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Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

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27 aprile 2009

Giancarlo De Vivo : economisti ed economisti

 Gli economisti sono sotto attacco da più parti. La prestigiosa rivista Nature ha invocato la necessità di una “rivoluzione scientifica” in economia, riconducendo l’incapacità degli economisti di “prevedere e evitare le crisi” al loro aver assunto il mercato ad idolo, ed accusandoli di fare propaganda piuttosto che scienza. Sono accuse pesanti, su cui essi devono dire qualcosa. Il Sole - 24 Ore ha iniziato un dibattito con un editoriale “a discarico” di R. Perotti (23 novembre), proseguito poi con interventi molto critici sullo stato della professione - in particolare uno di Roberto Artoni del 26 novembre.

Che la crisi abbia suscitato questo confronto è senz’altro positivo. Mai come nell’ultimo decennio infatti gli economisti liberisti avevano monopolizzato l’informazione. Usando la vecchia tecnica dei frequenti complimenti e citazioni reciproche, sono riusciti a dare l’impressione anche a lettori avveduti che un pensiero unico accomunasse tutti gli “economisti seri”. Il punto importante non è tanto quello degli errori di previsione, ma le storie che questi “economisti seri” son venuti raccontandosi e raccontando ai malcapitati lettori, nei loro editoriali e nei loro libelli. Sostenevano che la liberalizzazione finanziaria avesse fatto mirabilie, che “metà della crescita della produttività degli Stati Uniti è dovuta al settore finanziario”, e che quindi l’enorme ricchezza di cui questo settore riesce ad appropriarsi è giustificata dal suo benefico effetto sulla crescita del prodotto: le rendite non si anniderebbero nei colossali compensi dei dirigenti del settore finanziario, ma tra i lavoratori che guadagnano 1000-1500 euro al mese, e che godono del “privilegio” di un posto di lavoro con qualche tutela.



Dopo tutti i loro peana al liberismo (che alcuni di essi chissà perchè tengono a qualificare come “di sinistra”) quegli economisti, dimenticando tra l’altro di aver spesso vantato gli effetti espansivi della riduzione della spesa pubblica, hanno firmato spaventati appelli perché il finora esecrato Leviatano intervenisse a levare le castagne dal fuoco, con un aumento di spesa pubblica che potrebbe essere vertiginoso: il piano britannico per i salvataggi bancari, a cui tutti sembrano ispirarsi, ha stanziato l’equivalente di 600 miliardi di euro, pari a quasi la metà del PIL italiano, o, se si vuole, pari a circa 4 volte quanto speso annualmente dall’INPS per le pensioni. Ma chi ha dimenticato che quegli stessi economisti fino a ieri additavano all’opinione pubblica come una grave minaccia un possibile aumento della spesa per pensioni di un paio di punti di PIL (la famigerata “gobba”)?

Qualcuno di essi sta oggi iniziando a rispolverare Keynes. Ma se avessero letto Keynes avrebbero forse avuto qualche remora nei loro inni al “contributo” della finanza alla crescita - che appaiono tragicomici oggi che il contribuente è chiamato a pagarne i disastri. Keynes, che era un grande economista e un grande speculatore, paragonava lo “scommettere a Wall Street” allo scommettere alle corse dei cavalli, sostenendo che entrambi servivano solo a dare l’illusione di potersi arricchire senza far nulla, ma che era preferibile andare alle corse dei cavalli, perché così almeno si prendeva un po’ d’aria.


