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17 luglio 2009

Sara Farolfi : G8 senza soluzioni

 

Il quadro dell'economia mondiale resta incerto e, sia pur in presenza di «segnali positivi», permangono «rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria». Gli impegni siglati ieri, in straordinaria unanimità di facciata, dai capi di stato e governo dei paesi G8, blindati nella caserma della guardia di finanza all'Aquila, non aggiungono molto a quanto già formalizzato dal G20 di Londra in aprile - «fare tutti i passi necessari per sostenere la domanda e ripristinare la crescita» - mentre sulle questioni più calde dell'agenda politica (in particolare la definizione di nuove regole per la finanza) tutto è rimandato al prossimo G20 che si terrà in settembre, a Pittsburgh.
La crisi è globale ma le soluzioni faticano a uscire dai confini nazionali, e il concetto ritorna nero su bianco nel documento finale, dove si dice che «le strategie di uscita dalla crisi varieranno da paese a paese, a seconda delle condizioni economiche e dello stato delle finanze pubbliche». Il risanamento del settore finanziario, inclusa la stabilizzazione del mercato finanziario e la normalizzazione dell'attività delle banche, restano «prioritari»: quanto fatto finora va bene, ma non è sufficiente, suona il concetto. Solo in seconda battuta arriva il riferimento alla dimensione sociale della crisi. Sul deterioramento della situazione del mercato del lavoro nessuna statistica e nessun organismo internazionale sembra avere dubbi. I sindacati europei hanno rinnovato ieri l'allarme definendo «disperato» il quadro dell'occupazione. Ma la formula suggerita dagli Otto resta quel «people first» inaugurato nei vertici scorsi e rimasto tanto vago quanto disatteso. Ad ogni modo le misure dei governi a sostegno dell'economia, che gli stessi si impegnano a continuare a fornire, hanno avuto un impatto sulle finanze pubbliche, perciò i cosiddetti Grandi si impegnano «ad assicurare la sostenibilità fiscale a medio termine». Un avvertimento arrivato ieri anche dal Fmi, che ha esortato i governi a iniziare a preparare la «exit strategy» sul fronte fiscale, «perché il debito deve diminuire». 



Ma al centro della prima giornata di vertice erano soprattutto i temi legati alla definizione di un nuovo quadro di regole per l'economia e la finanza. In particolare l'approvazione di quelle 12 tavole di principi morali - i global legal standards - elaborate dal ministro dell'economia Tremonti (insieme al suo pool di economisti e giuristi) e dall'Ocse. Un codice etico e economico - articolato tra lotta a evasione, elusione, criminalità finanziaria, superamento del segreto bancario, difesa di ambiente e lavoro, e la definizione di un tetto agli stipendi dei manager - che avrebbe dovuto trovare all'Aquila l'occasione per coniugare le posizioni a dir poco scettiche di Usa e Gran Bretagna con quelle entusiaste di Francia e Germania, ma che si è rivelato un vero flop. «Noi abbiamo posto la questione delle regole per l'economia che può essere migliore solo con i valori e l'etica - commenta in serata il ministro Giulio Tremonti - Il cammino è iniziato a gennaio di quest'anno, oggi c'è stata un'accelerazione enorme, ma servirà ancora un po' di tempo ed è giusto così affinché tutti ne siano convinti». Tremonti parla di un «consenso straordinario» sulla proposta, ma in tutt'altra direzione sembra andare l'iniziativa del governo inglese, che ieri ha annunciato il rafforzamento dei poteri dell'autorità nazionale nel tentativo di imporre regole più stringenti al sistema finanziario. La stessa direzione in cui si muovono gli Usa, la cui mega riforma del sistema finanziario, presentata poche settimane fa dal ministro del tesoro Geithner, non contiene un solo accenno alla necessità di standard globali.
La verità è che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Usa e Gran Bretagna non ne vogliono sapere di imbrigliare in lacci e lacciuoli le proprie piazze finanziarie. Così la palla passa al G20 di settembre a Pittsburgh. Per quanto riguarda la lotta ai paradisi fiscali, all'evasione e all'elusione - definiti «fenomeni non più tollerabili», specie in un quadro di crisi - si rimanda al G20 di Londra. Il «no» al protezionismo suona un poco ridicolo stretto tra quelle due clausole contrapposte - buy americans e buy chinese - cui nessuno naturalmente accenna. E anche sul commercio mondiale il richiamo è quello di una repentina conclusione dei negoziati di Doha. Iniziati nell'ormai lontano 2001, più volte interrotti, e mai conclusi.


