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26 marzo 2012

I paesi orientali hanno obbedito al Fondo monetario internazionale?

Come e più di Roubini, Stephen Roach era uno di coloro che in tempi non sospetti (nel 2004-2005) prevedeva una crisi economica legata all’insufficiente domanda aggregata. Sembra dunque strano vederlo tra i sostenitori dell’austerità se non si pensasse che, essendo Presidente di Morgan Stanley, non abbia tutto l’interesse dei creditori degli Stati sovrani a che questi ultimi assicurino il pagamento del debito pubblico (Morgan Stanley era creditore fino a Febbraio di quest’anno dello Stato italiano per 6,268 miliardi di dollari, scesi a 2,887). La sua tesi è che, nel caso dei paesi dell’Estremo Oriente, la crisi sarebbe stata superata con l’austerity ed egli si spinge anche a dire che il problema è che, mentre tali paesi si sono adattati alle misure imposte dall’FMI, i paesi economicamente più forti tendono a fare orecchie da mercanti.

 

 

Nel dettaglio Roach afferma che “Nel 1998, durante i momenti più acuti della crisi asiatica, la produzione aggregata nei cosiddetti paesi dell’ASEAN 5 – Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam – diminuì bruscamente dell’8,3%. Il PIL reale della Corea del Sud, a lungo considerata la favorita tra le nuove economie industrializzate, subì una contrazione del 5,7% nello stesso anno. Ma in seguito, subentrarono le severe condizioni imposte dai piani di salvataggio dell’FMI e dai programmi di aggiustamento, ovvero la dose di austerità che l’Asia si trovò a dover subire. In risposta a ciò, i bilanci di conto corrente, il tallone di Achille del cosiddetto miracolo della crescita dell’Asia dell’est, passarono dal deficit al surplus. Per i paesi dell’ASEAN 5, i deficit di conto corrente pari ad una media del 4% del PIL nel 1996-97 salirono rapidamente al 6,8% del PIL nel 1998-99. Una trasformazione simile si verificò anche nella Corea del Sud dove un deficit di conto corrente pari al 2,8% nel 1996-97 divenne un surplus dell’8,6% nel 1998-99.

Da allora, la regione non è mai tornata indietro. Nel giro di due anni, gran parte delle economie asiatiche in crisi recuperarono i livelli precedenti, mentre l’effetto rebound non fu affatto temporaneo. A partire dal 1999, i paesi dell’ASEAN 5 diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del PIL pari al 5% su base annuale (5,5% nella Corea del Sud nello stesso periodo). In breve, non ci sono stati effetti negativi duraturi derivanti dalla dose di austerità a breve termine, e, nella misura in cui l’austerità si è rivelata essenziale per la guarigione post-crisi, i benefici a lungo termine si sono dimostrati non solo durevoli ma anche sbalorditivi. Ci sono tre lezioni da imparare. Innanzitutto non c’è guadagno senza sofferenza.”. Sintetizzando, Roach sostiene che la crisi nel suo momento più duro si manifestò nel 1998, ma, dopo una breve austerity imposta dai programmi di aggiustamento del FMI, a partire dal 1999, i paesi dell’Asean diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del Pil pari al 5% su base annuale. Su questa ricostruzione vanno fatte le seguenti osservazioni critiche:

1.      Se le fonti della redazione dell’Economist non sono eccessivamente imprecise, va detto che la crisi non ha avuto per i paesi dell’Asean una dimensione temporale così circoscritta o che quanto meno l’articolazione di essa è stata ben più complessa e differenziata di quella descritta da Roach. Leggendo i dati si può addirittura supporre che le terapie utilizzate hanno approfondito la crisi o che essa sia stata risolta in tutt’altro modo.

2.      Ad es. se si guarda la Thailandia il picco dell’indice di sviluppo umano si è avuto nel 1998 (83,8) per poi crollare nel 2000 (74,5) e risalire (senza mai riprendersi del tutto dal crollo) nel 2008 (78,6). La crescita del Pil è scesa dal 9,4 del decennio 1986-1996 al 2,7 del decennio 1996-2006, il Pil pro-capite PPA è sceso da 25 del 1996 a 17,4 del 2009. La disoccupazione è salita dallo 0,9 del 1998 al 2,6 del 2005 per ridiscendere all’1,2 del 2008. Dunque per ciò che riguarda la Thailandia il culmine della crisi è stato ben oltre il 1999 e gli effetti della crisi non sono mai stati assorbiti del tutto, nonostante (o a causa di) la riduzione della spesa pubblica (la percentuale congiunta delle spese sanitarie e scolastiche è scesa dal 10,8% del Pil del 2000 all’8,9% del 2009. Il risultato è stato l’abbassamento del tasso di alfabetizzazione dal 95,5% del 2001 al 93,5% del 2009, l’aumento del tasso di mortalità dal 6,2 per mille del 2001 al 9,1 per mille del 2009. Se questo per voi è superamento della crisi grazie all’austerità, non so umanamente che dirvi.

