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29 marzo 2011

Conto e racconto : la base 5 ed i suoi miti

La base 5 pure è presente in Africa, Oceania e nel sud dell’India, luoghi dove ancora sopravvivono i relitti di sistemi residuali di notazione numerica.

Questa base (e la mano che è il suo corrispettivo somatico) ha anche delle interessanti connessioni storico-mitiche:

La prima si ricollega alla mitologia indù dove il re Pandu impossibilitato ad unirsi alla moglie Kunti viene sostituito da deità che generamo Yudishtira, Arjuna e Bhima (il giudice, il sovrano e la forza indisciplinata) che vengono identificati rispettivamente con il medio, l’indice ed il pollice. Kunti fa unire con le divinità anche un’altra moglie, Madri, che genera altri due figli tra loro gemelli, Nakula il Bello e Sahadeva (anulare e mignolo, il primo dei quali poco si muove senza il secondo, o senza il medio).

Ancora più interessante è il mito egizio in cui Nut (dea del cielo stellato) si unisce a Geb (la terra), ma viene punita da Ra (il Sole) che gli impedisce di procreare nei 360 giorni dell’anno. Allora Thot, innamorato di Nut gioca con Ra e vince cinque giorni, che vengono aggiunti al calendario e nei quali Nut genera Seth, Horus, Osiride, Iside e Nephtis, rispettivamente pollice, indice, medio, anulare e mignolo. Il fatto che Seth fa a pezzi Osiride si può forse collegare al conteggio che il pollice fa sulle giunture delle altre dita, quasi facendole a pezzi.  

Tale base consente anche di arrivare a numeri più grandi (nella fattispecie fino  al numero 30), contando con una mano le unità e con l’altra le cinquine che risultano con il computo per unità

 ( non è 5x5 ma 5x6 in quanto tenendo aperta a supporto mnemonico la mano delle cinquine si può contare ancora sino a 5 con la mano delle unità). Invece con la base 10 stessa   si può contare fino a 10 con le due mani ma poi il riferimento è direttamente mnemonico o diventa un’ulteriore elemento esterno vista la mancanza di un arto ulteriore.


26 maggio 2009

Silvana Cappuccio : la vergogna del lavoro forzato

 

