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17 luglio 2009

Vittorio Macrì : un altro colpo per la Sardegna. L'Eni si disimpegna da Porto Torres

 La determinazione assunta lo scorso 7 luglio dall’ENI di fermare gli impianti del petrolchimico di Porto Torres è gravissima per le pesanti ricadute che avrà sia sul piano occupazionale, con 3.500 lavoratori tra diretti e indiretti che dal primo agosto si troveranno a casa, che per l’ intero sistema economico sardo. L’ENI punta ancora una volta ad andar via da un territorio, quello sassarese in questo caso, lasciandosi alle spalle non solo devastazione economica e sociale, ma anche migliaia di ettari di terreno devastati dal punto di vista ambientale, in cui serviranno anni di lavoro e massicci investimenti economici per poterli risanare e riconvertire ad altri scopi produttivi. Dunque un altro territorio rischia il tracollo, così come sta accadendo nel Sulcis-Iglesiente, dove dopo la fermata degli impianti dell’Eurallumina più niente si è mosso; gli investimenti che dovrebbero garantire la ripresa produttiva dopo un anno di fermata degli impianti non si vedono; i lavoratori con le loro famiglie, dell’Eurallumina, così come quelli di tante altre aziende in crisi, Otefal, Rockwool, Portovesme srl (solo per citarne alcune) e di tante imprese dei servizio e delle manutenzioni, si trovano soli e pieni di problemi improvvisi e inaspettati. I pochi che hanno la “fortuna” di avere regolarmente i soldi della CIG o della mobilià (sia straordinaria o in deroga), non arrivano alla fine mese; tanti altri che non hanno ricevuto ancora, da mesi, neanche un euro, dai cosiddetti “ammortizzatori sociali” si trovano nella disperazione più nera. I tanto annunciati interventi di sostegno al reddito per le famiglie di questi lavoratori, che la Regione ha fatto a più riprese per bocca del suo presidente, ad oggi, non se ne vede l’ombra. Così come tutti gli impegni che Berlusconi e Cappellacci hanno assunto prima delle elezioni: sull’industria, le infrastrutture, i servizi ecc, si sono rivelati puntualmente delle misere menzogne. Anzi stanno facendo di peggio, cercando di affossare quanto di buono è stato fatto o messo in cantiere dal precedente governo regionale di centrosinistra. Lo sanno bene, per esempio, ad Arbatax e Tortolì, sia i cassaintegrati della ex-cartiera che i numerosi disoccupati che avevano riposto nel polo nautico (finanziato con soldi veri e che avrebbe dovuto dare lavoro a circa settecento persone) una possibile prospettiva e una speranza per il futuro dell’Ogliastra, ed ora tutto viene messo in discussione per manifesta incapacità dell’attuale governo di centro-destra. 



Cappellacci se avesse dignità dovrebbe solo vergognarsi! L’inerzia della sua giunta e la subalternità agli interessi del “libertino” di Arcore stanno mettendo in ginocchio l’intera Sardegna. La maggioranza che governa la Regione in questi primi quattro mesi di avvio di legislatura si è distinta (oltre che per avere approvato una manovra di bilancio totalmente inadeguata alla situazione, ma passata, purtroppo nel silenzio dei media e delle parti sociali) solo per le discussioni e le litigate sugli assetti, sostituendo già qualche assessore e annunciando nuove modifiche nell’esecutivo per l’autunno. Un teatrino vergognoso che terrà occupati i “nostri” governanti per tutta l’estate, mentre si prepara un autunno difficile per migliaia di famiglie. Tutto questo è favorito da un’opposizione in Consiglio Regionale quasi del tutto assente, divisa e debole. Incapace di interpretare e organizzare in movimento e in proposta politica il grande malessere che si vive nei territori dell’isola.
Sono questi alcuni dei motivi che spingono il PRC della Sardegna a sostenere e partecipare, con uno straordinario impegno, lo sciopero generale dei lavoratori dell’industria, indetto per oggi dalle organizzazioni sindacali regionali confederali e di categoria. Uno sciopero annunciato da tempo, tanto che la decisione dell’ENI a tre giorni dalla giornata di lotta suona quasi come una provocazione. I sardi, dopo il disastroso risultato elettorale per il centrosinistra alle elezioni regionali del febbraio scorso, si sono distinti nelle recenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo per avere bocciato le forze del centrodestra nel segreto dell’urna. Bene, ma adesso è il momento che vengano bocciate le politiche del centrodestra, a viso aperto, nelle piazze dell’isola


29 maggio 2009

Stefano Sylos Labini : oligopolio e programmazione. Il ruolo dello Stato nei settori strategici

