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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


6 maggio 2011

Lo strano caso della Libia

Perché in Libia c’è stata un’insurrezione che avrebbe apparentemente provocato l’intervento di potenze straniere ?

La maggior parte degli opinionisti ritiene che sia stata una rivoluzione, sulla scia di quella tunisina e quella egiziana, volta al sovvertimento di un regime autoritario ed illiberale.

 

 

Il fatto strano è che in genere questi regimi vengono rovesciati in presenza di una situazione economica deteriorata, ma non è questo il caso della Libia che invece sembrava essere uno dei paesi più ricchi e progrediti dell’Africa settentrionale, se non di tutta l’Africa :

·         La Libia non ha un’alta densità di popolazione come l’Egitto, per cui l’insurrezione non si può attribuire a quelle situazioni di tensione sociale generate dalla sovrappopolazione.

·         La Libia aveva uno dei più alti Pil procapite (anche a parità di potere d’acquisto) del continente africano (14.800 dollari e cioè il 65° posto nel mondo)

·         La produzione industriale della Libia la collocava al 39° posto nel mondo (l’Egitto era al 43°).

·         La Libia si trova al 26° posto per ciò che riguarda la produzione dell’energia e si trova all’8° posto per ciò che riguarda le riserve di petrolio.

·         Dal decennio 1998-2008 la Libia ha una crescita media annua del Pil superiore al 2,9%.

·         L’indice di sviluppo umano della Libia è 84,7, superiore a quello di paesi come l’India, l’Indonesia, l’Iran, la Malesia, la Russia, la Romania, le Filippine, la Colombia, la Cina, la Turchia e di poco inferiore a quello del Cile, dell’Ungheria e della Lituania.

·         La Libia ha un saldo commerciale attivo paragonabile al 38,3% del Pil, grazie alle esportazioni di petrolio, mentre gli altri paesi dell’Africa settentrionale hanno un forte debito estero (tranne l’Algeria che in questi anni è progredita).

Tenendo conto di questi fattori diventa difficile pensare che il regime libico fosse così debole da giustificare una rivolta di queste proporzioni. Quindi è molto facile pensare che la rivolta sia stata supportata e finanziata da potenze straniere che hanno l’interesse a mettere le mani sul petrolio libico ed a giocare un ruolo neo-coloniale nell’Africa settentrionale.

 


29 marzo 2011

Perchè Germania e Italia hanno andamenti divergenti ?

Nel trattare dell’ipotesi di Emiliano Brancaccio relativamente alla possibilità che le economie di Germania ed Italia possano nel futuro divergere in maniera sempre più rilevante, andrebbe spesa qualche parola sul perché c’è stata questa divergenza. Brancaccio e altri appartenenti alla scuola post-keynesiana sottolineano il ruolo della politica tesa all’aumento delle esportazioni da parte della Germania ed all’aumento del rapporto tra produttività e costo unitario del lavoro in Germania. La tesi è condivisibile ma va ulteriormente articolata. Ci preme in questa contingente riflessione sottolineare alcune cose :

 

La Germania con la Merkel è più esposta all'estero...

 

1.      L’Italia nel 1996 presentava una percentuale dei consumi delle famiglie sul Pil del 62,8%, mentre la quota dei consumi collettivi era del 17,3% e gli investimenti ammontavano al 17%. La bilancia commerciale era in attivo del 3%. Nel 2009 i consumi delle famiglie erano scesi al 59%, i consumi collettivi erano saliti al 20%, mentre gli investimenti sono saliti al 21%. La bilancia commerciale è sostanzialmente in pareggio, anche se nel 2008 era in passivo dello 0,2%. Il reddito procapite PPA è sceso da 76 del 1996 a 67,5 del 2009 (con gli Usa come riferimento a 100). La crescita del Pil da +2,9% del 1996 è scesa a +2% nel 2000 e a +1,2% nel 2001. Nel 2005 l’incremento è stato dello 0%, mentre con la crisi si è scesi sino a -0,2%. Le ragioni di scambio con la Germania sono passate da un sostanziale pareggio del 1996 (nel senso che il 19% delle nostre esportazioni era verso la Germania, mentre il 19,2% delle nostre importazioni proveniva dalla Germania) ad un peggioramento per cui il 12,8% delle nostre esportazioni è verso la Germania, mentre il 16% delle nostre importazioni proviene dalla Germania. Possiamo interpretare questi dati dicendo che una prima grande flessione si è avuta con l’entrata nel sistema dell’euro, in quanto la conseguente impossibilità di svalutazione della nostra moneta ha peggiorato le nostre ragioni di scambio (non a caso da un +2,9% nel rapporto tra export ed import del 1996 si è scesi ad un +1,2% del 2001). A ciò si è aggiunto il fatto che la diminuzione dei consumi  (delle famiglie e collettivi) dall’80,1% del Pil al 78,1% ha finanziato l’aumento degli investimenti dal 17,3% al 18,6%.  Questi investimenti però sono stati effettuati aumentando fortemente le importazioni (dal 20,1% del Pil al 27,2% del 2001) e dunque peggiorando le nostre ragioni di scambio (appunto da +2,9% del 1996 a +1,2% del 2001). Infine l’impatto delle crisi del 2000-2001 e del 2007-2009 ha ulteriormente indebolito la posizione delle nazioni europee già svantaggiate. L’ingresso nell’euro ha evidenziato le debolezze del nostro sistema economico che prima erano nascoste dalla possibilità di svalutazione della moneta. Al tempo stesso lo spostamento della ricchezza prodotta dai salari ai profitti ha diminuito i consumi interni e peggiorato ulteriormente le nostre ragioni di scambio.

