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15 febbraio 2010

Joseph Halevi : I potenti senza egemonia che impoveriscono il mondo

 

Quest'anno, alla riunione mondana di economia nella ricca ed esclusiva cittadina svizzera di Davos non corrisponderà il contraltare del forum di Porto Alegre, segno della fine del movimento no global proprio quando pratica e ideologia della globalizzazione sono entrate in crisi. Del resto i no global non hanno mai voluto fare un'analisi del capitalismo mondiale e oggi il Brasile di Lula non è più interessato a proseguire sulla linea della denuncia, visto che è cambiato sia il suo peso nel panorama internazionale che la sua situazione interna.
Il fattore principale - se non esclusivo - del mutamento della posizione concreta di Brasilia si chiama Pechino. La Cina traina il Brasile, come il resto dell'America Latina - non il Messico, legato a doppio filo agli Usa, che invece è perdente - grazie alla grande domanda di materie prime e prodotti agricoli. Il Brasile è stato ripescato assai rapidamente dalla recessione che lo ha investito al momento dell'esplosione della crisi mondiale, a fine del 2008. La molla è stato il rilancio cinese, varato nel novembre di quell'anno, con Pechino che piazzava ordinativi di materie prime ovunque. Oggi il capitalismo agrario (carne e soia) e delle società minerarie - che fanno un tutt'uno con gli interessi finanziari - guidano l'economia brasiliana, con Lula come autista.




Senza Porto Alegre, il ballo in maschera di Davos fa risaltare il potere senza egemonia delle stesse forze che hanno provocato la crisi. La situazione è chiara: disoccupazione galoppante e crolli industriali da Grande Depressione (negli Usa, nel 2009, le vendite di beni durevoli sono diminuite del 20,2% rispetto al 2008; in Italia ci saranno in marzo 30 mila cassintegrati nella sola Fiat). Se i paesi colpiti da questi fenomeni fossero attraversati sia da forti e organizzate tensioni sociali, sia da sfide intellettuali - non solo alle politiche economiche, ma anche alle strutture di classe - il panorama sarebbe diverso e la dislocazione del ruolo che nel passato ricopriva «Porto Alegre» sarebbe avvenuta in modo naturale.
Ma oggi succede il contrario. Gli agenti della crisi avocano a sé stessi, senza opposizione, anche il diritto di precedenza e monopolio nella critica. E' il caso dell'intervento del presidente francese Sarkozy a Davos, mentre a casa lui e il suo governo continuano a privatizzazione e finanziarizzare l'economia, all'insegna della deflazione salariale. Tuttavia «potere» non significa egemonia nel senso programmatico del termine. Nessuno dei convenuti ha la più vaga idea di cosa fare davvero. Lo scontro sulle banche tra l'Europa e gli Usa riflette principalmente uno scontro tra differenti capitali monopolistici. In Europa le banche sono più capitalizzate, quindi molto meno in crisi rispetto a quelle statunitensi. Tuttavia, se queste ultime mirassero a raggiungere i livelli europei perderebbero notevoli quote di mercato. Ciò che unisce i partecipanti non sono le prospettive, inesistenti, ma che queste devono essere ricercate solo all'interno del dogma della deflazione salariale e della moltiplicazione ad infinitum dell'esercito industriale di riserva. Tanto si sbranano tra di loro, come in Italia ha dimostrato l'infamante pogrom dei nuovi ebrei africani a Rosarno. Se questo è possibile è perché «non c'è più il socialismo come sfida politica ed intellettuale». Lo dice John Kay sul Financial Times del 27 gennaio. Assolutamente da tradurre e leggere.


5 febbraio 2009

Maurizio Matteuzzi : la speranza sudamericana

 «Se oggi siamo qui lo dobbiamo a voi e alle vostre lotte, e noi quattro non siamo venuti qui perché invitati ma perché convocati da voi». Quando Evo Morales ha pronunciato al microfono queste parole - che con la semplicità solo apparente dei suoi discorsi colgono il senso politico più di tanti interventi prolissi e «colti» - la platea del ginnasio della UEDA, la Universidade do Estado do Pará qui a Belém, si è sciolta in un brodo di giuggiole. Non importava che ci fossero quasi due ore di ritardo, che dentro il calore fosse insopportabile e fuori cadesse un'acquazzone apocalittico.



