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30 settembre 2010

Rosier : le insidie derivanti dal sistema finanziario intermazionale

È in realtà prematuro una uscita dalla crisi senza valutare preliminarmente i rischi che la situazione monetaria e finanziaria internazionale fa correre all’economia mondiale. Si è potuto parlare di capitalismo da casinò per indicare l’evoluzione verso una vera e propria frenesia speculativa che induce i detentori di capitale a disinteressarsi dell’investimento produttivo per realizzare profitti facili giocando sullo scacchiere delle piazze finanziarie internazionali.

Si assiste così ad un vero sganciamento del finanziario dall’economico ed all’affermazione di un’economia speculativa. La straordinaria crescita dell’attività finanziaria internazionale contrasta sempre più fortemente con la relativa stagnazione dell’attività economica. Essa però è il logico prodotto di una situazione economica originale dove sullo sfondo, collegato alla crisi, vi è la costituzione di una economia di indebitamento internazionale, un’economia internazionale allo scoperto, nello stesso tempo in cui cala la redditività media dell’investimento industriale. Su questa base interviene la transnazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali come delle banche delle istituzioni finanziarie, unita alla generale de regolazione dall’abolizione dei cambi fissi e del controllo dei cambi fino alla totale liberalizzazione delle attività bancarie e dei mercati finanziari. In questo contesto ogni impresa (grazie all’informatizzazione delle operazioni bancarie e delle telecomunicazioni) può giocare direttamente e con estrema rapidità i suoi fondi disponibili o gestire i suoi debiti e modificare i suoi impieghi intervenendo su una qualsiasi delle grandi piazze finanziarie del pianeta. Ne deriva una mondializzazione dei mercati finanziari e monetari accoppiati tra loro da una gamma sempre più ampia di nuovi prodotti finanziari, i quali sono frutti di molteplici innovazioni finanziarie derivanti dalla situazione di indebitamento e dalle strategie e dal conflitto dei capitali. Essi sono continuamente adattati ad una situazione di instabilità dei tassi di cambio e dei tassi d’interesse. Ogni forma di crediti o di debiti a breve o a medio termine può essere oggi negoziata. Su questo mercato dotato di rapida velocità di reazione, sono in tal modo offerte innumerevoli possibilità per speculare su tassi d’interesse, indici di borsa e monete.

Questo movimento ascendente della finanza internazionale e la sua relativa autonomizzazione in rapporto all’attività economica costituiscono un grande fattore di instabilità nella misura in cui il sistema monetario e finanziario non è più regolato. Tale sistema si trova costantemente alimentato dal comportamento dell’economia Usa, collocata al centro dello scacchiere occidentale. Il gigantesco deficit della bilancia delle partite correnti, frutto della politica di bilancio dell’amministrazione Reagan (alleggerimento fiscale senza riduzione della spesa pubblica) ha condotto ad un indebitamento estero massiccio degli Usa quasi equivalente all’insieme del debito nel terzo mondo ed ha sostituito al risparmio nazionale deficitario un risparmio estero. Questo processo si è potuto sviluppare in quanto gli Usa, paese che emette la moneta internazionale di fatto, prendono prestiti nella loro stessa moneta e si trovano quindi dispensati (almeno per qualche tempo) dal vincolo di equilibrio con l’estero degli altri paesi.

Mentre il sistema monetario internazionale ha funzionato in modo relativamente efficace fino all’inizio degli anni ’70, contribuendo all’espansione senza precedenti dell’economia occidentale, il suo disordine accompagna e rafforza la depressione odierna. Ciò che si ricerca in un sistema monetario è la stabilità o almeno l’emissione di informazioni che diano la possibilità di prevedere la sua evoluzione per adattarvi le strategie economiche. Ciò che caratterizza la finanza internazionale attuale è al contrario la volatilità delle monete, l’esistenza di fluttuazioni forti frequenti ed imprevedibili del prezzo del denaro. Se l’espansione della finanza internazionale può spiegarsi in parte con un declino della redditività dell’investimento industriale, all’opposto, l’evoluzione del sistema monetario internazionale tende oggi a frenare l’investimento produttivo ed a rafforzare le tendenze speculative : una parte notevole dei margini di profitto delle imprese sono oggi dei profitti finanziari.

 

 

Se si aggiunge che quest’economia speculativa si svolge in una congiuntura deflazionistica (con un calo accentuato dei corsi dei prodotti di base o dei prezzi) si può ritenere che l’economia occidentale si trova di fronte ad un dilemma :

·         O vengono messe in atto delle riforme concertate ( i cui elementi di base dovrebbero essere la fissazione di zone di variazione dei tassi di cambio delle monete chiave e di un livello superiore della variazione dei tassi d’interesse) inizialmente dal gruppo dei paesi leader per tentare di riprendere il governo di un sistema monetario e finanziario che sfugge ad ogni controllo e rischi di collassare.

