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20 settembre 2010

Rosier : Onde lunghe e ordine produttivo

Il problema del trattamento pertinente dei dati statistici è essenziale per analizzare in modo serio i ritmi economici. L’identificazione delle crisi classiche Juglar del 1800 e del 1900 sulla base di criteri precisi (livello di produzione, di prezzi e profitti, disoccupazione) rende il loro riconoscimento (fondato su interpretazioni teoriche rigorose) relativamente solido e poco contestabile. Non è questo il caso delle fluttuazioni lunghe la cui iniziale messa in evidenza ha suscitato controversie ed inoltre ha indotto in Urss l’esigenza di perseguitare Kondratiev. Si sa e bisogna tenerlo presente che, anche sulla base di serie lunghe pertinenti ed affidabili, la loro interpretazione non si pone in modo necessario. Esse infatti devono essere in un certo senso costruite per essere spiegate e spiegate per poter essere costruite. Analisi statistica ed analisi storica devono di conseguenza essere costantemente legate. E si potrà parlare di onde lunghe solo se si mettono in evidenza non solo fluttuazioni ripetitive e relativamente regolari nella loro ampiezza, ma anche ripetitive nei grandi processi esplicativi. Trattandosi di un ritmo di capitalismo produttivo successivo all’inizio del 1800, possono essere considerati pertinenti solo indicatori propri della sfera capitalistica dell’economia interessate (ad es. indicatori dell’attività industriale) e ciò solo per i paesi veramente industrializzati o in via di industrializzazione  rapida. Emerge dalle principali teorie della crisi contemporanea che oggi, più che di apportare una prova irrefutabile dell’esistenza dei movimenti lunghi, si tratta di proporne una interpretazione coerente di forte valore euristico, capace di spiegare la successione storica di periodi di espansione prolungata e di periodi di crescita rallentata. Se vi è un terreno di convergenza dei diversi approcci sta proprio nel riconoscimento di questa successione in cui è rifiutata ogni idea di meccanicismo e sono indagati i fattori complessi che gradualmente mettono in discussione le modalità dell’accumulazione, caratteristiche dei periodi di espansione lunga. Questa convergenza può essere interpretata come un riconoscimento del fatto che un ritmo lungo costituisce uno dei caratteri più importanti della dinamica economica del capitalismo.

 

 

A partire da qui l’analisi proposta si articola intorno alla nozione di ordine produttivo indicando con ciò l’insieme dei fattori che operano nel sistema per consentire la sua efficacia economica durante lunghi periodi di accumulazione relativamente regolari. Questo concetto intende sottolineare l’esistenza necessaria di un ordine globale e relativamente coerente, capace di superare per un periodo di tempo le contraddizioni di un sistema attraversato da interessi divergenti di modo che possano aver luogo nel lungo periodo la produzione di surplus economico e l’accumulazione del capitale. Il concetto globale di ordine produttivo raggruppa diverse componenti che al tempo stesso specificano le condizioni dell’accumulazione e della crescita e corrispondono a grandi fattori esplicativi delle evoluzioni osservate.

 


1 settembre 2010

Il New deal come esito intermedio del conflitto di classe

Nella fase storica in cui era giunto il capitalismo occorreva far ricorso a procedure completamente diverse da quelle precedenti. Per necessità di coerenza strutturale, poiché le condizione di una produzione di massa standardizzata cominciano ad essere presenti ed operanti, sono dunque le condizioni di un consumo di massa corrispondente che avrebbero dovute essere messe in atto. Ciò, in una società in cui i salariati occupano una parte in crescita della società, suppone un accrescimento del potere d’acquisto e dunque una nuova politica salariale. Henry Ford aveva avuto tale intuizione già nel 1913, di fronte al rifiuto della catena di montaggio da parte degli operai : il 1 gennaio 1914 egli raddoppia i salari pagando così la stabilità dell’occupazione senza la quale non avrebbe potuto proseguire la sua attività e solo più tardi egli raggiungerà il suo obiettivo. Ma sarà soprattutto la politica del presidente Franklin Delano Roosevelt a porre storicamente i primi punti di riferimento per una strategia interamente nuova. Keynes è il primo a presentare una teoria generale della situazione e del suo sbocco preconizzando una politica di rilancio vigoroso della domanda effettiva.

 

 

Queste soluzioni si collocano su due piani complementari dal punto di vista dell’istituzione di un nuovo processo regolatore :

·         La messa in atto di un’articolazione funzionale tra produzione di massa e consumo di massa, designata con il termine fordismo da Antonio Gramsci e ben analizzata da M. Aglietta.

·         La messa a punto di forme nuove d’intervento degli stati mediante politiche sistematiche di regolazione congiunturale e di gestione globale delle forze del lavoro.

Non si tratta di una geniale intuizione o di un’analisi logica : questo processo appare soprattutto come il risultato di antagonismo, di interessi e di conflitti sociali, dunque di rapporti di forza stabiliti nella crisi tra capitale e lavoro : l’innovazione maggiore nasce ancora una volta dal conflitto. Consideriamo infatti un elemento chiave del New Deal e cioè quello che prevedeva in particolare la riduzione dell’orario di lavoro, la fissazione di un salario minimo ed il riconoscimento legale delle organizzazioni sindacali. Queste misure fondamentali sono state prese sotto la pressione della potente ed attiva federazione dei minatori della AFL contro una vigorosa resistenza padronale. Quest’ultima continuava ad opporsi all’applicazione delle misure in questione durante due anni di intensi conflitti sociali, che culminarono finalmente nel luglio 1935 in una grande legge (il Wagner Act) che istituisce definitivamente un nuovo diritto sociale. Il New Deal appare così più realisticamente un insieme di misure, messe a punto procedendo a tentoni ed in modo conflittuale, che realizzano una specie di compromesso tra gli elementi più avanzati del movimento operaio (che creeranno una nuova confederazione operaia, il Cio) e la frazione più cosciente del padronato sotto l’arbitrato dello stato.

I lavoratori però dovranno in un certo senso pagare l’aumento del loro potere d’acquisto e la riduzione del tempo di lavoro con l’accettazione della generalizzazione dell’organizzazione fordista e del loro inserimento in un modello di consumo di cui non possono afferrare il senso. Sarà un doppio processo di alienazione in quanto la borghesia industriale giungerà fino a far interiorizzare dai lavoratori i suoi propri valori e la sua propria razionalità economica. Quanto al capitale esso ne trae vantaggio sia dal punto di vista della domanda effettiva, sia dal punto di vista dell’aumento della produttività e del controllo sociale. Questo compromesso storico che è il New Deal fa entrare la dinamica economica del capitalismo in un era nuova : quella per cui la salvaguardia del tasso di profitto nel medio e lungo termine passa per l’incremento del tasso di salario e la riduzione della disoccupazione.

Il sistema economico si ritroverà ricostituito e trasformato dagli elementi analizzati, unitamente alla ripresa di un forte movimento di concentrazione industriale durante la depressione e alla elaborazione di innovazioni in materia sia industriale sia agricola, che saranno perseguite durante la guerra e costituendo un nuovo ordine produttivo. Così il capitalismo monopolistico sarà in grado con la seconda guerra mondiale per gli Usa e il dopoguerra per gli altri paesi capitalistici di imboccare una nuova e poderosa fase di espansione lunga.

 


20 luglio 2009

Recensioni del libro di Alberto Burgio "Senza democrazia"

 

Note a margine del libro “Senza democrazia. Un’analisi della crisi” di Alberto Burgio.

