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2 agosto 2010

Ma che fa la Fiat in Serbia ?

 La lettera di una sindacalista della Zastava
Cari amici, care amiche
di Rajka Veljovic*

vi scrivo a nome del Sindacato Samostalni della Zastava e dei tanti lavoratori i cui figli sono stati aiutati da voi dal 1999, quando i nostri reparti furono rasi al suolo dalla NATO e quando partirono i progetti di solidarieta.
Aderirono parecchie associazioni, sindacati, adottanti singoli, tra i quali molti da Torino.
Noi del Sindacato siamo stati punto di riferimento e garanti del progetto delle adozioni a distanza, le consegne degli aiuti sono state sempre state organizzate in modo diretto (dai rappresentanti italiani alle famiglie) in pubblico e con la massima trasparenza.
Siamo convinti che grazie alle modalita’ di gestione del progetto, siamo riusciti a mantenerlo in piedi .
Sono passati dieci anni, l’economia del nostro Paese non si e’ ripresa dopo i bombardamenti della NATO (ricordiamo anche l’embargo precedente), e i vostri rappresentanti che sono venuti a trovarci periodicamente lo hanno potuto verificare di persona.



Siamo ben coscienti che sono passati 10 anni, che nel mondo ci sono altri disastri, e che anche nel vostro Paese c’e’ la crisi (anche se non e’ neppure paragonabile con la situazione economica e politica del nostro Paese).
A parecchi ragazzi del vostro Progetto mancano uno o due anni per finire gli studi.
In nome della solidarieta’ tra lavoratori vi chiediamo di non lasciarli soli ora, e di voler continuare gli affidi a distanza.Questo e’ il periodo peggiore che attraversiamo dopo i bombardamenti; l’arrivo della Fiat a Kragujevac, ha voluto dire un aumento vertiginoso della disoccupazione, salari sempre piu’ bassi e nessuna speranza nel futuro per i lavoratori licenziati e per le loro famiglie.
In particolare dopo l’accordo tra il governo della Serbia e la Fiat, queste sono le conseguenze sulle REALI condizioni di vita e sul futuro dei lavoratori della Zastava.

Vi ringraziamo tanto per la solidarieta’ finora dimostrata e vi inviamo i nostri piu’ fraterni saluti

Kragujevac, 1° febbraio 2010.

* Ufficio relazioni estere e adozioni a distanza presso Sindacato Samostalni Zastava



In seguito riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato il 24.09.2009 sul quotidiano Politika, il più diffuso in Serbia:

Buon compleanno cara Fiat

Per la Zastava e la Serbia non ci sono molti motivi per la festa. Per la Fiat invece sì.

di Nenad Popovic*

«La settimana prossima sarà un anno dalla costituzione formale della Fiat Automobili Serbia, uno dei progetti piu pubblicizzati dal governo attuale, il progetto che doveva riavviare l’industria automobilistica in Serbia. Tale progetto era «il prediletto» e la speranza piu grande degli esperti economici dell'attuale governo.

La sua realizzazione era stata presentata come l'investimento straniero più grosso nel settore industriale, con un versamento iniziale da parte della Fiat pari a circa 700 milioni di euro. Avevano annunciato la produzione di 200.000 unità all’anno e un esportazione di oltre 1 miliardo di euro entro il 2011. Si prevedeva lavoro per almeno 10.000 disoccupati e Kragujevac era stata nominata la Detroit serba.

Ogni primo compleanno è sempre una bella occasione in cui in una atmosfera piacevole si incontrano le persone e si fanno auguri reciproci per il successo comune.

Temo che questo avrà caratteristiche un po' diverse. Non c’e nessun motivo per festeggiare perché non possiamo dimenticare che la Fiat entro il 31 marzo dell’anno corrente doveva versare 200 milioni del capitale iniziale, che l’anno prossimo doveva partire la produzione del modello nuovo e che 2.433 lavoratori già da sei mesi dovevano essere assunti dalla nuova azienda.

Che cosa c'è da festeggiare?

Festeggiamo il fatto che abbiamo lo stesso prodotto con un nome diverso, assemblato con i particolari importati? Oppure il fatto che tutta la produzione viene eseguita sugli impianti che la Zastava aveva pagato 14 milioni di euro tre anni fa, invece di lavorare sulle attrezzature che la Fiat aveva promesso di portare a Kragujevac?

Forse festeggiamo perché abbiamo rinunciato alla licenza per la produzione della «Zastava 10» per la quale avevamo pagato tre milioni di euro tre anni fa, fino al punto di rinunciare al 50 percento del guadagno sul modello attuale a favore della Fiat?

Forse festeggiamo perché i salari ai lavoratori ancora vengono pagati dal fondo statale, o perché rinunciando alla pratica che dura da un decennio, forse potremmo provocare un tracollo del budget, che per questo motivo potrebbe andare in deficit o qualcosa di simile?

Forse festeggiamo perché 20.000 fornitori della Zastava sono rimasti senza lavoro, mentre i fornitori della Fiat lavorano a piena capacità ?

Forse festeggiamo perché abbiamo un altra zona franca per cui, oltre tutti i favori fatti alla Fiat, la Serbia rinuncerà anche dalle tasse doganali e ai dazi relativi alle attività della Fiat?

Per la Zastava e la Serbia non ci sono troppi motivi per la festa.

Per la Fiat invece si. In base all'accordo redatto dagli esperti socioeconomici del governo attuale, il produttore italiano, pur non avendo investito nemmeno un euro della somma promessa, ha un guadagno significativo. La Fiat ha il profitto garantito di 10 percento per ogni vettura venduta e siccome sugli impianti esistenti a Kragujevac, vengono assemblate 2.000 vetture al mese, possiamo facilmente calcolare che la Fiat in un anno incasserà circa 17 milioni di euro. Tenendo presente che di tale entrata vengono retribuiti solo i salari per i 35 manager della Fiat residenti a Kragujevac, quasi l'intera entrata si può ritenere profitto. Tutte le spese di produzione sono sostenute dalla Zastava e dallo Stato, la Zastava paga mano d’opera e tasse alla città di Kragujevac, mentre lo Stato dal suo fondo paga i contributi per i lavoratori, più 10 milioni di euro all’anno per le sovvenzioni d’acquisto per la vettura Punto.

