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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


9 novembre 2011

Lettera alla Cgil : lo standard retributivo europeo (una interessante proposta di Emiliano Brancaccio)

Un'altra possibile riforma che andrebbe fatta secondo sia Brancaccio che Bruno Bosco è quella di arrivare, attraverso un accordo con la nuova amministrazione USA e con le maggiori piazze finanziarie mondiali ad un’Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie, realizzata all’interno dei singoli mercati nazionali indipendentemente dalla divisa in cui avvengono le transazioni. Questa riprenderebbe l’idea fondamentale di tassare, in misura da valutare con prudenza ma senza timori reverenziali, il controvalore degli scambi finanziari in modo da incidere prevalentemente sui contratti e sugli strumenti finanziari di più accentuato contenuto speculativo. Tale misura avrebbe la finalità di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e di raccogliere sul territorio europeo un significativo gettito da finalizzare all’aumento del budget dell’Unione.

 

 

Tuttavia la vera e propria riforma a livello europeo è quella proposta da Emiliano Brancaccio di uno standard retributivo europeo, per il quale le retribuzioni salariali si devono collegare alla produttività del lavoro di un paese in modo che i paesi più produttivi abbiano salari più alti e si aprano maggiormente alle importazioni, favorendo il riequilibrio e le bilance commerciali dei paesi europei più deboli (oltre che alla produttività del lavoro i salari vanno poi collegati proprio alla bilancia commerciale, causando un ulteriore effetto correttivo ed equilibratore). Anche qui la Germania è un fattore frenante e non tiene conto delle possibili catastrofiche conseguenze di un suo rifiuto, avendo essa sempre basato la sua politica economica sulla relativa moderazione salariale interna (rispetto cioè alla sua produttività: nel 1996 i consumi delle famiglie rappresentavano il 57,3% del Pil mentre nel 2009 erano il 56%) e sull’economia orientata alle esportazioni.  A questo proposito Emiliano Brancaccio evidenzia come tra il 2000 ed il 2010 le retribuzioni nominali sono cresciute in Germania dell’11,5% contro il 32,4% dell’Italia, le retribuzioni reali sono cresciute in Germania dello 0,5% mentre in Italia del 4,4% ed infine il costo nominale del lavoro per unità prodotta è cresciuto del 6% in Germania e del 32,3% in Italia. 

Una riforma come lo standard retributivo europeo per avere qualche speranza di attuazione presuppone però una iniziativa sindacale coordinata appunto a livello europeo. La Cgil più che puntare all’unità del sindacato italiano deve promuovere un coordinamento con altre sigle sindacali di altre nazioni europee: l’obiettivo deve essere uno sciopero che abbia una dimensione sovranazionale. Poiché l’orizzonte temporale è breve bisogna concentrare le energie in questa direzione e mettere gli altri sindacati europei di fronte alla necessità di una scelta che sinora hanno sempre evitato. Sarebbe il caso ad es. che durante le iniziative della Cgil ci sia sempre uno striscione, grande abbastanza da essere visto anche dall’alto, che reciti “Merkel, aumenta i salari tedeschi!”.

 

 


20 settembre 2011

Le tesi di Emiliano Brancaccio sulla crisi del debito pubblico europeo

Emiliano Brancaccio, partendo da un punto di vista eterodosso, analizza la crisi del debito pubblico europeo con ben altri esiti rispetto agli economisti del mainstream. Egli parte dal presupposto che sia in corso in Europa una competizione tra capitali, competizione che rischia di smantellare l’assetto dell’UE, assetto sovrastrutturale e quindi del tutto dipendente dalle dinamiche economiche in atto. I capitali tedeschi, detenenti alti tassi di produttività, hanno un alto coefficiente di penetrazione negli altri paesi europei. Questo è il frutto della politica economica tedesca che ha, nel corso dell’ultimo decennio, privilegiato le esportazioni, mantenendo fermi i salari interni. Questa politica ha generato grossi squilibri nelle bilance commerciali di altri paesi europei, quali Spagna, Portogallo e Grecia (Brancaccio inserisce in questo discorso anche l’Italia).

 

 

Il deficit commerciale di questi paesi compromette la crescita di questi ultimi e la mancanza di crescita genera la sfiducia sulla possibilità di questi paesi di rimborsare il proprio debito pubblico. In questo modo gli speculatori vendono titoli di stato di queste nazioni perché puntano sul default del loro debito pubblico e sullo sganciamento dall’unione europea. La crisi del debito pubblico mette in difficoltà anche le banche dei paesi colpiti che hanno tra i loro crediti gli stessi titoli del debito pubblico. Ciò comporta difficoltà nei patrimoni di queste banche che sono viepiù costrette ad aumentare il proprio capitale con il rischio di scalate da parte di capitali stranieri (Brancaccio pensa soprattutto a capitali tedeschi. L’esito finale potrebbe essere una elevata mortalità delle imprese dei paesi periferici ed ad una desertificazione produttiva di questi ultimi.

Brancaccio ha anche ragione a criticare le politiche economiche che, secondo l’ortodossia liberista, dovrebbero contribuire a sanare il debito pubblico a rischio di insolvenza di questi paesi periferici. I prestiti rinviano soltanto il problema e l’austerità, comprimendo i consumi interni, abbassa il reddito nazionale lordo e riduce la capacità di rimborso dei prestiti, scatenando ulteriori crisi di fiducia nei mercati finanziari. Per Brancaccio un possibile rimedio sarebbe lo standard retributivo europeo, cioè una politica che obblighi i paesi dell’UE a garantire una crescita delle retribuzioni almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro in modo da interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e di eliminare la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra di questa crescita minima dei salari, lo standard retributivo europeo legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. I paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. In questo modo se in Germania si aumentano i salari relativi, i lavoratori tedeschi possono aumentare le importazioni e ridurre il disavanzo commerciale delle nazioni europee che esportano verso la Germania. Senza una politica di questo tipo, gli squilibri commerciali rimangono e i salari dei paesi in deficit tenderanno a ridursi con effetti ulteriormente recessivi.