Giovedì doveva essere il gran giorno, almeno a livello simbolico e mediatico (senza trascurare però quello politico), di questa edizione amazzonica del Forum sociale mondiale, e lo è stato. Prima, all'inizio del pomeriggio, l'incontro organizzato dai «movimenti sociali» presenti, in realtà dall'Mst, il Movimento dei senza terra brasiliani che distribuiva con oculatezza gli inviti. Gli inviti per la platea e la «convocazione» per i presidenti più «amici». Il boliviano Evo Morales, l'ecuadoriano Rafael Correa, il paraguayano Fernando Lugo e il venezuelano Hugo Chávez, che era - o pensava di essere - il mattatore. Mancava il quinto, il brasiliano Lula, che João Pedro Stedile, il volto più noto dell'Mst, non aveva invitato, citandolo poi solo di sfuggita, insieme ai Kirchner argentini, nel suo intervento conclusivo. Un'assenza vistosa, uno «sgarbo» che non è passato inosservato e che testimonia dei rapporti non rotti ma tesi fra Lula e il movimento che si aspettava da lui la tanto attesa (e promessa) riforma agraria. In sostanza l'incontro del pomeriggio di giovedì era una sorta di mutuo riconoscimento dei movimenti sociali, anzi del più grosso movimento sociale (almeno) dell'America latina ai quattro presidenti sentiti come più vicini, e di questi quattro presidenti all'Mst.
Voleva essere - ed è stato - anche la prova, magistralmente rappresentata da quelle poche e scarne parole di Evo, che senza il patrimonio culturale, politico e umano elaborato e messo in campo dai Forum sociali mondiali fin dalla prima edizione di Porto Alegre nel 2001 nessuno avrebbe potuto immaginare, come ha detto Correa, il «momento magico» che oggi vive l'America latina. Non più solo un esempio di denuncia e di «resistenza» alle nefandezze del capitalismo neo-liberista ma una regione dove, come ha affermato Chávez non temendo le iperboli, il nuovo mondo «possibile e necessario» che si cercava fra infinite difficoltà, ingenuità ed errori, «sta nascendo». Esagerazioni? Eccessi di ottimismo e di retorica? Forse. Ma di certo faceva impressione vedere davanti a quella platea fremente stipata dentro il ginnasio quattro presidenti della repubblica. Presidenti eletti con tutti i crismi della democrazia. Che hanno parlato a lungo della crisi globale, dell'opportunità che essa offre per cambiare radicalmente, del socialismo, per quanto del secolo XXI. Quindi tutto da costruire e da inventare, com'era da costruire e inventare l'«altro mondo possibile» che per la prima volta portò tanti visionari a darsi appuntamento a Porto Alegre otto anni fa. Come ha detto Correa «non confidiamo nei dogmi, né nei fondamentalismi. A ogni malattia la sua cura. In America latina stiamo vivendo un momento magico, stanno sorgendo nuovi leader e nuovi governi».
L'ultimo intervento è toccato a Chavez, che anziché i 20 minuti degli altri ha parlato per quasi un'ora finché Stedile non gli ha mandato un bigliettino in cui gli ingiungeva di chiudere. Chavez è Chavez, nel bene e nel male, ha detto cose giuste, ha citato Fidel portando l'entusiasmo della platea alle stelle, ha rivendicato la sua primogenitura sul socialismo del ventesimo secolo e non ha voluto rinunciare a indulgere alla retorica, come quando si è proclamato «femminista» sulla base dell'assioma che «un vero socialista non può non essere femminista». E' stato Stedile a richiamare i compagni presidenti (del resto non erano stati «convocati» per questo?) in termini fraterni ma bruschi, alla realtà: «Socialismo del XXI secolo come dice Chavez? Va bene, ma noi non abbiamo tempo di aspettare un secolo. Cosa facciamo a partire da domani? Bisogna approfittare della crisi del capitalismo per fare passi avanti e per agglutinare le forze popolari e prendere misure anti-capitaliste». Come la nazionalizzazione delle banche e dei mezzi di comunicazione. Roba da niente. Ecco perché non aveva invitato Lula. Che invece era presente - e perfettamente a suo agio - al centro del tavolo nell'altro appuntamento di giovedì, quello della sera. Questa volta aperto al pubblico del Forum - ed erano in 10 mila - e con gli altri quattro presidenti.
Il Brasile non vuole rinunciare al suo ruolo nel Forum (oltre a Lula a Belém sono arrivati undici ministri fra cui la candidata in pectore alle presidenziali del 2010, Dilma Roussef) e in America latina. Oscillando a volte fra la tentazione di porsi alla testa dei paesi emergenti o di far valere il peso economico e politico di global player. Lula con otto ministri era presente anche ieri mattina all'incontro con il Consiglio internazionale, l'organo che regge in senso lato le sorti degli Fsm, a riprova della sua volontà di contare.
Gli incontri fra i presidenti di giovedì e l'attivismo di Lula riportano al nodo non risolto dei rapporti fra i governi, più o meno «amici», e «il movimento». Anche se, al contrario che a Caracas 2006, questa volta sembra che la pressione di venezuelani e cubani sia meno forte. Cuba ad esempio, pur essendo sempre nel cuore del popolo del Forum sociale mondiale, ha mandato a Belém una delegazione di basso profilo (tre anni fa a Caracas c'era un onnipresente Ricardo Alarcon).
Il forum amazzonico si chiuderà domani e poi si vedrà nei fatti quale dei due capi del nodo tirerà di più. Lo si vedrà anche dalla scelta della prossima sede. C'è che la vorrebbe negli Stati uniti, un messaggio lanciato a Obama prima ancora che un riconoscimento del ruolo dei movimenti sociali made in Usa, da sempre attivissimi nelle varie edizioni degli Fsm. Ma sembra più che altro una boutade. Tanto per dire, i tre quarti di quelli che sono a Belém non potrebbero mai avere il visto per entrare negli Usa


21 dicembre 2008

L'isolamento di Cuba prossimo alla fine ?

 

I paesi latinoamericani e caraibici creeranno un'organizzazione permanente nella quale verranno inclusi l'attuale gruppo di Rio ed il nuovo Vertice dell'America latina e del Caribe per l'integrazione e lo sviluppo (Calc)
L'annuncio è stato dato dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e da quello messicano Felipe Calderón in chiusura del mega-vertice svoltosi a Sauípe (Brasile), insieme ad altri sei presidenti latinoamericani, tra cui Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa.



Calc e il Gruppo di Rio terranno un vertice in comune nel 2010 in Messico. Ancora non si conosce il nome della nuova organizzazione. Alcuni propongono di chiamarla Organizzazione dei paesi dell'America latina e dei Caraibi - in contrapposizione alla Organizzazione degli Stati americani (Osa), guidata da Washington - e altri vogliono un nome più neutro: Unione del Latinoamerica e dei Caraibi. In ogni caso si tratta della prima organizzazione di questo tipo, esclusivamente regionale, a 200 anni dall'indipendenza della maggior parte degli Stati latinoamericani.
Lula ha definito storico il vertice di Sauípe. «Sappiamo tutti che questa crisi economica e finanziaria è l'occasione per incontrarci e fare ciò che avremmo dovuto fare molto tempo fa». «Quanto più siamo uniti», ha detto, «più possibilità avremo di essere ascoltati nel contesto mondiale e avremo maggiori possibilità di uscire da una crisi che non abbiamo provocato». Da parte sua, Calderon ha annunciato che in futuro, ogni volta che si riunirà il G20, i presidenti di Messico, Argentina, e Brasile, gli unici tre paesi latino-americani membri di tale organizzazione, terranno un incontro preliminare per coordinare le posizioni.
Il mega-vertice convocato dal Brasile si è concluso con la convinzione che in questo momento di profonda crisi economica, è necessario istituzionalizzare un foro nel quale abbiano voce esclusivamente i paesi della regione, senza la presenza di Stati Uniti ed Europa. Appare comunque evidente che le relazioni con gli Stati Uniti rimangono molto importanti per la politica latinoamericana nel suo complesso. Il Presidente boliviano, Evo Morales, ha chiesto che si esiga dal nuovo governo degli Stati Uniti la rimozione dell'embargo su Cuba, a costo di ritirare gli ambasciatori, ma Lula ha richiamato alla calma. Condivide la richiesta di fine dell'embargo, ma è stato cauto: «Ci auguriamo nuovi segnali positivi dal presidente Barack Obama, nella convinzione che le cose sono cambiate».
Il Brasile, che è arrivato al vertice con una leadership compromessa dagli scontri bilaterali con Ecuador, Paraguay e Argentina, ne è uscito rafforzato e con il pubblico apprezzamento di tutti i capi di Stato per i «grandi sforzi per rafforzare l'America Latina». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha continuato a difendere la questione del debito «illegittimo» con la banca brasiliana Bdnes, ma ha espresso il desiderio di far tornare a Brasilia l'ambasciatore che aveva ritirato.
Il mega-vertice di Sauípe ha dimostrato che, nonostante le difficoltà di integrazione, questo processo è uno degli strumenti a disposizione dei governi per affrontare la profonda crisi economica. Uno degli strumenti più citati è stata la creazione di una moneta unica latinoamericana, che permetterà il commercio intraregionale senza passare attraverso il dollaro o l'euro, un sistema già avviato da Brasile e Argentina.
Un altro esito positivo della riunione è il definitivo recupero di Cuba come membro del Gruppo di Rio e di ogni altro foro esclusivamente latinoamericano che può essere convocato. Il protagonismo dell'America Latina nel futuro dell'isola si tradurrà, nel primo semestre del 2009, in un insolito e lungo elenco di visite di capi di Stato nell'isola. Raúl Castro, stella del mega-vertice, riceverà all'inizio di gennaio la presidente argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e poco dopo la cilena Michelle Bachelet. Più tardi toccherà al presidente del Messico, Felipe Calderón, e si stanno definendo le date per gli altri capi di Stato nella regione. Finisce così l'immagine di una Cuba che si relaziona quasi esclusivamente con Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua.
E' anche evidente il desiderio, e la difficoltà, di consolidare Unasur come foro strettamente politico. Non c'è stato consenso per eleggere il segretario generale. L'argentina Cristina Fernandez dovrà rinunciare alla nomina di suo marito, l'ex presidente Néstor Kirchner, con le possibili ripercussioni sulle relazioni tra l'Argentina e l'Uruguay, che mantiene il suo veto.


