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16 aprile 2011

Ricordo di un amico mai avuto : omaggio a Vittorio Arrigoni

Mi piace pensare che Vittorio Arrigoni fosse disperato. Molti mi correggeranno, dicendo che era invece un uomo coerente e sicuro e sereno nelle sue scelte. Ovviamente su questa sua disperazione ho un dato, ma non voglio discutere una tesi. Voglio scrivere quello che immagino nel lenire questo dolore indiretto, per una persona mai vista e con cui mai ho parlato. Ma di cui ho sentito parlare.

Ripeto, mi piace pensare che fosse disperato. Non voglio che sia un testimone marmoreo di qualcosa che non muore. Voglio che sia un testimone febbrile di qualcosa che sta morendo.

La morte di un giovane suscita sconforto. Perché con il giovane muore la speranza. Ma questo giovane già combatteva per tenere viva la speranza. Dell’agonia della speranza egli, sia pur giovane, era un vecchio guerriero.

 

 

Vittorio, a vederlo da un video, aveva la erre moscia. Per ragioni politiche non la sopporto. Mi ricorda supponenze fallimentari che tengono ancora impegnati molti sinceri compagni.

Di lui si diranno tante cose, sarà brandito per la sua “ingenuità”, ma, oso dire, non era ingenuità, non poteva egli essere più prudente, più equilibrato. Proprio per questa sua disperazione.

Mi piace immaginarlo da ragazzo. Un ragazzo che vedeva film e se li beveva. Un ragazzo che credeva a quanto gli si diceva a scuola. Sulla giustizia, la libertà, la bellezza e l’eguaglianza. E che poi scopre che la realtà è come lo specchio del parco dei divertimenti. Nel labirinto la bellezza si conserva, ma alterata, irriconoscibile. Ci sembra di vederla qua, là, ma rimaniamo tra gli specchi.

Vittorio è morto in cerca d’aria. Gliela ha negata il suo assassino. Ma la sua anima era già in cerca d’aria, chiusa com’era tra gli specchi della realtà. E si dibatteva come una farfalla sullo specchio. Febbrile era il suo impegno. Un frenetico battito d’ali. Un amore martoriato, che lui riaffermava, continuamente, con il suo impegno, con la sua tenacia.

Quante volte la realtà dei nostri tempi ci stringe e ci schiaccia sul vetro. Noi dal vetro, guardiamo la bellezza, la giustizia, la libertà. Sono a portata di mano, ma solo dei nostri occhi. Quel che tocchiamo è la durezza del vetro verso il quale veniamo schiacciati.

Vittorio questo lo sapeva, ne sono sicuro. Era andato a Gaza, uno degli angoli più luridi di quel vetro, dove uno Stato, che rappresenta la propria paura in tutti i suoi comportamenti, sta riproducendo in scala le vessazioni subite nel corso della propria storia, una storia che non ha insegnato niente a nessuno. Ha insegnato a sopravvivere per un poco, giusto il tempo di fare del male.

Era andato a Gaza, sicuro che nell’angolo lurido avrebbe trovato la fine del vetro e sarebbe spuntato là dove i colori parlano di giustizia e libertà. Lo si vede sorridente nelle foto con uomini, donne e bambini della Palestina, i quali riaffermano la loro voglia di vivere ad ogni bombardamento, ad ogni colpo di falce. Non commento l’ideologia di chi l’ha ucciso, né discuto delle ipotesi di complotto. Chi gli ha tolto l’aria e lo ha schiacciato sotto lo spigolo del vetro era un sicario. E quando si è sicari non importa chi ti manda. Questa ombra livida, dall’aspetto d’uomo, è da sempre impagliata nella mancanza di coscienza. Colpevole o no, questo soggetto assente, questo Corano o questa Torah senza pagine,  farebbe bene a togliersi la vita residua ed a sperare in  un altro giro di ruota.

Chissà se Vittorio, morendo, sia volato felice al di là del vetro. Chissà se la mancanza d’aria sia la strettoia della clessidra che ti porta in un altro tempo, meno sincopato. Probabilmente il suo corpo e la sua anima, liberi da un’ ingrata convivenza, si sono dispersi, l’una nella luce del sole, l’altro, più lentamente, nei rigagnoli dell’angolo di natura che ospiterà le sue spoglie.

Rimaniamo noi, con il suo grido d’allarme. Disperato. Restiamo umani. Detto come di chi vede scivolare l’intera umanità verso l’abisso e vuole avvertire gli amici. Attenti a non cadere, qui si scivola. Restiamo umani.

 


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7 agosto 2010

Come e perchè il presidente Usa ordinò l'uso di ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki

Non è ancora l'alba del 6 agosto 1945, quando un quadrimotore B-29 che si chiama "Enola Gay" (dal nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul W. Tibbets) si alza in volo da Tinian, un'isoletta delle Marianne; ha a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico ordigno bellico: è "Little Boy", il "Ragazzino", la prima bomba atomica creata sulla terra. Sarà sganciata da lì a poche ore - precisamente alle ore 8,15'17"- su una città del Giappone destinata a diventare funestamente nota, Hiroshima.
A 600 metri dal suolo "Little Boy" esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono assordante: 30.000 persone muoiono sul colpo, altre 40.000 periranno nei due giorni successivi, tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri sono distrutti, una colonna di fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17 mila metri dal suolo, inizia a cadere una pioggia viscida, i fiumi straripano. Missione compiuta. Alle 14,58 ora locale, il B-29 di Tibbets è di ritorno, atterra regolarmente a Tinian. La storia del mondo è stata segnata in modo indelebile.
Ma perché la Bomba è stata lanciata? La domanda è ancora di interessante attualità. Molto, moltissimo si è scritto infatti sugli effetti di "Little Boy", ma pochissimo sulle cause che hanno portato quel bombardiere ad alzarsi in volo col suo specialissimo strumento di morte.
6 agosto 1945, bisogna sottolineare la data. La guerra in Europa è finita e vinta, il Terzo Reich è sconfitto in Francia e in Italia, a est la controffensiva sovietica ha liberato la Polonia e in marzo preme su Berlino; il 30 aprile Hitler si suicida. L'unico paese belligerante resta il Giappone che, nonostante le sconfitte subite, continua a impegnare duramente l'esercito Usa.
Il 17 luglio di quello stesso fatale 1945, si apre a Postdam la conferenza tra i vincitori della guerra in Europa, attorno al tavolo per discutere i nuovi assetti del mondo siedono Churchill, Stalin e Truman; Roosevelt è infatti morto pochi mesi prima, il 13 aprile. E' già stata firmata la carta dell'Onu, e i buoni rapporti tra i tre Grandi sembrano prefigurare un futuro di pace e armonia tra le potenze dominanti. Ma non è così liscio e pacifico come sembra all'apparenza. Infatti già si allunga l'ombra della Guerra Fredda (il discorso di Fulton, quando Churchill per la prima volta inventa la "cortina di ferro", è di appena otto mesi dopo, il 10 marzo 1946).
Nel corso della conferenza (l'annotazione è dello stesso Churchill) improvvisamente l'umore di Truman cambia: da affabile e condiscendente nei riguardi di Stalin, da un certo punto in poi si fa arrogante e imperativo. Scrive Churchill in persona: «Si scagliò contro i russi, affermando che certe loro richieste non potevano essere accettate e che gli Stati Uniti si sarebbero assolutamente opposti».
Quella repentina "virata" di Truman aveva una causa precisa: nasceva infatti da un telegramma che il suo segretario particolare gli aveva appena consegnato, sette parole in tutto: «Il bimbo è nato in modo soddisfacente». La frase in codice significava questo: il 16 luglio 1945 la prima bomba atomica della storia dell'uomo era stata fatta esplodere in una zona desertica del New Mexico. L'esperimento era pienamente riuscito. Un'arma dalla potenzialità distruttiva sin allora inimmaginabile cadeva adesso in mano americana. Dopo quel telegramma, Truman è diventato l'uomo più potente del mondo e anche l'Urss se ne deve rendere conto. E subito.
Del resto, la Bomba è costata uno sforzo colossale. A Los Alamos, dove una comunità di scienziati (tra i quali Fermi, Oppenheimer, Szilard, Compton, Lawrence) lavora alla costruzione della bomba atomica, sono impegnati 125 mila uomini, mentre l'investimento finanziario in campo bellico degli States passa dagli 8.400 milioni di dollari del '41 ai 100 mila milioni dell'anno dopo; il solo "progetto Bomba" (portato avanti in gran segreto, solo Inghilterra e Canada ne sono a conoscenza) è costato più di due miliardi di dollari. La Bomba era nata. Ora bisognava usarla. Truman non esita.
A Postdam, nel corso della stessa conferenza, Stalin informa il presidente Usa che il Giappone ha chiesto la pace; ma il presidente Usa se ne infischia. C'è la Bomba. E la Bomba deve essere sganciata per mettere in ginocchio il Giappone, ma soprattutto per dimostrare al mondo intero, e specialmente a Stalin, la inarrivabile potenza Usa.
Passano solo otto giorni. Il 24 luglio Truman ordina di sganciare; se "Little Boy" del 6 agosto su Hiroshima non basta, il 9 agosto è pronta "Fat Man"su Nagasaki; e quante altre ancora, parola di Truman. Dopo la seconda bomba, Il Giappone è costretto alla resa e accetta tutti i punti imposti dall'ultimatum di Postdam; in cinque mesi, per gli effetti delle esplosioni e delle radiazioni, moriranno 300 mila persone. Truman è soddisfatto.
Il suo annuncio radiofonico, il 6 agosto 1945, così incomincia: «Sedici ore fa un aereo americano ha lanciato una bomba su Hiroshima, importante base dell'esercito giapponese. Questa bomba possedeva una potenza superiore a quella di ventimila tonnellate di trinitrotoluolo. Si tratta di una bomba atomica. La forza da cui il sole trae energia è stata lanciata contro coloro che hanno provocato la guerra in Estremo Oriente».
Okey. Quando gli comunicano i dati della catastrofe provocata dalla Bomba, la sua frase è: «E' il più grande giorno della storia». Per poi aggiungere: «Siamo in grado di aggiungere che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione, forse, più potente di tutta la storia». Conseguentemente (radiodiscorso trasmesso il 9 agosto 1945) aggiunge: «Se il Giappone non si arrenderà, sganceremo altre bombe». Il fine giustifica i mezzi, si giustifica: le Bombe, dice, «servono a risparmiare la vita di 500.00 soldati americani».
Ma non è vero, quello di Truman è un messaggio falso, basato su dati falsi. Lo smentiscono ad esempio i rapporti dello Stato Maggiore. Essi dicono che il Giappone aveva già chiesto la pace e che l'esercito nipponico si sarebbe arreso «entro l'anno» senza bisogno di bombe atomiche o di invasioni via terra. E dicono anche che le previsioni di eventuali attacchi di terra già programmati contro il Giappone, «danno perdite non superiori a 40 mila uomini», non i 500 mila di cui parla il presidente.
L'apparizione della terrificante arma apre drammatici interrogativi tra gli scienziati. Ma anche ai massimi vertici militari il dissenso sull'uso dell'atomica è significativamente vasto. A cominciare da Eisenhower, all'epoca comandante generale dell'esercito Usa. E' contrario nettamente: primo, perché i giapponesi erano pronti alla resa; e, secondo, perché gli ripugnava l'idea che gli americani fossero i primi a utilizzare la terribile Bomba. E scrive a Truman: «Se un'arma simile dovesse essere utilizzata, nessuno poi sarebbe in grado di controllarla».
E sono contrari parecchi membri dello Stato Maggiore. L'ammiraglio W. D. Leahy espresse così il suo no: «Personalmente ero convinto che usare per primi la bomba atomica significasse adottare uno standard etico non dissimile da quello dei barbari del medioevo». E Basil Henry Liddel Mart, storico e critico militare: «Gli Alleati non avrebbero avuto alcun bisogno di impiegare la bomba atomica. Con i nove decimi del naviglio mercantile affondato o fuori uso, le forze aeree e navali paralizzate, le industrie distrutte e le scorte di viveri in rapida diminuzione, il Giappone era già condannato, come ha ammesso lo stesso Churchill». Di identico tenore il rapporto dello Us Strategic Bombing Survey; e l'ammiraglio King, comandante in capo della marina da guerra Usa, dal canto suo affermò che «il solo blocco navale sarebbe bastato a costringere i giapponesi alla resa. Bastava aspettare».
Con il bombardamento di Hiroshima, scrive Camus all'epoca, «la nostra civiltà tecnica ha raggiunto il suo apice di barbarie». E Mauriac: «La Terra non resisterà a questo genio della distruzione, a questo amore della morte spinto fino all'ossessione, a questa bomba che il presidente Truman, con infernale ostensione, tiene levata su un mondo che fino a ieri credeva solo nella materia». 