24 febbraio 2009

Oltre i Nobel cazzari : quelli che qualcosa l'avevano prevista

Qualcuno mi ha rimproverato di attribuire all'economia facoltà profetiche giusto perchè avevo parlato di previsioni sbagliate (chissà a cosa serve l'economia...).
Ma se avevo parlato di Nobel cazzari, c'è anche qualcuno che delle previsioni sulla possibilità di una crisi di questo genere le aveva fatte. Vediamo un po' :
1)
Sul Sole 24 Ore del 03/11/2001 Nicola Cacace, ex presidente di Nomisma collega la crisi successiva all'11 Settembre a quelle asiatiche del 1997-1998 e sentenzia che si tratta di crisi legata al calo della domanda aggregata in uno con gli eccessi di investimenti finanziari speculativi con distorsione dei prezzi e delle regole di mercato. Egli dice pure : "Se la crisi depressiva è soprattutto crisi da domanda aggregata, così come nel '29, non serve a molto incentivare gli investimenti se non riparte la domanda di consumo... c'è da incentivare nei modi possibili quella vasta area di consumatori i cui salari hanno a mala pena recuperato l'inflazione...". Cacace ribadisce la sua analisi, sia pure generica, a fine 2001 , a Gennaio 2002 , ad Agosto 2002 , a Dicembre 2002, a Luglio 2003, ad Ottobre 2008 ed anche a Gennaio 2009 . Una tenacia ed una coerenza ammirevoli.
2)
In un intervista al Giornale del 30/10/2002, Mario Deaglio accenna alla possibilità di una recessione legata al crollo del mercato immobiliare Usa.
3)
In un articolo su Liberazione del 2/2/2003, Joseph Halevi, in una analisi storica delle contraddizioni dell'economia Usa, scrive : "Nel periodo clintoniano l'espansione avvenne sulla base di salari reali in diminuzione per cui la dinamica del consumo finì per dipendere dall'indebitamento crescente delle famiglie dando luogo ad una vera e propria bolla da debito. Se la bolla non è ancora scoppiata lo si deve all'abbassamento dei tassi di interesse. Questi però non possono scendere oltre un certo limite, mentre l'indebitamento delle famiglie continua ad espandersi in rapporto al reddito disponibile. Ergo il momento del reality check si avvicina". In un articolo sul Manifesto del 29/05/2003, Halevi ribadisce l'idea di guardare complessivamente alla storia dell'economia mondiale degli ultimi trent'anni ed a proposito dell'Europa evidenzia quella che adesso sarà un'altra difficoltà : "Il blocco della domanda interna europea poggia su di una vera e propria architettura istituzionale, molto difficile a riformare senza far crollare il castello della costruzione europea"
In un altro articolo del Luglio 2007 Halevi addirittura denuncia che : "L'accumulazione finanziaria viene in qualche modo contabilizzata nel Pil che quindi sembra crescere, mentre la precarizzazione riduce la disoccupazione senza dover ricorrere a politiche keynesiane con l'esercito di riserva che si situa dentro l'occupazione stessa...il sistema bancario fa soldi a tonnellate grazie all'accresciuta liquidità, ricicla ed aumenta il debito delle famiglie, le quali pur vedendo il rapporto debito/reddito aumentare, cercano di non cadere nella delinquenza finanziaria e si buttano ulteriormente sul mercato del lavoro con occupazioni precarie : ne consegue che la disoccupazione si situa al di sotto del 5%, mentre alò tempo stesso aumenta il rischio di insolvibilità delle famiglie..." 
4) Nel Settembre 2003 Paolo Sylos Labini
in questo articolo fa una articolata ipotesi di previsione sulla possibilità di una crisi del tipo di quella del 1929, crisi che sarebbe scaturita negli Usa a causa principalmente del debito privato. Tra le altre cose egli dice : " In una relazione sulle prospettive dell’economia mondiale, che presentai nell’aprile del 2002 a un convegno della Cgil e che poi fu pubblicata da Il Ponte (maggio 2002), esprimevo gravi preoccupazioni sulle prospettive dell’economia americana, che condiziona fortemente le economie degli altri paesi e, in particolare, quelle europee. La mia diagnosi fu giudicata da molti pessimista, ma i fatti, finora, mi hanno dato ragione. Oggi la mia diagnosi è ancora più pessimista, ma, giusta o sbagliata che sia, essa si fonda non su intuizioni o sul fiuto, bensì su un’analisi approfondita. In effetti, sin dal mio esordio come economista ho cercato di analizzare lo sviluppo capitalistico che, come aveva sostenuto Marx e riproposto in forme originali Schumpeter, ha un andamento ciclico, ossia passa attraverso fasi di prosperità e di recessione o di depressione. Da almeno due anni avevo notato alcune rassomiglianze fra la situazione che si era determinata in America negli anni Venti del secolo scorso, un periodo che sboccò nella più grave depressione nella storia del capitalismo, e la situazione che si andava delineando oggi in America...