2.      La Germania invece che nel 1996 aveva solo un risicato attivo commerciale dello 0,7% (sempre in rapporto al Pil), manteneva comunque i consumi complessivi più bassi (nell’ordine del 77% del Pil) a vantaggio degli investimenti (nell’ordine del 22,5% del Pil) che, pur pesando sulle importazioni, hanno comunque dato slancio alle esportazioni al punto tale che la bilancia commerciale del 2008 ha registrato un attivo equivalente a +7% (in rapporto al Pil, cioè le esportazioni equivalevano al 46,9% del Pil, mentre le importazioni equivalevano al 39,9% del Pil). La percentuale dei consumi sul Pil è rimasta più o meno inalterata sino al 2006. Con la crisi c’è stata una riduzione percentuale dei consumi delle famiglie dal 58,9% del 2006 al 56% del 2009 e questo tutto a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti. Questi ultimi però sono scesi al di sotto del 20% e si può prevedere che la Germania nei prossimi anni non avrà lo slancio che ha avuto nel corso del primo decennio del terzo millennio. C’è da aggiungere che, seppure la Germania abbia migliorato le proprie ragioni di scambio con alcuni paesi europei, essa ha migliorato la propria bilancia commerciale soprattutto inserendosi nei mercati extraeuropei (le esportazioni verso l'UE25 erano il 63,9% del totale nel 2005, mentre quelle verso l'UE27 sono il 63,3 % del totale nel 2009), per cui sarebbe possibile mantenere un attivo della bilancia commerciale pur riequilibrando l’eccessivo sbilancio nei rapporti con gli altri paesi dell’unione europea.

 


21 marzo 2011

Uno standard retributivo europeo secondo Emiliano Brancaccio

L’articolo di Emiliano Brancaccio su uno standard retributivo europeo è l’ultimo contributo sinora dato da questo giovane economista che con sagacia ed acutezza cerca di ricostruire una concezione economica per la sinistra radicale, sintetizzando elementi della scuola post-keynesiana e della tradizione marxista.

In questo articolo Brancaccio nota che sembra oggi molto ingenua la concezione di Blanchard e Giavazzi per i quali l’ampliamento degli squilibri commerciali tra paesi europei sia un sintomo virtuoso della maggiore integrazione finanziaria della zona euro. Sembra infatti prendere quota un’altra lettura per la quale la crisi dell’unità europea non deriva solo da finanze pubbliche sbilanciate, ma ad uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi della UE.

Esiste cioè una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area,  asimmetria che determina surplus crescenti per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi periferici dell’UE. Tale squilibrio può essere una minaccia per la futura tenuta dell’unione monetaria.

 

 

 

La causa di questi squilibri potrebbe essere una divergenza tra i costi del lavoro per unità prodotta tra i vari paesi dell’unione. L’economista Charles Wyplosz ha respinto questa spiegazione dicendo che il cambiamento relativo del costo unitario del lavoro della Germania (anche se è vero che i salari sono cresciuti pochissimo rispetto alla produttività) non ha quasi mai superato i 10 punti percentuali. Data la bassa elasticità delle bilance commerciali ai costi del lavoro, Wyplosz conclude che le variazioni di questi ultimi sono state troppo modeste per rientrare tra le determinanti principali degli squilibri intra-europei.

Brancaccio però osserva che, se il problema consiste nel verificare la robustezza della zona euro di fronte all’eventualità di nuovi attacchi speculativi, allora si deve tener presente che gli operatori sui mercati finanziari elaborano le loro strategie anche alla luce degli andamenti attesi delle principali variabili economiche. Dunque si dovrebbe tener conto non solo degli squilibri commerciali già registrati, ma anche dei fattori che possono concorrere ad accentuarli ulteriormente in futuro.

Guardando alla proiezione delle tendenze in atto per gli anni futuri, la divaricazione tra i costi unitari del lavoro assumerebbe ben presto dimensioni eccezionali. In particolare, il costo unitario del lavoro in Germania diminuirebbe, mentre ci sarebbero incrementi estremamente accentuati in Irlanda, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Probabilmente si genereranno divari di competitività senza precedenti con una mezzogiornificazione delle periferie europee, con desertificazioni produttive e migrazioni di massa.

Vi è chi ritiene questa eventualità una conseguenza logica del processo di centralizzazione dei capitali europei che è in atto da tempo e della connessa tendenza all’egemonizzazione tedesca dell’Europa.

Per Brancaccio il secondo limite dell’analisi di Wyplosz verte sul fatto che egli esamina le divergenze tra i costi unitari guardando soltanto ai loro effetti sui prezzi relativi e quindi sulla competitività dei paesi della zona euro. Egli cioè trascura il fatto che i mutamenti nei costi monetari unitari possono avere implicazioni anche sui margini di profitto e quindi sulla distribuzione del reddito. Se in Germania il costo monetario del lavoro per unità prodotta si riduce può accadere che le imprese tedesche decidano di ridurre i prezzi ma può anche darsi che scelgano di aumentare i margini di profitto. Se si fa questa seconda scelta, la quota salari si riduce e la quota profitti aumenta. Poiché la propensione al consumo sui salari è più alta della propensione al consumo sui profitti, si verificherà in Germania un calo della domanda e delle importazioni e quindi un ulteriore aumento del surplus commerciale tedesco.