Perchè allora il presidente americano ha agito e agito con una fretta così ingiustificabile? Lo spiega, lo stesso Liddel Hart: «Con la bomba gli Usa non avrebbero più avuto bisogno dei russi, la fine della guerra giapponese non dipendeva più dall'immissione delle loro armate, la richiesta dell'Urss di partecipare all'occupazione del Giappone poteva essere respinta».
Chiaro. Le vittime sono giapponesi, il destinatario è Stalin.
Il lancio della Bomba può essere considerato il primo atto della Guerra Fredda
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7 agosto 2010

Tommaso di Francesco : “Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015”

 (Articolo del 2003, ma ancora attuale)

In una realtà dominata dalla “verità televisiva”, il potere nucleare non si vede, sta bunkerizzato nel sottosuolo, o in orbita o sotto i mari. Eppure è il potere che può cancellare l'umanità dalla faccia della terra. A riaccendere i riflettori su di esso è il libro di Manlio Dinucci Il potere nucleare - Storia di una follia, da Hiroshima al 2015, con prefazione di Giulietto Chiesa (Fazi Editore, pp. 243, euro 12,50).
A distrarre dalla concretezza del pericolo atomico – premette l’introduzione – sono le “armi di distrazione di massa” usate ogni giorno nel bombardamento mediatico dei cervelli. Tra queste, la campagna che dagli Stati uniti è arrivata in Europa secondo la quale, con il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la fine dell'Unione sovietica nel 1991, era finalmente "scoppiata la pace" per il genere umano. Genere umano o America? Viene da pensare alle parole del 1996 di Bill Clinton nella vittoriosa campagna elettorale per la rielezione: "Abbiamo vinto la guerra fredda, non c'è più un missile nucleare puntato su una città americana, su una famiglia americana, su un bambino americano". Ma, ricorda Manlio Dinucci, a contribuire alla sottovalutazione del pericolo della "bomba", particolarmente tra i nuovi movimenti e nella sini-stra, è oggi anche la teoria, esposta in Impero da Michael Hardt e Antonio Negri, secondo la quale ormai "né gli Stati uniti, né alcuno Stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista", così che "la storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace. In realtà siamo entrati nell'era dei conflitti interni e minori": di conseguenza "la guerra nucleare tra Stati sovrani è un'eventualità inconcepibile", dato che "la minaccia suprema della bomba ha ridotto qualsiasi guerra ad un conflitto limitato, a una infinita guerra civile, a una guerra sporca ecc.". Anche così si è continuato a diffondere l'illusione che ormai la minaccia di guerra nucleare sia scomparsa e che, quindi, non sia necessario mobilitarsi per scongiurarla. 