·         Oppure non viene posta in essere nessuna forma di controllo ed allora la probabilità che la grande crisi si faccia avanti è elevata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


29 settembre 2010

Rosier : la crisi non è qualcosa di puramente economico

Le fluttuazioni economiche fanno parte integrante della dinamica del capitalismo : crescita e crisi sono le due facce di uno stesso processo. Esse si manifestano in crisi che appartengono a due tipi fondamentali : quelle del ciclo classico e quelle dei ritmi lunghi, frutto le une come le altre delle contraddizioni del sistema economico. Le crisi classiche sono generalmente precedute ed in qualche modo annunciate da una fase di super speculazione e di crisi finanziaria che è il segno di una vera autonomizzazione della sfera monetaria e finanziaria in rapporto alla sfera reale.

La periodicità delle crisi classiche lungo tutto l’800 e il ‘900 sino al 1929 suggerisce l’idea di un carattere ineluttabile di queste crisi in quanto risultati di contraddizioni, allora insormontabili, del capitalismo concorrenziale. Queste crisi svolgono un ruolo essenziale di regolazione di secondo grado. quanto all’appiattimento delle fluttuazioni ed alla crescita senza crisi del secondo dopoguerra, sono fenomeni che indicano al contrario che un insieme coordinato di elementi coordinatori può essere abbastanza potente da ammortizzare le crisi classiche, quindi esercitare un controllo su di esse (senza tuttavia che la neutralizzazione di fattori di crisi possa essere interpretata come un loro sradicamento).

Per quanto concerne lo sbocco della crisi classica, se sembra che la depressione tenda a produrre le condizioni di un ritorno allo sviluppo, nulla autorizza a pensare che questo sia automatico. Può verificarsi una deriva, tale da condurre fuori del sistema (si pensi alla crisi del 1873-1877 negli Usa con una situazione di tipo rivoluzionario, oppure alla grande crisi del 1929). L’approccio in termini di ritmi lunghi invece sembra rendere appropriatamente conto dell’alternanza osservata di periodi di espansione relativamente regolari e al contrario di depressioni più lunghe (grandi crisi). Tale approccio ci permette anche di pensare che un elemento generale di questi ritmi sia che la depressione lunga abbia la funzione implicita di costruire gli elementi di un nuovo ordine produttivo. Tale punto ci offre una chiave per comprendere il tempo presente. Esso indica la depressione lunga come tempo di mutazione indispensabile alla riproduzione del capitalismo nel lunghissimo periodo. Per durare, per mantenere ciò che è più fondamentale il rapporto di lavoro salariato deve necessariamente cambiare.

Le analisi sin qui condotte mostrano l’invarianza attraverso il cambiamento e cioè la complessità dei fenomeni in discussione. Si tratta non di fenomeni strettamente economici, isolabili dal campo sociale e modellizzabili, ma di processi sociali che mettono in evidenza una pluralità di cause ed esprimono i conflitti che attraversano questo campo. La fase B del ritmo lungo, laboratorio sociale, periodo di distruzione creatrice, è il luogo di elezione per osservare la dialettica dell’innovazione fondamentale del conflitto.

 

 

Non si può concepire uno scenario di uscita dalla crisi all’interno del capitalismo senza riferirsi alle funzioni delle depressione lunga, ed alle poste in gioco della crisi. Tenuto conto dello stato di sviluppo del processo di transnazionalizzazione, sembra difficile concepire (salvo temporaneamente per le nazioni più potenti che praticano forme accentuate di protezionismo) delle strategie di uscita dalla crisi attuale che non superino il quadro nazionale. Ne sono testimonianza il fallimento dei diversi tentativi di rilancio isolato e il costo sociale in termini di disoccupazione delle politiche di austerità competitiva messe in atto dagli stati sotto il vincolo della concorrenza internazionale per appoggiare le loro grandi imprese in questa competizione, contenere il consumo e massimizzare il surplus esportabile. Ciò tende a spingere in prospettiva verso una strategia di rilancio concertato sotto l’impulso dell’economia dominante, una specie di New Deal su scala mondiale. Alla base vi sarebbe un compromesso tra le grandi nazioni occidentali industrializzate per l’elaborazione di nuove regole d’uso delle forze di lavoro (orario, condizioni, protezione sociale), ma anche per una qualche organizzazione della concorrenza sul mercato mondiale e per un rimodellamento del sistema monetario e finanziario internazionale. Ma questo tipo di compromesso deve essere completato da una serie di accordi tra paesi industrializzati del nord e paesi in crisi del sud. Questo tipo di strategia potrebbe essere coscientemente elaborata attraverso la concertazione dei più potenti tra i paesi leader. Se questo non avviene è a causa della politica dell’ognun per sé, facendo correre in questo modo un grosso rischio alla comunità internazionale.