Si può contrastare questa tendenza ? Quale meccanismo può arrestare l’ampliamento della forbice tra i costi ? Attualmente in Europa vige ancora l’idea che il mercato da solo sia in grado di correggere spontaneamente gli squilibri. Si esorta ad accrescere ulteriormente nei paesi più deboli la flessibilità del mercato del lavoro e ad abolire ciò che resta dell’indicizzazione dei salari. Brancaccio però commenta che questo inseguimento della Germania nella corsa al ribasso dei costi non ha né può mai attenuare gli squilibri, ma al massimo può far piombare l’Europa in un uova recessione.

Brancaccio perciò propone uno standard retributivo europeo e cioè l’obbligo dei paesi membri dell’unione europea a garantire una crescita delle retribuzioni reali (includendo beni e servizi collettivi garantiti dallo stato sociale) almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. In questo modo s’interromperebbe la caduta della quota salari in Europa e si eliminerebbe la tendenza recessiva che da essa consegue. Al di sopra della crescita minima lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali : i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico dovrebbero essere indotti ad accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività, al fine di contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. I paesi nei quali gli andamenti del rapporto tra retribuzioni reali e produttività fossero divergenti rispetto allo standard dovrebbero essere sottoposti a sanzioni.

Brancaccio conclude che la sua proposta di standard retributivo segue la lezione keynesiana secondo cui la crisi può essere scongiurata solo se il peso del riequilibrio commerciale viene spostato dalle spalle dei paesi debitori a quelle dei paesi creditori, attraverso un espansione della domanda da parte di questi ultimi, più che una contrazione da parte dei primi.

In questo contesto l’interesse generale dell’unità europea coincide con l’interesse complessivo e convergente dei lavoratori, siano essi tedeschi, italiani o greci, nonostante la divergenza tra i rispettivi costi unitari del lavoro.

Per quanto riguarda l’attuabilità politica di questa riforma, Brancaccio la subordina alla sua assunzione da parte delle sinistre europee ed al suo collegamento con le iniziative già esistenti sul salario minimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


8 aprile 2010

Anna Maria Merlo : Francia contro Germania, la crisi greca spacca la Ue

È scoppiata una crisi nella crisi che sta travolgendo la Grecia. Riguarda la coppia franco-tedesca. Potrebbe crearsi una crisi europea generale, proprio perché l'esplosione di divergenze tra le due principali economie del continente, non servirà certo a rassicurare i mercati, mentre l'euro è già sotto pressione.
È da tempo che l'economia francese si sta allontanando da quella tedesca. Da un lato deficit sempre maggiori, dall'altro una politica decennale di rigore, che ora sta dando i suoi frutti, in controtendenza con l'andamento delle altre economie dell'Euroland. La bilancia commerciale tedesca è in attivo di 135,8 miliardi di euro (dati 2009, è il secondo esportatore al mondo, dopo la Cina) e il peso di Berlino nel mercato interno della zona euro è salito dal 25 al 27%. Contemporaneamente, la Francia è calata dal 18,5 al 12,9% (l'Italia è crollata dal 17 al 10%) e accumula i deficit commerciali, oltre i 43 miliardi di euro nel 2009.


La ministra delle finanze francese, Christine Lagarde, ha accusato senza mezzi termini la Germania di portare danno alla coesione della zona euro, puntando tutto sull'export, al prezzo di comprimere i salari all'interno e di mantenere bassa la domanda interna. In sostanza, Lagarde afferma che l'eccedente tedesco non è altro che il deficit degli altri, visto che il 44% delle esportazioni tedesche sono verso i paesi della Ue. La buona salute della Germania sarebbe costruita tutta sul debito dei paesi più deboli. Lagarde è persino arrivata a suggerire a Angela Merkel la politica economica: deve abbassare le tasse per rilanciare i consumi interni, ha affermato (in Germania l'Iva è stata aumentata di 3 punti nel 2007 per diminuire i deficit). La Germania ha preso molto male queste critiche. Il Consiglio Ue del 25 e 26 marzo si annuncia molto caldo e teso.
La Francia prende le distanze dalla Germania con il rischio di rompere il tandem alla guida dell'Europa, perché vuole fare pressioni su Berlino, per evitare quello che Parigi considera il baratro assoluto per se stessa: perdere la classifica AAA delle agenzie di rating. La Francia pensa a sè e alle difficoltà a cui potrebbe trovarsi di fronte, se la crisi si estende, dopo i casi di Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia.
Ieri la Germania, che prima era ostile, ha cominciato ad accettare l'idea che la Grecia si rivolga all'Fmi. «Nel caso in cui si arrivasse a quella situazione - ha detto il portavoce dell'esecutivo Merkel, Ulrich Wilhelm, riferendosi a un'eventuale incapacità di Atene di rimettere in sesto le proprie finanze pubbliche - il governo tedesco non esclude il ricorso all'Fmi». La svolta dipende dal fatto che l'idea di creare un Fondo monetario europeo, vista con favore a Berlino - che voleva anche un «castigo» con la sospensione del diritto di voto per i paesi presi in fallo che poteva arrivare fino all'esclusione - è stata respinta dalla Francia, che non vuole altri strumenti di controllo dei deficit che vadano oltre il già vincolante trattato di Maastricht (che pure è stato allentato nella primavera del 2005 su iniziativa franco-tedesca).
Berlino, che è il primo contributore al bilancio Ue, ritiene di fare già abbastanza e come la formica della favola di Lafontaine più volte citata in questi giorni in Francia, non ha intenzione di mettere mano al portafoglio per le cicale del Club Med, oggi la Grecia, ma domani forse Portogallo, Spagna e Italia. La Francia, per il momento, si è allineata sulla Germania nel rifiuto di emettere delle obbligazioni europee.
Entrambi i paesi temono di dover pagare tassi di interesse più alti (i tassi greci sono del 3% più alti di quelli dei bond tedeschi a 10 anni). La Germania rifiuta ogni «politicizzazione» nell'interpretazione dei parametri ed è restia alla proposta francese di governance più coordinata, rifiutando persino una riunione d'emergenza dell'Euroland.
Anche il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ieri si è sbilanciato a favore di un eventuale aiuto dell'Fmi: «Vorrei ricordarvi che la Grecia e tutti i paesi Ue sono anche membri dell'Fmi - ha detto a France 24 - Peraltro i paesi membri sono la maggior fonte di finanziamento dell'Fmi. Non è una questione di prestigio ma di vedere qual è il modo migliore per rispondere alla situazione».


