.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







16 aprile 2011

Ricordo di un amico mai avuto : omaggio a Vittorio Arrigoni

Mi piace pensare che Vittorio Arrigoni fosse disperato. Molti mi correggeranno, dicendo che era invece un uomo coerente e sicuro e sereno nelle sue scelte. Ovviamente su questa sua disperazione ho un dato, ma non voglio discutere una tesi. Voglio scrivere quello che immagino nel lenire questo dolore indiretto, per una persona mai vista e con cui mai ho parlato. Ma di cui ho sentito parlare.

Ripeto, mi piace pensare che fosse disperato. Non voglio che sia un testimone marmoreo di qualcosa che non muore. Voglio che sia un testimone febbrile di qualcosa che sta morendo.

La morte di un giovane suscita sconforto. Perché con il giovane muore la speranza. Ma questo giovane già combatteva per tenere viva la speranza. Dell’agonia della speranza egli, sia pur giovane, era un vecchio guerriero.

 

 

Vittorio, a vederlo da un video, aveva la erre moscia. Per ragioni politiche non la sopporto. Mi ricorda supponenze fallimentari che tengono ancora impegnati molti sinceri compagni.

Di lui si diranno tante cose, sarà brandito per la sua “ingenuità”, ma, oso dire, non era ingenuità, non poteva egli essere più prudente, più equilibrato. Proprio per questa sua disperazione.

Mi piace immaginarlo da ragazzo. Un ragazzo che vedeva film e se li beveva. Un ragazzo che credeva a quanto gli si diceva a scuola. Sulla giustizia, la libertà, la bellezza e l’eguaglianza. E che poi scopre che la realtà è come lo specchio del parco dei divertimenti. Nel labirinto la bellezza si conserva, ma alterata, irriconoscibile. Ci sembra di vederla qua, là, ma rimaniamo tra gli specchi.

Vittorio è morto in cerca d’aria. Gliela ha negata il suo assassino. Ma la sua anima era già in cerca d’aria, chiusa com’era tra gli specchi della realtà. E si dibatteva come una farfalla sullo specchio. Febbrile era il suo impegno. Un frenetico battito d’ali. Un amore martoriato, che lui riaffermava, continuamente, con il suo impegno, con la sua tenacia.

Quante volte la realtà dei nostri tempi ci stringe e ci schiaccia sul vetro. Noi dal vetro, guardiamo la bellezza, la giustizia, la libertà. Sono a portata di mano, ma solo dei nostri occhi. Quel che tocchiamo è la durezza del vetro verso il quale veniamo schiacciati.

Vittorio questo lo sapeva, ne sono sicuro. Era andato a Gaza, uno degli angoli più luridi di quel vetro, dove uno Stato, che rappresenta la propria paura in tutti i suoi comportamenti, sta riproducendo in scala le vessazioni subite nel corso della propria storia, una storia che non ha insegnato niente a nessuno. Ha insegnato a sopravvivere per un poco, giusto il tempo di fare del male.

Era andato a Gaza, sicuro che nell’angolo lurido avrebbe trovato la fine del vetro e sarebbe spuntato là dove i colori parlano di giustizia e libertà. Lo si vede sorridente nelle foto con uomini, donne e bambini della Palestina, i quali riaffermano la loro voglia di vivere ad ogni bombardamento, ad ogni colpo di falce. Non commento l’ideologia di chi l’ha ucciso, né discuto delle ipotesi di complotto. Chi gli ha tolto l’aria e lo ha schiacciato sotto lo spigolo del vetro era un sicario. E quando si è sicari non importa chi ti manda. Questa ombra livida, dall’aspetto d’uomo, è da sempre impagliata nella mancanza di coscienza. Colpevole o no, questo soggetto assente, questo Corano o questa Torah senza pagine,  farebbe bene a togliersi la vita residua ed a sperare in  un altro giro di ruota.

Chissà se Vittorio, morendo, sia volato felice al di là del vetro. Chissà se la mancanza d’aria sia la strettoia della clessidra che ti porta in un altro tempo, meno sincopato. Probabilmente il suo corpo e la sua anima, liberi da un’ ingrata convivenza, si sono dispersi, l’una nella luce del sole, l’altro, più lentamente, nei rigagnoli dell’angolo di natura che ospiterà le sue spoglie.

Rimaniamo noi, con il suo grido d’allarme. Disperato. Restiamo umani. Detto come di chi vede scivolare l’intera umanità verso l’abisso e vuole avvertire gli amici. Attenti a non cadere, qui si scivola. Restiamo umani.

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Vittorio Arrigoni Gaza Palestina Israele Hamas

permalink | inviato da pensatoio il 16/4/2011 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 marzo 2010

Zvi Schuldiner : passi indietro in Palestina

La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.


Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.