Completamente diversa e fondata la tesi del libro di Dinucci, che rappresenta – quanto a ricchezza di materiali e fonti – il primo documento ragionato della storia del nucleare militare e insieme l'aggiornamento dei dati che riguardano questo pericolo nelle crisi del presente. Esso ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni, ponendola sullo sfondo degli eventi che segnano il passaggio dalla guerra fredda al dopo guerra fredda, soprattutto di quelli che precedono e seguono l’11 settembre, poiché è attraverso tali eventi, in cui il governo statunitense svolge un ruolo fondamentale, che si rilancia la corsa agli armamenti nucleari e cresce di conseguenza la possibilità di una guerra nucleare.
"È questo – scrive Giulietto Chiesa nella prefazione – un libro prezioso sotto molti aspetti, ma soprattutto perché, attraverso un’analisi precisa, puntuale, esauriente, ci racconta la struttura, le coordinate, i postulati del pensiero geopolitico (e implicitamente ci descrive la statura politica, culturale e morale) degli occupanti del “ponte di comando” dell’Impero. Tutto ciò va ben oltre il riesame organico e complessivo dello “stato dell’arte” in materia di armi atomiche e di strategie nu-cleari, che pure è l’asse centrale del lavoro. [...] Questa offensiva planetaria dell’Impero è cominciata prima dell’11 settembre. Molto prima. I materiali raccolti in questo lavoro lo documentano in modo impressionante e, io credo, definitivo".
Quel che è accaduto, nel passaggio dall'epoca della guerra fredda al dopo guerra fredda, e dall'11 settembre a oggi, ci dice che – terminato il periodo della corsa agli armamenti tra i due blocchi contrapposti, nel quale proprio l'equilibrio del terrore nucleare impediva o allontanava di fatto la possibilità di una deflagrazione reale – si è passati alla fase in cui gli Stati uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sul pianeta, non hanno eliminato né ridotto come avrebbero dovuto il proprio arsenale nucleare, ma lo hanno ristrutturato per le nuove esigenze. Contemporaneamente, vista la fine dell’"impero del male", hanno azzerato o rimodellato i trattati. Parte integrante di questa strategia sono state la prima guerra del Golfo e quella contro la Jugoslava, conflitti in cui l'uranio, anche se impoverito, è tornato di scena. Per arrivare alla "guerra preventiva" e infinita, prima afghana e poi, per la seconda volta, irachena nelle quali la supremazia del potenziale militare e la "necessità" di un suo uso sempre più distruttivo e penetrante hanno riportato d'attualità la nuova tecnologia delle "piccole" bombe atomiche. Soprattutto dopo che nel Senato Usa la lobby del Pentagono ha cancellato il 20 maggio del 2003 la legge Spratt-Furse che proibiva la ricerca e lo sviluppo di armi nucleari di bassa potenza. "Siamo di fronte ad una seconda era nucleare" titolava il New York Times alla vigilia della conferenza tenuta nel Comando strategico Usa il 6 agosto 2003, sotto la supervisione del consigliere alla sicurezza Condoleezza Rice, allo scopo di mettere a punto una "nuova generazione di armi nucleari di bassa potenza".
Ricorda Dinucci: "Il Doomsday Clock – l'orologio dell'autorevole rivista americana Bullettin of the Atomic Scientists che dal 1947 mostra, in base alla situazione internazionale a quanti minuti siamo dall'apocalittica mezzanotte della guerra nucleare – nel 1980 indicava 7 minuti a mezzanotte, con la fine della Guerra fredda, nel 1991, la lancetta è tornata indietro a mezzanotte meno 17. Dopo, contrariamente a quanto ci si aspettava, ha ripreso ad andare avanti: 14 minuti a mezzanotte nel 1995, 9 nel 1998, 7 nel 2002: la stessa del 1980".
E così Hiroshima e Nagasaki non sono il nostro passato, ma il nostro futuro, e quella che fu l'iconografia del dottor Stranamore di Kubrick sembra moltiplicarsi di fronte al disordine mondiale che è sotto i nostri occhi. Visto anche il fatto che l'attuale presidente statunitense Bush, ben prima dell'11 settembre, ha cancellato tutti i trattati internazionali che impedivano la proliferazione di armi nucleari "tattiche"; che i centri di potere nucleari dal 1945 in poi e per effetto di quell'orrore si sono decuplicati, fino all'emergere di nuove potenze nucle-ari più o meno nascoste – vedi Israele che tiene in scacco le capitali del Medio Oriente con i propri missili nucleari puntati, ma tutti fanno finta di nulla. E visto soprattutto il fatto che dopo l'ancora sconosciuta dinamica terroristica dell'11 settembre – che sembra arrivata proprio a giustificare l'aggressività e la legittimità di un nuovo dominio imperiale del mondo – la teoria e la pratica della guerra infinita prevede il first strike sferrato anche con armi nucleari e solo di fronte ad una minaccia alla sicurezza americana. Questo sta scritto nel documento del Pentagono Nuclear Posture Review Report del gennaio 2002, e questo viene praticato dai comandi strategici Usa, con l'obiettivo dichiarato di proteggere gli interessi strategici degli Stati uniti, a partire dalle fonti petrolifere de-cisive, e gli alleati, anche per "ridurre il loro stimolo a dotarsi di armi nucleari" (sic).
Tutto, nel libro Il potere nucleare, è documentato. Con u-n'attenzione anche all'immateriale presente nella "bomba", che nelle parole del presidente Truman, il 7 agosto 1945, il giorno dopo Hiroshima e il giorno prima del massacro di Nagasaki, è "la forza da cui il sole trae la sua energia"; che, nel lessico dei documenti attuali del Pentagono, diventa l’arma dotata di "proprietà uniche", la quale permette agli Stati uniti di "esporre a rischio una serie di bersagli che sono importanti per il conseguimento degli obiettivi strategici e politici". Così il nucleare militare disegna la nuovissima strategia americana, ossessionata dall'emergente dinamismo economico, politico e militare dell'Asia, in particolare della Cina, unica vera pericolosa bipolarità potenziale, economica e militare, come sottolinea il documento Global Trend 2015 (Tendenze globali al 2015), scritto dal National Intelligence Council americano e diffuso nel dicembre del 2000. Dopo l'11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan, con il conseguente inse-diamento di Hamid Karzai a Kabul, porta le truppe americane a controllare non solo le linee strategiche degli oleodotti dell'area, ma ad insediare basi militari in tutte le ex repubbliche asiatiche dell'Urss, in Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan. Ciò provoca perfino un riposizionamento delle forze nucleari russe. Allo stesso modo, la guerra disastrosa e a tutti i costi all'Iraq ha prodotto l'effetto, tutt'altro che collaterale, che oggi ogni paese in crisi aperta con gli Stati Uniti – Corea del Nord e Iran in primis – preferisce averle “davvero” le armi nucleari e di distruzione di massa.
Scrive Dinucci: "Stracciati i trattati che costituivano l’indispensabile base di un processo di disarmo, smantellati i pilastri del diritto internazionale, affossata l’autorità delle Nazioni unite, iniziata la conquista territoriale attraverso l’occupazione prima dell’Afghanistan e quindi dell’Iraq, varata la strategia della guerra “preventiva” contro chiunque possa mettere in discussione la supremazia statunitense, este-si i preparativi di guerra nucleare dalla terra allo spazio, l’amministrazione Bush ha ormai aperto tutti i possibili scenari. Si è creata, per un effetto domino, una situazione internazionale caratterizzata da crescente instabilità e imprevedi-bilità, nella quale l’unica certezza è quella dei rapporti di forza. Dal pericoloso “equilibrio del terrore”, instauratosi all’epoca del confronto tra le due superpotenze, si sta così passando a un ancora più pericoloso “squilibrio del terrore”, originato dal tentativo dell’unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. Si svolge così, sotto la cappa del segreto militare, la nuova corsa agli armamenti che rende il rischio di guerra nucleare molto più reale di quanto fosse nel periodo della guerra fredda".
Tale crescente pericolo, sottolinea l’autore, non è percepito neppure dai movimenti per la pace, che, anche nei momenti di più forte mobilitazione contro le guerre, perdono quasi sempre di vista il fatto che le armi nucleari, grazie alle loro "proprietà uniche", vi svolgono comunque un ruolo impor-tante e che tali conflitti preparano il terreno a un loro futuro uso. Occorre, in tale situazione, rilanciare il movimento anti-nucleare, con l’obiettivo della completa messa al bando delle armi nucleari. Un compito non facile, ma irrinunciabile. A tal fine occorre anzitutto diffondere le informazioni necessarie a comprendere che, con la nuova e ancora più pericolosa corsa agli armamenti nucleari, è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità. Occorre allo stesso tempo far leva sull’aspirazione alla democrazia reale, alla giustizia sociale, che si fa sentire ovunque in modo sempre più forte.
Il potere nucleare, quintessenza del potere verticistico politico e mili-tare, è l’antitesi della democrazia, la negazione dei più ele-mentari diritti umani. È il potere esclusivo, chiuso, segreto, che esercita il diritto di vita o di morte su tutti noi, che brucia enormi risorse nella corsa agli armamenti, sottraendole ai bi-sogni fondamentali dell’umanità e accrescendo così gli squi-libri socioeconomici e ambientali su scala globale. La lotta contro questo potere, conclude Dinucci, è la via obbligata attraverso cui passa ogni scelta per l’avvenire.