1. Controstoria del neoliberismo e cause della crisi.

Nella prima pagina dell’inserto “Finanza & Mercati” de “Il Sole 24 ore” di mercoledì 27 maggio 2009 campeggiava questa dichiarazione del banchiere David Renè James de Rothschild: “Governi e banche centrali hanno gestito bene la crisi”.
Di fronte a siffatti tentativi di falsificazione della storia, salutiamo con estremo favore voci critiche come quelle di Alberto Burgio, il cui nuovo libro (“Senza democrazia. Un’analisi della crisi”, DeriveApprodi, Roma 2009) ha il merito di riflettere sulla crisi inserendola in un ampio contesto storico e ricercandone le radici nella vicenda ultratrentennale del neoliberismo.
Questo largo angolo visuale, unitamente al confronto tra i caratteri del neoliberismo statunitense ed europeo (figlio della lezione gramsciana di “Americanismo e Fordismo”), è senz’altro uno dei maggiori pregi del libro, che offre al lettore una massa di informazioni di non sempre agevole reperimento.
Nell’elaborare la sua “controstoria” del neoliberismo, Burgio individua le cause di fondo della crisi nella sovrapproduzione di capitale e di merci, all’origine della quale operano le condizioni imposte al lavoro dipendente: deregulation del mercato del lavoro, precarietà e bassi salari. In sintesi: siamo di fronte a una crisi da sovrapproduzione figlia dei meccanismi di riproduzione del neoliberismo.
Secondo Burgio la crisi esplode, e non casualmente, nel momento in cui, dopo una fase di “guerra di posizione” durata circa un ventennio (1980-2001), il neoliberismo sferra l’attacco più duro e feroce alle conquiste sociali e politiche della c.d. “età dell’oro”, ossia dei trenta gloriosi anni che vanno dal dopoguerra fino alla fine degli anni 70 del novecento, iniziando una intensa “guerra di movimento” (dal 2001 fino al 2008) che ha come obiettivo principale l’asservimento totale e definitivo del lavoro e della forze sindacali agli interessi del capitale.

2. L’umanità davanti a un bivio.

D’altra parte, la portata sistemica della crisi parrebbe indurre la previsione di trasformazioni epocali. Anche sul punto l’analisi di Burgio è puntuale e rigorosa. Bando ai facili entusiasmi. Nessun scontato goodbye al neoliberismo è dietro l’angolo. Secondo l’autore la crisi pone l’umanità di fronte ad un preciso bivio: da una parte, la possibilità che il capitalismo, non soltanto difenda le proprie posizioni, ma le fortifichi e le estenda, trasformando la “rivoluzione passiva” neoliberale dell’ultimo trentennio in una vera e propria “restaurazione conservatrice” (come nella Germania post Weimar), con profonde e gravi conseguenze regressive anche sul piano delle libertà democratiche e dei diritti; dall’altra parte, si profila la possibilità di una “transizione egemonica forte”, ossia di una fuoriuscita dal capitalismo, la cui insostenibilità sociale, economica ed ecologica è ormai sotto gli occhi di tutti.
Questa seconda possibilità, tutta da costruire, si gioverebbe di taluni elementi di segno progressivo che la crisi sta facendo emergere e che Burgio, con grande puntualità e lucidità, individua nel ritorno alla centralità dello Stato e della politica (dopo anni di primato del mercato); nel ritorno alla centralità della produzione (dopo anni di primato della finanza) e, dunque, nella connessa possibilità di una riemersione “forte” del conflitto capitale/lavoro; nella crisi dell’unilateralismo statunitense e nel connesso spostamento del baricentro degli equilibri geopolitici verso la Cina, l’India e i paesi del sudamerica; ed infine, nell’assunzione, sul piano economico, di una sempre maggiore rilevanza dei fondi sovrani, ossia di ingenti masse di capitale appartenenti a paesi non capitalistici o comunque non asserviti all’occidente (es. Cina, paesi arabi ecc.).
Sugli esiti della sfida, Burgio non si avventura correttamente in alcuna previsione, ben consapevole del fatto che tutto dipenderà dall’evoluzione dei rapporti di forza in campo, dalla “coscienza operosa, dotata degli strumenti necessari a tradurre in realtà idee, giudizi e volontà” delle soggettività di sinistra e anticapitaliste e dalla loro capacità di sviluppare e mettere a frutto gli elementi progressivi sopra enucleati.

3. Il neoliberismo di “marca americana”: tra indebitamento privato e rivoluzione passiva.

In questo quadro, una delle parti più stimolanti del libro è certamente quella in cui l’autore, rispondendo all’interrogativo “perché non vi è stata difesa?” (al mortale attacco sferrato, a partire dagli anni 80 del novecento, al lavoro dipendente) e utilizzando categorie gramsciane, giunge alla conclusione per cui in Europa, a differenza che negli Stati uniti, il processo di affermazione del neoliberismo non ha assunto la forma di una “rivoluzione passiva”, bensì quella di una pura e semplice restaurazione, e ciò per l’assenza di una costruzione egemonica sul terreno materiale ed economico idonea a soddisfare, almeno in parte, le esigenze dei ceti subalterni.
Secondo una riflessione che Burgio conduce ormai da anni (iniziata quantomeno col suo “Gramsci Storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere”, Laterza, Roma-Bari 2003, e proseguita con “Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno”, DeriveApprodi, Roma 2007), ciò che Gramsci chiama rivoluzioni passive sono processi di trasformazione complessi della società caratterizzati da almeno tre elementi essenziali: la direzione dei processi di trasformazione economica, sociale e politica da parte delle classi dirigenti tradizionali; il soddisfacimento parziale delle istanze dei ceti subalterni, con conseguente, sia pur minimo, effetto progressivo; l’assenza di conflitto determinata, da un lato (a), dall’egemonia della classi dirigenti tradizionali e dall’altra (b), dalla debolezza e, in ultima istanza, dal trasformismo, delle forze politiche e sindacali “progressive” che rappresentano i ceti subalterni.
L’affermazione del neoliberismo negli Stati Uniti ha soddisfatto, secondo l’autore, tutti e tre gli aspetti salienti della nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”.
In particolare, l’egemonia delle dottrine neoliberiste si è affermata, oltre (e prima) che sul terreno culturale (manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mass media, proposizione di valori e modelli di comportamento ecc.), sul terreno della struttura economica e materiale, attraverso la ricetta economica, favorita da precise scelte governative e del sistema bancario, del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati. Ricetta, questa, che ha permesso alla classe media e anche a strati della classe operaia statunitense di compensare la riduzione dei redditi di lavoro determinata dai processi di sistematico smantellamento del sistema industriale (in favore delle reti finanziarie) attuati dal capitale e di mantenere tendenzialmente stabile il proprio tenore di vita.
Il fenomeno non deve stupire se si pensa che, ad esempio, anche il “fordismo” ha costruito la propria egemonia sul terreno materiale, attraverso la politica degli “alti salari”.
Parafrasando Gramsci si potrebbe dire che negli Stati Uniti l’egemonia neoliberista “nasce dalla finanza (non più dall’industria) e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia”.

