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17 luglio 2009

Sara Farolfi : G8 senza soluzioni

 

Il quadro dell'economia mondiale resta incerto e, sia pur in presenza di «segnali positivi», permangono «rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria». Gli impegni siglati ieri, in straordinaria unanimità di facciata, dai capi di stato e governo dei paesi G8, blindati nella caserma della guardia di finanza all'Aquila, non aggiungono molto a quanto già formalizzato dal G20 di Londra in aprile - «fare tutti i passi necessari per sostenere la domanda e ripristinare la crescita» - mentre sulle questioni più calde dell'agenda politica (in particolare la definizione di nuove regole per la finanza) tutto è rimandato al prossimo G20 che si terrà in settembre, a Pittsburgh.
La crisi è globale ma le soluzioni faticano a uscire dai confini nazionali, e il concetto ritorna nero su bianco nel documento finale, dove si dice che «le strategie di uscita dalla crisi varieranno da paese a paese, a seconda delle condizioni economiche e dello stato delle finanze pubbliche». Il risanamento del settore finanziario, inclusa la stabilizzazione del mercato finanziario e la normalizzazione dell'attività delle banche, restano «prioritari»: quanto fatto finora va bene, ma non è sufficiente, suona il concetto. Solo in seconda battuta arriva il riferimento alla dimensione sociale della crisi. Sul deterioramento della situazione del mercato del lavoro nessuna statistica e nessun organismo internazionale sembra avere dubbi. I sindacati europei hanno rinnovato ieri l'allarme definendo «disperato» il quadro dell'occupazione. Ma la formula suggerita dagli Otto resta quel «people first» inaugurato nei vertici scorsi e rimasto tanto vago quanto disatteso. Ad ogni modo le misure dei governi a sostegno dell'economia, che gli stessi si impegnano a continuare a fornire, hanno avuto un impatto sulle finanze pubbliche, perciò i cosiddetti Grandi si impegnano «ad assicurare la sostenibilità fiscale a medio termine». Un avvertimento arrivato ieri anche dal Fmi, che ha esortato i governi a iniziare a preparare la «exit strategy» sul fronte fiscale, «perché il debito deve diminuire». 



Ma al centro della prima giornata di vertice erano soprattutto i temi legati alla definizione di un nuovo quadro di regole per l'economia e la finanza. In particolare l'approvazione di quelle 12 tavole di principi morali - i global legal standards - elaborate dal ministro dell'economia Tremonti (insieme al suo pool di economisti e giuristi) e dall'Ocse. Un codice etico e economico - articolato tra lotta a evasione, elusione, criminalità finanziaria, superamento del segreto bancario, difesa di ambiente e lavoro, e la definizione di un tetto agli stipendi dei manager - che avrebbe dovuto trovare all'Aquila l'occasione per coniugare le posizioni a dir poco scettiche di Usa e Gran Bretagna con quelle entusiaste di Francia e Germania, ma che si è rivelato un vero flop. «Noi abbiamo posto la questione delle regole per l'economia che può essere migliore solo con i valori e l'etica - commenta in serata il ministro Giulio Tremonti - Il cammino è iniziato a gennaio di quest'anno, oggi c'è stata un'accelerazione enorme, ma servirà ancora un po' di tempo ed è giusto così affinché tutti ne siano convinti». Tremonti parla di un «consenso straordinario» sulla proposta, ma in tutt'altra direzione sembra andare l'iniziativa del governo inglese, che ieri ha annunciato il rafforzamento dei poteri dell'autorità nazionale nel tentativo di imporre regole più stringenti al sistema finanziario. La stessa direzione in cui si muovono gli Usa, la cui mega riforma del sistema finanziario, presentata poche settimane fa dal ministro del tesoro Geithner, non contiene un solo accenno alla necessità di standard globali.
La verità è che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Usa e Gran Bretagna non ne vogliono sapere di imbrigliare in lacci e lacciuoli le proprie piazze finanziarie. Così la palla passa al G20 di settembre a Pittsburgh. Per quanto riguarda la lotta ai paradisi fiscali, all'evasione e all'elusione - definiti «fenomeni non più tollerabili», specie in un quadro di crisi - si rimanda al G20 di Londra. Il «no» al protezionismo suona un poco ridicolo stretto tra quelle due clausole contrapposte - buy americans e buy chinese - cui nessuno naturalmente accenna. E anche sul commercio mondiale il richiamo è quello di una repentina conclusione dei negoziati di Doha. Iniziati nell'ormai lontano 2001, più volte interrotti, e mai conclusi.


16 luglio 2009

Cinzia Gubbini e Giacomo Russo Spena : una giornata di repressione

 