 

 


22 settembre 2010

Regimi tecnologici e regimi di accumulazione in un contesto di divisione internazionale del lavoro

Il tipo di forze produttive materiali messe in atto come risultato di un insieme di innovazioni sono allora considerate nel loro contenuto concreto. Si può constatare infatti (seguendo sia Kondratiev che Schumpeter, sia Mandel che Freeman) che ogni periodo lungo di espansione governato da un certo regime di accumulazione, si regge su una base tecnica specifica costituita da sistemi tecnici particolari (a loro volta evolutivi) e da alcune industrie motrici caratteristiche che polarizzano e trainano l’attività economica nel corso di un dato periodo a partire da un paradigma tecnico-economico nuovo (di qui la pertinenza del concetto di regime tecnologico elaborato da Freeman. Questi sistemi tecnici sono inseparabili da un modo determinato di divisione del lavoro nella produzione, secondo una combinatoria che si può periodizzare, come ha fatto Mandel, e che si trova a sua volta legata al tipo di bisogni prodotti che dà luogo alla domanda sociale. Il fatto è che un insieme di lavori recenti mostra che il progresso tecnico non è un fenomeno univoco, riconducibile ad una logica indipendente dal contesto storico e quindi trasferibile senza problema da un contesto geo-economico ad un altro. Alcuni lavori hanno messo in evidenza che, al contrario, le innovazioni fondamentali sono una produzione sociale complessa che allo stesso tempo è oggetto, posta in gioco, sbocco dei conflitti economici e delle lotte sociali come dei grandi scontri armati (secondo una sottile dialettica tra innovazione e conflitto) e che ne portano di conseguenza il marchio (marchio sociale delle innovazione). Ne segue che la crescita non è un fenomeno universale da misurare solo in termini quantitativi : ci sono stati storicamente e più ancora potrebbero essercene diversi tipi di crescita, fondati su sistemi tecnici e forme di divisione del lavoro nuovi, poiché al servizio di un progetto sociale diverso (sviluppo endogeno, edificazione di un socialismo democratico) da quello che attualmente finalizza la produzione delle innovazioni.

Storicamente il contenuto concreto della crescita di un periodo (tipo di accumulazione, sistemi tecnici, organizzazione del lavoro, tipo di bisogni) e di conseguenza il regime di accumulazione ed il regime tecnologico si sono prodotti nei periodi di depressione lunga, veri e propri laboratori sociali per superare le contraddizioni ed i conflitti e rispettare gli imperativi della riproduzione economica e sociale. Così oggi sappiamo che la taylorizzazione progressiva del lavoro e l’organizzazione fordista non sono modalità neutre corrispondenti ad una necessità tecnica risultante dalla meccanizzazione. Essa è un modo particolarmente efficace di mettere a lavoro e controllare la manodopera, un modo corrispondente ad un imperativo sociale. Mentre altre forme sarebbero state e restano possibili (ad es. il decentramento delle unità produttive).

 

 

Così i concetti di regimi tecnologici (Freeman) e di regimi di accumulazione (regolazionismo), per definire la base tecnica e il modo di articolazione tra lavoro, salario e consumo sono da completare con la concreta specificazione del tipo di crescita. La conoscenza di quest’ultimo permette di capire meglio le concrete modalità operative di un ordine produttivo ed al tempo stesso la genesi delle contraddizioni nuove che lo mettono a poco a poco in discussione. Così la crisi del lavoro si trova in germe nell’organizzazione fordista del lavoro stesso.

Inoltre il tipo di divisione del lavoro su scala mondiale deve essere considerata come essenziale. Una caratteristica del capitalismo fin dalle origini è il suo carattere cosmopolitico ed il suo espansionismo, e nessuna nazione può essere capita nella sua dinamica al di fuori della sua collocazione nello spazio in cui si dispiega il capitalismo. Questo spazio è organizzato intorno ad una economia dominante (la Gran Bretagna prima e gli Usa a partire dal 1929). Esso è strutturato da un complesso insieme di relazioni di scambio che definiscono molteplici gerarchie. Solo la conoscenza di queste relazioni permette di cogliere il ruolo del mercato mondiale nella diffusione sia dei modi e dei regimi di accumulazione e delle crisi sia dei tipi di crescita e di tecnologia. Per tutto l’800 ed il ‘900 l’economia-mondo occidentale si è estesa e si è modificata nella sua struttura interna. Il mercato mondiale si è allargato, sia per l’ingresso di paesi nuovi nel novero dei grandi paesi capitalistici sviluppati (Usa, Canada, Germania, Giappone) sia per le conquiste coloniali. Sembra che questo comportamento imperialista sia stato più attivo in particolare nel corso dei periodi di depressione lunga, poiché le principali spedizioni coloniali si collocano alla fine del periodo di depressione ed all’inizio della fase di ripresa lunga.

 

 

