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7 agosto 2010

Come e perchè il presidente Usa ordinò l'uso di ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki

Non è ancora l'alba del 6 agosto 1945, quando un quadrimotore B-29 che si chiama "Enola Gay" (dal nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul W. Tibbets) si alza in volo da Tinian, un'isoletta delle Marianne; ha a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico ordigno bellico: è "Little Boy", il "Ragazzino", la prima bomba atomica creata sulla terra. Sarà sganciata da lì a poche ore - precisamente alle ore 8,15'17"- su una città del Giappone destinata a diventare funestamente nota, Hiroshima.
A 600 metri dal suolo "Little Boy" esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono assordante: 30.000 persone muoiono sul colpo, altre 40.000 periranno nei due giorni successivi, tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri sono distrutti, una colonna di fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17 mila metri dal suolo, inizia a cadere una pioggia viscida, i fiumi straripano. Missione compiuta. Alle 14,58 ora locale, il B-29 di Tibbets è di ritorno, atterra regolarmente a Tinian. La storia del mondo è stata segnata in modo indelebile.
Ma perché la Bomba è stata lanciata? La domanda è ancora di interessante attualità. Molto, moltissimo si è scritto infatti sugli effetti di "Little Boy", ma pochissimo sulle cause che hanno portato quel bombardiere ad alzarsi in volo col suo specialissimo strumento di morte.
6 agosto 1945, bisogna sottolineare la data. La guerra in Europa è finita e vinta, il Terzo Reich è sconfitto in Francia e in Italia, a est la controffensiva sovietica ha liberato la Polonia e in marzo preme su Berlino; il 30 aprile Hitler si suicida. L'unico paese belligerante resta il Giappone che, nonostante le sconfitte subite, continua a impegnare duramente l'esercito Usa.
Il 17 luglio di quello stesso fatale 1945, si apre a Postdam la conferenza tra i vincitori della guerra in Europa, attorno al tavolo per discutere i nuovi assetti del mondo siedono Churchill, Stalin e Truman; Roosevelt è infatti morto pochi mesi prima, il 13 aprile. E' già stata firmata la carta dell'Onu, e i buoni rapporti tra i tre Grandi sembrano prefigurare un futuro di pace e armonia tra le potenze dominanti. Ma non è così liscio e pacifico come sembra all'apparenza. Infatti già si allunga l'ombra della Guerra Fredda (il discorso di Fulton, quando Churchill per la prima volta inventa la "cortina di ferro", è di appena otto mesi dopo, il 10 marzo 1946).
Nel corso della conferenza (l'annotazione è dello stesso Churchill) improvvisamente l'umore di Truman cambia: da affabile e condiscendente nei riguardi di Stalin, da un certo punto in poi si fa arrogante e imperativo. Scrive Churchill in persona: «Si scagliò contro i russi, affermando che certe loro richieste non potevano essere accettate e che gli Stati Uniti si sarebbero assolutamente opposti».
Quella repentina "virata" di Truman aveva una causa precisa: nasceva infatti da un telegramma che il suo segretario particolare gli aveva appena consegnato, sette parole in tutto: «Il bimbo è nato in modo soddisfacente». La frase in codice significava questo: il 16 luglio 1945 la prima bomba atomica della storia dell'uomo era stata fatta esplodere in una zona desertica del New Mexico. L'esperimento era pienamente riuscito. Un'arma dalla potenzialità distruttiva sin allora inimmaginabile cadeva adesso in mano americana. Dopo quel telegramma, Truman è diventato l'uomo più potente del mondo e anche l'Urss se ne deve rendere conto. E subito.
Del resto, la Bomba è costata uno sforzo colossale. A Los Alamos, dove una comunità di scienziati (tra i quali Fermi, Oppenheimer, Szilard, Compton, Lawrence) lavora alla costruzione della bomba atomica, sono impegnati 125 mila uomini, mentre l'investimento finanziario in campo bellico degli States passa dagli 8.400 milioni di dollari del '41 ai 100 mila milioni dell'anno dopo; il solo "progetto Bomba" (portato avanti in gran segreto, solo Inghilterra e Canada ne sono a conoscenza) è costato più di due miliardi di dollari. La Bomba era nata. Ora bisognava usarla. Truman non esita.
A Postdam, nel corso della stessa conferenza, Stalin informa il presidente Usa che il Giappone ha chiesto la pace; ma il presidente Usa se ne infischia. C'è la Bomba. E la Bomba deve essere sganciata per mettere in ginocchio il Giappone, ma soprattutto per dimostrare al mondo intero, e specialmente a Stalin, la inarrivabile potenza Usa.
Passano solo otto giorni. Il 24 luglio Truman ordina di sganciare; se "Little Boy" del 6 agosto su Hiroshima non basta, il 9 agosto è pronta "Fat Man"su Nagasaki; e quante altre ancora, parola di Truman. Dopo la seconda bomba, Il Giappone è costretto alla resa e accetta tutti i punti imposti dall'ultimatum di Postdam; in cinque mesi, per gli effetti delle esplosioni e delle radiazioni, moriranno 300 mila persone. Truman è soddisfatto.
Il suo annuncio radiofonico, il 6 agosto 1945, così incomincia: «Sedici ore fa un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima, importante base dell'esercito giapponese. Questa bomba possedeva una potenza superiore a quella di ventimila tonnellate di trinitrotoluolo. Si tratta di una bomba atomica. La forza da cui il sole trae energia è stata lanciata contro coloro che hanno provocato la guerra in Estremo Oriente».
Okey. Quando gli comunicano i dati della catastrofe provocata dalla Bomba, la sua frase è: «E' il più grande giorno della storia». Per poi aggiungere: «Siamo in grado di aggiungere che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione, forse, più potente di tutta la storia». Conseguentemente (radiodiscorso trasmesso il 9 agosto 1945) aggiunge: «Se il Giappone non si arrenderà, sganceremo altre bombe». Il fine giustifica i mezzi, si giustifica: le Bombe, dice, «servono a risparmiare la vita di 500.00 soldati americani».
Ma non è vero, quello di Truman è un messaggio falso, basato su dati falsi. Lo smentiscono ad esempio i rapporti dello Stato Maggiore. Essi dicono che il Giappone aveva già chiesto la pace e che l'esercito nipponico si sarebbe arreso «entro l'anno» senza bisogno di bombe atomiche o di invasioni via terra. E dicono anche che le previsioni di eventuali attacchi di terra già programmati contro il Giappone, «danno perdite non superiori a 40 mila uomini», non i 500 mila di cui parla il presidente.
L'apparizione della terrificante arma apre drammatici interrogativi tra gli scienziati. Ma anche ai massimi vertici militari il dissenso sull'uso dell'atomica è significativamente vasto. A cominciare da Eisenhower, all'epoca comandante generale dell'esercito Usa. E' contrario nettamente: primo, perché i giapponesi erano pronti alla resa; e, secondo, perché gli ripugnava l'idea che gli americani fossero i primi a utilizzare la terribile Bomba. E scrive a Truman: «Se un'arma simile dovesse essere utilizzata, nessuno poi sarebbe in grado di controllarla».
E sono contrari parecchi membri dello Stato Maggiore. L'ammiraglio W. D. Leahy espresse così il suo no: «Personalmente ero convinto che usare per primi la bomba atomica significasse adottare uno standard etico non dissimile da quello dei barbari del medioevo». E Basil Henry Liddel Mart, storico e critico militare: «Gli Alleati non avrebbero avuto alcun bisogno di impiegare la bomba atomica. Con i nove decimi del naviglio mercantile affondato o fuori uso, le forze aeree e navali paralizzate, le industrie distrutte e le scorte di viveri in rapida diminuzione, il Giappone era già condannato, come ha ammesso lo stesso Churchill». Di identico tenore il rapporto dello Us Strategic Bombing Survey; e l'ammiraglio King, comandante in capo della marina da guerra Usa, dal canto suo affermò che «il solo blocco navale sarebbe bastato a costringere i giapponesi alla resa. Bastava aspettare».
Con il bombardamento di Hiroshima, scrive Camus all'epoca, «la nostra civiltà tecnica ha raggiunto il suo apice di barbarie». E Mauriac: «La Terra non resisterà a questo genio della distruzione, a questo amore della morte spinto fino all'ossessione, a questa bomba che il presidente Truman, con infernale ostensione, tiene levata su un mondo che fino a ieri credeva solo nella materia». 