Negli ultimi articoli Brancaccio ha sottolineato la necessità di un maggiore controllo sulla circolazione dei capitali e sulla possibilità che questo controllo venga effettuato dai singoli stati membri dell’UE. Brancaccio ha anche criticato il libero-scambismo di sinistra che tende ad escludere tale controllo dalle proprie proposte di politica economica.

Le tesi di Brancaccio sono complessivamente convincenti e tuttavia sono possibili due osservazioni:

1.      Non ha senso per i comunisti dichiararsi libero-scambisti, ma bisogna essere consapevoli, con Marx, che il libero scambio è una delle caratteristiche dell’espansione del capitalismo nel mondo e dunque non si può facilmente rimuovere senza che ci siano conseguenze ancora più conflittuali tra gli Stati. Le politiche protezionistiche hanno maggiore senso quando vogliono tutelare un’industria o un settore produttivo nascente, ma difficilmente possono essere messe in atto in chiave difensiva a tempo indeterminato. Né si può trascurare il fatto che questo tipo di politiche più facilmente si può collegare ad ideologie politiche nazionalistiche e dunque a conseguenze molto meno condivisibili. La strada maestra per la sinistra è, in presenza di circuiti economici e di zone di scambio che travalicano l’ambito nazionale e rendono più difficili politiche economiche tese alla redistribuzione del reddito verso i ceti meno abbienti, quella di rafforzare istituzioni politiche il cui intervento sia possibile a livello più esteso in modo da riattivare il controllo dei capitali a tale livello.  Quindi la sinistra deve lavorare perché sia possibile una politica fiscale europea, uno standard retributivo europeo, la nascita dei titoli di debito pubblico europei, il sistematico investimento pubblico europeo, una imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo. Ovviamente la difficoltà sta nel fatto che l’assenza di strumenti politici adeguati limiti la possibilità per una forza comunista di incidere nell’elaborazione di riforme politiche di tale estensione. Ma a livello sindacale si può spingere per iniziative sindacali coordinate a livello europeo, in quanto solo se le forze del lavoro si uniscono ad un livello più grande, è possibile un vero contraltare alla libera circolazione dei capitali nel nostro continente e nel mondo. Un altro punto è che un eventuale sganciamento o allentamento dai vincoli europei non può e non deve sfociare in forme di protezionismo angustamente nazionalistiche, che potrebbero avere vita breve (e di questo ne è consapevole lo stesso Brancaccio). Forse da questo punto di vista è più interessante l’ipotesi di Leonardo Amoroso, per il quale potrebbe essere necessaria un’area di Stati europei periferici del mediterraneo, con una moneta comune e la possibilità di più libero scambio all’interno. In questo modo una politica economica più autonoma sarebbe una opzione più forte ed anche più ragionevole.

2.      Un’altra osservazione che può essere fatta sulle tesi di Brancaccio è quella relativa al fatto che la crisi del debito pubblico italiano si possa collegare anch’essa fortemente agli squilibri della bilancia commerciale. Tuttavia tali squilibri non sono marcati come quelli di Portogallo, Spagna e Grecia. Da un lato si deve maggiormente valorizzare il ruolo della speculazione finanziaria che può essere considerata come un bastone volto a costringere gli Stati a ridurre ulteriormente il grado di protezione del lavoro e le politiche di redistribuzione del reddito (in Italia l’obiettivo che si vuole raggiungere è l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, l’emarginazione definitiva della Cgil o la sua normalizzazione ed infine la privatizzazione delle municipalizzate, delle risorse naturali e delle quote azionarie detenute dallo Stato). D’altro canto un criterio da cui deriva la fiducia dei mercati finanziari sulla solvibilità del debito pubblico dei singoli paesi può essere il rapporto tra interessi del debito pubblico e tasso di crescita del Pil: in Grecia ed in Portogallo l’interesse del debito pubblico è eccessivo, mentre per ciò che riguarda l’Italia è il tasso di crescita del Pil ad essere troppo risicato. Ma questa ipotesi andrebbe comunque perfezionata. In realtà infatti l’interesse del debito pubblico si innalza anche per effetto della speculazione per cui tale rapporto non inquadra uno stato di cose reale, ma uno stato di cose costituito dalla speculazione stessa. Le intenzioni degli speculatori sono implicite nell’atteggiamento delle agenzie di valutazione nei confronti degli eurobonds, atteggiamento che nasconde l’avversità pregiudiziale della speculazione verso ogni soluzione che possa favorire un maggior equilibrio economico tra gli Stati membri dell’UE, dal momento che questo equilibrio potrebbe contrastare la svendita del patrimonio pubblico dei paesi periferici e della maggioranza azionaria delle imprese di tali paesi.

 

 

 


11 settembre 2010

Ancora la Polonia : NoiseFromAmerika non si arrende

Dopo il nostro post sulla Polonia, le perplessità sull’articolo di NoiseFromAmerika si sono moltiplicate, anche se non vogliamo pensare ad un propter hoc, ma ad un semplice post hoc, tanto che pure il Capo si è scandalizzato per questa ribellione in piena regola.

Comunque penso che il fatto che la tenuta polacca contro la crisi sarebbe stata  causata dalla liberalizzazione del mercato del lavoro del 2003 sia ormai una bufala riconosciuta dagli stessi autori o sponsorizzatori (“La teoria di LP magari non regge, anzi quasi sicuramente non regge perché è monocausale e queste cose hanno sempre una varietà di cause e concause”). E tuttavia essi insistono nel dire che la liberalizzazione del mercato del lavoro sia causa dell’aumento dell’occupazione in Polonia. Boldrin dice “secondo te gli FDI arrivano per caso? Non ti suggerisce nulla il fatto che questi liberalizzino il mercato del lavoro e, giusto lo stesso anno, cominciano ad arrivare investimenti dall'estero in quantità eccezionale?”.