Percepiscono salari da fame, vengono fatti lavorare in condizioni inumane, sono ricattati e spesso privati anche dei documenti di identità, hanno alloggi di emergenza, si arrangiano con cibo di risulta: sono gli schiavi dei nostri tempi, spesso donne e uomini che lasciano le loro terre alla ricerca di una vita migliore, che invece si imbattono in pezzi di mondo forte del proprio cinismo che dalla loro disperazione trae vantaggio. "Il costo della coercizione" è il titolo dell'ultimo rapporto globale dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) sul lavoro forzato, che quantifica in 21 miliardi di dollari il costo finanziario di questo scempio, al netto dei costi delle vittime dello sfruttamento sessuale a scopi commerciali. E' un documento che traccia un inquietante quadro di condizioni estreme, di sfruttamento e approfittamento, in cui versano tantissimi uomini, donne e bambini, in situazioni diverse per tipo, luogo e modalità. E a cui ancora una volta sono tanto più pesantemente esposti i soggetti più vulnerabili, come i migranti, i giovani ed i gruppi con minore protezione sociale. Tra questi, sono le donne le più colpite.
Africa, Asia, America latina, Europa: in tutto il mondo si diramano canali di lavoro forzato, le cui caratteristiche assumono delle moderne forme di schiavitù, in agricoltura, nel lavoro domestico, nel traffico di persone.
Di quanto accade in Africa, se ne parla e sa poco. Alcuni governi preferiscono continuare a tentare di minimizzare. Ma adesso, in piena era di comunicazioni globali, è difficile nascondere. Solo pochi mesi fa il governo britannico ha censurato il comportamento dell'azienda Afrimex che utilizzava lavoro forzato e minorile nelle miniere di una zona devastata dalla guerra nella Repubblica Democratica del Congo. Il governo del Niger afferma che si tratta di "esagerazioni", ma i gruppi organizzati della società civile denunciano diffuse pratiche di schiavitù. Ancora di recente la Corte di giustizia della comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale, riferendosi a una donna che era stata tenuta schiava per quasi dieci anni prima di essere rilasciata dal suo "padrone", ha trovato il Niger in piena violazione delle leggi nazionali e degli obblighi internazionali sulla tutela dalla schiavitù. Il nord ed il sud del Ghana sono pieni di aree in cui i migranti, soprattutto giovani donne, sono soggetti ad abusi. Il Kenya è un paese chiave per la tratta internazionale di persone destinate al lavoro forzato e alla prostituzione, e anche internamente c'è un traffico di ragazzine e giovani donne che lasciano le zone rurali per le città per finire nei lavori domestici o come prostitute.
In Asia ci sono tre aspetti di particolare preoccupazione: il lavoro forzato per debiti che è ancora molto diffuso, nonostante esistano consolidati meccanismi per trovare, liberare e riabilitare chi ne finisce vittima e un'ampia legislazione in materia che lo proibisce e punisce. Anche qui si stratta soprattutto di migranti. Questo meccanismo si è purtroppo diffuso in settori come il tessile, la lavorazione del riso ed altri come le fornaci di mattoni e le cave di pietra che sono in espansione. Il secondo elemento riguarda l'ampia incidenza di traffico sia di bambini che di adulti, a scopi di sfruttamento sia sessuale che al lavoro. Il terzo è la persistenza del lavoro forzato imposto dallo Stato e da istituzioni pubbliche, come succede a Myanmar. La regione asiatica conosce poi gli imponenti flussi di migrazioni dalle campagne nelle città, che comportano dei movimenti di forza lavoro in grande scala in Cina e India. In Cina esiste il lavoro forzato nelle prigioni, insieme con la violenza fisica e le minacce ed altre forme di coercizione. Lì i lavoratori sono sottoposti a condizioni di lavoro spesso a grande rischio per la loro salute e la loro sicurezza, come nelle miniere e in ore di lavoro straordinario senza limiti.
L'America latina è, dopo l'Asia, la seconda area geografica per numero di addetti al lavoro forzato, che qui è specialmente connotato da fenomeni di disuguaglianza e discriminazione, particolarmente verso gli indigeni.
Si sono riscontrate forme di lavoro forzato in regioni remote e dove c'è stata deforestazione così come in una serie di settori industriali come il carbone, la ghisa, il legname e diverse produzioni agricole. Ci sono state delle iniziative, anche da parte di paesi importanti come il Perù ed il Brasile, per aggredire ed arginare il lavoro forzato, ma comunque rimane ancora molto da fare. Il rapporto dell'Oil indica come prioritaria la necessità di un ampio insieme di misure e programmi per ridurre la povertà combattendo la discriminazione e promuovendo i diritti degli indigeni, oltre che migliorando lo status dei più indigenti nelle aree urbane.
In Europa secondo il rapporto il lavoro forzato lo si considera quasi sempre connesso ai processi di immigrazione irregolare. La Federazione russa ed altri Stati della Comunità di stati indipendenti hanno fatto delle ricerche, da cui emerge come la tratta delle persone sia sempre più finalizzata al lavoro forzato piuttosto che allo sfruttamento sessuale.
Stati Uniti e Canada conoscono bene il lavoro forzato che riguarda gli immigrati nel lavoro domestico, in agricoltura ed altri settori economici. Alcune di queste situazioni riguardano gli immigrati "irregolari", ma molte altre scaturiscono invece da flussi ufficiali che vengono gestiti da intermediari senza scrupoli, pronti a far scattare ricatti e debiti.
La Confederazione sindacale internazionale ha accolto positivamente la pubblicazione di questo rapporto che fa luce su aspetti su cui è fondamentale l'impegno dei governi e delle parti sociali. Le Global Unions, cioè i sindacati di categoria a livello internazionale, hanno costituito un'alleanza finalizzata a intensificare il loro ruolo e a sviluppare una politica su questo tema. A questo proposito, Neil Kearney, segretario generale della federazione internazionale dei tessili, ribadisce che «i grandi marchi internazionali e i circuiti di vendita dominano l'industria, sono quindi loro ad avere la chiave di volta per fermare il vortice infernale del traffico e del lavoro forzato nell'industria. Devono adottare senza ulteriori indugi degli strumenti atti a spezzare le catene di questa schiavitù».