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4 aprile 2010

Loris Campetti : operai e voto

Il 69% degli operai francesi non è andato a votare, e c'è chi aggiunge: meno male, perché in molti avrebbero messo la croce sul Fronte nazionale di Le Pen. Il voto «proletario» e popolare delle banlieues aveva retto fino a qualche anno fa, quando ancora le cinture delle grandi città eleggevano sindaci comunisti. Il processo di disaffezione popolare verso la sinistra non è certo di oggi. E non è solo francese. In Italia è dagli anni Novanta che il voto operaio ha iniziato la trasmigrazione dalla sinistra alla Lega, elezione dopo elezione il fenomeno si è reso più evidente.
Sarà interessante il prossimo risultato elettorale in Piemonte: la «cittadella rossa» (ci si passi la semplificazione retrodatata), Torino, si estende fino alla prima cintura ma è sempre più accerchiata dalla Vandea dilagante in tutta la regione. Dilaga la Lega perché i suoi «valori» razzisti, rafforzati dagli egoismi classisti berlusconiani, fanno leva sulla paura e l'insicurezza sociale. Mors tua vita mea. A sinistra gli argini sul Po stanno cedendo, hanno cominciato a indebolirsi quando i lavoratori sono stati degradati a consumatori, al massimo a cittadini detentori di diritti civili ma non di quelli sociali. Le tute blu della Fiat e del suo indotto hanno perso di interesse agli occhi anche di quei partiti che sulla loro centralità avevano costruito le proprie fortune. Liberare Torino dalla Fiat, era il ritornello, riscoprire il terziario, persino il turismo - legato alla Sindone o al tartufo bianco di Alba poco importa.


Domani persino Bersani si è presenterà ai cancelli di Mirafiori, in quella fabbrica già simbolo del lavoro e dell'industria dove il Pci da solo aveva migliaia di iscritti mentre oggi, tra tutti i partiti di sinistra messi insieme di tessere se ne contano, a essere molto ottimisti, poche decine. Fra quegli eroici sopravvissuti, poi, molti finiranno nelle liste degli operai «esuberanti» di cui liberarsi. 2.500 solo a Mirafiori, secondo le indiscrezioni in parte verosimili di Repubblica, 5.000 in tutto il settore automobilistico. E parliamo soltanto dei dipendenti diretti, nell'indotto è in arrivo uno spaventoso tzunami. Che importa, c'è il Sacro Telo e - non se la prenda il nostro amico Carlin Petrini - ci sono il tartufo d'Alba e il cioccolato torinese. Ma per tre giorni, ne siamo certi, tutti metteranno al centro dei loro comizi l'occupazione che crolla (l'avranno scoperto dall'Istat, visto che non hanno più terminali nei posti di lavoro?). Almeno ci risparmino, da lunedì, la sorpresa e la preoccupazione per la fuga del voto operaio.
Marchionne non ha di questi problemi e naviga spedito verso il Nuovo mondo. È lì, in America, che sbarca la Fiat. Nella stiva Marchionne porta graziose Cinquecento, lussuose Lancia e sportive Alfa Romeo. Con l'acquisizione della Chrysler il Lingotto doveva portare tecnologia italiana negli Usa, ora si scopre che saremo noi a importarla - l'auto elettrica - dalla Chrysler, cioè dagli Usa. Il governo italiano prende atto, l'opposizione si dispiace. Ma l'oracolo ha detto che il mercato ripartirà alla grande e in Italia si costruirà il 50% di vetture in più, sia pure con 5.000 operai in meno. Se la profezia del futuro boom è miracolosa, non ci va l'indovino per spiegare la moltiplicazione della produttività. Il capitalismo ha scelto la sua strada per uscire dalla crisi: lavorare in pochi, lavorare come bestie.
Siccome alla politica interessano solo i risultati elettorali, sono inutili raccomandazioni e anatemi. Riparliamone dopo il voto.