7 agosto 2010

Angelo Baracca : se 65 anni dall'atomica vi sembran molti

 

Sono passati 65 anni da quel 6 agosto - quando l'aviazione militare degli Stati uniti sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima (tre giorni dopo una seconda bomba ha colpito Nagasaki), sul finire della Seconda guerra mondiale. Era la prima arma atomica della storia umana, e la minaccia nucleare non è scomparsa. Le promesse di Obama all'inizio del suo mandato aprirono grandi speranze, ma dopo un anno e mezzo i risultati concreti sono deludenti. Il presidente americano ha riallacciato il dialogo diretto con la Russia e riportato nell'agenda politica le parole disarmo nucleare.
Ma l'estenuante anno di trattative con Mosca testimonia più di ogni altra cosa le forti resistenze e le difficoltà, politiche e militari, interne e internazionali, che si frappongono sul cammino dell'eliminazione di queste armi. I risultati di queste trattative e l'ottava Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (Tnp) hanno disegnato il «nuovo» regime di non proliferazione per i prossimi anni. Il guaio è che esso non mostra differenze sostanziali da quello «vecchio».
Tensioni esplosive
La minaccia delle armi nucleari non si riduce alla loro consistenza numerica. Le tensioni con la Russia, che Bush aveva portato al parossismo, sono notevolmente diminuite. Ma in Asia rimangono esplosive: l'andamento disastroso della guerra in Afghanistan si intreccia con i rischi di implosione del Pakistan; un attacco militare all'Iran innescherebbe processi incontrollabili; ritornano venti di guerra nella penisola coreana. L'ombra del nucleare incombe minacciosa su queste crisi, come su un eventuale confronto militare tra India e Pakistan: chi pensa di poter dormire sonni tranquilli per una guerra così lontana, legga un articolo pubblicato su Le Scienze di marzo, che prevedeva milioni di morti e un «inverno nucleare» che potrebbe portare alla fame due miliardi di persone!
Ma non meno allarmante è l'escalation militare senza precedenti in corso con lo sviluppo dei sistemi di difese antimissile, un salto militare paragonabile solo all'introduzione dei missili balistici intercontinentali negli anni '60. I russi ne sono, giustamente, terrorizzati, e questa è stata la principale materia del contendere nel frustrante anno di trattative: hanno cercato inutilmente di inserire nel nuovo trattato Start (Strategic Arms Reduction Treaty) norme che limitassero questi sviluppi, ma gli Usa non hanno sentito ragioni, e Mosca si è riservata il diritto di recedere dal trattato qualora questi sviluppi divengano troppo minacciosi.

La manutenzione delle testate

Forse è da vedere qui uno dei motivi per la ridicola riduzione degli arsenali nucleari delle due potenze: 1.550 testate strategiche operative per parte (ma perché non 1.500?) per il 2017, mentre il Trattato di Mosca in vigore ne prevede 1.700-2.200, ma nel 2012. Il punto è che un sistema efficiente di difese antimissile a molti strati fornirebbe al paese che lo detenga una superiorità militare tale da necessitare di un numero molto inferiore di testate (la cui manutenzione è anche molto cara): a poco vale ragionare che probabilmente questo sistema non avrà un'efficienza del 100 % nel distruggere missili attaccanti, chi si arrischierebbe di... andare a vedere? La contromisura più efficace è disporre di un arsenale nucleare e missilistico sovrabbondante: ecco perché la Russia non può sguarnirsi più di tanto, e il numero di testate intatte nel mondo supera le 22.000 (12.000 la Russia, 9.600 gli Usa, quasi un migliaio gli altri Stati; e alcuni «trucchi» nello Start consentirebbero, se necessario, un reimpiego).



Sempre più terribili innovazioni
La verità agghiacciante è che le guerre dilagano e utilizzano mezzi tecnologici e innovazioni sempre più terribili, che moltiplicano le vittime civili: dai droni senza pilota, comandati da una base nel Nevada (ma Sigonella giocherà un ruolo fondamentale nel sistema di comunicazione militare), ad armi di nuova generazione (si accumulano le prove delle conseguenze dell'attacco a Falluja).
Le armi nucleari incomberanno a lungo, finché ci saranno sarà per usarle. Gli Usa mantengono una riserva al first use (altrimenti, perché non eliminarle?) contro chi, a loro giudizio, violi il regime di non proliferazione (l'Iran, ma non Israele, né l'India!).
L'impegno della Conferenza del Riesame - unico risultato concreto - di promuovere per il 2012 una Conferenza per liberare il Medio Oriente da armi nucleari e di distruzione di massa, è contraddetto dal rinnovato impegno di Washington di garantire l'infame copertura dell'arsenale di Israele. L'accanimento verso l'Iran tradisce intenzioni ben diverse da quelle dichiarate di impedire che sviluppi la bomba, dal momento che l'accordo con Brasile e Turchia per arricchire all'estero l'uranio è stato sprezzantemente scartato, anche se era solo un primo passo.
I programmi di rilancio del nucleare civile, per quanto velleitari, diffonderebbero ulteriormente la tecnologia nucleare dual-use, i pericoli di proliferazione, le scorie radioattive.
E quando le armi nucleari verranno finalmente smantellate ci lasceranno in eredità ulteriori quantità di materiali fissili, che manterranno i rischi di proliferazione. Il nucleare, militare e civile, è il moderno «fuoco di Prometeo» sottratto alla natura: la sua chiusura definitiva non verrà mai troppo presto.


14 marzo 2010

Zvi Schuldiner : passi indietro in Palestina

La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.


Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.


6 marzo 2010

Michele Giorgio : un giorno di Intifada a Gerusalemme

Si è rivista l'Intifada palestinese ieri a Gerusalemme est e in molte altre località della Cisgiordania occupata. La terza rivolta palestinese che tanti da tempo vedevano all'orizzonte, si è materializzata nei vicoli della casbah di Gerusalemme, a Bab Houtta, a Bab Mughrabi, sulla Spianata delle moschee e nei villaggi palestinesi, come Bilin e Naalin, che da anni lottano contro il muro israeliano.
L'esecutivo israeliano punta l'indice contro Hamas, ma ad innescare questo nuovo ciclo di proteste, in modo particolare ad Hebron e Gerusalemme est, è stata la recente decisione del governo Netanyahu di allargare la «tutela storica ed archeologica» israeliana a siti religiosi - la Tomba dei patriarchi di Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme - che si trovano nei Territori palestinesi occupati.
Al termine delle preghiere islamiche ieri pomeriggio decine di giovani palestinesi hanno reagito, lanciando sassi verso il Muro del Pianto e i fedeli ebrei, alla pressione di centinaia di poliziotti che sin dalle prime ore del mattino avevano preso posizione intorno alla Spianata delle moschee. L'intervento dei reparti antisommossa è stato pesante.
Duecento agenti sono entrati nel sito religioso per affrontare i palestinesi, molti dei quali si erano barricati all'interno della moschea di al Aqsa. Le manganellate non hanno risparmiato neppure gli anziani. Al termine di ore scontri e tensione, almeno 60 palestinesi sono rimasti feriti o intossicati dai gas lacrimogeni, contusi una quindicina di poliziotti.