6 marzo 2010

Michele Giorgio : un giorno di Intifada a Gerusalemme

Si è rivista l'Intifada palestinese ieri a Gerusalemme est e in molte altre località della Cisgiordania occupata. La terza rivolta palestinese che tanti da tempo vedevano all'orizzonte, si è materializzata nei vicoli della casbah di Gerusalemme, a Bab Houtta, a Bab Mughrabi, sulla Spianata delle moschee e nei villaggi palestinesi, come Bilin e Naalin, che da anni lottano contro il muro israeliano.
L'esecutivo israeliano punta l'indice contro Hamas, ma ad innescare questo nuovo ciclo di proteste, in modo particolare ad Hebron e Gerusalemme est, è stata la recente decisione del governo Netanyahu di allargare la «tutela storica ed archeologica» israeliana a siti religiosi - la Tomba dei patriarchi di Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme - che si trovano nei Territori palestinesi occupati.
Al termine delle preghiere islamiche ieri pomeriggio decine di giovani palestinesi hanno reagito, lanciando sassi verso il Muro del Pianto e i fedeli ebrei, alla pressione di centinaia di poliziotti che sin dalle prime ore del mattino avevano preso posizione intorno alla Spianata delle moschee. L'intervento dei reparti antisommossa è stato pesante.
Duecento agenti sono entrati nel sito religioso per affrontare i palestinesi, molti dei quali si erano barricati all'interno della moschea di al Aqsa. Le manganellate non hanno risparmiato neppure gli anziani. Al termine di ore scontri e tensione, almeno 60 palestinesi sono rimasti feriti o intossicati dai gas lacrimogeni, contusi una quindicina di poliziotti.


Dalla città vecchia gli scontri si sono spostati ben presto al di fuori dell'area della Spianata delle moschee mentre dalla Cisgiordania giungevano notizie di altre manifestazioni e raduni di protesta. A Nabi Saleh, un piccolo centro tra Gerusalemme e Ramallah che lotta contro la confisca delle sue terre a favore del vicino insediamento colonico di Halamish, un ragazzo di 15 anni, Ehab Barghuti è stato ferito gravemente alla testa da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto appostato sul tetto di una abitazione. Le sue condizioni ieri sera erano disperate. Senza feriti gravi invece si sono concluse le manifestazioni a Bilin e Naalin e a Sheikh Jarrah (Gerusalemme), alle quali hanno partecipato anche centinaia di attivisti e pacifisti israeliani. Proprio a Sheikh Jarrah è previsto stasera un megaraduno israelo-palestinese contro le occupazioni di case arabe da parte dei coloni. La tensione è alta perché gli ultranazionalisti israeliani hanno lanciato ieri un appello a raggiungere Sheikh Jarrah per impedire la manifestazione.
In questo clima di rivolta comincia oggi l'ennesima missione in Medio Oriente dell'inviato Usa George Mitchell, incaricato di preparare l'avvio di negoziati indiretti tra israeliani e palestinesi. Il via libera alla «navetta» americana tra Netanyahu e il presidente dell'Anp Abu Mazen, è stato dato dai ministri degli esteri della Lega Araba riuniti qualche giorno fa al Cairo. Una decisione che, ha protestato il rappresentante siriano Walid Mualem, in realtà è servita a fornire un ombrello arabo a quella presa da Abu Mazen di andare alle trattative con Israele e di rinunciare alla condizione posta di una interruzione totale delle costruzioni negli insediamenti colonici ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme Est (inizialmente sostenuta anche dall'Amministrazione Obama).
In casa palestinese oltre ad Hamas, protesta il Fronte popolare (marxista) che, attraverso la deputata Khalida Jarrar, ha denunciato una trattativa «senza prospettive e utile solo alla causa di Israele». Da parte sua il premier Netanyahu ha apprezzato la decisione della Lega araba e ha già messo in guardia che le trattative con Abu Mazen di fatto cominceranno da zero e non dal punto dove le aveva lasciate alla fine del 2008 il suo predecessore Ehud Olmert. La simbolica «partenza» dei colloqui indiretti verrà data con ogni probabilità dal vice presidente Usa Joe Biden atteso lunedì in Israele.


22 febbraio 2009

Simonetta Cossu : rapporto israeliano contro Israele: «Illegali le colonie in Cisgiordania»

 

Hanno provato a censurarlo e se potessero lo distruggerebbero, ma il rapporto Spiegel è lì e non può essere cancellato. Già nel marzo 2005 un rapporto della giurista Talia Sasson aveva rivelato che il ministero della Difesa forniva (e fornisce) appoggio diretto agli insediamenti, nonostante alcuni di questi siano illegali anche per la legge israeliana.
Ed ecco che oggi spunta un nuovo rapporto che però a differenza di quello Sasson è ufficiale e fotografa in modo quasi scientifico il furto di terra palestinese ad opera degli insediamenti ebraici, rivelando che anche quelli che si ritenevano legali sono in parte o totalmente avamposti illegali.
Il rapporto che è stato reso pubblico a fine gennaio dal giornalista Uri Blau sul settimanale Haaretz , documenta in modo dettagliato come scuole, sinagoghe, e anche commissari di polizia sono stati costruiti su terreni di proprietà privata palestinese.
Ma come detto la caratterstica principale del documento è la ufficialità.
Redatto nel 2006 da un consigliere speciale dell'allora ministro della Difesa Shaul Mofaz, prende appunto il nome da suo estensore: il generale Baruch Spiegel. Vi raccontiamo come è nato e cosa dice.
Dopo il rapporto Sasson il ministro della Difesa Mofaz decise che era giunto il momento di mettere ordine, quello che serviva era raccogliere informazioni credibili e reali per contestare le eventuali azioni legali che i proprietari palestinesi, le organizzazioni umanitarie e pacifiste avrebbero potuto avanzare sulla legalità degli insediamenti.