4. Neoliberismo europeo e trasformismo della sinistra: un’ipotesi di mera restaurazione?

Secondo Burgio in Europa il processo di affermazione del neoliberismo avrebbe avuto invece una dinamica differente in quanto non sarebbe stato determinato dalla costruzione di un impianto egemonico operante (già) sul terreno delle condizioni materiali dei ceti subalterni e, quindi, non sarebbe stato sostenuto da elementi di relativa progressività sul piano del soddisfacimento delle esigenze economiche dei subalterni. Tale conclusione muove dalla constatazione (esatta) per cui nei paesi europei (si pensi all’Italia) la ricetta del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati non ha operato, così impedendo l’affermazione della pur effimera base materiale dell’egemonia costituita dal coinvolgimento del lavoro dipendente nella speculazione finanziaria.
L’assenza di conflitto nell’affermazione del neoliberismo, secondo l’autore, sarebbe da imputarsi esclusivamente alla sua egemonia culturale (e non materiale) e al trasformismo delle forze politiche e sindacali di sinistra, pronte a saltare sul carro del vincitore e a recepire acriticamente i principi e i dogmi del nuovo vangelo economico.
Secondo tale ragionamento, il processo europeo di affermazione del neoliberismo sarebbe stato peggiore di una rivoluzione passiva, in quanto privo di quei minimi effetti di relativa progressività per i ceti subalterni che caratterizzano ogni forma di rivoluzione-restaurazione. Ci saremmo, pertanto, trovati in presenza di una pura e semplice restaurazione.
Pur condividendo l’impianto generale e l’analisi del libro, sul piano critico, ciò che, forse, può essere eccepito alla stimolante riflessione di Burgio è l’assenza di una ipotesi di ricerca tendente ad individuare l’esistenza di vie proprie e originali (“non di marca americana”) che in Europa l’egemonia neoliberista potrebbe avere sviluppato (anche) sul terreno materiale ed economico.

5. Il “caso italiano” e la funzione del debito pubblico.

Con riferimento all’Italia, ad esempio, ciò su cui bisognerebbe interrogarsi è la natura e la portata della forza egemonica sul terreno materiale della scelta di conferire in tutto il trentennio neoliberista - al di là dei tanti proclami ideologici sulle virtù del libero mercato (la “fanfara” neoliberista) - permanente centralità al debito pubblico (in luogo del debito privato). Quest’ultimo aspetto avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento da parte dell’autore, e ciò anche in considerazione delle dimensioni socio-economiche del fenomeno. Si consideri che secondo i dati forniti da Luigi Pasinetti in un noto saggio pubblicato nel 1998 con il titolo “The myth (and folly) of the 3% deficit/Gdp Maastricht parameter” sul “Cambridge Journal of Economics”, nel caso dell’Italia, il debito pubblico è per la stragrande maggioranza (tra l’80 e il 90%) posseduto da soggetti residenti.
Come gli studi dello stesso Pasinetti dimostrano, una cosa è il giudizio sul processo di accumulazione passata del debito pubblico e altra e ben diversa cosa è la funzione che il debito pubblico svolge una volta formatosi. Il debito pubblico offre due facce della medaglia. Da un lato, è una passività per lo Stato (e, attraverso, lo Stato, per l’intera comunità), ma, dall’altro, rappresenta un insieme di attività finanziarie per il singolo individuo o le singole istituzioni (private o pubbliche) che ne detengono il possesso, permettendo loro di trasferire nel tempo il proprio potere di acquisito. Non esistono dubbi sul fatto che una tale funzione, nella misura in cui determina un effetto di spiazzamento delle attività finanziarie private a favore di quelle pubbliche, svolga un ruolo molto importante quale fattore di (relativa) maggiore stabilità finanziaria di un sistema. In altri termini, se si considera l’indebitamento totale (debito pubblico più debito privato), quei paesi (come l’Italia) che hanno un elevato debito pubblico mostrano un indebitamento privato decisamente più basso. Il che potrebbe essere una delle ragioni per le quali in Italia gli effetti della crisi non sono stati così devastanti come in paesi a elevato indebitamento privato quali gli Stati Uniti.

6. Ipotesi di lavoro.

Bisognerebbe chiedersi se la politiche del debito pubblico del trentennio neoliberista (ma analogo discorso si potrebbe forse fare, nonostante il contrario avviso dell’autore, per le politiche dei redditi e di concertazione introdotte con gli accordi del 31 luglio 1992 e del 23 luglio 1993 e che oggi, non a caso, Confindustria e governo Berlusconi si apprestano a smantellare con l’opposizione della sola CGIL) siano state solo finzioni sovrastrutturali o abbia portato concreti vantaggi materiali, sia pure minimi e transitori, ai ceti più deboli, così costituendo l’equivalente “di marca italiana” e sul terreno materiale, dei transitori ed effimeri vantaggi concessi ai ceti medi e agli operai americani attraverso il facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa. La transitorietà dei vantaggi materiali è, infatti, un dato comune anche alle ricette neoliberiste statunitensi. Basti pensare all’inferno nel quale il facile accesso all’indebitamento privato ha condotto oggi milioni di famiglie americane.
Se l’ipotesi di lavoro qui sommariamente abbozzata fosse fondata (debito privato sta agli USA come debito pubblico sta all’Italia) la categoria della “rivoluzione passiva” potrebbe essere recuperata anche per qualificare il neoliberismo di casa nostra. Il che non dovrebbe stupire né scandalizzare, ove si consideri che, per Gramsci, persino il fascismo, pur differenziandosi dal fordismo, era una “rivoluzione passiva” in virtù della componente corporativa che introduceva embrionali strutture di Stato Sociale.
La ricostruzione qui suggerita, infine, avrebbe il pregio di coordinarsi perfettamente con le ipotesi dell’autore circa gli sviluppi futuri della “crisi”, dando conto, con coerenza, della possibilità di involuzione, anche sotto il profilo delle garanzie democratiche di libertà, degli assetti politici ed istituzionali dei paesi occidentali, in termini di passaggio da una fase, per l’appunto, di “rivoluzione passiva” a una fase di vera e propria “restaurazione conservatrice”. Ragionando diversamente il possibile “salto di qualità” in termini di risposta regressiva delle classi dominanti non risulterebbe allo stesso modo apprezzabile.

