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10 settembre 2010

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 

 

 

 

 

A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.


9 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Sweezy, Sternberg e Baran secondo Denis

Sweezy, Sternberg e Baran mettono in evidenza il fatto che l’evoluzione dei paesi capitalistici progrediti non può essere più studiata isolatamente, dato che fa parte di un processo mondiale i cui diversi momenti vanno presi in considerazione simultaneamente. La fondamentale contraddizione interna della produzione capitalistica porta all’espansione, all’interazione sistematica ed al conflitto verso la realtà esterna. Quest’ultima poi conduce ad una ristrutturazione della situazione interna la quale viene liberando le forze che spingono verso un nuovo ordine mondiale. Sternberg rifiuta la concezione di Hilferding, ripresa da Lenin, che definisce l’imperialismo come una conseguenza dello sviluppo dei monopoli. Egli dice infatti che la spinta imperialistica si manifestò in Inghilterra ed in Francia molto tempo prima che si potesse constatare una concentrazione monopolistica appena considerevole.

 

 

L’appoggio fornito dagli imperialisti europei alle feudalità locali ed all’azienda artigianale non potrà più durare a lungo in Asia. È estremamente improbabile che in questa parte del mondo una lunga fase di capitalismo liberale conduca l’economia dallo stadio feudale e precapitalistico a quello delle grandi aziende monopolistiche e dei colossali concentramenti finanziari. Tutto porta invece a ritenere che in parecchi paesi asiatici l’alleanza dell’imperialismo con la feudalità sarà spezzata a vantaggio di un sistema economico che darà di colpo allo stato un compito decisivo nello sviluppo e nella modernizzazione sia dell’industria che dell’agricoltura. Baran dimostra che l’imperialismo ha ingenerato il sottosviluppo e che le regioni arretrate non possono colmare il divario che le separa da quelle progredite nel quadro del modo capitalistico di produzione. Le prime infatti continuano ad essere dominate dalle seconde che le riducono a strumenti del proprio arricchimento e della propria potenza.

Sweezy sembra anche lui ammettere che nel periodo del capitalismo concorrenziale i mercati esteri non abbiano assolto ad una funzione essenziale nello sviluppo economico europeo. La sua teoria si basa sull’idea che, nel corso dello sviluppo capitalistico, il risparmio della classe borghese tenda a costituire una parte sempre più grande del reddito nazionale, poiché i profitti hanno la tendenza ad aumentare più rapidamente dei salari e poiché quindi si manifesta nei capitalisti la propensione a risparmiare una aliquota sempre più cospicua dei loro redditi. Ma allora, se tutto il risparmio si investe, non può non accadere che l’investimento cresca più celermente del consumo effettivo. Se poi le tecniche produttive non si modificano, la produzione di beni di consumo aumenta ogni anno nella stessa percentuale dell’investimento. La produzione dei beni di consumo dunque cresce più rapidamente del consumo effettivo e la conseguenza inevitabile è la crisi. Denis obietta che non sembra effettivamente possibile sostenere che la produzione di beni di consumo cresca necessariamente allo stesso ritmo degli investimenti. Sostenendo questa tesi si trascurerebbe il fatto che le nuove attrezzature possono essere utilizzate per fabbricare degli altri beni di produzione supplementari e non dei beni di consumo. Certo non sarebbe possibile sostenere che un simile processo potrebbe proseguire all’indefinito, dice Denis, a meno di non ricadere nell’errore di Tugan Baranovskij. Tuttavia sembra necessario sottolineare che, per spiegare realmente il ciclo, bisogna poter dimostrare sia perché, durante un certo tempo, si verifichi effettivamente nell’economia capitalistica un processo di produzione d’attrezzature per la produzione d’attrezzature sia perché poi questo stesso processo s’interrompa. Secondo Denis Sweezy non risponde né alla prima, né alla seconda questione ed in realtà non potrebbe rispondervi se al centro dell’analisi non si mette il principio (affermato da Malthus e Luxemburg) secondo il quale il processo della produzione capitalistica rimane subordinato ad uno sviluppo preliminare dei suoi sbocchi.

Secondo Denis bisogna ammettere che ogni espansione capitalistica è dovuta in origine all’azione di un fattore esterno che crea una nuova domanda di prodotti e suscita una prima ondata di investimenti. Se questa prima ondata è abbastanza forte l’investimento supera il risparmio normale e la domanda globale di prodotti è superiore all’offerta globale di maniera che ne risultino sollecitati nuovi investimenti. L’azione del fattore esterno viene così moltiplicata e si sviluppa un processo di generale espansione di cui non sono sempre evidenti i legami con la causa reale che lo ha provocato. Tuttavia dopo un certo tempo la propensione ad investire non può non diminuire fortemente negli ambienti industriali, dato che cresce rapidamente la massa degli investimenti in via di realizzazione. D’altra parte poiché anche il risparmio normale aumenta rapidamente, giunge ben presto un momento in cui tale risparmio diviene più grande dell’investimento. È proprio a questo punto che si spezza e s’interrompe il processo di espansione.