 Nel settore energetico, in quello bancario, nella telefonia mobile e fissa e nelle assicurazioni oggi esiste una tendenza verso la concentrazione delle imprese, le quali accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali applicando un margine sui costi variabili (lavoro, energia, materie prime, denaro). Ad esempio nel settore bancario in Italia le prime 5 banche controllano circa il 50% del mercato e vi sono intrecci azionari che legano tra loro i vari istituti di credito col risultato di portare gli stessi personaggi a sedere contemporaneamente nei consigli di amministrazione di imprese concorrenti. Da ciò ne consegue che lo scambio di informazioni tra le imprese “concorrenti” è “istantaneo”. Inoltre, i settori dell’energia, del credito e delle assicurazioni sono settori dove la domanda è rigida e i prodotti in molti casi sono omogenei – fornitura di gas, elettricità, benzina, erogazioni di prestiti ed offerta di coperture assicurative – il che accresce ancora di più il potere dei produttori sui consumatori. In questo quadro diventa velleitario appellarsi a processi di liberalizzazione che dovrebbero far aumentare il grado di concorrenza e quindi sostenere l’innovazione e l’efficienza a vantaggio dei consumatori oppure riporre grandi aspettative negli interventi delle Autorità Antitrust. E poi in un libero mercato le imprese sono libere di fissare i prezzi a loro piacimento, come si fa a dire quali sono i prezzi appropriati?

Il credito e l’energia possono essere considerati dei settori strategici perché il loro funzionamento condiziona l’andamento dell’intera economia. Credito ed energia da un lato sono dei “fattori di produzione” i cui costi e disponibilità hanno effetti sullo sviluppo del sistema produttivo e dall’altro lato esercitano un’influenza diretta sul reddito e sui consumi.

E’ necessario allora elaborare nuove forme di intervento dello Stato nei riguardi del settore energetico e del settore bancario per contrastare comportamenti che possono danneggiare il funzionamento dell’intera economia e per canalizzare le risorse finanziarie verso gli investimenti in ricerca e in nuove tecnologie e verso il settore sociale.

Sul piano energetico è opportuno ricordare che l’Italia ha la più alta dipendenza dai combustibili fossili di importazione e i più elevati prezzi finali dell’energia tra i grandi Paesi europei. Questa situazione, oltre a penalizzarci pesantemente sul piano dei conti con l’estero e sulla competitività dell’economia, aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alle turbolenze internazionali e non permette di ridurre le emissioni di anidride carbonica per rispettare il Protocollo di Kyoto e i recenti obiettivi stabiliti in sede europea. La riduzione della dipendenza dai combustibili fossili costituisce anche un’opportunità per rilanciare gli investimenti e per promuovere la crescita dell’occupazione in nuovi settori produttivi.

In una strategia di riconversione energetico-ambientale che punti allo sviluppo dell’energia rinnovabile ed al risparmio ed efficienza energetica, lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo trainante sia utilizzando la domanda pubblica e le imprese ancora sotto il controllo pubblico, cui si affiancano il sistema delle università e dei centri di ricerca; sia attraverso la leva fiscale. In questo quadro, le due aziende energetiche a partecipazione statale, ENI ed ENEL, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo nella ricerca e negli investimenti sulle fonti rinnovabili sul territorio nazionale. Questo è un punto critico poiché se guardiamo al settore energetico mondiale vediamo che, nel periodo 2004-2007 di continua espansione della domanda di energia e di forte incremento dei prezzi e dei profitti, le grandi imprese energetiche oligopolistiche non sono state molto propense ad investire in R&S, a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti. Le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre vi sono imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&S il 15% del fatturato. Oggi gli obiettivi principali delle imprese energetiche sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le stock options per il management. Al riguardo, è significativo segnalare il caso dell’ENEL che ha accumulato un debito di 50 miliardi di Euro che deriva dalle varie acquisizioni effettuate all’estero proprio durante i due anni in cui il centrosinistra è stato al governo [1], mentre l’ENI ha perseguito una politica di continuo aumento dei dividendi.

Dunque, in una politica di riconversione energetica, l’ENI e l’ENEL dovrebbero aumentare le spese in R&S dai valori attuali che sono inferiori allo 0,3% del fatturato per arrivare ad una quota del 3% e dovrebbero potenziare gli investimenti nell’energia rinnovabile sul territorio nazionale. Una gestione più “politica” dell’ENI e dell’ENEL potrebbe permettere anche di guidare le variazioni dei prezzi finali dei carburanti e dell’elettricità dal momento che queste due aziende hanno un notevole potere di mercato e le loro decisioni condizionerebbero le politiche dei prezzi delle altre imprese.