Roberto Croce

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Il libro di Alberto Burgio sulla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, senza nulla concedere alle semplificazioni, si propone come uno strumento di conoscenza e lavoro per tutti coloro che vogliono andare alla radice di questa crisi e della sua genesi. Il libro è di agevole e piacevole lettura anche per i non specialisti.
La ricostruzione, accompagnata da una ricchissima bibliografia, parte, infatti, dalla conclusione della seconda guerra mondiale e dal periodo storico 1945 -1975, noto come i «trenta gloriosi». Il nodo centrale della ricostruzione storica è l'analisi di come gli Usa modellarono una fase di crescita che sembrava avere introdotto per sempre nel capitalismo una dimensione sociale eliminandone la congenita instabilità e di come si è poi arrivati alla fase neoliberista degli ultimi trenta anni. Infine si analizza criticamente l'esplosione della crisi uscendo dagli schemi semplificatori di molti altri libri e articoli, in particolar modo per quanto concerne il rapporto tra finanza e industria. Si punta il dito sul modello di accumulazione sviluppatosi dagli anni Novanta e sullo squilibrio sistemico del capitalismo e si affrontano le trasformazioni sociali avvenute in Italia a seguito dell'avvento del neoliberismo. Rilevare lo squilibrio sistemico del capitalismo, che oltre che ai capitalisti, appariva superato al personale politico occidentale, compresi i vari riformismi, consente di fare emergere la parabola discendente della prassi e del pensiero riformista sia in Italia che in Europa.
Tutto ciò sarebbe sufficiente a consigliarne la lettura. In questo volume però si sviluppa, contemporaneamente, una linea di analisi più coraggiosa e ambiziosa della sola ricostruzione critica di questa lunga fase storica. L'autore, infatti, sviluppa una riflessione sul presente attualizzando la domanda che Antonio Gramsci si pose sul perché Mussolini avesse vinto; insomma perché, in particolar modo in Europa, la rivoluzione neoliberista non ha incontrato una resistenza sociale, per non parlare di quella politica, all'altezza delle drammatiche conseguenze sociali che provocava? Su cosa si è basato il consenso di massa ottenuto, dai Bush, dalla Thatcher, da Berlusconi? Burgio, dopo avere richiamato anche l'esigenza di una riflessione sulle trasformazioni antropologiche avvenute - consumismo e individualismo -, ricostruisce, fuori da ogni imbastardimento, il concetto originario di Gramsci di «rivoluzione passiva», cioè di processi di trasformazione economica, sociale e politica diretti dall'alto. Tale concetto per essere utilizzato richiede, oltre alla direzione dall'alto, che le trasformazioni diano parziale soddisfazione alle istanze poste dalle classi subalterne e che vi sia l'assenza o la carenza del conflitto sociale.
Notoriamente in Gramsci tale concetto era associato all'analisi del trasformismo delle classi dirigenti italiane. L'autore ci ricorda che per Gramsci le rivoluzioni passive, così intese, sono «restaurazioni progressive», vi è cioè la capacità delle classi dominanti di fare i conti con importanti processi di trasformazione della società. Così definito il concetto, egli ne trae la conclusione che mentre negli Usa esso è pienamente utilizzabile, in Europa, specificatamente in Italia manca la condizione della parziale soddisfazione di esigenze delle classi subalterne che sono state solo vittime e non parzialmente beneficiarie, come negli Usa, della bolla speculativa finanziaria. Ne esce un atto di accusa molto radicale sui gruppi dirigenti del riformismo europeo, visti come un esempio di trasformismo, e la ricerca di una spiegazione meno politologica della crisi della rappresentanza politica a sinistra. In questo quadro si indica come maturi una pericolosa crisi democratica. Sarebbe di grande interesse fare interagire il richiamo alla spiegazione antropologica, nella linea di Pasolini e altri, con il concetto di rivoluzione passiva, il libro ce ne offre un'opportunità.
Negli ultimi due capitoli si affronta l'oggi, sia attraverso una valutazione critica delle misure adottate dai governi di tutto il mondo per uscire dalla crisi, sia rispetto alle prospettive aperte di fronte a noi. Il libro sottolinea l'ambivalenza della situazione odierna, e quindi la presenza di un'opportunità per una svolta radicale, senza nascondere i pericoli che dobbiamo superare. Si polemizza con grande forza contro il rischio, a sinistra, di una nuova fase di «pensiero desiderante che scambia la congettura per previsione e la previsione per analisi», in favore di un realismo attivo, basato sul conflitto sociale, la soggettività e la democrazia. Si tratta di trarre profitto dalla crisi di egemonia del capitalismo prima che si avvii una possibile nuova rivoluzione passiva, se non una crisi senza uscite. Si indica la via di un diverso modello di sviluppo, riassumendo quanto già elaborato dai saperi critici che a sinistra hanno in questi anni costruito delle opzioni di politiche alternative, sottolineandole la concretezza a fronte dell'irrazionalità del capitalismo.

Francesco Garibaldo



Una guerra contro il lavoro. La rivincita del capitale sulle conquiste sociali del ciclo precedente. E’ questa, in definitiva, la cifra con cui Alberto Burgio legge ed interpreta – nel suo ultimo libro – la grande trasformazione neoliberista degli ultimi 30 anni. Avvincente come un romanzo e documentato come un atto d’accusa, si legge nella quarta di copertina. Vero! Con un’attenzione scrupolosa alle cifre, Burgio ricostruisce con chiarezza genesi e geografia di un disastro. Un crollo mondiale, concomitante e irrefrenabile, del Pil, della produzione industriale, del credito a imprese e famiglie, dei consumi e dell’occupazione. Esplosa per l’insolvenza dei lavoratori sottopagati o disoccupati, la crisi si dispiega aggravando precarietà e disoccupazione. Le conseguenze socio-economiche di ciò sono prevedibili e dirompenti, laddove l’entità delle risorse necessarie al contrasto assume proporzioni tali da scardinare ciò che resta delle retoriche rigoriste che questa crisi hanno concorso a determinare. La situazione italiana è, se possibile, ancora più drammatica. Debito pubblico, salari, precarietà, disuguaglianza, famiglie povere. L’effetto del keynesismo delinquenziale dell’establishment nazionale degli anni 80-90, eversivo in alcune sue componenti e capace di dilapidare alcuni fra i settori strategici del nostro sistema industriale. La società si dissolve nei suoi estremi: senza legge in alto, senza diritti in basso. Non si fa politica industriale e dell’innovazione ma la colpa di tutto viene scaricata sul costo e sulla produttività del lavoro. Della Costituzione democratica e fondata sul lavoro non rimane che una parvenza.
Il contesto in cui matura questa rivoluzione conservatrice è quello della globalizzazione neoliberista. Le conquiste degli anni 60-70 vengono messe fra parentesi e il capitale è ora in grado di restaurare il ciclo storico precedente. Con una valutazione che da sola richiederebbe un supplemento di analisi, Burgio ritiene che tale smottamento sia dovuto non poco alla fine dell’URSS, concepita come riferimento fondamentale e termine di paragone con cui il capitalismo è stato costretto a misurarsi. Una tesi alla Hobsbawm. D’accordo, ma fino a quando? E a quali costi per quei popoli sottomessi? Di certo però c’è che a partire dagli anni 80 il capitale si prende la sua rivincita. Cerca lo scontro campale e vince (controllori di volo USA, minatori inglesi, operai Fiat e non solo da noi). Luoghi e attori della democrazia vengono via via espropriati di ogni potere reale, che si concentra nelle mani di una tecnocrazia globale fatta di multinazionali, operatori finanziari e società di rating.
Ma perché il mondo del lavoro subisce così pesantemente senza reagire? L’analisi di Burgio è gramsciana: questioni di egemonia e di rivoluzione passiva. I mutamenti del lavoro dissolvono le condizioni che avevano favorito l’ascesa operaia laddove, con un controllo pervasivo dei media, il capitale si riappropria di una egemonia culturale, foriera di una vera e propria svolta antropologica.
Il degrado italiano, per parte sua, è anche figlio del degrado della sinistra, che introietta con zelo esagerato le teorie della governabilità e della modernizzazione su cui la incalza l’avversario. Se oggi siamo un paese intossicato e assuefatto a tutto è anche a causa del vuoto lasciato a sinistra. Fra le sue cause recenti vi sarebbe per Burgio un antico vizio nazionale: il trasformismo. La fine del PCI e la concertazione sindacale rappresentano, ai primi anni ’90, gli eventi che per Burgio marcano il passaggio di fase. L’A. è ben conscio del carattere epocale entro cui, anche da noi, maturano le cause dell’arretramento. E tuttavia, scrive, c’è sconfitta e sconfitta. E ad andare perduta è stata, prima di tutto, l’autonomia culturale e strategica. Ci si carica dell’interessa nazionale ma col risultato di avallare, in un paese iniquo e incline all’illegalità, un risanamento pagato tutto dal mondo del lavoro. Troppe concessioni, in sostanza, senza contropartite per il mondo che si vuole rappresentare.
A questo punto la replica non può che essere: qual’era l’alternativa? Si potevano aggirare i vincoli della nostra collocazione internazionale? All’estero è andata tanto diversamente? Era ipotizzabile la conservazione del PCI? E quanto a lungo? E che dire di un’alternativa antagonista a relazioni industriali già estenuate dalle sconfitte degli anni 80? La lotta infatti c’era stata, ma la si era persa e a più riprese. E questo Burgio, forse, non lo sottolinea abbastanza.
Di contro però, nessun protagonista di questi anni può chiamarsi fuori rispetto al disastroso bilancio politico e sociale che è sotto gli occhi di tutti. Che non ci fossero veramente alternative va’ argomentato e provato, sul piano storico e politico, alla luce di ciò che ne è derivato. E quest’onere è tutto di chi quelle scelte ha voluto e perseguito. In questo Burgio ha perfettamente ragione.
Oggi, con la crisi, possono effettivamente aprirsi nuove opportunità. Ma quali? La ricetta di Burgio, intellettuale e militante comunista, è un ritorno all’organizzazione e all’antagonismo sociale. Un ripristino dell’impianto classista laddove egli stesso deve ammettere una tendenziale estinzione delle classi sociali, sia pure come esito regressivo in atto Il ceto medio scompare forse come classe in sé, ma la sua soggettività (stili, valori, culture) resiste alla crisi materiale che la attanaglia. La sua proletarizzazione economica non prelude affatto, crediamo, ad una sua proletarizzazione socio-politica. Piuttosto è il proletariato che ci pare “cetomedizzarsi” sul terreno della soggettività.
C’è poi l’obiettivo di un ricompattamento politico, in grado di riportare a sintesi una soggettività oggi dispersa, precarizzata e colonizzata ideologicamente. Ma in che modo? Ciò che per il momento ci tocca constatare è che sotto la spinta potente delle retoriche populiste, in Italia come in Europa, prende corpo una drammatica secessione di massa da quel poco che è rimasto di tutte le ideologie novecentesche del movimento operaio. Del resto, se di svolta antropologica si è trattato, si capisce come il compito che abbiamo di fronte risulti a dir poco titanico.