 

Il Prof Boldrin controlla accigliato che nel suo blog non si apra una nuova road to serfdom

 

 

E allora smontare anche questa illusione e spiegare cosa almeno approssimativamente sia successo in Polonia. Vediamo :

 

1.      Perché nonostante i buoni tassi di crescita la Polonia nel 2003 aveva un tasso di occupazione del solo 51,2% ? In realtà non si capisce se si tratta del tasso di occupazione semplice (occupati/popolazione) o di quello specifico (occupati in età da lavoro/popolazione in età da lavoro). In secondo luogo il basso tasso di occupazione è in relazione con l’alto tasso di disoccupazione che passa dal già alto tasso del 10,2 % del 1998 al 19,9 % del 2003. In realtà dalla fine del socialismo reale vi è stato un crollo dell’occupazione nei paesi dell’Est, crollo a cui non hanno posto rimedio né i forti investimenti dall’estero né il basso costo del lavoro. Se poi la Polonia ha avuto un buon tasso di crescita del Pil non è stato certo per la strategia economica, ma proprio per i forti investimenti dall’estero che hanno continuamente stimolato, se non drogato, l’economia. La Polonia è un paese privilegiato anche rispetto agli altri paesi dell’Est : a partire dal 1989 sono stati investiti in Polonia 49,4 mld di dollari, più degli altri paesi dell’est. Inizialmente gli aiuti europei ai paesi dell’Est erano indirizzati solo a Polonia ed Ungheria. Mentre solo nel 1994 tali aiuti furono estesi agli altri paesi, dal 1990 al 1994 il governo polacco aveva già ricevuto l’equivalente di 1 mld di euro che divennero 1,7 mld alla fine del 1998, di cui il 44% fu speso in infrastrutture (investimento tipicamente keynesiano). Gli investimenti privati dall’estero riguardano però nel 2000 per quasi il 40% la privatizzazione del settore pubblico e nel 2001 tale privatizzazione rallenta, con la salita al governo degli ex-comunisti guidati da Alexander Kwasniewski e già FMI e OCSE cominciano ad “essere preoccupati” per lo stato dell’economia polacca. Nel 2001, con la rarefazione delle privatizzazioni, gli investimenti dall’estero si riducono del 30%. Riassumendo, lo stato dell’economia polacca è quello di una nazione sorvegliata politicamente, premiata inizialmente per il fatto di essere stata la prima nazione a ribellarsi all’Urss nel decennio che condurrà al crollo del socialismo reale, poi punita perché non procede alla svendita del suo settore pubblico con la necessaria solerzia. Senza gli stimoli artificiali procurati da questi investimenti di matrice politica ed imperialistica, la Polonia viene restituita alle sue difficoltà di un’economia in transizione.

2.      Infatti, un’altra delle cause della diminuzione del tasso di occupazione e del contestuale aumento della disoccupazione si collega ad un'altra situazione specifica della Polonia : una pesante ristrutturazione del settore agricolo. Già nel 1997, a fronte di una disoccupazione complessiva del 10,5% si registra un 25% di disoccupazione nelle zone rurali del Nord. Gli occupati agricoli rappresentano nel 1996 ancora il 26% dell’occupazione totale, ma in realtà nelle zone rurali vi è molta disoccupazione occulta. L’adeguamento ai parametri comunitari ha comportato la riduzione dei sussidi agli agricoltori, lo spostamento traumatico degli occupati dal settore agricolo a quello dei servizi : l’occupazione agricola dal 21% del 1998 passa al 15% del 2008 ed il processo non è ancora finito.  La cosa ha assunto tale rilevanza da consentire al partito dei contadini di essere indispensabile per la tenuta del governo Kwasniewski e di affossarlo quasi nel 2003. La disoccupazione rimane in tutti questi anni sempre a due cifre e l’aumento dell’occupazione in termini assoluti di questi ultimi anni, lungi dall’essere causato dal modello liberista di mercato del lavoro, è il frutto di questo lento spostamento che ha causato prima un forte aumento della disoccupazione e poi una diminuzione della stessa : le riforme del mercato del lavoro hanno magari facilitato questo riassorbimento, ma sono state facilmente digerite proprio perché l’urbanizzazione di lavoratori e lavoratrici che vivevano nelle campagne in condizioni di semipovertà ha comunque coinciso con un miglioramento della loro condizione sociale.  Dunque si tratta di una situazione specifica che non è per niente esportabile.

3.      Ma davvero poi le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto qualche effetto ? In realtà ci troviamo ancora una volta ad investimenti che hanno una matrice politica : nel 2002, l’accordo ottenuto dall’allora primo ministro Miller ha reso ancora una volta la Polonia maggiore beneficiario tra i paesi dell’Est degli aiuti europei, per un totale di 13,5 mld di euro dal 2004 al 2006 (il 48,6% del totale degli accrediti accordati ai 10 paesi candidati). Per non parlare dei 6 mld di dollari da parte degli Usa per investimenti connessi all’acquisto da parte delle forze armate polacche di almeno 32 aerei F-16 della Lockheed Martin entro il 2008 (investimenti che superano ovviamente la spesa del governo polacco, spesa che comunque sarebbe stata fatta).

Dunque cari camerati libertari di NoiseFromAmerika, il liberismo non c’entra nulla. Ancora una volta è la politica che genera economia.

Evviva il moltiplicatore !!!

 


28 luglio 2010

La lettera degli economisti : noiseFromAmerika

Gli economisti Bisin e Boldrin  hanno fatto delle obiezioni alle tesi della Lettera degli economisti sia sulle pagine del Sole 24 Ore sia (in maniera più aspra) su quelle del blog noiseFromAmerika. Da dilettante faccio le seguenti osservazioni alle loro critiche, mantenendomi su di un piano da manualetto marxista-leninista. Non posso far altro. Sono un paleo-marxista e poco capisco le raffinatezze da gourmet dei polemisti, anche se in questo caso Bisin e Boldrin non mi pare abbiano preparato un capolavoro :

 

Il tono

Il fatto che sia offensivo porta ovviamente gli interlocutori ad essere altrettanto piccati e porta a perdite di tempo che non arricchiscono il dibattito. Ma la cosa che noto è che il tono dei due autori del post è annoiato, come se stessero per l’ennesima volta ripetendo verità ovvie che purtroppo raccomandati incompetenti e in mala fede non si rassegnano a condividere. Il risultato è che i fedeli si raggruppano intorno ai loro parroci complimentandosi a vicenda ed inventano pettegolezzi verso le contrade nemiche (basti a tal proposito vedere i commenti al post).

Il fatto è che bisogna rendersi conto che si è in presenza di paradigmi diversi di interpretazione della realtà e per risolvere la questione ci vorrebbe ben altro livello di divulgazione approfondita.