Così, mentre la considerazione del modo di accumulazione del capitale e del tipo di crescita permette di definire le forme assunte successivamente dal modo di produzione capitalistico nel corso delle grandi tappe del suo sviluppo storico nelle diverse società interessate (a partire da un impulso proveniente dall’economia dominante), l’esame della divisione del lavoro su scala mondiale permette di collocare tali processi evolutivi all’interno di un quadro significativo e cioè l’economia-mondo occidentale di cui parte integrante è la natura del sistema monetario internazionale che svolge un ruolo importante e la cui evoluzione è fortemente legata alle congiunture economiche lunghe. Storicamente e fino alla fine della prima guerra mondiale, il sistema del gold standard presiede ufficialmente agli scambi internazionali (il che significa che in definitiva i saldi tra i paesi sono regolati in oro). In realtà il vero garante, il referente degli scambi è già la moneta dell’economia dominante e cioè la sterlina inglese. Ma il sistema crolla con la prima guerra mondiale e la depressione tra le due guerre. Nasce allora il sistema del gold exchange standard, fondato su due valute chiave, sterlina e dollaro, ed il cui crollo amplificherà la crisi del 1929. Dopo la seconda guerra mondiale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 creano un sistema di parità fisse tra le principali monete definite di fatto in rapporto al dollaro dichiarato liberamente convertibile in oro, al tasso di 35 dollari l’oncia. Il periodo di espansione lunga degli anni ’50 e ’60, vede in collegamento con il riconoscimento degli usa come economia dominante, il dollaro (una moneta stabile) diventare di fatto la moneta internazionale garantita dalla potenza dell’economia americana ben più che dallo stock di oro di Fort Knox. Una parziale rimessa in discussione dell’egemonia americana, a sua volta legata ad un deficit rapidamente crescente della bilancia commerciale americana, alla fine degli anni ’60, apre la crisi del sistema monetario nell’agosto 1971. A questo punto gli Usa abbandonano la convertibilità aurea del dollaro. Ciò annuncia ed accompagna la crisi economica e sbocca su di un era di cambi fluttuanti. Quest’era nuova conduce progressivamente, a partire dagli anni ’80, da una parte ad una vera volatilità dei corsi delle monete (che si manifesta anche in quella dei tassi d’interesse) con in particolare un comportamento apparentemente incomprensibile del dollaro. Dall’altra parte si assiste ad un grave indebitamento di una larga parte del terzo mondo. Ancora una volta la crisi del sistema finanziario giunge ad amplificare la crisi economica.

Ma appena si rifletta che nessun sistema complesso (sistema fisico, biologico o sociale) può perdurare e quindi riprodursi senza l’intervento di procedure più o meno complesse di regolazione, si pone la questione di sapere quale modo di regolazione è in azione per rendere operativo questo o quell’altro ordine produttivo. Questa questione essenziale è stata giustamente avanzata dalla scuola della regolazione, intendendo come regolazione la congiunzione dei meccanismi concorrenti alla riproduzione complessiva del sistema, tenuto conto dello stato delle strutture economiche e delle forme sociali. Questa questione concerne non solo la regolazione economica in senso stretto, ma anche i diversi processi di regolazione sociale, nella misura in cui, in un sistema sociale attraversato da interessi contraddittori, non vi può essere efficacia economica, senza che siano assicurate le condizioni di una sufficiente sottomissione secondo forme diverse delle forze di lavoro all’ordine industriale. Su questo piano, dalle origini del capitalismo, è sempre intervenuto l’effetto combinato delle forme assunte dalle grandi caratteristiche del sistema economico che abbiamo esaminato e l’intervento degli Stati in campo economico e sociale. L’analisi del ruolo dell’intervento pubblico vede i keynesiani sopravalutarne gli effetti, mentre i regolazionisti li sottovalutano. Gli autori liberali lo rifiutano in quanto non possono concepire l’economia se non attraverso il dominio assoluto del mercato. Così facendo essi ignorano la storia, da cui si ricava che il capitalismo non avrebbe potuto vedere la luce senza un’attiva alleanza del mercante ed il principe né ha potuto svilupparsi senza un costante sostegno dello Stato (il ruolo essenziale delle rivoluzioni borghesi ne è una dimostrazione lampante).

 


21 settembre 2010

Rosier : onde lunghe e modo di accumulazione

Si parte dal modo di accumulazione del capitale, nozione che intende rappresentare le forme assunte per un periodo di tempo dai due rapporti sociali che strutturano il capitalismo come modi di produzione, forme che devono necessariamente cambiare perché l’essenziale di questi rapporti non cambi. Si tratta dunque :

·         Della forma concreta assunta dal rapporto tra capitale e lavoro (rapporto di lavoro salariato) : condizione d’impiego, modalità di uso, modalità di sfruttamento delle forze di lavoro (in particolare tipo di visione tecnica del lavoro, livello relativo del salario e modi di formazione ed utilizzazione dello stesso). De Gaudemar ha messo in evidenza dei cicli disciplinari e delle crisi disciplinari concordanti con le onde lunghe (la disciplina indica la forma di organizzazione del lavoro destinata a far si che il potere sia esercitato e rispettato, affinchè l’ordine regni nelle fabbriche). Così si passa da una tecnica di sorveglianza direttamente coercitiva a forme diverse di controllo sociale. Tutto ciò sfocia nell’iscrizione della disciplina in un sistema scientifico : il taylorismo.

 

·         Delle forme economiche stabili che governano il rapporto all’interno del capitalismo, in altre parole i tipi di strutture industriali e finanziarie e le modalità della concorrenza. L’osservazione di queste forme permette di separare nettamente a partire dagli ultimi anni del 1800 l’era del capitalismo concorrenziale da quella del capitalismo monopolistico la cui genesi si confonde con la grande depressione della fine dell’800 e il cui compimento si lega all’elaborazione di un modo di regolazione specifico nella grande crisi degli anni ’30. L’importanza di due pilastri costituiti dalle forme dei due rapporti sociali fondamentali (adattate a congiunture sociali specifiche) viene sottolineata quando si parla delle basi istituzionali dell’accumulazione ed in particolare del sistema della grande impresa che si basa specialmente su di un particolare accordo tra capitale e lavoro.

