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L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
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Pensiero di Pensiero...
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Senso e denotazione in G. Frege

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10 giugno 2011

Illogica logica : la logistica classica

Malatesta dice che la logistica si divide in logistica classica e logistica eterodossa.

La logistica classica :

  1. E’ bivalente e cioè accetta due soli valori di verità
  2. Usa solo una implicazione e cioè l’implicazione materiale
  3. E’ in grado di definire tutti i suoi connettivi a partire da un connettivo unico
  4. E’ vero-funzionale e cioè fa dipendere il valore di verità dei suoi enunciati molecolari a partire dal valore di verità degli enunciati atomici che li compongono
  5. Può dedurre tutte le sue leggi da un assioma unico
  6. E’ atemporale

 

http://www.youtube.com/watch?v=LP1kfDI6xY4&feature=related

 

 

Una combinazione dei due valori di verità (V e F, né V né F) è un terzo valore di verità ?

Alcuni fenomeni (ad es. quelli sociali) possono sfuggire al principio della vero funzionalità ?

Dal punto di vista hilbertiano si può dire che il principio (III) e il principio (V) siano lo stesso, visto che gli assiomi di Hilbert si riferiscono alle relazioni che un concetto ha con tutti gli altri ?

 

 

 


9 giugno 2011

Illogica logica : Il carattere della logistica

Malatesta dice che la logistica

  • È lingua simbolica e dunque scritta.
  • Rigorosamente deduttiva, in senso aristotelico
  • Simbolizza sia le variabili che le costanti
  • Logica aristotelica, stoica e medioevale sono sue parti.

Logistica non è logicismo. Logicismo è una interpretazione della logistica per la quale non vi è distinzione tra logica e matematica in quanto

  1. La matematica può essere dedotta dalla logica
  2. I termini matematici sono definibili mediante termini logici
  3. I teoremi matematici sono deducibili da assiomi logici veri.

Hilbert invece fu un logistico, ma non un logicista : per lui il concetto è definibile attraverso le relazioni con altri concetti. Tali relazioni sono assiomi e dunque gli assiomi sono le definizioni dei concetti. Per Hilbert un concetto non è dato quando per ogni oggetto si può stabilire se questo cada sotto il concetto oppure no (Frege), ma la cosa determinante è il riconoscimento della non-contraddittorietà degli assiomi che definiscono il concetto.

Hilbert aderisce alla logica classica, adottando gli assiomi di PM e togliendo il quarto, dimostrato come superfluo da Bernays nel 1926.

Dunque si può aderire alla logica classica senza essere logicisti, formalisti o convenzionalisti.

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=kTl3dtQviDA&feature=related

 

Cosa si intende per lingua simbolica ?

Se scrivo “®”, non possono leggerlo “implica”, così come leggo una sigla (ad es. “I.L.O.” la posso leggere “Organizzazione internazionale del lavoro”)?

E comunque non è del tutto convenzionale il rapporto tra grafema e fonema ?

Dunque, perché la lingua simbolica è per forza solo scritta ?

Anche se bisogna tenere conto del fatto che alcune scritture (le alfabetiche e le sillabiche) sono state costruite con una corrispondenza tra grafema e fonema.

 

Quanto al logicismo esso in realtà dice che la matematica è una parte della logica, una sorta di logica applicata agli oggetti di natura quantitativa. Ma si può anche obiettare che in realtà la matematica si può organizzare ed esprimere mediante un modello assiomatico, ma ciò vale per tutte le scienze e dunque questo non implica alcun rapporto profondo tra logica e matematica.

 

La tesi di Hilbert  che ogni concetto può essere definito tramite il suo rapporto con altri concetti può portare ad un circolo vizioso, giacchè anche per gli altri concetti vale lo stesso. A meno che il modello non sia quello delle relazioni spaziali tra punti su di un piano, ma in questo caso i concetti si possono distinguere tra loro nella misura in cui abbiano rapporti privilegiati con altri concetti. Ma questi o si riportano ai precedenti o si devono rapportare ad altri in un rinvio ad infinitum.

In realtà nel modello geometrico ci sono punti di riferimento esterni (materiali) che fanno da parametro assoluto (ad es. il punto A è quello più a destra all’interno del foglio) ed in cui il rinvio ad infinitum è semplicemente scongiurato da una situazione materiale che diventa fonte di una convenzione pragmatica.

 

 

 

 

 

 

 

 


31 marzo 2011

Illogica logica : formalizzazione della logica

Malatesta dice che

  • Gi Stoici usavano le variabili proposizionali senza simbolizzarle. La loro trattazione era priva di simboli (linguaggio naturale).
  • Aristotele usava e simbolizzava variabili terministiche, ma non simbolizzava le costanti (operatori). Dunque si tratta di formalizzazione parziale.
  • Oggi si usano e si simbolizzano variabili proposizionali, variabili predicative e di classi, variabili di costanti (connettivi, funtori, operatori).

Il passaggio a questa terza fase è stato

  1. Iniziato da Leibniz
  2. Proseguito da Boole e De Morgan
  3. Realizzato da Frege

 

 

L’Ideografia di Frege

 

L’Ideografia opera la reductio ad unum di vari livelli di logica sino ad allora separati :

 

  • la logica stoica (logica delle proposizioni),
  • la logica aristotelica (logica dei predicati e delle classi),
  • la logica leibniziana (formalizzazione e calcolo logico),
  • la semantica medievale

in un edificio unico tutto concatenato a partire da sei assiomi di logica enunciativa

 

 

Principia

 

All’Ideografia si aggiungono altre scoperte:

 

  • di Peirce (logica dei relativi)
  • di Jevons (logica della probabilità)
  • di Mc Coll (modalità)
  • di Schroder e Boole (perfezionamento del calcolo logico)
  • di Peano (migliore simbolismo)

Il tutto confluisce nella Summa summarum dei Principia Mathematica di Russell e Whitehead che unificano :

1.      l’Ideografia di Frege

2.      l’Algebra della logica di Boole

3.      Il simbolismo di Peano

4.      L’applicazione della logica alla matematica

 

I Principia sono comunque imperfetti. Essi sono privi :

  • Del funtore unico di Sheffer (scoperto nel 1913)
  • Dell’assioma unico di Nicod (scoperto nel 1920)
  • Di una sistematica distinzione tra linguaggio e metalinguaggio (Tarski)
  • Di una sistematica distinzione tra proposizioni del sistema e regole di deduzione (Lukasiewicz)

 

Definizioni della nuova logica

 

1.      Leibniz : calculus ratiocinator-logica matematica-logistica

 

2.      Plocquet : calcolo logico

3.      Castillon : algoritmo logico

4.      De Morgan: Logica formale

5.      Boole: Analisi matematica della logica

6.      Venn : logica simbolica

7.      Peirce : algebra logica

8.      Schroder : logica esatta

9.      Hilbert : logica teoretica

10.  Couturat : logistica (preferita da Lukasiewicz e Carnap)

 

Attualmente si distingue tra logica simbolica e logica matematica.

Quest’ultima è costituita dall’intersezione di logica e matematica.

Barwise parla di molti settori della logica simbolica di cui la logica matematica è soltanto uno.

 

 

A mio parere la migliore denominazione è logica simbolica (o formale) con all’interno un calcolo logico. La denominazione di logica teoretica o di logica esatta non ha senso. Quella legata al calcolo confonde il metodo di verifica per l’intera scienza, mentre logistica è solo un neologismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


14 febbraio 2011

Frege, il formalismo e il significato come uso

Nel trattare delle funzioni, Frege cerca di affrontare il problema tra segno e designato, argomentando contro l’istanza del formalismo, tendenza di filosofia della matematica che cerca di rendere i segni matematici indipendenti da una presunta realtà designata.

Frege cerca di promuovere una tesi realistica per la quale i numeri non si riducano alle cifre (i numerali). A suo parere nessuna definizione può avere capacità creatrici tali da concedere ad una cosa proprietà che essa non ha, a parte quella di esprimere e designare ciò di cui la definizione stessa ce la presenta come segno. Se ad un segno mancano del tutto tanto il senso che la denotazione, non si può propriamente parlare né di un segno né di una denotazione.

Saremmo portati a condividere l’istanza realistica di Frege, ma si deve tuttavia precisare che il formalismo da lui criticato può ricevere una giustificazione filosofica più meditata da filosofie che considerino il significato di un termine o di una espressione equivalente all’uso che se ne fa all’interno del discorso. Non diciamo che Wittgenstein avrebbe appoggiato il formalismo di Hilbert, ma diciamo che può esserci una correlazione positiva tra i due orientamenti.

 

Naturalmente anche la tesi del significato come uso può presentare dei problemi. In primo luogo tra gli usi possibili del linguaggio viene individuato da alcuni l’uso descrittivo ed allora il problema del senso e della denotazione esce dalla porta per rientrare dalla finestra, sia pure solo per quel che riguarda alcune espressioni linguistiche.

A questo punto si potrebbe asserire che alcune classi di presunti oggetti denotati potrebbero invece essere spiegate senza fare uso di un linguaggio descrittivo (si pensi proprio ai numeri ad es.). ma anche in questo caso andrebbe spiegato perché una comunità di parlanti usi un linguaggio descrittivo (parlando di numeri) quando invece tali referenti dovrebbero essere dissolti in un uso diverso del linguaggio. Nel caso sia possibile una correzione, bisognerebbe argomentare sul perchè tale correzione sia necessaria o quanto meno plausibile. Inoltre la possibilità di trasformare un linguaggio descrittivo in un linguaggio che abbia una diversa funzione dovrebbe essere comunque una situazione che va spiegata, in quanto se è possibile la trasformazione in un senso, dovrebbe essere possibile anche la trasformazione del senso opposto ed allora l’uso di un linguaggio referenziale potrebbe essere una libera opzione del parlante, togliendo così mordente alla critica che Wittgenstein fa all’uso descrittivo o denotativo dei segni.

I diversi usi del linguaggio non sarebbero irriducibili gli uni agli altri e ci sarebbe perciò anche la possibilità di declinare oggettualmente (e forse metafisicamente) anche enunciati non descrittivi. Così ad es. tra etica ed ontologia non ci sarebbe una separazione così netta come vuole parte della letteratura filosofica.

 


12 luglio 2010

Matematica e realtà in Schlick

Il rapporto della logica con la realtà

 

Schlick poi passa ad esaminare i giudizi che non solo valgono per la realtà, ma enunciano anche una conoscenza di realtà : da cosa sappiamo ad es. che le leggi della meccanica celeste valgono universalmente nello spazio e nel tempo ? Possono esserci giudizi sintetici validi ?

Schlick dice che con Kant si chiamano sintetici quei giudizi che di un oggetto asseriscono qualcosa che non è contenuto nel concetto dell’oggetto. In essi la relazione tra soggetto e predicato non è data da una definizione, ma è istituita da una conoscenza. Se dunque vogliamo decidere la questione circa la validità di tali giudizi, possiamo farlo solo sulla base di ciò che siamo arrivati a comprendere circa l’essenza dell’atto conoscitivo.

Schlick aggiunge che reali sono i  nostri vissuti e ciò che con essi si connette secondo regole determinate. Conoscere la realtà significa ritrovare un oggetto reale in un altro e si riduce ad un ri-conoscere, un identificare contenuti di coscienza intuitivi o non-intuitivi. Questo atto del confrontare, per via della fugacità di tutti i vissuti, è sempre caratterizzato da incertezza. E il solo modo per produrre concetti del tutto esatti consiste nello svincolarli dal mondo reale. Ciò avviene per mezzo della definizione implicita che definisce concetti solo attraverso concetti e non mediante riferimento al reale.

 

 

Kant e la validità della scienza

 

Schlick poi si chiede se ci sia la possibilità di gettare un ponte tra la realtà ed i concetti rigorosi della logica e della matematica, soprattutto tenendo conto che ogni giudizio empirico “A è B” è una proposizione valida solo nel momento dell’osservazione.

In ogni istante della nostra vita si devono presupporre come veri innumerevoli giudizi per poter agire ed esistere. Tali giudizi sono davvero al di sopra di ogni dubbio ? Schlick risponde che no, un giudizio sintetico non può mai essere apoditticamente certo e non si può mai tornare al razionalismo estremo, ma solo a quello di tipo kantiano.