16 luglio 2009

Cinzia Gubbini e Giacomo Russo Spena : una giornata di repressione

 

Dura molto poco l'avvio delle contestazioni al G8 di Roma. Il tempo di un inseguimento per le vie di Testaccio, storico quartiere di Roma. Obiettivo duecento attivisti, rei di fare un blocco stradale per dare il «benvenuto ai potenti della Terra» arrivati per il G8 dell'Aquila. Si volevano «riappropriare della città contro un vertice illegittimo», ma la condotta delle forze dell'ordine ha impedito qualsiasi mobilitazione. Studenti, attivisti della rete degli «indipendenti» (Acrobax e coordinamento lotta per la casa) e varie delegazioni di paesi europei partono verso le 10 in corteo dall'edificio dell'università Roma Tre occupato qualche giorno fa per denunciare la «carenza di agibilità politica nell'ateneo». Ad aprire lo striscione Smash G8 e alcune bandiere nere. Fanno trecento metri di corteo, arrivano alla metro Piramide e lì trovano un enorme dispiegamento di agenti. Neanche il tempo di organizzare un blocco stradale che i dirigenti di piazza (ben 3) intimano di sciogliere la manifestazione perché non autorizzata. Non c'è tempo per una trattativa. La guardia di finanza carica, gli attivisti indietreggiano. Per rallentare il cammino degli agenti lanciano qualche petardo e ribaltano qualche cassonetto per strada. Nulla più. L'inseguimento però continua e durante la fuga qualche no global viene fermato e trattenuto.
«Tra di noi c'erano tre infiltrati che hanno bloccato dei nostri compagni», denuncia qualcuno. Ritornati di corsa verso la facoltà occupata, lì fuori la polizia fa la carica più pesante. Vola qualche manganellata, gli attivisti si disperdono nei vicoli, alla spicciolata. E parte la caccia all'uomo, perfino nei bar e nei cortili dei palazzi del quartiere. La Digos perlustra anche l'università e lo stabile occupato, dove viene distrutto l'info-point allestito dai no global. Ce l'hanno con Acrobax, centro sociale molto attivo in città. «Vogliono fare i black bloc qui in Italia - dice un agente - non hanno capito che so' cazzi loro». Alla fine saranno 36 i fermati (tra cui un polacco, un francese, due tedeschi, quattro svedesi e uno svizzero), 9 di questi verranno tramutati in arresti (quattro stranieri e cinque italiani) più una minorenne che, forse, verrà affidata ad una casa famiglia. Tra gli incarcerati alcuni attivisti di Acrobax, che vengono portati tra Regina Coeli e Rebibbia. Contro di loro il pm De Falco apre un fascicolo per resistenza a pubblico ufficiale, violenza e danneggiamento.
Contemporaneamente, sempre verso le 10, sulla tangenziale altri attivisti della rete no-G8 romana bloccano il traffico con un blitz: mettono transenne, tende e olio per strada. Per venti minuti il traffico sarà congestionato. All'università La Sapienza invece ben due cortei movimentano la mattinata. Tolti «gli arresti cautelari al rettorato», gli studenti inscenano una manifestazione invocando la scarcerazione dei 21 arrestati per il «teorema su Torino». In testa lo striscione «Liberi tutti», dietro qualche centinaio di persone. Sale subito la tensione: il contatto con gli agenti viene evitato solo perché due blindati della finanza per sbaglio si urtano, scatenando l'ilarità dei manifestanti. Gli studenti dell'Onda si rifugiano nell'ateneo e dopo una mediazione con le forze dell'ordine riescono a strappare un altro corteo per le mura esterna della Sapienza.