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22 dicembre 2008

Marina Forti : le difficoltà del sindacato indiano in una crescita diseguale

 Economia emergente? Gautam Modi, segretario generale della confederazione sindacale indipendente chiamata New Trade Unione Initiative, insorge: l'India, dice, non è poi così «emergente» come si dice. E' vero, negli ultimi anni il Prodotto interno lordo è cresciuto attorno al 9% annuo. «Ma se sconti la crescita demografica attorno al 2%, e un'inflazione superiore al 5% annuo, vedi bene che la crescita reale è ben più modesta». Ed è una crescita assai ineguale, aggiunge Modi.
Eppure, negli ultimi 5 anni l'India ha visto il più grande boom di investimenti della sua storia. Gli stati indiani hanno cercato di attrarre nuovi progetti industriali offrendo alle imprese terreni e infrastrutture a condizioni agevolate, a volte con la formula delle «zone economiche speciali» (per l'export) in cui le imprese beneficiano di sgravi fiscali e altri incentivi. Spesso queste «zone speciali» sono state al centro di polemiche e conflitti.
Ora però l'India si scopre vulnerabile alla crisi globale, e ridimensiona le previsioni: già in luglio l'Economist parlava di 7,6% di crescita media del Pil per il 2008 e 2009, il Fondo Monetario Internazionale ora si attesta sul 6,5%. E Amit Mitra, segretario generale della Ficci, una delle due confindustrie indiane, dice che il 7% sarebbe già un buon risultato, che l'economia indiana riuscirà a raggiungere quest'anno solo se il governo interverrà pompando liquidità nel sistema con un massiccio sostegno al credito (vedi il manifesto, 25 novembre). Intanto i maggiori gruppi industriali rallentano i progetti di espansione. Qualcuno comincia a discutere il modello di crescita tutto puntato sulle esportazioni e sull'outsourcing, esternalizzazione: oltre metà del Pil indiano è fatto dalle information technologies e i servizi relativi, cresciuti del 30, 35% annuo grazie alle istituzioni finanziarie e altre imprese di paesi industrializzati (anglofoni) che hanno delocalizzato in India la produzione di software, la gestione di servizi informatizzati, o i servizi alla clientela (i famosi call centres). Ora anche questo rallenta. 



Un'economia che rallenta non farà che acuire le disegueglianze interne, fa notare il sindacalista. Il problema, dice Gautam Modi, è che in India bisogna distinguere tra il 10% e il 90%. Solo una piccola parte della forza lavoro, dieci persone su cento, è occupata nel «settore formale», cioè ha un lavoro dipendente nell'economia «organizzata», dipendenti pubbici o privati con salario e previdenza sociale. Gli altri sono nel «settore informale», che include dai lavori di fatica al piccolo commercio al lavoro agricolo. Il 60% degli indiani inoltre è occupato nell'economia rurale (ma la parte dell'agricoltura nella formazione del Pil è crollata: dal 40% nei primi anni '80 al 17% oggi).
«Non solo: in questi anni, sempre di più, anche i lavoratori del settore organizzato si trovano a lavorare in condizioni "informali": l'industria chiede sempre meno braccia, e anche nelle grandi fabbriche c'è sempre più lavoro precario. Il caso di Maruti è esemplare».


25 settembre 2008

Politically correct

Operai licenziati in India uccidono il responsabile locale dell'azienda italiana Oerlikon Graziano.




Ferruccio De Bortoli,
Maria Laura Rodotà ed Alain Elkann stigmatizzano la loro assoluta mancanza di stile : "Negli Usa pvendono il lovo scatolone e si vimettono sul mevcato..." dicono all'unisono.
Il leader della Cisl Bonanni si dissocia da questa iniziativa della Cgil e teme per la tenuta unitaria dei sindacati confederali.
Spartacus Quirinus e Valerio Pieroni inviano una mail a tutti e duecento gli operai licenziati avvertendoli che da questo momento sono sospesi da Kilombo


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22 settembre 2008

Cause naturali

Un bersagliere italiano appartenente alla compagnia attaccata due volte dai Talebani in questi giorni, muore per un malore nella notte tra Sabato e Domenica.


"Per i media italiani è morto perchè così ha voluto Allah....mmmh..."

Subito ci si affanna a dire che è morto per cause naturali. Come a dire che sarebbe morto pure se nei giorni precedenti fosse stato comodo a casa propria e avesse litigato con un condomino.
Diremmo di una vecchina appena scippata e morta in giornata per un infarto che sia morta per cause naturali ? Oppure se un atleta muore dopo una gara, diremmo che non è colpa di nessuno ? Ne dubito.
Ma allora, siamo o non siamo in un'epoca di merda ?


13 luglio 2008

la globalizzazione secondo Marx ed Engels

 