3.      L’Indonesia invece sembra non essere stata eccessivamente toccata dalla crisi : il dato più eclatante è stato l’abbassamento del Pil pro capite PPA da 12 del 1996 al 6,5 del 2000 per poi risalire a 9,2 del 2003, per non parlare della disoccupazione che è salita dal 4% del 1998 all’8,4% del 2009.  Tuttavia gli indicatori sociali sono stati in regolare miglioramento: l’indice di sviluppo umano è passato da 64 del 1996 a 73,4 del 2009, la vita media degli uomini da 63 a 70,2, la percentuale di alfabetizzati dall’85% al 92%, il tasso di mortalità è sceso da 7,6 del 1996 a 6,3 del 2009. Come mai tutto ciò? Forse perché l’austerità non è stata così cruenta: i consumi collettivi sono scesi in percentuale nel 1998 e nel 2000, ma poi sono risaliti agli stessi valori, mentre i consumi delle famiglie sono saliti in percentuale sul Pil dal 56,5% del Pil nel 1996 al  63% del 2009 (con un picco del 72,5% nel 2000), con una corrispondente diminuzione degli investimenti dal 34% al 28% . Infine la percentuale complessiva sul Pil della spesa sanitaria e scolastica è salita dal 3% al 6%. Dunque né fortissima crisi, né austerità alla base del piuttosto regolare andamento dell’economia indonesiana.

4.      Per quanto riguarda la Corea la storia è simile a quella dell’Indonesia :  l’indice di sviluppo umano è sceso da 88 del 1996 a 85,4 del 2000 per poi risalire a 93,7 del 2009, il tasso di crescita del Pil è sceso dall’8,8 del decennio 1985-1994 al  4% del decennio 1997-2006 per poi risalire al 4,7% del decennio 1999-2008 (dunque con una tempistica molto più dilatata di quella descritta da Roach e senza un completo recupero delle posizioni perdute). La disoccupazione è salita dal 2% del 1998 al 6,3% del 2000 per poi ridiscendere al 3,2% del 2008. Il movimento sindacale  ha subito in questo decennio dure sconfitte. Eppure alcuni indicatori sociali non hanno subito diminuzioni a seguito della crisi, né la speranza di vita, né il tasso di alfabetizzazione, mentre il tasso di mortalità (tranne un picco nel 2009) è diminuito dal 6,3% del 1996 al 5,5% del 2008. Inoltre i consumi delle famiglie sono aumentati in percentuale sul Pil dal 53,8% del 1996 al 59,1% del 2003 per poi scendere al 52,6% del 2006 e risalire al 55% del 2009. I consumi collettivi sono invece saliti con regolarità dal 10,6% del 1996 al 16% del 2010. Complessivamente i consumi sono saliti con regolarità dal 64,4% del 1996 al 70% del 2010, mentre gli investimenti sono diminuiti dal 36% del 1996 al 26% del 2010. Infine la spesa sanitaria è salita dal 5,1% del 2000 al 6,5% del 2010, mentre la spesa per l’istruzione è salita dal 3,7% del 2000 al 4,9% del 2009. Anche nel caso della Corea dunque (nonostante le non trascurabili sconfitte del movimento sindacale) l’uscita dalla crisi è passata non con l’accettazione del liberismo sfrenato ma con l’aumento della spesa pubblica che ha in parte compensato l’indebolimento strategico dei sindacati.

5.      La Malesia e il Vietnam hanno invece meglio rispettato il rozzo modello esplicativo di Roach. Entrambi i paesi hanno avuto una flessione del tasso di crescita che hanno affrontato riducendo la percentuale dei consumi sul Pil rispettivamente dal 63,1% al 53,2% e dall’ 84% al 69,2%. E tuttavia la loro spesa sanitaria è salita rispettivamente dal 2,5% del 2000 al 9,8% del 2009 e dal 4,8 % del 2001 al 7,2% del 2010, mentre quella dell’istruzione è salita dal 4,9% del 2000 al 7,9% del 2009 e dal 3% del 2001 al 5,3% del 2010. Dunque anche qui la situazione non è così riconducibile a quello dell’austerità risolutrice dei problemi che ci vogliono far passare per buona.

6.      Infine le Filippine: quale sia stata la natura e la durata della crisi, quali le soluzioni apportate, tutto ciò non ha avuto alcuna rilevanza. La situazione economica è rimasta inalterata, quasi cristallizzata.

7.      Un altro particolare: anche l’indicatore dell’indice di libertà economica per quanto riguarda i suddetti paesi non è cambiato molto, pure se il parametro utilizzato dalle nostre fonti è cambiato nel frattempo ; comunque per quanto riguarda la Thailandia è salito da 2,20 del 2000 a 2,99 del 2005, mentre per l’Indonesia è salito da 3,55 a 3,71, per la Malesia è sceso da 3 a 2,98, per la Corea è salito da 2,25 a 2,63 e per il Vietnam è sceso da 4,10 a 3,89. E comunque i valori di partenza e quelli di arrivo sono molto dissimili da quelli dei paesi europei (si ricordi che più è alto l’indice, minore è la libertà economica). Dunque l’indice è peggiorato dal 2000 al 2005 : altro che sottomissione alle indicazioni dell’FMI !!

8.       Concludendo non vi è ragione di condividere l’approccio superficiale di Roach nell’analisi di quel periodo storico e di quella crisi. Quest’ultima in più di un caso non è passata del tutto e, laddove sia stata superata, ciò è spesso coinciso con l’aumento della spesa sanitaria e dell’istruzione e con una diminuzione degli investimenti. L’ideologia dell’austerità è forse solo un tentativo velleitario di mischiare le carte in tavola.