Anche nel settore del credito è necessario un intervento politico poiché oggi le banche sono diventate dei soggetti autoreferenziali in cerca di profitti di brevissimo termine ed hanno accumulato un enorme potere economico che condiziona lo sviluppo dell’intera società. Una strada potrebbe essere quella di coinvolgere le banche in un patto con sindacati e imprese sotto la regia del governo affinché le banche si assumano le loro responsabilità e i loro impegni in modo chiaro e trasparente di fronte al paese. Il Patto Sociale tra sindacati, imprese e banche è finalizzato a rilanciare gli investimenti, l’occupazione e la produttività del settore privato ed implica la crescita della dimensione e della capitalizzazione delle imprese.

Per raggiungere tali obiettivi si potrebbe pensare: 1) a tassi sui prestiti collegati con il rendimento degli investimenti e con i risultati aziendali. In questo modo si possono attenuare gli effetti negativi del ciclo sulla redditività aziendale e quindi sull’autofinanziamento che concorre in larga misura a coprire i fabbisogni relativi alle spese per gli investimenti innovativi; 2) all’erogazione di credito a medio termine per gli investimenti con più lunghi tempi di ritorno; 3) al rilancio di quella che è considerata la migliore legge di incentivazione industriale: la legge Sabatini del 1965. Questa legge, che andrebbe estesa anche alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dell’energia e dell’ambiente, consente alle imprese che acquistano i macchinari di pagare in 5 anni con un tasso di interesse di favore e alle imprese che vendono i macchinari di ottenere dalle banche autorizzate il pagamento immediato; 4) a prestiti agevolati e incentivi fiscali per quelle imprese che volessero effettuare investimenti per assumere lavoratori a tempo indeterminato e per acquistare beni capitali avanzati e tecnologie innovative.

In sintesi, energia e credito sono due settori che potrebbero rientrare in una politica di programmazione in cui si cerca di definire degli obiettivi e di trovare i modi per raggiungerli. Si tratta di rilanciare gli investimenti per ridurre il divario Nord-Sud, per accelerare il processo di riconversione energetico-ambientale e per accrescere l’occupazione stabile e ben retribuita.

Bisogna dire che per alcuni versi il centrodestra ha presentato dei piani di intervento ben più diretti, anche se non condivisibili, rispetto a quelli del Partito Democratico. Il PD (all’epoca DS e Margherita), dopo aver effettuato delle privatizzazioni assolutamente non condivisibili come Telecom e Autostrade, si è inchinato all’ideologia della concorrenza e delle liberalizzazioni senza capire che in diversi settori come quello energetico, bancario, assicurativo, vi è il dominio di pochi produttori che controllano e si spartiscono il mercato. Il centrodestra sta invece proponendo degli interventi estremamente centralizzati come il rilancio dell’energia nucleare e la costruzione del Ponte di Messina che, se da un lato sono più in linea con una politica di programmazione dello sviluppo quale deve essere una politica di sinistra, non sono però condivisibili poiché si tratta di scelte molto costose, impraticabili, con tempi lunghi e dai ritorni incerti. Anche gli aumenti della tassazione sulle banche e sulle imprese energetiche comportano dei rischi perché si potrebbero scaricare sui prezzi finali ai consumatori (tassi sui prestiti, carburanti, elettricità), ma hanno avuto il pregio di mettere sotto i riflettori i soggetti che negli ultimi tempi hanno conseguito i profitti più elevati.

In questa situazione desolante le forze di sinistra si presentano deboli e frammentate. Ciò è ancora più paradossale se si pensa alla crisi dell’ideologia liberista e al ritorno dell’intervento dello Stato nell’economia. Per questo è ancora più urgente che tali forze si uniscano per elaborare un progetto politico che sia credibile sul piano economico e che sia in grado di governare lo sviluppo.