Quando aumenta la disuguaglianza distributiva sorgono almeno due problemi: si indebolisce la domanda di beni di consumo e vengono alimentate le operazioni speculative e i debiti contratti per finanziarle. Negli anni Venti del secolo scorso la quota di reddito che va al quintile dei redditieri più ricchi sale di sei punti: passa dal 48% nel 1923 al 54% nel 1929 (Sylos Labini 1984, p. 265). Dal 1992 al 2001 il potere d’acquisto del reddito mediano del quintile più basso ha perso 3,6 punti, mentre quello del quintile più alto è cresciuto di 0,7 punti: il divario è salito di 4,3 punti: non è poco (dati del Federal Reserve System cortesemente forniti allo scrivente dal Servizio Studi della Banca d’Italia.
La diseguaglianza cresce in modo sistematico o come effetto della politica fiscale o come conseguenza di grandi innovazioni che fanno crescere i profitti nelle nuove industrie e poi, via via, in tante altre industrie, le cui condizioni di produzione e di vendita sono modificate 
dalle nuove industrie e dai nuovi prodotti – si tratta di una sorta di economie dinamiche esterne –. Crescono, a ondate successive, i profitti e ciò provoca ondate speculative in borsa, che hanno l’epicentro proprio nelle innovazioni. I profitti, i guadagni provenienti dalle azioni e gli elevati compensi ai manager, specialmente ai “top manager”, alimentano anche ondate di acquisti di immobili e si formano due bolle speculative, una in borsa e l’altra nei mercati immobiliari. In America la prima si è sgonfiata due volte, la seconda finora solo una volta ha subìto un arresto. Il fatto è che, nell’era della globalizzazione, le ondate speculative si diffondono nell’intero mondo sviluppato, ma con asincronie; inoltre, gli interessi coinvolti sono così rilevanti che la banca centrale e le principali banche, che a volte partecipano alle speculazioni, attuano una politica di sostegno, che può durare a lungo, anche se non all’infinito. Per questi motivi le bolle speculative non si sgonfiano di colpo. La bolla speculativa di Wall Street esplose una prima volta alla fine del 2000 con effetti nettamente negativi sul potere d’acquisto complessivo delle famiglie. Si è poi sgonfiata una seconda volta ma, in dimensioni ridotte, vi è ancora...
Con riferimento all’America sono da considerare quattro tipi di debiti: debito pubblico, debito delle imprese, debito delle famiglie, debito estero; è poi fondamentale la distinzione fra debiti a breve e a lungo termine, che quando diventano difficili da ripagare vengono chiamati immobilizzi. In America i debiti privati e il debito estero hanno raggiunto livelli patologici, mentre il debito pubblico solo da poco suscita preoccupazioni. Il problema fondamentale dell’economia americana sta proprio nei debiti, che oggi hanno assunto ampie dimensioni. È il risultato di vari fattori, economici – fra cui la politica liberale della banca centrale e gli abusi di diverse grandi imprese – e non economici – come la guerra in Iraq e l’occupazione di quel paese....
I problemi odierni sono gravi poiché l’indebitamento a medio e lungo termine ha assunto un peso rilevante. In America le famiglie si sono indebitate a lungo termine principalmente per acquistare immobili, le imprese per acquistare macchine e attrezzature e per acquistare altre imprese: spesso tali acquisti danno luogo a immobilizzi. Fornendo come garanzie gli immobili, le famiglie possono poi ottenere dalle banche prestiti a interessi più bassi di quelli che debbono pagare senza tali garanzie, ciò che consente loro di acquistare beni di consumo durevole che con il loro reddito non sarebbero in grado di acquistare. In generale, negli Stati Uniti la crescita del debito delle famiglie è stata assecondata dalle politiche liberali del credito ed è stata favorita dal tasso di risparmio che, come si sa, in quel paese è molto basso."
5) Il giornalista economico Alexander Weber avverte in quest'articolo del 2003 che l'Europa non sta molto meglio degli Usa : infatti "Da parte loro le famiglie hanno agito nel modo più semplice, trasferendo i risparmi dalle azioni alle proprietà immobiliari...Tale passaggio è stato massiccio. Ma gli effetti sulla distribuzione del reddito sono drammaticamente diversi...un aumento delle attività immobiliari in condizioni di prezzi che salgono tende a redistribuire il reddito rapidamente dal basso verso l'alto, cioè dai primi acquirenti ai detentori di capitali immobiliari. Anche in questo caso gli effetti sulla propensione al consumo sono negativi : le famiglie a reddito alto consumano meno in percentuale di quelle benestanti. "
6) Sempre nel 2003 Robert Reich, economista ed ex-ministro del lavoro Usa, afferma : "...i consumatori americani continuano a comprare. Ma c'è un limite a quanto i consumatori possono spendere, visto che i loro posti di lavoro stanno sparendo e i loro libretto degli assegni vacilla. La preoccupazione è dovuta al fatto che i consumatori in questo momento sono seriamente indebitati. I bassi tassi di interesse hanno reso facile per i consumatori più incalliti prendere in prestito del denaro fornendo in garanzia la propria casa. I proprietari di case stanno acquistando, con il denaro ottenuto in prestito, ogni sorta di cosa che altrimenti non potrebbero permettersi o stanno facendo fronte al  crescente debito delle loro carte di credito. Finchè il prezzo delle case continua a salire, chi prende denaro in prestito è protetto contro un crollo repentino delle proprie finanze. Ma se i tassi di interesse torneranno ad aumentare, i prezzi delle case smetteranno di salire e potranno anche cominciare a scendere..."