Nel frattempo la notizia dei rastrellamenti di Testaccio si diffonde. Alle 15, sempre alla Sapienza, si improvvisa una conferenza stampa, si attacca il governo, «mandante di questa stretta repressiva». Poi tutti a piazza Barberini per il sit-in autorizzato da giorni. Ma lo slargo è blindato. L'ambasciata non si vede neanche da lontano. Traffico sconvolto ad almeno un chilometro dalla rappresentanza diplomatica, e manifestanti costretti a sedersi soltanto davanti all'hotel Hilton, in compagnia di una foltissima schiera di finanzieri e poliziotti.
Ma il vero muro di agenti è dietro i blindati. «Provate a raggiungere l'ambasciata?», «quando mai, là dietro ci saranno almeno tremila poliziotti». Ma aldilà dello schieramento di divise, a fare impressione è un piccolissimo particolare che riporta alla mente vecchi e brutti ricordi: l'imbocco di via Veneto è bloccato da reti metalliche, «come a Genova», dice qualcuno. Paolo Divetta dei Blocchi metropolitani gli si para di fronte per urlare: «È una vergogna, mi rifiuto di manifestare in una piazza del genere, non siamo in uno stato di polizia». Più tardi al microfono ricorda Federico Aldrovandi e quel «po' di giustizia» ottenuta dalla famiglia con la sentenza che condanna a tre anni e sei mesi quattro agenti che hanno ucciso quattro anni fa il ragazzo ferrarese. Applausi e grida di «assassini».
In piazza ci saranno un migliaio di persone. A Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, tocca l'analisi politica dell'arresto di 66 persone in due giorni, «cosa che non accadeva dagli anni '70». Il suo ragionamento è questo: «Ho la sensazione che si stia preparando un nuovo compromesso storico sulla nostra pelle». Applausi. L'ipotesi è che Silvio Berlusconi sarà fatto fuori a breve per la nota vicenda del sexy-gate «e che quindi ci sia bisogno di un governo forte. E anche l'opposizione vuole dimostrare di saper bastonare il movimento».
Per Bernocchi il vero nemico da stanare è il Pd, che starebbe anche dietro a quelle organizzazioni che non sono d'accordo con la manifestazione nazionale organizzata all'Aquila dagli altermondialisti. Invece, dicono tutti, «all'Aquila ci saremo, ma per stare accanto ai terremotati e appoggiarli nelle loro lotte contro una finta ricostruzione». E non può finire così ingabbiati da un mini esercito che controlla a vista ogni spostamento. Viene concordato un percorso per un corteo che porti i manifestanti almeno fino a piazza della Repubblica. Accordato. La marcia è cadenzata da qualche slogan, dal «non mollare mai» al «tutti liberi» per i ragazzi arrestati.
A piazza della Repubblica qualcuno vorrebbe raggiungere la questura e rompere l'ordine della polizia. Dentro, ad aspettare di capire se saranno rilasciate o meno, ci sono ancora 26 persone fermate la mattina. Prevale l'opinione di chi pensa che la disparità numerica è troppo forte per rischiare, vista l'aria che tira. Ma non è finita. Un gruppetto si stacca e corre nella stazione Termini. Qualcuno si sdraia su un binario al grido di «tutti liberi». Arriva la polizia in tenuta antisommossa. I manifestanti tirano qualche sasso, insulti contro i fotografi. In un lampo la maggior parte si dilegua. A sera si contano altri due fermati. Cinzia Gubbini
ROMA
Dura molto poco l'avvio delle contestazioni al G8 di Roma. Il tempo di un inseguimento per le vie di Testaccio, storico quartiere di Roma. Obiettivo duecento attivisti, rei di fare un blocco stradale per dare il «benvenuto ai potenti della Terra» arrivati per il G8 dell'Aquila. Si volevano «riappropriare della città contro un vertice illegittimo», ma la condotta delle forze dell'ordine ha impedito qualsiasi mobilitazione. Studenti, attivisti della rete degli «indipendenti» (Acrobax e coordinamento lotta per la casa) e varie delegazioni di paesi europei partono verso le 10 in corteo dall'edificio dell'università Roma Tre occupato qualche giorno fa per denunciare la «carenza di agibilità politica nell'ateneo». Ad aprire lo striscione Smash G8 e alcune bandiere nere. Fanno trecento metri di corteo, arrivano alla metro Piramide e lì trovano un enorme dispiegamento di agenti. Neanche il tempo di organizzare un blocco stradale che i dirigenti di piazza (ben 3) intimano di sciogliere la manifestazione perché non autorizzata. Non c'è tempo per una trattativa. La guardia di finanza carica, gli attivisti indietreggiano. Per rallentare il cammino degli agenti lanciano qualche petardo e ribaltano qualche cassonetto per strada. Nulla più. L'inseguimento però continua e durante la fuga qualche no global viene fermato e trattenuto.