Dalla città vecchia gli scontri si sono spostati ben presto al di fuori dell'area della Spianata delle moschee mentre dalla Cisgiordania giungevano notizie di altre manifestazioni e raduni di protesta. A Nabi Saleh, un piccolo centro tra Gerusalemme e Ramallah che lotta contro la confisca delle sue terre a favore del vicino insediamento colonico di Halamish, un ragazzo di 15 anni, Ehab Barghuti è stato ferito gravemente alla testa da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto appostato sul tetto di una abitazione. Le sue condizioni ieri sera erano disperate. Senza feriti gravi invece si sono concluse le manifestazioni a Bilin e Naalin e a Sheikh Jarrah (Gerusalemme), alle quali hanno partecipato anche centinaia di attivisti e pacifisti israeliani. Proprio a Sheikh Jarrah è previsto stasera un megaraduno israelo-palestinese contro le occupazioni di case arabe da parte dei coloni. La tensione è alta perché gli ultranazionalisti israeliani hanno lanciato ieri un appello a raggiungere Sheikh Jarrah per impedire la manifestazione.
In questo clima di rivolta comincia oggi l'ennesima missione in Medio Oriente dell'inviato Usa George Mitchell, incaricato di preparare l'avvio di negoziati indiretti tra israeliani e palestinesi. Il via libera alla «navetta» americana tra Netanyahu e il presidente dell'Anp Abu Mazen, è stato dato dai ministri degli esteri della Lega Araba riuniti qualche giorno fa al Cairo. Una decisione che, ha protestato il rappresentante siriano Walid Mualem, in realtà è servita a fornire un ombrello arabo a quella presa da Abu Mazen di andare alle trattative con Israele e di rinunciare alla condizione posta di una interruzione totale delle costruzioni negli insediamenti colonici ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme Est (inizialmente sostenuta anche dall'Amministrazione Obama).
In casa palestinese oltre ad Hamas, protesta il Fronte popolare (marxista) che, attraverso la deputata Khalida Jarrar, ha denunciato una trattativa «senza prospettive e utile solo alla causa di Israele». Da parte sua il premier Netanyahu ha apprezzato la decisione della Lega araba e ha già messo in guardia che le trattative con Abu Mazen di fatto cominceranno da zero e non dal punto dove le aveva lasciate alla fine del 2008 il suo predecessore Ehud Olmert. La simbolica «partenza» dei colloqui indiretti verrà data con ogni probabilità dal vice presidente Usa Joe Biden atteso lunedì in Israele.


21 novembre 2009

Tommaso di Francesco : la Palestina è morta

 

Barack Obama si è detto «costernato» per la decisione del premier israeliano Netanyahu di estendere gli insediamenti di Ghilo, dentro Gerusalemme est, nel pieno dei Territori occupati e in quella parte di città che l'Anp rivendica come sua capitale. E mentre demoliscono le case «illegali» palestinesi.
Per Obama la decisione israeliana inasprisce i palestinesi «in un modo che potrebbe andare a finire molto pericolosamente» perché «la situazione in Medio Oriente è molto difficile e io ho detto ripetutamente e ribadisco che la sicurezza di Israele è un interesse nazionale vitale degli Stati Uniti».
Ma, ha proseguito, «la costruzione di nuovi insediamenti non contribuisce alla sicurezza di Israele, mentre rende difficile la convivenza con i vicini». Resta da chiedersi quanto abbia influito sulla decisione del governo di Tel Aviv l'indefinibile atteggiamento della Casa bianca che in una settimana ha pericolosamente cambiato atteggiamento tre volte. Prima dichiarando che Israele avrebbe dovuto «congelare» gli insediamenti, poi che avrebbe dovuto sospenderne l'edificazione, e infine rimproverando Abu Mazen che poneva come condizione per il dialogo diretto con Israele lo stop alle colonie. È dopo questo ennesimo smacco che Abu Mazen ha annunciato la sua non ricandidatura a presidente, consapevole di non rappresentare più nessuno e di non avere ottenuto nulla delle promesse decennali che riempiono di chiacchiere i summit mediorientali, Road Map compresa. Gli Stati uniti e l'Unione europea - intanto l'Italia e la Nato confermano i trattati militari con Israele - hanno detto no anche all'unica possibilità che rimaneva ai palestinesi: la proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina. «Sarebbe grave e fuori luogo» dice Solana sotto minaccia del governo israeliano pronto allora ad «annettersi le colonie». Eppure questa proclamazione sarebbe nel solco di ben due risoluzioni delle Nazioni unite (diversamente da quella del Kosovo, fatta contro l'Onu e nonostante questo sostenuta da molti paesi occidentali) A questo punto i palestinesi non possono nemmeno dichiararsi sconfitti e consegnarsi ad Israele che rifiuta l'eventuale binazionalità del suo stato come un male assoluto, cioè quanto se non più dello Stato di Palestina.

Bibi, Bibi...e a forza di bibere stiamo solo pisciando...