Per Kant, se la conoscenza deve conformarsi alla realtà, è impossibile che sia assolutamente valida. Perciò le mie verità sono universalmente valide solo se è la realtà che si conforma in qualche modo alla mia conoscenza : questa è l’unica via possibile per salvare una conoscenza di realtà che voglia essere universalmente valida. Per Kant essa non è solo una possibilità, ma una via effettivamente esistente per cui le leggi a cui gli oggetti di esperienza obbediscono sono al tempo stesso le leggi secondo cui l’esperienza stessa ha luogo quale processo di conoscenza : poiché  qualcosa mi viene dato nell’esperienza, proprio per questo è sottoposto alle leggi dell’esperienza e l’esperienza non è mera percezione, ma è uso efficace della percezione.

Per Schlick, Kant respinge i tentativi di giustificazione empirica dei massimi principi della scienza, perché altrimenti non si spiegherebbe la validità universale di quei principi. Giustamente, per Schlick, Kant presuppone la scienza e cerca di spiegarla, mentre Hume metteva in dubbio la scienza.

 

 

La geometria scienza dello spazio ?

 

Schlick poi, prima di affrontare l’ipotesi della possibilità di conoscenze sintetiche apriori, riassume la sua idea della matematica, la cui esattezza presuppone che essa sia scienza di meri concetti (e dunque analitica) definendo tali concetti attraverso definizioni implicite, unico metodo per garantire il rigore delle proposizioni.

Schlick si chiede però, se attribuendo ai concetti un contenuto intuitivo, la geometria come scienza dello spazio rimarrebbe una scienza apriori. Infatti in tal caso “retta”, “piano” non sarebbero solo determinate attraverso definizioni implicite, ma si riferirebbero a configurazioni spaziali vere e proprie. In tal modo le configurazioni spaziali sarebbero tra loro in quelle relazioni che, attraverso le definizioni implicite, sono stabilite per i concetti di base geometrici. Quelle definizioni allora non sarebbero più tali, ma sarebbero proposizioni sintetiche e sarebbero assiomi che tratterebbero di grandezze intuitive (e non di concetti). Tuttavia, obietta Schlick, i singoli teoremi della geometria seguirebbero analiticamente dagli assiomi giacché, al contrario di quanto dice Kant, le dimostrazioni non hanno più bisogno dell’intuizione, ma possono essere condotte mediante deduzione puramente logica. E tuttavia anche i teoremi, essendo gli assiomi sintetici apriori, sarebbero (come gli assiomi) conoscenza sintetica apriori.

Schlick dice che per molti secoli si è pensato che la geometria euclidea fosse la geometria dello spazio, ma la geometria non euclidea ha smentito tale tesi, anche se i neokantiani dicono che sono pensabili geometrie altre da quella euclidea, ma solo quest’ultima sarebbe intuitivamente rappresentabile, per cui gli oggetti fisici dovrebbero necessariamente apparirci nello spazio euclideo.

Inoltre i kantiani sembrano aver buon gioco per il fatto che (come dice Poincarè) l’esperienza sensibile non può provare che una determinata geometria è la sola valida nello spazio empirico, in quanto i fatti di esperienza possono essere portati in accordo con qualsiasi geometria si voglia, solo che al tempo stesso si enuncino le leggi di natura in una formulazione appropriata. Schlick aggiunge che una seconda retta parallela alla data, che costituisca con la prima un angolo di un milionesimo di grado, non sarebbe percepibile come falsa parallela e dunque la natura della geometria fisicamente valida non è empiricamente decidibile.

I kantiani però (obietta Schlick) ritengono che, se le intuizioni empiriche sono inesatte, c’è comunque un’intuizione pura molto più sicura. Schlick fa osservare che molte interrelazioni ascrivibili all’intuizione pura si rivelano però false. E questo è fatale per l’intuizione pura, perché una forma necessaria dell’intuire non può essere fallace.

Schlick dice pure che chi fa affidamento sull’intuizione deve sicuramente giudicare che, ad una curva perfettamente continua, si può sempre tracciare una tangente. Ma questo è un errore, perché Weierstrass ha specificato l’equazione di una curva perfettamente continua che in nessun punto possiede una tangente, perché l’equazione non è differenziabile in nessun punto : dunque in questo caso l’intuizione ci pianta in asso.

 

Spazio geometrico e spazi intuitivi

 

Schlick poi dice che la validità delle proposizioni geometriche non può essere fondata su di una intuizione pura semplicemente perché lo spazio della geometria non è affatto intuitivo in quanto non vi è un solo spazio intuitivo ma ve ne sono molti, tanti quanti sono i sensi spaziali posseduti : dunque vi è uno spazio ottico se non due (essendoci due occhi nell’uomo), uno spazio tattile, uno spazio delle sensazioni motorie. Tutti questi spazi sono tra loro radicalmente diversi. Lo spazio del geometra è invece uno solo e non è identico a nessuno degli spazi intuitivi. Esso è una costruzione concettuale che si forma con i dati spaziali dei singoli sensi e con l’ausilio del metodo delle coincidenze che coordina univocamente i singoli elementi degli spazi soggettivi. Questo a sua volta conduce alla formazione del concetti di “punto” nello spazio oggettivo.

Kant, continua Schlick, contrappone allo spazio intuitivo l’ordinamento non noto delle cose in sé. Invece noi abbiamo esperienza di diversi spazi intuitivi e ad essi contrapponiamo l’ordinamento dei corpi fisici che è appunto lo spazio geometrico. Negli spazi intuitivi gli assiomi geometrici non valgono : lo spazio della vista è uno spazio riemanniano, mentre lo spazio delle sensazioni tattili e muscolari forse non è euclideo. Perciò, conclude Schlick, la geometria non mantiene la sua validità quando ai suoi concetti si attribuisce un senso intuitivo. Alla nostra intuizione di spazio non sono peculiari determinati assiomi geometrici. Noi non possediamo alcuna intuizione dello spazio geometrico : questo è una configurazione concettuale che si costruisce così che possiamo, con il suo ausilio, formulare le leggi di natura nella forma più semplice possibile.

Questa costruzione e scelta degli assiomi non è che abbia luogo solo ad un certo stadio di sviluppo della fisica, perché già le esperienze della vita quotidiana sono riccamente permeate di una conoscenza di legalità di natura ed anche il concetto di “corpo” non potrebbe venire in essere senza certi concetti geometrici. Il punto di vista indicato guida l’uomo inconsciamente cosicché c’è bisogno di acute indagini per arrivare a conoscere che siamo guidati da un tale punto di vista.

La geometria euclidea, che era quella della vita quotidiana, sembrava dovesse fare da base per tutti gli scopi della scienza della natura. Ma la relatività einsteiniana pensa che la più esatta descrizione della natura implichi una geometria diversa dipendente dal potenziale di gravitazione del luogo preso in esame.

Schlick ribadisce poi che la descrizione fisicale della natura non è vincolata ad una particolare geometria : la scelta degli assiomi geometrici è a nostra descrizione ed in genere scegliamo gli assiomi che conducono a leggi fisiche di massima semplicità. Gli assiomi insomma sono definizioni e la geometria, sia come scienza di concetti che come scienza dello spazio, non procede da proposizioni sintetiche a priori ma da convenzioni, da definizioni implicite.

All’interno di queste definizioni la geometria ha carattere analitico. Ma le nostre asserzioni sui rapporti spaziali reali non appartengono alle geometria pura, ma alla sua applicazione a materiale empirico. Dunque hanno carattere sintetico a posteriori e solo l’esperienza decide della loro validità. Lo spazio geometrico è un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale : non c’è intuizione pura di tale spazio, né su di esso vi sono proposizioni sintetiche a priori.

 

 

La questione dell’aritmetica

 

Schlick poi sposta la sua attenzione sull’aritmetica : troviamo forse tra le proposizioni dell’aritmetica quei giudizi sintetici a priori che si sono cercati invano nella geometria ?

Kant ha erroneamente pensato che l’intuizione di tempo potesse svolgere per l’aritmetica un ruolo analogo a quello dell’intuizione di spazio per la geometria. Schlick obietta che il tempo è richiesto certo per il contare, ma la relazione è psicologica non epistemologica, poiché tutti gli altri atti psichici si compiono nel tempo. Anche la scrittura dei numeri è psicologicamente ma non epistemologicamente collegata allo spazio.

La dimostrazione del carattere analitico-deduttivo della geometria pura, ossia la dimostrazione della derivabilità di tutte le sue proposizioni da definizioni implicite fu fornita da Hilbert dietro il presupposto che l’aritmetica rappresentasse un insieme di verità esente da contraddizioni e consistente solo di giudizi analitici su concetti definiti implicitamente.

Che tutte le proposizioni aritmetiche si lasciassero derivare da un piccolo numero di assiomi non era da mettere in dubbio. Ma che questi assiomi possano essere concepiti come definizioni implicite dei concetti aritmetici fondamentali (in particolare i numeri) è dimostrato solo una volta che sia  mostrata l’incontraddittorietà di tali assiomi, in quanto giudizi che si contraddicono non definiscono nulla. Hilbert con Bernays è riuscito in geniali lavori a realizzare nell’essenziale questa dimostrazione e con ciò la natura analitica dei giudizi aritmetici è assicurata, giacché la loro validità non si basa sull’intuizione,. Quest’ultima  non è base della validità, ma mezzo per la comprensione dei giudizi aritmetici, per cui essi non hanno una funzione epistemologica, ma solo psicologica.

 

 

 

 

 Kant, la matematica e le scienze 

Schlick dice poi che, parlando di geometria, si deve distinguere tra pura scienza di concetti e scienza dello spazio. Tale duplicità non sembra sussistere nel caso dell’aritmetica, anche se potrebbe sembrare che il concetto hilbertiano (formalistico) di numero, consistente nel soddisfare certi assiomi,  sia analogo alla geometria pura, mentre il concetto russelliano (contenutistico) di numero inteso come classe di classi sarebbe analogo a quello della scienza dello spazio. In realtà obietta Schlick il numero hilbertiano è lo stesso che quello russelliano.

Egli dice poi che non vi sono molti altri giudizi il cui fondamento sarebbe un’intuizione  pura di tempo e quei pochi hanno più un ambito psicologistico che non logico. Il tempo psicologico non è quello matematico e quest’ultimo è una costruzione concettuale che, come lo spazio astratto, permette una formulazione semplificata delle leggi di natura. La Relatività pure ha contribuito a tale versione più astratta del tempo, versione che permette di pensare ad un tempo che non scorre uniforme e a differenti misure di tempo, a secondo dello stato di moto del sistema a cui viene riferita la descrizione dei processi di natura.

Dunque, Schlick conclude che spazio e tempo non sono forme a priori dell’intuizione, nel senso che renderebbero possibili dei giudizi sintetici universalmente validi. I fondamentali giudizi spaziali e temporali delle scienze esatte non hanno carattere sintetico a priori, né c’è la possibilità di una conoscenza di realtà apoditticamente valida.

 

 

 

 

 

Scienze di concetti e sintetico a priori

C’è un’ambiguità in chi sostiene il carattere non sintetico delle conoscenze logico matematiche : c’è chi dice che si tratta di una conoscenza che non riguarda il reale, c’è chi dice invece che non si tratta affatto di un incremento di conoscenze (giocando magari su di una distinzione fasulla tra conoscenza ed incremento di conoscenza)Inoltre la concezione della conoscenza come ri-conoscimento è troppo generica e vaga e si presta a malintesi. In secondo luogo non è che i concetti legati alla realtà siano inesatti : essi in sé sono esatti come i concetti slegati dalla realtà. È il criterio di validità ad essere diverso : per i concetti slegati dalla realtà basta la coerenza sintattica, per i concetti empirici invece è il rapporto problematico con un flusso d’esperienza che va per conto proprio.