Perchè allora il presidente americano ha agito e agito con una fretta così ingiustificabile? Lo spiega, lo stesso Liddel Hart: «Con la bomba gli Usa non avrebbero più avuto bisogno dei russi, la fine della guerra giapponese non dipendeva più dall'immissione delle loro armate, la richiesta dell'Urss di partecipare all'occupazione del Giappone poteva essere respinta».
Chiaro. Le vittime sono giapponesi, il destinatario è Stalin.
Il lancio della Bomba può essere considerato il primo atto della Guerra Fredda
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7 agosto 2010

Tommaso di Francesco : “Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015”

 (Articolo del 2003, ma ancora attuale)

In una realtà dominata dalla “verità televisiva”, il potere nucleare non si vede, sta bunkerizzato nel sottosuolo, o in orbita o sotto i mari. Eppure è il potere che può cancellare l'umanità dalla faccia della terra. A riaccendere i riflettori su di esso è il libro di Manlio Dinucci Il potere nucleare - Storia di una follia, da Hiroshima al 2015, con prefazione di Giulietto Chiesa (Fazi Editore, pp. 243, euro 12,50).
A distrarre dalla concretezza del pericolo atomico – premette l’introduzione – sono le “armi di distrazione di massa” usate ogni giorno nel bombardamento mediatico dei cervelli. Tra queste, la campagna che dagli Stati uniti è arrivata in Europa secondo la quale, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la fine dell'Unione sovietica nel 1991, era finalmente "scoppiata la pace" per il genere umano. Genere umano o America? Viene da pensare alle parole del 1996 di Bill Clinton nella vittoriosa campagna elettorale per la rielezione: "Abbiamo vinto la guerra fredda, non c'è più un missile nucleare puntato su una città americana, su una famiglia americana, su un bambino americano". Ma, ricorda Manlio Dinucci, a contribuire alla sottovalutazione del pericolo della "bomba", particolarmente tra i nuovi movimenti e nella sini-stra, è oggi anche la teoria, esposta in Impero da Michael Hardt e Antonio Negri, secondo la quale ormai "né gli Stati uniti, né alcuno Stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista", così che "la storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà siamo entrati nell'era dei conflitti interni e minori": di conseguenza "la guerra nucleare tra Stati sovrani è un'eventualità inconcepibile", dato che "la minaccia suprema della bomba ha ridotto qualsiasi guerra ad un conflitto limitato, a una infinita guerra civile, a una guerra sporca ecc.". Anche così si è continuato a diffondere l'illusione che ormai la minaccia di guerra nucleare sia scomparsa e che, quindi, non sia necessario mobilitarsi per scongiurarla. 