22 novembre 2008

Come cambia la prospettiva se si è al governo. Emir Sader: Le destre sperano che la crisi faccia il lavoro per loro

 E' la sinistra di solito a essere accusata di catastrofismo. Ma adesso è la destra che, senza proposte, punta sul tanto peggio tanto meglio per vedere se finalmente riesce a disfarsi dei nuovi governi progressisti dell'America latina. A cominciare da Lula che, con l'80% di gradimento, la fa disperare.
Prima puntava sull'inflazione, che sarebbe presto uscita di controllo e avrebbe portato il Brasile alla recessione. Poi era venuto l'editoriale dell'Economist a prevedere che quello di Fernando Lugo in Paraguay fosse l'ultimo governo progressista dell'America latina perché, diceva, sta arrivando la recessione e in tempi di recessione la destra è meglio. Il settimanale conservatore dimentica però che la mappa del continente oggi è cambiata. Che in El Salvador Mauricio Funes, candidato dell'Fmln, ha ottime possibilità di essere il prossimo anello della catena dei presidenti progressisti, e che la capacità di resistenza di questi governi davanti alla crisi è ora maggiore che ai temi dei suoi adorati cocchi - Fernando Henrique Cardoso, Carlos Menem, Carlos Andrés Pérez, Gonzalo Sanchez de Lozada, fra i tanti FHC, apostolo del caos, scommette sulla crisis e sulla recessione. Lui sa bene di cosa parla. In fin dei conti, nei suoi 8 anni di governo mandò in rovina il Brasile per tre volte e per tre volte dovette andare a bussare alla porta dell'Fmi. Nascose la crisi durante la campagna elettorale del '98, fece di tutto - appoggiato con calore dagli stessi media privati che ora puntano sul caos - per vincere al primo turno perché il paese era di nuovo in rovina e il ministro delle finanze Pedro Malan stava negoziando un nuovo accordo di capitolazione con il Fondo. Non ci fu verso, esplose la crisi e i tassi d'interesse del Brasile toccarono il 49%, l'economia entrò in una recessione prolungata che s'accompagnò a tutta la durata del governo Cardoso e portò sia all'inevitabile sconfitta dei «socialdemocratici» nelle elezioni del 2002 sia alla valutazione di FHC come il politico peggio valutato dal popolo brasiliano.