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18 marzo 2010

La disfatta di Sarkozy

I leader della destra, in coro, hanno negato la sconfitta. La strategia è stata messa a punto all'Eliseo. Impossibile, per il primo ministro François Fillon, «trarre una lezione nazionale da questo voto». Per il ministro dell'ecologia, Jean-Louis Borloo, «quando 23 milioni di elettori non votano, su un corpo elettorale di 40 milione, diventa difficile ragionare sulle percentuali». Addirittura, per la sottosegretaria Nathalie Kosciusko-Morizet «la sinistra voleva un referendum anti-Sarkozy, ma un elettore su due non è stato al gioco». Ma tutti i commentatori sono unanimi: Sarkozy e il governo non potranno guardare altrove e far finta di niente. Il primo turno delle elezioni regionali è stato uno schiaffo elettorale per il potere in carica. L'Ump, il partito unico voluto da Sarkozy, ottiene il peggior risultato della destra nella storia della V Repubblica (26,3%), pur avendo assorbito parte dei centristi ed essersi alleato con il Nuovo centro, i seguaci di de Villiers e persino i cacciatori. L'iperpresidente ne dovrà tener conto. La sinistra ha vinto, il Ps è il primo partito del paese con il 29,5%, mentre sembrava agonizzante dopo il crollo delle europee l'anno scorso. I verdi di Europa Ecologia diventano la terza forza politica. Lo schieramento progressista dovrà tener conto del Front de gauche, unione del Pcf e di una frangia uscita dal Ps, che supera il 6% e vince la battaglia alla sinistra della sinistra, dove l'Npa (Nuovo partito anticapitalista, erede del Lcr) annaspa con il 3,4% (e Lutte ouvrière è all'1,1%). Il Fronte nazionale, che Sarkozy pensava di aver soffocato, riprende fiato, ottiene un risultato a due cifre (11,6%) e sarà presente nelle dodici regioni dove ha superato il 10%, imponendo delle triangolari (sfavorevoli alla destra). Il MoDem centrista di François Bayrou prosegue la discesa agli inferi, fermo al 4,3% (al primo turno delle presidenziali nel 2007, Bayrou era 18%). Domenica prossima, il Ps dovrebbe confermarsi in testa nelle 20 regioni che già governa. La Corsica potrebbe andare a sinistra, grazie ai regionalisti, mentre l'incertezza domina in Alsazia (dove ci sarà una triangolare).



L'astensione, allarme sociale
Il 53,5% degli elettori non si sono recati alle urne. Il dato preoccupa tutte le forze politiche, anche se la destra cerca di sfruttare questo dato per screditare la vittoria della sinistra. La crisi e i suoi effetti sono all'origine di questo scoraggiamento generalizzato. La parola dei politici è screditata, dice l'astensione di massa. Una buona fetta dei cittadini non crede più nell'incidenza dell'azione politica. E questo riguarda soprattutto le classi popolari e quelle più sfavorite. Ma l'astensione, malgrado quello che dice la destra - sono i presidenti socialisti, che governavano 20 regioni su 22 dal 2004 che non sono riusciti ad interessare l'elettorato - è un segnale che riguarda prima di tutto Sarkozy. Il presidente si era fatto eleggere nel 2007, promettendo il «volontarismo», l'azione politica efficace. Ma, malgrado gli interventi per contrastare la crisi e le molte parole spese a questo riguardo, la disoccupazione è ormai al 10% e le chiusure di fabbriche si susseguono. Le affermazioni, a caldo, della ministra delle finanze, Christine Lagarde, non possono che inquietare: «non mi lascerò scuotere dal tasso di astensione o da questo o quello che grida vittoria. Il tutto mi lascia indifferente e proseguirò con la mia politica delle tre R: rilancio, riforma, risanamento delle finanze pubbliche». Il peccato originale del sarkozysmo - lo scudo fiscale che protegge i più ricchi - non ha nulla da temere.

Un risultato storico
Come è storico il brutto risultato della destra, lo è anche il successo della sinistra, che, complessivamente, arriva intorno al 50% dei voti. Il Ps si riprende, torna ad essere di gran lunga il partito più forte di questo schieramento, dopo essere stato dato per agonizzante in seguito al crollo delle europee dello scorso anno e alle battaglie di personalità al vertice. Martine Aubry, conservando una certa modestia, non ha nascosto che considera questa vittoria come un suo successo personale. Unico neo, il caso del Languedoc-Roussillon, la regione del sud, dove la lista sostenuta dal Ps nazionale, contro quella dei socialisti locali guidati dal problematico Georges Frêche, è ferma al 7,74% (ma Frêche ha preso il 35,2% e Aubry, pur non indicando di votare per lui, ha invitato gli elettori a «sbarrare la strada alla destra»). Il Ps arriva in testa al primo turno in 13 regioni. In Guadalupa, il presidente uscente, il socialista Victorin Lurel, è già rieletto al primo turno, con il 56,5% dei voti.
Europa Ecologia conferma di essere diventato il terzo partito francese, anche se la percentuale è un po' in calo (12,5%) rispetto alle europee. Le trattative con il Ps, per formare le liste che dovranno essere presentate oggi entro le ore 18, sono dure, ma sembrano leali. Daniel Cohn-Bendit frena gli entusiasmi della portavoce Cécile Duflot e insiste che l'insediamento nel panorama politico è un progetto di lunga gittata, da non sciupare con dispute locali. Anche il Front de gauche, che ha ottenuto un risultato onorevole con il 6,1%, vuole far sentire la propria voce. Il Front de gauche, unione del Pcf e una frangia uscita dal Ps con Jean-Luc Mélenchon come leader, ha vinto la battaglia a sinistra della sinistra, con la marginalizzazione del'Npa di Olivier Besancenot, al 3,4% e quella, ancora peggiore, di Lutte ouvrière, all'1,1%.