Quanto al tentativo di Kant egli ci fornisce una teoria possibile che garantisca una conoscenza universalmente valida, ma non ci garantisce una conoscenza universalmente valida. Essa teoria dunque non si differenzia da una qualsiasi teoria metafisica. Dunque il criticismo kantiano presuppone un’altra forma di dogmatismo. Kant presuppone i principi a priori ma non li dimostra e la sua definizione di esperienza presuppone questi principi cosicché l’esperienza non potrà mai sconfessare i principi stessi.

Infine le leggi degli oggetti d’esperienza non equivalgono alle leggi dell’esperienza stessa : nel naturalismo la fisiologia della conoscenza non ricapitola la cosmologia.

Quanto alla natura di scienza dello spazio della geometria Schlick fa confusione perché pensa che, se gli assiomi sono sintetici ed i teoremi seguano analiticamente dagli assiomi (e siano logicamente equivalenti ad essi), anche i teoremi siano sintetici. Ma i teoremi sono L-equivalenti agli assiomi, ma proprio per questo epistemologicamente differenti da essi (in quanto analitici).

Inoltre non si può ridurre lo spazio geometrico ad ausilio per la fisica e le scienze naturali : la geometria è una disciplina autonoma. Ci si deve domandare anche se la conoscenza inconscia della legalità di natura rimanga sempre una conoscenza e se, essendo inconscia, non sia in un certo senso un apriori per quanto problematico e storicizzato.

Ancora, come l’applicazione della geometria può essere sottoposta a verifica empirica se si può valutare solo la semplicità delle leggi fisiche a cui una scelta di assiomi può condurre ? Schlick qui si contraddice perché da un lato parla di convenzionalismo (non solo della geometria pura, ma anche di quella applicata) e dall’altro di verifica empirica. Infine se esiste una geometria pura, lo spazio geometrico non è solo un espediente concettuale per designare l’ordinamento del reale.

Ci dobbiamo chiedere anche se la non contraddittorietà degli assiomi tra loro non valga anche a prescindere dal fatto se gli assiomi siano concepibili come definizioni implicite.

Inoltre la prova di Godel rimette in corsa la concezione della matematica come sintesi apriori kantiana (come crede Odifreddi) ? E se fosse così come s’introdurrebbe in tale discorso neokantiano una nozione come l’intuizione pura ?

Perché poi un mezzo per la comprensione non è immediatamente una base di validità ? L’apprendimento di una nozione non passa per la rappresentazione di cosa succederebbe se esso fosse, in un qualsiasi senso, vera ?

Ancora, per quanto riguarda il rapporto tra dimensione numerica e dimensione temporale, notiamo che per Bergson la separazione tra tempo soggettivo e tempo oggettivo è una sorta di dramma filosofico. Perché per Schlick no ? A nostro parere il concetto di ordine asimmetrico collega tra di loro i concetti di numero, spazio e tempo : il numero non si riduce a spazio e tempo e tuttavia tra di essi c’è un legame non del tutto contingente.

Da che deduce Schlick infine che il numero secondo Hilbert equivalga al numero secondo Russell ?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


22 marzo 2010

Definizioni e sistemi formali in Schlick

 

Le difficoltà dei rapporti tra percezione e memoria ed il ruolo dei concetti

 

Schlick dice che, se ho in mano un pezzo di metallo, non posso sapere se è argento sulla base della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica. Dobbiamo infatti ricorrere al concetto scientifico di argento (peso specifico 10,5 oppure peso atomico 108 etc.) e vedendo se il pezzo di metallo ha queste proprietà, veniamo a sapere se si tratta di argento o meno.

Schlick poi nota che anche la lettura di una scala, la posizione di un indice sono osservazioni sensoriali, riconoscimenti di immagini percettive e dunque sottoposte all’insicurezza di cui si è parlato prima. Egli da ciò deduce il fatto che ogni definizione si riferisce a caratteristiche che alla fine sono sempre di natura intuitiva. Schlick riconosce che la difficoltà per la quale erano stati introdotti i concetti è stata soltanto spostata, ma tuttavia con l’introduzione dei concetti è possibile, grazie a definizioni appropriate, trasferire quella difficoltà a livelli dove ogni errore può essere escluso con una sicurezza sufficiente per tutti gli scopi delle scienze individuali.

A tal proposito Schlick fa degli esempi :

  • Se il concetto di “pesce” è quello di un animale che depone uova e respira per mezzo di branchie, non si potrà mai cadere nell’errore di prendere una balena per un pesce.
  • Anche le caratteristiche del concetto di “argento” sono scelte allo stesso modo cosicché, per tutti i fini pratici come per quelli scientifici, il riconoscimento possa essere garantito con precisione sufficiente.

 

La necessità dell’intuizione

 

Schlick però intravede un’altra possibile obiezione e la sviluppa compiutamente : tale obiezione afferma che, essendo la definizione di un concetto consistente nella specificazione delle sue caratteristiche, queste, perché possano essere determinate con esattezza, debbono venire definite a loro volta e cioè risolte in ulteriori caratteristiche e così via. Le alternative sono a questo punto due :

  • Un regresso ad infinitum che renderebbe illusorio ogni definire.
  • Un arrivo a caratteristiche intuitive non suscettibili di definizione, che però per loro natura non sarebbero esatte e l’esito sarebbe lo scetticismo.

Schlick aggiunge che i vissuti empirici non sono oggettivamente indeterminati, ma tuttavia sono instabili e transeunti così da rendere problematica la loro riproduzione e la loro conoscenza, giacchè il ritenerli nella memoria va incontro a difficoltà già evidenziate.

Schlick poi riferisce la tesi dei logici (tesi forse di ispirazione aristotelica) per cui i principi primi della logica non solo non sono suscettibili di definizione, ma non ne avrebbero nemmeno bisogno : il contenuto dei concetti più semplici viene esibito dall’intuizione (ostensione).

Schlick argomenta che questa tesi o significa che l’intuizione non è confusa, ma chiara e distinta, oppure significa che la certezza assoluta non è né raggiungibile né forse necessaria (Gorgia e forse Stuart Mill). Secondo quest’ultima concezione, anche le proposizioni dell’aritmetica sono proposizioni empiriche che partecipano di quella mancanza di certezza che è propria dell’empiria. Quanto alla prima alternativa, aggiunge Schlick, essa dice che se il dato è fugace, c’è in esso qualcosa di costante ed è la legge che lo informa. Il problema per Schlick è cosa sappiamo di tali regole ? Come le possiamo conoscere se il nostro criterio sono sempre i contenuti intuitivi ?

Schlick esemplifica il proprio programma di ricerca con un dilemma : il contenuto di tutti i concetti può essere trovato solo nella dimensione intuitiva o il significato di un concetto può non essere riducibile a rappresentazione empirica e dunque dare luogo a conoscenza non effimera ?

 

 

Hilbert ed il ruolo della matematica nella logica

 

Schlick sostiene che la spinta per risolvere questioni di logica è venuta dalla matematica. All’inizio i matematici accettavano l’indefinibilità dei concetti elementari della geometria, ma, nel corso della storia hanno ridotto al minimo i concetti indefinibili e le proposizioni assiomatiche, evitando locuzioni del tipo “Dall’esame della figura segue…” oppure “Dal disegno si vede..”, locuzioni che richiamano sempre un ricorso all’intuizione. E’ stato Hilbert che ha portato a compimento il progetto di riduzione al minimo del fattore intuitivo sia nella definizione dei concetti che nella postulazione degli assiomi. Il principio di Hilbert fu quello di introdurre i concetti fondamentali senza previa definizione, ma attraverso una definizione implicita che passasse attraverso l’uso dei termini negli assiomi, in maniera da soddisfare immediatamente gli assiomi che li contengono.

Schlick tramite Hilbert argomenta che i concetti non hanno valore conoscitivo autonomo, ma solo all’interno di proposizioni (ad es. gli assiomi) da cui si inferiscono altre proposizioni. Con la definizione implicita non si crea qualcosa di nuovo, ma si reinterpreta la natura dei concetti usati il cui significato intuitivo non ha importanza. Tutti i concetti invece sono definiti solo attraverso il loro stare (ciascuno con tutti gli altri concetti) in quelle determinate relazioni stabilite dagli assiomi.

La geometria hilbertiana è caratterizzata da un sistema di proposizioni con parole come “punto”, “retta”, “piano”, “tra”, “fuori di”, i quali non hanno senso in sé, ma ricevono senso attraverso il sistema di assiomi e tutto il loro essere consiste nell’essere portatori delle relazioni stabilite dal sistema. A Schlick ciò non comporta alcun problema visto che i concetti non sono in sé nulla di reale ed egli argomenta verso tutti coloro che rimangono perplessi di fronte a concetti senza significato proprio e fa l’esempio della geometria dove ad es. nelle geometrie non-euclidee i concetti di retta, piano, punto stanno tra loro nelle medesime relazioni, ma hanno rappresentazioni intuitive diverse (ad es. la retta è un cerchio, il piano una superficie sferica).

 

 

Assiomatica e geometria

 

Per Schlick come per Carnap la conoscenza è conoscenza della forma (platonismo) e nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri. La geometria non è propriamente scienza dello spazio, giacchè le configurazioni spaziali svolgono solo il ruolo di esempi intuitivi in cui le relazioni fissate in astratto nelle proposizioni geometriche si trovino realizzate. Secondo Schlick, mentre la definizione concreta rimanda ad un qualcosa di reale, all’intuizione, la definizione implicita rifiuta questo rinvio. Egli è consapevole che una pura rete sintattica può essere un mero gioco di simboli (formalismo). Ma ci sono scienze della realtà che applicano questi concetti alla dimensione dell’intuizione, anche se senza la sicurezza di un perfetto rigore.

Schlick dice che Kant, dando per scontato che i giudizi geometrici erano apoditticamente certi, si premuniva di spiegare perché. In realtà tale presupposto non è più tanto certo ed egli si rende conto che la coerenza resa possibile dalla definizione implicita si contrappone alla dimensione dell’intuizione del mondo reale, generando un rinnovato dualismo di marca quasi cartesiana. Schlick considera tale separazione un costo necessario per la chiarificazione dei termini del problema e per individuare le reali relazioni tra i due termini così nettamente distinti. Egli dice poi che non ogni gruppo arbitrario di postulati può essere assunto come definizione implicita di una serie di concetti. Gli assiomi ad es. non debbono contenere alcuna contraddizione, né devono implicarla e tale dimostrazione è un compito difficile che però è interno alla teoria in questione e può essere immaginato come risolto.

Schlick infine precisa che in matematica la definizione esplicita è una definizione che esprime un concetto mediante una combinazione di altri concetti, in modo tale che questa combinazione possa essere sostituita al concetto definito ovunque esso ricorra. La definizione implicita si ha quando una tale combinazione non può essere specificata.

 




Come riconosciamo l’argento ?

 

Per ciò che riguarda la tesi per cui la comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica non è affidabile per il riconoscimento di qualcosa (ad es. l’argento), c’è da dire che comunque non esiste un metodo migliore dal punto di vista della certezza, ma solo dal punto di vista dell’esattezza. Infatti il concetto scientifico di argento per essere costituito e verificato pure ha bisogno della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica : certe proprietà (peso specifico etc), per poter definire l’argento o debbono essere assiomaticamente tali (per cui “argento” diventa un  nome per un qualcosa che abbia queste proprietà) oppure debbono essere ricavate da un oggetto il cui “essere d’argento” è stato desunto tradizionalmente e cioè tramite una comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica.

Come abbiamo visto, Schlick ammette che alla fine il rinvio è sempre all’intuizione, ma pensa che le difficoltà si sono spostate ad un livello dove l’errore può essere escluso con una certa sicurezza. Il problema è che l’esempio della balena non ci aiuta per niente : infatti in tal caso la definizione di errore è correlata a come sia stato definito il concetto di “pesce”. Quest’ultimo a sua volta non ci è di aiuto, ma è il risultato di una linea di demarcazione che è stata tracciata e si spera possa essere condivisa da tutti, in modo da rendere stabili e sufficientemente prevedibili le comunicazioni relative a tali argomenti. La cosa vale anche nel caso del concetto di “argento” con l’aggravante che in questa variante la verifica cosiddetta scientifica presuppone l’uso di strumenti che non sono alla portata di tutti. In tal caso il riconoscimento diventa possibile solo a pochi, compromettendo la riproduzione diffusa e condivisa del sapere : Perché la definizione scientifica di argento deve essere accettata da uno che non ha gli strumenti per poterla testare ? Ed estendendo la portata di tale problema,  perché uno che non è potuto andare a scuola non deve credere ai miracoli ? Perché uno che non ha accesso empirico ad un acceleratore deve convenire sull’esistenza degli atomi ? Il suo approccio alla questione è, in tali casi, lo stesso di un cristiano all’epoca del Medioevo (dovrebbe cioè credere per il principio di autorità, perché lo dice Boncinelli e la maestra a scuola etc. ).