Adesso la destra punta sulla crisi, che è la crisi della sua filosofia, dei suoi salmi sulle virtù del mercato. Ipocriti, tentano di nascondere che sono stati proprio i loro discorsi a portare al baccanale speculativo degli Stati uniti - la mecca del neo-liberismo. Lula dovrebbe andare a fondo perché se il dotto, l'illustre, il cocco delle grandi imprese private, FHC, è andato a fondo - nella politica economica, sociale, educativa, culturare, estera -, come potrebbe farcela un tornitore meccanico del Pt, un nordestino che ha perso un dito sotto una pressa? E' lo smacco per le teorie secondo cui le élite sanno di più, possono di più, fanno di più e di meglio. Le stesse teorie fallite in Bolivia, dove l'indigeno Evo Morales sta riuscendo là dove il «gringo» Sanchez de Lozada non è riuscito, o in Venezuela, dove il mulatto Hugo Chavez riesce là dove l'élite bianca dei Carlos Andrés Pérez e Rafael Caldera non è riuscita.
Le economie dei paesi che partecipano al processo d'integrazione regionale soffrono e presumibilmente soffriranno meno gli effetti gli effetti della peggior crisi del capitalismo dal 1929, in quanto privilegiano l'interscambio fra loro, diversificano i mercati internazionali - esempio tipico il posto che sta occupando la Cina -, sviluppano il mercato interno dei consumi popolari diminuendo il peso delle esportazioni, dispongono di sempre più risororse finanziarie proprie (che il Banco del sur incrementerà). Allora l'effetto della crisi fu la caduta di 16 governi dell'America latina. Ora nessun governo è caduto e prevedibilmente cadrà, e a soffrire di più saranno quelli più legati all'economia Usa e ai dettami del neo-liberismo - il Messico primo fra tutti.
Cardoso e le vedove che lui e quelli come lui hanno lasciato nell'industria privata possono piangere, puntare al peggio, aspettare seduti sulla riva del fiume il fallimento dei nuovi governi dell'America latina. Il loro tempo è passato. Il funerale di Wall street è il loro funerale. Quello dei salmi al mercato, dello stato minimo, del regno della speculazione. Riposino in pace, che i popoli latino-americani hanno altro a cui pensare che preoccuparsi di quelle cassandre neo-liberiste.


23 luglio 2008

Le contraddizioni di Lula

Una delle grandi qualità del governo Lula è non criminalizzare i movimenti sociali, repressi dal governo Cardoso, anche con l'esercito. Se li trattasse come un fatto di polizia e non di politica condannerebbe il proprio passato. Molti ricordano gli scioperi e le manifestazioni operaie guidate dall'attuale presidente nell'ABC, la cintura industriale di San Paolo; gli elicotteri militari che volavano sullo stadio di Vila Euclides puntando le armi contro l'assemblea dei metalmeccanici; la polizia che assediava la cattedrale di São Bernardo do Campo, che ospitava i dirigenti operai; i cellulari del Deops, il Dipartimento per l'ordine pubblico e sociale, che arrestavano i leader sindacali.