Il ritorno del Fronte nazionale
Sarkozy aveva vinto nel 2007 incassando l'adesione di parte dell'elettorato del Fronte nazionale. Il balletto del dibattito sull'identità nazionale, orchestrato nei mesi che hanno preceduto il voto regionale, si è rivelato un fallimento: avrebbe dovuto confermare il soffocamento dell'estrema destra, ma gli elettori, come si dice, hanno preferito «l'originale alla copia». Il Fronte nazionale sarà presente in tutte le dodici regioni dove ha superato il 10%, ha confermato ieri Marine Le Pen. La famiglia Le Pen, del resto, ha ripreso fiato: Marine Le Pen è arrivata al 18% nel Nord, mentre Jean-Marie Le Pen, alla sua ultima elezione, ha superato il 20% in Provenza-Costa Azzurra. «L'elezione presidenziale del 2007 è stata una parentesi - ha commentato il deputato socialista Manuel Valls - sindaco di Evry - i francesi risentono inquietudine, rancore, che si traducono nell'astensione e nella crescita del Fronte nazionale».


1 marzo 2010

Pavlos Nerantzis : la Grecia si è fermata

 

«La crisi sarà pagata da quelli che l' hanno provocata. Da quelli che se ne approfittano alle nostre spalle». Con questo slogan decine di migliaia di lavoratori, dipendenti pubblici e privati, precari, la «generazione 700 euro», pensionati, persone di ogni età, hanno manifestato ieri per le vie principali di Atene, Salonicco e altre città contro le misure restrittive del governo Papandreou che prevedono il congelamento dei salari pubblici, il blocco delle assunzioni, l'aumento dell'età pensionabile a 63 anni e delle tasse su benzina, tabacco e alcol per far uscire il paese dalla gigantesca crisi finanziaria. Non sono mancati nemmeno gli scontri ai margini della manifestazione di fronte al parlamento nella piazza della costituzione, quando gruppi di giovani anarchici con slogan di «guerra contro lo stato e le banche» hanno rotto vetrine di banche e negozi, attaccando le forze speciali di polizia, che hanno risposto con lacrimogeni e manganellate.



Lo sciopero generale di 24 ore proclamato dalla Confederazione generale dei lavoratori (Gsee), il potente sindacato del settore privato e dall' Adedy, la Confederazione dei dipendenti pubblici e il sindacato comunista Pame ha quasi paralizzato tutto il paese nel momento in cui una task force della Commissione, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale si incontrava ad Atene con alti ufficiali dei ministeri delle finanze e del lavoro per esaminare se le misure annunciate siano sufficienti. La Commissione ha smentito l' esistenza di un piano di aiuti ad Atene per 20 miliardi di euro, ma ha deciso ieri di deferire la Grecia davanti alla Corte di giustizia di Lussemburgo per non aver recuperato una serie di esenzioni fiscali illegali concesse tra il 2003 e il 2004.
Durante lo sciopero, sono rimasti fermi aerei, treni, autobus in parte; chiuse banche, scuole, uffici pubblici, ospedali, una parte dei negozi, mentre l' adesione dei giornalisti ha provocato un black out dell'informazione. In piazza si sono visti due diversi comizi. Di chi, pur sostenendo Papandreou, si rende conto della gravità della crisi e delle rensponsabilità di ciascuno per l'evasione fiscale, il clientelismo, la corruzione, ma protesta per salvaguardare il proprio stipendio; e, dall'altro lato, chi è convinto che le misure restrittive sono «barbare» e costituiscono un attacco contro la classe operaia.
La polemica con i tedeschi e la Merkel
«Il popolo greco è ben consapevole che la situazione fiscale del paese è terribile, ma le misure adottate non sono corette», ha detto il presidente del Gsee, Jannis Panagopoulos, chiedendo «un'equa distribuzione degli oneri in modo che lavoratori e pensionati non paghino il prezzo per una crisi che non hanno creato loro».
Ma i greci oltre all'incertezza per il proprio avvenire e all'inquietudine per l'annuncio di nuove misure entro il mese prossimo, sono irritati contro Bruxelles e soprattutto contro Berlino. Già da parecchie settimane, politici e media di Atene fanno notare l'atteggiamento ostile della presidente tedesca Ankela Merkel, considerata «il principale ostacolo» per un atteggiamento di solidarietà dei «26» nei confronti della Grecia. Inoltre, rilevano articoli e commenti negativi di una parte dei media tedeschi nei confronti del governo ellenico e dei greci, definiti «truffatori». «Non abbiamo chiesto ai tedeschi un aiuto economico, anzi per il momento stiamo pagando a loro una enorme quantità di soldi per gli armamenti acquistati, ma da parte loro non c'è nè rispetto, nè solidarietà per i problemi che stiamo passando», dice l'editore Kostas Kremmydas, attivista della sinistra radicale Syriza. A incrementare la tensione è stato il settimanale tedesco Focus che in copertina, accanto al titolo «Mascalzoni nell'euro-famiglia», riportava una Venere di Milo nell'atto di alzare il dito medio, segno inequivocabile dell'insulto.
I risarcimenti per gli eccidi nazisti
Prima la Coalizione della Sinistra Syriza e poi il partito dell'estrema destra Laos hanno chiesto al governo di esigere da Berlino le «compensazioni di guerra», cioè un risarcimento per i danni e gli eccidi che ha subito il popolo greco dai nazisti che sterminarono interi paesi durante la seconda guerra mondiale. Si tratta di «debiti legalmente riconosciuti» nei confronti della Grecia, valutabili in decine di miliardi di euro, che la Germania si rifiuta di pagare, nonostante la sinistra greca parecchie volte nel passato abbia già sollevato la questione. Ora, con l'interrogazione presentata al parlamento da Syriza e Laos, il premier greco deve per forza prendere posizione. Intanto il presidente del parlamento, Filippos Petsalnikos, ha scritto una lettera all'ambasciatore tedesco per denunciare la copertura «offensiva» della crisi da parte della stampa tedesca, segnalando «le inesatezze e le false informazioni» sulla Grecia.
Pure il vice-premier greco, Teodoros Pagalos, ha puntato il dito contro «le responsabilità storiche» della Germania, dicendo che i tedeschi durante l'occupazione nazista «si sono portati via il nostro oro depositato nella Banca di Grecia, hanno preso i nostri soldi e non ce li hanno mai restituiti». In un'intervista rilasciata alla Bbc, Pagalos ha affermato inoltre che tutti i paesi della Ue per aggiustare i conti pubblici spostano alcune somme all'anno successivo e «la Grecia lo ha fatto in misura minore dell' Italia, ad esempio». Intanto, l'organizzazione armata «Volontà del Popolo», uno dei gruppi terroristici apparsi dopo il 2004, in un documento pubblicato ieri dal settimanale To Pontiki (Il Topo) ha rivendicato il recente attacco dinamitardo contro l'ufficio politico del ministro della Protezione del Cittadino e avverte che colpirá «le elites politiche ed economiche, responsabili delle ineguaglianze e delle ingiustizie».