Al'inizio del 2004 Reich aggiunge : "Nel frattempo però, milioni di persone rimangono disoccupate o finiscono per essere così scoraggiate da rinunciare alla ricerca di un lavoro. A volte queste persone devono adattarsi a stipendi molto più bassi o a trasformarsi in  consulenti, un modo altisonante per dire lavoratori precari. Alla fine con così tante persone costrette a vivere nell'incertezza, la domanda di beni e  servizi da parte dei consumatori porebbe cominciare  a scemare"
7)
Stephen Roach della Morgan Stanley, sicuramente l'uomo più innamorato della teoria di una crisi sempre imminente, il 13/09/2004 dice : "Noi americani, l'intera popolazione della nazione più potente del mondo, paghiamo solo per gli interessi dei debiti privati più del venti per cento del reddito disponibile.. e il tasso di risparmio è uguale allo 0,6% dei salari.  Il rischio di un grande crack da debito è diventato spaventoso...e se si guarda il grafico di come sono andati avanti i lavoratori negli ultimi sei cicli di ripresa e come si stanno comportando nell'ultima congiuntura favorevole,  si scopre che, oltre al fatto che la crescita del numero dei posti di lavoro è totalmente insufficiente, neanche i salari stanno crescendo come dovrebbero...eppure i consumi si impennano. Essi escono dai debiti, ma non si può andare avanti così. La crescita nei fatti è anemica, senza aumenti nè di lavoro nè di salari e per di più, anche i consumi si stanno in parte raffreddando..." Roach nell'Agosto 2002 già aveva accennato a questi problemi : "Gli elementi che fino a questo punto hanno esercitato la spinta propulsiva sull'economia, come il comparto delle costruzioni e del consumo di beni durevoli stanno progressivamente indebolendosi....Se i governi europei non stimoleranno adeguatamente le politiche fiscali e monetarie di stimolo della domanda interna, il rallentamento statunitense avrà un impatto molto serio sulle altre economie" Nel Maggio del 2003 aggiunge a proposito dell'Europa : "Bisogna che la BCE abbassi e subito i tassi. Altrettanto importante è allentare i vincoli del Patto di stabilità, che è troppo restrittivo.". Il 14/02/2005 dice : "..L'America è il paese più indebitato del mondo, sia dal punto di vista pubblico che privato, e questa è una mina vagante per il pianeta che potrebbe sempre esplodere da un momento all'altro.". L'11/09/2006 Roach continua : "...è improvvisamente finito il discorso sul refinancing grazie all'immobile di proprietà e questo paralizza i consumatori che ora hanno semmai il problema di saldare i debiti più che di consumare..e l'economia americana si basa per il 70% sui consumi...". Infine il 1/05/2007 Roach avverte : "La distribuzione del lavoro ha provocato nel mondo sviluppato fortissime pressioni su occupazione e salari....i salari dovrebbero salire, i profitti delle grandi corporations dovrebbero scendere...è ragionevole aspettarsi che i politici vogliano controllare i profitti in eccesso del capitale..."
8) Il 20/05/2005 si sveglia anche Alan Greenspan il quale chiede il ridimensionamento di Fannie Mae e della Freddie Mac (aziende di interesse pubblico incaricate di rilevare e consolidare i mutui delle banche e di emettere obbligazioni lucrando sullo spread) agitando la crisi dei mercati finanziari
9) Il 10/06/2005 si sveglia anche Paul Krugman, il quale ammette (nonostante qualcuno gli voglia erroneamente attribuire la qualifica di profeta della crisi) "Alcuni analisti più pessimisti come Stephen Roach della Morgan Stanley sostengono che non abbiamo ancora finito di pagare per i nostri eccessi passati (relativamente alle bolle finanziarie). Personalmente non ho mai condiviso totalmente il suo punto di vista e tuttavia guardando il movimento del mercato immobiliare, sto iniziando a ricredermi ". Segue poi una descrizione più o meno analoga a quelle precedenti ed anche una domanda : "Ora cosa può rimpiazzare la bolla immobiliare ?" (domanda che tutto il capitale mondiale si sta forse ponendo in questo momento) oltre a rivelare che "A luglio 2001, Paul Mc Culley, economista del colosso finanziario Pimco, aveva previsto che la Federal Reserve non avrebbe fatto altro che sostituire una bolla speculativa con un altra (la bolla azionaria con la bolla immobiliare)" ed a citare Robert Shiller (autore di quest'articolo del 25/06/2004) che dice "quella immobiliare potrebbe essere la bolla più grande nella storia degli Stati Uniti".
10) Seguono poi articoli o interviste di Vaciago, Alvi, Roubini, Stiglitz  