Erano tempi di dittatura. Oggi abbiamo recuperato lo stato di diritto, nel quale lo sciopero, le manifestazioni e le rivendicazioni sono diritti assicurati dalla costituzione federale. Eccetto che nel Rio Grande del Sud, dove l'arbitrio ancora domina Nel settembre del 2007, la Brigata militare, come si chiama la polizia di quello stato, ha tentato di impedire la marcia di tre colonne di Senza-terra verso il municipio di Coqueiros do Sul. In un rapporto consegnato al comandante generale della Brigata militare, alla Procura del Rio Grande do Sul e alla Procura federale, il vice-comandante colonnello Paulo Roberto Mendes Rodrigues definisce l'Mst e Via Campesina come «movimenti criminali». Nel dicembre del 2007, il Consiglio superiore del Procura del Rio Grandedo Sul ha nominato una equipe di giudici per «promuovere un'azione civile pubblica tendente a dissolvere l'Mst e dichiarare la sua illegalità». Quando il sistema giudiziario esigerà la fine del latifondo? Ha deciso anche di «intervenire nelle scuole dell'Mst, per prendere tutte le misure necessarie per renderle conformi alla legalità, tanto dal punto di vista pedagogico che della modalità di influenza esterna dell'Mst». Questa decisione è contraria al Patto internazionale sui diritti civili e politici, riconosciuto dal governo brasiliano (Decreto 592, 6/7/92), oltre a non rispettare la costituzione federale. L'11 di marzo di quest'anno, la Procura federale ha denunciato otto membri dell'Mst di «far parte di gruppi che hanno come obiettivo quello di modificare lo stato di diritto» e ha accusato gli accampamenti di braccianti promossi del Movimento dei Senza-Terra di costituirsi in «Stato parallelo» appoggiato dalle Farc colombiane. Questa grottesca accusa è in radicale contrasto con le conclusioni dell'inchiesta penale della Polizia federale che ha indagato sull'Mst nel 2007 e ha concluso che il movimento non ha vincoli con le Farc e non pratica crimini contro la sicurezza nazionale. L'Mst è un movimento legittimo che sostiene 150.000 persone accampate sul bordo delle strade, evitando che ingrossino la cintura delle favelas delle città. E sostiene il diritto di accesso alla terra di 4 milioni di famiglie che, negli ultimi decenni, sono state espulse dalle campagne a causa dell'espansione del latifondo e dell'agro-business e a causa della costruzione di dighe e dell'aumento degli interessi bancari. Per principio l'Mst adotta, nelle sue azioni, il metodo della non-violenza, come facevano Gandhi e Luther King (che, tuttavia, subirono analoghe accuse e sono morti assassinati). Le aree occupate sono improduttive o occupate da grileiros, come si chiama in Brasile la gente che s'impossessa di terre pubbliche sulla base di documenti falsi. È il caso di molte fazendas del Pontal do Paranapanema, nello Stato di San Paolo. Il Brasile e l'Argentina sono gli unici paesi delle tre Americhe che non hanno mai fatto una riforma agraria. Il nostro paese è quello che possiede più terre coltivabili nel continente, circa 600 milioni di ettari, con il 59% del territorio nazionale che è in situazione irregolare, occupato da grileiros, posseiros e latifondisti Oggi l'Mst lotta per la democratizzazione della terra, per mettere al primo posto la produzione di alimenti per il mercato interno (120 milioni di potenziali consumatori) attraverso piccole e medie proprietà, perché la terra sia libera dal controllo di imprese trans-nazionale, garantendo la sovranità alimentare al nostro paese. Un cambiamento sostenibile della struttura fondiaria richiede un nuovo livello tecnologico capace di preservare l'ambiente e impiantare nell'interno del paese agro-industrie in forma di cooperative e facilitare l'accesso all'educazione di qualità. Non si può ammettere che le terre del Brasile diventino proprietà di stranieri solo perché hanno più soldi. Esse devono restare alla portata delle famiglie beneficiarie della Borsa Famiglia. Così il governo non dovrà preoccuparsi di aumentargli il mensile. Più che di cibo, cucina a gas e frigorifero, queste famiglie hanno bisogno di essere in condizione di accedere alla terra, perché possano emanciparsi dalla tutela federale e produrre il proprio reddito. Tutti i diritti di cittadinanza - voto alle donne, legislazione del lavoro, sistema sanitario, pensioni - sono stati conquistati dai movimenti sociali. E la storia di tutti loro, in qualsiasi paese o epoca, non è stata diversa da quel che oggi affronta l'Mst: incomprensioni, persecuzioni, massacri e omicidi (Eldorado dos Carajás, Dorothy Stang, Chico Mendes...). Se il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza, quello della democrazia è la socializzazione del potere, evitando che sia privilegio di una casta o di una classe

(Frei Betto)