Da Economiaepolitica.it


23 maggio 2009

Federico Pirro : il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche

 Da alcune settimane è in corso un vivace dibattito in alcune regioni del Mezzogiorno sulla necessità - affermata da personalità che vanno dal Governatore della Sicilia Lombardo a quello pugliese Vendola, appena uscito da Rifondazione Comunista, e da dirigenti dell’Udc all’On. Adriana Poli Bortone di An, ma non aderente al nuovo Pdl - di promuovere un ‘movimento in difesa del Sud’ che costoro ritengono penalizzato dal Governo, come emergerebbe fra l’altro dall’utilizzo di quote rilevanti dei fondi Fas per fini e territori diversi da quelli per i quali erano stati stanziati.
Tale dibattito inoltre è stato accompagnato da manifestazioni in cui si sono incontrati leader di diversi schieramenti, col proposito di rilanciare le regioni meridionali - nelle quali la crisi si avverte ancor più pesantemente che al Nord - e di difendere le risorse stanziate per il Sud, anche ricorrendo in Parlamento ad accordi bipartisan fra i deputati meridionali.
Ora, premesso che sino ad ora tali accordi sono risultati solo un auspicio non essendo stati seguiti da atti politici concreti, v’è da rilevare poi che in questa querelle di stampo antileghista non è stata elaborata, o almeno non risulta in documenti che abbiano una qualche ufficialità, alcuna visione programmatica capace di saldare sinergicamente il rilancio dell’economia meridionale con quello del sistema produttivo nazionale, mentre è rimasto inesplorato un terreno di riflessione e di proposta che, invece, se praticato con rigore analitico e ricchezza di indicazioni operative, rappresenterebbe il primo corposo tassello di un programma di ripresa della crescita del Meridione, elaborato però all’interno di un disegno di politica industriale attento alle esigenze dell’intero Paese.



