pare in alcuni momenti cimentarsi in vere e proprie arrampicate sugli specchi pur di difenderle. Ad esempio il governatore lancia l'allarme sul crollo dei rendimenti dei fondi pensione aperti e negoziali, che sta sollevando forti dubbi sulla loro effettiva sostenibilità. Subito dopo, però, il capo di palazzo Koch sostiene l'esigenza di preservare il pilastro previdenziale fondato sulla capitalizzazione ed invoca la diffusione di nuovi prodotti finanziari che riducano la rischiosità degli investimenti man mano che ci si avvicini al pensionamento. Una nuova finanza creativa che venga in soccorso alla vecchia? Forse il governatore farebbe meglio a rassegnarsi e a metterci una pietra sopra.


9 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : la crisi sta finendo ?

 E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4], e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].

Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito

Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.



Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del mainstream neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito[6]. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del mainstream appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il legal standard, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari[7]. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica[8]. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione[9].

Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari

Per quanto diffusa, l’interpretazione mainstream della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative[10]. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una crisi speculativa da sovra-sproporzioni[11]. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata la crisi di un mondo di bassi salari[12]. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti[13].

Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?[14] La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky[15], potremmo parlare di ultra-speculative working poors, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista

Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro[16]. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.

Quell’ombra in fondo al tunnel

Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”[17]. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte[18].

* Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it.

[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in
http://www.voxeu.org/, 6 april 2009.
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.?
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.?
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito:
http://www.emilianobrancaccio.it/).
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari & Finanza, 11 maggio 2009.
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia:
http://www.bancaditalia.it/). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.


27 maggio 2009

Lucio Garofalo : la fuoriuscita dalla crisi è nella fuoriuscita dal capitalismo

Le campagne di disinformazione sulla crisi e le sue cause reali

Una falsa leggenda metropolitana, molto diffusa nell’ultimo periodo, ci sta raccontando che l’attuale recessione economica globale affonda le sue radici nell’orbita delle speculazioni affaristiche compiute dal sistema delle grandi banche, delle borse mondiali e dell’alta finanza internazionale.

Non c’è dubbio che una parte considerevole di responsabilità risieda nel settore bancario e finanziario, ovvero sia da ascrivere al cinismo e alla spregiudicatezza di speculatori del mercato borsistico e di affaristi delle maggiori banche mondiali, in modo particolare delle banche nordamericane. Non a caso, la rabbia e la rivolta popolari si stanno scatenando, apparentemente in modo spontaneo, contro determinati soggetti, individuati come capri espiatori (in maniera pilotata ad arte dai mass-media ufficiali) nei megadirigenti e nei manager super-pagati delle società finanziarie, bancarie e assicurative multinazionali.

La depressione economica in atto nel mondo è stata senza dubbio aggravata da fenomeni speculativi di origine affaristico-finanziaria. Tuttavia, la matrice reale della crisi è sistemico-strutturale ed è di portata globale, è un crollo derivante dalle contraddizioni insite nella natura stessa dell’economia di mercato. Infatti, un’economia di mercato senza mercato, cioè priva di una domanda (ovvero quando l’offerta supera nettamente la domanda), è una contraddizione in termini, per cui rischia di precipitare in una crisi acuta difficilmente sanabile; se la crisi non trova una risposta risolutiva, rischia la bancarotta finale. Come del resto sta accadendo in questa fase, in cui si assiste al crollo vertiginoso degli investimenti, dei salari e dei prezzi, quindi alla caduta verticale del saggio (o tasso) di profitto, che approfondisce la crisi provocando un circolo vizioso non superabile, nemmeno con una “nuova Bretton Woods”.

In tal senso si può affermare che siamo davvero in una fase di crisi epocale rivoluzionaria, ossia alla fine di un’era e in un momento di transizione verso un’altra epoca storica.

Una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo

Dunque la crisi odierna investe l’apparato politico-economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria.



Infatti, quella in corso è una crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti economici privati, generati da un eccessivo sfruttamento materiale dei produttori, ossia degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti e indeboliti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globo-colonizzazione economico-imperialistica che ha generato condizioni sempre crescenti di miseria, sottosviluppo, sfruttamento e precarietà materiali, permettendo o imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro (vale a dire dei salari) su scala planetaria, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili e drammatiche conseguenze in termini di costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la recessione, sino al tracollo e al fallimento definitivo del capitalismo su scala globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora.