«Tra di noi c'erano tre infiltrati che hanno bloccato dei nostri compagni», denuncia qualcuno. Ritornati di corsa verso la facoltà occupata, lì fuori la polizia fa la carica più pesante. Vola qualche manganellata, gli attivisti si disperdono nei vicoli, alla spicciolata. E parte la caccia all'uomo, perfino nei bar e nei cortili dei palazzi del quartiere. La Digos perlustra anche l'università e lo stabile occupato, dove viene distrutto l'info-point allestito dai no global. Ce l'hanno con Acrobax, centro sociale molto attivo in città. «Vogliono fare i black bloc qui in Italia - dice un agente - non hanno capito che so' cazzi loro». Alla fine saranno 36 i fermati (tra cui un polacco, un francese, due tedeschi, quattro svedesi e uno svizzero), 9 di questi verranno tramutati in arresti (quattro stranieri e cinque italiani) più una minorenne che, forse, verrà affidata ad una casa famiglia. Tra gli incarcerati alcuni attivisti di Acrobax, che vengono portati tra Regina Coeli e Rebibbia. Contro di loro il pm De Falco apre un fascicolo per resistenza a pubblico ufficiale, violenza e danneggiamento.
Contemporaneamente, sempre verso le 10, sulla tangenziale altri attivisti della rete no-G8 romana bloccano il traffico con un blitz: mettono transenne, tende e olio per strada. Per venti minuti il traffico sarà congestionato. All'università La Sapienza invece ben due cortei movimentano la mattinata. Tolti «gli arresti cautelari al rettorato», gli studenti inscenano una manifestazione invocando la scarcerazione dei 21 arrestati per il «teorema su Torino». In testa lo striscione «Liberi tutti», dietro qualche centinaio di persone. Sale subito la tensione: il contatto con gli agenti viene evitato solo perché due blindati della finanza per sbaglio si urtano, scatenando l'ilarità dei manifestanti. Gli studenti dell'Onda si rifugiano nell'ateneo e dopo una mediazione con le forze dell'ordine riescono a strappare un altro corteo per le mura esterna della Sapienza.
Nel frattempo la notizia dei rastrellamenti di Testaccio si diffonde. Alle 15, sempre alla Sapienza, si improvvisa una conferenza stampa, si attacca il governo, «mandante di questa stretta repressiva». Poi tutti a piazza Barberini per il sit-in autorizzato da giorni. Ma lo slargo è blindato. L'ambasciata non si vede neanche da lontano. Traffico sconvolto ad almeno un chilometro dalla rappresentanza diplomatica, e manifestanti costretti a sedersi soltanto davanti all'hotel Hilton, in compagnia di una foltissima schiera di finanzieri e poliziotti.
Ma il vero muro di agenti è dietro i blindati. «Provate a raggiungere l'ambasciata?», «quando mai, là dietro ci saranno almeno tremila poliziotti». Ma aldilà dello schieramento di divise, a fare impressione è un piccolissimo particolare che riporta alla mente vecchi e brutti ricordi: l'imbocco di via Veneto è bloccato da reti metalliche, «come a Genova», dice qualcuno. Paolo Divetta dei Blocchi metropolitani gli si para di fronte per urlare: «È una vergogna, mi rifiuto di manifestare in una piazza del genere, non siamo in uno stato di polizia». Più tardi al microfono ricorda Federico Aldrovandi e quel «po' di giustizia» ottenuta dalla famiglia con la sentenza che condanna a tre anni e sei mesi quattro agenti che hanno ucciso quattro anni fa il ragazzo ferrarese. Applausi e grida di «assassini».
In piazza ci saranno un migliaio di persone. A Piero Bernocchi, portavoce dei Cobas, tocca l'analisi politica dell'arresto di 66 persone in due giorni, «cosa che non accadeva dagli anni '70». Il suo ragionamento è questo: «Ho la sensazione che si stia preparando un nuovo compromesso storico sulla nostra pelle». Applausi. L'ipotesi è che Silvio Berlusconi sarà fatto fuori a breve per la nota vicenda del sexy-gate «e che quindi ci sia bisogno di un governo forte. E anche l'opposizione vuole dimostrare di saper bastonare il movimento».
Per Bernocchi il vero nemico da stanare è il Pd, che starebbe anche dietro a quelle organizzazioni che non sono d'accordo con la manifestazione nazionale organizzata all'Aquila dagli altermondialisti. Invece, dicono tutti, «all'Aquila ci saremo, ma per stare accanto ai terremotati e appoggiarli nelle loro lotte contro una finta ricostruzione». E non può finire così ingabbiati da un mini esercito che controlla a vista ogni spostamento. Viene concordato un percorso per un corteo che porti i manifestanti almeno fino a piazza della Repubblica. Accordato. La marcia è cadenzata da qualche slogan, dal «non mollare mai» al «tutti liberi» per i ragazzi arrestati.
A piazza della Repubblica qualcuno vorrebbe raggiungere la questura e rompere l'ordine della polizia. Dentro, ad aspettare di capire se saranno rilasciate o meno, ci sono ancora 26 persone fermate la mattina. Prevale l'opinione di chi pensa che la disparità numerica è troppo forte per rischiare, vista l'aria che tira. Ma non è finita. Un gruppetto si stacca e corre nella stazione Termini. Qualcuno si sdraia su un binario al grido di «tutti liberi». Arriva la polizia in tenuta antisommossa. I manifestanti tirano qualche sasso, insulti contro i fotografi. In un lampo la maggior parte si dilegua. A sera si contano altri due fermati.