Dura molto poco l'avvio delle contestazioni al G8 di Roma. Il tempo di un inseguimento per le vie di Testaccio, storico quartiere di Roma. Obiettivo duecento attivisti, rei di fare un blocco stradale per dare il «benvenuto ai potenti della Terra» arrivati per il G8 dell'Aquila. Si volevano «riappropriare della città contro un vertice illegittimo», ma la condotta delle forze dell'ordine ha impedito qualsiasi mobilitazione. Studenti, attivisti della rete degli «indipendenti» (Acrobax e coordinamento lotta per la casa) e varie delegazioni di paesi europei partono verso le 10 in corteo dall'edificio dell'università Roma Tre occupato qualche giorno fa per denunciare la «carenza di agibilità politica nell'ateneo». Ad aprire lo striscione Smash G8 e alcune bandiere nere. Fanno trecento metri di corteo, arrivano alla metro Piramide e lì trovano un enorme dispiegamento di agenti. Neanche il tempo di organizzare un blocco stradale che i dirigenti di piazza (ben 3) intimano di sciogliere la manifestazione perché non autorizzata. Non c'è tempo per una trattativa. La guardia di finanza carica, gli attivisti indietreggiano. Per rallentare il cammino degli agenti lanciano qualche petardo e ribaltano qualche cassonetto per strada. Nulla più. L'inseguimento però continua e durante la fuga qualche no global viene fermato e trattenuto.
«Tra di noi c'erano tre infiltrati che hanno bloccato dei nostri compagni», denuncia qualcuno. Ritornati di corsa verso la facoltà occupata, lì fuori la polizia fa la carica più pesante. Vola qualche manganellata, gli attivisti si disperdono nei vicoli, alla spicciolata. E parte la caccia all'uomo, perfino nei bar e nei cortili dei palazzi del quartiere. La Digos perlustra anche l'università e lo stabile occupato, dove viene distrutto l'info-point allestito dai no global. Ce l'hanno con Acrobax, centro sociale molto attivo in città. «Vogliono fare i black bloc qui in Italia - dice un agente - non hanno capito che so' cazzi loro». Alla fine saranno 36 i fermati (tra cui un polacco, un francese, due tedeschi, quattro svedesi e uno svizzero), 9 di questi verranno tramutati in arresti (quattro stranieri e cinque italiani) più una minorenne che, forse, verrà affidata ad una casa famiglia. Tra gli incarcerati alcuni attivisti di Acrobax, che vengono portati tra Regina Coeli e Rebibbia. Contro di loro il pm De Falco apre un fascicolo per resistenza a pubblico ufficiale, violenza e danneggiamento.
Contemporaneamente, sempre verso le 10, sulla tangenziale altri attivisti della rete no-G8 romana bloccano il traffico con un blitz: mettono transenne, tende e olio per strada. Per venti minuti il traffico sarà congestionato. All'università La Sapienza invece ben due cortei movimentano la mattinata. Tolti «gli arresti cautelari al rettorato», gli studenti inscenano una manifestazione invocando la scarcerazione dei 21 arrestati per il «teorema su Torino». In testa lo striscione «Liberi tutti», dietro qualche centinaio di persone. Sale subito la tensione: il contatto con gli agenti viene evitato solo perché due blindati della finanza per sbaglio si urtano, scatenando l'ilarità dei manifestanti. Gli studenti dell'Onda si rifugiano nell'ateneo e dopo una mediazione con le forze dell'ordine riescono a strappare un altro corteo per le mura esterna della Sapienza.