 

Unione Europea ed area euro

Alla lettera si rimprovera en passant di confondere tra Unione europea ed area euro. In realtà la lettera non dice che Unione europea ed area euro siano la stessa cosa. Dice che gli squilibri della zona euro derivano dal profilo liberista del Trattato dell’Unione. Tesi che magari è discutibile, ma che andrebbe appunto discussa e chiarita.

 

Il 95%

Bisin e Boldrin si fanno matte risate per il fatto che i cosiddetti percettori di reddito da lavoro sono il 95% delle famiglie. Ma questo dato non mi sembra evidenziare alcuna altra ovvietà e dunque non ci aiuta in nessun modo. La tesi della lettera sembra essere invece che, all’interno di questo 95% c’è una distribuzione del reddito che favorisce situazioni di sottoconsumo.

Ed è questa tesi che va criticata.

A tal proposito Boldrin cerca di confutare la teoria della propensione al consumo decrescente al crescere del reddito, dicendo che Giappone ed Usa sono paesi più ricchi di Cina ed India ma hanno una maggiore propensione al consumo di quei paesi. A tal proposito sono perplesso su questa comparazione non tra individui o gruppi di individui relativamente omogenei al loro interno per livelli di reddito, ma tra Stati che possono a loro volta  avere al loro interno  forti squilibri distributivi. Per cui non credo che l’argomentazione di Boldrin sia pertinente. Tuttavia, anche tra gli Stati, se si guarda a quelli più poveri, essi hanno una percentuale del consumo familiare che supera spesso il 70% del Pil, quota sfiorata tra i paesi più ricchi solo dagli Usa con i brillanti risultati che sappiamo.

 

Americani ed europei si sono comprati tutti quelli che potevano

Questo dicono Bisin e Boldrin : qui non si confonde il consumo naturale di un bene (il firmare un contratto e l’abitare una casa) con il consumo economico di una merce (il pagare il mutuo) ? A me pare che la tesi sottoconsumista dica che il consumo si perfeziona, pena la crisi, con il pagamento per intero del debito assunto dai nuovi proprietari di case. Poiché i neo proprietari non hanno pagato i mutui, è stata allora innescata la miccia della crisi.

C’è una differenza tra chi compra una casa avendo un lavoro a tempo indeterminato con salari decenti e dunque con alte probabilità di pagare il suo debito e chi invece ha un lavoro incerto, poco garantito. In Italia grazie ad un mercato del lavoro garantito circa il 74% delle famiglie sono proprietarie della prima casa. In Italia il mercato immobiliare e dei mutui non ha conosciuto una crisi come quella americana grazie ad un mercato del lavoro più garantito. In Italia il consumo in senso economico c’è stato effettivamente : le case sono state pagate e questo perché era possibile farlo.

 

 

I capitalisti sono stupidi ?

Questa è la domanda retorica che si pongono Bisin e Boldrin. No, ma non ritenendo vera la teoria del sottoconsumo non si comportano di conseguenza. Oltre tutto sarebbe un comportamento abbastanza in contrasto con alcune abitudini radicate.

I capitalisti infatti  potrebbero acquistare le merci, ma poiché, nonostante i trust e gli accordi, sono in competizione tra loro, cercano comunque di evitare di comprare tutto, cercano comunque di astenersi dal consumo per investire ancora in vista di ulteriori guadagni. Essi cercano inoltre di vendere sempre il proprio prodotto ad altri cercando di trarne il massimo profitto possibile.

 

 

Il valore della produzione

Bisin e Boldrin dicono che, se i capitalisti buttano quello che hanno fatto produrre ai lavoratori, essi

non ci guadagnano e dunque il valore della produzione quell’anno è minore. Il valore della produzione cioè si misura dopo averla venduta. Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla.

Però per produrre una cosa c’è stata una spesa a cui va aggiunta una aspettativa di guadagno (incerta, ma che costituisce la motivazione dell’intrapresa). Questa spesa viene a più livelli comparata con l’ammontare della vendita. Se a livello collettivo il costo della produzione è maggiore dell’ammontare del consumo si verifica una situazione di sottoconsumo. Tale sottoconsumo si verifica anche quando diminuisci i prezzi delle merci, in quanto vendere tutto a prezzi stracciati permette magari di attenuare le perdite, ma non di evitarle del tutto (e ricordiamo la comparazione va fatta con il costo più il guadagno atteso, altrimenti il gioco potrebbe non valere la candela). Il sottoconsumo non si ha cioè solo quando alcune merci rimangono invendute, ma anche quando vengono vendute sottocosto. Dunque il valore delle merci va computato a monte e a valle (il valore e la realizzazione del valore) e dalla comparazione dipende lo stato di salute di una economia capitalistica.

 

La pacchia infinita

Piuttosto sciocco mi sembra il tentativo di ironizzare sul fatto che una situazione del genere sarebbe una pacchia tanto che sarebbe preferibile fare i lavoratori. A parte il fatto che per certi versi è un paradosso che potrebbe essere vero. Nel Manifesto Marx dice letteralmente questo “Il lavoratore torna a carico della società, ed il pauperismo s’accresce più rapidamente ancora che la popolazione e le ricchezze. È adunque dimostrato, che la borghesia è incapace di sostenere la parte di classe dominante e d’imporre alla società, come legge suprema, le condizioni d’esistenza della propria classe. Essa non può più regnare, perché non può più assicurare l’esistenza al suo schiavo, neppure nelle condizioni della sua schiavitù, poiché essa è costretta di lasciarlo cadere in una situazione così precaria da doverlo nutrire invece di esser nutrita. La società non può più esistere sotto la sua dominazione, ciò che vorrebbe dire che la sua esistenza è incompatibile con quella della società”.

Al tempo stesso l’ironia è sciocca, in quanto tale “pacchia” è fatta di stress, di paure, di mortificazione. Chi deve pagare un mutuo e non può farlo sta in condizioni in cui solo chi non ha certi problemi può ironizzare.