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23 maggio 2005

La distruzione della Foresta Amazzonica

Il governo considerato troppo succube dell'agrobusiness legato alla soia
«L'Amazzonia muore». Accuse a Lula
Il premier brasiliano nel mirino degli ambientalisti per l'eccesso di deforestazione. Persi in un anno 26 mila chilometri quadrati
STRUMENTI
RIO DE JANEIRO - Uno smacco per il governo Lula, una pessima notizia per il Brasile e l’umanità. Il ritmo di distruzione della foresta amazzonica ha ripreso a crescere in maniera allarmante, nonostante gli impegni, le promesse e i segnali di rallentamento di qualche anno fa.
Un'immagine aerea della deforestazione in Amazzonia (Reuters)
Secondo i dati diffusi dal governo brasiliano,
raccolti grazie a moderne tecnologie satellitari, la più grande foresta della Terra ha perduto in un anno altri 26.130 chilometri quadrati, una superficie di poco superiore all’intera Sicilia. La crescita è di oltre il 6 per cento. E’ il peggior risultato dell’ultimo decennio e segnala una tendenza che spiazza il governo brasiliano, ma non le organizzazioni ambientaliste, che da tempo gridano contro l’anarchia provocata dallo sviluppo dell’agricoltura intensiva. La foresta primaria, difatti, muore sotto l’attacco delle motoseghe e del fuoco, con l’obiettivo principale di creare grandi spazi per la coltivazione di cereali e soprattutto di soia. Marina Silva, il ministro dell’Ambiente che per anni, dall’opposizione, è stato il simbolo della tutela della foresta, ammette il disastro, ma assicura che nei prossimi anni la tendenza cambierà. «Sono dati ingiustificabili, ma bisogna tener conto che si riferiscono ad un anno dove la crescita economica è stata del 5 per cento», dice la Silva, conosciuta nel mondo come l’erede di Chico Mendes. Argomento ripreso da Greenpeace, che parla però di «contraddizione fondamentale» nell’azione del governo Lula: «Non è possibile voler contenere la deforestazione e allo stesso tempo promuovere con ogni maniera la crescita accelerata dell’agrobusiness, per aumentare le esportazioni e pagare il debito estero».
La soia, è l'imputata numero uno. Un legume che sta vivendo un boom senza precedenti, richiesto in Occidente come in Cina, dove la produzione nazionale è insufficiente e bisogna far affidamento sempre di più sulle navi container in arrivo dal Brasile e dall’Argentina. Oggi la regione centrale del Brasile è l’area con la maggiore produttività al mondo. Il clima caldo, le piogge costanti e il terreno piatto e regolare che resta dopo i grandi incendi hanno fatto il miracolo. Entro due anni, si dice, il Brasile supererà gli Stati Uniti come maggior produttore mondiale. Come esportatore l’ha già fatto. Ma anche i cereali (due raccolti l’anno) e i pascoli per l’allevamento incidono parecchio. Il colossale avanzo della bilancia commerciale brasiliana porta insomma un solo nome: Amazzonia.
Wwf e Greenpeace puntano il dito sul governo. Il nuovo piano di lotta agli incendi non funziona - dicono - perché si basa su un’azione interministeriale dove gli interessi sono divergenti. I ministeri economici tirano l’acqua al mulino degli imprenditori, quello dell’Ambiente non ha risorse. Greenpeace porta l’esempio più eclatante. Metà degli oltre 26.000 chilometri quadrati spariti in dodici mesi si trovano in un solo Stato, il Mato Grosso, un tempo sinonimo dell’impenetrabilità della giungla. Qui si concentrano i grandi produttori di soia e il principale è Blairo Maggi, un imprenditore di lontane origini italiane che è anche governatore dello Stato. Maggi nega il conflitto di interessi, ma allo stesso tempo mantiene il suo programma. Per lui lo sviluppo sostenibile dell’Amazzonia è una leggenda e lo spazio per l’agricoltura deve crescere. L’anno scorso, in una intervista al Corriere , Maggi disse: «Il futuro dell’Amazzonia è un grande parco naturale, intoccabile, delle dimensioni pari alla metà di quelle attuali».
Il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva con Naomi Campbell durante una campagna per la promozione delle bellezze del Brasile (Afp)
Da anni i governi brasiliani cercano rimedi
, attraverso le tecnologie (monitoramento via satellite) e le multe. Ma buona parte della regione amazzonica è un Far West senza legge, come dimostra il recente omicidio di suor Dorothy, la missionaria americana uccisa nel Parà perché si opponeva ai fazendeiros e ai predatori di terre pubbliche. La foresta muore ai lati delle strade di terra battuta, costruite illegalmente su terreni pubblici o privatizzati grazie a carte fasulle. Marina Silva, che in questi anni è stata più volte sul punto di dimettersi, assicura oggi che le ricadute del piano del governo inizieranno a farsi sentire con la prossima rilevazione, tra un anno. Un altro ministro, Ciro Gomes, rileva il fatto che le immagini satellitari sono aumentate di precisione, il che può avere inciso sui numeri.
Resta il dato più drammatico. Da quando l’uomo ha iniziato l’attacco all’Amazzonia sono spariti 680.000 chilometri quadrati, Francia e Portogallo messi insieme. Della foresta pluviale originaria resta circa l’82 per cento. Per qualcuno è ancora troppo.
Rocco Cotroneo
20 maggio 2005


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