Nel frattempo la notizia dei rastrellamenti di Testaccio si diffonde. Alle 15, sempre alla Sapienza, si improvvisa una conferenza stampa, si attacca il governo, «mandante di questa stretta repressiva». Poi tutti a piazza Barberini per il sit-in autorizzato da giorni. Ma lo slargo è blindato. L'ambasciata non si vede neanche da lontano. Traffico sconvolto ad almeno un chilometro dalla rappresentanza diplomatica, e manifestanti costretti a sedersi soltanto davanti all'hotel Hilton, in compagnia di una foltissima schiera di finanzieri e poliziotti.
Ma il vero muro di agenti è dietro i blindati. «Provate a raggiungere l'ambasciata?», «quando mai, là dietro ci saranno almeno tremila poliziotti». Ma aldilà dello schieramento di divise, a fare impressione è un piccolissimo particolare che riporta alla mente vecchi e brutti ricordi: l'imbocco di via Veneto è bloccato da reti metalliche, «come a Genova», dice qualcuno. Paolo Divetta dei Blocchi metropolitani gli si para di fronte per urlare: «È una vergogna, mi rifiuto di manifestare in una piazza del genere, non siamo in uno stato di polizia». Più tardi al microfono ricorda Federico Aldrovandi e quel «po' di giustizia» ottenuta dalla famiglia con la sentenza che condanna a tre anni e sei mesi quattro agenti che hanno ucciso quattro anni fa il ragazzo ferrarese. Applausi e grida di «assassini».
In piazza ci saranno un migliaio di persone. A Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, tocca l'analisi politica dell'arresto di 66 persone in due giorni, «cosa che non accadeva dagli anni '70». Il suo ragionamento è questo: «Ho la sensazione che si stia preparando un nuovo compromesso storico sulla nostra pelle». Applausi. L'ipotesi è che Silvio Berlusconi sarà fatto fuori a breve per la nota vicenda del sexy-gate «e che quindi ci sia bisogno di un governo forte. E anche l'opposizione vuole dimostrare di saper bastonare il movimento».
Per Bernocchi il vero nemico da stanare è il Pd, che starebbe anche dietro a quelle organizzazioni che non sono d'accordo con la manifestazione nazionale organizzata all'Aquila dagli altermondialisti. Invece, dicono tutti, «all'Aquila ci saremo, ma per stare accanto ai terremotati e appoggiarli nelle loro lotte contro una finta ricostruzione». E non può finire così ingabbiati da un mini esercito che controlla a vista ogni spostamento. Viene concordato un percorso per un corteo che porti i manifestanti almeno fino a piazza della Repubblica. Accordato. La marcia è cadenzata da qualche slogan, dal «non mollare mai» al «tutti liberi» per i ragazzi arrestati.
A piazza della Repubblica qualcuno vorrebbe raggiungere la questura e rompere l'ordine della polizia. Dentro, ad aspettare di capire se saranno rilasciate o meno, ci sono ancora 26 persone fermate la mattina. Prevale l'opinione di chi pensa che la disparità numerica è troppo forte per rischiare, vista l'aria che tira. Ma non è finita. Un gruppetto si stacca e corre nella stazione Termini. Qualcuno si sdraia su un binario al grido di «tutti liberi». Arriva la polizia in tenuta antisommossa. I manifestanti tirano qualche sasso, insulti contro i fotografi. In un lampo la maggior parte si dilegua. A sera si contano altri due fermati. Cinzia Gubbini
ROMA
Dura molto poco l'avvio delle contestazioni al G8 di Roma. Il tempo di un inseguimento per le vie di Testaccio, storico quartiere di Roma. Obiettivo duecento attivisti, rei di fare un blocco stradale per dare il «benvenuto ai potenti della Terra» arrivati per il G8 dell'Aquila. Si volevano «riappropriare della città contro un vertice illegittimo», ma la condotta delle forze dell'ordine ha impedito qualsiasi mobilitazione. Studenti, attivisti della rete degli «indipendenti» (Acrobax e coordinamento lotta per la casa) e varie delegazioni di paesi europei partono verso le 10 in corteo dall'edificio dell'università Roma Tre occupato qualche giorno fa per denunciare la «carenza di agibilità politica nell'ateneo». Ad aprire lo striscione Smash G8 e alcune bandiere nere. Fanno trecento metri di corteo, arrivano alla metro Piramide e lì trovano un enorme dispiegamento di agenti. Neanche il tempo di organizzare un blocco stradale che i dirigenti di piazza (ben 3) intimano di sciogliere la manifestazione perché non autorizzata. Non c'è tempo per una trattativa. La guardia di finanza carica, gli attivisti indietreggiano. Per rallentare il cammino degli agenti lanciano qualche petardo e ribaltano qualche cassonetto per strada. Nulla più. L'inseguimento però continua e durante la fuga qualche no global viene fermato e trattenuto.
«Tra di noi c'erano tre infiltrati che hanno bloccato dei nostri compagni», denuncia qualcuno. Ritornati di corsa verso la facoltà occupata, lì fuori la polizia fa la carica più pesante. Vola qualche manganellata, gli attivisti si disperdono nei vicoli, alla spicciolata. E parte la caccia all'uomo, perfino nei bar e nei cortili dei palazzi del quartiere. La Digos perlustra anche l'università e lo stabile occupato, dove viene distrutto l'info-point allestito dai no global. Ce l'hanno con Acrobax, centro sociale molto attivo in città. «Vogliono fare i black bloc qui in Italia - dice un agente - non hanno capito che so' cazzi loro». Alla fine saranno 36 i fermati (tra cui un polacco, un francese, due tedeschi, quattro svedesi e uno svizzero), 9 di questi verranno tramutati in arresti (quattro stranieri e cinque italiani) più una minorenne che, forse, verrà affidata ad una casa famiglia. Tra gli incarcerati alcuni attivisti di Acrobax, che vengono portati tra Regina Coeli e Rebibbia. Contro di loro il pm De Falco apre un fascicolo per resistenza a pubblico ufficiale, violenza e danneggiamento.
Contemporaneamente, sempre verso le 10, sulla tangenziale altri attivisti della rete no-G8 romana bloccano il traffico con un blitz: mettono transenne, tende e olio per strada. Per venti minuti il traffico sarà congestionato. All'università La Sapienza invece ben due cortei movimentano la mattinata. Tolti «gli arresti cautelari al rettorato», gli studenti inscenano una manifestazione invocando la scarcerazione dei 21 arrestati per il «teorema su Torino». In testa lo striscione «Liberi tutti», dietro qualche centinaio di persone. Sale subito la tensione: il contatto con gli agenti viene evitato solo perché due blindati della finanza per sbaglio si urtano, scatenando l'ilarità dei manifestanti. Gli studenti dell'Onda si rifugiano nell'ateneo e dopo una mediazione con le forze dell'ordine riescono a strappare un altro corteo per le mura esterna della Sapienza.
Nel frattempo la notizia dei rastrellamenti di Testaccio si diffonde. Alle 15, sempre alla Sapienza, si improvvisa una conferenza stampa, si attacca il governo, «mandante di questa stretta repressiva». Poi tutti a piazza Barberini per il sit-in autorizzato da giorni. Ma lo slargo è blindato. L'ambasciata non si vede neanche da lontano. Traffico sconvolto ad almeno un chilometro dalla rappresentanza diplomatica, e manifestanti costretti a sedersi soltanto davanti all'hotel Hilton, in compagnia di una foltissima schiera di finanzieri e poliziotti.
Ma il vero muro di agenti è dietro i blindati. «Provate a raggiungere l'ambasciata?», «quando mai, là dietro ci saranno almeno tremila poliziotti». Ma aldilà dello schieramento di divise, a fare impressione è un piccolissimo particolare che riporta alla mente vecchi e brutti ricordi: l'imbocco di via Veneto è bloccato da reti metalliche, «come a Genova», dice qualcuno. Paolo Divetta dei Blocchi metropolitani gli si para di fronte per urlare: «È una vergogna, mi rifiuto di manifestare in una piazza del genere, non siamo in uno stato di polizia». Più tardi al microfono ricorda Federico Aldrovandi e quel «po' di giustizia» ottenuta dalla famiglia con la sentenza che condanna a tre anni e sei mesi quattro agenti che hanno ucciso quattro anni fa il ragazzo ferrarese. Applausi e grida di «assassini».
In piazza ci saranno un migliaio di persone. A Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, tocca l'analisi politica dell'arresto di 66 persone in due giorni, «cosa che non accadeva dagli anni '70». Il suo ragionamento è questo: «Ho la sensazione che si stia preparando un nuovo compromesso storico sulla nostra pelle». Applausi. L'ipotesi è che Silvio Berlusconi sarà fatto fuori a breve per la nota vicenda del sexy-gate «e che quindi ci sia bisogno di un governo forte. E anche l'opposizione vuole dimostrare di saper bastonare il movimento».
Per Bernocchi il vero nemico da stanare è il Pd, che starebbe anche dietro a quelle organizzazioni che non sono d'accordo con la manifestazione nazionale organizzata all'Aquila dagli altermondialisti. Invece, dicono tutti, «all'Aquila ci saremo, ma per stare accanto ai terremotati e appoggiarli nelle loro lotte contro una finta ricostruzione». E non può finire così ingabbiati da un mini esercito che controlla a vista ogni spostamento. Viene concordato un percorso per un corteo che porti i manifestanti almeno fino a piazza della Repubblica. Accordato. La marcia è cadenzata da qualche slogan, dal «non mollare mai» al «tutti liberi» per i ragazzi arrestati.
A piazza della Repubblica qualcuno vorrebbe raggiungere la questura e rompere l'ordine della polizia. Dentro, ad aspettare di capire se saranno rilasciate o meno, ci sono ancora 26 persone fermate la mattina. Prevale l'opinione di chi pensa che la disparità numerica è troppo forte per rischiare, vista l'aria che tira. Ma non è finita. Un gruppetto si stacca e corre nella stazione Termini. Qualcuno si sdraia su un binario al grido di «tutti liberi». Arriva la polizia in tenuta antisommossa. I manifestanti tirano qualche sasso, insulti contro i fotografi. In un lampo la maggior parte si dilegua. A sera si contano altri due fermati.