Nominato nel gennaio 2004 come consigliere dal ministo Mofaz, il generale Baruch Spiegel ricevette diversi incarichi. Innanzitutto gestire alcuni problemi sui quali Israele si era impegnata con gli Stati Uniti. Come quello di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi che vivevano nei pressi del muro di separazione e supervisionare i militari posizionati ai checkpoints. Ma il suo vero compito era principalemente un altro: creare la banca dati sugli insediamenti. L'amministrazione israeliana capì che Stati Uniti e una organizzazione pacifista come Peace Now erano a conoscenza di informazioni molto più dettagliate di quelle in possesso al ministero della Difesa. Non era un caso. Di fatto le amministrazioni israeliane per decenni hanno preferito non sapere troppo di quanto accadeva in quel'area.
Ed è così che il generale Spiegel e il suo staff, dopo aver firmato un accordo che gli imponeva la segretezza, si sono messi al lavoro e hanno incominciato a raccogliere informazioni.
Risultato di questa ricerca è stato alla fine l'antitesi di quello che si voleva produrre e di fatto rappresenta una vera e propria bomba politica per il governo israeliano. Per la prima volta una mappatura degli avamposti ebraici rivela quello che per decenni si era voluto nascondere.
Incominciamo con alcuni numeri. Oltre al gran numero di terreni requisiti senza titolo, ad esempio in più di 30 colonie complessi edilizi e infrastrutture come strade, scuole, sinagoghe e stazioni di polizia sono avvenute su terreni di proprietà di privati cittadini palestinesi. Il 75% delle costruzioni che si trovano sugli insediamenti sono state portate a termine senza permessi o addirittura in violazione di questi. Ma quello che rivela il rapporto Spiegel non è solo l'illegalità degli insediamenti, già in parte rivelata dal rapporto Sasson, ma quello che è il vero cuore dell'impresa che c'è dietro le colonie.
Le informazioni contenute nella banca dati non sono conformi infatti alle posizioni prese ufficialmente dal governo di Israele. Ad esempio sul sito del Ministero degli Esteri si legge «Le azioni di Israele relative all'uso e alla distribuzione della terra sono prese nel rispetto delle leggi e delle norme di diritto internazionale. Israele non requisisce terreni privati per insediare nuovi insedimenti». Cosa che stride con il fatto che in molte colonie è il governo, principalmente attraverso il Ministero per la casa e l'edilizia, ad essere il principale responsabile dell'edilizia. Avendo scoperto che molte delle violazioni riguardavano l'edificazione di strade, uffici pubblici e simili, la banca dati prova la responsabilità del governo centrale per il mancato rispetto della legge e dei controlli.
A confermare che il materiale raccolto è esplosivo è stato lo stesso Spiegel che ha dovuto ammettere cosa ha catalogato: informazioni scritte supportate da foto aeree, stratografie fornite dal sistema informatico geografico che indicano lo status dei terreni, legale e reale. I confini reali degli insediamenti. I piani urbanistici delle città, i documenti del governo che approvano le colonie.
Le informazioni contenute nel rapporto Spiegel sono rimaste segrete per mesi, la ragione impugnata dal governo è stata che renderle pubbliche avrebbe minato la sicurezza di Israele e messo a rischi le sue relazioni internazionali. Cosa facile da comprendere se si pensa alle innumerevoli volte che i premier israeliani si sono impegnati a fermare l'espansione delle colonie.
Le responsabilità per le violazioni delle leggi nazionali ed internazionali che sono registrate nel rapporto riguardano quasi tutti i governi degli ultimi anni. Per citare solo gli ultimi, da Tipzi Livni, attuale leader di Kadima, che è stata per anni a capo della commissione ministeriale nominata perchè si implementasse quanto era stato rivelato dal rapporto Sasson all'ultimo ministro della Difesa, il laburista Barak che si è opposto alla richiesta del Movimento per la Libertà di Infromazione e di Peace Now di pubblicare il rapporto. Il caso è ora in attesa di un pronunciamento del tribunale amministrativo di Tel Aviv che dovrà decidere se il governo viola la legge non rendendo noto il rapporto Spiegel.
Ma bastano quelle poche informazioni che sono filtrate per capire che per Israele diventa veramente difficile chiedere ai palestinesi di dimostrare trasparenza nella loro lotta contro le basi del terrorismo mentre nasconde al mondo intero quanto ha fatto con gli insediamenti. O stando alle parole che George Mitchell (oggi inviato di Obama) scrisse nel suo rapporto del 2001: «Il tipo di cooperazione sulla sicurezza che il governo di Israele richiede non può cooesistere con l'attività degli insediamenti».
Nel 2008 stando alle rilevazioni fatte da Peace Now sono state costruite 1,518 nuove strutture (principalmente quelle che vengono definite caravans, abitazioni in containers). Di queste 261 sono in avamposti illegali. Inoltre sempre nel'ultimo anno si sono gettate le basi (infrastrutture, lavori con macchinari di terra) per la costruzione di 63 nuove strutture. L'organizzazione pacifista denuncia inoltre che durante l'ultimo assedio a Gaza molti insediamenti hanno colto l'occasione per espandersi. Alla faccia degli impegni presi da Israele di fermare i coloni.


20 febbraio 2009

I due Stati di Tzipi Livni

Crociuzzo : "Tzipi, bibi qualcosa..."
Livni : "
Non posso, non starò mai in un governo di estrema destra..."
Crociuzzo: "Perchè c'è qualcuno alla tua destra ?...minchia..."



Livni: "
Io sono perchè ci siano due Stati..."
Crociuzzo: "Lo Stato di Israele e lo stato di guerra ?"