Dopo quasi mezzo secolo dalla sua prima comparsa, nella elegante collana La Cultura de il Saggiatore, viene riproposta nei Tascabili dello stesso editore l'antologia di scritti di Karl Marx e Friedrich Engels su India Cina Russia (il Saggiatore, pp. 390, euro 13). Una ristampa che testimonia la possibilità di «usare» la riflessione marxiana sulle realtà cinese, indiana e russa in rapporto all'attualità geo-politica in cui i tre paesi svolgono un ruolo nevralgico nelle relazioni internazionali. Pagine illuminati, perché consentono di ricostruire la genealogia dello sviluppo economico, sociale di realtà nazionali che sono diventate i case studies del moderno capitalismo. L'attualità delle corrispondenza di Marx e Engels non sta, infatti, nel descrivere fedelmente i rapporti di sfruttamento vigenti, ma di offrire il loro background storico.
Molti degli scritti raccolti nel volume sono apparsi tra il 1853-1860 sulla New York Daily Tribune e ricostruiscono le diverse forme di penetrazione capitalistica in paesi considerati «arretrati». In filigrana sono presenti alcuni dei temi sviluppati nel Manifesto del partito comunista, in cui Marx e Engels, analizzando lo sviluppo storico della borghesia, avevano individuato nel mercato mondiale la forma economica e sociale che avrebbe soppiantato i tradizionali rapporti economici. Rilette dopo più di 150 anni, questi scritti appaiono dunque profetici, perché «immaginano» uno scenario divenuto realtà. Come ha scritto lo storico britannico Eric J. Hobsbawm, il Manifesto «può oggi essere letto come una concisa caratterizzazione del capitalismo alla fine del ventesimo secolo».
Quel che contraddistingue l'analisi di Marx ed Engels è la consapevolezza del carattere internazionale del capitalismo fin dalle sue origini, carattere che si manifesta attraverso un lungo sviluppo storico che, seppur anticipato dai molteplici scambi nell'antica Eurasia, prende compiutamente piede con la conquista dei immensi mercati americani, africani e asiatici a partire dal XVI secolo. Dal 1500 il rapporto tra Europa e Stati Uniti e, successivamente, e il resto del mondo diviene una relazione di dominio nei confronti della maggioranza dei popoli del pianeta che ha consentito di rappresentare il capitalismo come l'unico modello possibile di organizzazione socio-economica.

Pagine mercenarie
Due sterline ad articolo: tanto era il compenso che Karl Marx, «il nostro corrispondente da Londra», percepiva per i suoi documentati reportage sul quotidiano statunitense New York Daily Tribune, articoli che spaziavano dalla schiavitù in America al Risorgimento italiano, dalle guerre dell'oppio in Cina al colonialismo britannico in India, dalla servitù della gleba nella Russia zarista alla guerra di Crimea, dalle dittature borghesi di Napoleone III (1808-1873) e Lord Palmerston (1784-1865) alle crisi finanziarie e commerciali dei principali paesi europei. La New York Daily Tribune era stata fondata nel 1841 come giornale della componente di sinistra del partito whig americano. Tra il 1840 e il 1850 si era contraddistingo come il quotidiano che aveve veicolato una campagna contro la schiavitù. Negli anni in cui vi collaborarono Marx ed Engels era l'organo del partito repubblicano statunitense. Il giornale contava più di 200.000 lettori ed era il quotidiano più diffuso nel mondo in quel periodo. Marx dall'inizio del 1853 scriveva gli articoli direttamente in inglese e alcuni venivano talvolta pubblicati senza l'indicazione dell'autore. Ma le indicazioni contenute nei taccuini in cui Marx e sua moglie Jenny annotavano la data di stesura o di spedizione dei singoli articoli e quelle presenti nella corrispondenza di Marx ed Engels negli stessi anni consentono di individuarne, al di là di ogni dubbio, la paternità letteraria.
«I fenomeni dell'accumulazione primitiva - scrive il curatore Bruno Maffi - che il I Libro del Capitale descriverà in pagine anche letterariamente poderose, vedendoli pure in controluce sullo sfondo delle imprese di conquista transoceaniche dell'Inghilterra capitalistica, apparivano qui ingigantiti dalla virulenza raggiunta in patria dalla rivoluzione industriale e dal crollo subitaneo nelle colonie assoggettate o da assoggettare degli ultimi bastioni di un'economia arretrata ma, nei suoi limiti storici, razionale e, per antichissima tradizione, molto più sollecita del destino dei gruppi, delle famiglie e degli individui. Le artiglierie pesanti del commercio abbattevano qui non solo le sovrastrutture putrefatte del "dispotismo orientale", ma quelle piccole isole primitive di un solidarismo proto-comunista che erano le comunità di villaggio indiane, le unità domestico-patriarcali cinesi, più tardi le comuni agricole e le cooperative artigiane in Russia, tutte fondate sull'assenza di proprietà terriera privata e personale e sull'appropriazione collettiva, in varia forma, del prodotto di un'attività consociata». Per Marx la penetrazione del capitalismo in società non capitaliste, dopo una prima brutale fase di sconvolgimenti delle forme di vita tradizionali, era da considerare un processo necessario per consentire l'industrializzazione di quei paesi e la conseguente formazione di un proletariato moderno.