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13 luglio 2009

Joseph Halevi : il G8 come istituzione inutile

 

Il gruppo dei «paesi G» nacque nel 1975 a Parigi (Rambouillet) su iniziativa dell'allora presidente francese Valéry Giscard d'Estaing, per gestire in comune tanto la crisi del dollaro quanto la continuazione della sua centralità. Euroatlanticamente concepito per quattro paesi (Usa-D-F-GB), il «gruppo dei G» venne rapidamente esteso al Giappone ed all'Italia dopo le proteste di quest'ultimi, poi Washington si portò dietro anche il Canada. Nei confronti della crisi del dollaro l'impatto dei G7 fu nullo, visto che gli Usa hanno sempre agito unilteralmente; ad eccezione di una volta, cioè nelle fasi che portarono alla riunione del Plaza, a New York, il 22 settembre del 1985.
La politica di alti tassi di interesse inaugurata da Paul Volcker e Ronald Reagan, causa degli squilibri mondiali su cui è germogliata la crisi odierna, comportò una rapida rivalutazione del dollaro, acuendo la crisi occupazionale già esistente in Europa. La presidenza Reagan venne investita dalla pressione delle industrie nazionali che, non avendo ancora delocalizzato alla grande (l'attrazione fatale per la Cina era ancora in incubazione), perdevano mercati interni a favore delle importazioni nippo-coreane e germanico-italiane.
Anche gli europei, soprattutto Germania, Francia ed Italia, avevano da lamentarsi, perchè gli alti tassi di interesse strozzavano gli investimenti e inflazionavano il debito pubblico più di quanto alimentassero le esportazioni europee verso gli Usa. In tale contesto, e grazie alla guerra fredda, nacque l'accordo del 22 settembre 1985 che portò ad una svalutazione controllata - per un po' almeno - del dollaro e una riduzione dei tassi di interesse Usa. Tuttavia non furono i G7 a coordinare la manovra, bensì i G5, cioè i 4 summenzionati paesi con in più il Giappone. Il G8 non ha alcuna valenza decisionale. Le sue riunioni costituiscono una pura scena mediatica e di sfoggio di potere, attraverso i mezzi muscolarmente esibiti, che la popolazione delle città assediate vive con grande disagio; cui si aggiunge anche la reazione pavloviana dei no-global e compagnia. 



Le decisioni effettive vengono prese in circoli estremamente ristretti ed in forme molto discrete. Ci vogliono degli esperti giuridici per capire, ad esempio, che il patto tra Tesoro Usa, banca federale e grandi banche private per «riciclare» - piuttosto che eliminare - le cartacce tossiche, si basa sul principio del «non ricorso» che esenta le banche contraenti dal rimborsare i soldi pubblici, qualora, come accadrà, le cartacce non ottenessero sul mercato i valori attribuiti dalle aste truccate di Geithner e Summers.
In un'ottica più ampia, non esistono oggi istituzioni mondiali e regionali in grado di affrontare in maniera coordinata la crisi in corso. Anzi, come dimostrato dalla sciagurata azione del Bundestag nei confronti della stessa Germania e dell'Europa, le istituzioni preposte al coordinamento fanno finta di niente. Anche nel caso europeo l'accordo è in negativo e si articola su due punti: elargizioni al sistema finanziario e assoluta deflazione salariale e pensionistica. La non volontà di elaborare reali piani anticrisi nasce dai conflitti di interesse che gli Stati devono gestire soprattutto internazionalmente, in quegli snodi dove le relazioni internazionali diventano il punto debole su cui si scaricano le diverse incompatibilità.
Eppure la reale dinamica dei centri decisionali emerge dai rapporti di organismi sovranazionali completamente interni al sistema finanziario ufficiale. Recentemente, infatti, la Banca dei Regolamenti Internazionali - la banca delle banche appunto - ha osservato come le operazioni di elargizioni di denaro pubblico alle banche più coinvolte dalla crisi, ha portato, facilitando operazioni di assorbimento, alla formazioni di mega banche mondiali. Queste, come sostenuto anche dal Financial Times, mantengono tutti gli elementi del comportamento destabilizzante - ma in forma accentuata - che ha caratterizzato gli istituti di origine. Contrariamente a tutte le dichiarazioni mediatiche sulla «riforma del sistema finanziario», la crisi e i correlati interventi hanno già prodotto un risultato netto rafforzando, senza condizioni e riforme, proprio le istituzioni da cui la crisi è nata.


21 aprile 2009

La sabbia abruzzese di Saviano

 Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova.