Nel corso dell’ultimo secolo i più importanti fattori esterni dell’espansione sono stati da un lato la penetrazione del commercio e del capitalismo in nuove zone del mondo e dall’altro lato specialmente negli Stati Uniti, lo sfruttamento di nuove terre fertili su larghe estensioni. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di decolonizzazione sommato con l’aiuto ai paesi arretrati, ha determinato di nuovo in questi ultimi paesi un rapido incremento della domanda di beni industriali. Si è aggiunto a ciò l’incremento della spesa pubblica e delle spese militari. Si ritiene che si possa spiegare così il fatto che lo sviluppo economico dei paesi capitalistici progrediti (divenuto assai più lento tra le due guerre mondiali) abbia potuto riprendere ad un ritmo sostenuto.

I tre economisti qui studiati secondo Denis non prendono in sufficiente considerazione la necessità di principio che esistano preliminarmente degli sbocchi. Baran dice che, allargando il mercato per i prodotti di imprese private il commercio estero può determinare un aumento della produzione e degli investimenti che in caso contrario non si sarebbe mai verificato. Delle condizioni di un commercio equilibrato per Baran l’effetto del commercio estero sul complesso dell’economia è meno certo, poiché l’espansione delle industrie esportatrici può venire pienamente compensata da una contrazione delle industrie colpite dall’importazione di beni sui loro mercati. Ma Denis obietta che, nel caso di rapporti commerciali con le regioni sottosviluppate, il commercio anche squilibrato o persino deficitario dal punto di vista delle zone industriali è non di meno un potente fattore di sviluppo, dato che queste zone stesse importano delle materie prime e delle derrate agricole, le quali non esercitano alcuna concorrenza sulla loro produzione nazionale. Baran a tal proposito dice che il significato del commercio estero come fattore dinamico, come fonte di un movimento che aiuta l’economia capitalistica ad uscire fuori da una situazione data, sta innanzitutto nel fatto che esso dà origine al meccanismo dell’esportazione di capitali. Sternberg invece non ha minimizzato l’importanza degli sbocchi esterni secondo Denis, ma li avrebbe considerati solo una valvola di scarico della produzione capitalistica sovrabbondante. Denis ritiene invece che in mancanza di occasioni esterne di investimento non si sarebbe mai avuto sviluppo della produzione capitalistica.

 


9 settembre 2010

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.

 

 

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

 


8 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : il problema del capitalismo in Russia

Contro i populisti Lenin affermò che la Russia avrebbe inevitabilmente seguito la stessa via che era stata percorsa dai paesi occidentali ed infatti si poteva già constatare lo sviluppo di un’industria capitalistica e di una forte penetrazione del capitalismo nelle campagne. Per quanto tal tesi fosse giusta,  essa conduceva Lenin a sottovalutare fortemente il problema del ruolo degli sbocchi esterni nel processo di crescita delle economie capitalistiche. In realtà il capitalismo russo era in larga misura un capitalismo importato : analogo a quello che si sviluppa normalmente nei territori delle colonie. La molla dello sviluppo capitalistico in Russia era l’introduzione massiccia di capitali stranieri all’interno del paese. I capitalisti degli altri paesi investivano direttamente i propri capitali in determinati settori redditizi (ad es. le miniere e l’industria metallurgica) e questo bastava a creare un potere d’acquisto addizionale che si riversava sui mercati e conduceva progressivamente alla rottura del modo tradizionale di produzione.

 

 