 

Produttività e salari

Bisin e Boldrin hanno presentato una loro interpretazione dei dati che smentirebbe l’esistenza di una correlazione. Tale interpretazione ha trovato conforto in una analisi di Giulio Zanella sullo stesso blog. Tali interpretazioni però si devono confrontare con altre di tenore diverso qui, qui e qui. Sarebbe il caso di riparlarne. Ovviamente i periodi considerati sono diversi, la produttività a volte si misura facendo riferimento alle ore lavorate, a volte al numero degli addetti, ma credo che una comparazione tra le indagini in campo sia possibile.

 

La produttività tedesca 

Bisin e Boldrin dicono che gli estensori della lettera non si chiedono come mai i tedeschi abbiano così aumentato la produttività.

In realtà la lettera forse non poteva dilungarsi su questo tema, ma ciò non vuol dire che la domanda non si sia posta. Lo ha fatto qualcuno dei firmatari qui, qui e qui.

Invece Bisin e Boldrin si abbandonano parlando dell’Italia al vecchio “Va' a lavurà, barbun!”, alla gente che non lavora, all’assistenzialismo, alle terribili tasse. Manca il traffico a Palermo.

La lettera poi non dice che i governi europei siano indebitati con i tedeschi (come sostengono gli autori), ma che l’Italia importa dalla Germania più di quanto esporti, accumulando debito (privato non pubblico) crescente.

 

L’euro

Bisin e Boldrin difendono inoltre l’adozione dell’euro che però nella Lettera degli economisti non è criticata, per quanto, pur difendendo il potere d’acquisto delle famiglie, l’introduzione dell’euro ha coinciso con un aumento dell’inflazione di tutti i paesi europei (in Italia si è passati dal 2% del 1998, al 2,5% del 2000 e al 2,7% del 2001). Può ben essere una coincidenza, anche se personalmente la interpreto come una conseguenza di un aumento dei prezzi legato al commercio ed a fenomeni di arrotondamento permessi dall’impreparazione dei consumatori. Per una tesi analoga vedi qui.

 

La speculazione finanziaria

Bisin e Boldrin attribuiscono alla Lettera la tesi che gli speculatori vogliano far deflagrare l’euro, ma questa sarebbe una tesi assurda perché a perderci sarebbero i detentori di titoli pubblici e cioè i cosiddetti speculatori. Essi attribuiscono alla Lettera anche l’idea che i derivati siano cose diaboliche, mentre in generale le operazioni speculative sono giochi a somma zero in cui se uno perde l’altro vince e quindi se metà degli speculatori ci guadagna, l’altra metà ci perde.

In realtà la Lettera dice che gli speculatori stanno scommettendo sulla deflagrazione del debito, non che vogliono maliziosamente farlo deflagrare, ma, scommettendo, tendono a fare sì che queste previsioni si auto realizzino, accelerando i processi reali oggetti delle previsioni. Si tratta di processi cumulativi che possono essere difficilmente controllati (una volta avviati) e che dunque necessitano di vincoli preventivi. Da decenni si evita l’avvitamento dell’inflazione con queste cautele spesso ferree, perché allora non discutere con altrettanto distacco anche l’ipotesi di meglio regolamentare la circolazione dei capitali ? Quanto al fatto che non tutti gli speculatori ci guadagnano, la Lettera non dice che tutti gli speculatori di guadagnano, ma che la speculazione nel suo complesso può avere effetti dannosi per l’economia.

Per chiarire l’atteggiamento della sinistra verso gli speculatori valga questa citazione :

In questa sede non si intende attribuire alcun connotato negativo, tanto meno sul piano morale, a quella attività economica che va sotto il nome di speculazione. Essa è una attività di compravendita come tutte le altre, e come tutte le altre, trae la sua ragion d’essere dalla prospettiva di lucrare la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. In una economia di mercato questa è la regola e non l’eccezione. Il fatto che si cerchi di lucrare non sulla differenza di prezzo tra beni, ma su quelle tra monete o attività finanziarie, non modifica in nulla il fenomeno della speculazione, cui, in condizioni normali, spetta il compito economico di portare in equilibrio i prezzi di domanda e di offerta. Quello che rende tristemente famosa la speculazione su attività finanziarie e valute è il fatto che, in condizioni di squilibrio particolarmente pronunciate, essa si trasforma in un potente fattore di amplificazione dello squilibrio, rendendo impossibile qualsiasi altro intervento di risanamento che non sia la crisi. La speculazione non crea lo squilibrio. Ciò non toglie che si ponga un problema di governo dei flussi internazionali di capitali speculativi che li assoggetti quanto meno al pagamento delle tasse sui profitti (qui)”

C’è anche da precisare che a sinistra si teorizza che nell’ambito della speculazione esista una fondamentale divisione tra pastori (investitori individuali e collettivi più ricchi ed informati che acquistano al prezzo più basso, vendono al prezzo più alto in quanto determinano i movimenti di capitale più consistenti) e greggi (il resto degli investitori che, aggregandosi in un secondo momento ai pastori, determina il successo dell’investimento di questi ultimi, i quali hanno la facoltà di vendere il titolo quando lo ritengono più opportuno e di lasciare a loro  a cascata il cerino acceso). Sicuramente i liberisti ad oltranza negheranno l’esistenza di questa divisione. Sarebbe interessante sapere quali sono le loro argomentazioni al proposito.

 

Il moltiplicatore

Secondo Bisin e Boldrin, gli estensori della lettera ritengono che la capacità produttiva cada dal cielo, sia sempre sottoutilizzata e vada messa in opera dall’aumento della domanda. Essi crederebbero che la spesa si autofinanzia fiscalmente con il giusto moltiplicatore. Ma, si chiedono i due autori, se una volta che la spesa pubblica entra nel mercato si genera sottoconsumo, non c’è una contraddizione tra sottoconsumo e moltiplicatore ? In realtà non è certo il moltiplicatore che ci fa crescere. L’evidenza schiacciante dal punto di vista statistico è che nel lungo periodo crescono di più i paesi che risparmiano ed investono di più.

