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13 marzo 2011

Galbraith : la retorica della politica monetaria

Nondimeno si pensa che la Federal Reserve sia una istituzione politicamente neutrale, apprezzata e guidata, come sempre negli ultimi tempi, da una personalità preparata, lucida e rispettata, non priva inoltre di spiccato talento teatrale. Poche cose sono più gradevoli di decisioni prese da persone per bene sotto i ritratti di celebrità del mondo della finanza del passato. Così si dovrebbe decidere la politica economica. Che non ne sortiscano effetti è secondario. L’idea è che qualcosa di così complesso, multiforme ed importante per tutti e per ciascuno, come il denaro, possa essere governato con decisioni ben ponderate ma indolori, e che tali decisioni vengano da un edificio gradevole e discreto situato nella capitale, non appartiene al mondo reale, ma a quello della speranza e dell’immaginazione. E’ la nostra più inverosimile ed amata fuga dalla realtà.

 

 

 

 

 

Nessuno dovrebbe contestare il meritato prestigio dei partecipanti, il loro senso della personale competenza e il piacere ampiamente innocente di quella che , quanto ai suoi effetti economici, è una truffa fortemente radicata. Accettiamo e perdoniamo il loro ruolo ininfluente.

 

 


12 marzo 2011

Galbraith : la retorica della Federal Reserve

Le imprese non prendono denaro in prestito perché costa poco, ma perché ritengono che darà profitti. Durante la recessione del 2003 il tasso di interesse della Riserva federale ha subito una dozzina di correzioni verso il basso. In quanto sagge ed efficaci misure contro la recessione, le correzioni in questione hanno incontrato l’approvazione sia della vox populi che di autorevoli commentatori. Che bello questo schema semplice, indolore, apolitico, gestito da professionisti e personalità pubbliche al di sopra delle parti !

 

 

 

Nessuna sgradevole polemica, nessuna inutile controversia. Ma anche nessun effetto.

Alla fine, la ripresa arriverà, ma non grazie ai provvedimenti della Federal Reserve.

 

 

 

 


1 giugno 2009

Joseph Halevi : Stress test. Giova alle banche ed il cittadino paga

 