Che sia possibile un certo sviluppo capitalistico in regioni economicamente arretrate (come effetto dell’importazione di capitali stranieri) non contraddice in alcun modo la tesi secondo cui nei paesi dominanti il capitalismo si sviluppa sulla base della conquista di mercati esterni. Nel 1915 Bucharin si oppose apertamente alla tesi della necessità dei mercati esteri per lo sviluppo del capitalismo. Egli sostiene che la ricerca di tali mercati deriva soltanto dal fatto che un allargamento del mercato consente una produzione su scala più grande e dunque una diminuzione dei costi non che un conseguente aumento dei profitti. Non si deve intendere però questa legge della produzione di massa nel senso che l’espansione al di là delle frontiere nazionali sia in qualche modo una necessità assoluta. Bucharin ammette che l’imperialismo porta ad un aumento dei salari nei paesi economicamente progrediti per alcuni strati della classe operaia. Ma egli spiega un tale fenomeno dicendo che i capitalisti possono aumentare i salari grazie ai sovrapprofitti che essi realizzano con le loro vendite all’estero. Una tale spiegazione,  usuale negli ambienti marxisti, è inadeguata in quanto il rialzo dei salari si spiega con l’enorme sviluppo della produttività del lavoro e del reddito nazionale, determinato dalla conquista dei mercati esteri. Inoltre per Bucharin l’imperialismo eleva sì i salari nelle regioni progredite, ma conduce alla guerra tra le grandi potenze e le conseguenze di un simile conflitto non possono non restituire al proletariato dei paesi avanzati le sue convinzioni rivoluzionarie. Questa convinzione si è rivelata però erronea, in quanto dopo le due guerre mondiali, la capacità di produzione dei paesi sviluppati si è rapidamente ricostituita ed il livello di vita si è ristabilito dopo alcuni anni, per cui le guerre non hanno portato a situazioni rivoluzionarie. Per Lenin invece il fenomeno imperialistico è connesso all’azione dei monopoli, alla supremazia delle banche sull’industria ed all’esportazione dei capitali. Nel periodo della libera concorrenza, l’investimento dei capitali non solleva problemi, poiché ogni capitalista si fa posto sul mercato a danno dei suoi vicini. Ma nella fase dei monopoli e del dominio delle banche un procedimento simile risulta compromesso e da ciò derivano le enormi eccedenze di capitali e l’imperialismo.

 

 


7 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : gli schemi di Grossman

Dopo la prima guerra mondiale la teoria che domina è quella di Tugan-Baranovskij nell’interpretazione di Hilferding. Lo stesso Kautsky che aveva criticato Tugan nel 1902, nel 1927 sposa la linea maggioritaria per la quale man mano che nel capitalismo procedono la concentrazione, la cartellizzazione e la capacità di intervento delle banche, gli squilibri del sistema si attenuano e si riducono. Per Hilferding la cartellizzazione ha eliminato la struttura antagonistica del capitalismo. L’antagonismo sopravvive solo nel campo della distribuzione. Per il socialismo si tratta solo di trasformare, con l’aiuto dello stato e della regolazione sociale consapevole, l’economi diretta ed organizzata dai capitalisti in un’economia diretta dallo stato democratico.

 

 

Grossmann invece sostiene la teoria del crollo, ma mentre la Luxemburg aveva dovuto attaccare gli schemi della riproduzione allargata di Marx, sostenendo l’impossibilità dell’accumulazione in condizioni di capitalismo puro, Grossmann tenta di dimostrare che la tendenza del capitalismo al crollo sussiste anche nel caso che si assuma una proporzionalità nello sviluppo delle due sezioni degli schemi di riproduzione e dunque anche nel caso che si ammetta la realizzabilità di tutto il plusvalore prodotto. Egli accoglie gli schemi di riproduzione elaborati da Otto Bauer contro la Luxemburg (con i quali Bauer intendeva dimostrare la possibilità di uno sviluppo proporzionato nel capitalismo) limitandosi a calcolarne gli effetti per un arco di anni più ampio di quello considerato da Bauer stesso. Il risultato è che, con il progressivo aumento della composizione organica del capitale, diminuisce tanto il saggio del profitto quanto (da un certo punto) la massa stessa del plusvalore e del profitto la quale non è più sufficiente ad assicurare la valorizzazione del capitale. Bauer aveva sviluppato lo schema per soli quattro anni, mentre Grossmann continua a svilupparlo fino a che il periodo di tempo raggiunge i 35 anni. Nel 21° anno l’ammontare del plusvalore lasciato al consumo dei capitalisti comincia a diminuire e nel 34° anno non esiste più. A partire da questo punto i capitalisti non solo corrono il rischio di morire di fame, ma non riescono più a mantenere il saggio di accumulazione previsto nello schema. Si tratta in sostanza di una teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto. L’aumento della composizione organica del capitale ha come effetto che, ad un certo punto dello sviluppo, la massa del plusvalore e quindi la massa assoluta del profitto non è più sufficiente alla valorizzazione del capitale. La variante fondamentale è che, mentre in Marx alla caduta del saggio di profitto si accompagna l’aumento della massa del plusvalore e per conseguenza del profitto stesso, per Grossmann le grandezze che cadono sono tanto il plusvalore quanto il profitto. In realtà molti fattori assunti negli schemi di Bauer e di Grossmann hanno un carattere arbitrario. Per Sweezy il saggio di aumento della popolazione è fissato ad una cifra molto alta (il 5%), l’ipotesi che il capitale costante aumenti in proporzione doppia rispetto all’aumento del capitale variabile è assolutamente irreale. Ma l’ipotesi che la forza lavorativa si sviluppi del 5% all’anno è addirittura fantastica. Grossmann nella sua tendenza a dedurre il crollo del capitalismo esclusivamente dalla tendenza alla caduta del saggio di profitto tralascia la ricerca analitica riguardo alle altre cause di crisi ed alle stesse tendenze che contrastano la caduta del saggio di profitto.

 

 


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