Officina mondiale
Un dispositivo analitico, quello di Marx, non sempre efficace, specialmente quando è stato applicato in modo dogmatic. «Pensare che il materialismo storico - ha scritto lo studioso sudafricano Hosea Jaffe - implicasse un'unica sequenza lineare di modi di produzione - dal "comunismo primitivo" alla schiavitù, al feudalesimo, al capitalismo al socialismo - significa fraintendere Marx e il marxismo. La lettera a Vera Zasulic in cui Marx definiva possibile e anzi probabile che la Russia non sarebbe passata attraverso una fase capitalista e avrebbe invece compiuto un salto diretto dal feudalesimo al socialismo dimostra che il suo principio del materialismo storico era più hegeliano che cartesiano».
La politica coloniale inglese, che conosce il suo apogeo nel XIX secolo, ma che durerà fino alla seconda metà del Novecento (l'indipendenza del «gigante nero» dell'Africa, la Nigeria, risale appena al 1960), ha rappresentato la più potente espansione del capitalismo su scala planetaria prima dell'inizio dell'egemonia mondiale degli Stati Uniti d'America. Negli anni dei governi liberali di Palmerston e di Gladstone (1850-1874) l'Inghilterra esercitò una supremazia assoluta nel mondo. La Grande Esposizione Industriale, inaugurata a Londra il primo maggio del 1851, rappresentò il riconoscimento mondiale dei risultati della Rivoluzione industriale inglese. L'«officina del mondo» monopolizzava quasi tutti i commerci ed esercitava un dominio sicuro sui mari del pianeta.
Temi, problematiche ampiamente affrontati negli articoli di Marx e Engels e che resistituiscono un mondo già abbondantemente globalizzato al quale, per quanto concerne la Gran Bretagna (assieme ai possedimenti coloniali francesi, olandesi, belgi) hanno contribuito in maniera determinante le colonie e, tra queste, l'India, la «perla» dell'impero. Marx aveva chiara la funzione dell'Inghilterra, «rivoluzionaria malgrado se stessa», nell'espansione mondiale del capitalismo e nella distruzione di tutti gli antichi modi di vivere e produrre. «Fu l'invasore inglese a spezzare il telaio e il filatoio a mano. L'Inghilterra cominciò ad espellere le cotonerie indiane dal mercato europeo; poi introdusse nell'Indostan (l'India, n.d.r.) i suoi filati ritorti; infine, inondò dei suoi manufatti cotonieri la patria stessa del cotone».

L'oppio dei popoli
A proposito del tradizionale sistema di villaggio indiano, che scomparirà «per gli effetti del vapore e del libero scambio made in England» Marx non mostra alcuna esotica nostalgia: «Non si deve dimenticare che queste idilliache comunità di villaggio, sebbene possano sembrare innocue, sono sempre state la solida base del dispotismo orientale; che racchiudevano lo spirito umano entro l'orizzonte più angusto facendone lo strumento docile della superstizione, asservendolo a norme consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica. (...) Non si deve dimenticare che queste piccole comunità erano contaminate dalla divisione in caste e dalla schiavitù. (...) Il problema è: può l'umanità compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti sociali dell'Asia? Se la risposta è negativa, qualunque sia il crimine perpetrato dall'Inghilterra, essa fu, nel provocare una simile rivoluzione, lo strumento inconscio della storia».
Marx è naturalmente consapevole delle sofferenze del popolo indiano; così come è altrettanto consapevole che il processo di trasformazione capitalistica del pianeta è ineluttabile e necessario per consentire fasi superiori dello sviluppo storico (che egli identifica con il comunismo). «La profonda ipocrisia, l'intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude. (...) Gli effetti distruttivi dell'industria inglese, visti in rapporto all'India - un paese grande come tutta l'Europa - si toccano con mano, e sono tremendi. Ma non dimentichiamo ch'essi non sono che il risultato organico dell'intero sistema di produzione com'è costituito oggi. Questa produzione si fonda sul dominio assoluto del capitale».
Per ritornare alla Cina di Marx, va segnalata la grande attenzione che egli dedica ad una delle pagine più nere della storia cinese, quelle legate alla imposizione del consumo di oppio da parte degli inglesi. A conclusione di uno degli articoli dedicati al commercio dell'oppio (25 settembre 1858), articoli nei quali si alternano il rigore documentario e la l'attenta ricostruzione storica, Marx denuncia con toni veementi le politiche monopolistiche di imposizione dell'oppio alla Cina da parte della Gran Bretagna che si vorrebbe paladina indiscutibile del libero scambio.
Marx mostra inoltre uno scrupolo documentario costruito attraverso la lettura di lettere, atti parlamentari, testi di commissioni parlamentari, rapporti politici ed economici, oltreché di studi dedicati a questioni particolari. Negli scritti giornalistici è presente, inoltre, uno stile sferzante, pungente, veemente, a tratti ironico, velenoso e penetrante, che spesso ricorre alla martellante iterazione di fatti e nomi, uno stile irriverente del potere, ma mai declamatorio, con metafore, immagini, espressioni colorite, emblematiche, memorabili, con colti riferimenti storici, economici, letterari. Gli articoli di Marx restituiscono infine la vicenda storica degli anni in cui furono scritti. Ne emerge un lucido analista del capitale globale, proponendoci una chiave di lettura della compiuta unificazione planetaria ad opera del capitale.