Insomma, non solo questa crisi era stata prevista, ma era stata correttamente analizzata come crisi inizialmente legata alla domanda e ai bassi salari, crisi che si era tentato di scongiurare con bolle azionarie, con la guerra e con la bolla immobiliare e che è poi diventata crisi finanziaria, per poi di nuovo ritornare sull'economia reale, sull'occupazione e sui salari in un ciclo perverso che non si può spezzare riducendo nuovamente la massa salariale ed i diritti dei lavoratori, pena l'avvento di crisi ancora più pesanti.



3 dicembre 2008

Le molte cazzate del Nobel Cazzaro

 

Il solito GnèGnè mi criticò dal momento che avevo dato del cazzaro a Gary Becker perché non aveva previsto la crisi attuale. Secondo GnèGnè gli economisti non sono tenuti a fare previsioni : la scienza è triste ma non Cassandra e forse nemmeno scienza, ma forse garbato strumento di censura sui blog (“ma tu sai cos’è l’inflazione ? Ma hai letto l’articolo del Prof Mankiw ? Ma se siamo tutte e due italiani, perché parliamo increse ?”) A me questa pare tesi assai strana. Ma non approfondiremo l’argomento.
Piuttosto voglio esaminare altre affermazioni e generose interviste del Becker che più che un economista sembra aver acquisito meriti come filosofo delle scienze sociali, elaborando un’ipotesi di riduzionismo linguistico.


Dietro questa maschera di cera c'è un intelletto da vero trickster...


Ma cosa ha detto ai giornali italiani Gary Becker in questi anni ?
Limitiamoci al momento alle dichiarazioni rilasciate nel biennio 1998-1999

1) Becker predicava ad esempio al Giappone qui di lasciar fallire le banche e le imprese non più in grado di reggere altrimenti la disoccupazione giapponese dal 4% sarebbe salita ed ancora salita. Ora il Giappone ha salvato le banche, ma la disoccupazione giapponese (dopo un picco del 5,5%) ora è a meno del 4% (anche se può di nuovo aumentare con la recessione causata dalla crisi americana) ed è inferiore a quella degli Usa dove si licenzia tranquillamente e dove il libero mercato più verrebbe assecondato o lo era stato nel caso delle Casse di Risparmio. Qui Becker si corregge (ma sarebbe importante riconoscere gli errori fatti) dicendo non che bisogna lasciar fallire le banche in crisi, ma bisogna ristrutturarle.

2) Nella stessa intervista il Becker comincia la sua pippa della necessità per l’Europa di rendere il lavoro più flessibile. Egli ripeterà questo mantra qui, poi qui, qui qui qui . Naturalmente accompagnerà questa raccomandazione con i luoghi comuni sullo Stato sociale troppo generoso (meglio il braccino corto di McCain ?), di sussidi di disoccupazione e sistemi pensionistici troppo generosi, etc etc (per lui sarebbe forse meglio il sistema sanitario Usa…)

3) Becker critica qui anche l’introduzione per legge delle 35 ore in Francia, dicendo che sarebbe stata un disastro (e attribuendo anche a coloro che erano favorevoli l’idea che l’ammontare del lavoro fosse fisso), mentre dal 1997 al 2001 la disoccupazione si ridusse dal 12,6 all’ 8,7, mentre un successivo rialzo (al 9,9%) si potrebbe attribuire anche alla politica deflazionistica di rientro nei parametri di Maastricht del governo Chirac