 


20 settembre 2010

Rosier : Onde lunghe e ordine produttivo

Il problema del trattamento pertinente dei dati statistici è essenziale per analizzare in modo serio i ritmi economici. L’identificazione delle crisi classiche Juglar del 1800 e del 1900 sulla base di criteri precisi (livello di produzione, di prezzi e profitti, disoccupazione) rende il loro riconoscimento (fondato su interpretazioni teoriche rigorose) relativamente solido e poco contestabile. Non è questo il caso delle fluttuazioni lunghe la cui iniziale messa in evidenza ha suscitato controversie ed inoltre ha indotto in Urss l’esigenza di perseguitare Kondratiev. Si sa e bisogna tenerlo presente che, anche sulla base di serie lunghe pertinenti ed affidabili, la loro interpretazione non si pone in modo necessario. Esse infatti devono essere in un certo senso costruite per essere spiegate e spiegate per poter essere costruite. Analisi statistica ed analisi storica devono di conseguenza essere costantemente legate. E si potrà parlare di onde lunghe solo se si mettono in evidenza non solo fluttuazioni ripetitive e relativamente regolari nella loro ampiezza, ma anche ripetitive nei grandi processi esplicativi. Trattandosi di un ritmo di capitalismo produttivo successivo all’inizio del 1800, possono essere considerati pertinenti solo indicatori propri della sfera capitalistica dell’economia interessate (ad es. indicatori dell’attività industriale) e ciò solo per i paesi veramente industrializzati o in via di industrializzazione  rapida. Emerge dalle principali teorie della crisi contemporanea che oggi, più che di apportare una prova irrefutabile dell’esistenza dei movimenti lunghi, si tratta di proporne una interpretazione coerente di forte valore euristico, capace di spiegare la successione storica di periodi di espansione prolungata e di periodi di crescita rallentata. Se vi è un terreno di convergenza dei diversi approcci sta proprio nel riconoscimento di questa successione in cui è rifiutata ogni idea di meccanicismo e sono indagati i fattori complessi che gradualmente mettono in discussione le modalità dell’accumulazione, caratteristiche dei periodi di espansione lunga. Questa convergenza può essere interpretata come un riconoscimento del fatto che un ritmo lungo costituisce uno dei caratteri più importanti della dinamica economica del capitalismo.

 

 

A partire da qui l’analisi proposta si articola intorno alla nozione di ordine produttivo indicando con ciò l’insieme dei fattori che operano nel sistema per consentire la sua efficacia economica durante lunghi periodi di accumulazione relativamente regolari. Questo concetto intende sottolineare l’esistenza necessaria di un ordine globale e relativamente coerente, capace di superare per un periodo di tempo le contraddizioni di un sistema attraversato da interessi divergenti di modo che possano aver luogo nel lungo periodo la produzione di surplus economico e l’accumulazione del capitale. Il concetto globale di ordine produttivo raggruppa diverse componenti che al tempo stesso specificano le condizioni dell’accumulazione e della crescita e corrispondono a grandi fattori esplicativi delle evoluzioni osservate.

 


17 settembre 2010

Rivoluzione tecnologica e onde lunghe ; l'analisi neoschumpeteriana della crisi degli anni Settanta

Su quest’ultimo tema elementi particolarmente utili sono apportati dai lavori ispirati all’economista Frieman (in collaborazione con Clark e Perez). Questi autori ritengono che i cicli lunghi corrispondano ad una successione di paradigmi tecnico-economici (Perez) percepiti come elementi essenziali nella teoria delle onde lunghe di Schumpeter. Il cambiamento di paradigma significa una trasformazione radicale del sistema di pensiero che prevaleva in quasi tutte le industrie in materia di ingegneria e di gestione per l’ottenimento di produttività e profitti elevati. Il nuovo paradigma appare e si sviluppa dapprima all’interno del precedente, mostrando progressivamente i suoi decisivi vantaggi nel corso della depressione lunga. Esso è chiamato, allo sbocco di questo periodo a suscitare numerose innovazioni radicali e migliorative, ossia molteplici nuovi sistemi tecnologici e di conseguenza a stabilire un nuovo regime tecnologico dominante. Ma ciò non si verifica che dopo una crisi di aggiustamento strutturale che implica la sostituzione delle assi motrici dell’economia, così come profondi cambiamenti istituzionali e sociali. Per Carlotta Perez la depressione lunga è il sintomo di una rilevante disarmonia tra il sotto-sistema tecnologico ed il quadro socio-istituzionale, mentre l’espansione lunga corrisponderebbe ad una interazione positiva tra le due sfere. Di conseguenza la depressione diventerebbe un processo di distruzione creatrice non solamente nella sfera produttiva, ma anche nelle sfere sociali ed istituzionali. All’interno di ogni nuovo paradigma, precisano Freeman e Perez, si trova un input o un insieme di input particolari che appare come il fattore chiave del paradigma e soddisfa tre grandi condizioni : un costo relativo poco elevato e rapidamente declinante, una disponibilità nel lungo periodo apparentemente illimitata, una suscettibilità ad essere impiegato in numerosi processi produttivi. Così il ruolo di fattore chiave sarebbe stato giocato successivamente :