(Donatello Santarone)

Marx teorico della globalizzazione. È uno dei luoghi comuni della riflessione contemporanea attorno all'opera dell'autore del Capitale. Come molti dei luoghi comuni occorre una buona dose di scetticismo e disincanto quando ci si imbatte in essi. È indubbio che alcune pagine del Manifesto del partito comunista o degli altri scritti del filosofo tedesco mettendo al centro la tendenza del capitalismo ad affermarsi come modello unico di produzione della ricchezza. Così come è certo che il pensiero critico che si è considerato erede di Marx abbia «lavorato» su alcune pagine dei suoi scritti per analizzare l'imperialismo e il consolidarsi del mercato mondiale, Due nomi per tutti: Rosa Luxembourg e Vladimir Ilich Lenin. E tuttavia questa «moda» di Marx teorico della globalizzazione è quanto di più consolatorio che il pensiero di sinistra possa mettere in campo.
La globalizzazione è sì la diffusione su scala planetaria dei rapporti sociali capitalistici, Ma ha caratteristiche, tendenze e «strutture profonde» che Marx non poteva certo, profeticamente, anticipare. Il capitalismo punta a includere e sottomettere realtà ai suoi rapporti sociali, ma per dare corso a questa tendenza onnivora deve continuamente mutare le forme e i modi di produzione. Da questo punto di vista la globalizzazione è, al tempo stesso, la realizzazione di un mercato mondiale, ma non coincide con l'omologazione dei modi di produzione. Semmai si assiste alla compresenza di sviluppo e sottosviluppo, di organizzazioni produttive «postmoderne» con rapporti servili di lavoro, di antico e moderno. Da questo punto di vista, l'analisi marxiana è figlia del suo tempo e non aiuta alla comprensione della realtà contemporanea, e dunque delle possibilità di trasformazione.
La nuova edizione degli scritti di Karl Marx e Frederich Engels delle corrispondenze sull'India, la Cina e la Russia da parte del Saggiatore vanno quindi lette come componenti di quel laboratorio di analisi e censimento dei problemi che i due studiosi «accumulavano» prima di cimentarsi nel lavoro di produzione di concetti adeguati alla critica del regime fondato sul lavoro salariato. Con pacato realismo va detto che il mercato mondiale è ormai realtà e che l'ordine dei problemi posti dal capitalismo hanno a che fare con quell'interdipendenza tra lavoro cognitivo, servile, industriale che lo caratterizza.
Sono questi i motivi che portano a dire che il Marx del manifesto del partito comunista non è un teorico della globalizzazione, quanto un militante di quella critica dell'economia politica che non poteva certo prevedere come il conflitto di classe lo avrebbe profondamente modificato. Il suo laboratorio continua a offrire materiali preziosi, ma propedeutici a una sua necessaria e radicale innovazione teorica.

(Benedetto Vecchi)


17 giugno 2008

Adam Smith e il ruolo del trasporto su acqua

Adam Smith dice che il trasporto su acqua ha consentito nell'antichità un mercato ben più esteso del trasporto su terra, con trasporti più veloci e meno costosi (in termini di erogazione di energia). Da ciò egli deduce che questo spiega perchè i primi progressi della civilità si siano verificati nelle vicinanze di un grande fiume e sulle coste del mare.

I popoli che sono stati i primi ad incivilirsi sembrano siano stati quelli attorno al Mare Mediterraneo, mare abbastanza calmo, con molti attracchi e con buona capacità di orientarsi.
La prima civiltà per Smith sarebbe stata quella egiziana, dove attraverso un'opera di attenta canalizzazione si sarebbe assicurata la possibilità di muoversi via acqua per tutto il territorio, promuovendo un rapido sviluppo economico e culturale. Così pure sarebbe successo in Cina e India. Ciò non sarebbe successo per buona parte dell'entroterra africano, privo di mari interni, per l'Asia a nord del Caspio con un clima più freddo, per la zona danubiana priva di un potere politico centrale che sfruttasse il corso del fiume sino al Mar Nero.



La fidanzata di Pensatoio (la chiatta) sul Ladoga

Le considerazioni di Smith sono in parte valide, ma non si spiega comunque perchè non ci sia stata antica civiltà lungo il corso del Danubio o sulla parte del Volga più meridionale o lungo il corso del Niger, o attorno al Mar Nero e Caspio. Lungo il Danubio si sarebbe dovuto formare un potere centralizzato che già dall'antichità ne regolasse il corso delle acque (non si può quindi spiegare la cosa con l'assenza di un unico Stato).

Inoltre lo sviluppo di civiltà lungo il corso di un fiume si spiega anche (e forse principalmente) con la possibilità di sviluppo dell'agricoltura e di un surplus agricolo in quelle zone (si pensi al limo egiziano), surplus che poi avrebbe causato un aumento dei commerci lungo il fiume stesso.