(Da Gomorra di Roberto Saviano)


14 aprile 2009

Un articolo di Corrado Perna del 2005 ancora utile sulla questione del terremoto e del POnte sullo stretto

 

Il ponte E' uno spreco pericoloso. Il Mediterraneo va monitorato e controllato

La tragedia del 26 dicembre in Asia ci ha fatto prendere coscienza del fatto che sappiamo pochissimo del pianeta su cui siamo trasportati nello spazio. Abitiamo una navicella di cui non conosciamo che pochi bottoni, per il resto la trattiamo come un bambino di fronte a un computer potentissimo, carico di bit che lui usa solamente come videogiochi. Ma è arrivato il momento di diventare adulti e smettere di giocare con l'unico pianeta che abbiamo. La tragedia che ha colpito il sudest asiatico, infatti, impone alcune questioni di fondo che ci riguardano tutti da vicino. La prima, che è stata denunciata da più parti, riguarda la sicurezza e la prevenzione dei disastri naturali. Diversi esperti hanno denunciato il fatto che una gran parte delle vittime potevano essere evitate se ci fosse stato un sistema di allarme, se le popolazioni della costa fossero state avvisate per tempo visto che dal momento della prima scossa all'arrivo delle prime onde distruttrici sembra siano passate diverse ore (da due a sette secondo le diverse località).



Territorio indebolito

La seconda questione riguarda il modello di urbanizzazione delle coste che, da almeno trent'anni, imperversa in tutto il mondo, trainato dalla corsa al turismo di massa che cancella qualunque legge o vincolo ambientale. A partire dal Mediterraneo dove spesso sono stati abbandonati gli antichi insediamenti , lontani dal mare, per affollare le coste con una serie interminabile di villaggi turistici, seconde case, centri commerciali, costruendo fino alla battigia. Un modello di urbanizzazione energivora che ha ignorato , come ha dimostrato Piero Laureano, i saperi acquisiti dalle generazioni precedenti, dall'uso dell'acqua piovana alle costruzioni climatizzate con materiali naturali, fino al profondo rispetto per gli alvei di fiumi e torrenti e che oggi si trova impotente di fronte alla potenza delle forze della natura.

Molti dei disastri naturali che abbiamo registrato negli ultimi anni nel nostro paese - dalla tragedia di Soverato a quella della valle di Sarno - sono in realtà dei disastri sociali in cui gli equilibri naturali e le conoscenze del passato sono state ignorate e stravolte. Certo, i terremoti non li possiamo attribuire al nostro perverso modello di sviluppo, ma gli effetti disastrosi dei terremoti e maremoti sono in gran parte legati al nostro modo di costruire, allo squilibrio tra classi sociali e tra paesi ricchi e impoveriti, ai diversi sistemi politici.

Impatti diversi

E' un fatto ormai acclarato che un uragano fa migliaia di volte più vittime in Centro America che nella costa meridionale degli Usa, o a Cuba dove esiste un ben oleato sistema di preallarme, così come un terremoto in Turchia produce una quantità di vittime e disastri decine di volte superiore a quello che produce lo stesso terremoto, con la stessa potenza, in Giappone. Pertanto la prima riflessione da fare su quest'ultima tragedia è che bisogna ripensare agli insediamenti umani, al modo di costruire, al ruolo da dare alle forze della natura. Soprattutto nelle aree ad alto rischio sismico. E tra queste sicuramente bisogna mettere in priorità l'area dello stretto di Messina, già colpita nel 1908 dal più distruttivo terremoto del '900, dove la gran parte delle vittime furono determinate proprio dall'onda anomala.