18 luglio 2008

La nuova strategia del petrolio

 

La conferma «ufficiale» ieri sulla prima pagina del Financial Times: la Total abbandona l'Iran. Il giorno prima il quotidiano londinese aveva rivelato la disponibilità della stessa Total e dell'Eni a fornire ai paesi mediorientali produttori di petrolio impianti nucleari. Che c'è di vero dietro questi scoop? Tutto, anche perché i diretti interessati non smentiscono. Il quadrante mediorientale è in ebollizione: il paese canaglia preso di mira dagli Stati uniti è ora l'Iran, mentre, seppure molto lentamente, la situazione in Iraq è in via di normalizzazione. Neppure a dirlo a suscitare gli appetiti è il petrolio. Soprattutto quello dell'Iraq: di buona qualità e facilmente estraibile. Certo, necessitano forti investimenti per arrivare a un raddoppio (5 milioni di barili al giorno) della produzione. Ma i soldi non sono un problema, visto quello che è stato già speso per l'invasione.
Per capire il perché dell'addio della Total all'Iran, bisogna partire dall'Iraq. A Baghdad da mesi stanno cercando di mettere a punto una legge sulla privatizzazione del petrolio. Fino a un anno fa, sicuramente, non ci sarebbe stata la fila per ottenere concessioni, ma ora - dicono i servizi di tutto il mondo - la situazione sembra molto più tranquilla, tale da consentire una ripresa - con rischi bassi - degli investimenti. In attesa della legge, Baghdad ha deciso di aprire una «prequalifica» per indentificare le società, alle quali in seguito saranno concessi i diritti di sfruttamento, che da subito possono cominciare a operare.
A farsi sotto è stata l'elite mondiale del petrolio, con in testa la Exxon, ma anche società russe e giapponesi. E, naturalmente, la Total e l'Eni che da circa un anno ha aperto un ufficio di rappresentanza nella capitale. Di più. Anche nel periodo di Saddam l'Eni aveva delle buone relazioni con l'Iraq: non estraeva petrolio direttamente, ma formava (anche in Italia) tecnici addetti all'estrazione. Ma che c'entra la Total che se ne va dall'Iran? Semplice: l'Iran è sotto tiro, non è escluso che possa diventare un nuovo Iraq e che al paese vengano applicate pesanti sanzioni. E quindi i francesi, per farsi belli con gli Usa, hanno deciso di abbandonare il paese, sperando di ottenere in cambio ricche concessioni in Iraq. Oltretutto si fanno belli con poco: gli scorsi anni c'era stato un contenzioso sui prezzi con le autorità iraniane che si sta trascinando anche oggi. Senza contare che la produzione della Total in Iran è abbastanza limitata e i francesi sembra abbiano già ammortizzato gli investimenti effettuati. Insomma, andandosene dall'Iran non perderebbero molto. Per l'Iran non sarebbe un gran danno, visto che un gruppo russo (Lukoil) è pronto a prendere il posto della Total sviluppando nuovi campi petroliferi.
In Iran è impegnata anche l'Eni, presente nel paese dal 1957. Nel 2007 (le cifre sono riportate dall'ultimo Fact book aziendale) la produzione in quota Eni è stata di 26 mila boe al giorno. L'attività è concentrata nell'offshore del Golfo Persico e nell'onshore prospiciente per una superficie complessiva di 1.456 chilometri quadrati. La produzione è fornita principalmente dai due giacimenti offshore (i South Pars 4 e 5) e a Darquain, un giacimento che ha cominciato a produrre nel luglio del 2005 e dal quale si attende una forte crescita del petrolio estratto, attualmente circa 60 mila barili al giorno che diventeranno 160 mila prossimamente. Complessivamente arriva da qui l'88% della produzione Eni che partecipa anche allo sfruttamento di petrolio Dorood.
Nel 2007 l'Italia è stato il primo partner commerciale della Ue nell'interscambio con Tehran: 3,9 miliardi di importazioni (per l'80% petrolio e gas) e 1,8 miliardi di euro le esportazioni. I programmi di esportazione verso l'Iran sono coperti dalla Sace e ammontano a 4,5 miliardi. In Iran l'Eni non ha mai avuto problemi e molti dipendenti del gruppo italiano fanno la fila per poter andare a lavorare nel paese. Per l'Eni in Iran le prospettive sono molto buone: non caso è nella short list di società alla quali verrebbe affidato lo sviluppo di nuovi campi petroliferi. Quelli conosciuti come South Part 19-21. Insomma, motivi per andarsene dall'Iran, l'Eni non ne ha nessuno.
Il 13 novembre dello scorso anno, Paolo Scaroni, l'amministratore delegato del gruppo petrolifero italiano, ha dichiarato «ci auguriamo che la situazione in Iran migliori: siamo molto ben posizionati per crescere in quel paese». E il 2 luglio ha precisato che l'Eni non andrà via dall'Iran se non «per una causa di forza maggiore, cioè se ce lo chiedesse il governo italiani o ci fosse una decisione in questo senso della Nazioni unite». Scaroni ha anche spiegato che l'Eni ha investito molto in Iran «e se uscissimo oggi perderemo tra i 2 e il miliardi di dollari». Insomma, situazione diversa da quella della Total.
Ma che faranno il governo italiano e le nazioni unite? Le prime dichiarazioni di Frattini non sono favorevoli. Certo, ha parlato di necessità di dialogo, ma ha anche criticata l'eccessiva tolleranza del governo Prodi con Tehran e ha promesso un allineamento servile alla posizione statunitense che potrebbe decidere unilateralmente sanzioni all'Iran, mentre è improbabile che il Consiglio di sicurezza dell'Onu raggiunga l'unanimità.
In questo quadro si inserisce marginalmente la proposta di fornire centrali nucleari a paesi dell'Africa e del Medio Oriente. Proposta apparentemente bizzarra, visto che la produzione di energia nucleare viene negata all'Iran. Tuttavia coerente: la formula usata, infatti, è quella di «chiavi in mano», compresa la fornitura delle barre di uranio. All'Eni fanno notare che molti paesi hanno problemi energetici e di raffinazione che richiederebbero spese enormi per centrali e raffinerie. La casa «più semplice» è aggirare questi problemi con l'energia nucleare in cambio di una fornitura di petrolio sicura. Da sottolineare che l'Eni ha già costruito due enormi centrali elettriche in Congo e in Nigeria. La differenza è che non sono nucleari, ma a gas.