 

 


7 aprile 2008

La bimba con due facce

In India sarebbe nata una bambina con due volti. I genitori non vogliono consentire nè una TAC gratuita nè una visita medica per verificarne le condizioni. Pare che si sentano quasi privilegiati perchè la bimba somiglierebbe alle divinità polimorfe del pantheon indù.
Ah, l'ignoranza diremmo noi. Ma noi siamo forse meglio ?
Già in passato i nostri giornalisti hanno avuto la ventura di trattare di qualche bambina con due teste, senza tener conto del fatto che forse, se i cervelli sono due si tratta di due infanti che hanno in comune il tronco e gli organi del torace (la malformazione si chiamerebbe "
fetus in fetu", cioè un feto incapsulato in un altro feto).




Dire che invece di due infanti con un corpo solo, si tratta di un bimbo a due teste forse è meglio per i nostri media. Due infanti con un corpo solo sono semplicemente due sfortunati, mentre un bimbo con due teste è un provvidenzialissimo mostro.
E un mostro è la notizia per eccellenza.
Perciò speriamo che questa bimba oltre due facce abbia un solo cervello.
Altrimenti  che notizia sarebbe ?


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12 marzo 2008

La Globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore (seconda parte)

 D'altra parte, non va neanche trascurato che la quota delle esportazioni sul PIL di Stati Uniti, Giappone, e Europa dell'euro, benché in aumento, si attesta ancora, al più, al 12%: in altri termini, gran parte della produzione e del commercio avviene ancora su base 'nazionale' (anche se certo è di estremo rilievo che nel caso europeo la 'regione' di riferimento non corrisponda ad una dimensione politica decisionale unitaria). In conseguenza di questa regionalizzazione, lo stesso commercio tra poli della Triade appare manovrato dai grandi stati-nazione e vede il risorgere di barriere protezionistiche non tariffarie: non è mancato chi ha parlato di nuovo mercantilismo - e, a ben vedere, la stessa pressante richiesta statunitense di apertura precoce alla libertà dei commerci e dei capitali dei paesi di recente industrializzazione ha esattamente questa natura.



Sulla natura neomercantilistica dell'invito Usa alla liberalizzazione dei commerci non penso ci siano molti dubbi, tenendo presente che la dipendenza degli Usa dal commercio con l'estero riguarda appena il 10% del Pil per quanto riguarda la esportazioni e il 16% per quanto riguarda le importazioni, mentre l'import/export di altri paesi riguarda quote del Pil molto più consistenti. Eppure questa non grande esposizione consente (grazie ai volumi in cifre assolute) agli Usa di esportare l'8,98 % delle esportazioni mondiali e il 18,02% dei servizi.  Inoltre gli Usa sono stati negli anni Novanta tra i maggiori protagonisti di accordi commerciali bilaterali preferenziali (un tempo prerogativa dell'Europa) che creano una vera e propria dipendenza commerciale di alcuni paesi (si pensi al Canada, al Messico, alla Nigeria e alla Colombia).



11 marzo 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore (prima parte)

 Per quel che riguarda la questione della cosiddetta globalizzazione, non si tratta di uno stato, definitivamente compiuto, ma di un processo - di un processo, per di più, limitato e contraddittorio, e di cui è a tutt'oggi prematuro escludere la potenziale reversibilità.
Va chiarito, in primo luogo, per quel che riguarda la globalizzazione dei mercati, che il commercio internazionale, benché continui a crescere, cresce a ritmi più lenti che nell'epoca del 'fordismo'. Ciò non vuol dire, sia chiaro, che non sta aumentando il grado di integrazione internazionale, se l'attenzione è rivolta a quanto avviene all'interno delle grandi aree del 'centro capitalistico'; se però si mantiene uno sguardo realmente planetario, l'integrazione commerciale sta decelerando, e i paesi distanti dai 'centri' vedono ridurre il proprio peso nell'economia mondiale, o, per meglio dire, vengono in realtà abbandonati a se stessi. 




Bellofiore nel 1999 fa un passo avanti, dicendo che la globalizzazione sia un processo incompiuto e non irreversibile (e dunque incerto nei suoi esiti), ma comunque un processo reale e non un bluff.
Egli ribadisce però che l'integrazione sta avvenendo all'interno delle macroregioni del centro capitalistico, ma che comunque i paesi distanti dai centri vengono abbandonati a se stessi e perdono peso all'interno dell'economia mondiale.
Cosa non del tutto esatta. Abbiamo già evidenziato come l'incidenza dei paesi in via di sviluppo nella quota del commercio mondiale sia complessivamente in aumento anche se con paesi che estendono la loro quota ed altri che la diminuiscono.
Ma, cosa più importante, la quota dei 29 (su circa 200) paesi con il massimo reddito procapite sul prodotto mondiale scende dal 1999 al 2001 anche se di poco (dal 59,33% al 58,29%). La quota dei 7 Pvs di più grande peso (Messico, Cina, India, Brasile, Russia, Iran) nello stesso periodo è salita dal 26,10 al 26,57. Mentre la quota dei 37 paesi più poveri è salita dall'1,70 al 2%.
Nel periodo dal 1994 al 2001 il reddito procapite PPA (a parità di potere d'acquisto) per quanto riguarda i 37 paesi più poveri è salito in media del 10%.
Si tratta di piccole cose, ma individuano un trend di lungo periodo, che può essere associato al raggiungimento di più decorosi livelli di vita grazie alla politica economica.
Tuttavia tale globalizzazione è altamente instabile (vi sono state almeno tre crisi economiche globali dal 1997 ad oggi : la crisi delle Borse asiatiche e sudamericane, la crisi dopo l'11 Settembre e quella attuale dei subprime e dell'aumento dei prezzi del petrolio) e si sta realizzando un terribile conflitto tra i paesi in via di sviluppo che impedisce la partecipazione di tutti alla crescita mondiale, senza contare le guerre che scaraventano i paesi interessati nella recessione più profonda. Nel dettaglio:

1)  Dal 1997 al 2005 la quota del prodotto mondiale PPA sia dei paesi industrializzati che del G7 si è ridotta rispettivamente dal 55,3 e dal 44,3 al 52,3 ed al 41,2% (dopo un picco isolato nel 1999 del 57,1 e del 45,4) . Tuttavia solo l'Asia e L'Europa Orientale hanno approfittato di questo processo salendo  rispettivamente dal 23,1 e dal 4,8 al 27,1 ed al 7,1%.. Invece l'Africa è rimasta al palo del 3,3% (tenendo presente che la quota demografica sulla popolazione mondiale è aumentata di un punto), il Medio Oriente dal 4% del 2002 è sceso al 2,8% del 2003 (dato rimasto inalterato nei due anni successivi), mentre l'America Meridionale dall' 8,8 è scesa al 7,4%.  In Asia la crisi delle Borse ha fatto scendere dal 1999 al 2000 il reddito nominale procapite da 3680  dollari a 3200 (nel 2005 è di 4840), dal 2000 al 2002 in America Latina da 7340 dollari a 7310 dollari (nel 2005 è di 8620) e in Africa da 2040 a 1990 (nel 2005 è 2540) , in Medio Oriente la crisi degli attentati ha fatto scendere il reddito procapite nominale dal 2002 al 2003 da 6220 dollari a 5890 (nel 2005 è di 7360)

2) Come si desume dal punto uno le crisi generano recessioni profonde, ma appena queste passano il trend di più lungo periodo continua ad operare. Facciamo l'esempio di alcuni paesi in via di sviluppo dal 1997 al 2005 e del loro reddito procapite PPA : alcuni asiatici (Bangladesh, Iran, Pakistan , Indonesia, India, Malesia, Thailandia, Vietnam, Cina, Filippine, Turchia) altri africani (Camerun, Costa d'Avorio, Zimbabwe, Sudafrica, Kenya, Algeria, Nigeria, Egitto, Marocco) altri sudamericani (Venezuela, Colombia, Perù, Messico, Brasile). In tutto 25 paesi. Ebbene per 17 di essi il reddito procapite PPA è diminuito (tranne dunque che per Cina, India, Vietnam, Bangladesh, Pakistan, Sudafrica, Algeria, Camerun che invece lo hanno visto progressivamente aumentare). Dei suddetti 17 solo 5 lo hanno visto progressivamente diminuire (Brasile, Costa d'Avorio, Egitto, Filippine, Zimbabwe), mentre i restanti 12 hanno visto una brusca diminuzione per la crisi delle borse del 1997 e di essi  9 hanno parzialmente recuperato la loro posizione iniziale. Riassumendo :
8 hanno progredito (ma di questi 2 hanno visto diminuire il loro indice di sviluppo umano)
9 hanno perso molto tra 1997 e 1999 ed hanno parzialmente recuperato (e di essi 5 hanno visto migliorare l'indice di sviluppo umano)
3 non hanno sostanzialmente recuperato (ma uno di essi ha visto aumentare l'indice di sviluppo umano)
5 hanno progressivamente perso potere d'acquisto ( ma 3 di essi hanno visto aumentare l'indice di sviluppo umano)
Insomma una situazione con luci ed ombre.

3) Il ruolo delle guerre nella creazione di processi di recessione economica lo si può desumere analizzando la situazione di Gaza e Cisgiordania, dell'Iraq, del Congo, della Sierra Leone, della Liberia, del Ruanda e del Burundi. dell'Afghanistan.
Mozambico, Bosnia, Liberia e Ruanda appena liberatisi dalla morsa della guerra hanno visto una crescita molto forte.


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