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15 luglio 2009

Costantino Cossu : l'inchiesta sul summit fallito alla Maddalena

 

Nel palazzo del municipio, alla Maddalena, su un piccolo basamento è esposta una della palle di cannone con le quali Napoleone bombardò l'isola nel febbraio del 1793. Bonaparte aveva appena 24 anni ed era luogotenente dell'ammiraglio Colonna Cesari, un corso. I francesi arrivarono con ventidue navi e seicento uomini per occupare la Sardegna. Ma furono costretti alla ritirata dalla resistenza della marina sabauda comandata dal duca Vittorio Amedeo III . La chiesa di Santa Maria, invece, palle di cannone della repubblica francese non ne conserva. Custodisce, però, un crocifisso che Horatio Nelson lasciò in dono prima di salpare per Trafalgar a combattere e sconfiggere la flotta francese, nell'ottobre 1805. Il duca di Bronte rimase per un anno intero, con le sue navi, nel mare dell'arcipelago. Pensava che quel gruppo di isole al largo dell'estremo lembo nord orientale della Sardegna fosse strategicamente più importante di Malta. In questi giorni, la chiesa di Santa Maria è buia e fresca, silenziosa e vuota. E in municipio c'è solo gente che sbriga pratiche. Turisti, zero. Chi viene in queste isole per passarci le vacanze non sa niente della loro storia. Cerca sole e mare, nient'altro. Traghetti a pieno carico, case in affitto e alberghi sold out, come ogni anno, come sempre. Doveva cambiare tutto, qui. Non è cambiato niente. La rivoluzione mancata si chiamava G8, il vertice dei potenti della terra che Renato Soru e Romano Prodi avevano deciso di tenere sulle sponde dove Garibaldi venne a morire. Il summit serviva, nelle intenzioni dell'ex governatore della Sardegna e del leader dell'Ulivo, a far partire un meccanismo virtuoso che avrebbe dovuto portare alla riconversione turistica dell'economia dell'arcipelago, sino a due anni fa dipendente dalle attività legate alla presenza dei sommergibili nucleari della Us Navy. Ad aprile, all'ultimo momento, Berlusconi ha sparigliato le carte trasferendo il summit in Abruzzo. È però alla Maddalena, non all'Aquila, che stanno i motivi veri del trasloco improvviso. La solidarietà verso le popolazioni colpite dal terremoto accampata dal governo di centro destra, è solo facciata. Dietro c'è altro. Faccende sulle quali lavora la magistratura.


Lo scorso 7 maggio L'espresso rivela che la procura di Firenze sta indagando sui costi degli appalti alla Maddalena per le opere in programma per il vertice abortito. E che anche Bertolaso, commissario delegato per il G8, ha avviato una procedura interna. «Un provvedimento - scrive Roberto Gatti sul settimanale - seguito dalla decisione del Consiglio dei ministri di chiedere per decreto il taglio retroattivo dal primo marzo delle maggiorazioni alle imprese per le lavorazioni su più turni, dei premi di produzione e la riduzione del 50 per cento dei compensi per le prestazioni professionali destinati a progettisti, esecutori e collaudatori. Maggiorazioni, premi e compensi confermati da almeno 16 tra ordinanze e decreti voluti, firmati o proposti dal governo e dalla Protezione civile. Un dietrofront che limita (di poco) i danni per le casse statali, ma anche le possibili responsabilità giudiziarie di funzionari e controllori, tuttora da identificare, che prima avrebbero avvallato le spese e ora stanno lavorando per contenerle. Letta così la decisione di Silvio Berlusconi di trasferire il vertice a L'Aquila, non è solo un atto d'affetto e un doveroso impulso al risparmio. È anche una via d'uscita necessaria. Forse bastava una formulazione più moderata dei preventivi e dei contratti. E i soldi per l'evento sarebbe bastati».
E poi c'è la procedura d'infrazione aperta dalla Ue contro l'Italia per la mancata applicazione, nella progettazione e nell'esecuzione delle opere previste alla Maddalena, delle direttive comunitarie sull'impatto ambientale. Protezione civile e ministero dei lavori pubblici, però, non se ne danno grande preoccupazione. Come dimostra il fatto che all'hotel super lusso progettato dall'architetto Stefano Boeri e affidato alla Mita Resort del gruppo Emma Marcegaglia, la presidente di Confindustria, si è aggiunto un altro spazio di circa settemila metri cubi, che nel progetto di Boeri non era previsto.
La Mita Resort è stata l'unica società a presentarsi all'appalto per l'assegnazione in affitto della mega struttura che avrebbe dovuto ospitare il G8: un hotel a cinque stelle, il palazzo delle conferenze, il centro delegati da diecimila metri quadri. Più trentamila metri di verde e, soprattutto, il porto turistico. Un complesso che doveva diventare il cuore del progetto di rilancio turistico della Maddalena. Per venderlo sul mercato della vacanze di lusso la Mita Resort contava sul formidabile lancio pubblicitario del vertice. Ma la decisione di spostare il summit all'Aquila ha rotto le uova nel paniere. E per compensare del danno la Marcegaglia, il governo Berlusconi non solo ha deciso di lasciarle costruire altri settemila metri cubi, ma ha anche allungato il periodo di affitto da trenta a quarant'anni, per complessivi 65 milioni di canone. Un prezzo di assoluto favore, se si pensa che hotel, porto e tutto il resto sono costati allo stato e alla regione Sardegna 209 milioni e 589 mila euro. Un'operazione pesantemente in perdita per le casse pubbliche.
Quando esci dalle mura settecentesche di Santa Maria, il caldo ti assale, appena mitigato da un maestrale sottile. Le strade della Maddalena sono intasate dal traffico dell'estate. A Santo Stefano, dove prima c'erano i sommergibili Usa, ora la marina italiana progetta di riprendersi le caverne sotterranee per farne depositi di munizioni. Sulla sponda opposta, il parallelepipedo firmato da Boeri si getta sul mare, lucido di acciaio e di cristalli. Ancora e sempre militari e resort per ricchi, vacanzieri milionari che il fantasma di Lord Nelson non potrà di certo inquietare. Ma neppure quello del suo rivoluzionario antagonista Bonaparte, che a vent'anni, in nome della libertà, coprì l'isola di palle di cannone e fu sconfitto da un duca di Savoia.