 

 

Il rinvio ad infinitum è per forza un fallimento ?

 

Il ricorso all’intuizione da parte di Schlick come punto ultimo del definire (almeno nel caso della definizione esplicita) si basa sul rifiuto del rinvio ad infinitum, ma quest’ultimo è per forza un segno del fallimento dell’impresa conoscitiva ? In realtà lo è solo per chi ritiene che i concetti e le definizioni siano costitutive del loro oggetto, dal momento che, in questo caso,  il loro operare non avrebbe né compimento né verifica. Ma se l’oggetto della definizione fosse esterno ad essa, esso potrebbe essere inesauribile, sfuggente e ciò non comporterebbe un fallimento a priori dell’impresa conoscitiva. Dire poi che i contenuti intuitivi siano ontologicamente determinati è un’assunzione che a rigore, dati i presupposti da Schlick stesso accettati (un’antimetafisica radicale), non si potrebbe fare gratuitamente : sarebbe già di per sé una indebita escursione nell’ontologia.

 

 

Aporie hilbertiane

 

Quanto alle tesi di Hilbert (che, come si vede non solo da qui, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del Neopositivismo logico), c’è da dire che i termini nella sua assiomatica sembrano definire solo delle funzioni, con un formalismo sintattico che sembra rifiutare qualsiasi riferimento semantico. (anche se questo approccio ricorda metaforicamente l’ontologia dello Hua-Yen Sutra per il quale l’intuizione della verità è l’apprensione dell’intera rete interdefinita della realtà attraverso uno dei suoi nodi) Nel caso di Hilbert l’intuizione forse non si riferisce però all’aspetto semantico ma al valore di verità (che non è verificato empiricamente, ma attribuito assiomaticamente). L’assenza del ricorso all’intuizione fa sì che nei sistemi di Hilbert sia assente il livello della F-verità ? Del resto se presupponiamo che la teoria di Neurath sia un corollario filosofico delle indagini hilbertiane notiamo che anche in Neurath il riferimento all’intuizione ed alla realtà empirica spariscono dall’orizzonte teorico. Se la rete sintattica è completa in se stessa, come si può applicare all’intuizione ? Una soluzione potrebbe essere l’isomorfismo spinoziano di Wittgenstein ?

Intanto c’è da dire però che l’approccio hilbertiano comporta una chiusura monadistica del sistema stesso, nella quale i termini possono essere solo interni al sistema e non possono rivolgersi all’esterno senza che questo non implichi un’estensione del sistema (che deve reincludere questo contesto al proprio interno). Ciò implica il rischio di una chiusura reciproca dei linguaggi, monadi  complete, coerenti e chiuse ad altri sistemi linguistici. E va risolto il problema di come si possano rapportare tra di loro. Per Schlick, come abbiamo visto, ciò non implica alcun problema in quanto i concetti non sono nulla di reale. Ma considerare reale solo ciò che è isolabile o definibile in sé (come un’essenza aristotelica) è un residuo dogmatico. Per cui è necessaria una dialettica che renda possibile una rappresentazione ontologica che faccia da correlato agli strumenti che Hilbert ha elaborato (Imre Toth sembra essersi impegnato in un’impresa del genere).

Se la definizione implicita rifiuta il rinvio all’intuizione e dunque una sorta di asimmetria della rete concettuale, ciò non  presuppone una circolarità tra assiomi e teoremi, vista anche l’interdefinibilità tra i concetti di un sistema formale ?

Ed ancora il fatto che nella definizione implicita non può essere specificata la combinazione di concetti in cui si risolve un altro concetto, lo si deve alla circostanza per cui la definizione implicita è un rinvio circolare (e perciò infinito) ad una rete sintattica, tale da non consentire l’esplicitazione di una combinazione base finita di concetti ?

Possiamo accennare in ultimo al fatto che alcune tesi di Schlick circa il carattere sempre interno al sistema formale della dimostrazione sono state messe in questione dalla prova di Godel.

 

 

La geometria non è mera assiomatica

 

L’esistenza del concetto sussiste proprio nelle relazioni logiche che instaura con altri concetti e non nelle rappresentazioni intuitive con cui si lega kantianamente all’empiria. Schlick sembra confondere Concetto e Vorstellung, cosa che Kant ed Hegel non facevano. L’”esser funzione” proprio del Concetto non è una dimostrazione della sua inesistenza, ma una forma di esistenza che non è legata all’empiria, l’appartenenza ad un livello ontologico suo proprio. E’ Schlick che prima vincola la conoscenza all’intuizione e poi svilisce il ruolo della rappresentazione intuitiva. Ma è il suo punto di partenza validativo che è sbagliato.

Egli sbaglia a mettere sullo stesso piano sillogismi, sistemi deduttivi ed espressioni algebriche. Altro è l’applicabilità di un’espressione formale a diversi contesti (formalismo), altro è il valore di verità di una tautologia quale che sia il significato dei termini interni alle proposizioni. Quando Schlick dice che nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri, è necessario essere cauti in quanto quei numeri comunque indicano linee che si intersecano, perché ci sono relazioni ben definite tra quei numeri e forse di tipo non unicamente aritmetico. Schlick si ostina a confondere la geometria con l’assiomatica, quando la geometria è un’applicazione concreta dell’assiomatica, applicazione volta a sistematizzare una teoresi sullo spazio (fisico, percettivo), teoresi a sua volta fondata su assunzioni intuitive o presunte tali.

 

 


8 marzo 2010

Il reale secondo Schlick

 

La conoscenza e i fatti reali

 

Conoscere per Schlick vuol dire designare i fatti mediante i giudizi usando un numero di concetti il più piccolo possibile ottenendo lo stesso una coordinazione univoca.

A tal proposito i problemi di realtà sono quelli che riguardano direttamente gli oggetti designati, e non i segni relativi agli oggetti ed il loro concatenamento.

Un problema di realtà è implicito in ogni giudizio sintetico, laddove il giudizio analitico ha il suo fondamento di legittimità solo nelle regole di designazione fissate una volta e per tutte nelle definizioni.

Invece nel giudizio sintetico tipo “La Gallia fu conquistata dai romani” vengono collegati tra di loro dei concetti che non sono messi in relazione da alcuna definizione.

Schlick poi si chiede : che ne sappiamo noi dei fatti reali ? Ci sono dati immediatamente ? Li ricaviamo per inferenza ?

Partendo dal presupposto che, prima che si possa parlare di designazione univoca di oggetti, questi oggetti devono esserci, allora cosa sono gli oggetti, i fatti, la realtà ?

Schlick dice che la risposta deve essere un giudizio, ma un giudizio è un segno dove un oggetto è sussunto in un concetto e dove non si dà ciò che è designato, che rimane al di là del conoscere. Infatti nel conoscere non si vuole aderire al designato, ma solo ordinare e coordinare dei segni. Questa non è la debolezza, ma è l’essenza della conoscenza. Il designato non ha senso indipendentemente dal designare, come il suono non ha esistenza senza qualcuno che lo ascolti.

 

 

Il reale

 

Schlick poi dice (correggendosi) che il reale preesiste ad ogni conoscenza ed è ciò che è designato prima ancora del designare. Il giudizio lo designa, ma non lo determina né lo crea.

Non si ottiene co(noscenza) della realtà, ossia intuizione di essa, mediante la conoscenza (il giudizio) della realtà. La prima invero precede la seconda : il regno dei dati di coscienza semplicemente esiste prima di qualsiasi interrogazione, ma non è l’unica realtà conoscibile.

Schlick poi si chiede quali oggetti siano reali e dice che non si possono separare gli oggetti reali da quelli irreali, perché questi ultimi non ci sono affatto.

Egli sembra voler ovviare alla possibile difficoltà di questa tesi, dicendo (come Locke) che, nel corso della ricerca, combinando concetti che designano qualcosa di dato, noi formiamo concetti che a loro volta non designano qualcosa di immediatamente noto (dato). La questione sarebbe allora se a questi nuovi concetti sia coordinato qualcosa di reale oppure se alle caratteristiche di tali concetti sia connesso anche il predicato “reale”.

La risposta alla questione della realtà di un oggetto va fatta con determinate designazioni, ma essa dipenderebbe dalla definizione di realtà. Ma è possibile definire la realtà ? Quest’ultima non si lascia mostrare solo nell’immediato esperire ? Schlick sostiene che un’analisi del concetto di realtà fa parte delle richieste che non possono essere soddisfatte, anche se è possibile reperire un contrassegno che caratterizzi tutto il reale e serva come criterio linguistico della realtà di un oggetto. Tale criterio è essenziale per la vita pratica nella quale viene usato continuamente, ma andrebbe esaminato dal punto di vista epistemologico. Il problema dunque è quale sia questo criterio e come sia possibile poi la successiva determinazione del reale (che tipo di concetti vanno usati e così via …).

 

 

La definizione di realtà

 

Per Schlick il concetto di realtà non è un concetto scientifico e non è un prodotto di una ricerca specifica (come ad es. “integrale” e “energia”). Alle scienze non importa nulla di determinare il concetto di realtà, in quanto ogni scienza si muove in un terreno di astrazioni o meglio essa è teoria ed ha per oggetto astrazioni irreali. La nozione di realtà ha un’accezione eminentemente pratica, così come affermava Dilthey. L’ascrizione di “realtà” ad un oggetto da parte di un uomo ingenuo deve quindi essere rivista ed eventualmente confermata o rielaborata ad un livello epistemologico. L’individuo ingenuo considera realtà gli oggetti della percezione sensoriale senza però essere consapevole della distinzione tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Egli infatti non dice “Ho la percezione di un tavolo”, ma “Vedo un tavolo”.

Schlick dice che anticamente la distinzione tra realtà ed irrealtà si cominciò a delineare solo quando si tematizzano il sogno, gli inganni sensoriali e le menzogne. Il criterio di realtà si costituisce attraverso la verifica intersoggettiva e l’approccio e la convergenza di più interfacce sensoriali (ad es. quando si tocca quel che si vede). In questo caso le rappresentazioni sono reali, ma il loro oggetto è irreale.

Tuttavia anche oggetti non percepiti vengono considerati reali (quando ad es. si vede un animale morto e si inferisce la presenza di un predatore). In tal caso si definisce “reale”ciò che produce effetti e dunque il principio di realtà si collega al principio di causalità, principio che viene continuamente utilizzato nella vita pratica. Inoltre il fatto che un oggetto non percepito produca effetti genera l’idea che esso sia autonomo dal soggetto percipiente e che addirittura fuori dalla percezione esso continui ad esistere con le qualità intuitive (primarie e secondarie) date all’interno della percezione. Questo per Schlick è realismo ingenuo dove pensare le cose vuol dire rappresentarle intuitivamente : la cosa in sé di Kant è proprio il frutto di tale concezione popolare ed il suo concetto viene introdotto da Kant senza alcuna definizione.

Schlick poi si chiede se la filosofia può assumere i criteri di realtà della visione ingenua del mondo. Egli approva la tesi ingenua per cui il propriamente dato vale come reale (Husserl ?) e cita Beneke, correggendo la tesi ingenua dove questa vuole introdurre una demarcazione tra i dati (più o meno reali). Addirittura egli, contraddicendosi in parte, toglie qualunque importanza alla distinzione tra oggetto reale e rappresentazione. Tuttavia però la seconda tesi del pensiero ingenuo, per cui non solo il dato stesso è reale, ma anche le cause nascoste del dato, viene invece considerata con la massima prudenza. Ridurre la realtà a causalità (capacità di produrre effetti) non è soddisfacente, in quanto la causalità è concetto più complesso e presuppone quello di realtà, in quanto la relazione causale è sempre relazione tra oggetti reali. Per Schlick il pensiero del realismo ingenuo presuppone una realtà in sé che non perviene mai all’esperienza, né come tale, né nei suoi effetti e , per la quale, i criteri di verità sono vanificati.