Completamente diversa e fondata la tesi del libro di Dinucci, che rappresenta – quanto a ricchezza di materiali e fonti – il primo documento ragionato della storia del nucleare militare e insieme l'aggiornamento dei dati che riguardano questo pericolo nelle crisi del presente. Esso ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, ponendola sullo sfondo degli eventi che segnano il passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, soprattutto di quelli che precedono e seguono l’11 settembre, poiché è attraverso tali eventi, in cui il governo statunitense svolge un ruolo fondamentale, che si rilancia la corsa agli armamenti nucleari e cresce di conseguenza la possibilità di una guerra nucleare.
"È questo – scrive Giulietto Chiesa nella prefazione – un libro prezioso sotto molti aspetti, ma soprattutto perché, attraverso un’analisi precisa, puntuale, esauriente, ci racconta la struttura, le coordinate, i postulati del pensiero geopolitico (e implicitamente ci descrive la statura politica, culturale e morale) degli occupanti del “ponte di comando” dell’Impero. Tutto ciò va ben oltre il riesame organico e complessivo dello “stato dell’arte” in materia di armi atomiche e di strategie nu-cleari, che pure è l’asse centrale del lavoro. [...] Questa offensiva planetaria dell’Impero è cominciata prima dell’11 settembre. Molto prima. I materiali raccolti in questo lavoro lo documentano in modo impressionante e, io credo, definitivo".
Quel che è accaduto, nel passaggio dall'epoca della guerra fredda al dopo guerra fredda, e dall'11 settembre a oggi, ci dice che – terminato il periodo della corsa agli armamenti tra i due blocchi contrapposti, nel quale proprio l'equilibrio del terrore nucleare impediva o allontanava di fatto la possibilità di una deflagrazione reale – si è passati alla fase in cui gli Stati uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sul pianeta, non hanno eliminato né ridotto come avrebbero dovuto il proprio arsenale nucleare, ma lo hanno ristrutturato per le nuove esigenze. Contemporaneamente, vista la fine dell’"impero del male", hanno azzerato o rimodellato i trattati. Parte integrante di questa strategia sono state la prima guerra del Golfo e quella contro la Jugoslava, conflitti in cui l'uranio, anche se impoverito, è tornato di scena. Per arrivare alla "guerra preventiva" e infinita, prima afghana e poi, per la seconda volta, irachena nelle quali la supremazia del potenziale militare e la "necessità" di un suo uso sempre più distruttivo e penetrante hanno riportato d'attualità la nuova tecnologia delle "piccole" bombe atomiche. Soprattutto dopo che nel Senato Usa la lobby del Pentagono ha cancellato il 20 maggio del 2003 la legge Spratt-Furse che proibiva la ricerca e lo sviluppo di armi nucleari di bassa potenza. "Siamo di fronte ad una seconda era nucleare" titolava il New York Times alla vigilia della conferenza tenuta nel Comando strategico Usa il 6 agosto 2003, sotto la supervisione del consigliere alla sicurezza Condoleezza Rice, allo scopo di mettere a punto una "nuova generazione di armi nucleari di bassa potenza".
Ricorda Dinucci: "Il Doomsday Clock – l'orologio dell'autorevole rivista americana Bullettin of the Atomic Scientists che dal 1947 mostra, in base alla situazione internazionale a quanti minuti siamo dall'apocalittica mezzanotte della guerra nucleare – nel 1980 indicava 7 minuti a mezzanotte, con la fine della Guerra fredda, nel 1991, la lancetta è tornata indietro a mezzanotte meno 17. Dopo, contrariamente a quanto ci si aspettava, ha ripreso ad andare avanti: 14 minuti a mezzanotte nel 1995, 9 nel 1998, 7 nel 2002: la stessa del 1980".
E così Hiroshima e Nagasaki non sono il nostro passato, ma il nostro futuro, e quella che fu l'iconografia del dottor Stranamore di Kubrick sembra moltiplicarsi di fronte al disordine mondiale che è sotto i nostri occhi. Visto anche il fatto che l'attuale presidente statunitense Bush, ben prima dell'11 settembre, ha cancellato tutti i trattati internazionali che impedivano la proliferazione di armi nucleari "tattiche"; che i centri di potere nucleari dal 1945 in poi e per effetto di quell'orrore si sono decuplicati, fino all'emergere di nuove potenze nucle-ari più o meno nascoste – vedi Israele che tiene in scacco le capitali del Medio Oriente con i propri missili nucleari puntati, ma tutti fanno finta di nulla. E visto soprattutto il fatto che dopo l'ancora sconosciuta dinamica terroristica dell'11 settembre – che sembra arrivata proprio a giustificare l'aggressività e la legittimità di un nuovo dominio imperiale del mondo – la teoria e la pratica della guerra infinita prevede il first strike sferrato anche con armi nucleari e solo di fronte ad una minaccia alla sicurezza americana. Questo sta scritto nel documento del Pentagono Nuclear Posture Review Report del gennaio 2002, e questo viene praticato dai comandi strategici Usa, con l'obiettivo dichiarato di proteggere gli interessi strategici degli Stati uniti, a partire dalle fonti petrolifere de-cisive, e gli alleati, anche per "ridurre il loro stimolo a dotarsi di armi nucleari" (sic).
Tutto, nel libro Il potere nucleare, è documentato. Con u-n'attenzione anche all'immateriale presente nella "bomba", che nelle parole del presidente Truman, il 7 agosto 1945, il giorno dopo Hiroshima e il giorno prima del massacro di Nagasaki, è "la forza da cui il sole trae la sua energia"; che, nel lessico dei documenti attuali del Pentagono, diventa l’arma dotata di "proprietà uniche", la quale permette agli Stati uniti di "esporre a rischio una serie di bersagli che sono importanti per il conseguimento degli obiettivi strategici e politici". Così il nucleare militare disegna la nuovissima strategia americana, ossessionata dall'emergente dinamismo economico, politico e militare dell'Asia, in particolare della Cina, unica vera pericolosa bipolarità potenziale, economica e militare, come sottolinea il documento Global Trend 2015 (Tendenze globali al 2015), scritto dal National Intelligence Council americano e diffuso nel dicembre del 2000. Dopo l'11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan, con il conseguente inse-diamento di Hamid Karzai a Kabul, porta le truppe americane a controllare non solo le linee strategiche degli oleodotti dell'area, ma ad insediare basi militari in tutte le ex repubbliche asiatiche dell'Urss, in Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan. Ciò provoca perfino un riposizionamento delle forze nucleari russe. Allo stesso modo, la guerra disastrosa e a tutti i costi all'Iraq ha prodotto l'effetto, tutt'altro che collaterale, che oggi ogni paese in crisi aperta con gli Stati Uniti – Corea del Nord e Iran in primis – preferisce averle “davvero” le armi nucleari e di distruzione di massa.
Scrive Dinucci: "Stracciati i trattati che costituivano l’indispensabile base di un processo di disarmo, smantellati i pilastri del diritto internazionale, affossata l’autorità delle Nazioni unite, iniziata la conquista territoriale attraverso l’occupazione prima dell’Afghanistan e quindi dell’Iraq, varata la strategia della guerra “preventiva” contro chiunque possa mettere in discussione la supremazia statunitense, este-si i preparativi di guerra nucleare dalla terra allo spazio, l’amministrazione Bush ha ormai aperto tutti i possibili scenari. Si è creata, per un effetto domino, una situazione internazionale caratterizzata da crescente instabilità e imprevedi-bilità, nella quale l’unica certezza è quella dei rapporti di forza. Dal pericoloso “equilibrio del terrore”, instauratosi all’epoca del confronto tra le due superpotenze, si sta così passando a un ancora più pericoloso “squilibrio del terrore”, originato dal tentativo dell’unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. Si svolge così, sotto la cappa del segreto militare, la nuova corsa agli armamenti che rende il rischio di guerra nucleare molto più reale di quanto fosse nel periodo della guerra fredda".
Tale crescente pericolo, sottolinea l’autore, non è percepito neppure dai movimenti per la pace, che, anche nei momenti di più forte mobilitazione contro le guerre, perdono quasi sempre di vista il fatto che le armi nucleari, grazie alle loro "proprietà uniche", vi svolgono comunque un ruolo impor-tante e che tali conflitti preparano il terreno a un loro futuro uso. Occorre, in tale situazione, rilanciare il movimento anti-nucleare, con l’obiettivo della completa messa al bando delle armi nucleari. Un compito non facile, ma irrinunciabile. A tal fine occorre anzitutto diffondere le informazioni necessarie a comprendere che, con la nuova e ancora più pericolosa corsa agli armamenti nucleari, è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Occorre allo stesso tempo far leva sull’aspirazione alla democrazia reale, alla giustizia sociale, che si fa sentire ovunque in modo sempre più forte.
Il potere nucleare, quintessenza del potere verticistico politico e mili-tare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più ele-mentari diritti umani. È il potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi, che brucia enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole ai bi-sogni fondamentali dell’umanità e accrescendo così gli squi-libri socioeconomici e ambientali su scala globale. La lotta contro questo potere, conclude Dinucci, è la via obbligata attraverso cui passa ogni scelta per l’avvenire.