Salvo Leonardi

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Da ormai dieci anni, dai tempi di Modernità del conflitto e attraverso il recente Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno , tutti pubblicati da DeriveApprodi, Alberto Burgio si impegna in un intenso corpo a corpo con i problemi della composizione, della soggettività e della lotta delle classi nella modernità capitalistica con i metodi e il rigore dello studioso messi al servizio di una militanza politica e intellettuale esplicitamente assunta. Questo suo ultimo lavoro - Senza democrazia. Per un'analisi della crisi , (DeriveApprodi, Milano 2009, pp.288, euro 15) - si propone di fornire ai lettori gli strumenti per comprendere l'attuale situazione del mondo del lavoro e della sinistra e per spiegare come i conflitti ineludibili che sorgono in luoghi e momenti diversi non riescano a collegarsi e a farsi rappresentare efficacemente. Senza democrazia : il titolo denuncia la situazione prodottasi nelle nostre società, nelle quali i soggetti implicati nei conflitti in passato definiti di classe non riescono a determinare le scelte generali. La grande speranza che il suffragio universale aveva aperto fin dal 1793, che le minoranze privilegiate sarebbero state accerchiate dalla volontà delle maggioranze consapevoli dei propri diritti sembra oggi illusoria.
In questi anni non sono mancate analisi lucide e rigorose della crisi e del rapporto fra la finanziarizzazione e la perdita di potere dei lavoratori organizzati. Non pochi economisti denunciano lo scandalo della costante riduzione dei salari in tutto il mondo capitalistico ma criticano anche la pura indispensabile richiesta di politiche di redistribuzione della ricchezza, proponendo invece vere e proprie politiche industriali. D'altra parte molte analisi sulla potenza dell'immaginario, abbinata a quell'invenzione della tradizione di cui le Leghe sono diventate esperte - che sono state messe in campo per spiegare la peculiarità del dominio esercitato dalla destra italiana nell'ultimo ventennio - trascurano spesso la contraddizione in ultima istanza e finiscono per limitarsi a una battaglia anche coraggiosa nel campo del costume, del quotidiano, dell'etica, o della contestazione del dominio biopolitico.
L'analisi di Burgio ha l'ambizione di analizzare le classi e le loro possibili soggettività dentro la crisi del capitalismo finanziario globale. Nei primi capitoli riassume e sistematizza le vicende della finanziarizzazione dell'economia e della politica di guerra della presidenza Bush, l'esplosione della "bolla speculativa" immobiliare, l'insolvenza generalizzata delle classi lavoratrici trascinate in una politica di credito al consumo che si era manifestata già nella crisi del '29. Ma per comprendere gli effetti sociali di questi processi utilizza la categoria gramsciana di "rivoluzione passiva" e l'applica al nostro presente. Specialmente nel quarto capitolo, "Egemonia e rivoluzione passiva", Burgio spiega i comportamenti collettivi di tanta parte del mondo del lavoro che in Europa e negli Usa come l'effetto dell'introiezione da parte della sinistra politica delle ragioni dell'avversario e dunque della superiorità del mercato capitalistico - che ha ben diverse finalità e razionalità - nel rispondere in ultima istanza ai bisogni economici, sociali e simbolici di tutti. A un capo di questo processo, l'implosione dell'Urss che «come ebbe a scrivere Guy Debord, ... tolse alle democrazie occidentali ogni incentivo alla virtù» e ai lavoratori organizzati, dall'altro il paradosso tragico dei fondi pensione.
La globalizzazione mercantile e finanziaria ha prodotto la ristrutturazione oligarchica dei centri di decisione. Le delocalizzazioni, le esternalizzazioni, i mutamenti dell' organizzazione del lavoro hanno contribuito a provocare una disgregazione corporativa della società, in cui il conflitto delle classi fondamentali è ideologicamente riletto come frizione, come concorrenza fra ceti e gruppi. Tale lettura è uno degli effetti della "rivoluzione passiva". A questo proposito, un passo del volume va raccomandato in particolare all'attenzione e lo cito quasi interamente: «Il mutamento trasformistico della sinistra italiana... è avvenuto nel segno della "scoperta della complessità" che ha indotto dirigenti politici e sindacali a dismettere la prospettiva classista». Contro letture riduttive e caricaturali, Burgio rivendica invece la modernità creativa del marxismo, per leggere le difficoltà attuali dei lavoratori e dei partiti che ad essi fanno riferimento ma anche per individuare le possibilità di un nuovo modello di sviluppo che ridia ad essi la capacità di autolegittimarsi anche soggettivamente. In un capitalismo in cui - come dice la presentazione editoriale del volume - «le forze produttive sociali si sono sviluppate in misura tale da surclassare le capacità metaboliche del capitalismo, che non è stato più in grado di metterle pienamente in valore e di alimentarne lo sviluppo in forme socialmente progressive» il volume permette di mettere meglio a fuoco una strategia, di lungo periodo, di emancipazione sociale.

Maria Grazia Meriggi


16 giugno 2009

Nicolò Bellanca : la destra e le coalizioni

 Massimo D’Alema sottolinea spesso che l’Italia è un paese strutturalmente di destra, e in effetti la sinistra non è mai andata al di sopra del 35% dei voti, e spesso, come in questa fase, ne è ben al di sotto. Ma quali ne sono le ragioni? La presenza della Chiesa Cattolica e del Vaticano è una motivazione sovente richiamata. Ma forse tale influenza, certamente ingombrante, è un risultato non la causa, e i motivi sono più strutturali, nella composizione sociale del paese. La base elettorale della DC era assai complessa, in una certa misura interclassista, e basata sulla spaccatura del lavoro dipendente fra tute blu, comuniste, e pubblico impiego, bianco. Il PCI annoverava fra le sue fila anche molti artigiani, che si sentivano allora vicini agli operai, mentre sono ora lontani dalla sinistra. Oggi le cose sono infatti cambiate. Le indagini dei politologi ci spiegano che il lavoro dipendente tende ancora a votare a sinistra, ma non tutto, lo fa soprattutto quello del settore pubblico, che ha perduto molti dei privilegi accordatigli dalla DC, quello più istruito e con reddito medio-alto. I politologi affermano con grande certezza che la base elettorale di Berlusconi consiste principalmente di casalinghe (queste caratterizzate da bassi livelli di istruzione) e di lavoro autonomo, ma oscillanti fra i due schieramenti sono anche il lavoro dipendente esecutivo e meno istruito, e i disoccupati[1]. In un mutamento genetico che è lo specchio del cambiamento dei valori dominanti, i giovani istruiti hanno teso a votare a destra nelle ultime elezioni . Lasciando da parte quest’ultimo gruppo, la questione è che lo zoccolo duro di Berlusconi, casalinghe e lavoro autonomo ha nel paese una ampiezza sconosciuta a nord delle Alpi.