13 luglio 2009

Joseph Halevi : il G8 come istituzione inutile

 

Il gruppo dei «paesi G» nacque nel 1975 a Parigi (Rambouillet) su iniziativa dell'allora presidente francese Valéry Giscard d'Estaing, per gestire in comune tanto la crisi del dollaro quanto la continuazione della sua centralità. Euroatlanticamente concepito per quattro paesi (Usa-D-F-GB), il «gruppo dei G» venne rapidamente esteso al Giappone ed all'Italia dopo le proteste di quest'ultimi, poi Washington si portò dietro anche il Canada. Nei confronti della crisi del dollaro l'impatto dei G7 fu nullo, visto che gli Usa hanno sempre agito unilteralmente; ad eccezione di una volta, cioè nelle fasi che portarono alla riunione del Plaza, a New York, il 22 settembre del 1985.
La politica di alti tassi di interesse inaugurata da Paul Volcker e Ronald Reagan, causa degli squilibri mondiali su cui è germogliata la crisi odierna, comportò una rapida rivalutazione del dollaro, acuendo la crisi occupazionale già esistente in Europa. La presidenza Reagan venne investita dalla pressione delle industrie nazionali che, non avendo ancora delocalizzato alla grande (l'attrazione fatale per la Cina era ancora in incubazione), perdevano mercati interni a favore delle importazioni nippo-coreane e germanico-italiane.
Anche gli europei, soprattutto Germania, Francia ed Italia, avevano da lamentarsi, perchè gli alti tassi di interesse strozzavano gli investimenti e inflazionavano il debito pubblico più di quanto alimentassero le esportazioni europee verso gli Usa. In tale contesto, e grazie alla guerra fredda, nacque l'accordo del 22 settembre 1985 che portò ad una svalutazione controllata - per un po' almeno - del dollaro e una riduzione dei tassi di interesse Usa. Tuttavia non furono i G7 a coordinare la manovra, bensì i G5, cioè i 4 summenzionati paesi con in più il Giappone. Il G8 non ha alcuna valenza decisionale. Le sue riunioni costituiscono una pura scena mediatica e di sfoggio di potere, attraverso i mezzi muscolarmente esibiti, che la popolazione delle città assediate vive con grande disagio; cui si aggiunge anche la reazione pavloviana dei no-global e compagnia. 



Le decisioni effettive vengono prese in circoli estremamente ristretti ed in forme molto discrete. Ci vogliono degli esperti giuridici per capire, ad esempio, che il patto tra Tesoro Usa, banca federale e grandi banche private per «riciclare» - piuttosto che eliminare - le cartacce tossiche, si basa sul principio del «non ricorso» che esenta le banche contraenti dal rimborsare i soldi pubblici, qualora, come accadrà, le cartacce non ottenessero sul mercato i valori attribuiti dalle aste truccate di Geithner e Summers.
In un'ottica più ampia, non esistono oggi istituzioni mondiali e regionali in grado di affrontare in maniera coordinata la crisi in corso. Anzi, come dimostrato dalla sciagurata azione del Bundestag nei confronti della stessa Germania e dell'Europa, le istituzioni preposte al coordinamento fanno finta di niente. Anche nel caso europeo l'accordo è in negativo e si articola su due punti: elargizioni al sistema finanziario e assoluta deflazione salariale e pensionistica. La non volontà di elaborare reali piani anticrisi nasce dai conflitti di interesse che gli Stati devono gestire soprattutto internazionalmente, in quegli snodi dove le relazioni internazionali diventano il punto debole su cui si scaricano le diverse incompatibilità.
Eppure la reale dinamica dei centri decisionali emerge dai rapporti di organismi sovranazionali completamente interni al sistema finanziario ufficiale. Recentemente, infatti, la Banca dei Regolamenti Internazionali - la banca delle banche appunto - ha osservato come le operazioni di elargizioni di denaro pubblico alle banche più coinvolte dalla crisi, ha portato, facilitando operazioni di assorbimento, alla formazioni di mega banche mondiali. Queste, come sostenuto anche dal Financial Times, mantengono tutti gli elementi del comportamento destabilizzante - ma in forma accentuata - che ha caratterizzato gli istituti di origine. Contrariamente a tutte le dichiarazioni mediatiche sulla «riforma del sistema finanziario», la crisi e i correlati interventi hanno già prodotto un risultato netto rafforzando, senza condizioni e riforme, proprio le istituzioni da cui la crisi è nata.


16 ottobre 2008

Joseph Halevi : gli apprendisti stregoni

 

Tra sabato e domenica le agenzie hanno ripetutamente diffuso i primi commenti del direttore del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), Dominique Strauss-Kahn. sul documento di tre pagine scaturito dalla riunione dei G7. Erano molto critici: il documento non è sufficiente, bisogna fare di più perché l'economia mondiale si trova di fronte all'imminente possibilità di un «meltdown» - letteralmente squagliamento - finanziario. Poi sono arrivati altri comunicati più edulcorati, ma la sostanza resta.
Per la prima volta il Fmi non sta agendo da cattivone esattore di debiti, come negli anni che portarono alla crisi argentina.
Merito certamente di Strauss-Kahn, che è per 2/3 decisamente liberista e per 1/3 moderatamente keynesiano. Quando era ministro delle finanze, sotto Jospin, fu l'artefice principale delle privatizzazioni e dell'apertura al capitale privato delle imprese statali di utilità pubblica, nonchè dell'apertura delle pensioni ai fondi privati. Nei primi due casi la ebbe vinta alla grande, nelle pensioni solo un peu. Da quando è arrivato alla direzione del Fondo la sua componente keynesiana è andata aumentando in proporzione allo sfascio che lo attorniava nell'America dal falso modello di condotta economico-morale. 