7 agosto 2010

Angelo Baracca : se 65 anni dall'atomica vi sembran molti

 

Sono passati 65 anni da quel 6 agosto - quando l'aviazione militare degli Stati uniti sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima (tre giorni dopo una seconda bomba ha colpito Nagasaki), sul finire della Seconda guerra mondiale. Era la prima arma atomica della storia umana, e la minaccia nucleare non è scomparsa. Le promesse di Obama all'inizio del suo mandato aprirono grandi speranze, ma dopo un anno e mezzo i risultati concreti sono deludenti. Il presidente americano ha riallacciato il dialogo diretto con la Russia e riportato nell'agenda politica le parole disarmo nucleare.
Ma l'estenuante anno di trattative con Mosca testimonia più di ogni altra cosa le forti resistenze e le difficoltà, politiche e militari, interne e internazionali, che si frappongono sul cammino dell'eliminazione di queste armi. I risultati di queste trattative e l'ottava Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (Tnp) hanno disegnato il «nuovo» regime di non proliferazione per i prossimi anni. Il guaio è che esso non mostra differenze sostanziali da quello «vecchio».
Tensioni esplosive
La minaccia delle armi nucleari non si riduce alla loro consistenza numerica. Le tensioni con la Russia, che Bush aveva portato al parossismo, sono notevolmente diminuite. Ma in Asia rimangono esplosive: l'andamento disastroso della guerra in Afghanistan si intreccia con i rischi di implosione del Pakistan; un attacco militare all'Iran innescherebbe processi incontrollabili; ritornano venti di guerra nella penisola coreana. L'ombra del nucleare incombe minacciosa su queste crisi, come su un eventuale confronto militare tra India e Pakistan: chi pensa di poter dormire sonni tranquilli per una guerra così lontana, legga un articolo pubblicato su Le Scienze di marzo, che prevedeva milioni di morti e un «inverno nucleare» che potrebbe portare alla fame due miliardi di persone!
Ma non meno allarmante è l'escalation militare senza precedenti in corso con lo sviluppo dei sistemi di difese antimissile, un salto militare paragonabile solo all'introduzione dei missili balistici intercontinentali negli anni '60. I russi ne sono, giustamente, terrorizzati, e questa è stata la principale materia del contendere nel frustrante anno di trattative: hanno cercato inutilmente di inserire nel nuovo trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty) norme che limitassero questi sviluppi, ma gli Usa non hanno sentito ragioni, e Mosca si è riservata il diritto di recedere dal trattato qualora questi sviluppi divengano troppo minacciosi.

La manutenzione delle testate

Forse è da vedere qui uno dei motivi per la ridicola riduzione degli arsenali nucleari delle due potenze: 1.550 testate strategiche operative per parte (ma perché non 1.500?) per il 2017, mentre il Trattato di Mosca in vigore ne prevede 1.700-2.200, ma nel 2012. Il punto è che un sistema efficiente di difese antimissile a molti strati fornirebbe al paese che lo detenga una superiorità militare tale da necessitare di un numero molto inferiore di testate (la cui manutenzione è anche molto cara): a poco vale ragionare che probabilmente questo sistema non avrà un'efficienza del 100 % nel distruggere missili attaccanti, chi si arrischierebbe di... andare a vedere? La contromisura più efficace è disporre di un arsenale nucleare e missilistico sovrabbondante: ecco perché la Russia non può sguarnirsi più di tanto, e il numero di testate intatte nel mondo supera le 22.000 (12.000 la Russia, 9.600 gli Usa, quasi un migliaio gli altri Stati; e alcuni «trucchi» nello Start consentirebbero, se necessario, un reimpiego).



Sempre più terribili innovazioni
La verità agghiacciante è che le guerre dilagano e utilizzano mezzi tecnologici e innovazioni sempre più terribili, che moltiplicano le vittime civili: dai droni senza pilota, comandati da una base nel Nevada (ma Sigonella giocherà un ruolo fondamentale nel sistema di comunicazione militare), ad armi di nuova generazione (si accumulano le prove delle conseguenze dell'attacco a Falluja).
Le armi nucleari incomberanno a lungo, finché ci saranno sarà per usarle. Gli Usa mantengono una riserva al first use (altrimenti, perché non eliminarle?) contro chi, a loro giudizio, violi il regime di non proliferazione (l'Iran, ma non Israele, né l'India!).
L'impegno della Conferenza del Riesame - unico risultato concreto - di promuovere per il 2012 una Conferenza per liberare il Medio Oriente da armi nucleari e di distruzione di massa, è contraddetto dal rinnovato impegno di Washington di garantire l'infame copertura dell'arsenale di Israele. L'accanimento verso l'Iran tradisce intenzioni ben diverse da quelle dichiarate di impedire che sviluppi la bomba, dal momento che l'accordo con Brasile e Turchia per arricchire all'estero l'uranio è stato sprezzantemente scartato, anche se era solo un primo passo.
I programmi di rilancio del nucleare civile, per quanto velleitari, diffonderebbero ulteriormente la tecnologia nucleare dual-use, i pericoli di proliferazione, le scorie radioattive.
E quando le armi nucleari verranno finalmente smantellate ci lasceranno in eredità ulteriori quantità di materiali fissili, che manterranno i rischi di proliferazione. Il nucleare, militare e civile, è il moderno «fuoco di Prometeo» sottratto alla natura: la sua chiusura definitiva non verrà mai troppo presto.