Nessuno in Serbia può essere contento per l’insuccesso del governo relativo a tale progetto. A me personalmente dispiace perché un’idea buona, che poteva trasformarsi in un progetto efficace (se l'accordo si fosse realizzato in modo professionale e responsabile), si è sciupata, e perché invece di essere utile per lo Stato e i cittadini serbi, è diventata l'equivalente dell'imbroglio più grosso di questo governo, dall’inizio del suo mandato.
* responsabile consiglio economico, del Partito democratico serbo


2 agosto 2008

Karadzic : l'incubo non è finito

 

L'arresto di Radovan Karadzic è stato accolto trionfalmente come una grande ed inattesa vittoria della giustizia internazionale. È la fine di un incubo per i membri e i sostenitori del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia. E lo è per tutti coloro che non dimenticano le tragedie della guerra di Bosnia-Erzegovina e in particolare della strage di Srbrenica del luglio 1995. Finalmente, dopo tredici anni di latitanza, un feroce criminale, spesso stigmatizzato come «boia di Srbrenica» e «macellaio dei Balcani», sarà processato e condannato all'ergastolo.
Ora tutti s'aspettano che l'Europa premi il governo serbo e il presidente Boris Tadic per la loro collaborazione accelerando il processo di adesione della Serbia all'Unione.
Ma il processo è tuttora sospeso in attesa di una piena cooperazione della polizia serba con l'attività investigativa del Tribunale dell'Aja. E l'Ue manda a dire che «non basta». Un atteggiamento che, a dir poco, può diventare un boomerang per il governo di Belgrado che ha garantito l'arresto eccellente.
Sarebbe ingenuo o ciecamente partigiano negare le gravi responsabilità politiche che Karadzic ha avuto nel sanguinoso processo di smembramento della Federazione jugoslava e della Bosnia in particolare. E non si può negare che i crimini che molto probabilmente ha commesso meritavano di essere accertati e puniti. Ma tutto ciò non cancella alcuni aspetti gravemente negativi dell'intera vicenda, che gettano un'ombra cupa sul ruolo che l'Europa, la Nato e il Tribunale dell'Aja hanno svolto nei Balcani a partire dai primi anni '90.
Non si può ignorare anzitutto che ancora una volta nei Balcani il ruolo dell'Europa - in questo caso sostenuta dagli Stati uniti - è stato quello di esasperare il nazionalismo, di favorire la frammentazione delle etnie e delle loro strutture politiche, e di aggravare la dipendenza delle loro economie dall'esterno. Si è ripetuta la logica delle strategie imperiali che per secoli hanno dominato la «questione d'Oriente», dall'espansionismo della Russia zarista e dell'Austria asburgica all'invasione della Jugoslavia da parte delle truppe fasciste e naziste nella Seconda guerra mondiale.
La «guerra umanitaria» scatenata nella primavera del 1999 dalla Nato contro la Federazione jugoslava, motivata dalla necessità di difendere la minoranza albanese del Kosovo, non si è sottratta a questa logica imperiale. La guerra della Nato - che Antonio Cassese, primo presidente del Tribunale dell'Aja, ha autorevolmente qualificato come gravemente lesiva della Carta delle Nazioni unite - ha comportato diecimila missioni d'attacco e l'uso di oltre 23mila ordigni esplosivi. Gli attaccanti hanno fatto strage di civili e devastato il paese usando armi di distruzione di massa, incluse le cluster bombs e i proiettili all'uranio impoverito. Il Tribunale dell'Aja, pur avendone piena competenza, ha ignorato i gravissimi crimini di guerra e contro l'umanità sicuramente commessi dalle autorità politiche e militari della Nato, a cominciare dal suo segretario Javier Solana che oggi plaude alla cattura di Karadzic.
E occorre considerare che la Procura del Tribunale ha stabilito rapporti di sistematica collaborazione con i vertici dell'Alleanza atlantica. Né va taciuto che, in cambio della sua preziosa collaborazione, la Nato ha ottenuto dal procuratore Carla del Ponte l'archiviazione delle denunce presentate contro le sue autorità politiche e militari da autorevoli giuristi occidentali.
Infine la «guerra umanitaria» voluta dalla Nato non ha mai arrestato la violenza e lo spargimento del sangue. Come ogni altra guerra, la guerra del Kosovo ha lasciato una lunga scia di odio, di paura, di corruzione, di miseria e di morte. La protezione dei diritti dei cittadini kosovaro-albanesi non ha arrestato la «pulizia etnica». Essa è continuata spietatamente, ma in direzione inversa: contro i serbi sconfitti, da parte delle milizie dell'Uck, sotto gli occhi delle truppe Nato. Fino a diventare, contro il diritto internazionale, legittimazione di una indipendenza unilaterale.
Oggi la cattura di Karadzic, lungi dal favorire la rinascita del paese serbo ed il rafforzamento della democrazia, può aggravare la situazione. Dopo l'illegale separazione del Kosovo dallo stato unitario serbo, il nuovo intervento del Tribunale dell'Aja potrebbe portare non alla pace e a un felice ingresso della Serbia in Europa, ma a nuove tensioni nazionalistiche e a nuove crisi violente. L'incubo, purtroppo, non è finito.

(Danilo Zolo)


8 luglio 2008

Traffico d'armi tra Tirana e Kabul

 

L'ambasciatore statunitense in Albania, John L. Withers II, e il Dipartimento di Stato guidato da Condoleezza Rice sono in questi giorni nella bufera. Henry Waxman, presidente di uno dei comitati del Congresso statunitense che supervisionano le politiche governative (House Oversight and Government Reform Committee) li accusa ufficialmente di aver nascosto al Congresso il coinvolgimento dello stesso ambasciatore nella violazione delle leggi statunitensi che regolano l'acquisto e il trasferimento di armi. Nel caso si tratta di tonnellate di munizioni di fabbricazione cinese contenute negli arsenali dell'Albania, comprate surrettiziamente da una ditta sotto contratto del Pentagono e destinate all'esercito e alla polizia afghana.
L'acquisto e il trasferimento di quelle munizioni non solo viola la legge che proibisce ad entità statunitensi - incluso il Pentagono - di acquistare o commerciare armi cinesi, ma si inserisce in un caso ancora più grave, dato che la ditta in questione era (dal 2006) ed è sotto inchiesta per una serie di frodi ai danni del Pentagono.
Sostanzialmente, i fatti si riferiscono ad una riunione del Novembre 2007 tra lo stesso ambasciatore e l'allora ministro della Difesa albanese Famir Mediu, in occasione di una paventata visita agli arsenali albanesi da parte di un giornalista del New York Times che stava indagando proprio sulle frodi della AEY Inc., ditta basata a Miami Beach (Florida) e posseduta da un certo Efraim Diveroli, ventiduenne di professione massaggiatore che era misteriosamente riuscito in un paio di anni ad ottenere contratti dal Pentagono (l'ultimo nel Gennaio del 2007 per circa 300 milioni di dollari) per forniture varie. La più parte di tali forniture - che avevano già attratto l'attenzione dei militari statunitensi per la loro scadente qualità e provocato le prime inchieste sulla AEY Inc. - si riferivano a munizioni di cui si garantiva l'origine esteuropea (ungherese in particolare ed adatta all'armamento delle forze armate afghane) mentre erano in realtà prese per la più parte dagli arsenali albanesi, che ancora contengono più di centomila tonnellate di munizionamento d'origine cinese ormai in pessime condizioni di conservazione (si ricorderà il tragico episodio del Marzo scorso, in cui morirono 26 persone per l'esplosione di uno degli arsenali dove tale munizionamento era contenuto).
L'ambasciatore statunitense a Tirana e il ministro della Difesa albanese - temendo che il giornalista del Times scoprisse che le munizioni «ungheresi» erano in realtà provenienti dagli arsenali «cinesi» dell'Albania - avevano fatto scomparire le munizioni dal deposito che il giornalista avrebbe visitato, munizioni che erano comunque già state re-imballate, con i marchi cinesi rimossi in fretta e furia per nasconderne l'origine.
Le inchieste del Times - cui chi scrive ha contribuito - e qualche «gola profonda» hanno fatto il resto, provocando l'attuale inchiesta di Waxman e le gravi accuse rivolte al Dipartimento di Stato.
Quando il primo articolo del Times venne pubblicato (27 Marzo 2008), l'addetto alla sicurezza regionale dell'ambasciata statunitense a Tirana, Patrick Leonard, scriveva ai colleghi - in un'e-mail ottenuta da Waxman e pubblicata dal Times: «Grazie a dio non c'è menzione del ruolo dell'ambasciata!». Qualche tempo prima, lo stesso Leonard scriveva: «Il New York Times è arrivato oggi e potrebbe fare un articolo su questo e potrebbe essere "ugly" (molto sgradevole). L'ambasciatore è molto preoccupato per questo».
Alcune comunicazioni della stessa AEY Inc. - ottenute da chi scrive - inviate a vari soggetti che dovevano assicurare il trasporto in Afghanistan provano poi in dettaglio proprio l'origine «bulgara» e «albanese» del munizionamento e confermano che gli invii vennero effettuati utilizzando aerei da trasporto Ilyushin 76 della Turkmenistan Airlines, per il percorso Tirana-Ashgabat, con ricevimento da far controfirmare dal Maggiore R. Walck a Kabul.
Che gli arsenali albanesi fossero usati dal Pentagono per operazioni dello stesso tipo e più o meno segrete lo si sapeva da tempo e già dal 2005 chi scrive e Amnesty International avevano rivelato in un rapporto l'uso di tali arsenali per consistenti invii di munizioni e altro armamento a «clienti» iracheni e ugandesi. Naturalmente - come gli stessi militari statunitensi hanno scoperto quando le casse «cinesi» sono arrivate in Afghanistan - la condizione di quasi inservibilità di tale munizionamento non preoccupa molto il Pentagono: a morire saranno solo i soldati afghani o iracheni.
Non è una novità per i contratti dell'esercito statunitense: durante la Guerra Civile tra il Nord e I «confederati» del Sud un trentenne di nome J. Pierpont Morgan, padre della dinastia dei finanzieri Morgan, aveva comprato dallo stesso esercito del Nord casse di fucili difettosi per 17,500 dollari e li aveva rivenduti una settimana dopo come «nuovi» allo stesso esercito per 110,000 dollari. I patrioti sono sempre gli stessi.

(Sergio Finardi)


30 giugno 2008

Il caos kosovaro all'Onu

 

È convocato oggi il Consiglio di sicurezza dell'Onu con all'ordine del giorno il Kosovo e il futuro della missione Unmik che, da oggi, vede la nomina come amministratore dell'italiano Leonardo Zannier. Ci saranno anche il presidente serbo Boris Tadic che ribadisce «il Kosovo è Serbia», e quello kosovaro Fatmir Sejdiu. La questione urge: domenica 15 gennaio è «entrata in vigore» la costituzione dell'indipendenza. Ma è «in vigore» solo per i 40 paesi che l'hanno riconosciuta, mentre la maggior parte degli Stati del mondo, giudicandola unilaterale e di scontro, non l'ha fatto. L'indipendenza divide la Ue, con Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia che hanno approvato mentre Spagna, Grecia, Slovacchia, Romania e Cipro hanno detto no e ora si rifiutano di addestrare il nuovo «esercito» kosovaro. E spaccato resta il Consiglio di sicurezza Onu, con Russia e Cina che oppongono il veto, temendo che diventi l'anticamera per i loro indipendentismi e per gli altri che covano nel mondo, a partire dal Caucaso e dagli stessi irrisolti Balcani.
Nel dramma c'è una responsabilità: è quella dell'Unmik, l'amministrazione locale dell'Onu che, con i suoi rappresentanti (Bernard Kouchner, Michael Steiner, Janses Soerensen e Joachim Ruecker) avrebbe dovuto rispettare la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza Onu che riconosce la sovranità della Serbia. Invece ha avallato una feroce contropulizia etnica contro le minoranze serbe con migliaia di vittime e desaparecidos, la distruzione sistematica di ben 150 monasteri ortodossi, il blocco del rientro dei profughi, la cacciata di 200.000 serbi, rom e altre minoranze. Via via legittimando la secessione di Pristina.
E' lo scenario criminale del quale l'Unmik vuole lavarsi le mani. Così Joachim Ruecker, con l'avallo tedesco e francese, ha cercato alla chetichella di chiuder bottega, autorizzando l'arrivo della missione Eulex, «civile e di polizia» voluta dall'Ue, pur spaccata, per gestire e di fatto imporre l'indipendenza nelle zone serbe. I serbi, tutti, hanno detto no. Allora è entrato in scena il segretario dell'Onu Ban Ki-moon per salvare la faccia dell'Unmik, con due lettere, al presidente kosovaro Fatmir Sejdiu e a quello serbo Boris Tadic, dove annunciava una «riconfigurazione» della missione Onu. Risultato: è caos istituzionale. Si riconfigura Unmik, quindi Ruecker può andarsene quando dovrebbe restare in carica altri otto mesi, ma Russia e Serbia chiedono d'incriminarlo perché voleva azzerare il ruolo dell'Onu; la missione Eulex è la benvenuta ma per intanto è sospesa e ha bisogno «ancora di tempo»; l'Onu è neutrale sull'indipendenza, ma l'Ue la deve gestire; le zone serbe possono dipendere dall'Unmik e non dal governo di Pristina; infine, resta la Nato, ma da chi dipende? A Pristina restano sorpresi della disponibilità a spartire il Kosovo e non accettano quello che tutti vedono. Nonostante l'indipendenza, di Kosovo ce ne sono quattro: stato albanese, zone serbe, aree della Chiesa ortodossa, burocrazie internazionali e Camp Bondsteeel, la più grande base militare Usa d'Europa edificata nel disprezzo della legalità internazionale.
E a Belgrado, dove l'affare piomba nel mezzo della scelta del nuovo governo, prima l'ex premier Kostunica, poi l'ex ministro per il Kosovo Samardzic che annuncia la nascita di «un parlamento serbo in Kosovo», e infine lo stesso Tadic hanno denunciato l'operazione di Ban Ki-moon ricordando che ritengono l'indipendenza di Pristina semplicemente «illegale». E Ban ha fatto ploff.

(Tommaso Di Francesco)


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22 giugno 2008

Sul Kosovo l'Europa prende uno schiaffo sacrosanto

 La carta intestata del «Segretario Generale» sotto il simbolo delle Nazioni Unite, ed una paginetta e mezza di «diplomatese» in anglo-americano. Data di spedizione, il 12 giugno. Data di consegna, questa mattina, con un'anteprima tutta per noi. Lettera indirizzata da Ban Ki-moon a «Sua Eccellenza, Mister Fatmir Sejdiu, Pristina». Il presidente del Kosovo indipendente degradato a Mister dal mancato riconoscimento di Stato Sovrano da parte dell'Onu. Due pagine e mezza invece, per «Sua Eccellenza, Mr. Boris Tadic, Presidente della Repubblica di Serbia, Belgrado». Prima di tradurre dall'inglese, traduciamo la notizia. L'Onu prende atto del pasticcio Kosovo e dice, a modo suo, che bisogna provare a metterci una pezza. Non come aveva progettato Bruxelles, non come speravano gli albanesi di Pristina, non come rivendicavano i serbi di Mitrovica e Belgrado. Piatto indigesto per tutti, chi più e chi meno. A Pristina l'Onu comunica che le zone a «rilevante maggioranza di popolazione serba» godranno di uno Status speciale, sotto la diretta responsabilità delle Nazioni Unite; sarà un Kosovo con due sistemi di amministrazione e garanzia diversi. A Belgrado il Segretario Generale dice, senza azzardarsi a scriverlo, ingoiate la perdita formale del Kosovo visto che state per ottenere la partizione che chiedevate col nord Mitrovica e le enclavi serbe separate, di fatto, dal resto del Kosovo albanese. All'Unione europea, il messaggio da New York è ancora più secco: qui comandiamo noi ed a voi, al massimo, affideremo qualche «sub appalto» per salvare la faccia.
Ma stiamo ai documenti che in queste ore stanno per arrivare ufficialmente nelle mani dei due governi. Al presidente kosovaro Sejdiu, Ban Ki-moon, in quattro paragrafi, ripete per tre volte che l'Onu fa sempre e comunque riferimento alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, quella che riconosce la sovranità della Serbia. Prima della dichiarazione unilaterale di indipendenza e prima dello scontro politico tra Stati Uniti e Russia, col blocco di qualsiasi altra decisione al Consiglio di Sicurezza. Le parole usate sono ovviamente al miele. «Nell'assenza di altre direttive da parte del Consiglio di Sicurezza e di ulteriori consultazioni, è nella mia intenzione di riconfigurare la struttura e il profilo della presenza civile internazionale che corrisponda alla situazione attuale in Kosovo e che sia capace di dare un ruolo all'Unione Europea in Kosovo, in accordo con la 1244». Riconfigurare, implementare, dare un ruolo. Pezze, in lingua diplomatica, al buco di un Kosovo separato su base etnica. A rassicurare almeno in parte il governo albanese di Pristina, la conclusione: «Questi arrangiamenti sarebbero applicati per un periodo limitato senza interferire sullo Status del Kosovo - garantisce a Sejdiu -. In questo contesto e riguardo all'implementazione di questi provvedimenti, il mio Rappresentante Speciale la Consulterà».
Per capire cosa si prepara realmente, occorre passare alle due pagine e mezza indirizzate al serbo Tadic. Due paragrafi di premessa gemelli a quelli rivolti al presidente kosovaro, poi gli elementi concreti della «riconfigurazione». Sei punti secchi: polizia, tribunali, dogane, trasporti e infrastrutture, confini, patrimonio della chiesa ortodossa serba. Qualche citazione letterale: «Il servizio di polizia del Kosovo operante nelle aree a rilevante maggioranza serba dovrà far capo alla polizia internazionale sotto l'autorità del mio Rappresentante Speciale». Due comandi diversi per i due diversi corpi di polizia, è la traduzione del cronista, una col cappello Onu e una, forse, col pennacchio dell'Unione europea. «Tribunali. Potrebbero essere creati dei Tribunali locali addizionali e di distretto che andrebbero a servire le aree a rilevante maggioranza serba». Anche in questo caso la fantasia al potere: una sola legge, dice Ban Ki-moon, ma con due strutture ad interpretarla. Sulle dogane pagano pegno i serbi, visto che si cercherà di realizzare «un'area doganale singola». Per trasporti e infrastrutture, il segretario dell'Onu dice ai contendenti, arrangiatevi, delegando al «gruppo di dialogo tecnico Pristina-Belgrado». Per i confini finalmente rispunta la Nato, «in accordo col la risoluzione 1244», ovviamente. Kfor che «continuerà a esercitare il suo mandato di sicurezza esistente in Kosovo». Infine, la ricerca di mediazione e benevolenza dalla Chiesa Ortodossa serba, dai suoi monasteri assediati, cui il segretario Onu promette, oltre alla protezione e al diritto all'obbedienza all'autorità religiosa di Belgrado, il «diritto unico a ricostruire e preservare i suo siti religiosi, storici e culturali in Kosovo».
La notizia strettamente giornalistica, come sovente accade nei documenti ufficiali, viene in fondo. Testuale: «In accordo col paragrafo 6 della risoluzione 1244 intendo nominare un nuovo Rappresentante Speciale per la prevista riconfigurazione», scrive Ban Ki-moon. Licenziamento in tronco per il tedesco Joachim Reucker, contro cui s'erano ancora ieri scagliati i rappresentanti diplomatici russi, chiedendone addirittura l'incriminazione. In Kosovo si cambia insomma, anche se è difficile capire in che direzione. Si «riconfigura» il ruolo dell'amministrazione civile Onu, si ufficializza la separazione delle zone serbe da quelle albanesi, si lascia un angolino, giusto un angolino, per la missione Eulex dell'Unione europea. «Riguardo alla presenza dell'Unione europea nella regione, intendo consultare l'Alto Rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza comune, per determinare un ruolo operativo dell'Ue nell'implementazione dei sopra citati provvedimenti, seguendo lo status di neutralità delle Nazioni Unite». Se le parole hanno un senso, il segretario generale delle Nazioni unite, mentre l'Onu non ha riconosciuto l'indipendenza unilaterale di Pristina, ricorda all'Ue il «peccato originale» d'aver riconosciuto l'indipendenza con molti dei suoi paesi leader e con il ruolo di Javier Solana: uno schierarsi che ha provocato le ire della Serbia e della Russia ed il sospetto di scarsa neutralità che rischia di bruciare il forte candidato italiano a prossimo «Rappresentante Speciale» del segretario Onu in Kosovo


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16 marzo 2008

Il pasticcio Kosovo

 

Il Kosovo come le ciliegie: una indipendenza unilaterale tira l'altra. Lo avevano preavvertito in tanti e alcuni, Stati Uniti e Unione Europea (Ue) in testa, avevano giocato alle tre scimmiette - non vedo, non sento e non dico cose sensate. Ora è Putin a dire chiaro al mondo di un «tentativo di creare un'organizzazione sostitutiva dell'Onu». Parla della Nato e stuzzica l'Ue. «E' poco probabile che l'umanità sia d'accordo con una tale architettura dei futuri rapporti internazionali. Penso che il potenziale di conflitto andrà solo aggravandosi». Un bel pezzo d'umanità probabilmente non è affatto d'accordo ad affidare il ruolo arbitro dell'Onu all'alleanza militare della Nato, da cui l'Ue fotocopia la sua politica estera. Stiamo alle ciliegie: Abkhazia, Ossezia del Sud già hanno chiesto il riconoscimento della loro indipendenza e poi, pronti allo scatto, il Nagorno Karabakh e il Transdniestr. E poi Adzharia e Nakhishevan. Tutti ad agitarsi, tutti a chiedere la loro indipendenza, a cominciare da pezzi decisivi dei Balcani. Prima o poi quelle ciliegine le raccoglieremo anche in Europa. Da costringerci a buttare via, ancora una volta, i nostri atlanti. Vuoi che sia colpa della politica egemonista americana e della non politica di Bruxelles, vuoi dell'intraprendenza della Russia di Putin, il dopo Kosovo albanese, anche senza i fuochi d'artificio temuti, sta diffondendosi come un'infezione inarrestabile. Senza vaccino in vista e medici all'altezza.
Il primo paese contagiato è stato ovviamente la Serbia. Crisi di governo aperta dal premier Vojislav Kostunica, dopo un'agonia di mesi. Sul Kosovo le posizioni politiche di quello che fu il blocco democratico anti Milosevic sono inconciliabili e rendono evidenti altre maggioranze di fatto. Giovedì scorso il parlamento impone al governo di vincolare ogni trattativa sull'ardua integrazione europea al riconoscimento formale dell'integrità territoriale della Serbia. Più o meno come chiedere a Bruxelles di rimangiarsi gli affrettati e parziali riconoscimenti del Kosovo albanese. I conservatori di Kostunica votano con gli ultra nazionalisti di Nikolic e a quel che resta dei socialisti del fu Milosevic. Il partito filo europeista del presidente Tadic va in minoranza. Nessun ribaltone comunque a Belgrado, ma l'11 maggio, data probabile, nuova conta elettorale. Auditel sul gradimento balcanico dello sceneggiato Europa.
In Kosovo intanto, lontano dai riflettori tv mondiali, inizia il percorso della indipendenza vigilata. All'andatura del gambero. Ad andare più indietro che avanti, a scontrarsi, sorpresa, non tanto serbi e albanesi sul fronte del fiume Ibar, a Mitrovica, quanto l'Onu e l'Ue. Esattamente quanto affermava prima Putin. Alti funzionari del Palazzo di Vetro hanno chiesto a Xavier Solana di non importunare più il Segretario dell'Onu Ban Ki-Moon. La richiesta insistita, non evasa e non accoglibile è la benedizione Onu alla missione europea in Kosovo. «Eulex» non solo nasce con un nome che suona male, ma rischia di non nascere affatto. Non come l'avevano raccontata.
Da New York avvertono che il periodo di transizione di 120 giorni previsto per il trasferimento dei poteri dalla missione Unmik alle autorità kosovare e alla missione civile Eulex «dovrà essere esteso». Nella sostanza l'Onu dubita che Eulex possa assumere il controllo della parte a maggioranza serba nel nord di Mitrovica e nelle enclavi dove la stessa missione Onu non ha alcun mandato per far applicare il piano Ahtisaari, sposato da Usa e Ue, ma sempre e soltanto una proposta buona per la parte albanese e respinta da quella serba. Insomma, fa dire Ban Ki-Moon a Solana e soci euroatlatici, non forzate troppo le regole altrimenti la Russia si arrabbia. Come? «Mosca ha già fatto sapere -ammoniscono dal Palazzo di Vetro- che durante la sua presidenza del Consiglio di sicurezza inserirà all'ordine del giorno in ogni occasione ritenuta appropriata la questione Kosovo».
Siamo alla prevedibile diarchia tra Nazioni unite e Europa unita, nel dubbio su quale dei due farraginosi organismi sia meno unito dell'altro. Assieme al più preoccupante quesito su quale «comando» riconosca realmente il contingente militare Nato legalizzato in Kosovo dall'Onu. Unmik si trova nella situazione paradossale di essere la sola presenza internazionale accettata nella parte serba senza avere strumenti per fare realmente da arbitro. Del resto, aggiungono gli stessi funzionari da New York, «l'Onu non può costringere i giudici serbo-kosovari a rientrare nei tribunali, come non può forzare i poliziotti serbi nelle enclavi a rispettare l'autorità di Pristina». L'ovvietà sotto gli occhi di tutti colta a Bruxelles soltanto grazie al timbro UN.
Nelle intenzioni Usa e Ue, l'Unmik sarebbe dovuta uscire di scena gradualmente lasciando Eulex e l'Ufficio civile internazionale (Ico) a sorvegliare l'indipendenza del Kosovo, ma all'Onu c'è anche la Russia che farà certamente pesare l'assenza di qualsiasi accordo formale sullo smantellamento della missione decisa con la Risoluzione 1244. Nazioni unite più che mai disunite rispetto ad un'Europa sparpagliata. Per non parlare della questione soldi dell'Onu che, per promessa americana e Ue, dovevano passare alla gestione diretta delle autorità kosovare. Su quale base legale? chiedono dal Palazzo di Vetro. Un'improbabile nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza con l'avallo di Russia e Cina?
L'altro inciampo dell'Europa atlantica di Solana sono i riconoscimenti internazionali del Kosovo. Almeno la metà di quelli con un seggio all'Onu, avevano promesso Stati Uniti e Ue. Citazione testuale d'agenzia: «All'Onu era stato fatto credere da Washington e Bruxelles che sarebbero stati fatti sforzi enormi» prima dell'indipendenza di Pristina «per assicurare che questo avvenisse, ma non è successo». Molte capitali di America Latina, Africa e Asia, interpellate dal Palazzo di Vetro, hanno riferito di non essere mai stati contattati da nessuno.
In questo balcanico «dilettanti allo sbaraglio», non deve stupire che Eulex stenti, segnata alla nascita da un'accurata lottizzazione nazionale che non coincide mai con una garanzia nei valori. Già narrano di «europei» che nel selezionare la loro squadra, neppure ascoltano i loro connazionali Unmik, in Kosovo da anni. Sto parlando di italiani. In questo caos, nell'attesa «consola» l'impegno dei vertici kosovari per lo sport. Progetto del neo Ct di calcio Edmond Rugova: convocare nella nazionale kosovara, assieme al portiere del Palermo Samir Ujkani e al laziale Valon Behrami, anche Nikola Lazevic, serbo di Mitrovica che gioca nel Torino. Se il Donadoni kosovaro ce la fa - ma dubitiamo - potremo finalmente mandare al diavolo Unmik ed Eulex, Ban Ki-Moon e Solana, Uck e Thaqi, Tadic e Kostunica e utilmente occuparci d'altro.