·         Dal basso costo del lavoro e del cotone durante la rivoluzione industriale

·         Dal basso costo del carbone e dei trasporti a vapore verso la metà del 1800

·         Dal basso costo dell’acciaio per la terza espansione lunga

·         Dal basso costo del petrolio e dei suoi derivati per l’espansione del secondo dopoguerra

 

 

Per Freeman e Perez ciascuno di questi fattori esiste ed è utilizzato molto prima che il nuovo paradigma si sviluppi. Tuttavia tutte le sue potenzialità non sono riconosciute ed esso non è messo in grado di soddisfare le condizioni precedentemente indicate se non quanto il fattore chiave anteriore e le costellazioni di tecnologie ad esso relative raggiungono i limiti della loro capacità di consentire nuovi incrementi della produttività e nuovi investimenti profittevoli. I limiti alla crescita sotto il vecchio paradigma, divenendo sempre più evidenti, generano una ricerca attiva e prolungata di soluzioni, nel corso di un periodo di transizione ( la depressione dell’onda lunga) caratterizzata da profondi cambiamenti economici, istituzionali e sociali. Secondo questi autori la crisi attuale sarebbe propriamente una transizione tra un regime tecnologico fondato sul petrolio a buon mercato e sui suoi derivati, condotto da imprese gigantesche orientate verso la produzione di massa, ed un regime nuovo in corso di formazione sulla base di strumenti microelettronici a basso costo (e di una organizzazione produttiva ad alta intensità d’informazione, capace di legare design, produzione, gestione e marketing in sistemi integrati al di là della mera automazione. I settori dell’elettronica e dell’informazione, capaci di produrre in modo flessibile e rapidamente trasformabile con attrezzature che integrano sempre più largamente l’elaboratore diventano per Freeman e Perez le nuove industrie motrici. Gli elementi costituivi di questo nuovo regime tecnologico destinato a diventare dominante negli anni ’90 si sono formati progressivamente quando il vecchio regime era ancora dominante. L’interesse delle ricerche di Freeman sta nell’esplicitare la nozione di rivoluzione tecnologica mettendo l’accento sui lunghi processi necessari prima che s’imponga un nuovo paradigma (a sua volta imperniato su di un fattore chiave), e poi un nuovo regime tecnologico che corrisponda alla messa in atto del paradigma su grande scala e dia impulso ad una nuova fase di espansione. Dunque le rivoluzioni tecnologiche possono esprimersi non soltanto con grandi onde discontinue di importanti innovazioni poiché traducono, intorno a nuova basi tecniche, il trionfo graduale di un paradigma. Questi lavori arricchiscono l’analisi dei ritmi lunghi, ma si muovono in uno spazio troppo ristretto, da cui sono escluse le istanze di tipo sociale. Il loro tipo di approccio suppone uno sviluppo tecnologico univoco che gioca da solo il ruolo determinante.

Vi sono convergenze in intenzionali e complementarità tra le posizioni di Mandel e quelle di Freeman, come tra queste e quelle dei regolazionisti e dei radicali americani, ognuna delle quali rafforzano il carattere esplicativo dell’altra. Accade infatti che un regime di accumulazione non può funzionare se non si regge su di un regime tecnologico e dunque su un paradigma tecnico-economico dominante (Freeman), i quali suppongono una forma di organizzazione del lavoro strettamente legata ad un sistema specifico di macchine (Mandel) ma più in generale esso implica l’esistenza e l’efficacia di istituzioni regolatrici (radicali e regolazionisti). E sulla base di una complessa combinazione di questo tipo che si costruisce la nozione di ordine produttivo. Questi diversi tipi di ricerca ci sembrano indispensabili e complementari. Tuttavia le onde lunghe possono raggiungere uno statuto scientifico indiscutibile come i cicli classici solo nella misura in cui un trattamento adeguato dei dati acquisterà senso pieno nel quadro dell’elaborazione di uno schema esplicativo coerente ed endogeno. Questo dovrà costituire un fondamento teorico pertinente di analisi, legato alla comprensione della dinamica dell’insieme delle economie capitalistiche.

 

 


1 settembre 2010

Il New deal come esito intermedio del conflitto di classe

Nella fase storica in cui era giunto il capitalismo occorreva far ricorso a procedure completamente diverse da quelle precedenti. Per necessità di coerenza strutturale, poiché le condizione di una produzione di massa standardizzata cominciano ad essere presenti ed operanti, sono dunque le condizioni di un consumo di massa corrispondente che avrebbero dovute essere messe in atto. Ciò, in una società in cui i salariati occupano una parte in crescita della società, suppone un accrescimento del potere d’acquisto e dunque una nuova politica salariale. Henry Ford aveva avuto tale intuizione già nel 1913, di fronte al rifiuto della catena di montaggio da parte degli operai : il 1 gennaio 1914 egli raddoppia i salari pagando così la stabilità dell’occupazione senza la quale non avrebbe potuto proseguire la sua attività e solo più tardi egli raggiungerà il suo obiettivo. Ma sarà soprattutto la politica del presidente Franklin Delano Roosevelt a porre storicamente i primi punti di riferimento per una strategia interamente nuova. Keynes è il primo a presentare una teoria generale della situazione e del suo sbocco preconizzando una politica di rilancio vigoroso della domanda effettiva.