(Roberto Tesi)


13 luglio 2008

Petrolio. Di chi la colpa ?

 

Con il prezzo del barile al massimo storico di 145 dollari, la chiusura ieri del diciannovesimo congresso internazionale sul petrolio - iniziato a Madrid lunedì scorso - non poteva essere più confusa.
Animata dai grandi del settore, compagnie petrolifere, paesi esportatori e specialisti del complicato mercato del greggio si sono trovati tutti d'accordo nell'indicare la speculazione come responsabile dell'aumento del prezzo del greggio, arrivando a denunciare gli Stati uniti per la chiusura agli investimenti internazionali.
Parte del problema è stata poi individuata nella crescita della domanda dei paesi emergenti, anche se la maggior parte dei partecipanti ha ammesso di non avere idea del perché il prezzo del greggio sia salito tanto nell'ultimo anno, e tutti hanno parlato di un mercato fuori controllo.
Nel frattempo i gruppi di movimentisti e no-global tenevano un summit parallelo con lo slogan "basta sangue per il petrolio!".
Con un occhio alle quotazioni internazionali e l'altro nella sede dell' ente fieristico di Madrid, dove si è svolto l'evento, circa tremila delegati - fra cui trenta ministri di paesi produttori e consumatori, istituzioni internazionali e compagnie petrolifere - hanno dibattuto animatamente per una settimana senza arrivare a mettersi d'accordo sul motivo del rincaro smisurato del prezzo del petrolio. Come unico punto in comune, tutti hanno convenuto che la responsabilità è degli altri.
La freccia più avvelenata è stata scoccata senza dubbio dal segretario generale dell' Opec, il libico Abdalla Salem El Badri, che ha dichiarato: «molti si stanno arricchendo con il mito della mancanza del petrolio, ma - ha aggiunto - non c'è nessun problema nell'offerta. El Badri ha invece puntato il dito contro la debolezza del dollaro, le tensioni geopolitiche e soprattutto contro la speculazione che ha operato sul mercato dopo la crisi dei «mutui spazzatura» negli Stati uniti, spostando gli investimenti finanziari nella ricerca di facili guadagni sulle materie prime.
El Badri ha anche toccato un tema tabù per il congresso, segnalando che ci sarebbe più offerta e un abbassamento dei prezzi se gli Stati uniti smettessero di porre limitazioni all'ingresso di capitali e di investimenti stranieri nel proprio territorio. «Nell'85% delle estrazioni marine statunitensi non si può entrare. Nemmeno nel nord dell' Alaska», ha concluso.
Mentre la risposta degli americani e degli europei non si è fatta attendere, segnalando che è l'Opec che deve aumentare la produzione per frenare la scalata, una sensazione anche più preoccupante si è fatta largo durante il congresso: il mercato è fuori controllo e nessuno ha la chiave di spiegazione del suo comportamento. Anche se sull'origine della questione ci sono indizi precisi.
Molti dei presenti a Madrid ricordano con nostalgia gli anni in cui il mercato del greggio era un club riservato a poche persone col potere di influire sul prezzo. Tutto è cambiato nel 2000 nel momento in cui il governo nordamericano, su richiesta della potente Enron, ha modificatole regole del gioco e del mercato con la cosidetta Commodity Futures Modernization Act.
Grazie a questa riforma l'organismo preposto al controllo del mercato, il Commodity Futures Trading Commission (Cftc), ha smesso di tenere sotto controllo gran parte degli affari petroliferi permettendo che i contratti tra privati, noti come Otc (Over the counter) rimanessero fuori dalla sua stretta supervisione. Sono questi contratti particolari il brodo di coltura della speculazione sul petrolio, giacchè si possono fare affari fuori dal mercato e senza dover rendere conto a nessun organismo supervisore.
Prima della riforma, per ogni barile reale di petrolio che si negoziava sul mercato, si calcolavano tra i 6 e i 10 documenti registrati nell'etereo mercato dei futures. Oggi nessuno ha idea di quanti siano perchè non c'è nessun registro per queste operazioni.
Come se non bastasse, nel gennaio 2006 l'amministrazione Bush ha dato un' ulteriore spinta alla speculazione permettendo al principale attore del mercato, l'Ice (Intercontinental Exchange), di operare con i futures sulla piazza di Londra.
In questo modo gli speculatori che si lamentavano degli eccessivi controlli nel Nymex di New York possono negoziare petrolio statunitense nella Ice Future di Londra, dove la normativa è molto più permissiva. In due anni le transazioni di futures sono passate da 1,7 a 9 miliardi di dollari.
Altro fattore importante nel pasticcio petrolifero protagonista nelle discussioni di Madrid sono i fondi di investimento che guadagnano speculando sul mercato energetico.
Secondo la Energy hedge fund center, a fine 2004 c'erano centottanta investitori istituzionali in gioco, mentre oggi sono diventati seicentotrenta. Questo ha fatto saltare la proporzione fra transazioni speculative e reali. La stessa Cftc ha segnalato che, all'inizio del 2000, il 37% del petrolio che si negoziava nel Nymex erano transizioni speculative mentre oggi la cifra è salita al 71%.
Mentre i governi e le associazioni dei consumatori ogni volta si mostrano sempre più furiosi e impotenti nel momento di frenare la sbandata, i principali responsabili hanno abbandonato ieri il congresso senza dimostrare di potere o voler terminare questo gioco perverso
.