Incubo Stretto

Sui rischi che corre quest'area vale la pena riportare alcune affermazioni recenti di Enzo Boschi, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (vedi La Repubblica del 27 dicembre). «La zona più a rischio del Mediterraneo - dichiara Boschi nell'intervista ad Aldo Cianciullo - è l'area dello Stretto di Messina. E' un'area a forma di imbuto: l'onda anomala entra e comincia a percorrerlo; man mano che il canale si stringe la massa d'acqua, non trovando spazio in larghezza, diventa sempre più alta. E alla fine, se l'energia in campo è molto alta come è avvenuta nel 1908, ci si trova di fronte a un muro liquido inarrestabile che spazza via tutto quello che trova sul suo cammino». Ma, l'onda anomala oltre che dal terremoto può essere provocata da altri fenomeni, sostiene Boschi, come è accaduto due anni fa a Stromboli. «In quell'occasione, a causa di un'accentuazione dell'attività vulcanica, ci fu il crollo di una parete dello Stromboli che produsse un'onda anomala di dimensioni considerevoli: se fosse accaduto in estate, con le spiagge piene di turisti, sarebbe stato un disastro. Tra l'altro in quell'occasione scattò subito l'allarme perché si temeva che l'attività sismica potesse continuare producendo altri crolli».
Da queste osservazioni di un esperto del livello di Enzo Boschi se ne possono trarre alcune precise indicazioni. La prima: va bloccato il bando relativo all'affidamento dei lavori per il ponte sullo Stretto di Messina. Alle luce dell'alto livello di rischio di tutta l'area dello Stretto la sola idea del ponte risulta essere oggi pura follia, un atto criminale, un perverso sperpero di denaro pubblico. Le risorse finanziarie stanziate per questa megaopera devono essere riconvertite per un monitoraggio di tutta l'area che comprende tre vulcani attivi - Etna, Stromboli e Vulcano - che negli ultimi anni hanno fatto tremare di paura le popolazioni locali, da Catania alle isole Eolie. La società Ponte sullo Stretto di Messina s.p.a., lautamente finanziata da tutti i governi da più di vent'anni, deve essere riconvertita in Società per la sicurezza dell'Area dello Stretto di Messina. Un sistema di allarme con relative vie di fuga, punti di raccolta, ecc. va pensato e implementato per tutta l'area che va da Capo Vaticano fino a Catania, un'area dove vivono quasi due milioni di persone.

Il nodo prevenzione

La ricerca scientifica su questi fenomeni è ancora estremamente debole e poco sostenuta dalle risorse pubbliche. Dato che nel programma del centrosinistra è stato messa tra le priorità un maggiore finanziamento della ricerca scientifica e tecnologica, si indirizzino queste risorse verso un bene collettivo fondamentale: la prevenzione delle catastrofi naturali. Questo significa cambiare agenda politica e dare un altro significato al concetto di «sicurezza», oggi ideologicamente declinato nella lotta al terrorismo.


8 aprile 2009

E questa è scienza...

Una serie di osservazioni sulla giornata appena passata :
1) Bertolaso alle voci (dietro c'è l'outsider Giuliani che cerca di aggirare la censura governativa ?) di un altra forte scossa in arrivo, legge un comunicato che dichiara solennemente che le scosse non sono prevedibili e aggiunge
"Questa è la scienza, il resto...". Il resto è sfiga allora, caro Guido, perchè un altro scossone viene davvero. E sono due figure di merda.
2) Qualche giorno prima il vulcanologo Boschi,
che plasma la scienza che vuoi basta che lo finanzi
(e quella di farsi finanziare è scienza vera e propria...) ha lasciato perle come quella per cui si può prevedere dove ma non quando (eeehhhh ???) e che di sicuro non ci sarà un sisma violento come quello che ha causato tanti danni (anche perchè i palazzi che dovevano cadere son caduti...ma allora di che stiamo parlando ?).
3) Castelli a "Ballarò", ad una domanda sull'autocertificazione e la sua credibilità nel campo dell'edificazione, si lascia andare ad un mantra del tipo "Chi controlla il controllore, homo homini lupus e in hoc signo vinces". Bastava che aggiungesse chi polizia i poliziotti, chi carabina i carabinieri e chi vigila sui vigili urbani e avremmo fatto a meno di tutte le forze dell'ordine.



4) Dulcis in fundo, una considerazione : qui si parla di prevedere i terremoti, ma con le scosse in sequenza da mesi si tratta di prevedere se, quando e dove gli edifici si sarebbero accartocciati su se stessi. A questo punto il problema della Protezione civile era di permettere che i soccorsi fossero i più rapidi ed efficienti possibili, che gli abitanti degli edifici più a rischio fossero evacuati per qualche mese ed il tutto ben prima che Giuliani cominciasse a fare la cassandra. Questo si è fatto ? Penso che l'indifferenza del governo in questi mesi si sia nascosta proprio dietro l'imprevedibilità, presupponendo che l'intervento della protezione civile sarebbe stato necessario dopo il sisma catastrofico e non prima. Perchè intervenire prima vuole dire spendere soldi. E tra il Gatto e la Volpe, chi se la sente di anticipare qualche moneta d'oro ? Meglio aspettare la morte di qualche centinaio di burattini e di fare roboanti comunicati stampa, ma quanto ai soldi, ma cosa sono ? Chi li ha visti mai ? Perchè noi usiamo gli cheque, o meglio la social card, i Tremonti bond, ma gli spiccioli, quelli ci sono proprio adesso caduti dalle tasche...