(Ennio Remondino)


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5 marzo 2008

Il Kosovo è un precedente

 Cosa cambia allora con il precocissimo riconoscimento della secessione kosovara? Letteralmente tutto. Hanno un bel dire gli Stati uniti e alcuni stati europei (Italia in testa) che il Kosovo costituisce un «caso a parte», che non crea un precedente nell'ordinamento internazionale. Proprio la mancanza di argomenti coerenti a favore dell'unicità del Kosovo ha portato buona parte dei paesi membri dell'Unione europea a opporsi all'indipendenza. Restando in Unione europea, la stessa unicità è rappresentata dalla Cipro-turca, che dal 1974 è di fatto separata dalla parte meridionale dell'isola (che, facendo un rapido conto, fa molto più dei dieci anni di separazione di fatto del Kosovo). Un caso, quello cipriota, che avrebbe già dovuto far riflettere sull'imparzialità dell'Unione europea in tema di condizionalità, di accordi di preadesione e di adesione per gli stati candidati o potenzialmente tali. Non deve quindi stupire se Cipro è fra i più strenui oppositori al riconoscimento del Kosovo.
Ma, e sia detto per inciso, la secessione unilaterale del Kosovo non costituisce affatto un caso sui generis ma una violazione del diritto internazionale. Il Kosovo paradossalmente rappresenta anche la «prima» secessione nel continente europeo a violare il principio dell'intangibilità dei confini, dal momento che non si tratterebbe più solo di riconoscere delle nuove frontiere dal punto di vista del loro statuto politico, ma da quello del loro tracciato. La logica che aveva governato, infatti, la nascita di nuovi stati negli anni Novanta del Novecento era stata quella di riconoscere solo le entità che costituivano unità amministrative federali territorialmente definite dai confini interni e non le entità semplicemente autonome all'interno delle federazioni.
Non solo, la secessione del Kosovo non sarebbe più mascherabile sotto la «rassicurante» veste del diritto, internazionalmente riconosciuto, all'autodeterminazione dei popoli. Sotto quella veste la Commissione Badinter era riuscita, strategicamente per quanto in modo del tutto inappropriato, a affermare la liceità delle secessioni delle Repubbliche jugoslave. Se il collasso della Jugoslavia era stato fatto rientrare nel paradossale teorema secondo cui l'intangibilità delle frontiere, al di là della loro moltiplicazione, è salvaguardata quando il principio dell'integrità territoriale non viene applicato solo alle frontiere internazionali ma anche a quelle federali, con il Kosovo indipendente si metterebbe fine a questa sorta di conservatorismo giuridico-territoriale.
A comprendere politicamente la natura giuridica della secessione in generale, e di quella kosovara in particolare, e a esplicitarlo nelle opportune sedi (Onu e Ue), restano la Russia e la Spagna. Al di là delle loro singole motivazioni, quello di cui sembrano consapevoli i due paesi è la conseguenza che essa può avere sulla stabilità internazionale. La specificità della secessione sta nel suo essere forma di dislocazione delle frontiere e sintomo di tensione del confine, mentre i fenomeni relativi sono espressione di una crisi d'ordine che investe oggi la comunità e l'ordinamento internazionale. Essa priva di ogni sacralità la fissità dei confini, fondamento della comunità internazionale, e minaccia una delle supernorme internazionali, il diritto degli stati all'integrità territoriale. Il timore che essa eroda la sovranità esterna degli stati, minata proprio dalla moltiplicazione di essi, e si riveli una minaccia in grado di sovvertire l'ordine giuridico e politico modificando il quadro della realtà internazionale, è il motivo per cui sino ad oggi aveva prevalso la tesi che non andassero messi in discussione quegli elementi di stabilità che hanno caratterizzato le esigenze della comunità internazionale dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Viene da domandarsi se stiamo assistendo alla fine del timore per la frammentazione dello spazio mondiale e all'emergere di strumenti giuridici idonei a superare la fissità delle frontiere.
Se anche così fosse, d'ora innanzi più che sull'obsolescenza bisognerà soffermarsi sulla costante (e a volte drammatica) rilevanza dei confini. Le rivendicazioni secessioniste, infatti, non sono dirette a estinguere lo stato e l'istituto del confine, ma alla costruzione di un nuovo stato e al disegno di nuovi confini. La secessione è ancora politica entro lo stato e non oltre lo stato. È l'infinita voglia di statualità, l'infinita voglia di «scegliere con chi vivere» a essere propria del fenomeno secessionista, da cui deriva la pretesa di sovranità per decidere chi escludere, con chi non voler vivere. Le rivendicazioni secessioniste valorizzano in ultima analisi lo stato e i suoi confini e la proliferazione di confini non fa che limitare ulteriormente la libertà di movimento dei singoli.
Quello a cui mirano i movimenti secessionisti è la piena coincidenza fra nazione, popolo e stato. Ma resta sempre uno spazio di non coincidenza fra stato e nazione. Uno spazio che si mostra nelle strategie messe in atto per raggiungere tale coincidenza, ovvero la necessità degli spostamenti di persone nei casi di difficoltà territoriale. Esso si esprime anche nelle conseguenze successive all'atto di separazione, ovvero nell'imbrigliamento di individui all'interno del nuovo stato di cui non riconoscono la legittimità e ai quali resta l'esercizio della forma individuale della secessione, la migrazione. E ancora si manifesta nella presenza costante di nuove minoranze all'interno delle nuove aggregazioni statali. La richiesta di sempre nuovi confini e di sempre nuove sovranità statuali nell'intento di trovare la piena reciprocità fra popolo, nazione e stato non fa che mostrare come nei nuovi stati potrà sempre esistere una nuova minoranza decisa a rivendicare lo stesso diritto esercitato da quella maggioranza che si era considerata una minoranza in un altro stato. È in questo perdurante spazio di non coincidenza che si dà ragione delle numerose richieste di secessione e che si mostra il paradosso più significativo: che la proliferazione di nuovi stati non porti, al di là di un certo numero «critico», a mettere in discussione la sopravvivenza stessa del sistema degli stati. Costringendoci, forse e una volta per tutte, a ripensare i concetti classici relativi alla natura e alla struttura di quella forma di spazialità politica, lo stato, intorno a cui si è strutturata la modernità.