28 febbraio 2010

Pavlos Nerantzis : la Grecia è un vulcano

 

La Grecia trema. La borsa di Atene è in ribasso, gli scioperi si estendono, le nuove misure proposte dall'Unione europea prima ancora che siano applicate quelle annunciate dal governo ellenico sono vissute come un incubo, la gigantesca morsa di speculazione continua a stroncare il paese. Per quattro ore, mercoledì scorso, il consiglio dei ministri ha esaminato tutte le possibili alternative, senza escludere un possibile ricorso al Fmi in caso «le trattative con Bruxelles non vadano nel modo giusto e la situazione peggiori ulteriormente». Per il momento l'unica soluzione dei problemi rimane all'interno della Ue, ha detto il ministro dell'economia Jorgos Papacostantinou, facendo però notare che «se ci fossimo rivolti al Fmi saremmo ora obbligati a rispettare le identiche misure che ci chiede la Ue, ma avremmo già in cassa 30 miliardi di euro». Da notare che il suggerimento a ricorrere al Fmi è venuto nei giorni scorsi dal presidente russo Dimitri Medvedev, in occasione della visita a Mosca del premier greco, Jorgos Papandreou.



Il capo del governo, di solito moderato nelle sue dichiarazioni, ha alzato la voce con l'Europa. Ciò che il suo governo si aspetta dalla Ue è «un esame serio dell'attuale piano di stabilizzazione e sviluppo, e non discorsi generici e irresponsabili di provvedimenti su ciò che la Grecia deve o non deve fare». Per aggiungere poi che «non stiamo chiedendo denaro ai contribuenti tedeschi, italiani, francesi o di altri paesi», ma «appoggio politico» all' Europa per porre fine alla «speculazione con obiettivi occulti». L'ira di Atene è dovuta in gran parte alle crescenti pressioni per nuove misure di bilancio, alla forte opposizione tedesca nei confronti di una assistenza finanziaria, ma soprattutto al comportamento scoordinato delle istituzioni europee nell'affrontare la crisi greca, che a sentire i socialisti, «avrebbe contribuito ad un peggioramento della posizione economica del paese».
Dall' altra parte Papandreou deve fare i con il malessere dei greci. La maggior parte della gente si rende conto che finora ha avuto i benefici della moneta unica senza pagarne il costo. Che ha sciupato i privileggi dell'entrata nella zona dell'euro e che ora si trova nei guai a causa degli scandali, della corruzione, dell'evasione fiscale, della burocrazia, della mancanza di trasparenza e del clientelismo. I greci, stando ai sondaggi, sono pronti a fare dei sacrifici, ma non sono disposti a subire ulteriori misure draconiane imposte dall'Ue in un momento in cui l'austerità annunciata sta già peggiorando la qualità della vita.
Il congelamento generale dei salari per il 2010, i tagli delle indennità del 10%, la riforma del sistema fiscale, le tasse su sigarette, alcol e benzina, l'elevamento del limite dell'età pensionistica sono misure che non coincidono né con il programma preelettorale del Pasok, né con le promesse di Papandreou fatte appena quattro mesi fa. E se è vero che, nonostante tutto, il premier greco continua ad avere un alto indice di popolarità, non è detto che il clima sarà lo stesso se saranno imposte delle misure aggiuntive per far calare il deficit nel 2010. L'ondata di mobilitazioni di varie categorie proseguirà fino a mercoledì prossimo, quando ci sarà la giornata di sciopero generale proclamata dalla Confederazione dei Lavoratori (GSEE). E il leader dei conservatori, Antonis Samaras, ha aggiunto che il partito della Nea Dimokratia d' ora in poi non sarà a fianco del governo per affrontare la crisi economica.
Tra le misure chieste da Bruxelles c'è anche un aumento dell'Iva di uno-due punti percentuali rispetto all'attuale 19%, un ulteriore taglio ai dipendenti pubblici pari a un mese di salario, ma anche un piano di licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione. «Come faremo ad aumentare l'Iva nel momento in cui le spese per i consumi coprono circa il 75% del pil», dicono al ministero dell' economia? Atene sta facendo di tutto per mettere assieme i 2-2,5 miliardi chiesti dalla Ue, ma l'operazione si sta dimostrando molto difficile per i tempi troppo stretti.