(Oscar Guisoni)


4 luglio 2008

Sul petrolio la speculazione c'è

 I 200 mila barili di petrolio di più al giorno che l'Arabia Saudita ha promesso di immettere - a partire da luglio - non sembrano calmare i mercati che - complice la speculazione - reagiscono con nervosismo a ogni notizia più o meno negativa. Ieri, sull'onda della notizia di un nuovo attacco a un oleodotto da parte della resistenza nigeriana, le quotazioni del greggio sono balzate sopra i 137 dollari al barile, per poi ripiegare a 135 dopo poche ore. Il problema è che - scarsità del petrolio a parte - è la speculazione a farla da padrona. Ieri il Wall Street Journal ha pubblicato una indagine illuminante: la speculazione sul petrolio è cresciuta così tanto che rappresenta il 71% degli scambi totali del Wti sul Nymex, contro il 37% del 2000. L'inchiesta è stata realizzata da una commissione parlamentare americana e riportata dal Wall Street Journal. Questo significa che soltanto il 29% degli scambi vengono realizzati con finalità di copertura tecnica per l'utilizzo del greggio. L'inchiesta parlamentare è soltanto l'ultimo segnale da parte di Washington per cercare di limitare il ruolo di hedge funds, investimenti e speculazioni sul greggio. Un solo dato: ogni giorno vengono trattiti sul mercato dei future 1 miliardi di barili, mentre la produzione effettiva oscilla attorno agli 87 milioni.
Intanto è stato annunciato che oggi a Bruxelles ci sarà una riunione Tra l'Opec e la Ue. L'incontro si inserisce nell'ambito del dialogo tra le parti. L'Ue, che importa il 50% dei propri fabbisogni energetici (70% nel 2030), stima che l'Opec sarà la sua principale fonte d'approvvigionamento nei prossimi 30 anni. La Casa Bianca, invece, plaude alla decisione dell'Arabia Saudita di aumentare la produzione. «Gli aumenti di produzione da parte di tutti i produttori, compresa l'Arabia Saudita, sono benvenuti » ha detto il portavoce Tony Fratto. Ma difficilmente altri paesi Opec aumenteranno la loro produzione, visto che ritengono gli attuali livelli più che sufficienti.


3 luglio 2008

Il caro petrolio discusso a Gedda

 