 

 

 

Due strade

 

Schlick dice che, a partire dal realismo pre-filosofico è possibile battere due strade :

  • Il realismo filosofico per cui si integra scientificamente la concezione popolare.
  • Il coscienzialismo (o positivismo idealistico) per cui si deve negare il secondo passo (realistico) del pensiero ingenuo.

Egli passa ad esaminare dunque la posizione realistica per la quale il reale è sia ciò che viene esperito, sia ciò che causa quest’ultimo. Per il realismo questo secondo fattore non è riducibile al primo (ci sono cause non esperite), ma il primo fattore è riducibile al secondo (ci sono rapporti di causa ed effetto anche tra dati esperiti).

Schlick però nota che, una volta superata la sfera del percepito, si potrebbero cominciare anche a prendere in considerazione entità che non producono vissuti come loro effetto.

Il realismo però vieta questo fatto : reale è solo ciò che agisce, ciò che esercita un effetto.

A tal proposito, Schlick esamina l’etimologia di “reale” : in tedesco esso è “wirklich” e deriva da “wirken”, ciò che agisce e in greco è “energheia” da en-ergon (in-atto, in-funzione, al-lavoro, in-azione). Egli cita poi alcuni filosofi, come Leibniz per il quale “quod non agit, non existit”, Schopenhauer per il quale la materia è causalità oggettivamente concepita ed infine Erdmann per il quale reali sono gli oggetti efficaci.

Schlick però a queste concezioni obietta giustamente che si può pensare l’Essere separatamente dall’agire ed è lo stesso pensiero ingenuo a svolgere tale separazione anche in maniera netta e conclude che il criterio dell’agire presuppone quello dell’Essere e quest’ultimo è più generale del primo, perché appunto l’Essere si può pensare senza agire. Infine a suo dire il criterio della causalità dissolve ogni importanza dell’immediatamente dato.

 

 

Lotze, Mill e Kant

 

Schlick esamina poi la posizione di Lotze, la quale renderebbe la rappresentazione della realtà ancora più evanescente, in quanto concepisce come caratterizzazione del reale, lo stare-in-relazione (non solo causale), ma in questo modo egli non distinguerebbe più tra relazioni ideali e relazioni irreali (i numeri per Schlick non sono reali, ma sono tra loro interrelati nell’aritmetica) e sarebbe costretto a dire che quel che significa “essere” in contrapposizione al non-essere è indefinibile e lo si può solo esperire. Schlick conclude che Lotze è perciò costretto (dicendo che la relazione va esperita) a pensare di nuovo le relazioni reali come relazioni causali ed a tornare al punto di partenza.

Schlick poi si dedica alla concezione più fenomenista, per cui va mantenuto il contatto tra il reale ed il propriamente dato : ad es. J.S. Mill sostiene che, se si ammette come realtà esterna non solo il dato della percezione, ma anche qualcos’ altro, questo viene rappresentato come se fosse dato nella percezione e come qualcosa che effettivamente comparirebbe in una percezione date certe condizioni. Dunque per Mill le cose reali sono condizioni di percezioni possibili.

Schlick obietta a tale posizione il fatto che essa è una riduzione del reale al possibile, ma la possibilità si definisce in riferimento alla realtà e dunque sarebbe un circolo vizioso definire la realtà in riferimento alla possibilità.

Schlick aggiunge che, per rendere in qualche modo utilizzabile la teoria della possibilità di sensazioni, dovremmo specificare le condizioni in cui compaiono sensazioni. A tal proposito, Schlick considera superiore a Mill la concezione di Kant, per il quale ciò che è connesso con le condizioni materiali dell’esperienza (la sensazione) è reale, mentre la possibilità fa riferimento alle condizioni formali. Da ciò Schlick fa discendere che la possibilità viene da Kant ricondotta solo indirettamente a relazioni con l’intuitivo. Nell’espressione kantiana “è connesso”, c’è però ancora vaghezza, in quanto Kant dice che il postulato relativo al conoscere la realtà delle cose richiede la percezione, ma non direttamente, bensì indirettamente e cioè richiedendo una connessione di tale oggetto con qualche  percezione reale, secondo le analogie dell’esperienza che prospettano ogni nesso reale in un’esperienza in generale.

Schlick a tal proposito evidenzia che il rinvio a determinazioni complicate e sintetiche non consente alla posizione kantiana di dirci quale sia il criterio di realtà e più specificatamente non ci dice da cosa si dovrebbe riconoscere il sussistere di quelle relazioni di cui si parla nelle analogie dell’esperienza.

 

 

Il metodo cartesiano e Hilbert

 

Schlick poi, prima di intraprendere la sua definizione di un criterio del reale, sottolinea l’esigenza di ancorare la determinazione del reale all’immediatamente dato (sensazioni) esprimendo con ciò l’impossibilità di un definizione puramente logica del concetto di realtà. Egli parte dalla definizione di Riehl per cui “essere reale” e “fare parte del contesto delle percezioni e della loro interconnessione” è una sola e medesima cosa.

Egli dice poi che il metodo che va seguito per risolvere la querelle parte dal constatare che l’aspirazione alla conoscenza filosofica ha dinanzi a sé due strade :

  • La strada di Descartes per cui, da tutti i giudizi ritenuti veri, si espungono tutti quelli su cui si può dubitare fino a che si arriva all’assolutamente certo, dal quale, con un procedimento sicuro, si erige l’edificio di verità filosofiche. In tal modo verrebbe tracciato un confine minimale per il regno della conoscenza. Schlick a questa via obietta che il procedimento sicuro è la deduzione, ma questa è tautologica per cui ciò che si può edificare è solo la stessa base ripetuta con altre parole. Tale concezione inoltre è costretta ad integrare il misero nucleo sottratto al dubbio fino ad un sistema compiuto.
  • La strada (che chiameremo di Hilbert), per cui si scartano dalle conoscenze usuali tutti i giudizi certamente falsi. Tale metodo scalpella dal di fuori tutto ciò che è inconsistente e pone al regno della verità un confine massimale oltre cui non ci si può estendere. Essa parte da un mondo inesauribile, pieno di processi naturali ed individui pensanti e purifica tale immagine dalle contraddizioni, così l’ampiezza del regno della nostra conoscenza viene ad essere compresa tra il confine minimale del primo metodo ed il confine massimale del secondo, ma nessuno sa con precisione dove si trova con esattezza.

 

Schlick dice pure  a tal proposito che la via cartesiana, apparentemente più rigorosa, è incoerente in quanto, arrivata alla sua meta, già deve tornare indietro e lo può fare solo seguendo lo stesso cammino che la seconda aveva preso sin dall’inizio. Il metodo cartesiano si deve fermare a ciò che è percepito nel momento presente e non può concludere per l’esistenza del mondo esterno, per contenuti di coscienza altrui e per altri soggetti.

 

 

 

 

Il carattere temporale del reale

 

Seguendo in questo Frege ed Husserl, Schlick poi afferma che la realtà è nel tempo, ma i concetti sono atemporali, ma poi afferma che il carattere temporale del reale può essere una caratteristica tale da assumere il ruolo di criterio di realtà così a lungo cercato.

Come Frege egli dice che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa, perché nella mente esistono processi reali psichici che assumono la funzione dei concetti, funzione e contenuto che sono però atemporali. Ciò vale anche per gli oggetti irreali che non sono concetti, tipo i viaggi immaginati, che non sono distinguibili da quelli reali per il loro contenuto (qui egli cita Kant per il fatto che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali). Schlick poi cerca di individuare la differenza tra viaggio reale e viaggio immaginato e dice che il viaggio immaginato è più vago, più indeterminato, né deve essere dettagliato al contrario del viaggio reale che non ha la stessa libertà di determinazione.

Schlick precisa che bisogna trovare il tipo specifico di determinatezza del reale, tipo specifico che è uno stabile ordinamento spazio-temporale che pone ogni processo del mondo reale in un’interconnessione univoca con tutti gli altri processi del mondo. Ad ogni elemento di realtà compete uno ed un solo posto nel tempo, posto pienamente e stabilmente determinato, una volta scelte un’unità di misura ed un sistema di riferimento temporali.

Schlick poi cerca di rispondere all’obiezione per cui una determinazione temporale è possibile anche per un viaggio immaginario che si può fissare nel tempo sin nei secondi. Egli argomenta  supponendo che le interconnessioni naturali renderebbero necessario de facto che i singoli momenti del viaggio possano aver luogo solo in un certo modo ed in tempi determinabili anticipatamente. Ciò vuol dire che tali processi debbono avvenire esattamente come si è detto e che quindi il viaggio non è affatto qualcosa di meramente immaginario ma possiede futura realtà e non appena le circostanze naturali determinano il momento, l’evento allora si produce realmente. Naturalmente non tutte le circostanze saranno calcolabili, per cui non è mai possibile giudicare con certezza se ciò che all’inizio è immaginario diventerà anche reale. Ma tutto questo sempre si esprime nel fatto che, per il mio rappresentare o immaginare, non sussiste costrizione assoluta ad assegnare univocamente, a ciò che è rappresentato o immaginato, un punto temporale. Arbitrarietà ed incertezza rimangono comunque ed un discorso analogo vale anche per realtà passate. Infatti non si potrà mai determinare con perfetta certezza se il passato che ci rappresentiamo sia anche stato reale, in quello stesso modo in cui viene rappresentato. Tuttavia, quanto maggiore è la precisione con cui riusciamo a localizzarlo spazio-temporalmente, tanto maggiore è la sicurezza con cui possiamo dire di aver colto la realtà. Infatti, una visione onirica al risveglio viene riconosciuta come irreale perché non c’è niente che ci costringa a collocare in determinati punti temporali i processi svoltisi in questa visione, essa non ha lasciato dietro di sé delle tracce con il cui ausilio potrebbe venire temporalmente collegata in modo univoco ai vissuti del presente.

Schlick poi si rende conto che il criterio della localizzazione spazio-temporale è kantiano, ma attribuisce a Kant l’interpretazione contenutistica del contrassegno spazio-temporale che non appartiene a Kant. Egli poi dice che apparentemente il coordinamento oggettivo spazio-temporale sembra essere sganciato dall’immediatamente dato. Ma, egli precisa, la determinazione temporale, essendo relativa ad un’altra determinazione temporale, rischia di scatenare un processo ad infinitum se non ci fosse un riferimento a sua volta non relativo ad altri e cioè il presente.

Schlick aggiunge che, se il criterio della realtà di un oggetto lo poniamo nel suo esserci ad un determinato tempo, l’interconnessione del reale con il propriamente dato viene ad espressione con chiarezza.

Schlick dice poi che il filosofo non ha diritto di dare alla parola “realtà” un senso nuovo diverso da quello che il pensiero pre-filosofico ha prodotto e di cui si serve, perchè è da lì che alla filosofia vengono posti i suoi problemi ed i problemi non li può risolvere introducendo nuove definizioni. In tal modo ci si prepara sin dall’inizio il proprio particolare concetto di realtà per scansare dei problemi che altrimenti non riuscirebbero a dominare. Tali sistemi che affermano che l’equazione “reale = temporalmente determinato” non sia vera si dividono a loro volta in quelli che ritengo  tale equazione come angusta (e questi sarebbero stati confutati da Kant) e quelli che ritengono tale equazione troppo liberale.

Schlick dice che la determinazione spazio-temporale presuppone l’esistenza di un oggetto a prescindere dalla sua percepibilità. Tempo e spazio inoltre non sono in sé reali come la penna con cui scrive. Egli considera cose in sé gli oggetti di cui si afferma la realtà senza che ci siano dati, ma essi non sono quel che resta di una cosa, quando si sono tolte tutte le proprietà. Egli aggiunge giustamente che il termine “cosa” è anche fuorviante, perché spesso la realtà è fatta di processi. La cosa in sé, intesa come residuo, è un assoluto, un ignoto portatore di proprietà.