Sebbene l'economia continui ad andare a rotoli, da oltre un mese le borse si sono riprese grazie soprattutto al piano aste truccate di Geithner e Summers. Rammentiamo ai lettori che questo piano si basa sulla riabilitazione artificiale dei prodotti tossici, non sul loro sradicamento dal sistema finanziario. Lo «stress test», anch'esso inventato da Geithner, si inserisce pienamente nella strategia di mantenere i prodotti tossici come componente positiva dei portafogli bancari.
Il test dovrebbe verificare la solidità delle banche nell'eventualità che la situazione finanziaria precipiti ulteriormente. I criteri della prova si fondano su dei postulati che riguardano proprio il rischio contenuto in ciascuna della attività in possesso delle banche e vengono incluse anche le cartacce tossiche. Le attività sono classificate e valutate secondo degli indici collegati ad un ipotetico grado di rischio per ciascuna classe ed alla percentuale in cui ogni classe di titoli entra nel portafoglio delle banche. Nello schema, ciascuna classe di titoli ha comunque un valore positivo nel portafoglio bancario.
Nell'ipotesi che nel 2010 l'economia Usa esibisca un tasso di disoccupazione del 10,3 per cento, un declino del Pil del 3,3 per cento ed un calo del prezzo delle case del 22 per cento, le simulazioni del Tesoro Usa prevedono ulteriori perdite da parte delle banche di 600 miliardi di dollari. Lo «stress test» risiede nel misurare se i valori delle attività offrono margini sufficienti per assorbire le perdite.
Il risultato dell'esercizio è stato che 10 banche su 19 devono cercare dei soldi per entrare nei parametri di sicurezza.
La classificazione ed il collegamento dei titoli delle banche per mezzo di indici non ha alcun significato reale, perché una buona parte dei portafogli bancari non è valutabile in quanto contenente cartacce la cui sottoscrizione è avvenuta in maniera fraudolenta e senza documentazione adeguata. Le cartacce non dovrebbero far assolutamente parte dei portafogli bancari, in quanto non sono economicamente redimibili.
Lo «stress test» è un'ulteriore prova dello iato che esiste tra le misure di rilancio e le politiche finanziarie perseguite dal governo di Washington. L'ala economica dell'amministrazione Obama sta conducendo una politica volta a difendere i manager ed i detentori di titoli delle grandi banche nelle quali si concentra il marcio.
Il governo avrebbe potuto far intervenire la Federal Deposit Insurance Corporation, che ha l'autorità legale di assumere la gestione delle banche in crisi, di licenziarne la direzione, svalutarne le attività e farle ripartire su basi completamente nuove. Così successe nel 1983-1984 con la Continental Illinois, durante la presidenza Reagan.
Tuttavia, Geithner e Summers sono assolutamente decisi a salvare quanto più possibile tanto gli interessi economici quanto la struttura dirigenziale delle grandi banche. Dato che i titoli tossici non sono nei fatti redimibili, le banche, in base alla clausola del non ricorso, non dovranno rimborsare allo stato i prestiti ottenuti. Il costo ricadrà sulla collettività, cioè sul bilancio federale. Si vede quindi come lo «stress test» sia in effetti un ulteriore passo nella legittimazione dei titoli tossici in quanto parte delle classi di attività detenute dalle banche.
Questa politica si scontra con gli obiettivi di rilancio di Obama per due motivi. In primo luogo obera il bilancio federale, limitando politicamente la possibilità di maggiori spese nel prossimo futuro. In secondo luogo, non fa ripartire il sistema dei prestiti all'economia e soddisfa solo le esigenze di preservazione politico-economica del capitale finanziario, come comprovato dalla recente ripresa degli indici di Wall Street.


7 aprile 2009

Giorgio Gattei : una formula per questa crisi

 . In macroeconomia c’insegnano che i consumi sono funzione dei redditi delle famiglie. E se poi si approssimano i redditi delle famiglie alle retribuzioni dei lavoratori, allora i consumi risultano funzione inversa dei profitti dei capitalisti. La relazione è corretta, ma insufficiente. Infatti, quando i redditi e le retribuzioni superano un certo livello diventa possibile per le famiglie, oltre che consumare, acquisire un patrimonio di beni immobili e titoli mobiliari.

Nemmeno questa relazione è però sufficiente perché in epoca di finanziarizzazione sia i consumi che il patrimonio possono essere alimentati anche dal ricorso al credito, che è debito D per le famiglie. Ne risulta così che i consumi C e il patrimonio P delle famiglie sono alimentati dai redditi Y e dall’indebitamento D. Per sintetizzare si può scrivere:

C + P = f (Y, D)

Ovviamente la sostenibilità dell’indebitamento dipende dal tasso d’interesse che viene praticato dalle banche, con un doppio effetto di retroazione positivo se il tasso d’interesse diminuisce. Infatti da un lato aumenta la facilità di ricorso al credito che alimenta la costituzione di maggiori consumi e patrimoni, dall’altro cresce il valore del patrimonio già posseduto (essendo il valore del patrimonio in funzione inversa del saggio d’interesse) che consente un ulteriore ricorso al credito.
E’ stato questo “circolo virtuoso” a sostenere l’esplosione dei mutui immobiliari e quant’altro (anche in presenza di scarse garanzie personali) grazie ad una politica monetaria accomodante che negli Stati Uniti ha ridotto il tasso d’interesse dal 6,50% del 2000 all’1% del 2004.