La convergenza della crisi alimentare e del vertiginoso aumento del prezzo del greggio minaccia di destabilizzare alcune zone del mondo, trasformandosi in una questione di sicurezza nazionale. È con questa consapevolezza che oggi a Jedda, in Arabia saudita, si riuniranno per la prima volta per discutere delle cause dell'aumento del prezzo del barile e delle possibili soluzioni, 40 ministri dei paesi produttori e di quelli consumatori di petrolio, i rappresentanti di organizzazioni internazionali come l'Opec, l'Aie e il Forum europeo sull'energia internazionale, e i vertici delle principali compagnie petrolifere, a partire da Shell e Chevron.
Paesi come Cina, India, Pakistan, Malesia, Indonesia, Vietnam e Marocco non riescono a sostenere il continuo aumento del prezzo del petrolio, soprattutto in un momento in cui anche il costo degli alimenti di base come soia, mais e carne sono alle stelle. Che sia a rischio la stabilità sociale nei paesi economicamente fragili, che hanno finora fatto largo uso di sovvenzioni pubbliche sui carburanti ma ora devono tagliarle, lo si è visto dall'ondata di scioperi e proteste che negli ultimi mesi hanno attraversato più di trenta paesi in tutto il globo.
Le proteste per l'aumento del costo dei prodotti alimentari, che all'inizio di quest'anno è costato il posto al primo ministro haitiano, dimostrano che «l'insicurezza alimentare costituisce una minaccia alla pace e alla stabilità», come sottolinea il direttore esecutivo del Pam, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite. Ne è convinto anche il primo ministro di Singapore, secondo cui «le conseguenze dell'emergenza alimentare - tra cui l'aumento dei profughi per fame - rischia di sfociare in tensioni e conflitti tra diversi paesi» e lo stesso vale per il prezzo vertiginoso del greggio, che recentemente ha raggiunto i 140 dollari al barile , come dirà nel suo discorso il ministro dell'economia austriaco, Martin Bartenstein.
Alla viglia del summit di Jedda, l'Arabia saudita ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio del 2% a partire dal primo luglio, vale a dire estrarrà 200mila barili in più al giorno passando a 9.7 milioni barili quotidiani. Si tratta del più alto livello di estrazione in oltre 25 anni. Un' ulteriore fornitura di 500mila barili arriverà dalla compagnia statale Aramco. È possibile che entro la fine dell'anno Riad arrivi a produrre fino a 12.5 milioni di barili al giorno, secondo un programma che deve però ancora essere messo a punto.
L'Opec ha fatto sapere che anche altri paesi membri potrebbero decidere di seguire l'esempio del regno saudita. L'Iran però esclude di aumentare la produzione, prospettando uno scontro. E probabile in ogni caso che queste misure serviranno forse a contenere il prezzo del greggio entro i 140 dollari a barile, ma non allentare l'inflazione nei paesi in via di sviluppo.
Guarda di più al futuro il primo ministro inglese Gordon Brown, che non chiederà ai paesi dell'Opec di aumentare l'estrazione ma proporrà strumenti a lungo termine per affronatre la crisi. «Vado in Arabia saudita - ha spiegato Brown prima di partire - per vedere se possiamo ottenere un nuovo accordo tra paesi produttori e consumatori, che vedrebbe i produttori investire i ricavi ottenuti dall'aumento dei prezzi in progetti di energia rinnovabile in Occidente, e i consumatori come noi, con buone compagnie che dispongono di una buona tecnologia e di talenti, investire nei paesi produttori di petrolio in progetti di trivellazione e raffinazione». Per il premier francese Francois Fillon tra produttori e consumatori «serve un dialogo più efficace per evitare scosse violente alla variazione dei prezzi».
Al summit si parlerà anche del ruolo giocato dalle speculazioni nell'emergenza del caro-petrolio. Nella bozza di documento finale che domani verrà discussa, si parla infatti di «necessità di migliorare la trasparenza e la regolamentazione dei mercati finanziari». Un riferimento che gli Stati uniti non sembrano gradire: secondo il segretario all'energia americano Samuel Bodman, infatti, a pompare il costo del barile «è la scarsità di greggio e non gli speculatori finanziari». Bodman ha anche attaccato i sussidi che molti governi continuano a mantenere e che «contribuiscono a distorcere il mercato».
 
(Junko Terao)


29 giugno 2008

Lo sfruttamento del petrolio iracheno

 

La legge sulla privatizzazione del petrolio iracheno è bloccata - giustamente - in parlamento per i notevoli dissensi suscitati dalla proposta ispirata dagli occupanti, ma gli Stati uniti non possono più aspettare e così hanno trovato il modo per aggirarla. Anche perché urge aumentare le esportazioni di 500 milioni di barili al giorno, come farà l'Arabia saudita. Naturalmente non si tratta solo di competizione o di cercare di calmierare il prezzo del petrolio (tanto ci pensano le speculazioni ad aumentarlo) ma di cominciare a far «rendere» l'occupazione. Come? Siccome non è possibile lanciare una gara d'appalto per assegnare lo sfruttamento dei vari pozzi in assenza della controparte irachena (la legge per la creazione dell'ente nazionale dei petroli iracheni è contenuta in quella sulle privatizzazioni), gli Usa hanno individuato quattro compagnie petrolifere che si sono distinte per il lavoro «caritatevole» svolto finora, guarda caso con il ministro del petrolio iracheno, alle quali affidare la modernizzazione degli impianti. Le quattro «sorelle», che vedranno il loro lavoro ripagato in natura, con il petrolio, sono la Exxon Mobil, la Shell, la Total e la Bp. Le stesse che avevano sfruttato il petrolio iracheno dal 1929 al 1972, quando Saddam l'aveva nazionalizzato. E, manco a dirlo, saranno quelle favorite - con questi precedenti «filantropici» - dalle gare d'appalto quando queste saranno possibili, si dice fra un paio d'anni.
D'altra parte, finora, non si trovavano compagnie disposte ad investire ingenti capitali in Iraq per modernizzare gli impianti resi obsoleti da anni di embargo e successivo abbandono da parte dei tecnici iracheni a causa della messa fuori legge del partito Baath, senza la garanzia di poter sfruttare i giacimenti. I problemi di sicurezza sembrano in parte superati almeno a Bassora, nonostante lo scontro tra gli americani (che al confine con l'Iran stanno costruendo una megabase militare) e le milizie sciite. Nel sud infatti si estrae la maggior parte dell'oro nero iracheno. A Kirkuk, il cui status non è ancora stato definito (la città è rivendicata dai kurdi), la situazione è più problematica non solo perché si trova in una zona «contestata» ma anche per i sabotaggi degli oleodotti.
Sebbene la legge per la privatizzazione non sia ancora stata approvata i kurdi, come succede anche in altri settori, hanno cominciato a sfruttare la risorsa che potrebbe rendere il miraggio di un nucleo di stato kurdo una realtà. Peraltro in Kurdistan sono stati scoperti giacimenti che non erano mai stati individuati prima, forse perché Saddam non voleva concedere quest'arma ai «nemici». Quindi non sono solo le quattro compagnie scelte dagli Usa ad aver messo le mani sul petrolio iracheno, in Kurdistan stanno già sfruttando i nuovi pozzi la turca General Enerji , la norvegese Dno e la svizzero-canadese Addax Petroleum. Non solo. In vista delle gare di appalto era già stata selezionata una lista di compagnie «appaltabili», tra le quali vi è anche l'Eni.