Alcuni giorni or sono Strauss-Kahn esortava i paesi con i bilanci pubblici in surplus di spendere le eccedenze. Giustissimo. Ma lui dirige un'istituzione ormai esautorata dalle sue stesse politiche «argentine». Il Fondo non ha più i soldi e il potere istituzionale (e morale) per intervenire. Avendo agito da esattore e usuraio per tanti decenni, il Fondo ha spinto a pagare i debiti molti paesi; i quali, una volta capita l'antifona e grazie alla Cina che fa ora da terminale massiccio per le loro importazioni, non ne vogliono più sapere del Fmi: Argentina, Brasile, Indonesia, Korea, Malaysia. Da soli non rilanceranno certo l'economia mondiale, ma il loro distacco dal Fondo simboleggia la sua ridondanza; proprio ora che predica benino.
A peggiorar le cose, Strauss-Kahn ha di fronte a sè un gruppo, il G7, meschino e incoerente. Quando sostengono che bisogna «coordinare», intendono soltanto dire che le misure di un paese non devono spiazzarne un altro. La decisione irlandese di proteggere i conti bancari ha provocato in Francia la paura che numerosi clienti delle banche francesi possano trasferire i propri conti a Dublino. A sua volta la Merkel non vuole mandare un euro in Europa unicamente perchè fuori dal sistema giuridico-finanziario della Germania!
Le reticenze dei G7 a fare sul serio derivano dal fatto che i mercati dei capitali sono implosi. Quindi gettare soldi in un buco nero non funziona. L'unica via che rimane aperta è perciò la spesa statale diretta; quella che intendono evitare come la peste, avendo anche distrutto gli strumenti per attuarla. L'acquisto di azioni delle banche, come ha fatto la Gran Bretagna, non è intervento nel senso della «spesa nell'economia». Nel 1988 Reagan fece comperare dal governo oltre 100 banche texane, per via della crisi debitoria successiva alla caduta del prezzo del greggio e - automaticamente, nel Texas - dell'immobiliare. Ma è tutt'altra cosa rispetto alla decisione degli Usa, poniamo, di ordinare 1.000 aerei da guerra al settore militar-industriale, unico comparto pianificato nell'economia mondiale.
Ora I membri del G7 si stanno accorgendo che dovrebbero prendere la spesa in mano; sia le decisioni sui prestiti che sugli ordinativi. Ma non vogliono prenderne atto, malgrado le decisioni di investimento stiano evaporando. Non vogliono perché non possono. I G7 non hanno più, nemmeno sul piano dei singoli paesi, le istituzioni per farlo. Le privatizzazioni e deregolamentazioni, passate e recenti, mostrano il loro effetto mortalmente tossico. L'Iri avrebbe potuto immediatamente ingranare la marcia degli ordinativi e della spesa. Lo stesso dicasi per Le Plan francese con le sue efficienti industrie pubbliche. Anche le demoralizzate aziende nazionalizzate della Gran Bretagna di Wilson avrebbero potuto agire. Oggi nulla. Non hanno una vera alternativa al gettar soldi nel buco nero e lo sanno. Non possono coordinare tra paesi perché non ci sono più le apposite istituzioni. Grazie classe politica. Sia di «sinistra» che di centrodestra.


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17 luglio 2008

Il fallimento del G8

 

Guardano al futuro, i leader degli otto paesi più industrializzati del mondo. Tanto guardano al futuro che non sono riusciti a darsi alcun obiettivo nel breve e medio termine per fermare il riscaldamento globale del clima: in una dichiarazione diffusa ieri, nella località termale di Tayako in Giappone, si impegnano solennemente a lavorare per dimezzare le emissioni di gas «di serra» entro il 2050.
La dichiarazione del G8 sul clima riempie ben otto pagine fitte con appelli a «rallentare e invertire la crescita globale delle emissioni» di gas che alterano il clima, e a «muovere verso una società a bassa intensità di carbonio». Non fissa però obiettivi intermedi, e sorvola su come dimezzare le emissioni di gas di serra, attraverso quali politiche energetiche e quali investimenti.
Il presidente della Commissione europea José Barroso l'ha definita «un segnale forte»: passa per grande risultato diplomatico il fatto che gli Stati uniti sottoscrivano un testo che fa riferimento alla trattativa mondiale sul clima promossa dalle Nazioni unite (il Protocollo di Kyoto scadrà nel 2012 e i negoziati per definire un nuovo trattato, avviati a Bali lo scorso dicembre, dovrebbero concludersi entro la fine dell'anno a Copenhagen con un nuovo vertice delle quasi 200 nazioni firmatarie della Convenzione sul clima). E negli ultimi otto anni, da quando l'amministrazione Bush ha deciso di tirarsi fuori dal protocollo di Kyoto, gli Stati uniti hanno rifiutato il quadro delle Nazioni unite. Ora rientrano: ma dopo aver preteso che quella dichiarazione faccia appello a «una risposta globale» alla sfida del clima da parte di «tutte le maggiori economie» mondiali, allusione a paesi come la Cina o l'India. Washington insomma mantiene il suo punto: non accetterà impegni vincolanti a ridurre le emissioni di gas «di serra» finché anche questi paesi non accetteranno di fare la loro parte.
Quella sul clima non è l'unica dichiarazione firmata ieri dal G8 ma è forse quella che ha fatto il pieno di critiche. «Manca ogni riferimento a quanto le nazioni industrializzate pensano di emettere nel 2020», fa notare Yvo De Boer, segretario generale della Convenzione mondiale sul clima, e aggiunge: «La prova del budino» sono i punti di riferimento: dimezzare rispetto a cosa?
Per le organizzazioni ambientaliste, quella dichiarazione è una «opportunità mancata». «I G8 sono responsabili per il 62% dell'anidride carbonica accumulata nell'atmosfera terrestre, dunque sono i principali colpevoli del cambiamento del clima», fa notare il Wwf: «E' patetico che rifiutino le proprie responsabilità storiche».
Per il ministro dell'ambiente del sudafrica, la dichiarazione del G8 è «uno slogan vuoto». Nella località termale giapponese in effetti sono presenti anche le «economie emergenti» , come si usa chiamarle: in particolare Cina, India, Brasile e Messico rappresentati dai rispettivi capi di governo o di stato, oltre al Sudafrica. In un comunicato congiunto emesso ieri chiedono al G8 di assumersi le proprie responsabilità sul clima, indicando obiettivi precisi: tagliare le loro emissioni di gas di serra dell'80-95% entro metà secolo rispetto ai livelli del 1990, e del 25-40% entro il 2020.
Oggi i cinque «emergenti» avranno un incontro con i G8 sul clima, e in qualche modo anticipano: «Chiediamo alla comunità internazionale, soprattutto i paesi sviluppati, di promuovere modelli di consumo sostenibili», dice ancora il comunicato. I G8 dovrebbero spendere lo 0,5% dei loro Pil per aiutare i paesi in via di sviluppo a far fronte al cambiamento del clima, aggiungono. Insieme, quei 5 paesi fanno il 42% della popolazione mondiale. Ieri hanno avuto commenti assai critici verso gli Otto «grandi». «L'aumento dei prezzi degli alimentari proietta un rischio di stagflazione sull'economia mondiale», ha detto il premier indiano Manmohan Singh. Gli 8 «devono rispondere della speculazione finanziaria che fa salire i prezzi del cibo e dell'energia», ha aggiunto il presidente messicano Felipe Calderon.