 

 

Queste soluzioni si collocano su due piani complementari dal punto di vista dell’istituzione di un nuovo processo regolatore :

·         La messa in atto di un’articolazione funzionale tra produzione di massa e consumo di massa, designata con il termine fordismo da Antonio Gramsci e ben analizzata da M. Aglietta.

·         La messa a punto di forme nuove d’intervento degli stati mediante politiche sistematiche di regolazione congiunturale e di gestione globale delle forze del lavoro.

Non si tratta di una geniale intuizione o di un’analisi logica : questo processo appare soprattutto come il risultato di antagonismo, di interessi e di conflitti sociali, dunque di rapporti di forza stabiliti nella crisi tra capitale e lavoro : l’innovazione maggiore nasce ancora una volta dal conflitto. Consideriamo infatti un elemento chiave del New Deal e cioè quello che prevedeva in particolare la riduzione dell’orario di lavoro, la fissazione di un salario minimo ed il riconoscimento legale delle organizzazioni sindacali. Queste misure fondamentali sono state prese sotto la pressione della potente ed attiva federazione dei minatori della AFL contro una vigorosa resistenza padronale. Quest’ultima continuava ad opporsi all’applicazione delle misure in questione durante due anni di intensi conflitti sociali, che culminarono finalmente nel luglio 1935 in una grande legge (il Wagner Act) che istituisce definitivamente un nuovo diritto sociale. Il New Deal appare così più realisticamente un insieme di misure, messe a punto procedendo a tentoni ed in modo conflittuale, che realizzano una specie di compromesso tra gli elementi più avanzati del movimento operaio (che creeranno una nuova confederazione operaia, il Cio) e la frazione più cosciente del padronato sotto l’arbitrato dello stato.

I lavoratori però dovranno in un certo senso pagare l’aumento del loro potere d’acquisto e la riduzione del tempo di lavoro con l’accettazione della generalizzazione dell’organizzazione fordista e del loro inserimento in un modello di consumo di cui non possono afferrare il senso. Sarà un doppio processo di alienazione in quanto la borghesia industriale giungerà fino a far interiorizzare dai lavoratori i suoi propri valori e la sua propria razionalità economica. Quanto al capitale esso ne trae vantaggio sia dal punto di vista della domanda effettiva, sia dal punto di vista dell’aumento della produttività e del controllo sociale. Questo compromesso storico che è il New Deal fa entrare la dinamica economica del capitalismo in un era nuova : quella per cui la salvaguardia del tasso di profitto nel medio e lungo termine passa per l’incremento del tasso di salario e la riduzione della disoccupazione.

Il sistema economico si ritroverà ricostituito e trasformato dagli elementi analizzati, unitamente alla ripresa di un forte movimento di concentrazione industriale durante la depressione e alla elaborazione di innovazioni in materia sia industriale sia agricola, che saranno perseguite durante la guerra e costituendo un nuovo ordine produttivo. Così il capitalismo monopolistico sarà in grado con la seconda guerra mondiale per gli Usa e il dopoguerra per gli altri paesi capitalistici di imboccare una nuova e poderosa fase di espansione lunga.

 


31 agosto 2010

Il ruolo degli operai nella crisi del 1929

Quanto alla propagazione internazionale della crisi, l’economista americano Charles Kindleberger la attribuisce in gran parte all’assenza di leadership in quanto gli Usa, diventati economia dominante non esercitano in tutto e per tutto tale egemonia.

Se torniamo alla congiuntura degli anni ’20, se la resistenza operaia non ha potuto opporsi alla nuova tappa della dequalificazione del lavoro operaio rappresentata dall’organizzazione fordista, il movimento sindacale era tuttavia riuscito a modificare profondamente il funzionamento del mercato del lavoro rendendo il tasso di salario rigido verso il basso. Ciò ha abolito nella sostanza uno dei meccanismi classici della difesa, in quanto tale abbassamento del tasso di salario permetteva la ricostituzione del tasso di profitto. Questo processo non poteva giocare questo ruolo fin tanto che la domanda derivante dai salari restava minoritaria. Ma dal momento che (in una società caratterizzata dal rapporto di lavoro salariale) la domanda proveniente dai salari diventa considerevole, e ciò viene notato da Keynes, essa tende ad avere un effetto depressivo sulla domanda effettiva e sul tasso di profitto realizzabile molto superiore al suo effetto diretto sul tasso di profitto atteso dagli imprenditori. Ciò è direttamente proporzionale all’aumento del tasso di disoccupazione. Per questo la depressione che segue la crisi del 1929 non può spontaneamente creare le condizioni della ripresa. In definitiva la crisi dl 1929 si colloca in un contesto segnato dall’espansione del lavoro salariato e dagli inizi della produzione di massa, mentre restano immutate le politiche salariali (la quota dei salari su reddito nazionale tra il 1920 ed il 1929 tende addirittura a contrarsi). Quanto alla domanda estera essa si indebolisce con l’esaurirsi della ricostruzione europea.