16 febbraio 2009

E' opportuno dichiarare la propria faziosità

Il buon Etienne, cultore di logica, a proposito di una mia critica a Gnègnè sulla questione palestinese ha fatto le seguenti affermazioni :
Perché devo "aggiungere la mia posizione" per "evidenziare che i presupposti del proprio argomento non sono verità evidenti o condivise da tutto l'uditorio"?
Affermo: il sole gira attorno alla terra (A), ok?
Tu dici: no, non sono d'accordo, è la terra a girare attorno al sole (B).
A questo punto ci si ferma e si cerca di stabilire se sia condivisibile (A) o (B).
Dire: ma io sono un tolemaico cosa mi aggiunge? Nulla, perché al più "tolemaico" è una formula sintetica per dire che sono convinto di una serie di cose, fra cui che il sole giri attorno alla terra.
Gaza. Dico: "Sono pro Hamas" (o: sono pro Isreale, ovviamente è lo stesso)
Cosa stai dicendo?
O nulla (che vuol dire sono pro qualcuno?) oppure stai dicendo che il tuo sentimento di simpatia per una delle fazioni in lotta è talmente (lecitamente) intenso che assai difficilmente potrai arrivare ad un giudizio negativo sulla fazione per cui parteggi.
E siamo di nuovo al "Io sono biondo", "Io sono moro".
Il punto fondamentale è tu credi che la "faziosità" porti da qualche parte. E questo mi pare davvero contradditorio: se il termione fazioso significa qualcosa, allora è la negazione della possibilità di discutere. Se sono fazioso, sto con la mia fazione "a prescindere". Giusto o sbagliato sto con i miei.
Lecito, per l'amor di Dio. 

Ma  il discorso a questo punto non è più un qualcosa che serve per comunicare, ma solo una
funzione di coesione del gruppo, di motivazione dei suoi membri e cose del genere.
Purtroppo, pare che che coltivare questo atteggiamento porti solo a conflitti perché tra faziosi, PROPRIO PERCHE' NON SI PARLA, l'unico regolazione di interessi contrapposti è il menarsi.


Poi aggiunge :
"Sostituendo "i friulani" ad "Hamas" 
tu vorresti stabilire prima di tutto se dare più tutela ai friulani o no. Supponendo che tu voglia dare più tutela ai friulani, allora dirai che è stato commesso un genocidio perché questo è funzionale a ottenere leggi maggiormente tutelatrici dei friulani.
Ora, il punto è questo: in tutto questo procedimento il PERCHE' si dovrebbero tutelare i friulani o non tuleare i friulani, non è mai emerso.
Voglio tutelare e allora dico qualsiasi cosa che mi permetta di arrivare allo scopo.
Così facendo mi sottraggo eprò alla discussione: faccio una cortina fumogena anziché con granate al fosforo, con argomenti non conferenti.
 



Esempio di presupposto genetico : "Israele potrebbe ora avere più ragione di prima..."

Io suppongo che in ogni discussione vi siano dei presupposti genetici (non evidenti logicamente, non condivisi da tutti) che spesso non vengono esplicitati. E che operano di fatto nell'analisi e nella scelta degli argomenti, soprattutto su questioni "sensibili" (es. la questione israelo-palestinese). Essi possono de facto portare alla verità o all'errore, pure se spesso non sono traducibili in enunciati veri. Ad es. la simpatia per Israeliani (o per i Palestinesi) si può tradurre nell'enunciato "Gli Israeliani (o i Palestinesi ) hanno sempre ragione" ed interpretare ogni evento alla luce di questo presupposto. Con questo non vuol dire che il dialogo sia inutile, soprattutto se ogni attore del dialogo ha anche altri presupposti (logici, etici, politici) che il proprio interlocutore può cercare di mettere in contraddizione con il presupposto genetico suddetto. Se invece di dichiarare onestamente le proprie simpatie, si finge di guardare con atteggiamento neutro una questione, non si mettono tutte le carte in tavola e non si consente nemmeno di intraprendere un dialogo con le regole giuste. La cortina fumogena si ha quando la riserva mentale opera senza che sia dichiarata, mentre se la si dichiara essa può essere tradotta in una specie di postulato che può essere messo sotto pressione mettendolo in contraddizione con altri postulati condivisi dallo stesso soggetto.


9 febbraio 2009

Reloaded (o prematurato) alla supercazzora...