(Marina Forti)

«Spettacolare» giornata ambientale al G8: i leader del mondo industrializzato prima di iniziare i lavori (quattro sessioni dedicate ai problemi del pianeta: dal caro petrolio all'emergenza cibo, dal clima allo sviluppo) hanno celebrato il rito della riforestazione. Ovvero, hanno gettato un po' di terra nelle 8 buche scavate da giardinieri in guanti bianchi nelle quali era stato inserito un alberello. Al termine del lavoro manuale, al riparo delle indiscrete telecamere, hanno deciso i destini del mondo e ci hanno fatto sapere che, contro il cambiamento del clima, hanno deciso che entro il 2050 le emissioni di CO2 saranno ridotte del 50%. Il problema è che tra oltre 40 anni questi «grandi» non ci saranno più (questione d'età) e forse anche il mondo, come lo conosciamo, sarà scomparso.
I grandi hanno anche deciso un rilancio alla grande del nucleare: secondo Berlusconi (che a parte i giornalisti italiani nessuno si fila) è stata decisa la progettazione e la costruzione di 1000 (mille) nuove centrali. Ovviamente l'Italia sarà in prima fila. Insomma una triplicazione delle centrali atomiche esistenti. Ovviamente le centrali serviranno per rallentare il cambiamento climatico, ma anche come deterrente agli aumenti del prezzo del petrolio. I cui recenti aumenti - sempre secondo Berlusconi che però, sentito Bush, ha deciso di partecipare anche lui alla cerimonia di apertura dei giochi di Pechino- sono colpa della Cina.
Il «nostro» leader passa sopra un paio di piccoli particolari. Il primo è che gli Usa con il 4% della popolazione mondiale consumano il 25% dell'energia prodotta nel globo. Il secondo (a proposito di prezzi e senza tener conto del «piccolo» particolare delle scorie) è che la quotazione dell'uranio in pochi anni è cresciuta del 1.100% e che le riserve non sono poi tante. Nonostante oggi il maggior produttore sia il Kazakhstan che sta riciclando (per fortuna) il vecchio arsenale nucleare ereditato dall'Unione sovietica.
Certo, nel centro termale di Toyako si è anche parlato di sviluppo di energie alternative, ma solo «per memoria» e senza impegni precisi, in particolare di investimenti.
E' stato, invece, lanciato il tradizionale appello ai paesi produttori di petrolio: debbono aumentare le prospezioni e l'estrazione di oro nero perché senza aumento dell'offerta - nel breve e medio periodo - i prezzi sono destinati a salire. Con o senza speculazione. Ma i grandi si sono accorti che c'è una strozzatura anche sul fronte della raffinazione per superare la quale servono nuovi impianti e investimenti elvatissimi che le «7 sorelle» non realizzano preferendo guadagnare montagne di soldi con le attuali quotazioni del petrolio in presenza di una offerta che nel breve periodo non può crescere di molto.
Il documento finale approvato ieri dal G8 conferma la fiducia «sulle prospettive di crescita dell'economia globale». Il G8, tuttavia, esprime «forte preoccupazione per gli alti prezzi delle materie prime, specialmente petrolio e alimentari, perché pongono una seria sfida a una stabile crescita globale, hanno serie implicazioni per i più vulnerabili e aumentano le pressioni inflazionistiche globali». I grandi concordano anche sul fatto che «le condizioni del mercato finanziario sono un po' migliorate nei mesi passati, ma serie tensioni permangono ancora» e affermano che «la globalizzazione è un elemento chiave per la crescita globale e per delle economie forti e floride, sostenute da valori comuni di democrazia, libertà economica e istituzioni affidabili».
Per quanto riguarda il «commercio e gli investimenti» I paesi del G8 si impegnano a resistere « alle pressioni protezioniste» che frenano lo sviluppo. Il documento ricorda la necessità di «chiudere i negoziati del Doha round» dell'Organizzazione mondiale del commercio, tramite un accordo «ambizioso ed equilibrato». E tutti i paesi «dovrebbero adottare misure per sviluppare, mantenere e promuovere regimi che accolgano gli investimenti stranieri». Sull'energia, si esprime preoccupazione «per l'impennata dei prezzi del petrolio, che pone dei rischi all'economia globale. E si sollecita l'aumento della produzione sostenendo che «i paesi produttori di petrolio dovrebbero assicurare un clima adatto per gli investimenti stabili e trasparenti che faciliti un innalzamento della capacità produttiva necessaria per soddisfare la crescente domanda globale.
Per quanto riguarda la domanda è, invece, importante fare ulteriori sforzi per migliorare l'efficienza energetica così come incrementare gli sforzi per seguire una diversificazione energetica». Ma il G8 sostiene anche gli sforzi «delle più importanti autorità nazionali per una maggiore trasparenza nei mercati dei futures nelle materie prime». Infine le «materie prime»: Il G8 ribadisce l'importanza «di mercati delle materie prime aperti, quale meccanismo più efficiente per la distribuzione delle risorse», sottolineando l'importanza della «trasparenza, sostenibilità e 'governance' della crescita economia» in questo settore.