(Giuliana Sgrena)


17 giugno 2008

Il prezzo del petrolio

 

È panico sull'energia. Il prezzo del petrolio sale di oltre 10 dollari in un giorno, passando da 127,8 a 139,01 dollari al barile, per poi chiudere a 138,44. Ma già il giorno precedente aveva fatto segnare un +6 dollari davvero inusuale. Stracciato ovviamente il vecchio record (135 dollari) stabilito solo un paio di settimane fa.
Neppure i segnali sempre più evidenti di recessione americana hanno potuto frenare questa violentissima impennata. Segno che non sono solo di tipo economico le ragioni che spingono in alto le quotazioni. Ieri si è appreso che il tasso di disoccupazione Usa è salito al 5,5%, ben mezzo punto in più rispetto ad aprile (l'aumento maggiore dal 1986); ed è noto che le statistiche americane sono quanto mai improntate all'ottimismo (per capirci: se hai lavorato un'ora nell'ultima settimana non risulti disoccupato, anche se muori di fame).
Le borse stavolta hanno reagito malissimo alla notizia, con Wall Street (-2,5 a un'ora dalla chiusura) che trainava al ribasso tutte le piazze europee (quelle asiatiche seguiranno nella notte). Perdite in genere oltre i due punti percentuali, tranne che per Londra (-1,48%, comunque). In crisi soprattutto i settori più esposti al freddo vento dei rincari energetici (automobilistici, compagnie aeree, ecc) oppure alla crisi del credito (banche e assicurazioni).
Ma è stato il greggio a scandire la danza. Oltreoceano ormai non si nega più che ci troviamo di fronte a una crisi epocale, di sistema. Un report interno alla potente banca d'affari Morgan Stanley, reso noto ieri, prevede un prezzo a 150 dollari entro il 4 luglio (la festa dell'indipendenza Usa). Nelle stesse ore Samir Mirad, consulente della famiglia reale degli Emirati, in Italia per un convegno, ha spiegato che «entro fine anno il petrolio raggiungerà i 200 dollari al barile». Sulla causa di questa corsa devastante si confontano due scuole di pensiero che riflettono interessi economici divergenti: i paesi produttori danno la colpa alla speculazione finanziaria e alle politiche fiscali dei paesi avanzati; le compagnie petrolifere indicano come responsabile la «bassa produzione, nonostante le abbondanti riserve» (Cristophe de Margerie, presidente Total, due giorni fa). La terza spiegazione, quella scientifica, chiama in causa proprio l'impossibilità di aumentare l'estrazione del greggio (di fatto ferma sostanzialmente da tre anni) dato l'ormai imminente raggiungimento del «picco» produttivo. Dopo di che dovrebbe iniziare un calo delle forniture quotidiane. «In attesa del picco», titolava ieri la Cnn un proprio servizio video. Un conto alla rovescia che semina panico.

(Francesco Piccioni)


12 giugno 2008

Il petrolio e la fame

 

Nel giro di un anno il petrolio, che era già piuttosto caro, è raddoppiato di prezzo. In dollari. Noi dell'euro ne risentiamo meno di altri perché nello stesso tempo l'euro ha guadagnato terreno sul dollaro. Ma anche noi ci sentiamo soffocare.
Ma quelli, e sono oltre un miliardo di persone, che hanno solo un dollaro al giorno? E solo un dollaro continueranno ad avere? E gli altri, i loro fratelli-nemici, quasi metà del genere umano, che arrivano a due dollari al giorno? Come faranno a mangiare? Perché da qualche anno nel mondo si mangia petrolio.
Il primo motivo per cui si mangia petrolio è che l'agricoltura industrializzata ne consuma molto, sotto forma di carburanti per le macchine agricole e di prodotti chimici. Ma per il secondo motivo, ancora più importante, per cui si mangia petrolio, va fatta una breve premessa. È noto che al diminuire del reddito, aumenta la parte di esso che è utilizzata per pagarsi il mangiare: da noi, i ricchi, il costo del cibo varia dal 5 fino al 50 o 60%. Infatti tra noi ricchi si annidano milioni di poveri, soprattutto vecchi, da buttare. Tra i poveri del mondo la spesa alimentare varia da ¾ del reddito in su. Si rinuncia al resto per sfamarsi e naturalmente non è che riesca bene, non riesce quasi mai. Non si compra niente altro: non si aggiusta il tetto; non ci si cura, non si comprano medicine; non ci si diverte - non cinema, non tv; non si mandano a scuola i figli. Si arriva al punto in cui nutrirsi è tutto ciò che conta: per sopravvivere. E su questa realtà di lunga durata si è innestata una rivoluzione tecnologica.
È avvenuto che il prezzo del petrolio ha consentito una serie di alternative e di sostituzioni industriali. In molti casi, anzi in tutti meno uno, il petrolio può essere sostituito da altre fonti. C'è però un utilizzo che per ora non consente varianti: i trasporti. Qui nessun cambiamento è per ora praticabile o in vista. I trasporti di terra su gomma, di mare e di cielo funzionano in larga prevalenza con benzina, gasolio, kerosene. 