In realtà credo che la tesi attribuite agli estensori della lettera siano state ricostruite in maniera un po’ arbitraria ed alla fine si è creato un avversario fittizio e più facile da confutare. Volendo dunque dire liberamente la propria opinione, a me non sembra che la spesa pubblica favorisca la generazione del sottoconsumo, ma, come si è già detto, possa rimediare alle eventuali crisi di sottoconsumo.. Quanto alla crescita dei paesi con alti tassi di risparmio, si tratta di un fenomeno che riguardi alcune fasi dello sviluppo (quello delle economie emergenti tipo Cina, India, Vietnam), ma che non si possa applicare ai paesi dove tale accumulazione si è già articolata. Il problema di una economia matura non è un alto tasso di crescita , ma un tasso che consenta uno sviluppo più armonioso ed equilibrato e  magari un diverso sistema di valutazione

La Grecia

Bisin e Boldrin hanno ridacchiato circa il fatto che gli estensori della lettera avrebbero incoraggiato la spesa sicuri che i mercati non avrebbero sanzionato le cicale. La Grecia avrebbe seguito il consiglio di questi economisti e sarebbe stata fregata.

Non mi pare che le cose stiano così. L’ipotesi che fosse possibile un aumento del differenziale del rendimento dei titoli pubblici europei in condizioni eccezionali è stata fatta. E tuttavia è diversa l’interpretazione di come si sia generata. Bisognerebbe discutere nel dettaglio queste differenze di impostazione invece di fare facile ironia.

Guardando alla Grecia bisogna dire che invece di fare la cicala, ha proprio seguito i consigli di chi persegue strategie deflazioniste : la quota degli investimenti sul Pil è aumentata dal 18,1% del 1995  al 25,8 del 2005. La quota dei consumi delle famiglie è diminuita dal 71,8% del 1995 al 66,8% del 2005. La quota dei consumi collettivi è scesa dal 19,8 % del 1995 al 16,4 % del 2005. La spesa sanitaria è scesa dall’8,3% del Pil al 7,9%, nonostante l’età media dei greci sia piuttosto alta e pure la percentuale di ultrasessantenni (fonte). Piuttosto il problema della Grecia sembra più il disavanzo commerciale con l’estero, in armonia con le tesi degli estensori della lettera.

In conclusione spero che gli autori rendano più chiari quali siano i loro presupposti teorici e soprattutto quali siano i rapporti tra questi e gli esempi e le metafore da loro utilizzati, nella prospettiva di una spiegazione razionale dei fenomeni reali. 

 

 


6 luglio 2010

La lettera degli economisti contro le politiche restrittive europee

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

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La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

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Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.

Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

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Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie e valutarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

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Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.

Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

≈≈≈

Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.


9 aprile 2010

Roberto Tesi : Crollano i consumi. Anche quelli alimentari

Ha ragione la Confcommercio: i consumi degli italiani stanno crollando. Negli ultimi tre anni la caduta è stata rovinosa (-5,6%) e il 2010 si apre nel peggiore dei modi: le vendite al dettaglio dei prodotti alimentari sono diminuite a gennaio dell'1% rispetto a dicembre e del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2009. L'Istat segnala che il dato congiunturale (la variazione su dicembre) è il peggiore da aprile 2007, mentre quello tendenziale (rispetto al gennaio 2009) è il peggiore dal marzo 2009, quando segnò un -5,2%. Nel complesso le vendite al dettaglio a gennaio sono diminuite dello 0,5% rispetto a dicembre e del 2,6% rispetto a gennaio 2009. E, puntualizza l'Istat, il dato congiunturale è il peggiore dal dicembre 2008 quando la caduta fu dello -0,7%.

Secondo l'Istituto di statistica, la caduta delle vendite su dicembre (-0,5%) è il risultato di una flessione dell'1% delle vendite alimentari (il dato peggiore da aprile 2007) e dello 0,3% dei prodotti non alimentari. Rispetto a gennaio 2009 le vendite alimentari sono crollate del 3,3% (il calo più consistente da marzo 2009) mentre quelle dei prodotti non alimentari sono diminuite del 2,3%. Il calo tendenziale è stato forte soprattutto nelle imprese della grande distribuzione (-3,1%) mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno segnato un -2,2% su gennaio. Altro nota imporante che amplifica la caduta: dite sono registrate a prezzi correnti. Questo significa che incorporano anche l'inflazione. Tenendo conto di questo particolare non trascurabile (anche se la crescita dei prezzi su base annua è contenuta nell'1,3%) la caduta delle vendite e, quindi dei consumi, sarebbe maggiore.
In gennaio a soffrire di più della caduta delle vendite è stata la grande distribuzione. nell'alimentare, infatti, le imprese della grande distribuzione hanno segnato un calo delle vendite del 3,5% mentre le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato un calo delle vendite del 3,1%. Nel comparto non alimentare la grande distribuzione le vendite sono scese del 2,9% a fronte del calo del 2% dei piccoli negozi. Nell'alimentare gli ipermercati e i supermercati hanno perso il 3% del fatturato al livello tendenziale mentre i discount alimentare hanno segnato un -2,9%. Sul calo complessivo del 2,6% delle vendite a gennaio spicca quello dei prodotti farmaceutici (-4,2%) e delle dotazioni per l'informatica (-4,3%). Reggono meglio la crisi l'abbigliamento e le calzature (-1,2% per entrambi i comparti) la foto ottica (-0,6%) e il settore dei giocattoli, sport e campeggio (-0,9%).
Un dato che colpisce (e conferma quanto sostiene la Confcommercio) è che l'indice delle vendite (destagionalizzate) in gennaio è pari a 100, esattamente come era nella media del 2005. D'altra parte, anche il Pil è sugli stessi livelli del 2005, così come le retribuzioni. Ma non è solo l'Italia in sofferenza: ieri sono stati diffusi i dati sulla spesa per consumi in febbraio in Francia e l'Insee (l'Istat francese) segnala una flessione congiunturale dell'1,2% che segue la caduta del 2,5& in gennaio. Ma una differenza c'è: su base annua le spese sono salite dell'1,6%. In Gran Bretagna, invece, dopo il crollo di gennaio (-3,0%) in febbraio le vendite al dettaglio sono salite del 2,1%, trainate (+11,2%) dal forte incremento nelle vendite di articoli per la casa. Insomma, il piatto piange. E come ha confermato ieri il presidente della Bce, Trichet, la ripresa c'è, ma la crisi non è finita e «non possono essere esclusi ritorni indietro».