16 novembre 2009

Riccardo Bellofiore e il keynesismo

 

Occorre, innanzitutto, sgombrare il terreno dai falsi bersagli. Spesso, nella discussione degli ultimi anni, si è attribuita l'etichetta di 'keynesiano' all'intero trentennio che segue la fine del secondo conflitto mondiale. Il keynesismo di cui si parla sarebbe stato la risposta 'dall'alto' alla crisi della domanda degli anni trenta, indotta dal salto organizzativo e tecnologico, prima di Taylor e poi di Ford, a fronte del sottoconsumo delle masse. Tale risposta sarebbe consistita, per un verso, in una crescita della domanda di consumi parallela alla crescita della produttività, e, per l'altro verso, in una spesa pubblica in disavanzo. È un quadro, bisogna dirlo, alquanto sbrigativo.
Per cominciare, non si può attribuire a Keynes l'idea che i consumi trainino la domanda effettiva e, quindi, il reddito: sono semmai, gli investimenti privati, la spesa pubblica, e le esportazioni nette ad essere le componenti autonome, cioè 'indipendenti' della domanda, che si trascinano dietro i consumi (su cui può incidere la politica delle imposte). In effetti, lo sviluppo postbellico fu prodotto da un eccezionale dinamismo di tutti e tre gli ingredienti della domanda autonoma. In secondo luogo, è bene non perdere di vista il fatto che, nonostante l'inedita crescita dei salari reali, anche nel periodo in questione questi ultimi restarono indietro rispetto alla produttività, e il salario relativo registrò una caduta, secondo la tendenza naturale del modo di produzione capitalistico. In terzo luogo, i bilanci dello stato rimasero in sostanziale pareggio sin quasi alla fine degli anni Sessanta pressoché dappertutto. La vicenda dei disavanzi è storia degli anni Settanta e Ottanta; il che non sminuisce, evidentemente, il contributo alla crescita economica che fu portato da una spesa pubblica che cresceva in assoluto, assieme alle imposte. Per ultimo, ma non da ultimo, va segnalato che politiche dichiaratamente keynesiane non furono attuate, se non a partire dai primi anni Sessanta negli Stati Uniti di Kennedy e di Johnson e, con qualche ritardo, in Europa. Il 'successo' delle politiche keynesiane, guarda un po', si generalizza negli anni Settanta, fuori tempo, per così dire: in presenza di forti spinte inflazionistiche dal lato dell'offerta, e in un contesto non più di cambi fissi e di rigidi controlli dei movimenti di capitale ma di cambi flessibili e di una già marcata deregolamentazione. L'era 'keynesiana', per come viene oggi ricostruita è poco meno che una leggenda Il punto chiave, comunque, è che le condizioni che consentirono la crescita della 'età dell'oro' furono del tutto peculiari e, in quella forma, irripetibili. Quel 'miracolo' capitalistico nacque sulla base di determinate condizioni istituzionali, costruite dalla politica - e che rispondevano agli scontri e alle crisi del periodo tra le due guerre - e il modello in cui si incarnò non poteva non rivelarsi instabile per ragioni interne. Tra le condizioni istituzionali vanno almeno ricordate, oltre all'egemonia degli Stati Uniti e al sistema di cambi fissi ma aggiustabili di Bretton Woods, anche la sconfitta operaia e il definirsi di governi conservatori alla fine degli anni Quaranta; a fronte di tutto ciò, però, la fresca memoria della guerra contro il nazifascismo e il simultaneo costituirsi del blocco sovietico, l'uno e l'altro cruciali nel spingere quei governi ad assumere come proprio l'obiettivo della 'piena occupazione'. Tanto il primato economico degli Stati Uniti su Giappone e Germania quanto la fiducia nel dollaro si rivelarono intrinsecamente fragili e destinati all'autodissolvimento, aprendo un'era di conflitto tra 'regioni' capitalistiche e di crisi nelle relazioni monetarie internazionali. Qualcosa di simile si può dire a proposito della situazione di debolezza del mondo del lavoro in presenza di politiche orientate verso livelli alti e stabili di occupazione. Il coincidere, tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, dell'esaurirsi di tutte e tre le condizioni propizie alla crescita accelerata e globale spiega la crisi del fordismo e apre al conflitto finanziario, produttivo e sociale che si svolge, ancor oggi, sulle macerie delle vecchie istituzioni, piegate ai nuovi interessi.
Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.

Effettivamente è difficile dire quale sia l'interpretazione da dare al pensiero di Keynes, visto che da essa si sono divaricati due differenti modi di affrontare l'economia : la sintesi neoclassica e l'economia post-keynesiana. Pure è difficile dire quale sia stato il ruolo del keynesismo nel ridisegnare le politiche economiche degli Stati dopo la crisi del 1929.
Il passodi Bellofiore può essere uno spunto di riflessione


8 gennaio 2009

Joseph Halevi : la crisi che verrà è legata alla deflazione salariale

 