 

 

 

Così la crisi del 1929 si situa, sia dal punto di vista dei ritmi del capitalismo sia da quello della teoria, al crocevia di due grandi tipi di fluttuazione : il ciclo classico e quello lungo. Si ritrova inasprita la vecchia contraddizione del capitalismo, colta già da Sismondi, tra la pressione a teneri bassi i salari delle imprese e la necessità per queste ultime di incontrare una domanda effettiva sufficiente. La crisi classica non potrà mai più giocare il ruolo di regolatore dell’attività economica. Ciò conferisce alla crisi del 1929 il carattere particolare di una crisi classica gigantesca (con la quale sparisce il processo di regolazione automatico teorizzato dai liberisti) nella misura in cui la sua funzione viene a confondersi con quella della depressione lunga nella quale si trova iscritta.

 


30 agosto 2010

1929 : la tesi di Galbraith

L’economista americano J. K. Galbraith s’impegna invece a costruire una spiegazione a partire da alcuni tratti che lui considera tipici del capitalismo americano degli anni ’20. Per Galbraith lo scatenamento della crisi si deve essenzialmente al divario che si è spalancato, tra il 1919 e il 1929, tra l’incremento della produttività del lavoro industriale (più 43%) e la quasi stagnazione dei salari e dei prezzi. Ne è risultato un forte aumento dei profitti che ha sostenuto la spesa delle classi agiate, ha alimentato la speculazione di borsa ed incoraggiato un livello di investimento elevato (la produzione di beni strumentali crebbe ad un tasso del 6,4%) mentre i consumi popolari salivano appena. In un simile contesto in cui l’investimento produttivo era stimolato esso stesso dalla speculazione, il ritmo della produzione industriale giunse a superare la domanda di beni di consumo e la stessa domanda di beni strumentali. Di qui l’arretramento del tasso di profitto e la frenata brusca delle spese d’investimento, che generò a sua volta una contrazione della domanda e della produzione, scatenando la crisi secondo lo schema classico ma con una violenza eccezionale. L’ampiezza ineguagliata della crisi è stata determinata per Galbraith da questi tre fattori :

·         La distribuzione notevolmente diseguale dei redditi (il 5% della popolazione aveva il 33% del reddito totale), cosa che rendeva l’economia dipendente da spese di lusso e/o da un alto livello d’investimento

·         La forma dominante delle strutture industriali sortisce effetti perversi in una congiuntura speculativa : le holding stornano dall’investimento i profitti delle imprese dei loro gruppi per pagare dividendi sufficienti, il che accentua la spirale deflazionistica

·         Il carattere non pertinente delle misure di politica economica, le quali per bloccare la deflazione, aumentano i dazi doganali, ricercano sistematicamente il pareggio di bilancio, rifiutano politiche fiscali e monetarie

 

 

 

Bisogna poi aggiungere il ruolo dei fattori monetari e finanziari : da una parte il crack finanziario con la speculazione ha amplificato la crisi industriale. D’altra parte il crollo del sistema monetario internazionale nel 1931, mettendo in discussione i mezzi di pagamento internazionali e la capacità di creare nuova liquidità, minacciava il finanziamento degli scambi e dunque il livello dell’attività economica mondiale : il crack era conseguenza della crisi ma ne estendeva l’ampiezza.

 


26 agosto 2010

Rosier : Crisi finanziaria e reale nel 1929

Il periodo 1922-1929 è, dopo la crisi del 1920 negli Usa ed in Francia, un periodo di espansione economica marcata, con una distribuzione del reddito favorevole ai profitti, il che stimola lo sviluppo industriale parallelamente alla speculazione di borsa, incoraggiata da intermediari finanziari che suscitano la speculazione a credito. Dal 1927 la divergenza tra l’indice dei corsi azionari e gli indici dell’attività economica si spalanca pericolosamente annunciando un inevitabile crack quest’ultimo ha causato la depressione o è nato dalle prime difficoltà industriali ? Lescure risponde che le esitazioni nell’industria automobilistica hanno preceduto il crack, ma questo ha giocato un ruolo decisivo nell’evoluzione della crisi industriale, facendo sparire un elemento essenziale di sovra consumo e cioè le plusvalenze di borsa. I fenomeni reali per Lescure non possono essere separati con sicurezza dai fenomeni monetari. Ma come si spiega l’ampiezza della crisi che sopravviene su questa base ?

 

 

Su questo piano le teorie degli economisti liberisti, quali Lionel Robbins e Jacques Rueff considerano ogni crisi come di natura puramente congiunturale e destinata a risolversi da sé finchè i mercati siano liberati da ogni intralcio. Queste interpretazioni si riferiscono ad un modello astratto che vorrebbe rappresentare una realtà molto diversa e complessa ed hanno consigliato terapie che si sono rivelate poi inappropriate.

 


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