Ormai bisogna prenderne atto di una verità: la Palestina per la quale ci siamo augurati un destino di pace e, soprattutto, per la quale hanno combattuto generazioni di palestinesi, non esiste più. Per essere ancora più espliciti: il processo di pace che prevede due popoli per due stati è inesorabilmente morto. Come confermano anche importanti interlocutori palestinesi moderati e molti osservatori internazionali.
È stato un lento, consapevole avvelenamento delle fonti della mediazione. Con l'isolamento a cannonate di Arafat nella Muqata e la sua «strana» morte nel 2004. E poi con il boicottaggio internazionale della vittoria elettorale, nel gennaio 2006, di Hamas che aveva vinto sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania. Alcune domande: che fine fanno le risoluzioni Onu che impongono a Israele di ritirare le truppe sui confini della guerra del '67? Quale autorità israeliana salirà sul banco degli imputati, dopo le accuse del rapporto Onu sui crimini di guerra contro i civili per i raid aerei su Gaza di dieci mesi fa? Chi racconta più, nell'enfasi narrativa del ventennale dell'89, la vergogna del Muro d'Israele che ruba terre palestinesi e recinta le «vite degli altri»? Che fine fa lo stato palestinese con le sempre più numerose colonie che cancellano ogni pur minima continuità territoriale necessaria ad uno stato? Chi protesta sui diritti umani per diecimila prigionieri politici palestinesi che languono nelle prigioni d'Israele? Chi sa rispondere al desiderio al ritorno di tre milioni e mezzo di profughi palestinesi dispersi come paria nelle baraccopoli del Medio Oriente o in esilio nel mondo?
Obama ha ragione, c'è una sola certezza: finirà «molto pericolosamente». Perché ai palestinesi resta solo la loro disperazione.


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22 febbraio 2009

Simonetta Cossu : rapporto israeliano contro Israele: «Illegali le colonie in Cisgiordania»

 

Hanno provato a censurarlo e se potessero lo distruggerebbero, ma il rapporto Spiegel è lì e non può essere cancellato. Già nel marzo 2005 un rapporto della giurista Talia Sasson aveva rivelato che il ministero della Difesa forniva (e fornisce) appoggio diretto agli insediamenti, nonostante alcuni di questi siano illegali anche per la legge israeliana.
Ed ecco che oggi spunta un nuovo rapporto che però a differenza di quello Sasson è ufficiale e fotografa in modo quasi scientifico il furto di terra palestinese ad opera degli insediamenti ebraici, rivelando che anche quelli che si ritenevano legali sono in parte o totalmente avamposti illegali.
Il rapporto che è stato reso pubblico a fine gennaio dal giornalista Uri Blau sul settimanale Haaretz , documenta in modo dettagliato come scuole, sinagoghe, e anche commissari di polizia sono stati costruiti su terreni di proprietà privata palestinese.
Ma come detto la caratterstica principale del documento è la ufficialità.
Redatto nel 2006 da un consigliere speciale dell'allora ministro della Difesa Shaul Mofaz, prende appunto il nome da suo estensore: il generale Baruch Spiegel. Vi raccontiamo come è nato e cosa dice.
Dopo il rapporto Sasson il ministro della Difesa Mofaz decise che era giunto il momento di mettere ordine, quello che serviva era raccogliere informazioni credibili e reali per contestare le eventuali azioni legali che i proprietari palestinesi, le organizzazioni umanitarie e pacifiste avrebbero potuto avanzare sulla legalità degli insediamenti.



Nominato nel gennaio 2004 come consigliere dal ministo Mofaz, il generale Baruch Spiegel ricevette diversi incarichi. Innanzitutto gestire alcuni problemi sui quali Israele si era impegnata con gli Stati Uniti. Come quello di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi che vivevano nei pressi del muro di separazione e supervisionare i militari posizionati ai checkpoints. Ma il suo vero compito era principalemente un altro: creare la banca dati sugli insediamenti. L'amministrazione israeliana capì che Stati Uniti e una organizzazione pacifista come Peace Now erano a conoscenza di informazioni molto più dettagliate di quelle in possesso al ministero della Difesa. Non era un caso. Di fatto le amministrazioni israeliane per decenni hanno preferito non sapere troppo di quanto accadeva in quel'area.
Ed è così che il generale Spiegel e il suo staff, dopo aver firmato un accordo che gli imponeva la segretezza, si sono messi al lavoro e hanno incominciato a raccogliere informazioni.
Risultato di questa ricerca è stato alla fine l'antitesi di quello che si voleva produrre e di fatto rappresenta una vera e propria bomba politica per il governo israeliano. Per la prima volta una mappatura degli avamposti ebraici rivela quello che per decenni si era voluto nascondere.
Incominciamo con alcuni numeri. Oltre al gran numero di terreni requisiti senza titolo, ad esempio in più di 30 colonie complessi edilizi e infrastrutture come strade, scuole, sinagoghe e stazioni di polizia sono avvenute su terreni di proprietà di privati cittadini palestinesi. Il 75% delle costruzioni che si trovano sugli insediamenti sono state portate a termine senza permessi o addirittura in violazione di questi. Ma quello che rivela il rapporto Spiegel non è solo l'illegalità degli insediamenti, già in parte rivelata dal rapporto Sasson, ma quello che è il vero cuore dell'impresa che c'è dietro le colonie.
Le informazioni contenute nella banca dati non sono conformi infatti alle posizioni prese ufficialmente dal governo di Israele. Ad esempio sul sito del Ministero degli Esteri si legge «Le azioni di Israele relative all'uso e alla distribuzione della terra sono prese nel rispetto delle leggi e delle norme di diritto internazionale. Israele non requisisce terreni privati per insediare nuovi insedimenti». Cosa che stride con il fatto che in molte colonie è il governo, principalmente attraverso il Ministero per la casa e l'edilizia, ad essere il principale responsabile dell'edilizia. Avendo scoperto che molte delle violazioni riguardavano l'edificazione di strade, uffici pubblici e simili, la banca dati prova la responsabilità del governo centrale per il mancato rispetto della legge e dei controlli.
A confermare che il materiale raccolto è esplosivo è stato lo stesso Spiegel che ha dovuto ammettere cosa ha catalogato: informazioni scritte supportate da foto aeree, stratografie fornite dal sistema informatico geografico che indicano lo status dei terreni, legale e reale. I confini reali degli insediamenti. I piani urbanistici delle città, i documenti del governo che approvano le colonie.
Le informazioni contenute nel rapporto Spiegel sono rimaste segrete per mesi, la ragione impugnata dal governo è stata che renderle pubbliche avrebbe minato la sicurezza di Israele e messo a rischi le sue relazioni internazionali. Cosa facile da comprendere se si pensa alle innumerevoli volte che i premier israeliani si sono impegnati a fermare l'espansione delle colonie.
Le responsabilità per le violazioni delle leggi nazionali ed internazionali che sono registrate nel rapporto riguardano quasi tutti i governi degli ultimi anni. Per citare solo gli ultimi, da Tipzi Livni, attuale leader di Kadima, che è stata per anni a capo della commissione ministeriale nominata perchè si implementasse quanto era stato rivelato dal rapporto Sasson all'ultimo ministro della Difesa, il laburista Barak che si è opposto alla richiesta del Movimento per la Libertà di Infromazione e di Peace Now di pubblicare il rapporto. Il caso è ora in attesa di un pronunciamento del tribunale amministrativo di Tel Aviv che dovrà decidere se il governo viola la legge non rendendo noto il rapporto Spiegel.
Ma bastano quelle poche informazioni che sono filtrate per capire che per Israele diventa veramente difficile chiedere ai palestinesi di dimostrare trasparenza nella loro lotta contro le basi del terrorismo mentre nasconde al mondo intero quanto ha fatto con gli insediamenti. O stando alle parole che George Mitchell (oggi inviato di Obama) scrisse nel suo rapporto del 2001: «Il tipo di cooperazione sulla sicurezza che il governo di Israele richiede non può cooesistere con l'attività degli insediamenti».
Nel 2008 stando alle rilevazioni fatte da Peace Now sono state costruite 1,518 nuove strutture (principalmente quelle che vengono definite caravans, abitazioni in containers). Di queste 261 sono in avamposti illegali. Inoltre sempre nel'ultimo anno si sono gettate le basi (infrastrutture, lavori con macchinari di terra) per la costruzione di 63 nuove strutture. L'organizzazione pacifista denuncia inoltre che durante l'ultimo assedio a Gaza molti insediamenti hanno colto l'occasione per espandersi. Alla faccia degli impegni presi da Israele di fermare i coloni.