 E a questi prezzi del grezzo, benzina e gasolio hanno ormai ricambi, etanolo e agrodiesel, che si utilizzano sempre meglio per rifornire auto e camion. È l'alto e crescente prezzo del petrolio che dà spazio a un'industria dell'agrocarburante da derrate alimentari: soprattutto zucchero da canna e barbabietola, o mais. Si apre una gara. Chi offrirà di più per il carburante? Il suv americano o la madre di famiglia africana da un dollaro al giorno?
La domanda è retorica: la risposta è nota. È la fame africana (o asiatica o latinamericana) che va fuori mercato. Di colpo gli alimenti più comuni aumentano e raddoppiano di prezzo. Non solo ciò che può essere direttamente trasformato in carburante, ma anche quel che può essere scambiato con l'agrocarburante. E tutto questo cambiamento è reso razionale: c'è la selezione solita tra chi ha e chi non ha; e c'è una serie di accorgimenti per rendere ancora più vantaggioso il passaggio delle derrate da alimento per gli umani ad alimento per gli autoveicoli. I rimborsi per gli agricoltori dei paesi favoriti sono immutati; a fare la carità agli altri penserà la Fao.
Alla Fao da oggi sono presenti decine di capi di stato. Non però Fidel Castro, buon profeta, 14 mesi fa, alla sua prima «riflessione» dopo la malattia.
«Il mais trasformato in etanolo... Applicate questa ricetta ai paesi del Terzo Mondo e vedrete quante persone non consumeranno più mais tra le masse affamate del nostro pianeta. O peggio: concedete ai paesi poveri prestiti per finanziare la produzione di etanolo dal mais o da qualsiasi altro tipo di alimento e non rimarrà in piedi nemmeno un albero per difendere l'umanità dal cambiamento climatico». Era il 28 marzo 2007.

(Guglielmo Ragozzino)


5 giugno 2008

L'oro nero infiamma l'Asia

 

Nel giorno di festa che si celebra sia negli Stati uniti (Memorial day) che in Gran Bretagna, il prezzo del greggio - a livello di scambi tecnologici - ha superato i 133 dollari a barile. La settimana è iniziata con un nuovo balzo del petrolio causato anche dall'assalto a un pipeline della Shell Dutch Oil, in Nigeria, ad opera dei guerriglieri del movimento indipendentista Mend. Mentre il dollaro prosegua la sua corsa (ieri valeva 1.5752 euro) si attende in questi giorni la pubblicazione dei dati relativi all'andamento del prodotto interno lordo (pil), del trend della vendita delle case e sulla fiducia dei consumatori. Dati che diranno se l'economia Usa è davvero in recessione.
Nel resto del mondo, l'aumento del prezzo dell'oro nero sta scatenando pericolose crisi, facendo impennate il costo dei carburanti. In Italia, ad esempio, il diesel ha sorpassato - per la prima volta - il prezzo della benzina verde con uno scarto di circa 5 millesimi a litro nel medesimo impianto. Si è calcolato che per un pieno, un automobilista spende 75,40 euro per il gasolio contro 75,20 per un pieno della verde. Un gap che si era già manifestato a metà marzo quando la differenza si era ridotto a 2 centesimi.
Molto più drammatica è la situazione in Indonesia, dove la decisione governativa di aumentare di circa il 30% le tasse sui carburanti ha fatto scoppiare una vera rivolta di massa e di piazza. Scontri sono avvenuti, ieri, per le strade di Giacarta tra studenti e polizia e si segnalano sia arresti che feriti da entrambi le parti. «Il paese avrebbe potuto rischiare - ha detto il presidente Susilo Bambang, per giustificare la misura presa - un crollo economico come quello del 1997». Durante il quale si assistette ad una grande svalutazione della moneta nei confronti del dollaro e a una caduta della produzione interna e delle esportazioni. Questa volta, il governo ha «voluto evitarlo», cercando anche di ridurre i sussidi e gli aiuti per poter affrontare l'altra grande «emergenza» del paese ovvero la carenza alimentare. Queste proteste ricordano quelle che scoppiarono quando al governo era il dittatore Suharto.
Inoltre, l'Indonesia ha un tasso di inflazione che - negli ultimi 19 mesi - è cresciuta dell'8,96 e, non più tardi di un mese fa, la Banca centrale ha aumentato i tassi di interesse fino all'8,25%. Il petrolio, è il caso di dire, sta infiammando tutta l'area asiatica: allo studio, a Taiwan, sta la richiesta di abolire il controllo del prezzo sia del petrolio che del diesel, mentre l'India e la Malaysia sono in attesa di prendere alcune fondamentali decisioni. La Cina, dopo il disastro provocato dal terremoto nello Sichuan, ha chiesto che alle imprese sia garantita la fornitura di petrolio in vista della celebrazioni delle Olimpiadi di Pechino. Quindi, avremo più domanda di oro nero che farà aumentare le quotazioni del petrolio, anche, per la spinta della speculazione. Dall'Opec dichiarano convinti: «Non aumenteremo la produzione».

Maurizio Galvani


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