2. Se però il tasso d’interesse aumenta, quel circolo virtuoso si fa “vizioso”. E’ quanto è successo dal 2004 in poi, da quando la Federal Reserve (per ragioni che qui non è il caso di considerare) ha preso ad alzare il tasso d’interesse portandolo fino al 6,25% alla metà del 2007. Ciò ha reso le famiglie indebitate incapaci a pagare le rate con i redditi e le retribuzioni a disposizione. Così sono state costrette a consumare di meno, provocando una caduta della domanda effettiva, oppure a vendere parte del patrimonio. In questo caso si è prodotta quella deflazione da debito descritta da Irving Fisher nel 1933 e di cui qui si può dare conto con un semplice esercizio numerico.

Sia dato un debito di 100 dollari interamente coperto da un patrimonio mobiliare (10 titoli a 10 dollari ciascuno). Se la banca chiede di ridurre il debito (diciamo del 10%), la famiglia può provvedere vendendo un titolo e consegnando il ricavato alla banca. Ad un debito calato a 90 dollari corrisponderà un patrimonio… Di quanto? Se anche altri debitori, richiesti di ridurre l’indebitamento, vendono titoli, il prezzo in borsa diminuirà, e se contemporaneamente il tasso d’interesse aumenta, i titoli rimasti perderanno di valore. Diciamo che calino a 9 dollari ciascuno, così che a fronte di quel debito ridotto a 90 dollari sta ora un patrimonio di 9×9 dollari = 81 dollari. A maggior ragione la banca chiederà di rientrare dallo “scoperto” di 9 dollari, ma la reiterazione della vendita di un altro titolo da 9 dollari, se la vendita coinvolge più debitori e/o il tasso d’interesse continua a crescere, a fronte di un debito calato a 81 dollari produrrà una svalutazione del valore patrimoniale di quei titoli a 8×8 dollari = 64 dollari.

E’ questo il paradosso di Fisher: più si prova a pagare il debito, più ci si mette in condizioni di non arrivare a pagarlo per la progressiva caduta dei valori patrimoniali (mobiliari ma anche immobiliari, perché il processo è il medesimo) posseduti dalla famiglie, anche di quelle che non sono indebitate. E’ questa la “deflazione da debito” che, da stime provvisorie, avrebbe ridimensionato i valori finanziari nel 2008 di 50.000 miliardi di dollari (cfr. http://www.mybudget360.com/).

3. La formula mette subito in chiaro le manovre disponibili contro la deriva deflazionistica. La prima, quella più immediata, è la riduzione del tasso d’interesse così da rialzare i valori patrimoniali, come si è proceduto a fare dalla metà del 2007 in avanti. Tuttavia se continuano le vendite di titoli e d’immobili per ripianare i debiti, l’effetto della manovra è nullo e nemmeno un tasso di sconto portato allo 0% è in grado d’invertire la tendenza alla liquidazione dei patrimoni.

In alternativa andrebbe meglio l’aumento di redditi e retribuzioni, che consentirebbe alle famiglie di onorare i mutui senza necessità di ricorrere alla vendita dei patrimoni. Ma non si avrebbe una ripresa dei consumi, dovendosi destinare l’incremento del reddito al rimborso del debito. Comunque in questo caso, data la nostra ipotesi iniziale, il costo del superamento della crisi finirebbe a carico dei percettori di profitti.

Ancora più drastica è l’alternativa di una moratoria dei debiti, così che il loro pagamento venga momentaneamente sospeso oppure accollato allo Stato per dilazionarlo. Ma si tratterebbe appena di un rinvio perché i debitori dovrebbero comunque pagarli più tardi.

Per questo l’unico rimedio definitivo ricavato dalla formula è il condono dei debiti facendo pagare in questo caso il costo del superamento della crisi ai creditori stessi. Annulla il debito: sarebbe così data concretezza al precetto che risuona ogni volta che si recita il Padre Nostro: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti, come NOI li rimettiamo ai nostri debitori”. Un impegno verso il prossimo che non sarebbe più fatto di vane parole.


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