Ci si riferisce a quello che potrebbe tornare ad essere il ruolo propulsivo delle imprese a controllo pubblico - che venne propugnato fra gli altri da Pasquale Saraceno e avviato dal Ministro Pastore nei ‘poli di sviluppo’ del Meridione, a partire dagli anni Sessanta del ’900 - soprattutto in territori ove il declino di interi sistemi manifatturieri di varia dimensione, costituiti in prevalenza da pmi di imprenditori locali, sta comportando un pesante incremento della disoccupazione, cui si riesce a rispondere solo con l’estensione e il prolungamento temporale di ammortizzatori sociali.
Naturalmente un programma che punti alla riproposizione del ruolo strategico in alcune grandi regioni del Sud di imprese a controllo pubblico non deve ispirarsi a logiche assistenziali, ma individuare quei comparti in cui le aziende a vario titolo controllate dallo Stato andrebbero a potenziare in logiche di mercato la loro funzione già ora trainante, o gli altri settori in cui potrebbero iniziare a svolgerla, rispondendo però ad esigenze di competitività dell’intero sistema produttivo nazionale.
Buona parte degli economisti italiani, in realtà, continua ad ignorare tale ipotesi, anche se sono ormai lontani gli anni delle privatizzazioni ‘epocali’ avviate nel 1992-1994, presentate come occasioni storiche per la nascita di nuovi ‘campioni industriali nazionali’ e culminate con la messa in liquidazione dell’Iri avvenuta nel 2000. Ora, nel mentre la drammatica crisi in cui versa l’economia internazionale ha già riproposto in vari Paesi il ruolo interventista dello Stato almeno in funzione anticiclica - e la stessa Commissione Europea non esclude la nazionalizzazione di alcune grandi banche in difficoltà a causa dei titoli ‘tossici’ posseduti - a conforto di questa nostra ipotesi valga la constatazione che ancora massiccia è in Italia, soprattutto nelle sue regioni meridionali, la presenza di imponenti stabilimenti, facenti capo in varia misura ad holding pubbliche, con elevati tassi di occupazione in settori strategici per l’industria nazionale che vanno dalla petrolchimica all’aerospazio, dall’energia alla cantieristica, dalla costruzione di materiale e di segnalamento ferroviario alla sua manutenzione, dall’Ict alla produzione di materiali stampati.
L’Eni con le sue controllate Polimeri, Syndial, Enipower e Snam, la Finmeccanica con Alenia Aeronautica, AgustaWestland, Officine Aeronavali, Alcatel Alenia Space Italia, Telespazio, Galileo Avionica, Selex Sistemi integrati e Selex Communications, AnsaldoBreda, Ansaldo Trasporti Sistemi ferroviari e Ansaldo Segnalamento Ferroviario, l’Enel con numerose sue controllate, la Fincantieri, la STMicroelectronics, le Ferrovie dello Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato sono presenti in Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, dando vita ormai da anni in molte aree a sistemi produttivi guidati da alcuni loro macroimpianti, intorno ai quali gravitano articolati reticoli di attività indotte con migliaia di addetti. L’Eni impiega nel Sud circa 4.300 dipendenti diretti, la Finmeccanica nell’aerospazio oltre 9.000 e nel materiale rotabile 1.530, la Fincantieri quasi 1.450, l’Enel oltre 2.000, la STMicroelectronics più di 4.600.
Estese, come si è accennato, sono le subforniture di beni e servizi di piccole e medie imprese di manutenzione nei grandi impianti petrolchimici in Puglia, Sicilia e Sardegna, e nei siti ove sono in esercizio le centrali elettriche dell’Enel e dell’Enipower, mentre nel comparto aerospaziale in Campania e a Brindisi, diffuse sono in decine di aziende le produzioni di componentistica e lavorazioni di varia tipologia, spesso ad elevato valore aggiunto. Anche la costruzione di materiale rotabile e la navalmeccanica generano attività collegate che impiegano centinaia di occupati e lo stesso dicasi a Catania nel grande polo dell’Etna Valley, guidato dalla STMicroelectronics.
Allora - in un disegno di politica industriale di respiro pluriennale  definibile a livello governativo con il concorso del Parlamento - si potrebbero: 1) potenziare, anche tramite co-finanziamenti attingibili dai Fondi europei per il 2007-2013 gestiti dalle Regioni che prevedono pure i contratti di programma, le industrie dell’aerospazio, sul modello ad esempio di quanto accaduto negli ultimi anni a Grottaglie nel Tarantino, ove l’Alenia Composite, dell’omonimo gruppo della Finmeccanica, ha costruito - co-finanziata dalla Regione Puglia sulle risorse comunitarie 2000-2006 - l’imponente stabilimento in cui si producono, con 700 nuovi occupati altamente qualificati, sezioni in fibra di carbonio della carlinga del nuovo aereo passeggeri 787 Dreamliner della Boeing; 2) rafforzare il polo dell’ala rotante di Brindisi ove opera un grande impianto della AgustaWestland; 3) incrementare e ammodernare le capacità produttive delle raffinerie di Taranto, Gela e Messina; 4)arricchire ulteriormente con trasformazioni manifatturiere ‘a valle’ le produzioni di base degli impianti di cracking di Brindisi, Priolo e Porto Torres; 4) rafforzare i poli energetici dell’Enel con nuovi interventi sulla megacentrale di Brindisi per ridurne ancor più l’impatto ambientale, riconvertendo a carbone pulito quella di Rossano Calabro, potenziando le centrali del Sulcis, costruendo il rigassificatore di Porto Empedocle e localizzando nuovi impianti di energia eolica, dopo gli ultimi costruiti nel Molise; 5) rafforzare i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Palermo, qualificandone ulteriormente l’indotto; 6) consolidare i poli di costruzioni ferroviarie dell’AnsaldoBreda di Napoli, Reggio Calabria e Palermo; 7) rafforzare la mission della STMicroelectronics, dopo la joint-venture con la Intel e la nascita della società Numonyx; 8)irrobustire il polo manutentivo di Foggia delle Ferrovie per i treni regionali e il sito del Poligrafico dello Stato, sempre nel capoluogo dauno, per targhe automobilistiche e altro materiale a stampa per il sistema sanitario nazionale.
Molte di queste fabbriche, peraltro, già collaborano con Università del Mezzogiorno, loro Dipartimenti ed altri centri di ricerca, come ad esempio il Cetma di Mesagne controllato dall’Enea, e nell’ultimo quinquennio hanno assunto centinaia di laureati e diplomati in discipline scientifiche, formati in Atenei e Istituti tecnici industriali di alcune grandi città del Sud.
Non si dimentichi poi che, grazie al controllo pubblico delle holding strategiche prima richiamate, lo Stato italiano ha potuto acquisire grandi aziende estere come quelle acquistate negli Usa dalla Finmeccanica e l’Endesa in Spagna venduta da Acciona all’Enel, o partecipare a consorzi internazionali guidati dall’Eni per lo sfruttamento dei giganteschi giacimenti petroliferi nel Kazakistan occidentale. E, last but not least, è il caso di ricordare che la prima impresa italiana per fatturato è tuttora un grande gruppo a controllo pubblico come l’Eni, mentre l’Enel è la seconda società elettrica d’Europa alle spalle della transalpina Edf. Le grandi imprese pubbliche, peraltro, operano in Italia in settori liberalizzati e pertanto competono con agguerriti concorrenti privati, dall’energia agli approvvigionamenti petroliferi, dalla produzione di materiale rotabile all’Ict.
Insomma, al di là di ogni acritica apologia di privatizzazioni ormai datate ed esaltazioni del privato in quanto tale - dimenticando cioè i tracolli di imprese private nel recente passato come Cirio e Parmalat - lo Stato con il suo tuttora vasto sistema di grandi aziende può tornare, o continuare ad assolvere, una funzione trainante per l’intera economia nazionale, proprio rafforzando nel Mezzogiorno le capacità produttive già possedute, o creandone di nuove con elevata occupazione aggiuntiva, come è accaduto negli ultimi anni in alcuni casi significativi.


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