Lo ammetto: è colpa mia. Sono il solito impreciso.
Quando scrivevo : "non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico" volevo dire che la distruzione di una parte sostanziale di un gruppo riguardasse l'intento e non gli atti compiuti. Ma la locuzione era imprecisa e giustamente mi dicevo : "non è che lasci credere che gli atti compiuti non abbiano alcuna importanza nella definizione del reato di genocidio ? Non è che qualcuno può pensare che tu definisci genocida anche l'atto di comprare un gingerino al bar con l'intento di fare un genocidio ?" ma poi (inviando il post) aggiungevo sicuro : "Ma chi può essere talmente fesso da interpretarlo così ?"
Il destino mi ha dato
una risposta spietata : Gnègnè, nel suo massimo splendore, ha così sentenziato : "Il reato di genocidio, dunque, sarebbe costituito da un solo elemento costitutivo: l’intento di distruggere, in tutto o in parte, ecc.
Una teoria del genere fa semplicemente ridere (non del genocidio, lo dico a scanso di equivoci perché con certa gente non si sa mai: della teoria). Vorrebbe dire che, se ho l'intenzione di uccidere qualcuno, commetto omicidio, o che se ho l'intenzione di rubare, sto commettendo un furto, e così via per tutti i reati possibili o immaginabili. ... Se non c’è atto, non c’è reato.  Il reato di genocidio, come ogni reato, è composto di due elementi, quello oggettivo e quello soggettivo (vabbè, e sempre a scanso di equivoci: esiste una teoria penalistica che sostiene che ci sono tre elementi costitutivi del reato, non due. Ma a casa mia, e anche altrove,  3 è diverso da 1, e se esistono teorie bipartite e teorie tripartite del reato, fino ad oggi ancora nessuno si era mai azzardato a sostenere una teoria monistica del reato: fino ad oggi). In caso contrario, temo, non esisterebbero prigioni abbastanza grandi per contenere tutti quelli che dovrebbero andare in galera per aver desiderato di commettere un reato"
Probabilmente una raffinata macchina di Turing avrebbe correttamente interpretato il mio passo così come ha fatto Gnègnè. Ma una macchina di Turing non segue il
principio di carità interpretativa (e per quanto riguarda Gnègnè per la carità meglio passare appresso, al massimo mi può chiamare Yunus) Tanto che ho sospettato che il nostro eroe fosse un computer e mi sono riproposto che al successivo post su di lui avrei collegato un captcha.
Per fortuna, continuando la chiosa, Gnègnè ha ammesso che io, in maniera inconseguente, sono uscito dal cul de sac che lui ha facilmente individuato. E dunque è arrivato al cuore del suo argomento. Prima però aveva già detto qualcosa che varrebbe analizzare : "
Come vedete, la differenza è che la definizione del dizionario è assai più ampia di quella della Convenzione (perché non comprende l’elenco degli atti tipici del genocidio, e  perché con ogni probabilità è tanto generica da  ricomprendere nella definizione stessa anche il tentativo, che invece nella Convenzione è indicato come una delle fattispecie “accessorie” al genocidio, anch’esse punibili, di cui all’art. 3).
Direte: Embe’? E avreste ragione. In entrambe le definizioni, infatti, gli elementi costitutivi della fattispecie “genocidio” restano gli stessi: un atto o insieme di atti da un lato e la finalità (l’intento “to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such") dall’altro."
Già da qui si può vedere che l'aspirante macchina di Turing ha qualche difetto di fabbricazione, dal momento che la definizione del dizionario non comprende un elenco di atti tipici del genocidio, ma presume che non si tratti di singoli atti (come invece previsto dalla Convenzione) ma di un complesso organico e preordinato di atti, per cui la definizione non è solo più ampia di quella della Convenzione ma sostanzialmente diversa dal momento che potrebbe escludere ciascuno degli atti elencati dalla Convenzione a meno che non siano organicamente collegati e preordinati tra loro e/o con altri atti non precisati.



Quanto all'argomento che Gnègnè ha semplicemente ribadito, esso sarebbe : "  Come avevo scritto nel post, la giurisprudenza in materia di genocidio ha definitivamente chiarito che per aversi genocidio ai sensi della Convenzione occorre che l’intento di distruggere in tutto o in parte si concretizzi in atti rivolti contro una parte sostanziale (“a substantial part”) del gruppo da distruggere. Il numero delle vittime attuali o potenziali ovviamente non è l’unico elemento da tenere in considerazione a questo fine, però è pur sempre il punto di partenza dell’analisi (“
The numeric size of the targeted part of the group is the necessary and important starting point, though not in all cases the ending point of the inquiry”).
Ecco perché i 1300 morti di Gaza  non bastano a fare un genocidio: non perché sono pochi (sempre a scanso di equivoci), ma perché non sono una parte sostanziale del gruppo (asseritamente) da distruggere. In caso contrario, sarebbe lecito e doveroso mettersi ad  indagare anche se nelle vittime di una strage di mafia o di una qualsiasi rapina sia possibile “riconoscere un intento genocida” e “per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare ... più da vicino, i singoli episodi etc etc).” Magari, chissà, si potrebbe anche rubricare come “genocidio” le vittime di terrorismo e riprocessare Battisti ai sensi della Convenzione ONU (chissà, a quel punto forse il Brasile lo estraderebbe).
Dimenticavo di aggiungere: se volessimo dar retta all’inventore della teoria monopartita, e cioè trascurare la dimensione numerica dell'evento, allora dovremmo, per un mero scrupolo di coerenza (non che questi scrupoli siano troppo diffusi...),  considerare anche il migliaio abbondante di vittime civili uccise in Israele da Hamas e altre milizie palestinesi tra il 2001 e il 2006  e “approfondire la questione”, verificare se anche in quegli episodi ci fosse stato l’intento di distruggere in tutto o in parte ecc. Come dite? La verifica sarebbe facile? Toh, è vero: almeno nel caso di Hamas, è lo stesso Statuto di quella organizzazione (in particolare, il famoso articolo 7) a contenere un intento genocidario abbastanza chiaro e manifesto
."
Ecco, anche qui io credo che il nostro eroe confonda il "targeted" della giurisprudenza (che dovrebbe riguardare i gruppi che sono gli obiettivi dell'intento distruttivo) con il targeted inteso come obiettivo forse di un bombardiere o di un cecchino. Infatti come si desume dalla
definizione di "genocidio" della Convenzione (che non mi sembra sia contraddetta dai risultati della giurisprudenza) la substantial part non riguarda il gruppo oggetto dell'atto concreto tassativamente elencato, ma il gruppo oggetto dell' intent to destroy, per cui se si uccidono 1500 persone in un bombardamento di 23 giorni e si trovano elementi che testimoniano di un intento di distruzione di una parte sostanziale del gruppo a cui appartengono quelle persone si può parlare di genocidio. Oltretutto la definizione del reato è intesa a prevenirlo, per cui se si accettasse l'interpretazione di Gnègnè si interverrebbe "a babbo (o meglio a substantial partmorto", dal momento che dovremmo aspettare la distruzione o la mortificazione di una parte significativa del gruppo considerato. 

p.s.
Gnègnè mi ha per punizione messo (o meglio ha messo il mio link) nella fossa degli Annoiyng People, un'operazione che fatta da altri mi avrebbe offeso. Ma fatta da lui è una sorta di premio che un maestro fa ad un allievo. Per dimostrarvelo vi invito a leggere 
questa lettera fatta da Gnègnè ad Ezio Mauro, il quale dopo averla letta, ha immediatamente acquistato un cinto erniario.
Chiunque ha problemi di insonnia, provi a leggerla tutta e vedrà che non giungerà alla fine che la mattina seguente appena sveglio.
Last but not the least,
il famigerato post che presuppone la lettura del Trattato di Keynes è ricompreso nella categoria "Ironia e leggerezza". Fate un po' voi...