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28 febbraio 2010

Pavlos Nerantzis : la Grecia è un vulcano

 

La Grecia trema. La borsa di Atene è in ribasso, gli scioperi si estendono, le nuove misure proposte dall'Unione europea prima ancora che siano applicate quelle annunciate dal governo ellenico sono vissute come un incubo, la gigantesca morsa di speculazione continua a stroncare il paese. Per quattro ore, mercoledì scorso, il consiglio dei ministri ha esaminato tutte le possibili alternative, senza escludere un possibile ricorso al Fmi in caso «le trattative con Bruxelles non vadano nel modo giusto e la situazione peggiori ulteriormente». Per il momento l'unica soluzione dei problemi rimane all'interno della Ue, ha detto il ministro dell'economia Jorgos Papacostantinou, facendo però notare che «se ci fossimo rivolti al Fmi saremmo ora obbligati a rispettare le identiche misure che ci chiede la Ue, ma avremmo già in cassa 30 miliardi di euro». Da notare che il suggerimento a ricorrere al Fmi è venuto nei giorni scorsi dal presidente russo Dimitri Medvedev, in occasione della visita a Mosca del premier greco, Jorgos Papandreou.



Il capo del governo, di solito moderato nelle sue dichiarazioni, ha alzato la voce con l'Europa. Ciò che il suo governo si aspetta dalla Ue è «un esame serio dell'attuale piano di stabilizzazione e sviluppo, e non discorsi generici e irresponsabili di provvedimenti su ciò che la Grecia deve o non deve fare». Per aggiungere poi che «non stiamo chiedendo denaro ai contribuenti tedeschi, italiani, francesi o di altri paesi», ma «appoggio politico» all' Europa per porre fine alla «speculazione con obiettivi occulti». L'ira di Atene è dovuta in gran parte alle crescenti pressioni per nuove misure di bilancio, alla forte opposizione tedesca nei confronti di una assistenza finanziaria, ma soprattutto al comportamento scoordinato delle istituzioni europee nell'affrontare la crisi greca, che a sentire i socialisti, «avrebbe contribuito ad un peggioramento della posizione economica del paese».
Dall' altra parte Papandreou deve fare i con il malessere dei greci. La maggior parte della gente si rende conto che finora ha avuto i benefici della moneta unica senza pagarne il costo. Che ha sciupato i privileggi dell'entrata nella zona dell'euro e che ora si trova nei guai a causa degli scandali, della corruzione, dell'evasione fiscale, della burocrazia, della mancanza di trasparenza e del clientelismo. I greci, stando ai sondaggi, sono pronti a fare dei sacrifici, ma non sono disposti a subire ulteriori misure draconiane imposte dall'Ue in un momento in cui l'austerità annunciata sta già peggiorando la qualità della vita.
Il congelamento generale dei salari per il 2010, i tagli delle indennità del 10%, la riforma del sistema fiscale, le tasse su sigarette, alcol e benzina, l'elevamento del limite dell'età pensionistica sono misure che non coincidono né con il programma preelettorale del Pasok, né con le promesse di Papandreou fatte appena quattro mesi fa. E se è vero che, nonostante tutto, il premier greco continua ad avere un alto indice di popolarità, non è detto che il clima sarà lo stesso se saranno imposte delle misure aggiuntive per far calare il deficit nel 2010. L'ondata di mobilitazioni di varie categorie proseguirà fino a mercoledì prossimo, quando ci sarà la giornata di sciopero generale proclamata dalla Confederazione dei Lavoratori (GSEE). E il leader dei conservatori, Antonis Samaras, ha aggiunto che il partito della Nea Dimokratia d' ora in poi non sarà a fianco del governo per affrontare la crisi economica.
Tra le misure chieste da Bruxelles c'è anche un aumento dell'Iva di uno-due punti percentuali rispetto all'attuale 19%, un ulteriore taglio ai dipendenti pubblici pari a un mese di salario, ma anche un piano di licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione. «Come faremo ad aumentare l'Iva nel momento in cui le spese per i consumi coprono circa il 75% del pil», dicono al ministero dell' economia? Atene sta facendo di tutto per mettere assieme i 2-2,5 miliardi chiesti dalla Ue, ma l'operazione si sta dimostrando molto difficile per i tempi troppo stretti.


22 febbraio 2010

Perchè non vogliamo togliere il termine "comunismo"

Dobbiamo cominciare da Kant. Il deontico Kant. Che si pone il problema di cosa sia stato e sia l'illuminismo.
L'illuminismo è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso.
E' la nascita della soggettività consapevole di se stessa e capace di darsi le regole e di rispettarle una volta che se li è date.
Nel parlare di comunismo bisogna partire da questo passaggio di stato.
Che è al contempo una fenomenologia dello spirito
Nel Manifesto Marx fa un'operazione analoga e dice "Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari di governo; qual partito d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di comunismo tanto sugli uomini più progrediti dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?
Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni.
Il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee.
E` ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito stesso
A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle nazionalità più diverse e hanno redatto il seguente manifesto che viene pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese
". 




Siamo ad un ulteriore passaggio di stato. Ad un momento ulteriore della fenomenologia dello spirito, se mai un materialista possa dire una cosa del genere. IL soggetto consapevole adesso è collettivo. E si attribuisce esplicitamente il nome che viene continuamente esecrato e dissimulato. Ed in questa autoattribuzione c'è la esplicitazione del fatto che la realtà vecchia deve essere tolta per fare posto ad una nuova che sta scavando nella storia il suo percorso.
Oltre al suo significato, il termine "comunismo" ha proprio questa sua rimozione che lo rende insostituibile. In questa fase della reazione del capitale a livello mondiale, ancora una volta come nel 1848 si vuole blandire, minacciare velatamente, perchè si abiuri ("sarà per poco, saremo sempre noi")
Ma se accettiamo torneremo indietro nella nostra soggettività a quei tempi durissimi, alla dissimulazione, all'ipocrisia, alla sottomissione.
Il fatto che il nome rimanga è l'atto che contesta tutte questa melassa e che ribadisce un filo rosso che attraversa le vittorie e le tragedie e ci consente di interpretare queste ultime alla luce di una visione articolata che critica, valuta, ma non rinnega, perchè i problemi da cui sono sorte le tragedie non potevano essere rimossi, nè si può pensare che fossero facilmente evitabili dalla soggettività rivoluzionaria. Nè sono evitabili ora. Il nome ci consente di rimettere tutte le questioni al livello di scelta storico-filosofico suo proprio, livello che è il tragico. Quel filo rosso è la memoria storica, che è il fondo da cui attingiamo per evitare i medesimi tragici errori. Rimuovere il nome non ci consente di ripensarli quegli errori. Ci consente solo di farsene impaurire
La reazione ci fa arretrare paurosamente. Ma le ragioni analitiche per sperare rimangono intatte. Bisogna lavorare per costituire una soggettività all’altezza del proprio compito storico. Una soggettività che eserciti quella funzione che l’analisi rende solo possibile. Prima che sia troppo tardi e che la lotta di classe si risolva nella catastrofe per entrambe le classi contrapposte.