(Roberto Tesi)

Come prevedibile il vertice del G8 di Toyako si è chiuso con un riciclo di impegni già presi in campo ambientale, per lotta alla povertà e la gestione delle crisi economiche e finanziarie in corso, a partire da quella del cibo. I grandi del pianeta, pur in presenza di una crisi finanziaria sistemica che non si arresta, ribadiscono un infondato ottimismo sulle sorti dell'economia mondiale globalizzata e preferiscono dilungarsi su temi non economici, con una sana dose di populismo. Ma chi crede più alle promesse del G8? L'ultimo decennio è stato segnato dalla de-economicizzazione delle discussioni al club dei ricchi e da una serie di impegni e promesse, a partire dagli aiuti ai paesi più poveri, nella gran parte dei casi non mantenuti. Il parlare (di ambiente, questioni sociali e sviluppo) è stata quasi una strategia per non mettere in discussione le ricette che hanno segnato gli ultimi 25 anni di globalizzazione liberista, di cui il G8 è stato motore e custode.
Il G7 nacque alla metà degli anni '70 proprio per trovare quadrature politiche tra i tre blocchi economici di allora (Usa, Europa e Giappone), e alcune palesi contraddizioni segnano il passaggio storico di oggi. Se il fine del G8 è quello di creare una cassa informale di compensazione politica alle tensioni economiche e finanziarie mondiali, allora risulta inevitabile l'allargamento a tutte quelle nuove potenze che ormai influenzano i mercati. E poi, ogni volta che di fronte a crisi sistemiche si prova a rivedere le forme attuali di governance multilaterale - si tratti di cambio climatico, riforma delle istituzioni finanziarie, crisi alimentare o lotta alle pandemie - alla fine si cerca sempre la benedizione del G8, che ben poco può fare se non sancire un inutile status quo. Questo perché anche la triade Banca mondiale-Fmi-Wto, attuatrice della globalizzazione liberista, è entrata da alcuni anni in profonda crisi.
E' il mondo che è cambiato, così come il vento liberista si è affievolito. Lo sa bene il poliedrico Sarkozy, che in maniera lungimirante apre all'allargamento del G8 proprio per far sopravvivere l'attuale sistema. Non riescono a capirlo l'uscente Bush e il suo fido portaborse italiano, nonché il governo giapponese perennemente in crisi dopo il boom dell'economia nipponica negli anni '80.
Il vertice si chiude aggiornando il circo del G8 all'appuntamento italiano a La Maddalena nel luglio del 2009. Il governo italiano si illude che la trasformazione del G8 da foro a processo di dialogo con altri governi e istituzioni internazionali possa ridare fiato a questo club esclusivo, bloccando però la radicale trasformazione di questo spazio politico. Proprio nel 2009 giungerà a compimento in Italia il processo partito lo scorso anno in Germania: il dialogo su alcuni temi con il G5, le cinque economie emergenti (Cina, India, Messico, Brasile e Sudafrica). Queste hanno già fatto capire che sono insoddisfatte e in Sardegna non basteranno le berlusconate a rabbonirle. Per non parlare dei paesi più poveri, che stretti tra vecchie e nuove potenze hanno tutto l'interesse a scompaginare le carte.
Al riguardo, un auspicabile fallimento della «mini-ministeriale» convocata dall'indomito leader del Wto Pascal Lamy a Ginevra il 21 luglio sancirebbe il tracollo definito del sistema di multilateralismo unipolare targato G8 che fino ad oggi ha guidato la globalizzazione. Il ministro Tremonti, che ha demonizzato il «mercatismo» e chi lo ha attuato - a partire dalla Wto - se fosse coerente dovrebbe smarcarsi dal suo primo ministro e usare il prossimo G8 per aprire la strada a un cambiamento sistemico. Mettendo sul tavolo la necessità di una nuova e democratica conferenza finanziaria mondiale ci si toglierebbe dall'imbarazzo di dover allargare il G8 solo a Cina e dintorni e si potrebbe mettere mano alla governance mondiale in maniera democratica e allo stesso tempo alle diverse politiche finanziarie e monetarie di cui tutti abbiamo bisogno.

(Antonio Tricarico)


8 luglio 2008

Bush e Berlusconi : i gemelli diversi

Certo si scuseranno e smentiranno. Ma il quadro di Berlusca restituito dal dossier infilato (per sbaglio?) nella cartellina americana al G8 la dice tutta su come il nostro amato leader ed il nostro paese siano visti all'estero. Berlusconi è leader coerente con un paese da sceneggiata. Questa coerenza è colta immediatamente dall'elettorato, che appunto vota Berlusconi. Solo che l'ottimismo dell'elettorato non è condiviso dal resto dell'opinione pubblica mondiale.
Quest'ultima vede come grottesca una situazione che gli italiani vedono solo brillante.



Bush e Berlusconi, mentre fanno pipì nella direzione sbagliata...

Si vorrebbe che Berlusconi sia il Presidente di tutti gli italiani. Ma lui non ci riesce.
Ed anche ai vertici sorride, ma si sente solo. Fa battute, ma è distratto. Cerca di imitare quel che fa Bush. Con risultati per fortuna ancora farseschi. Del resto che Bush, ridicolo quanto e più di Berlusconi, si permetta in privato di pensare male del nostro duce è un ben strano paradosso.
Ma Berlusconi, impegnato com'è nell'imitazione, non può far notare questa contraddizione.
Altrimenti dovrebbe contraddirsi a sua volta.


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23 maggio 2005

Quando comincia ad uscire la merda...

G8
Placanica vuole posto e soldi
Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani e recentemente congedato, chiederà di essere reinserito nei ruoli civili dello Stato, «perché vuole lavorare e non fare il pensionato». Lo ha annunciato ieri mattina il suo avvocato Vittorio Colosimo, che ha anche mostrato la lettera con la quale l'ospedale militare di Catanzaro ha stabilito la inidoneità al servizio dell'ex carabiniere. Colosimo ha anche detto di voler intentare una causa contro lo Stato per i danni subiti da Placanica al G8 di Genova. «La sua vita - ha detto il legale - è stata intaccata in modo irreversibile nel fiore della sua gioventù. E' stato un danno biologico alla vita di relazione perché Mario non è più quello di una volta. Placanica è stato sottratto alle giuste cure dei sanitari subito dopo il tragico avvenimento per rispondere alle domande del pm. Hanno affidato un incarico a un carabiniere in ferma volontaria impaurito, arrivato di notte col dodicesimo battaglione Sicilia. Berlusconi ha lasciato allo sbando i giovani di complemento lasciando al sicuro i militari di carriera nella zona rossa». Nel frattempo, Placanica ha ricevuto una lettera di incoraggiamento a continuare la sua azione contro lo Stato nientedimeno che da Diego Armando Maradona. 
 


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