Il fatto che oggetti non immediatamente dati debbono essere pensati come temporalmente determinati non vuol dire che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé.

 

 



Coordinamento dei segni e convergenza verso l’oggetto

 

Già Schlick non è del tutto preciso quando considera “La Gallia fu conquistata dai romani” come un giudizio sintetico, dal momento che ciò dipende dal fatto se nella definizione di “Gallia” sia compresa la funzione “essere conquistata dai Romani”. Infatti Schlick in questo caso parte convenzionalmente da un concetto di Gallia che è solo geograficamente e non anche storicamente connotato. Proprio per questo egli erroneamente dice che invano si tenterebbe di derivare dalle caratteristiche del concetto di Gallia il fatto che un giorno sarebbe stata conquistata dai Romani.

La sua concezione per cui la conoscenza non è adesione al designato, ma solo ordinamento e coordinamento di segni nel prendere spunto da Hilbert finisce per assomigliare ad Hegel. Tuttavia egli non spiega come si faccia a coordinare i segni senza farli convergere verso l’oggetto. Che tipo di coordinamento dovrebbe infatti essere adottato ? E quale criterio regola tale adozione ? Anche la concezione per cui il designato indipendentemente dal designare non abbia senso andrebbe chiarita: egli riduce l’oggetto alla sua relazione con il segno ? L’esperienza è un evento irriducibilmente interiore ? Non c’è dell’idealismo gnoseologico in questa posizione ?

Non a caso Schlick un momento dopo si corregge parzialmente, ma ugualmente, per dire che il mondo dei dati non sia l’unica realtà conoscibile e che sarebbe necessario prima averlo conosciuto interamente.

 

 

 

 

Realtà ed irrealtà

 

Anche la tesi per cui non si possono separare gli oggetti reali dagli oggetti irreali in quanto questi ultimi non ci sono affatto non spiega perché di questi ultimi si può parlare. Ciò vuol dire che essi hanno almeno un grado minimo di esistenza. Schlick presume che gli oggetti irreali siano combinazioni di concetti che designano qualcosa di dato e dunque di essi si potrebbe verificare se siano coordinati a qualche oggetto reale. Questa teoria che ricorda Locke presuppone però che tutti i concetti siano derivabili da segni che designano qualcosa di dato. Ma è davvero possibile una così completa derivazione ? Il concetto ad es. di “Infinito” è derivabile dall’empiria ?

In realtà quello che viene chiamato principio di realtà è un principio solamente pratico e viene semplicemente presupposto così com’è dalla scienza, la quale deve lasciare alla filosofia il compito della sua definizione. Schlick lo dice in certi momenti, ma poi sembra dimenticarlo.

Schlick va incontro a tesi paradossali quando dice che le scienze si muovono in un terreno di astrazioni irreali. Perché esse non perdano la loro valenza conoscitiva, c’è bisogno di una filosofia che spieghi perché queste cosiddette astrazioni irreali abbiano invece uno statuto ontologico positivo.

 

 

La cosa in sé è un concetto popolare ?

 

Schlick considera ingenua la visione del senso comune che si accontenta di dire “vedo un tavolo” e non distingue tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Ma ci si domanda se questa distinzione introdotta da Schlick invece che un momento di maturità conoscitiva non sia in realtà una specifica svolta storica con possibili effetti di distorsione, per la quale si potrebbe ipotizzare una rappresentazione con un oggetto irreale. Ma se l’oggetto irreale non avesse un grado minimo di esistenza, di cosa sarebbe rappresentazione la rappresentazione di un oggetto irreale ? Dire poi che la cosa in sé sia il frutto di una concezione popolare è pure sbagliato, in quanto popolare è la coincidenza tra cosa in sé e fenomeno ed il fatto che Kant introduca la cosa in sé senza definizione non è indice del fatto che sia un concetto popolare, ma del fatto che si tratta di un concetto residuale, a cui cioè sono state tolte tutte le proprietà degli oggetti fenomenici. Perciò il concetto di cosa in sé è contro il senso comune, in quanto separa con il pensiero le proprietà fenomeniche dalla realtà intuibile.

 

 

Realtà in quanto produce effetti

 

Quando poi Schlick respinge la tesi che le cause di ciò che è dato sono anch’esse reali, dicendo che la riduzione della realtà a causalità non sia soddisfacente ( in quanto la seconda sarebbe un concetto più complesso e ristretto del primo), egli opera un sofisma giocando con le diverse accezioni del termine “realtà”. Infatti la realtà che produce effetti è la realtà nel senso materiale del termine, mentre la realtà dei termini presupposta dal rapporto di causalità è la realtà nel senso noematico del termine. Perché ci sia un rapporto di causalità tra due oggetti, questi devono essere entrambi reali. Perciò la causa di un dato empirico (considerato reale nel senso percettivo del termine) deve essere anch’essa reale (almeno nel senso materiale del termine). Come si vede, ammettendo i presupposti di Schlick, si può giustificare il secondo passo del realismo ingenuo su cui invece Schlick sospende il giudizio. In realtà egli da un lato confonde il realismo del senso comune con la concezione kantiana della cosa in sé, dall’altro critica giustamente la concezione pragmatistica per cui ciò che è reale è solo ciò che produce effetti, ma in tal modo restringe la definizione del reale solo a ciò che è immediatamente dato : la sua critica invece di allargare l’estensione semantica di “reale”, ne riduce ingiustificatamente i confini.

Schlick nella critica del reale pragmatisticamente inteso sembra voler preservare sia le entità più astratte che i dati empirici, ma egli non fa l’unica operazione che potrebbe rimettere le cose a posto: riconoscere un livello minimo di realtà a tutti gli oggetti e distinguerli in base ai livelli successivi di realtà entro i quali essi sono inseriti.

 

 

Critiche non ben fondate

 

Schlick ha in parte ragione quando critica Lotze dal momento che quest’ultimo usa una sola accezione di “reale”ed al tempo stesso crede ad una distinzione tra reale ed irreale. Ma queste due cose non sono a nostro parere conciliabili. Anche Schlick però in questo caso presuppone troppe cose senza argomentare ed incorre così anche lui nell’errore ad es. quando dice che i numeri non sono reali.

Quanto alle tesi di J.S.Mill in esse c’è sia Kant (l’esistenza come possibilità di essere percepiti), c’è il realismo ingenuo (ciò che è fuori dalla percezione lo è solo contingentemente) e c’è anche la scienza moderna (la riproducibilità dei processi fisici a certe condizioni). Criticandolo Schlick fa confusione, in quanto :

·         Mill  non riduce il reale a possibile, ma definisce il reale “ciò che può essere percepito” e non “ciò che può essere”.

·         La concezione di Mill non è un coscienzialismo, ma una forma di realismo ingenuo che cerca di conciliare la concezione causale del reale con quella fenomenistica.

Schlick subordina l’utilizzabilità scientifica della tesi di Mill alla specificazione delle condizioni in cui compaiono sensazioni. Ma l’utilizzazione scientifica non è il criterio di giustificazione di una teoria filosofica.

Anche nella critica a Kant Schlick ripete i medesimi errori giacché confonde anche in questo caso la possibilità (intesa come possibilità di esistere) con la possibilità di essere percepiti (che è propria dell’accezione materiale di “esistenza”). Egli non si rende conto che proprio la concezione di Kant è ambigua dal momento che questi identifica la sensazione con le condizioni materiali dell’esperienza, le quali sono solo la possibilità della sensazione : in realtà Kant è molto più vicino a Mill di quanto Schlick possa pensare. D’altro canto cosa intende lo stesso Kant con “percezione reale”? Una percezione già verificatasi o anche una percezione possibile ? E le analogie dell’esperienza sono gli unici fragili ponti per superare il solipsismo ed andare verso l’intersoggettività propria della scienza ?

Quanto alla definizione di Riehl ci sono da porsi solo alcune domande : il contesto delle percezioni è a sua volta composto solo dalle percezioni ? Il contesto è un attributo delle percezioni (e perciò esterno ad esse) ? O le percezioni determinano il contesto (e dunque il contesto è costituito solo da percezioni) ?

 

 

I vantaggi presunti della via hilbertiana

 

Invece sulla distinzione operata da Schlick tra via cartesiana e via hilbertiana alla conoscenza, ci sono da fare le seguenti osservazioni :

·         Schlick anticipa il falsificazionismo di Popper e l’empirismo liberalizzato, dimostrando una concezione più aperta di quella neopositivista che adotterà successivamente.

·         Anche la via hilbertiana deve escludere ciò che è indubitabilmente falso. Dunque il criterio dell’indubitabilità viene solo spostato ad un livello logico differente. Senza contare che per ogni proposizione indubitabilmente falsa, esiste una proposizione indubitabilmente vera (la negazione della prima).

·         Esistono teorie immediatamente contraddittorie ? E se non sono immediatamente contraddittorie bisogna ricorrere alle contraddizioni perlocutorie ? In questo caso l’incertezza aumenta ancora.

·         Anche il metodo di Hilbert dovrà tornare sui suoi passi per inserire criteri più selettivi che orientino il soggetto all’interno della molteplicità di ipotesi e credenze rimaste in piedi.

 

 

Viaggi reali e viaggi immaginari

 

         Quanto alla tesi di Schlick per cui la temporalità è criterio necessario del reale va detto che tale criterio potrebbe essere fenomenologico, ma non ontologico. Nel dire che la nostra conoscenza del reale non si rivela mai altrimenti che nella forma del tempo, Schlick abbraccia la concezione kantiana, anche quando circoscrive la necessità della forma dello spazio ad un sotto-insieme del reale e cioè il mondo esterno.

Schlick, affermando che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa in quanto nella mente esistono solo processi psichici, non tiene conto del fatto che quello che lui chiama psichico è invece l’ambito di ciò che è fenomenologicamente dato, all’interno del quale i noemi appaiono e scompaiono, ingrediscono e non ingrediscono, ma non hanno un inizio ed un termine nel tempo : sono quelli che Whitehead chiamava oggetti eterni. Schlick confonde anche i concetti con gli oggetti dell’immaginazione (ad es. un viaggio fantasticato). Egli non tiene conto del fatto che un viaggio immaginato è più vicino alla effettivamente avvenuta battaglia di Farsalo che non ad una funzione concettuale. Nel dire poi che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali, pensa erroneamente che una descrizione per quanto dettagliata possa essere equivalente ad un oggetto fisico reale, mentre in realtà l’approssimazione della prima verso il secondo è in linea di principio illimitata. Cosa mancherebbe ai 100 talleri immaginati ? Forse la prova ontologica allude al fatto che certi livelli di esistenza non sono garantiti a tutti gli oggetti, ma sono posizioni legate alla potenza. Schlick argomenta che l’esistenza non si può inferire, ma poi allude troppo confusamente ad un predicato del tutto nuovo e ad un qualcosa d’altro a cui l’oggetto ipotizzato dovrebbe relazionarsi tramite questo predicato nuovo. La tesi è così poco chiara che ci rende impossibile seguirne la traiettoria. Schlick inoltre nella sua argomentazione confonde il viaggio immaginario ancora tutto da descrivere e lo compara con il viaggio reale già bello e compiuto. In questo modo ha facilmente buon gioco, ma si provi a comparare un viaggio immaginato ben descritto nei dettagli con un viaggio reale in cui molte cose vanno ancora scoperte o descritte. Sulla comparazione tra viaggio reale e viaggio immaginario andrebbero fatte anche queste altre osservazioni :

1.      A volte un viaggio reale ha imprevisti, mentre non ne ha un viaggio immaginario (si pensi ad un romanzo già scritto).

2.      Schlick considera irrilevante lo scarto tra la previsione ed il processo reale ai fini del carattere determinato di quest’ultimo. Ma non dà ragione di questa irrilevanza.

3.      Cosa vuol dire che l’evento si produce realmente, quando devi ancora definire ciò che è reale ? Nell’argomentazione di Schlick c’è un evidente petitio principii.