La tabella mostra come sia il tasso di attività che quello di occupazione erano nel 2007 assai più bassi in Italia (62,5% e 58,9%, rispettivamente) che nell’Europa a 15 (71,8% e 66,8%), Spagna inclusa. Se si considera poi la solo componente femminile (50,6% e 46,8% in Italia contro 64,6% e 59,5% nell’UE), si capisce come attraverso Mike Bongiorno Berlusconi possa facilmente plasmare la mentalità di milioni di casalinghe poco istruite. Ma indipendentemente dalla televisione, è la stessa condizione di casalinga con il suo portato di isolamento che non favorisce la consapevolezza dei problemi e la maturazione politica. Per molti versi la medesima cosa si può dire per i maschi disoccupati, inoccupati o occupati in lavori precari. La medesima tabella mostra come rispetto a una media europea del 15,8% di lavoratori autonomi, nel nostro paese la quota sale al 26,4%. Senza volerlo demonizzare, il lavoro autonomo è costituzionalmente portato a un atteggiamento più individualista e meno solidale, ciò che si manifesta palesemente con l’elevata evasione fiscale fra esso annidata, tranne usufruire in maniera opportunistica dei servizi pubblici. In sintesi, in Italia lavorano in pochi, e la quota di quelli che lavorano consiste in maniera anomala di lavoratori autonomi. Una radice della debolezza della sinistra è certamente in questo.

Se questa è la fotografia, quali strategie si prefigurano per la sinistra, quali alleanze? Il tema delle coalizioni è tradizionale nella sinistra, da Gramsci all’esperienza socialdemocratica svedese basata sul sodalizio del partito operaio con quello dei contadini. In un articolo, già opportunamente discusso su E&P da Nicolò Bellanca, Cristiano Antonelli[2] ripercorre le politiche delle alleanze proposte o attuate dalla sinistra nel passato, e propone per il futuro che le nuove professionalità relative alla cosiddetta società dell’informazione diventino nuovo punto di riferimento (p.23), non attardandosi a difendere, da un lato le produzioni “fordiste” (p.14), e dall’altro le rendite che si annidano nel pubblico impiego (p.20). Le nuove professioni sembrano invero una base sociale un po’ ristretta per l’ambiziosa sinistra di orientamento “liberalsocialista” basata su una “coalizione per la crescita” propugnata da Antonelli; così come la sua apologia del passaggio a una società dei servizi - che in Italia sembra fatta di call center più che di terziario avanzato - in luogo della tradizionale manifattura (pp.13-17) appare contraddittoria con l’esaltazione della capacità di esportazione della piccola-media industria manifatturiera italiana, seconda in Europa, ci ricorda l’autore, solo a quella tedesca (p.18)[3]. Tuttavia, il richiamo di Antonelli alla necessità di pensare a coalizioni progressiste è importante, pur nella poco incoraggiante struttura socio-produttiva italiana sintetizzata nella prima parte di questo articolo. D’altronde un proposta politica di sinistra che sia concreta (ammesso che la sinistra sia interessata a questo, cosa che v’è da dubitare), deve puntare a difendere degli interessi e non altri. In questo senso si tratta di capire meglio la struttura del lavoro autonomo, distinguendo fra parassitismo (i topi nel formaggio di Sylos) e professionalità rilevanti per la competitività del paese; comprendendo come si possa recuperare il consenso nel mondo dell’artigianato e della piccola impresa, e così via. Il grande timore di questo mondo è riassumibile in una sola parola: tasse. Si può dire qualcosa di sinistra che consenta tuttavia un recupero di consenso in questa direzione? E alla casalinga di Voghera la sinistra può dire qualcosa di interessante (e farsi capire)? E come venire incontro alle paure del lavoratori indipendenti che sfuggono all’egemonia della sinistra - per esempio nei riguardi dell’immigrazione in maniera equilibrata? l dibattito è aperto: politologi e studiosi del sistema fiscale si facciano avanti[4].


28 aprile 2009

La litania degli specialisti

E' incredibile come, alla vista di uno stronzo, molti volan come mosche.
E' successo a Gnègnè che nella querelle televisiva tra Brunetta e Bignardi, abbia subito bastonato la seconda, il cui peccato, a dir la verità, mi sembra (a vedere parte del filmato) lieve (sempre partendo dal presupposto che non si può pretendere molto da lei e dall'altro presupposto che io non la vedo quasi mai).  Mi sono premunito di vedere dalla Rassegna stampa della Camera dei Deputati gli articoli di giornale raccolti dal 1998 ad oggi che abbiano come riferimento Giacomo Brodolini. Gli articoli sono tre :
uno di Guglielmo Epifani, uno di Nerio Nesi, l'ultimo di Sergio Romano. Renato Brunetta, a vedere i 670 (!) articoli conservati, non ha dedicato alcuna pagina di giornale a Giacomo Brodolini.  Lo ha riesumato giusto per fare il saccente l'altro giorno.
Probabilmente, per il nostro ministro, Brodolini è un grande patriota, famoso per aver dato il nome ad una fondazione di cui Renato Brunetta è stato presidente. Sarebbe interessante vedere anche se Brunetta abbia bacchettato il suo compagnuccio Vittorio Feltri, che su Brodolini
pure sembra sia inciampato.
Il fatto è che molti forzuti del web pensano che la cultura si possa accompagnare all'arroganza ed alla maleducazione. E questo è un triste segno dei tempi. In quasi tutte le comparsate che ho visto del ministro Brunetta, egli non si differenzia punto dai vari Vito, Schifani, Sgarbi, Taormina nell'interrompere continuamente l'interlocutore, nell'offendere, nell'applicare meccanicamente le peggiori trovate retoriche per affermarsi nella tenzone televisiva. Con la Bignardi non ha fatto eccezione.


Citato da Gnègnè ? Voglio tornar in galera...

Gnègnè poi ha citato Gramsci. Il tema è interessante, ma a mio parere trova risposta nel fatto che chiunque, di fronte ad un tema che ha conseguenze rilevanti per la propria vita, prova su questo tema a farsi un'opinione con il tempo, le informazioni e le metodologie che ha a disposizione. E tende a comunicare ad altri l'opinione che si è fatta. I giornalisti non sono da meno. Di fronte a questa cultura fai-da-te non c'è da scandalizzarsi. Se la si reputa insufficiente si partecipa al dibattito pubblico e si cerca di raffinarla nel concreto, se si ritiene di esserne capaci. Non c'è scorciatoia metodologica o censura che possa avere effetti migliori.