5 ottobre 2009

Paolo Gerbaudo : un Irlanda impaurita accetta l'Europa

 

Un sospiro di sollievo percorre l'Irlanda dopo che la vittoria del si al referendum sul trattato europeo invade l'etere. Non solo per un risultato che aggancia saldamente l'Irlanda ad un Europa vista sempre più come un salvagente in mezzo alla tempesta, ma pure per la sensazione di essersi tolti di mezzo un fastidioso impaccio per un paese che sembra avere al momento ben altre urgenze che l'oscuro progetto di riforma delle istituzioni della Unione europea. Il si stravince con il 67% contro il 32.9 del no, superando le previsioni e dando il via libera all'implementazione del trattato di Lisbona, a meno di sorprese che potrebbero arrivare da Polonia, e Repubblica ceca, gli unici due paesi che assieme all'Irlanda non l'avevano ancora ratificato. 



Il 20% degli elettori irlandesi hanno cambiato opinione rispetto al referendum del giugno 2008, dove prevalse il no. Un responso legittimato da un'affluenza del 58% in aumento rispetto al 53% di un anno fa, con molti elettori che hanno approfittato delle ultime ore a disposizione per partecipare alla consultazione. Festeggia il premier («Taoiseach» in gaelico) Brian Cowen che rischiava di affondare se fosse passato nuovamente il no e che ieri affermava che «dobbiamo lavorare con i nostri partner europei per assicurare che le riforme di questo trattato vengano attuate». E festeggia pure la tecnocrazia di Bruxelles, con Manuel Barroso che ieri ha accolto raggiante il risultato sostenendo che «l'Irlanda ha riconosciuto il ruolo che l'Unione europea ha giocato per rispondere alla crisi economica».
Delusione sul fronte del no. Declan Ganley, il businessman leader del gruppo anti-europeista Libertas, ha sostenuto «che non siamo riusciti a prevalere, ma abbiamo detto la verità e sono orgoglioso di questo». Per il parlamentare europeo del partito socialista Joe Higgins, il risultato è frutto di una «campagna di paura ed intimidazione sostenuta dalla élites politiche d economiche e dal mondo dei media».
L'impressione che si registra parlando con gli elettori a Dublino è che la sconfitta del referendum un anno fa fosse dovuta a una carenza di informazione riguardo al contenuto del trattato. «Bene per noi e bene per l'Europa. Questa sera ci sarà da brindare a pinte di Guinness per me e per te», afferma un signore di 63 che abita nella zona sud della capitale irlandese, che ha visto uno dei maggiori spostamenti di voto dal no al si. «C'erano un paio di punti del trattato che la gente non aveva capito, per colpa del governo che non aveva spiegato bene per cosa si andava a votare. Noi non siamo mica come gli inglesi. Noi ci crediamo all'Europa. E con questo referendum siamo riusciti a rimanere ancora una volta al centro del dibattito e a mantenere un'influenza molto grande considerando che siamo una piccola nazione».
La campagna per il referendum si è concentrata sulla situazione economica in un paese dove la disoccupazione ha raggiunto quota 12,6%. La tigre celtica, si è trasformata in un micietto impaurito nel giro di pochi mesi, con il Fondo monetario internazionale che prevede che nel 2010 l'economia irlandese si sarà contratta del 13% rispetto al 2008, una vera e propria decimazione. Responsabile per il collasso una politica economica che ha puntato ancora più che altrove sul settore immobiliare, come pure il crollo della sterlina, che ha affossato il valore delle esportazioni in un paese per cui il Regno unito è il primo partner commerciale. Di fronte a questa situazione molti elettori hanno ritenuto più prudente dare un segnale di fedeltà alle istituzioni europee, che in passato avevano riversato ingenti quantità di denaro nel quadro dei programmi regionali di sviluppo.
La vittoria nel referendum allunga la vita all'impopolare governo di Brian Cowen, del liberale Fianna Fail, sostenuto pure dai verdi. Un esecutivo che si trova ai minimi di popolarità ed è accusato pure di sprechi e di corruzione. Ma secondo molti commentatori la fine è vicina, e Brian Cowen sarà mandato a casa prima di Natale. Il prossimo ostacolo è l'approvazione in parlamento del controverso provvedimento NAMA (National Asset Management Agency), che creerebbe un'ente per comprare 4 miliardi di euro di «titoli tossici», e che segue un simile piano da 2 miliardi varato a gennaio. Un intervento che vale il 2% del pil e i cui fondi saranno raccolti con pesanti tagli alla spesa pubblica. I sindacati hanno affermato che si tratta di una «decisione brutale» e hanno annunciato una grande protesta per il 6 di novembre.
Il risultato positivo del referendum irlandese potrebbe innescare una reazione a catena in Cecoslovacchia e Polonia che erano rimasti alla finestra in attesa del responso irlandese come. Forte imbarazzo tra i conservatori britannici che ieri hanno aperto il loro congresso a Manchester e con David Cameron primo ministro in pectore che potrebbe essere costretto ad un'imbarazzante passo indietro sull'opposizione al trattato di Lisbona, per non isolarsi ulteriormente sul fronte europeo dove si è già fatto molti nemici.


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permalink | inviato da pensatoio il 5/10/2009 alle 9:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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