20 febbraio 2009

I due Stati di Tzipi Livni

Crociuzzo : "Tzipi, bibi qualcosa..."
Livni : "
Non posso, non starò mai in un governo di estrema destra..."
Crociuzzo: "Perchè c'è qualcuno alla tua destra ?...minchia..."



Livni: "
Io sono perchè ci siano due Stati..."
Crociuzzo: "Lo Stato di Israele e lo stato di guerra ?"


16 febbraio 2009

E' opportuno dichiarare la propria faziosità

Il buon Etienne, cultore di logica, a proposito di una mia critica a Gnègnè sulla questione palestinese ha fatto le seguenti affermazioni :
Perché devo "aggiungere la mia posizione" per "evidenziare che i presupposti del proprio argomento non sono verità evidenti o condivise da tutto l'uditorio"?
Affermo: il sole gira attorno alla terra (A), ok?
Tu dici: no, non sono d'accordo, è la terra a girare attorno al sole (B).
A questo punto ci si ferma e si cerca di stabilire se sia condivisibile (A) o (B).
Dire: ma io sono un tolemaico cosa mi aggiunge? Nulla, perché al più "tolemaico" è una formula sintetica per dire che sono convinto di una serie di cose, fra cui che il sole giri attorno alla terra.
Gaza. Dico: "Sono pro Hamas" (o: sono pro Isreale, ovviamente è lo stesso)
Cosa stai dicendo?
O nulla (che vuol dire sono pro qualcuno?) oppure stai dicendo che il tuo sentimento di simpatia per una delle fazioni in lotta è talmente (lecitamente) intenso che assai difficilmente potrai arrivare ad un giudizio negativo sulla fazione per cui parteggi.
E siamo di nuovo al "Io sono biondo", "Io sono moro".
Il punto fondamentale è tu credi che la "faziosità" porti da qualche parte. E questo mi pare davvero contradditorio: se il termione fazioso significa qualcosa, allora è la negazione della possibilità di discutere. Se sono fazioso, sto con la mia fazione "a prescindere". Giusto o sbagliato sto con i miei.
Lecito, per l'amor di Dio. 

Ma  il discorso a questo punto non è più un qualcosa che serve per comunicare, ma solo una
funzione di coesione del gruppo, di motivazione dei suoi membri e cose del genere.
Purtroppo, pare che che coltivare questo atteggiamento porti solo a conflitti perché tra faziosi, PROPRIO PERCHE' NON SI PARLA, l'unico regolazione di interessi contrapposti è il menarsi.


Poi aggiunge :
"Sostituendo "i friulani" ad "Hamas" 
tu vorresti stabilire prima di tutto se dare più tutela ai friulani o no. Supponendo che tu voglia dare più tutela ai friulani, allora dirai che è stato commesso un genocidio perché questo è funzionale a ottenere leggi maggiormente tutelatrici dei friulani.
Ora, il punto è questo: in tutto questo procedimento il PERCHE' si dovrebbero tutelare i friulani o non tuleare i friulani, non è mai emerso.
Voglio tutelare e allora dico qualsiasi cosa che mi permetta di arrivare allo scopo.
Così facendo mi sottraggo eprò alla discussione: faccio una cortina fumogena anziché con granate al fosforo, con argomenti non conferenti.
 



Esempio di presupposto genetico : "Israele potrebbe ora avere più ragione di prima..."

Io suppongo che in ogni discussione vi siano dei presupposti genetici (non evidenti logicamente, non condivisi da tutti) che spesso non vengono esplicitati. E che operano di fatto nell'analisi e nella scelta degli argomenti, soprattutto su questioni "sensibili" (es. la questione israelo-palestinese). Essi possono de facto portare alla verità o all'errore, pure se spesso non sono traducibili in enunciati veri. Ad es. la simpatia per Israeliani (o per i Palestinesi) si può tradurre nell'enunciato "Gli Israeliani (o i Palestinesi ) hanno sempre ragione" ed interpretare ogni evento alla luce di questo presupposto. Con questo non vuol dire che il dialogo sia inutile, soprattutto se ogni attore del dialogo ha anche altri presupposti (logici, etici, politici) che il proprio interlocutore può cercare di mettere in contraddizione con il presupposto genetico suddetto. Se invece di dichiarare onestamente le proprie simpatie, si finge di guardare con atteggiamento neutro una questione, non si mettono tutte le carte in tavola e non si consente nemmeno di intraprendere un dialogo con le regole giuste. La cortina fumogena si ha quando la riserva mentale opera senza che sia dichiarata, mentre se la si dichiara essa può essere tradotta in una specie di postulato che può essere messo sotto pressione mettendolo in contraddizione con altri postulati condivisi dallo stesso soggetto.


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