29 marzo 2009

Pasquale Voza: a proposito di Di Vittorio

Sul piano del senso comune, anche (se non soprattutto) in riferimento alle coscienze giovanili, quella che si potrebbe chiamare la cultura diffusa del revisionismo ha finito coll'imporre un Novecento seccamente semplificato e "liberato" della sua reale complessità storica e ridotto ad una sorta di bene culturale e spirituale di cui fruire in un consumo inerte e pacificato, che si può ricondurre ad una nuova forma di "americanismo", inteso come terreno esemplare di caduta netta di ogni rapporto critico col passato e col presente, e con le forme culturali e ideologiche dell'uno e dell'altro. E ciò, in generale, si sposa bene con l'estetica televisiva imperante, con i suoi codici e il suo linguaggio, con il suo pervasivo potere sovradeterminatore di spettacolarizzazione. Ebbene, ad onta delle generose e insieme acute considerazioni dell'attore Pierfrancesco Favino (presenti nell'intervista rilasciata a "Liberazione" sabato scorso), si deve dire che la fiction televisiva, Pane e libertà , incentrata sulla figura di Giuseppe Di Vittorio, è profondamente connotata da un'epica mèlo, che non ne costituisce solo la cifra stilistica ma ne diventa il vero contenuto («lo stile è la cosa», diceva a suo tempo De Sanctis).
Tuttavia ciò non toglie, anzi rende ancora più necessario, che si torni a riflettere criticamente sulla straordinaria esperienza politica, culturale, umana del grande dirigente sindacale, sugli aspetti e i significati della sua lezione. Lo scrittore lucano Carlo Levi ebbe a dire che Di Vittorio «era una figura rara, di chi aveva conservata intatta la sua prima natura, il modo di porsi nel mondo di un bracciante».



Questa notazione sulla conservazione intatta della prima natura è utile, in qualche modo, per comprendere un nodo essenziale della storia di Di Vittorio, il suo passaggio dal sindacalismo rivoluzionario al comunismo e insieme la sua capacità di far rivivere dentro di sé la spinta fondativa di quella prima esperienza in forme del tutto peculiari. Gramsci, già nell' Ordine Nuovo , ma poi ancora più decisamente nei Quaderni , criticava severamente il sindacalismo teorico (espressione con la quale egli intendeva riferirsi anche al sindacalismo rivoluzionario), e lo giudicava una forma di catastrofismo, l'altra faccia del liberismo economico e politico, con cui di fatto condivideva la separazione di economia e politica, ma con una funzione politica opposta, dal momento che, volendo essere l'ideologia di un gruppo subalterno, esso finiva col perpetuarne la condizione di subalternità. Ma è anche vero che lo stesso Gramsci, al tempo di Alcuni temi della quistione meridionale , aveva affermato che il sindacalismo rivoluzionario era «l'espressione istintiva, elementare, primitiva, ma sana, della reazione operaia contro il blocco con la borghesia e per un blocco coi contadini e in primo luogo coi contadini meridionali».
Ebbene la lotta, la passione tenacissima di Di Vittorio per la democrazia sindacale si nutriva, in forme nuove, di quell'antico spirito di scissione. Il famoso episodio dell'accordo che, inviso ai lavoratori, fu stracciato da lui con un deciso, "clamoroso" gesto simbolico, ci parla di questo, di una idea di democrazia sindacale come terreno di connessione organica dei lavoratori, come terreno fondamentale di soggettivazione politica, di «comprensione critica di se stessi» (Gramsci), di formazione della coscienza politica (e sarebbe altresì da interrogare la sua visione dei rapporti tra la forma-partito e la forma-sindacato). Si tratta certamente di una lezione assai viva oggi, nel tempo delle democrazie oligarchiche, delle derive neo-corporatiste e concertative del movimento sindacale, della frammentazione atomistica della società, nel tempo in cui i processi di soggettivazione critica e antagonistica sono quasi uccisi, resi impossibili dalla dilatazione tendenzialmente totalitaria del capitalismo post-fordista.
In una fase storica difficilissima, tra il '49 e il '50, Di Vittorio e la Cgil elaborarono e proposero il "Piano del Lavoro" per tentare una fuoriuscita politica dallo stato di isolamento e di repressione in cui versavano il movimento operaio e il sindacato. Ma esso fu soprattutto - come osservò Trentin in un convegno del '75 - «il tentativo di saldare tutta la tematica dell'unità sindacale con un disegno di ricomposizione dell'unità di classe intorno a obiettivi che costituissero un'alternativa positiva alla rottura lacerante dell'equilibrio politico e sociale preesistente». Quella di Di Vittorio fu, insomma, una peculiarissima, "drammatica" e radicale internità al mondo del lavoro e al movimento operaio: ciò motiva e spiega, fino in fondo, l'autonomia dalla posizione del suo Partito e la condanna dell'invasione sovietica dell'Ungheria nel '56: egli affermò solennemente che «il progresso sociale e la costruzione di una società nella quale il lavoro sia liberato dallo sfruttamento capitalistico, sono possibili soltanto con il consenso e la partecipazione attiva della classe operaia e delle masse popolari, garanzia della più ampia affermazione dei diritti di libertà, di democrazia e di indipendenza nazionale».
Vorrei concludere con un episodio emblematico, che racchiude la figura e l'opera di Di Vittorio. Ne ha parlato Bruno Trentin, nel 1992, in occasione del centenario della nascita. Era il congresso della FSM nel 1954. Di Vittorio era relatore su "Problemi e obiettivi dei movimenti sindacali nei paesi del terzo mondo": la sua relazione aveva incontrato un dissenso quasi insuperabile in tutti i sindacati dei paesi dell'est e anche nei sindacati di tradizione comunista di molti paesi occidentali. La «bestemmia» - ricorda Trentin - era quella di parlare di un grande sindacato protagonista con una grande funzione dirigente nazionale, laddove in tutti i continenti, alla testa non poteva che esserci il partito mentre il sindacato non poteva che venire dopo.
Per replicare a questo dissenso, egli si rivolse ai delegati al congresso, ai tanti lavoratori del terzo mondo, dell'Africa, dell'Asia, dell'America latina e, chiamandoli a rispondere al suo appello, disse: «Vedo davanti a me tante facce, vedo dei neri, vedo di quelli che sono proprio neri neri; vedo dei bianchi, dei gialli, dei mezzi neri come me, ma tutti insieme, con voi, siamo il sindacato di domani». Il congresso esplose in un grandissimo applauso liberatorio: forse era stata la sua «prima natura» (di cui aveva parlato Carlo Levi), e la comprensione critica di se stessa, a suscitargli quelle parole.


8 marzo 2009

Giorgio Baratta :La cosmopoli di Gramsci, antidoto al leghismo

 Il crollo del socialismo reale e il rigonfio dell'americanismo, la violenza arrogante dell'era Bush e il trionfo dei fondamentalismi che mette in crisi le acquisizioni del postcolonialismo, la globalizzazione economica e mediatico-culturale, ora la crisi, hanno determinato e determinano in varie parti del mondo il risveglio di interesse per il pensiero di Gramsci. In un senso paradossale, ma non peregrino, il suo modo-metodo di pensare appare per alcuni versi più attuale oggi rispetto al periodo nel quale egli scriveva. La sostanza internazionale del pensiero di Gramsci e, insieme, il motus - crescendo regionale-nazionale-continentale-mondiale che essa sprigiona, sono la ragione della sua fortuna oggi, diversa da quella di ieri. Il focus sta nella consapevolezza della mondializzazione della politica a dominanza americana, a fronte della certezza che la filosofia della prassi, animata da un autentico «filosofo democratico» o «pensatore collettivo», delinea o può delineare un orizzonte pratico-teorico nel quale morendo, come muore, il "vecchio", si profila all'orizzonte il "nuovo", anche se per ora, come Gramsci scrive nel Quaderno 3, «non può nascere». Che cosa fosse e cosa potrà essere questo "nuovo", è il suo, e nostro, sogno di una cosa. Nel Quaderno 1 Gramsci rivendica, differenziandosi da Lenin e dalla linea di pensiero dell'Internazionale, la fioritura di una nuova fase del capitalismo, che si annuncia attraverso il primato economico e politico degli Stati Uniti e l'egemonia americana/americanista. In questo contesto egli ripropone la questione meridionale - affrontata a livello tutto italiano nelle Tesi del 1926 - in una dimensione internazionale, rispetto alla quale l'emblematico, per l'Italia e l'Europa «mistero di Napoli», si ricollega a tutti i Sud del mondo, in particolare a quei Paesi asiatici, come «l'India e la Cina», ove si presentano il «ristagno della storia e l'impotenza politico-militare». Tuttavia già nel Quaderno 2 Gramsci lumeggia un possibile transito: «Se la Cina e l'India diventassero nazioni moderne, con grandi masse di produzione industriale» e «si sposterà l'asse della politica mondiale dall'Atlantico al Pacifico», che cosa accadrà? Si capisce bene la prudenza politico-programmatica di Gramsci in un «mondo grande e terribile» che risulta, «specialmente per chi è in carcere, sempre più incomprensibile». 