(Costanza Margiotta)


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29 febbraio 2008

Camp Bondsteel nel Kosovo e Dick Cheney

 La Kellogg Brown & Root, che ha costruito Camp Bondsteel per conto dell'esercito, continua a occuparsi praticamente di tutto, nella base, fatte salve le mansioni strettamente militari. Per effetto di uno dei più costosi contratti mai siglati dal Pentagono , la Brown & Root - questo era il suo nome, in origine - gestisce gli alloggi dei militari, prepara il cibo, fa le pulizie, procura tutte le forniture necessarie e si occupa persino dell'acquedotto e delle fogne.
Questa società, che ha alle sue dipendenze circa un migliaio di ex militari americani e altri 7.000 lavoratori albanesi, rifornisce quotidianamente il campo di oltre 2 milioni di litri d'acqua, fornisce una quantità di energia elettrica sufficiente per una città di 25.000 abitanti, fa 1.200 bucati e cucina e serve 18.000 pasti ogni giorno. Secondo un rapporto pubblicato nel 2000 dal General Accounting Office, l'agenzia del Congresso che si occupa di revisione del bilancio, per i campi Bondsteel e Monteith la Brown & Root ha messo in conto 5,2 milioni di dollari per mobili che l'esercito non sapeva neppure dove immagazzinare, e il personale, nei campi stessi, era così in sovrannumero che gli uffici venivano puliti quattro volte al giorno, mentre per le latrine ci si limitava a tre volte. I soldati in servizio a Camp Bondsteel affermano che sulle loro divise da fatica manca solo una pezza che dica: «sponsorizzato dalla Brown & Root». Questa società fornisce servizi analoghi anche a molte altre basi militari americane, tra cui quelle in Kuwait e in Turchia, e alla nuova installazione di Khanabad, Uzbekistan.
La Brown & Root, nota da tempo in Texas per i suoi agganci politici, fu acquistata nel 1962 dalla compagnia petrolifera e di costruzioni Halliburton. Dick Cheney era segretario alla Difesa quando la Brown & Root cominciò a fornire servizi logistici all'esercito. Secondo un'indagine giornalistica di Robert Bryce, pubblicata sull'«Austin Chronicle», Cheney è il padre della privatizzazione del settore logistico delle forze armate. Il suo obiettivo non era tanto di incrementare l'efficienza, quanto piuttosto quello di favorire il settore privato. (...)
Sotto la direzione di Cheney, la Halliburton è passata dal settantaquattresimo al diciottesimo posto nella classifica delle principali ditte appaltatrici del Pentagono. Anche il numero delle sue sussidiarie con sede in paradisi fiscali offshore è aumentato da nove a quarantaquattro. Grazie a ciò la Halliburton - che nel 1998 pagava tasse per 302 milioni di dollari - ha ottenuto, nel 1999, un rimborso fiscale di 85 milioni. Dopo la seconda guerra in Iraq, con Cheney alla vicepresidenza degli Stati uniti, il Genio dell'esercito ha assegnato alla Halliburton un contratto senza gara d'appalto per lo spegnimento degli incendi dei pozzi petroliferi iracheni. Il contratto era «aperto», senza limiti di spesa e a tempo indeterminato, ed era «a rimborso spese e utile», cioè garantiva alla società il recupero delle spesse e un profitto minimo. Questi contratti sono tipici del modo di operare della Brown & Root e valgono decine di milioni di dollari. (...).


20 febbraio 2008

Disordine internazionale

Il riconoscimento da parte dell'Italia dell'autoproclamatasi Repubblica del Kosovo sarà un evento grave e triste al contempo. Questo perchè ratificherà ancora una volta il doppio criterio esistente nell'attuale disordine internazionale, per cui alcuni popoli hanno speranza di vedere realizzate le loro legittime aspirazioni ed alcuni popoli no. In questo modo aumenta il discredito in cui si trovano sia le istituzioni sovranazionali tipo le Nazioni Unite sia la stessa Unione Europea divisa ma ancor più subalterna ai disegni degli Usa che attraverso la Nato tendono sempre a forzare la politica europea. Forse si vuole evitare di farsi scavalcare, si vuole al tempo stesso esercitare una pressione sulla Russia (ma conviene ?), ma il rischio è che la rendita fintopacifista dell'Europa venga progressivamente meno. Probabilmente la cosa si risolverà se entrambi gli Stati confluiranno nell'Unione europea. Ma non è escluso che sarà l'Unione Europea a dover digerire un brutto rospo. Forse si voleva esorcizzare la presenza di un'appendice fondamentalista islamica nel nostro continente, ma il traffico di armi e di droga, oltre le basi militari Usa, ci rassicurano di più ?
A me pare che si stia giocando comunque con il fuoco. Ma soprattutto si sta rendendo ancora più caotica la gestione delle tensioni nazionalistiche in Europa e nel mondo. Nel frattempo Curdi della Turchia e Palestinesi stanno a guardare. E la rabbia non si dimentica.