A nulla servirà l’assunzione di rimedi ormai inutili e tardivi, ovvero di provvedimenti di pura facciata quali, ad esempio, l’autoriduzione dei megastipendi dei parlamentari, la limitazione dei compensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla moralizzazione e regolamentazione dei mercati finanziari e persino alla proibizione dei paradisi fiscali.

Se è vero che i capitalisti sono i principali responsabili della crisi odierna, è altresì vero che nemmeno i politici, servi e funzionari del capitale, possono dirsi estranei o innocenti, anzi.

La demagogia e l’ipocrisia, oltre all’inettitudine e all’improvvisazione messe in mostra dai ceti politici dirigenti, nonché la manipolazione e la disinformazione esercitate dai mass-media ufficiali, sono la controprova e la conferma dell’ipocrisia, dell’inganno e della menzogna insite nella realtà e nella natura stessa dell’economia capitalistico-borghese.

Era già tutto previsto

La principale causa delle crisi economiche che investono periodicamente il capitalismo è da individuare, secondo l’analisi fornita da Karl Marx ne Il Capitale, nel crollo periodico del saggio (o tasso) di profitto. Lo stesso processo di espansione, accumulazione e concentrazione monopolistica del capitale, accelera la caduta tendenziale del saggio di profitto (tendenziale nel senso che si tratta di una tendenza che entra in contrasto con altre forze e controtendenze intrinseche al sistema economico-capitalistico).

Tuttavia, Marx non esclude altre cause che possono essere all’origine delle crisi. La ragione ultima, che spiega le crisi capitalistiche, risiede nel progressivo impoverimento dei lavoratori e nel crescente indebolimento del loro potere d’acquisto, quindi nel crollo dei consumi delle grandi masse, un dato che contrasta con la necessità, connaturata al sistema capitalistico, di espandere i mercati ed accrescere sempre più il bacino dei consumatori. In parole semplici, quando i salari si riducono troppo, calano inevitabilmente anche i consumi delle masse lavoratrici, e tale processo non può non incidere anche sui profitti capitalistici, che precipitano in caduta libera determinando effetti di crisi spaventosa, di impoverimento e proletarizzazione anche di vasti strati della piccola e media borghesia economico-imprenditoriale, generando fenomeni di crescente conflittualità tra le potenze capitalistiche esistenti.

Crisi precedenti e soluzioni

In passato, per scongiurare altre dure recessioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave depressione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Ovvero ha intrapreso risposte in chiave neoimperialistica e neoconservatrice, per difendere e consolidare lo statu quo, ossia l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un mercato di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo molto efficace per conquistare aree in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta soprattutto dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera ecc., fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla valse la lezione della prima guerra mondiale). Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di "boom economico". Ma nel corso degli anni '70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta da Egitto e Siria contro Israele), che determinò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile.

Fuoriuscire dalla crisi

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico-borghese. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica e concreta, turba non poco i capitalisti (nonché i loro servi e lacchè) del mondo intero. E ciò vale anche per il capitalismo di stato del gigante cinese, che non esita a fare affari e a stipulare accordi commerciali con gli Stati Uniti per schiacciare la concorrenza europea.

Per arginare l’esplosione di rivolte, disordini e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo in questi giorni, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico-imperialistico, ossia ad un lungo periodo di guerre brutali e sanguinose sulla scena internazionale.

Una seria alternativa al capitalismo

Pertanto, l’unica alternativa possibile e praticabile per evitare e scongiurare simili scenari di catastrofica auto-dissoluzione del genere umano, è solo quella di una fuoriuscita globale e definitiva dal sistema politico-economico vigente, retto su un capitalismo ormai franato in una crisi irreversibile e, dunque, destinato al collasso. Ciò significa restituire al lavoro collettivo il valore e l’importanza che gli spetta, recuperare la centralità e il primato del lavoro produttivo e sociale in un assetto economico di autogestione delle aziende da parte dei lavoratori (chiamatelo comunismo, socialismo, collettivismo o nel modo che vi pare).