Un punto fermo è l'insistenza, anche metaforica ed espressiva, di Gramsci sulla categoria "mondo", spia della centralità del cosmopolitismo=nuovo internazionalismo nel ritmo del suo pensiero. Gli studi geo-politici e culturali (ad es. di Boothman, che interverrà sull'Islam a Cagliari) hanno avviato la «filologia vivente» di questa dimensione.
Banco di prova di un «moderno cosmopolitismo», a partire dal «vecchio centro», in via di sfaldamento, è, per un verso, la «crisi italiana», per altro la questione europea. Di qui la singolare e problematica, ma efficace espressione: «una nuova cosmopoli europea e mondiale». A che cosa pensa Gramsci?
Nel Quaderno 9 leggiamo: «Nel Risorgimento, Mazzini-Gioberti cercano di creare il mito di una missione dell'Italia rinata in una nuova Cosmopoli europea e mondiale, ma è un mito puramente verbale e cartaceo». A fronte di questo cosmopolitismo «tradizionale, gonfio di retorica e di ricordi meccanici del passato», che aspira a modernizzarsi coniugandosi, sia pure da posizioni arretrate, con l'«uomo-capitale», Gramsci ribadisce che «l'espansione italiana è dell'uomo-lavoro non dell'uomo-capitale. Il cosmopolitismo italiano non può non diventare internazionalismo. Non il cittadino del mondo, in quanto civis romanus o cattolico, ma in quanto lavoratore e produttore di civiltà». E' cieco chi non veda in questo passo lungi-mirante un modello passato del ricongiungimento, che il presente quadro politico italiano ci offre, tra le godurie mediatiche dell'«uomo capitale» e i rigurgiti clerical-fascisti di «ricordi meccanici del passato». Quel che stona con l'oggi è evidentemente la pars costruens , che manca, cioè l'italiano uomo-lavoro produttore di civiltà.
Dalla Sardegna all'Italia, all'Europa, al mondo: «l'unificazione del genere umano» - analiticamente la ripresa di ciò che Marx una volta chiamò il «comunismo del capitale», progettualmente la trasformazione del senso comune in comunismo socialista - è un leit-motiv nascosto, a volte affiorante, nelle pieghe di tutti i Quaderni . Abbiamo parlato dell'Italia. Guardiamo all'Europa, anche qui nella tensione passato-presente. L'"europeismo" di Gramsci è una convinzione fortissima. Dal quaderno 6: «Esiste oggi una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione sarà realizzata la parola "nazionalismo" avrà lo stesso valore archeologico che l'attuale "municipalismo"».
Il punto delicato, oggi in questione, è il nesso che Gramsci stabiliva tra Europa e Nuova Cosmopoli. Si registra un paradosso: mai come oggi l'unione europea è apparsa tanto fragile e politicamente inconsistente; mai come oggi, tuttavia, la ricerca di un'alternativa al "nuovo ordine mondiale" "di marca americana" dimostra un bisogno urgente di iniziativa dell'Europa - "potenza di mediazione" - congeniale a quella che Gramsci chiamava «una moderna forma di cosmopolitismo». La gramsciana dialettica del contrappunto tra forme plurime di appartenenza e comunanza degli individui, ha rappresentato e rappresenta una grande sfida contro la tragica mania identitaria che ha in gran parte caratterizzato, in difetto di prospettive concretamente internazionaliste, la storia del Novecento e di questo inizio di secolo. Così Gramsci ha potuto ragionare sul valore politico del suo ancoramento alle proprie radici in Sardegna e insieme ha esplicitato l'esigenza di una radicale fuoriuscita dal suo originario «triplice o quadruplice provincialismo» al fine di abbracciare una coscienza, più che nazionale, "europea": coscienza difficile, che non può, né deve chiudersi in se stessa, in un'epoca, come si dice nel Quaderno 2, nella quale «l'Europa ha perduto la sua importanza e la politica mondiale dipende da Londra, Washington, Mosca, Tokyo più che dal continente».
Il nostro Convegno affronta Gramsci e la "sua" Europa fuori dell'Europa: tematizza la presenza dell'Asia e dell'Africa nel suo pensiero, e insieme l'attualità di esso in questi continenti. Sono noti i processi di studio e di uso produttivo di Gramsci in Asia, come dimostrano i Subaltern Studies fondati da Guha in India. E l'Africa? Il Convegno è una promessa, quale tematizzazione di un argomento certo secondario, ma non irrilevante nei Quaderni. Uno studioso della letteratura senegalese immaturamente scomparso, Werner Glinga, delineò, in una magistrale analisi nel Convegno romano del Cipec del 1987, nel quale fu concepita la IGS, il "triangolo della schiavitù" tra Africa, Europa, America, che Gramsci aveva tenuto presente. Il grande intellettuale nero Cornel West - allora consulente di Jesse Jackson, candidato alternativo a Reagan per la presidenza degli Stati Uniti, così come quest'anno è stato un promotore della candidatura di Obama - mise in guardia, in una videorelazione a quello stesso convegno, dall'uso dell'apocope "afro-americano", sottolinando la necessità, financo linguistica, di lasciare spazio all'eredità africana della nazione americano-statunitense.
Certo ancora non sappiamo in che cosa consisterà quella che già che viene chiamata l'era Obama. Siamo solo agli albori. Tendenzialmente i suoi compiti si possono caratterizzare con l'articolazione: riforma economica, rivoluzione simbolica, mutamento dello scenario internazionale (per non parlare di ecologia): momenti diversi - difficile dire se solidali o in contrasto tra loro - di una medesima problematica, estremamente complessa.
Come si presenterà il volto dell'America e dell'americanismo con Obama? Che cosa dirà Gramsci?


23 giugno 2007

La storia nera della Fiat

Se siete degli inguaribili romanticoni alla Veltroni, che credono che tutte le cose vecchie siano belle e che la Fiat sia la nonna d'Italia, qualcosa di simile a Pelagalli delle figurine Panini, andate a leggere il post del compagno Korvorosso. E poi meditiamo, gente, meditiamo....


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28 maggio 2005

Dall'egemonia gramsciana all'egemonia diessina

In tre mosse:
1. Ecce Bombo: Nanni Moretti celebra le espadrillas, il brodo di gallina della mamma
2. L'Unità: Walter Veltroni celebra Pelagalli, Fumagalli e l'Olimpo delle figurine Panini
3. Quelli che il calcio: Fabio Fazio porta all'apoteosi Enzo Biagi, Mike Bongiorno e i fratelli Bundy
4. Prossima tappa: Lupo Alberto sposerà la gallina di cui è innamorato


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