4) Becker qui poi fa affermazioni generiche e dunque superficiali sulla politica dicendo che fa male quando si mette in mezzo perché è inefficiente e si basa sulla popolarità (insomma dice cose che può affermare senza analisi approfondita qualunque passante ), mentre il mercato si basa sul rispetto delle leggi (e qui l’edulcorazione raggiunge livelli esagerati), sull’onestà e sul diritto (praticamente sembra che declami un Salmo o una serie di precetti sapienziali)

5) Qui Becker critica il fatto che la Malesia abbia posto vincoli alla libera circolazione dei capitali (già la valutazione di Krugman qui, seppur negativa, è più articolata), ma la Malesia da allora ha meglio gestito la crisi finanziaria del 1998 e gli eventi successivi di altri paesi coinvolti

6) Qui poi Becker supera se stesso nel mostrare un modo di pensare rozzo e becero dicendo che a migliorare le condizioni di vita in Usa è stata il drastico calo di criminalità dovuto principalmente all’aumento degli arresti e delle pene, senza sociologismi per cui sia necessario combattere la disoccupazione per combattere il crimine. Becker ipocritamente aggiunge con un certo cordoglio che per fare questo è stato necessario tenere nelle carceri 1,7 milioni di persone (nel 2004 è salita a 2,2) ossia l’1% della popolazione adulta. Inoltre ovviamente Becker prende come dato non tanto i crimini contro la persona, ma quelli contro la proprietà, giusto per farci capire cosa sia prioritario nella sua visione del mondo. Inutile dire che oggi invece i crimini violenti sono in aumento (nel 2006 dell’1,8 e nel 2007 dell’1,9 %). E forse la faciloneria nel Nobel cazzaro andrebbe un attimo messa in salamoia.

7) Qui Becker elogia le bellezze di un sistema pensionistico privato quando invece le crisi dei sistemi finanziari dimostrano che il modello privatistico in auge negli Usa rischia di avere conseguenze catastrofiche, come argomentato qui

8) Qui Becker sostiene la necessità di legare real brasiliano e dollaro, facendo anche l’esempio dell’Argentina : qualche anno dopo l’Argentina ha dovuto attraversare una crisi terribile proprio per la sopravvalutazione del peso legata all’ancoraggio con il dollaro Qui Becker era stato scettico circa l’ipotesi di una crisi catastrofica in arrivo ed anche qui il suo ideologico ottimismo aveva fatto clamorosamente cilecca

9) Qui Becker nega che il rapporto tra dollaro ed euro possa causare un conflitto politico tra Usa ed Europa. Alcuni economisti non condividono tale ottimismo. Intanto la guerra con l’Iraq è stata osteggiata da molti governi europei e per alcuni analisti il rapporto tra dollaro ed euro è all’origine della seconda guerra americana con l’Iraq


20 ottobre 2008

Cazzari Nobel

GARY BECKER 
Da un intervista dell'"Espresso" del 19/01/2006
Ritiene che ci sia il rischio di un crollo del mercato immobiliare ?
Negli Usa c'è stato un boom del mercato immobiliare guidato da tassi di interesse molto bassi che è durato a lungo. Adesso il tasso di crescita dei prezzi ha cominciato a scendere. Ma il calo non sarà eccessivo e non creerà problemi all'economia. In ogni caso la gradualità della decelerazione sarà una delle sfide del 2006.
Gli americani continueranno ad indebitarsi ed a rifinanziare i propri debiti grazie all'aumentato valore delle proprie case o si avrà un'inversione del trend ?
Se il mercato immobiliare non crollerà, i consumatori non avranno problemi di soldi. Magari, visto che abbiamo tassi di interesse piuttosto alti, ne prenderanno un po' meno a prestito. E se l'aumento dei prezzi immobiliari rimarrà contenuto, vedremo una diminuzione del valore dei risparmi familiari.
Ma non credo che dovremo aspettarci grandi problemi su questo fronte 

ROBERT ENGLE
Da un articolo de "Il Giornale" del 30/11/2007
"Parlare di maggiore regolamentazione mi rende nervoso. Negli anni Novanta il problema nacque con i prodotti strutturati che nessuno capiva e che rappresentavano in alcuni casi delle vere bombe finanziarie. Non è intervenuto nessuno, ma il mercato è stato in grado di elaborare degli anticorpi : ricerche più sofisticate sull'analisi dei rischi. Risultato: il mercato non ha perso nulla della sua flessibilità senza causare particolari disastri.Ora nell'occhio del ciclone ci sono le agenzie di rating, che non hanno saputo valutare i subprime. Ma vedrete : anche in questo caso gli operatori sapranno trovare le contromisure giuste."


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