23 novembre 2009

Anna Maria Merlo : Parigi ritorna all'acqua pubblica, mentre noi la consegneremo alla camorra

 

In Francia la privatizzazione dell'acqua potabile ha già una lunga storia alle spalle. Attualmente, in due grandi città su tre l'acqua è in mano ai privati. Due multinazionali dell'acqua, non a caso, sono francesi: Veolia (ex Générale des Eaux) e Suez. Un terzo gruppo, più piccolo, opera nel settore in Francia, la Saur, filiale di Bouygues, il gigante dei lavori pubblici (proprietario della prima rete tv, Tf1). Ma la grande corsa verso il privato, avviata alla grande negli anni '80, quando i comuni si sono trovati obbligati a far fronte a enormi investimenti per rispettare le nuove norme, più vincolanti, sembra arrivata alla fine. L'esempio viene da Parigi: la giunta del socialista Bertrand Delanoë ha deciso di affidare a un operatore unico, pubblico - Eau de Paris - la gestione dell'insieme del servizio dell'acqua, dalla produzione fino alla distribuzione. Il 1° gennaio 2010 arriveranno a scadenza (anticipata, per volontà del comune) i contratti con i due operatori privati che dall'84 gestivano l'acqua nella capitale, la Compagnie générale des Eaux (filiale di Veolia) per la rive droite e la società Eau et Force (filiale del gruppo Suez) per la rive gauche. Così, tra un mese e mezzo, anche la distribuzione tornerà pubblica, mentre la produzione lo è già da metà maggio di quest'anno. Veolia e Suez, che nell'87 erano entrate nel capitale della società di economia mista Sagep (Società anonima di gestione delle acque di Parigi) e poi erano diventate azioniste di Eau de Paris, sono state escluse dalla nuova società di gestione e produzione, sostituite dalla Caisse des dépôts et consignations, gruppo pubblico per gli investimenti di lungo periodo. Al comune di Parigi spiegano che la rimunicipalizzazione «risponde a obiettivi politici e pragmatici. Politici, perché l'acqua è un bene pubblico, una risorsa che deve essere controllata e preservata attraverso una gestione solidale e responsabile. Pragmatica perché la scelta del comune è al tempo stesso una decisione di gestione, che risponde ad obiettivi di trasparenza, di efficienza del servizio e di stabilizzazione del prezzo dell'acqua». La città di Parigi ha promesso un controllo sul prezzo e assicura che «la totalità dei guadagni della nuova organizzazione verrà reinvestita nel servizio, sia che si tratti di finanziare le infrastrutture che di controllare i costi fatturati all'utente».
È da anni che il consumo d'acqua pro capite diminuisce in Francia. Sia per la maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica contro gli sprechi, ma anche per ragioni di costi: il prezzo medio in Francia, sotto il vento della privatizzazione, è salito a una media di 2,92 euro il metro cubo, contro 0,83 euro in Italia (ma 5,09 euro in Germania). La privatizzazione ha anche portato a grandi sprechi. Un recente calcolo del ministero dell'ecologia, rivelato dal Journal du Dimanche, afferma che, in media, un litro di acqua potabile su 4, non arriva al rubinetto degli utenti, ma si perde per strada, per i difetti delle canalizzazioni. Una percentuale in crescita, salita al 25% in media, mentre solo pochi anni fa i calcoli stabilivano un 20% di perdite. La media nazionale maschera grandi disparità tra città e città. Si va dall'efficienza parigina, dove il 96,5% dell'acqua potabile che circola nella rete arriva agli utenti, al disastro di Nimes, che ne spreca più del 40%: qui la gestione è in mano alla Saur di Bouygues. A Rouen più di 3 litri su 10 si perdono per strada, Avignone (gestione Veolia) ne spreca il 35,5%. Ma Rennes (sempre gestione Veolia) arriva in seconda posizione in Francia per i minori sprechi. A prima vista, la questione del controllo - pubblico o privato - non sembra avere un'incidenza determinante sul tasso di spreco. Ma analizzando più in profondità la questione, il nesso esiste. A Parigi, prima della classe malgrado la presenza dei privati (ma dall'87 in una società a capitale misto), il comune ha negoziato con determinazione degli obiettivi "cifrati" con Veolia e Suez (inoltre, la capitale è un caso unico, grazie alla rete costruita dal prefetto Haussmann a fine '800, facilmente riparabile). Nelle tre grandi città su quattro dove i privati dominano, il comune paga alle società private i metri cubi consumati, senza stabilire quale percentuale sia arrivata ai rubinetti degli utenti e quale sia andata sprecata. Le società private, così, non hanno nessun interesse ad investire per migliorare le canalizzazioni, di cui, per contratto, dovrebbero garantire la manutenzione. A Parigi, Lione, Lille e Bordeuax, per citare solo le principali città, ci sono stati grossi contenziosi nel passato, che hanno portato a rinegoziare i contratti con le società private dell'acqua, per ottenere il rispetto delle clausole di investimento e di manutenzione. 



Di fronte a questi scandali ripetuti e alla polemica sugli sprechi, il governo si sente ora costretto ad intervenire, per rinverdire il volto «ecolo» che Sarkozy intende darsi. La sottosegretaria all'ecologia, Chantal Jouanno, ha ingiunto che «lo spreco deve cessare» e ha fissato un tetto di un 15% massimo di sprechi d'acqua potabile. Il ministero dell'ecologia valuta a 1,5 miliardi di euro il finanziamento necessario per migliorare la rete francese di canalizzazioni.


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