 




6 febbraio 2009

Richard Falk : vincere e perdere a Gaza. Se la vittoria militare è una sconfitta politica

 Da quando Israele ha lanciato la sua operazione militare con l'offensiva del 27 dicembre, l'attenzione è andata in massima parte alla guerra di terra, alle vittime e alle crudeltà della guerra urbana nell'affollata Striscia di Gaza. Ora che è in corso un cessate il fuoco, l'attenzione si sposta naturalmente dalla controversa questione se quello di Israele sia stato un atto di difesa giustificabile, alla valutazione degli effetti. Questo tipo di indagine sollecita degli interrogativi su cosa Israele abbia ottenuto. Gli scopi dichiarati dai suoi leader erano porre fine al lancio dei razzi e bloccare il traffico di armi attraverso i tunnel, ma la portata degli obiettivi israeliani appare ben più ambiziosa. Se la guerra di Gaza avesse avuto solo quegli scopi specificamente dichiarati, risulterebbe arduo spiegare perché Israele abbia ignorato le ripetute offerte di Hamas di un cessate il fuoco e di una tregua a lungo termine, di 10-20 anni. Anche se fortemente preoccupato per i razzi provenienti da Gaza, stupisce che Israele abbia lanciato la grande offensiva contro Gaza del 4 novembre che ha portato all'uccisione di diversi palestinesi e, com'era prevedibile, ad ulteriori lanci di razzi da parte di Hamas per rappresaglia. La campagna militare e il precedente blocco, se non esclusivamente punitivi, si spiegano solo alla luce della volontà di Israele di distruggere Hamas come soggetto politico, cosa che sembra essere stata il suo principale obiettivo sin da quando Hamas vinse le elezioni democratiche nel gennaio 2006. Lasciando da parte le motivazioni non dichiarate dei politici israeliani, che dovranno affrontare una dura sfida elettorale tra meno di un mese, chiaramente la posta in gioco per Israele è più alta che fermare i lanci dei razzi: una ragione per distruggere Hamas come soggetto politico è aprire la strada a un ampliamento del mandato dell'accondiscendente Autorità palestinese a Gaza; e probabilmente la cosa più importante per Israele era riaccendere nell'Iran sentimenti di paura e rispetto per la sua forza militare. Israele conta sul linguaggio, in qualche modo fuorviante, della «deterrenza» per descrivere questo obiettivo strategico, sottintendendo così un suo carattere difensivo, ma le vere motivazioni sembrano più sfuggenti: spaventare l'Iran e contemporaneamente rassicurare la popolazione israeliana, suggerendole che l'esercito israeliano resta una forza capace di garantire la sicurezza del paese, e rinnovarne l'immagine appannata ereditata dalla Guerra del Libano nel 2006. Nascono a questo punto interrogativi più profondi sulla vittoria e la sconfitta. Le cifre sulle vittime e il dominio militare di Israele sulla terra, sul mare e in cielo fanno certamente di Israele il vincitore sul campo di battaglia. Ma una valutazione di questo genere dell'esito della «missione compiuta» è quasi certamente destinata a risultare fuorviante a Gaza così come è accaduto in Iraq. Le indicazioni attuali suggeriscono con forza che Hamas, malgrado sul terreno sia stato sconfitto facilmente, ha nondimeno trionfato nella battaglia per i cuori e le menti dei palestinesi. Questa è un'affermazione eclatante e difficile da dimostrare, ma le notizie provenienti dalla West Bank e da Gaza rivelano una rabbia diffusa nei confronti dell'Autorità palestinese per la sua passività, e un maggiore consenso nei confronti di Hamas anche tra i palestinesi laici, che apprezzano la determinazione con cui Hamas ha resistito alla brutalità dell'occupazione israeliana e delle operazioni militari. Se quando si terranno le nuove elezioni Hamas dovesse imporsi come la forza politica dominante di tutta la Palestina occupata, allora agli occhi dei palestinesi, ma anche di molti israeliani e certamente del mondo, il principale vincitore risulterebbe essere proprio Hamas, e Israele avrebbe perso. Anche sul fronte diplomatico il bilancio è complicato. Forse l'esibizione di supremazia militare da parte di Israele avrà l'effetto di intimidire i suoi avversari regionali, ma l'estrema unilateralità della lotta ha suscitato proteste diffuse e alcune ripercussioni diplomatiche negative. Il Qatar e la Mauritania, tra i pochi stati nella regione ad accettare Israele, hanno interrotto le relazioni diplomatiche, e l'Unione europea ha sospeso la procedura in corso per accordare a Israele i benefici di un'interazione economica privilegiata. Il primo ministro turco ha persino proposto di espellere Israele dall'Onu. In questa atmosfera infuocata desta poca meraviglia che, per la prima volta, autorevoli figure internazionali normalmente dedite ai tatticismi - si va dall'Alto Commissario per i diritti umani al Presidente dell'Assemblea generale dell'Onu - abbiano chiesto un'indagine per crimini di guerra. Il parlamento della Malesia ha chiesto all'unanimità all'Onu di istituire un tribunale speciale per crimini di guerra, come si fece negli anni '90 per i crimini nella ex Jugoslavia e per il genocidio in Ruanda. Vincere militarmente ma perdere politicamente non dovrebbe sorprendere chi studia la guerra moderna, specialmente se riflettiamo su alcuni importanti conflitti recenti. Dopo tutto, gli Usa in Vietnam vinsero tutte le battaglie e tuttavia persero la guerra, così come era successo precedentemente alla Francia in Indocina e poi in Algeria. Alla Russia accadde la stessa cosa negli anni '80 in Afghanistan.