Quali prospettive si aprono per il sistema eonomico negli Stati Uniti e nei paesi ed aree più significative? Tutti vogliono il rilancio della domanda, stavolta reale, nessuno però contempla l'abbandono della deflazione salariale. A Washington il Senato aveva bocciato i sussidi alle aziende automobilistiche Usa perchè queste si erano accordate con i sindacati per la riduzione dei salari ai livelli delle filiali delle aziende giapponesi e coreane a partire dal 2011 invece che dal 2009! La valanga di soldi catapultata, di fatto gratuitamente, verso le banche dal 2007 non ha rilanciato il credito. I soldi finiscono in titoli garantiti e in conti presso le banche centrali. Il perchè è ovvio: la bolla creditizia è scoppiata per via della sparizione dei valori dei titoli collaterali usati sia come garanzia che come indici di lucro futuro. Dietro di essi vi erano famiglie e persone insolventi, senza redditi sufficienti. Alla base di tale insufficienza sta la deflazione salariale.
La facile concessione di crediti ha simultaneamente agito da palliativo e da amplificatore della deflazione salariale, permettendo di mantenere un livello di spesa non raggiungibile con il solo salario, mentre il conseguente indebitamento riduce ulteriormente il salario reale attraverso il peso del servizio del debito. Negli Stati Uniti gli aiuti finanziari decisi pochi giorni fa in favore degli hedge fund hanno come obiettivo il rilancio del credito alle famiglie, le quali, nell'attuale recessione, non hanno alcuna speranza in una ripresa dei salari. Ma ciò significa riproporre esattamente lo stesso meccanismo in condizioni ove le famiglie hanno minori disponibilità. Le prospettive di ripresa negli Usa sono alquanto problematiche. Dipenderanno dalla dimensione e natura della spesa pubblica. Questa sarà determinata solo parzialmente da Obama, ma dalle esigenze che verranno accampate dalle nuove concentrazioni capitalistiche. Il salvataggio pubblico di banche ed affini e le operazioni di fusione patrocinate dal governo, hanno creato dei mastodonti finanziari deboli economicamente, in quanto ancora pieni di cartacce derivate senza appurabile valore, ma influentissimi nelle decisioni economiche del governo per via dellea loro dimensione. 



Il resto del mondo nell'ultimo venticinquennio ha poggiato sugli Usa per chiudere il proprio circuito macroeconomico diventando così creditore netto verso Washington. Nell'eurozona la deflazione salariale è diventata sia il perno del compromesso tra i vari capitalismi continentali che lo strumento per la lotta neomercantilistica all'interno dell'Ue. La deflazione dei salari soddisfa gli interessi microeconomici di tutte le imprese che vedono il salario come un costo. Contemporaneamente ciascun paese mira ad una deflazione salariale maggiore della media per esportare in Europa. La dinamica europea dipende però dalle esportazioni nette extraeuropee e dalla spesa pubblica visto che gli investimenti sono a loro volta molto dipendenti dalle esportazioni e da spese esogene alle decisioni di impresa. La crisi della Germania, colpita dalla crisi Usa, acuisce, bloccando la dinamica intraeuropea, la calamità macroeonomica costituita dalla deflazione salariale. Inoltre la rivalutazione dell'euro rispetto al dollaro allontana la possibilità di trovare la via d'uscita nei mercati extraeuropei. In Giappone la ripresa economica è stata tirata dalla crescita e l'espansione globale delle proprie multinazionali nipponiche ha permesso il rimpatrio di grandi profitti. Il tasso di espansione della Cina calerà notevolmente colpendo le esportazioni nipponiche. La Cina manterrà però la sua posizione di esportatrice netta, sempre più a scapito del Giappone. E'possibile dunque che si apra una nuova fase in cui la posizione dei conti esteri nipponici sarà assai problematica. L'eventualità del fenomeno deve essere collegata anche alle perdite subite dalle multinazionali nipponiche per via della crisi negli Usa ed in Europa. Ne discende un probabile calo nel rimpatrio dei profitti. Il Giappone può quindi entrare in un periodo di recessione con perdite nella bilancia dei pagamenti. Prolungata nel tempo, tale situazione potrebbe determinare un cambiamento profondo negli assetti capitalistici del paese con delocalizzazioni anche massicce verso la Cina.
Terminiamo la rassegna con la Cina, che aumenterà il proprio peso nell'economia mondiale senza però sfuggire alla crisi. Il governo di Pechino cercherà di arginarla per non bloccare lo sviluppo. Ma le zone più esposte alle esportazioni specialmente nei prodotti la cui produzione mondiale è altamente localizzata in Cina, verranno ulteriormente colpite. Continueranno anche le delocalizzazioni verso la Cina come nell'ipotesi summenzionata del Giappone. Attualmente, secondo le corrispondenze dagli Usa della Bbc, locali aziende di macchine utensili in crisi, si stanno spostando in Cina per usufruire dei minori costi salariali ed esportare la loro produzione verso gli Usa. Nella sostanza la Cina subirà l'effetto negativo del calo della domanda nei paesi maturi, mantre continuerà a funzionare da zona di produzione a basso costo salariale per molti settori dell'economia mondiale.


20 dicembre 2008

Matuino Mazzonis : I giganti asiatici si coalizzano di fronte alla crisi

 

Non hanno perso tempo gli asiatici. C'è la crisi e bisogna mettersi d'accordo. Anche tra nemici giurati per storia tradizione come Giappone, Corea del Sud e Cina. In un summit tripartito tenutosi ieri, i tre Paesi hanno «avviato una nuova era nella partnership tripartita che produrrà pace e sviluppo sostenibile nella regione». Per questo, i Paesi svilupperanno più «una cooperazione negli anni a venire, costruendola sui progressi da fare passo dopo passo». Nel primo summit a Fukuoka, in Giappone, il premier giapponese Taro Aso, quello cinese, Wen Jiabao, e il presidente sudcoreano Lee Myung-Bak, ritengono che le rispettive economie siano «dinamiche, resistenti e strettamente correlate tra di loro. Noi - si legge nella dichiarazione - rimarchiamo le visioni e le responsabilità per la creazione di un futuro pacifico, prosperoso e sostenibile sia per la regione dell'estremo Oriente sia della comunità internazionale». Assieme per ritagliarsi uno spazio internazionale. Anche questa è una novità interessante: i Paesi asiatici tendono ad avere un'agenda diplomatica ristretta e molto legata ai loro interessi. In vicende come quella del nucleare coreano hanno però giocato un ruolo cruciale. E sentono di avere diritto e dovere di cominciare a fare qualche passo in più nei luoghi che contano della diplomazia. Lo stesso G20 immediatamente convocato all'esplodere della crisi finanziaria è un segnale in questo senso.



I leader convengono sulla opportunità di cooperare sulla base dei principi «di apertura, trasparenza, reciproca fiducia e comune interesse e rispetto per le nostre diverse culture». Si tratta di parole molto importanti: nei mesi passati Cina e Giappone avevano litigato sulla storia e su qualche isoletta nel mare che divide i due Paesi; tensione c'era stata anche tra Seoul e Tokyo sempre per ragioni legate ai crimini di guerra commessi dai giapponesi durante i conflitti del primo 900. Quanto alle relazioni tra Cina e Corea, il riavvicinamento è un altro pezzo di storia del XX secolo che se ne va.
A Fukuoka si è discusso anche di come affrontare le sfide «nei mercati globali finanziari ed economici». A tale proposito, «siamo determinati a definire una solida cooperazione di carattere politico, economico, sociale».
I tre Paesi decidono di coordinare gli sforzi annunciando un pacchetto di stimolo regionale e prevedendo l'aumento degli scambi di valuta - che significa connettere di più i sistemi finanziari tra loro. Ne hanno bisogno. L'export e l'import cinese hanno conosciuto una flessione per la prima volta in sette anni e l'economia giapponese, che ha conosciuto una crisi feroce negli anni 90, non gira come dovrebbe.


3 dicembre 2008

Le molte cazzate del Nobel Cazzaro

 

Il solito GnèGnè mi criticò dal momento che avevo dato del cazzaro a Gary Becker perché non aveva previsto la crisi attuale. Secondo GnèGnè gli economisti non sono tenuti a fare previsioni : la scienza è triste ma non Cassandra e forse nemmeno scienza, ma forse garbato strumento di censura sui blog (“ma tu sai cos’è l’inflazione ? Ma hai letto l’articolo del Prof Mankiw ? Ma se siamo tutte e due italiani, perché parliamo increse ?”) A me questa pare tesi assai strana. Ma non approfondiremo l’argomento.
Piuttosto voglio esaminare altre affermazioni e generose interviste del Becker che più che un economista sembra aver acquisito meriti come filosofo delle scienze sociali, elaborando un’ipotesi di riduzionismo linguistico.


Dietro questa maschera di cera c'è un intelletto da vero trickster...


Ma cosa ha detto ai giornali italiani Gary Becker in questi anni ?
Limitiamoci al momento alle dichiarazioni rilasciate nel biennio 1998-1999

1) Becker predicava ad esempio al Giappone qui di lasciar fallire le banche e le imprese non più in grado di reggere altrimenti la disoccupazione giapponese dal 4% sarebbe salita ed ancora salita. Ora il Giappone ha salvato le banche, ma la disoccupazione giapponese (dopo un picco del 5,5%) ora è a meno del 4% (anche se può di nuovo aumentare con la recessione causata dalla crisi americana) ed è inferiore a quella degli Usa dove si licenzia tranquillamente e dove il libero mercato più verrebbe assecondato o lo era stato nel caso delle Casse di Risparmio. Qui Becker si corregge (ma sarebbe importante riconoscere gli errori fatti) dicendo non che bisogna lasciar fallire le banche in crisi, ma bisogna ristrutturarle.

2) Nella stessa intervista il Becker comincia la sua pippa della necessità per l’Europa di rendere il lavoro più flessibile. Egli ripeterà questo mantra qui, poi qui, qui qui qui . Naturalmente accompagnerà questa raccomandazione con i luoghi comuni sullo Stato sociale troppo generoso (meglio il braccino corto di McCain ?), di sussidi di disoccupazione e sistemi pensionistici troppo generosi, etc etc (per lui sarebbe forse meglio il sistema sanitario Usa…)

3) Becker critica qui anche l’introduzione per legge delle 35 ore in Francia, dicendo che sarebbe stata un disastro (e attribuendo anche a coloro che erano favorevoli l’idea che l’ammontare del lavoro fosse fisso), mentre dal 1997 al 2001 la disoccupazione si ridusse dal 12,6 all’ 8,7, mentre un successivo rialzo (al 9,9%) si potrebbe attribuire anche alla politica deflazionistica di rientro nei parametri di Maastricht del governo Chirac

4) Becker qui poi fa affermazioni generiche e dunque superficiali sulla politica dicendo che fa male quando si mette in mezzo perché è inefficiente e si basa sulla popolarità (insomma dice cose che può affermare senza analisi approfondita qualunque passante ), mentre il mercato si basa sul rispetto delle leggi (e qui l’edulcorazione raggiunge livelli esagerati), sull’onestà e sul diritto (praticamente sembra che declami un Salmo o una serie di precetti sapienziali)

5) Qui Becker critica il fatto che la Malesia abbia posto vincoli alla libera circolazione dei capitali (già la valutazione di Krugman qui, seppur negativa, è più articolata), ma la Malesia da allora ha meglio gestito la crisi finanziaria del 1998 e gli eventi successivi di altri paesi coinvolti

6) Qui poi Becker supera se stesso nel mostrare un modo di pensare rozzo e becero dicendo che a migliorare le condizioni di vita in Usa è stata il drastico calo di criminalità dovuto principalmente all’aumento degli arresti e delle pene, senza sociologismi per cui sia necessario combattere la disoccupazione per combattere il crimine. Becker ipocritamente aggiunge con un certo cordoglio che per fare questo è stato necessario tenere nelle carceri 1,7 milioni di persone (nel 2004 è salita a 2,2) ossia l’1% della popolazione adulta. Inoltre ovviamente Becker prende come dato non tanto i crimini contro la persona, ma quelli contro la proprietà, giusto per farci capire cosa sia prioritario nella sua visione del mondo. Inutile dire che oggi invece i crimini violenti sono in aumento (nel 2006 dell’1,8 e nel 2007 dell’1,9 %). E forse la faciloneria nel Nobel cazzaro andrebbe un attimo messa in salamoia.

7) Qui Becker elogia le bellezze di un sistema pensionistico privato quando invece le crisi dei sistemi finanziari dimostrano che il modello privatistico in auge negli Usa rischia di avere conseguenze catastrofiche, come argomentato qui

8) Qui Becker sostiene la necessità di legare real brasiliano e dollaro, facendo anche l’esempio dell’Argentina : qualche anno dopo l’Argentina ha dovuto attraversare una crisi terribile proprio per la sopravvalutazione del peso legata all’ancoraggio con il dollaro Qui Becker era stato scettico circa l’ipotesi di una crisi catastrofica in arrivo ed anche qui il suo ideologico ottimismo aveva fatto clamorosamente cilecca

9) Qui Becker nega che il rapporto tra dollaro ed euro possa causare un conflitto politico tra Usa ed Europa. Alcuni economisti non condividono tale ottimismo. Intanto la guerra con l’Iraq è stata osteggiata da molti governi europei e per alcuni analisti il rapporto tra dollaro ed euro è all’origine della seconda guerra americana con l’Iraq


26 marzo 2008

Mozzarelle

Ora non le vogliono, dopo che hanno cercato inutilmente di imitarle.
Ora piangono perchè non le vogliono, dopo che hanno permesso di trasformare la Campania Felix in un immondezzaio tossico.
Credevano che la produzione di mozzarelle fosse svincolata dalla salute del terreno dove le bufale pascolano, dal rispetto della legge nei luoghi dove la produzione si effettua.
Credevano di poter soddisfare la domanda coreana pur con il terreno infestato dalla diossina
Credevano di poter esportare in Corea contando su uno Stato che non controlla.
In altre parole credevano potessero rimanere inalterati i rapporti di produzione nonostante le forze produttive fossero così aumentate 
E credono ancora tutto questo : magari con la compiacenza delle autorità sanitarie. Dopo che
avranno frignato sul fallimento delle loro aziende, dopo che si saranno assicurati l'avallo di tutti i Raspelli di questo mondo, tutto tornerà come prima : si tornerà a mangiare la mozzarella di bufala.
Ma qualcosa si è spezzato, nel nostro rapporto con il cibo in generale
semmai questo filo sia mai esistito : non andare mai nelle cucine di un ristorante, se vuoi avere voglia di mangiare. Così si è sempre detto. E un mio amico mi rassicura che già negli anni Settanta "o' purpetiello int'o' pignatiello" era così fresco da venire in bare di ghiaccio dal Mar della Cina (lui lavorava allora in uno dei ristoranti all'uscita dalla stazione ferroviaria di Napoli)




L'intossicazione è di lunga data : a forza di mangiare mozzarelle, le mozzarelle siamo noi.
Incapaci di fare politica, di contrastare uno strapotere di una crescita squilibrata, di una classe politica complice, di una popolazione corrotta sin nell'imo dalla società dei consumi e dalla mancanza di fede nella modernità.
Io dovrei essere pieno di diossina : quando facevo l'operatore di sportello la mia pausa caffè era una fuga verso la salumeria dove compravo una mozzarella da un quarto, che mi mangiavo a mo' di mela di nascosto come Fantozzi. Una volta sentii i passi del responsabile amministrativo che si avvicinavano alla sala mensa e per evitare di essere colto sul fatto, ingollai un pezzo più grande.
Respirando come Darth Fener, mi resi conto che la stavo facendo grossa : mi stavo strozzando. Con un po' di fatica e molta paura riuscii però ad ingoiare il pezzo maledetto. Inutile dire, rinfrancato dal pericolo evitato, mangiai il resto della mozzarella alla faccia ed in presenza del responsabile amministrativo.
Alla luce dei fatti sopravvenuti, a volte penso che sarebbe stato meglio morire allora, come un eroe, come
Massimo Troisi con la pizza in bocca, ucciso da Funiculì Funiculà.
Avrei evitato tutto questo
Kaliyuga e avrei mangiato mozzarelle di purissimo latte nel paradiso dei "lazzaroni".


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24 gennaio 2008

Globalizzazione sì, globalizzazione no : l'inizio della crisi

Gli anni della crescita alta e stabile furono caratterizzati da una congiunzione di cambi fissi, integrazione commerciale e controllo dei movimenti di capitale. Tutto il contrario di quello che è avvenuto fuori dalla crisi del paradigma fordista esplosa tra il 1971 e il 1974 con l'abbandono del sistema di Bretton Woods e con la crisi del petrolio, che ha segnato il passaggio ai cambi flessibili, alla deregolazione finanziaria e perciò alla libertà senza freni dei movimenti di capitale.
Dietro questo contrasto se ne nasconde un altro : gli anni keynesiani furono anni in cui i bilanci nazionali e internazionali (con la parziale eccezione degli Usa) furono in sostanziale pareggio; dagli anni Settanta in poi esplosero invece per diverse ragioni, i disavanzi : per il doppio schock petrolifero; per la pervicace volontà di alcuni paesi di mantenere un attivo commerciale (Germania e Giappone) che non poteva non tradursi nel passivo di altri; per le conseguenze sul bilancio della Stato Usa delle politiche reaganiane; per la politica delle Banche Usa in America Latina


(Riccardo Bellofiore)


4 gennaio 2008

Globalizzazione sì, Globalizzazione no : varie fasi di un processo

Per Wisse Dekker, ex presidente della Philips, la globalizzazione è uno stadio alquanto primitivo nel processo di internazionalizzazione di un impresa . come quello stadio cioè in cui vengono trasferite all'estero parti della produzione allo scopo di evitare barriere all'importazione o di ridurre i costi di trasporto del prodotto finito. Uno stadio a cui fanno seguito la multinazionalizzazione (dove l'impresa si trasferisce a pieno nella nazione ospite "locale tra le locali") e la transnazionalizzazione (dove l'impresa produce in rete, a partire da alcuni pochi, centri di produzione mondiali). E ancora più interessante è che tale sequenza non sia univoca (con l'impresa che vedrebbe linearmente crescere la propria presenza sull'arena mondiale) , ma che al contrario preveda un arretramento dall'impegno globale verso una concentrazione dei propri sforzi all'interno dei blocchi commerciali della cosiddetta Triade (Europa, Giappone, Usa). Qualcosa che potrebbe forse rappresentare meglio della presunta globalizzazione ciò che sta avvenendo sul terreno produttivo e commerciale

(Riccardo Bellofiore)



Certo all'inizio questo era vero. Ma già adesso le cose stanno cambiando. Già nel 2004 la Cina ha il terzo posto degli investimenti diretti stranieri, Hong Kong il 7° posto, l'Australia il 5°, il Brasile il 10°, il Messico il 12°, Singapore il 13°, la Russia il 14°, la Corea del Sud il 17°, il Cile il 18°, l'India il 21°. Per Brasile e India le posizioni dovrebbero nel corso dei prossimi 10 anni aumentare, così come c'è stato già un forte aumento nei paesi dell'Asia Occidentali produttori di petrolio.


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