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17 febbraio 2008

Kosovo : un altro segno dell'egemonia Usa

 Partiamo dalla Serbia, destinata anche questa volta ad indossare la veste del "cattivo" di sempre, necessaria alla politica balcanica degli Stati Uniti come i fantasmi comunisti sono indispensabili a Berlusconi in Italia. La Serbia, alla vigilia del voto, sa di dover subire l'amputazione del Kosovo, e deve scegliere quanto e come arrabbiarsi, visto che nessuno al mondo ha spiegato perché ciò debba accadere. Non lo ha deciso l'Onu, non potendo intervenire sullo status territoriale di uno stato membro. Se ne sta zitto e muto lo stesso Consiglio di Sicurezza che, oltre a Russia e Cina, ha attualmente al suo interno una maggioranza di paesi contraria a forzare le vecchie regole. Non lo ha deciso l'Unione europea, visto che non ne ha alcun titolo.
Non lo hanno deciso neppure gli albanesi del Kosovo che, da soli, avrebbero dovuto inserire le loro legittime aspettative d'indipendenza in una lista d'attesa planetaria lunga come quella per una Tac in molti ospedali italiani Alla fine, guarda che ti riguarda, ha deciso soltanto Washington. Ha deciso l'amministrazione Clinton, quando ha trascinato la Nato nei bombardamenti sulla Jugoslavia. Ha confermato l'amministrazione Bush per garantirsi la base militare di Camp Bondsteel, nata nel sud del Kosovo guardando all'Iraq. Gli Stati Uniti hanno scelto 20 anni fa l'alleanza con la componente albanese delle popolazioni dei Balcani, e l'Europa, portata per cultura condivisa e storia mondiale sofferta ad una vicinanza naturale con le popolazioni slave del sud, contraddice se stessa (e i suoi interessi) e si accoda. L'equivoco eterno su dove finisce la Nato e comincia l'identità politica dell'Unione.
I serbi sono europeisti, tutti. Sono internazionalisti per cultura, parlano le lingue ed amano viaggiare. Cittadini del mondo. I serbi hanno anche buona memoria, e questo, nella politica internazionale, non aiuta. Ricordano, per esempio, che l'attuale "ministro degli esteri Ue" Xavier Solana era, nel 1999, il Segretario generale della Nato che diede l'ordine d'attacco ai caccia bombardieri su Belgrado. Qual è dei due Solana quello che oggi sostiene l'indipendenza unilaterale del Kosovo albanese?

(Ennio Remondino)

Che l'Europa intenda agire in modo unitario seguendo le indicazioni delle Nazioni unite è una buona notizia. Se invece l'unità è ricercata per smantellare quel poco di legittimità rimasta all'Onu, allora ne diventa l'estrema unzione. Ritengo che al di là delle parole apodittiche la stessa Unione Europea non abbia alcuna intenzione di alterare il quadro dell'Onu, anche se questo in Kosovo ha clamorosamente fallito. I motivi sono essenzialmente due: l'Unione non è in grado di sostituirsi alle Nazioni Unite neppure se lo volesse. Non ne ha la forza e non ne ha l'autorità neppure per una situazione regionale come quella del Kosovo proprio per le implicazioni globali che questa ha. Inoltre, l'Unione europea è già parte integrante del fallimento dell'Onu in Kosovo. Il cosiddetto pilastro della Ricostruzione era ed è gestito dall'Ue. Avrebbe dovuto rappresentare anche il perno per un cambio sostanziale di stile di vita delle popolazioni e avrebbe dovuto far decollare un Kosovo non vincolato alle politiche socio-economiche della ex-Jugoslavia. L'economia è il fallimento più grave del Kosovo, quello che ha vanificato un minimo di benessere che avrebbe consentito il ritorno dei rifugiati, l'attenuarsi delle rivendicazioni e delle vendette e il ristabilimento di una vera sicurezza. Tutto questo non è avvenuto e si sono sprecati anni e risorse infinite per essere ancora, e forse peggio, alla situazione del 1999. Se alle ultime elezioni oltre la metà dei kosovari albanesi non è andata neppure alle urne significa che hanno perduto la fiducia in tutte le organizzazioni internazionali che hanno preteso di dettare le condizioni. Oggi più che della negazione di qualsiasi compromesso da parte serba e albanese, bisognerebbe prendere atto della perdita di autorevolezza di tutte le organizzazioni internazionali agli occhi dei kosovari, serbi e albanesi, affrontando il problema con una buona dose di umiltà. Con la tendenza attuale si avalla una posizione estremista ed un atto unilaterale con altrettanto estremismo ed unilateralismo a scapito dell'intero quadro generale istituzionale. 
In ogni caso senza una chiara presa di posizione del Consiglio di Sicurezza la missione parte malissimo. Tuttavia partirebbe malissimo anche se ci fosse una nuova risoluzione per una volta tanto sincera. Il cambio di responsabilità, la chiusura di Unmik, la decisione di lasciare Kfor e l'orientamento a riconoscere l'atto unilaterale d'indipendenza da parte dei kosovari albanesi dovrebbero essere sanzionati da una risoluzione che ammettesse il fallimento di Unmik e di tutte le iniziative dell'Onu; dovrebbe elencare quali nuovi sviluppi abbiano portato al passaggio di mano, e questi non ci sono. Dovrebbe ammettere l'impotenza internazionale di fronte alle pressioni di alcune lobby, dovrebbe ammettere l'inconsistenza del tessuto istituzionale kosovaro finora realizzato, dovrebbe ammettere che dopo nove anni il Kosovo non è in grado di gestire neppure un'autonomia controllata e nel frattempo lo si considera indipendente. Dovrebbe elencare tutti i paesi e i territori che possono rivendicare lo stesso trattamento di favore a partire da Taiwan, dall'Irlanda del Nord, dai Curdi iraniani, iracheni, turchi e siriani, dai paesi caucasici in lotta con la Russia, da quelli africani, dai Baschi in Spagna e Francia, dagli Uyguri, dagli Hui e dai Mongoli in Cina e così via. Dovrebbe dire quale regola fondamentale rimane valida per dare una parvenza di legittimità ad un ordine mondiale sfasciato. Dovrebbe infine dire cosa vogliono fare dei Balcani i soloni delle nazioni che si agitano nelle varie campagne elettorali. Gli accordi e la logica di Dayton cade e così cade la Bosnia Erzegovina, si riapre la questione della Voivodina, del Sandjak, degli albanesi della Macedonia e di quelli della valle di Presevo in Serbia, di quelli in Grecia, ecc. Ed infine dovrebbe indicare chi si debba far carico di gestire le conseguenze di un tale atto.


(Generale Fabio Mini)


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