4.      Il fatto che nell’immaginazione non ci sia una costrizione a determinare non vuol dire che non ci sia una determinazione oggettiva di ciò che è immaginario. Inoltre, qual è la costrizione che ci spinge a descrivere in maniera dettagliata i processi reali ? Questa mancata consapevolezza tradisce l’intento ideologico del criterio che Schlick sta elaborando. Non potrebbe il reale essere ciò che noi vogliamo determinare ?

 

 

La determinazione temporale ed il presente fenomenologico

 

Schlick poi considera la determinatezza del reale come sottoposta ad uno stabile ordinamento spazio-temporale. Ma chi assicura a Schlick tale stabilità se non una tesi metafisica occultamente presupposta ? La stabilità di un elemento di realtà va verificata definendo questo elemento rigorosamente, risalendone al concetto e dunque individuandolo in una trama ideale ed atemporale di rapporti.

Quanto alla tesi di Schlick per cui la determinazione temporale può scatenare un rinvio ad infinitum, per cui bisogna fare riferimento al presente come dimensione in cui la determinazione viene operata, si tratta in questo caso di un paralogismo, dal momento che il presente (l’immediatamente dato) non è assolutamente rapportabile ad una determinazione spazio-temporale che può essere fatta solo escludendo gli indicali (tipo “ora”) ed è contenutisticamente del tutto vuoto (Hegel). Tale connessione problematica tra determinazione temporale e presente fenomenologico dà origine ad una connessione altrettanto problematica tra il reale considerato nel tempo e ciò che è immediatamente dato.

Schlick all’inizio presenta il dato  temporale del reale come l’inserimento del reale nella corrente di coscienza (e dunque la riduzione del reale ad immediatamente dato) e poi presenta la temporalità come determinazione univoca (stare in quel posto e a quel tempo). Ovviamente l’argomentazione risulta alla fine ambigua. Infine  la determinazione spazio-temporale del reale somiglia al relazionismo (interconnessionismo) di Lotze senza specificare perché tale determinazione sia reale, mentre le altre sarebbero solo ideali. Ovviamente dire che ciò che riconosciamo come reale è temporale, non presuppone che noi già riconosciamo qualcosa come reale prima di vedere che ha una dimensione temporale ? E tale previo riconoscimento come può essere spiegato o giustificato ? Non siamo di nuovo di fronte ad una petitio principii ?

Infine il fatto che la determinazione temporale si applichi anche ad oggetti non immediatamente dati non mette fuori gioco qualsiasi necessità di rapporto con il presente fenomenologico e l’immediatamente dato ? Ed inoltre non sancisce (contrariamente a quel che pensa Schlick) che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé ?


22 febbraio 2010

L’evidenza e la percezione in Schlick

 

L’evidenza ed il regressus ad infinitum

 

Schlick osserva poi che i sostenitori del criterio dell’evidenza nel campo logico argomentano che qualunque cosa si dica, si presuppone sempre ed inevitabilmente che le affermazioni fatte siano evidentemente vere. Quindi non sarebbe possibile rifiutare il criterio dell’evidenza e perciò il rinvio all’evidenza sarà sempre il punto terminale di una chiarificazione epistemologica. Schlick a tale tesi obietta che i fondamenti di ogni sapere non hanno bisogno di essere evidenti perché ci sono e basta. Il ricorso all’evidenza (“x è evidente”) scatena solo un regresso ad infinitum (“è evidente che x sia evidente”) ed inoltre l’evidenza psicologica può accompagnare anche giudizi falsi. A nulla vale per Schlick la distinzione tra evidenza (oggettiva) e certezza (soggettiva) e magari parlare di certezza senza evidenza. Infatti o l’evidenza autentica viene esperita come diversa da quella inautentica (ma in questo caso verrebbe negato lo stato di fatto spiegato dalla teoria dell’evidenza) oppure tale esperienza distinta non è possibile ed allora solo un’indagine successiva (non basata sull’evidenza altrimenti si andrebbe in un circolo vizioso) potrebbe stabilire se ci troviamo di fronte ad una certezza con o senza evidenza.

 

 

Evidenza e verità

 

Schlick osserva pure che gli assiomi di una scienza non debbono far parte dei giudizi immediatamente evidenti : questi ultimi forse sono giudizi percettivi elementari, mentre principi come quello di causalità o del pdnc sono ai massimi livelli di astrazione e collegano concetti ricchi di relazioni, per cui più sono astratti e più sono complicati i processi che ce li rendono presenti. Dunque che i principi logico-conoscitivi siano immediatamente evidenti è una tesi temeraria.

Schlick poi accenna alle modifiche della teoria dell’evidenza per cui quest’ultima non è un mero vissuto soggettivo, ma una proprietà ideale (logica) del giudizio che può essere colta o non colta negli atti reali di pensiero : la teoria così si allontana dal suo punto di partenza e dalla sua specificità. L’evidenza diventa un contrassegno della verità o la verità stessa della proposizione. Ma le obiezioni scettiche valide contro la caratterizzazione psicologica dell’evidenza si trasferiscono pari pari dall’evidenza stessa alla sua relazione con i vissuti soggettivi che devono con la loro comparsa informarci della sua presenza. Schlick dice poi che l’errore fondamentale di questa posizione è di concepire la verità come qualcosa di inerente al singolo giudizio stesso indipendentemente da altri giudizi e stati di cose reali. Ma la verità non è una proprietà immanente del giudizio e la sua essenza invece consiste nelle relazioni del giudizio con qualcosa al di fuori di esso e cioè altri giudizi (proposizioni concettuali) o la realtà (asserzioni di realtà). In tale ambito si presentano stati di coscienza che si possono designare come sentimenti di evidenza, la cui significanza gnoseologica non deve essere però fraintesa.

La teoria dell’evidenza per Schlick è piena di contraddizioni. Essa si origina anche dal fatto che si pensa erroneamente che le verità ed i fatti di coscienza siano di fronte alla coscienza stessa, per cui c’è bisogno di un filtro di verità tra la coscienza e questi dati. Invece in realtà i propri processi di pensiero non sono per la coscienza fatti estranei, ma qualcosa che fa parte di essa stessa, mentre tuttavia si continua a pensare i processi di pensiero come staccati dalla mente ed il loro rapporto lo si definisce una percezione interna, concetto che è molto infelice

 

 

La tesi di Brentano

 

Schlick poi esamina la tesi di Brentano, per cui nel caso della percezione interna, il percepito sarebbe immediatamente inerente alla percezione, mentre nella percezione esterna gli oggetti sarebbero dati alla percezione solo mediatamente attraverso l’ausilio degli organi di senso. Schlick obietta che è stato fatto giustamente notare che, nel caso della percezione esterna, non si tratta di inganni sensoriali, ma al massimo di falsa interpretazione, e tale falsa interpretazione si avrebbe pure nel caso della percezione interna o al contrario sia percezione interna che percezione esterna sarebbero altrettanto evidenti ed infallibili.

Husserl parla invece di percezione adeguata, dove contenuto ed oggetto coincidono, e percezione inadeguata dove invece divergono. Ma Schlick obietta che il contenuto è lì, c’è e questo è tutto e dunque la percezione adeguata sembra essere fuorviante ed avere senso solo in quei sistemi filosofici dove esiste una conoscenza intuitiva e dove la percezione stessa è già conoscenza.

Schlick poi considera la distinzione di Brentano tra percezione interna (l’esser dato) e l’osservazione interna (che per Brentano è illusoria) ed il rifiuto di Brentano dell’inconscio una conferma della sua idea. Schlick aggiunge che, contro la sua tesi dell’impossibilità della distinzione tra un contenuto di coscienza ed il suo essere percepito, la psicologia sperimentale si difende con la teoria leibniziana delle piccolissime percezioni inconsce, per cui vi sono sensazioni e differenze di sensazioni che non vengono avvertite (Kulpe).

 

 

La tesi di Stumpf

 

Anche Stumpf parla ad es. di accordi dove le singole note sono presenti anche se non avvertite nella loro singolarità. Anche il chimico, dice Stumpf, è stato accusato di commettere fallacie nel concludere che nell’acido carbonico sarebbero già contenute le due sostanze che da questo si ottengono successivamente. A tal proposito Schlick obietta che l’acido carbonico non è qualcosa di immediatamente dato, ma un sostrato che sta in qualche modo oltre le sensazioni date oppure è un concetto che designa certe interconnessioni del dato. Lo stesso vale dell’ossigeno e del carbonio che possono essere definiti in modo che adempiano il meglio possibile alla loro funzione. Ma i dati di coscienza non sono lo stesso : un accordo udito non è una cosa trascendente sulla cui proprietà e componenti possano essere fatte queste o quelle supposizioni. Non si tratta di un concetto definibile, ma qualcosa che è semplicemente e su cui non si possono fare ipotesi (queste si fanno solo su oggetti immediatamente dati). Il dato è il reale per eccellenza, che precede tutte le nostre assunzioni. Se nell’udire un accordo la prima volta si ha la sensazione di un suono unitario e la volta successiva si percepiscono in esso più note, allora i vissuti presenti la prima volta sono diversi da quelli presenti la seconda volta.

Schlick infatti dopo ammette che c’è la possibilità di assumere che le sensazioni stesse siano diverse nei due casi, ma aggiunge che l’ipotesi, con cui si vorrebbe ridurre la diversità tra i due casi (una nota o più note) all’intervento di uno specifico atto psichico, è inaccettabile se questo atto lo si concepisce come un semplice avvertire. “Essere avvertito” è sinonimo di essere conscio e non può essere una particolare funzione della coscienza, ma è esso stesso coscienza e non può mai servire a spiegare la differenza tra due stati di coscienza.

Schlick aggiunge che lo sforzo di ritrovare immutati in configurazioni psichiche differenti gli stessi elementi (a volta inavvertiti, a volte consaputi) è un residuo di atomismo psicologico, di un’illecita reificazione che rende le configurazioni della coscienza come composti diversi di elementi immutati. A questa concezione atomistica si obietta che la corrente di coscienza è un vero e proprio flusso eracliteo dove ogni stato-di-coscienza  è un’unità e non è analizzabile come un composto chimico.

Schlick cita Cornelius quando afferma che da un qualsiasi contenuto di coscienza nulla può essere analizzato, senza che qualcosa di nuovo prenda il posto di questo contenuto di coscienza.

Schlick analizza dunque l’argomentazione di Stumpf, secondo il quale, anche se colore ed estensione formano un intero, non è vero tuttavia che l’estensione non si presenti senza il colore in quanto l’estensione al tatto non è colorata. Schlick a questo argomento obietta che la parola “estensione” applicata ai dati di sensi differenti significa qualcosa di diverso nei diversi casi. L’estensione di un colore e quella del tatto non sono dati psichici identici e solo una corrispondenza empirica tra ordinamento di impressioni tattili ed ordinamento di impressioni visive può consentire che i due dati vengano riferiti ad un unico e medesimo ordinamento oggettivo chiamato “estensione”. Le considerazioni di Stumpf non dimostrano la possibilità della distinzione tra la sensazione ed il suo venir avvertita. Con ciò non si è detto niente contro la statuizione delle funzioni psichiche come specifica classe di vissuti. Ciò che si nega è che, tra queste funzioni, ve ne sia una che consista nell’avvertire i contenuti di coscienza. Schlick aggiunge che, se si distingue la sensazione dal suo essere avvertita (in modo che potrebbero esserci sensazioni senza che una coscienza ne sappia nulla), allora le stesse sensazioni sono oggetti trascendenti di fronte alla coscienza (come gli oggetti della percezione esterna), ma una dottrina del genere va qualificata come metafisica, dove le sensazioni sono cose in sé inconsce, così come sono inconsce le cose fisiche. Egli smussa poi la sua tesi, in quanto dice che i processi di appercezione, che si accompagnano ad un dato e attraverso i quali questo dato vissuto viene elaborato, sono designati da Durr come “percezione interna del vissuto”. Per Schlick, se in tal caso non s’intende un cogliere immediato, questi processi di elaborazione derivati dal vissuto non sono contestati, ma non sono percezioni interne, ma appunto appercezioni, dove non è che il vissuto percepito sia contenuto ancora immutato nel vissuto appercettivo, ma si tratta di due vissuti diversi. Egli a tal proposito cita Herbertz che considera la percezione interna qualcosa di non immediato, ma una sorta di riflessione.