7 aprile 2009

In Italia solo il governo è antisismico

La vicenda descrive il solito pasticcio di merda in cui si risolvono tutti gli affari italiani :
1) Un outsider,
ciclotimico che però ha qualche freccia al proprio arco, dichiara che può prevedere un sisma a 6-24 ore dall'evento e al tempo rassicura gli abruzzesi, stremati da scie sismiche in essere da Ottobre 2008, che per fine Marzo tutto sarà finito.
2) Evidentemente è costretto a cambiare idea, perchè a quanto pare,
avvisa il sindaco di Sulmona che verso inizio Aprile, ci sarà una forte scossa di terremoto in quella zona. Il sindaco di Sulmona, a cui è andato storto il buffet del Congresso del Pdl, viene scavalcato dall'allarme della popolazione, ma poichè niente accade, si incazza come un portoghese allo stadio a cui sospendono la partita per il maltempo. 



3) Ancora più incazzato è l'inquietante 
killer del territorio italiano, Guido Bertolaso, che con l'efficienza di Harvey Keitel in "Pulp Fiction", deodora la carcassa dell'ecosistema nostrano e fa impallidire le contestazioni fatte a suo tempo al professor Barberi. Il tecnico di Franza o Spagna definisce il nostro outsider come un imbecille e intende denunciarlo  per procurato allarme. Poi, invece di verificare le probabilità di un grosso sisma ed approntare le dovute precauzioni, si premura di rassicurare la popolazione infante, dal momento che la sicurezza è un concetto meramente psicologico.
4) Per il colmo della sfiga berlusconiana, la profezia dell'outsider si avvera, pur se con un ritardo di 5 giorni ed il nostro diventa un vero vate, tanto che Di Pietro già lo vorrebbe candidare per le Europee. Bertolaso con il riportino unge la propria restante credibilità, così come la Maddalena profuma i piedi di Gesù morituro con i suoi capelli. Addirittura si pensa di aggiornare la scala Richter, aumentando l'intensità da 5.8 a 6.2, altrimenti il paragone con il sisma in Umbria sarebbe stato vergognoso (magnitudo 5,6 e 11 morti)
5) La protezione civile si attiva a parole dopo 15 minuti dal sisma,
ma informa i cittadini dell'accaduto solo dopo più di un ora, mentre il Corriere della Sera si è appena svegliato e la Rai si fa portare il caffè dalla BBC. L'informazione in fisica rallenta la velocità dei soccorsi ? O Bertolaso ha paura che i vicini lo vedano ancora in vestaglia ?
6) Ora l'Italia è unita nell'aiuto verso l'Abruzzo. Lo sarà nell'adeguamento dei Comuni a rischio sismico alle norme più elementari di sicurezza che dovrebbero presiedere alla costruzione di un qualsivoglia edificio ?
Visto che in Giappone eventi sismici di tale magnitudo non vengono nemmeno avvertiti ? Toglieremo la Protezione civile dall'arcano diretto controllo del premier, tanto criticabile
Crediamo piuttosto che del paio di centinaia di morti tra qualche tempo a nessuno fregherà più un cazzo e magari li fisseremo nei pilastri della prossima malferma ricostruzione.
Nessuno sarà lasciato indietro, nessuno sarà lasciato solo, ma ci sarà con noi sempre qualcuno che ce lo metterà nel culo.


23 maggio 2005

Quando comincia ad uscire la merda...

G8
Placanica vuole posto e soldi
Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani e recentemente congedato, chiederà di essere reinserito nei ruoli civili dello Stato, «perché vuole lavorare e non fare il pensionato». Lo ha annunciato ieri mattina il suo avvocato Vittorio Colosimo, che ha anche mostrato la lettera con la quale l'ospedale militare di Catanzaro ha stabilito la inidoneità al servizio dell'ex carabiniere. Colosimo ha anche detto di voler intentare una causa contro lo Stato per i danni subiti da Placanica al G8 di Genova. «La sua vita - ha detto il legale - è stata intaccata in modo irreversibile nel fiore della sua gioventù. E' stato un danno biologico alla vita di relazione perché Mario non è più quello di una volta. Placanica è stato sottratto alle giuste cure dei sanitari subito dopo il tragico avvenimento per rispondere alle domande del pm. Hanno affidato un incarico a un carabiniere in ferma volontaria impaurito, arrivato di notte col dodicesimo battaglione Sicilia. Berlusconi ha lasciato allo sbando i giovani di complemento lasciando al sicuro i militari di carriera nella zona rossa». Nel frattempo, Placanica ha ricevuto una lettera di incoraggiamento a continuare la sua azione contro lo Stato nientedimeno che da Diego Armando Maradona. 
 


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