Tuttavia, è evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. E' la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata. Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d'uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l'autoconsumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, ovvero sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo, ovvero chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare e rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la competitività e la produttività il sistema risulta invivibile e inaccettabile per tutti i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone affatto un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri "quantitativi" (quali, ad esempio, il Prodotto Interno Lordo di una nazione, o quello pro-capite, ecc.) per calcolare e definire il tasso di eguaglianza e di giustizia sociale, di progresso e di democraticità di un paese.


16 aprile 2009

Carla Ravaioli : Crisi economica e crisi ambientale

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista.”
Autore di questa battuta, divenuta proverbiale nel mondo dell’ambientalismo più qualificato, è un economista, Kenneth Boulding. Uno dei pochi ardimentosi che negli anni Settanta, nel pieno del boom produttivistico postbellico, tentavano di sollevare qualche dubbio sulle certezze che ne animavano il fervore, e già allora sostenevano che l’economia mondiale doveva essere interamente ripensata in difesa dell’economia della biosfera, dunque in funzione della sua propria prosperità che dalla biosfera appunto trae alimento: dai grandi vecchi del Club di Roma, ai giovani ricercatori del MIT , a un piccolo drappello di economisti anomali, (in testa Nicholas Georgescu-Roegen, che in base al 2° principio della termodinamica aveva dimostrato l’inevitabile e irreversibile degrado di materie e energie impiegate nei processi produttivi) si impegnarono a convincere il mondo che il sistema industriale capitalistico andava consumando la base stessa del suo operare.
Non furono ascoltati. Proprio sulla totale assenza di dubbi circa la possibilità di una crescita infinita in un mondo finito, la società ha costruito se stessa. E continua. Forse (per richiamarci ancora a Boulding) perché come arbitri della politica mondiale si sono imposti gli economisti?
In effetti, battute a parte, si direbbe che ancora oggi nessuno dei responsabili del nostro futuro abbia nozione del rischio sempre più tremendo che l’umanità corre, tanto da affidarsi al tentativo di rilanciare e - al grido di “consumate, consumate!”- spingere al recupero della sua massima capacità produttiva un’economia al collasso. Rischio da un lato di un irrecuperabile squilibrio ecologico planetario, dall’altro di una divaricazione in continuo mostruoso aumento nella distribuzione del reddito (i dati più recenti parlano dell’ 1% della popolazione mondiale che detiene il 50% della ricchezza).
Se questa è la linea dei governi, la critica più seriamente impegnata dal canto suo tenta di correggerne le più intollerabili conseguenze, contrapponendovi scelte orientate a difesa del lavoro, a maggiore benessere sociale, a una più razionale conduzione delle politiche operanti; solitamente però senza mettere in discussione la logica portante di queste stesse politiche, senza interrogarsi sulle “leggi” del mercato, o pensare il capitalismo alla pari di ogni fenomeno storico, come tale non fatalmente destinato a dar forma al nostro futuro. E (ciò che oggi pare addirittura inspiegabile) senza mai occuparsi adeguatamente del pericolo ambientale: solitamente per lo più appena citato, insieme alla “questione di genere”, nel lungo elenco dei problemi da affrontare; o, nel migliore dei casi, preso in considerazione unicamente sotto la specie del mutamento climatico, e delle “energie rinnovabili” che dovrebbero risolverlo: nell’assurda convinzione (la stessa delle destre d’altronde) di garantire così la continuità di una felice e totalmente innocua crescita produttiva. Ma di queste cose mi sono occupata più volte (ne ho parlato anche nel mio intervento al convegno dedicato a “L’economia della precarietà” ) e non voglio insistere.
Credo interessante invece soffermarsi a riflettere su quanto di nuovo, negli ultimi tempi, e soprattutto da alcuni mesi in presenza della crisi finanziaria-economica, è emerso nella maggiore attenzione che non pochi intellettuali di fama (tra cui anche qualche economista) dedicano alle questioni ambientali. Certo dovuta ai sempre più allarmati richiami della scienza mondiale, concorde nel segnalare da un lato l’ormai estrema pericolosità del guasto ecosistemico , dall’altro il prossimo esaurimento delle risorse, non soltanto energetiche . Ma sicuramente in qualche misura indotta anche dalla crisi che, dopo il fallimento di giganti finanziari americani e il crollo delle borse di tutto il mondo, parla ora di recessione, di grandissime industrie a rischio, di disoccupazione massiccia.
Mi pare interessante in questa chiave la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, economica e ambientale, da alcuni meramente accennata ma dettagliatamente analizzata da altri. Il primo non solo a intuire ma a descrivere, con grande anticipo su tutti gli altri, la reciprocità di determinazione dei due fenomeni, è stato indubbiamente André Gorz che, in particolare in un articolo apparso poco avanti la sua morte , con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovraproduzione (da lui già in precedenza denunciata come prima responsabile dello squilibrio ecosistemico) l’origine della crisi finanziaria. Nota infatti come l’enorme massa monetaria derivante dalla vendita, sia pure incompleta, delle merci prodotte, sempre più cerca investimento nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”. 
Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a una sola origine, l’insostenibilità dell’economia capitalistica, è anche l’antropologo Jared Diamone, che in qualche modo ne aveva anticipato cause e processi, ricostruendo la morte di grandi civiltà del passato nel suo celebre saggio “Collasso” . Di “Due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione (cui seguono inquinamento, maggiore disuguaglianza, squilibrio finanziario) parla anche l’economista indiano Prem Shankar Jha . “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive su “The Guardian” (12 dicembre 08) il prestigioso notista politico Gorge Monbiot. Letture analoghe della storia mondiale di questi mesi sono firmate dal filosofo Paul Virilio (Le Monde, 3 dicembre 08), dal biologo Edward O. Wilson (N.Y. Times, 27 novembre 08), da un folto gruppo di intellettuali sudamericani riuniti a Caracas e autori di un ampio appello politico. Tutti d’altronde si dicono convinti dell’ impossibilità di trovare soluzione ai problemi attuali all’interno delle regole e della “filosofia” del capitale, che ne è principale responsabile; tutti d’altronde si dichiarano ben poco fiduciosi in una piena ripresa del capitalismo, quanto meno nella forma attuale.
Prima ho accennato anche a qualche economista, in (eccezionale) posizione critica verso l’attuale sistema produttivo. Il primo è stato Nicholas Stern, ex-consigliere economico di Blair che, facendo riferimento alla crisi ambientale, in una conferenza svoltasi a Manchester il 29 novembre di un anno fa, disse: “Siamo di fronte al più grosso fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto”; e, rilanciando una precedente proposta di Ban-Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, affermò la necessità di tagliare il Pil mondiale almeno dell’1%, “per diversi decenni”.
A sua volta il Nobel Joseph Stiglitz, intervistato da La Repubblica il 6 dicembre scorso, alla domanda se, superata la crisi, l’economia mondiale potrà riorganizzarsi sulla linea attuale, di nuovo puntando su crescita, consumi, Pil , senza esitare risponde: no. Il capitalismo americano, e insieme tutto il capitalismo mondiale hanno vissuto per decenni sulle bolle speculative, cioè a dire credito facile, speculazione… Ma tutto ciò - afferma - non potrà ripetersi, almeno non nella dimensione che conosciamo. Magari forse avremo un capitalismo diverso, basato sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, e la distribuzione potrà forse rimettere in moto l’economia…