 

 

La tesi di Kulpe

 

Schlick critica invece la posizione di Kulpe, secondo il quale percepire un processo psichico equivale ad esserne consapevole, per cui la sensazione pura è inconscia e solo attraverso uno specifico e graduale processo, la coscienza ne prende possesso (Kulpe distingue cinque diversi livelli di coscienza, la cui esistenza sarebbe sperimentalmente provata). Schlick obietta che tale risultato non è desumibile dall’esperimento, ma solo da un’interpretazione parziale dell’esperimento stesso. In tale caso una serie di vissuti diversi viene interpretata come un solo e medesimo contenuto, ma può essere più correttamente interpretata come una serie differente di contenuti, visto che vissuto e contenuto del vissuto sono una sola e medesima cosa.

Schlick discute il caso citato da Kulpe in cui un soggetto sperimentale riesce a specificare la forma di una figura disegnata, ma non il colore. Essendo questo determinato oggettivamente, Kulpe conclude che il soggetto sperimentale ha avuto una sensazione di colore che non è divenuta consapevole. Schlick obietta che tale conclusione non è valida, in quanto il resoconto di un vissuto è sempre e solo successivo ad esso. Se durante il vissuto, deve esserci stata una sensazione di colore che non c’è più nel corso del resoconto, siamo di fronte al dimenticare e cioè a dati di coscienza così fugaci, che appena sorti sono subito dimenticati.

 

 

La coscienza come teatro e come flusso

 

Schlick conclude la sua ricognizione dicendo che le forme di espressione del nostro linguaggio riposano sul falso presupposto che, di ogni esperire, di ogni essere cosciente faccia parte la triade io/atto/oggetto, così come il percepire presupporrebbe percipiente/percepire/percepito. Anche i termini “dato” oppure “avuto” evocano la contrapposizione soggetto/oggetto.

Schlick aggiunge che il Cogito di Descartes contiene l’insidia di una distinzione tra un Io sostantivo e sostanziale (la cui esistenza è dedotta dal Cogito) e la sua attività (il cogito appunto). Lichtenberg  giustamente secondo Schlick, sosteneva che la giusta deduzione dal Cogito non sarebbe stata “Io penso”, ma “C’è pensiero”.

Schlick aggiunge che nella psicologia noi sempre parliamo come se la coscienza fosse un palcoscenico in cui i singoli elementi psichici fanno la loro entrata dopo essere stati dietro le quinte (il teatro cartesiano di Dennett) per poi farsi ordinare e collegare dalla spontanea attività dell’Io. Per Schlick invece ciò che questi termini descrivono è solo il continuo ed incessante mutamento di qualità che chiamiamo corrente di coscienza (James). In questa corrente ognuna delle fasi è una fase nuova e non contiene realiter nessuna delle fasi anteriori, anche se può essere designata come appercezione di un vissuto precedente. La corrente di coscienza è un processo semplicemente essente, dove l’Io è il suo nesso unitario e non una persona che lo osserva e lo guida. L’esplicita coscienza dell’Io non è un fattore che accompagni costantemente il corso dei processi di coscienza, ma è un contenuto tra gli altri che compare in specifiche circostanze. Schlick termina questa critica elogiando Wundt il quale ha costantemente negato la distinzione tra “coscienza” e processi che costituiscono il contenuto della coscienza.

 

 

L’influenza del formalismo e l’evidenza come proprietà logica

 

Le obiezioni di Schlick ai teorici dell’evidenza come principio epistemologico sono per lo più cogenti e la sua visione anche qui è molto influenzata dal formalismo hilbertiano per il quale bisogna partire comunque da qualche parte e dunque ci sono e ci debbono essere dei presupposti (senza che questi siano accompagnati da evidenza). Nel discutere questo argomento, Schlick è formalista e non empirista e distingue tra presupposti genetici (empirici ed evidenti) e presupposti validativi (astratti e conoscitivamente mediati). In ciò è fondazionalista anche se formalista.

Egli però non spiega in che senso i concetti presenti negli assiomi siano ricchi di relazioni, né spiega come l’astrazione si concili con tale ricchezza. Quest’ultima non si associa al Concreto ?

Quanto  alla tesi dell’evidenza come proprietà logica, Schlick ha ragione nel dire che l’evidenza, divenuta proprietà logica diventa una tesi ridondante e che l’obiezione scettica si ripropone di nuovo senza problemi (la tesi dell’asserzione di Frege potrebbe considerarsi una riproposizione oggettivistica delle tesi dell’evidenza ?). Ma anche la verità come relazione della proposizione con altro pure dà luogo ad un regressus ad infinitum perché tale relazione è un’altra proposizione di cui bisogna rappresentare la verità (e cioè la sua relazione con altro). Come c’è un  regressus ad infinitum dell’evidenza, c’è pure un regressus ad infinitum della verità (“E’ vero che è vero che è vero ,,,”). Inoltre dire che dobbiamo fare  a meno dell’evidenza è impossibile, dl momento che essa è il segnale interiore che ci consente di dare l’assenso nostro ad una qualsiasi tesi. Ed anche quando ci sforziamo di discutere un contenuto che ci pare evidente, la discussione finisce sempre di fronte ad un altro contenuto evidente che dovrebbe supportare o contraddire quello precedente. Schlick però fa bene a ridurre il sentimento dell’evidenza (questo nel paragrafo sulla verificazione) ad un riconoscimento di identità o di equivalenza: in questo modo, magari non volendolo, evidenzia le radici ontologiche (il rapporto tra soggetto e oggetto come Identità) dell’epistemologia. Questa operazione Schlick significativamente la metterà in atto anche per ciò che riguarda l’univocità e la verità. E del resto cosa dovevamo aspettarci da chi dice che la conoscenza è ritrovare l’identico nel diverso ?

 

 

Una possibile teoria dell’evidenza

 

1.      La scienza è costituita da più agenti, ognuno dei quali parte da diversi insiemi di presupposti, alcuni dei quali son condivisi da altri.

2.      Nell’assumere o nel cambiare i propri presupposti gli agenti si basano sul criterio psicologico di evidenza, qualità che può accompagnare diversi presupposti nel corso del tempo.

3.      Il dialogo ed il confronto tra gli agenti può far sì che la qualità dell’evidenza nel corso del tempo si appoggi all’uno o all’altro contenuto.

4.      In tal modo il criterio dell’evidenza rimane quello soggettivo ed intersoggettivo di condivisione dei presupposti, senza che ci sia un circolo vizioso nel criterio di evidenza, dal momento che di volta in volta si può cambiare contenuti.

5.      A tal proposito, quando un’evidenza cambia contenuto essa si coordina con altri contenuti evidenti per integrare i contenuti di evidenza passati all’interno del sistema attuale di contenuti evidenti.

6.      Dunque il criterio dell’evidenza non è logico  ma metodologico, nel senso che i principi analitici (evidenti) si occupano del rapporto reciproco tra altri contenuti evidenti e presiedono alla continuazione e/o sospensione e/o indirizzo della ricerca

 

 

Percezione e fenomenologia

 

Quanto alla tesi di Brentano già parlare di percezione interna è problematico in quanto, se si trattasse di percezione interna del corpo, anche questa sarebbe mediata dai sensi, così come quella esterna. Sia l’accesso sensoriale a degli stati d’animo, sia quello ad oggetti esterni al corpo proprio, hanno una loro immanente certezza (sia pure filosoficamente ingiustificata). Solo se si rapportano i dati di coscienza (che sono i correlati oggettivi delle sensazioni) con gli oggetti astratti della scienza, allora ci possono essere divergenze che vanno appropriatamente tematizzate.

Schlick forse fraintende la tesi di Brentano, anche se ha ragione nel dire che bisogna distinguere tra intuizione (il darsi fenomenologico del contenuto) e percezione (il tentativo attraverso l’intuizione di operare implicite inferenze sugli oggetti). Dunque non è corretto parlare di percezione interna e percezione esterna come se fossero due accessi immediati (e non mediati) agli oggetti.

Quanto alla critica della concezione fenomenologica, altro è dire che i contenuti fenomenologici non vadano sottoposti a filtro (fenomenologia selvaggia), altro è dire che i contenuti fenomenologici siano propri dell’Io, il che è tutto da dimostrare. Inoltre dire che i propri processi di pensiero non sono fatti estranei alla coscienza è una petitio principii.

Infatti cosa porta Schlick a dire che dati processi di pensiero siano propri ?

Inoltre, il fatto che il contenuto ci sia e basta, non implica che possa divergere dall’oggetto cui si riferisce nel rapporto semiotico. Inoltre la conoscenza intuitiva non si contrappone all’interpretazione (che si ha già nel passaggio puramente ideale dalla sensazione alla percezione), ma all’argomentazione (deduzione).

 

 

Flusso di coscienza e riflessione

 

Quanto alle tesi di Stumpf e Kulpe, Schlick ha sostanzialmente ragione, ma va osservato che :

·         Se un dato è irriducibilmente diverso da altri dati, perché un concetto (es. acido carbonico) non deve essere radicalmente differente da altri concetti (es. ossigeno, carbonio) ?

·         Non è vero che sul dato non vengano fatte ipotesi. Già la descrizione di un dato è in realtà un’interpretazione del dato. Vengono in realtà fatte ipotesi sul dato, collegandolo a ciò che non è dato (es. oggetti scientifici). E’ ovvio che qualunque riflessione ed interpretazione del dato diventa anch’essa un dato di coscienza e come tale fa parte del flusso (in un certo senso i concetti e gli universali sono dati scelti a preferenza di altri dati).  Schlick invece nega la possibilità della riflessione e nega che una parte possa rappresentare il tutto, ma così trascura il fatto che, da un certo punto di vista, coscienza e tempo sono processi cumulativi in cui alcuni stati di coscienza (quelli successivi) si riferiscono agli altri (quelli precedenti). Il fatto che la relazione semiotica venga sostituita da Schlick con quella causale, fa sì invece che, nel rapporto tra appercezione e percezione, si tolga alla prima ogni specificità ed ogni valore cognitivo suo proprio.

·         Essere avvertito” significa essere conscio di una ben determinata cosa e non equivale ad essere conscio in generale (come vorrebbe Schlick). Dunque si può avere uno stato di coscienza più o meno sensibile solo a certi processi e questo può spiegare l’apparire o il non apparire di certi dati di coscienza.

·         La scienza spesso ha spiegato differenze tra dati, ricorrendo ad una spiegazione che rende un dato come fenomeno ed un altro dato come apparenza (mancando in questi casi di neutralità). Nella sua critica alla psicologia atomistica Schlick conferma che il genuino empirismo (filosoficamente agguerrito) non ha niente a che fare con la scienza (esplicativamente produttiva), anche se bisogna dire che il flusso di coscienza da lui sostenuto è in realtà infinitamente scomponibile (l’omogeneità corrisponde alla massima differenziazione interna) e dunque analizzabile in infiniti modi (interpretazioni).

·         La tesi che vissuto e contenuto del vissuto siano la medesima cosa è molto discutibile (il contenuto del vissuto ha una portata noematica). Inoltre quando Schlick parla di “una serie di vissuti diversi” che viene interpretata come un solo e medesimo contenuto, in realtà sta spacciando la sua interpretazione (i vissuti molteplici) per il dato (il cui contenuto per sua stessa ammissione non può essere univocamente determinato)

·         Anche la tesi della dimenticanza (preferita da Schlick alla tesi della mancata percezione) può essere considerata una interpretazione parziale ( e non una descrizione) del medesimo evento.

·         Il nesso unitario ed il soggetto osservante non possono essere la stessa cosa ? Cosa ha di più il soggetto osservante rispetto al nesso unitario ? Ma, soprattutto, come si può togliere “l’Io penso” dalle nostre rappresentazioni ? In realtà l’Io osservante garantisce l’illimitatezza del flusso di coscienza non solo nel tempo, ma anche diciamo così verticalmente, nel senso della infinita gerarchia metalogica. L’Io osservante è l’ulteriorità necessaria del flusso di coscienza, una sorta di garanzia della sua eternità, un deus ex machina che ne consente la perpetuazione anche in assenza di nuovi dati empirici.


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