 

In tutte queste guerre, la parte militarmente dominante non solo ha perso la guerra ma ha anche attraversato una profonda crisi in patria, e la sua reputazione internazionale ne ha risentito. Queste guerre di contro-insurrezione o neocoloniali hanno in comune il fatto che «il nemico» si fonde con la società civile, la guerra ignora i paletti del diritto umanitario internazionale, e a causa dei ripetuti attacchi e delle uccisioni di civili indifesi, l'intera impresa è ampiamente percepita come una serie di crimini di guerra. Questo è il caso di Gaza, in cui l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale infligge a Israele una sonora sconfitta nella guerra di legittimazione, che spesso alla fine è decisiva nel determinare l'esito di importanti conflitti. Né gli Stati uniti né Israele si sono ancora accorti dei limiti della supremazia militare nel mondo contemporaneo. La triste conseguenza è che hanno inflitto sofferenze di massa riportando allo stesso tempo un fallimento politico. I leader di entrambi i paesi appaiono incapaci di imparare dalla storia recente questa lezione: l'intervento militare in paesi stranieri nel mondo post-coloniale produce raramente i risultati politici sperati, a un prezzo accettabile. In questa prospettiva, nonostante il terribile prezzo pagato in termini di vite umane e di sofferenze, i palestinesi sembra stiano lentamente vincendo la «seconda guerra», la guerra di legittimazione, il cui terreno di scontro politico è diventato globale. Forse, la vittoria più schiacciante in una guerra di legittimazione è stata quella vinta dal movimento anti-apartheid contro il regime razzista arroccato in Sudafrica. Dopo la guerra di Gaza, probabilmente la battaglia palestinese per l'autodeterminazione è salita in cima all'agenda della giustizia globale, e questo rappresenta una grande vittoria per Hamas nella seconda guerra. Naturalmente Hamas non è l' Africa n National Congress (Anc), e Israele non è il Sudafrica. I palestinesi non hanno una leadership autorevole come fu per Nelson Mandela e altri esponenti dell'Anc. Tuttavia il punto principale è che c'è una seconda guerra, una guerra spesso non riconosciuta dai media. Non c'è dubbio che Israele abbia vinto la prima guerra, quella combattuta con gli F-16 e i razzi: anche se, data la straordinaria disparità delle forze in campo - come si vede mettendo a confronto il numero delle vittime - il risultato militare non stupisce, e ha prodotto un effetto boomerang a livello legale, morale e politico. Le campagne militari hanno un inizio e una fine ben definiti, e un campo di battaglia visibile, un teatro di morte e distruzione. Per contro, le guerre di legittimazione non hanno confini chiari e vedono sottili cambiamenti dell'opinione pubblica che a un certo punto raggiungono un punto di svolta tale da modificare il clima politico generale in un senso o nell'altro. Il mio assunto è che la guerra di Gaza, vista specialmente sullo sfondo del precedente assedio e della guerra del Libano nel 2006, stia avvicinandosi a quel punto di svolta, facendo intravedere ai palestinesi la vittoria finale nonostante la terrificante punizione recentemente inflitta alla popolazione di Gaza. Il fragile cessate il fuoco che è stato accettato da entrambe le parti comporta nuove sfide e opportunità. Si aprono degli scenari di speranza, dipendenti però da scatti di immaginazione e fiducia, così carenti da entrambe le parti in passato. Hamas potrebbe confermare la sua intenzione di comportarsi come un soggetto politico e astenersi dal lanciare razzi contro i civili. Israele potrebbe cercare di recuperare posizioni nella guerra di legittimazione smettendo di usare l'etichetta «terroristi», potrebbe trattare con Hamas in quanto soggetto politico, esplorare le possibilità insite nella sua offerta di un cessate il fuoco a lungo termine, e mostrare la volontà genuina di impegnarsi in un processo di pace sulla base delle Proposte della Mecca (2002), che anche in questa fase tardiva offrono a israeliani e palestinesi una strada promettente per uscire fuori dai recessi più profondi dell'inferno.


4 febbraio 2009

Dalla Bottega del Caffè al Salotto di Gnègnè

  Gnègnè ormai è un algoritmo noto, una categoria dello Spirito : invece di dichiararsi sinceramente fazioso e di contribuire con la sua faziosità (magari ben argomentata) al dibattito nella blogosfera, il nostro eroe si ostina a dire che in realtà parlava d'altro, si ostina a ribadire che a lui importa il linguaggio, mentre parla continuamente del mondo reale e così prende posizione ma rifugge dalla responsabilità che ne deriva. Non lo fa per vigliaccheria, ma perchè ha una forte predisposizione a cercare di controllare la realtà ed i suoi simili e per farlo deve aggredire dissimulando. Egli desidera fortemente il potere, quale che sia l'ambito (anche ridicolo) nel quale opera. Ed ogni giorno egli ci dà prova dei suoi tentativi di manipolazione.
L'ultimo quando dice che evidenziando le stronzate dette sul conflitto recente a Gaza, egli non vuole dire che Hamas abbia tutti i torti. Allo stesso modo un ladro che
mette fuori uso l'antifurto, entra in casa, asporta un quadro e fila via, ebbene questi non ha rubato nulla.