“Lo chiameremo ancora capitalismo? Oppure come?” si chiede Eugenio Scalfari il giorno dopo, sempre su “Repubblica”, dopo essersi richiamato all’intervista di Stiglitz, e dopo aver ricordato come nel 1911 “l’allora giovane liberale Luigi Einaudi” avesse lanciato l’idea di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, “tassasse i patrimoni con un’aliquota del 50 % da impiegare per ridistribuire socialmente la ricchezza”. Se lo chiede senza scandalo né eccessiva apprensione, come in vista di un normale avvicendamento della storia. E la cosa non mi pare di poco interesse da parte di una persona come Scalfari, da sempre certo “di sinistra”, mai però su posizioni “antisistema”.
Non sarebbe il caso che anche le sinistre organizzate si impegnassero a immaginare la possibilità di un mondo senza capitalismo, o comunque di un “mondo diverso”, come i movimenti a lungo hanno dichiarato non solo necessario ma possibile? Superando finalmente “quella sorta di complesso di inferiorità delle sinistre nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche. Per cui nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo da un lato, e dall’altro paura di disturbare un assetto al quale si attribuisce il valore di straordinario ordinatore della società, al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine”. Come notava Claudio Napoleoni  nel discutere dell’ipotesi di una forte e generalizzata riduzione dei tempi di lavoro, da lui fortemente e per più ragioni auspicata. Magari un’idea da recuperare oggi?

 


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