Anche quando tratta del presunto genocidio dei Palestinesi, il nostro eroe tra argomentazioni che meriterebbero maggiore attenzione (se fossero volte a definire con più precisione il tipo di azione eticamente e politicamente negativa perpetrata da Israele in questo contesto), evidenzia un intento assolutorio o minimizzatore, per cui "Si può certamente dire che Israele ha sbagliato nell’accettare troppo a cuor leggero di colpire anche i civili oltre agli obiettivi militari". Notare l'uso di "ha sbagliato", "troppo a cuor leggero". "accettare", quasi che Israele non sia politicamente ed eticamente responsabilie delle morti dei civili, ma che abbia fatto un peccatuccio di leggerezza, che abbia quasi subito la morte dei civili.
 Il brav'uomo però nella sua capziosità non ha capito che il numero dei morti (su cui lui si sofferma ed infatti dice "A Gaza, però, non è avvenuto nulla del genere. Non solo perché la dimensione numerica dei morti è estremamente esigua rispetto al totale della popolazione ,1300 morti secondo la stima più pessimistica, su una popolazione di oltre 1.500.000; nel caso del Rwanda, per dire, i morti tutsi sono stati tra il mezzo milione e il milione su un totale di circa 1.500.000, ma anche perché secondo tutte le stime anche quelle più ostili ad Israele la parte preponderante delle vittime era composta da miliziani di Hamas, non da civili") non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico (infatti la definizione è "  any of the following acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such" e non quella riportata dallo Zingarelli come "un complesso organico e preordinato di attività commesse con l’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso")  Perciò anche i 1300 morti di Gaza possono essere atti fatti con l'intento di compiere un genocidio e la guerra israeliana potrebbe avere i tratti di un genocidio o meglio avere delle caratteristiche che farebbero riconoscere un intento genocida (io non lo credo, ma per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare questa guerra più da vicino, i singoli episodi etc etc). Invece a Gnègnè basta dire che "Israele ha agito (bene o male, a  torto o a ragione, proporzionatamente o sproporzionatamente non importa) in risposta a una sfida militare di Hamas e di organizzazioni diverse da Hamas che colpivano da Gaza, ha agito sulla base di un piano ben definito che prevedeva un obiettivo chiaramente limitato (distruggere o danneggiare gravemente il potenziale bellico di Hamas) e a questo piano si è rigidamente attenuto, ritirandosi subito dopo" e tutto ciò limitandosi a prendere atto di ciò che è avvenuto alla fine dei 23 giorni di bombardamento, quasi che si dovesse consumare tutto il genocidio in quel lasso di tempo. Notare pure come Gnègnè accetti acriticamente la tesi che l'azione di Israele è stata "in risposta" ai razzi di Hamas, che il piano ben definito prevedeva un "obiettivo chiaramente limitato" e che a questo obiettivo si è "rigidamente attenuto" (e questa rigidezza non si è ammollata con l'accettazione alla leggera della morte di centinaia di civili ?)
Insomma in questi passi esce fuori tutto il perfido Gnègnè con i suoi fantomatici travestimenti e la sua retorica filosionista. Retorica che ricompare quando si dice che : "gli eroi di Hamas, chissà perché, hanno la tendenza a non sparare sui soldati israeliani, preferiscono prendersela con la gente disarmata, possibilmente quando tiene in mano buste della spesa e zaini della scuola o pezzi di pizza ", affermazione che trascura il fatto che non tutti quelli che accusano Israele considerano Hamas un insieme di eroi, ma semplicemente un degno interlocutore di Israele.
E' poi facile per Gnègnè dimostrare che le emozioni non ci avvicinano alle sofferenze dei belligeranti, più di quanto non lo faccia un ragionamento sempre che " si cerchi di ragionare seriamente e onestamente su quel che accade". Ma è questo che io contesto a Gnègnè : gli errori che egli fa (o che io credo che faccia) non sono errori dell'intelletto, ma errori della volontà e cioè di una faziosità non dichiarata. Ed è questo non dichiarare che lo rende imperdonabile.



2 febbraio 2009

Una tregua senza tregua...

I mass-media si sono divertiti a gridare le solite falsità e cioè che Hamas avrebbe violato la tregua. Peccato che questa tregua nei fatti non c'è mai stata...



Vediamo perchè :
1)
22 Gennaio 2009 : navi israeliane sparano contro pescatori
2) 23 Gennaio 2009 : navi israeliane sparano ancora contro pescatori. Sette i feriti
3) 26 Gennaio 2009 : ferito dagli Israeliani un contadino palestinese vicino Khan Yunis
4) 27 Gennaio : ucciso un soldato israeliano
5) 27 Gennaio :
raid aereo israeliano a Khan Yunis. Otto palestinesi feriti.
6) 28 gennaio :
bombardamento israeliano nella zona del valico di Rafah . Haaret'z riferisce che Olmert abbia detto : "quello in atto non è un cessate-il-fuoco ma una sospensione del fuoco a fronte delle infrazioni di Hamas, pertanto possiamo continuare e ritenere l’esercito libero di agire"
7) 29 Gennaio : 
Altro raid aereo israeliano a Khan Yunis


sfoglia     marzo        maggio
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom