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28 febbraio 2010

Claudio Mezzamanica : la produzione è senza capitali

 

Gli oltre 2 milioni di disoccupati, il crollo della produzione industriale e delle esportazioni(-20%) dopo la caduta (-5%) dell'anno precedente. E l'allarme di fine gennaio di Moody's (le banche italiane sono ancora in sofferenza e non attrezzate ad affrontare il 2010) avrebbero dovuto scatenare una discussione allarmata sullo stato del pase. Invece niente. Il solo Draghi va lanciando allarmi sempre più accorati, ma è trattato da insetto fastidioso e, dunque, censurato. Epifani viene giudicato, invece, strutturalmente catastrofista e le sue preoccupazioni sulla occupazione non sono prese in considerazione. Assediato da vicende di puttane, ingiurie alla magistratura, fatti di corruzione grandi e piccoli, il paese è distratto dal suo andare a rotoli. Possiamo parlare di tutto tranne che dell'andamento economico,del dramma del lavoro.
Eppure i tempi si stanno facendo più duri. Lo testimoniano le persone in seconda fila. Nei giorni scorsi il presidente della Unione Industriali di Varese, nella sua relazione agli associati esprimeva la preoccupazione per la divaricazione di interessi tra mondo bancario e mondo industriale. «L'anno appena passato- ha spiegato - ha dimostrato che mondo finanziario e industria sono due mondi completamente distaccati». Un fatto gravissimo che sottointende un percorso difficile di uscita dalla crisi. Una dichiarazione che nessuno ha ritenuto di riprendere. Eppure Graglia ha ragione.



Il più grosso investimento industriale in corso in Italia, infatti non è sostenuto dalle banche italiane bensi dalla Banca Europea per gli investimenti. Suoi sono i cinquecento milioni con cui Alenia farà investimenti in Campania e in Puglia negli stabilimenti che possiede. Senza questo contributo della Comunità Alenia sarebbe al palo. Ma cosa dire di quella media industria del mobile del trevigiano che sta aprendo una fabbrica in Cina con un finanziamento al 100% di banche cinesi? Si badi bene, per vendere mobili in Cina non per esportarli in Europa perché quel mercato è maturo per assorbire quei prodotti ed i costi di spedizione vanificherebbero altri tentativi. Come spiega l'amministratore delegato, con una nuova fabbrica in Cina qui in Italia si ampliano i servizi, si assumono tecnici e designer e si richiedono al territorio nuovi servizi, come i voli per la Cina. E cambia il tipo di occupazione.
Il calo della produzione, quello dell'utilizzo degli impianti e del fatturato implica anche un calo se non la scomparsa degli utili. Come è possibile autofinanziare gli investimenti in questo quadro? Perché se il credito non arriva dal mercato finanziario l'azienda deve trovare al suo interno le risorse. Ma se gli utili non ci sono? Sulla mancanza di utili è ancora piu' preoccupante un rapporto di Unioncamere Lombardia. Nell'anno appena concluso nella regione una azienda su due ha fatto investimenti ma nel complesso sono calati del 2,8%. E il 57% delle aziende dichiara di avere un andamento molto negativo.
Del resto il calo del 38% degli investimenti industriali immobiliari nel 2009 rivela la mancanza di prospettiva del settore. Tale dato è altresi, temperato dall'intervento speculativo dei fondi immobiliari che hanno triplicato il loro fatturato negli ultimi tre anni. Questi fondi attivatisi all'inizio di questo decennio sono sostenuti abbondantemente dalle banche ed operano sul mercato immobiliare, massicciamente anche in quello industriale. Alla fine del 2008 possedevano immobili per 34 miliardi, debiti per quindici, quando solo cinque anni prima possedevano immobili per 3,5 miliardi e debiti per 500 milioni. All'inizio i debiti erano il 15% del valore posseduto ora sono il 50%. Nel 2003 in Italia esistevano 17 fondi immobiliari oggi sono più di 250. Pieni di debiti.
Anche questo fenomeno aiuta a capire dove sono finiti i soldi in questi anni: sono diminuiti quelli a disposizione della produzione, per la ricerca, la formazione e il marketing e si sono concentrati sull'immobiliare. 15 miliardi è la spesa del sistema Italia, in un anno per la ricerca. Spesa pubblica compresa. Come dire nulla.


14 novembre 2009

Riccardo Realfonzo sul taglio dell'Irap

 Dall'altro lato del governo la politica proposta è delle più insulse. I ministri confindustriali chiedono infatti di allentare il rigore di bilancio nella maniera peggiore possibile: quella del taglio alle imposte che gravano sulle imprese e in generale della contrazione dei costi di produzione. Come se non fosse ormai dimostrato che il taglio del cuneo fiscale è stata, tra tutte, la più inutile e deleteria azione dell'ultimo governo Prodi.



Inutile dire che il Paese avrebbe bisogno di ben altro. Non serve vendere illusioni o proteggere i più ricchi dalla crisi. Servirebbe piuttosto una politica espansiva fondata sul sostegno dei redditi da lavoro tramite una politica fiscale nuovamente progressiva, e sul sostegno della occupazione attraverso investimenti pubblici ecologicamente sostenibili nelle infrastrutture materiali e immateriali.



Fonte : http://www.riccardorealfonzo.com/


15 luglio 2009

Costantino Cossu : l'inchiesta sul summit fallito alla Maddalena

 

Nel palazzo del municipio, alla Maddalena, su un piccolo basamento è esposta una della palle di cannone con le quali Napoleone bombardò l'isola nel febbraio del 1793. Bonaparte aveva appena 24 anni ed era luogotenente dell'ammiraglio Colonna Cesari, un corso. I francesi arrivarono con ventidue navi e seicento uomini per occupare la Sardegna. Ma furono costretti alla ritirata dalla resistenza della marina sabauda comandata dal duca Vittorio Amedeo III . La chiesa di Santa Maria, invece, palle di cannone della repubblica francese non ne conserva. Custodisce, però, un crocifisso che Horatio Nelson lasciò in dono prima di salpare per Trafalgar a combattere e sconfiggere la flotta francese, nell'ottobre 1805. Il duca di Bronte rimase per un anno intero, con le sue navi, nel mare dell'arcipelago. Pensava che quel gruppo di isole al largo dell'estremo lembo nord orientale della Sardegna fosse strategicamente più importante di Malta. In questi giorni, la chiesa di Santa Maria è buia e fresca, silenziosa e vuota. E in municipio c'è solo gente che sbriga pratiche. Turisti, zero. Chi viene in queste isole per passarci le vacanze non sa niente della loro storia. Cerca sole e mare, nient'altro. Traghetti a pieno carico, case in affitto e alberghi sold out, come ogni anno, come sempre. Doveva cambiare tutto, qui. Non è cambiato niente. La rivoluzione mancata si chiamava G8, il vertice dei potenti della terra che Renato Soru e Romano Prodi avevano deciso di tenere sulle sponde dove Garibaldi venne a morire. Il summit serviva, nelle intenzioni dell'ex governatore della Sardegna e del leader dell'Ulivo, a far partire un meccanismo virtuoso che avrebbe dovuto portare alla riconversione turistica dell'economia dell'arcipelago, sino a due anni fa dipendente dalle attività legate alla presenza dei sommergibili nucleari della Us Navy. Ad aprile, all'ultimo momento, Berlusconi ha sparigliato le carte trasferendo il summit in Abruzzo. È però alla Maddalena, non all'Aquila, che stanno i motivi veri del trasloco improvviso. La solidarietà verso le popolazioni colpite dal terremoto accampata dal governo di centro destra, è solo facciata. Dietro c'è altro. Faccende sulle quali lavora la magistratura.


Lo scorso 7 maggio L'espresso rivela che la procura di Firenze sta indagando sui costi degli appalti alla Maddalena per le opere in programma per il vertice abortito. E che anche Bertolaso, commissario delegato per il G8, ha avviato una procedura interna. «Un provvedimento - scrive Roberto Gatti sul settimanale - seguito dalla decisione del Consiglio dei ministri di chiedere per decreto il taglio retroattivo dal primo marzo delle maggiorazioni alle imprese per le lavorazioni su più turni, dei premi di produzione e la riduzione del 50 per cento dei compensi per le prestazioni professionali destinati a progettisti, esecutori e collaudatori. Maggiorazioni, premi e compensi confermati da almeno 16 tra ordinanze e decreti voluti, firmati o proposti dal governo e dalla Protezione civile. Un dietrofront che limita (di poco) i danni per le casse statali, ma anche le possibili responsabilità giudiziarie di funzionari e controllori, tuttora da identificare, che prima avrebbero avvallato le spese e ora stanno lavorando per contenerle. Letta così la decisione di Silvio Berlusconi di trasferire il vertice a L'Aquila, non è solo un atto d'affetto e un doveroso impulso al risparmio. È anche una via d'uscita necessaria. Forse bastava una formulazione più moderata dei preventivi e dei contratti. E i soldi per l'evento sarebbe bastati».
E poi c'è la procedura d'infrazione aperta dalla Ue contro l'Italia per la mancata applicazione, nella progettazione e nell'esecuzione delle opere previste alla Maddalena, delle direttive comunitarie sull'impatto ambientale. Protezione civile e ministero dei lavori pubblici, però, non se ne danno grande preoccupazione. Come dimostra il fatto che all'hotel super lusso progettato dall'architetto Stefano Boeri e affidato alla Mita Resort del gruppo Emma Marcegaglia, la presidente di Confindustria, si è aggiunto un altro spazio di circa settemila metri cubi, che nel progetto di Boeri non era previsto.
La Mita Resort è stata l'unica società a presentarsi all'appalto per l'assegnazione in affitto della mega struttura che avrebbe dovuto ospitare il G8: un hotel a cinque stelle, il palazzo delle conferenze, il centro delegati da diecimila metri quadri. Più trentamila metri di verde e, soprattutto, il porto turistico. Un complesso che doveva diventare il cuore del progetto di rilancio turistico della Maddalena. Per venderlo sul mercato della vacanze di lusso la Mita Resort contava sul formidabile lancio pubblicitario del vertice. Ma la decisione di spostare il summit all'Aquila ha rotto le uova nel paniere. E per compensare del danno la Marcegaglia, il governo Berlusconi non solo ha deciso di lasciarle costruire altri settemila metri cubi, ma ha anche allungato il periodo di affitto da trenta a quarant'anni, per complessivi 65 milioni di canone. Un prezzo di assoluto favore, se si pensa che hotel, porto e tutto il resto sono costati allo stato e alla regione Sardegna 209 milioni e 589 mila euro. Un'operazione pesantemente in perdita per le casse pubbliche.
Quando esci dalle mura settecentesche di Santa Maria, il caldo ti assale, appena mitigato da un maestrale sottile. Le strade della Maddalena sono intasate dal traffico dell'estate. A Santo Stefano, dove prima c'erano i sommergibili Usa, ora la marina italiana progetta di riprendersi le caverne sotterranee per farne depositi di munizioni. Sulla sponda opposta, il parallelepipedo firmato da Boeri si getta sul mare, lucido di acciaio e di cristalli. Ancora e sempre militari e resort per ricchi, vacanzieri milionari che il fantasma di Lord Nelson non potrà di certo inquietare. Ma neppure quello del suo rivoluzionario antagonista Bonaparte, che a vent'anni, in nome della libertà, coprì l'isola di palle di cannone e fu sconfitto da un duca di Savoia.


1 giugno 2008

Marcegaglia

 

Parla Emma Marcegaglia. «Consentitemi un ringraziamento speciale ai miei genitori, Steno e Mira. Non sarei qui senza la forza del loro insegnamento e del loro esempio. Fin da quando mi posso ricordare, ho respirato impresa....». Inizia così la relazione del Presidente della Confindustria, figlia affettuosa, cresciuta bene, stringendo al petto un'impresa, invece della coperta di Linus, come un bambino qualsiasi.
Trenta pagine dopo Marcegaglia, «come mamma di una bambina di 5 anni», si rivolge a tutti i genitori italiani. «Dobbiamo assumerci la responsabilità di garantire ai nostri figli un'educazione e una preparazione di qualità perché essi dovranno vedersela con un mercato dei talenti senza frontiere, dovranno confrontarsi con la concorrenza intellettuale degli immigrati di seconda generazione, fortemente motivati a salire sulla scala sociale». Una bambina, la piccola Marcegaglia, destinata ad affrontare mercato e concorrenza, proprio come la mamma seppe affrontare l'impresa. Criticare il pensiero interculturale di Marcegaglia è fuori luogo. Quello dei suoi predecessori alla Confindustria, da Gianni Agnelli in poi, era certamente peggiore.
Si può leggere nelle due frasi che precedono la storia recente dell'industria italiana, la sua parabola? Il passaggio dall'industria forte ed esclusiva al terziario globalizzato?
Il presidente della Confindustria è «ottimista», nonostante gli ostacoli all'impresa e alla concorrenza che va denunciando. Riconosce perfino il primato della politica. «Ma la politica deve meritarlo e giustificarlo con i risultati. Gli elettori hanno fortemente penalizzato, fino a escluderle dal Parlamento, quelle forze portatrici di una cultura anti industriale. Per la prima volta, tutte le forze politiche presenti nelle due camere condividono i valori del mercato e dell'impresa». Proprio come Marcegaglia e - in futuro - sua figlia che, in tenera età, è già stata promessa al mercato. «Mi sembra che si stia esaurendo, nella coscienza collettiva, quel conflitto di classe fra capitale e lavoro che ha segnato la storia degli ultimi 150 anni...». Riconosciuta la politica, riconosciuto il sindacato confederale, la nuova linea padronale distribuisce compiti a tutti. Se l'impresa è il fine e il mezzo, noi imprenditori, noi confindustriali che dell'impresa siamo i padroni avremo bene il diritto di dare compiti a tutti e voti di condotta?
L'impresa è tutto, nel pensiero di Marcegaglia; e gli altri, i lavoratori, contano poco. Non devono gravare a vita sulla vita dell'impresa. E basta contratti nazionali. I lavoratori vanno affidati alla flexsecurity, cioè a mezzadria con lo stato che ne assume il sostentamento nei periodi di estromissione dall'impresa. E qui il problema si pone: perché i padroni sì e gli altri no? Perché qualcuno ha l'impresa - o eredita l'impresa - e gli altri si accontenteranno di flexsecurity? Non finirà per rinascere, per altri 150 anni, la lotta di classe appena sconfitta?

(Guglielmo Ragozzino)


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permalink | inviato da pensatoio il 1/6/2008 alle 2:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


21 maggio 2008

Congratulazioni Emma !

Non è un caso che l'elezione della Marcegaglia a presidente della Confindustria sia stata festeggiata con una morte bianca in una fabbrica appartenente al gruppo che fa capo alla sua famiglia.
La signora già aveva criticato le nuove norme del governo Prodi sulla sicurezza sul lavoro, dicendo che innalzare l'asticella non serviva a garantire l'applicazione delle norme di sicurezza. Parlava evidentemente con cognizione di causa.

 Emma prima dell'aumento di produttività

 Emma dopo l'aumento di produttività ( usura dei macchinari )


Ma che ci aspettiamo da una Confindustria in cui tutte le regole sono costi aggiuntivi da tagliare e freni all'aumento della cosiddetta produttività ?
Che ci aspettiamo da un atteggiamento che con la scusa della produttività (peraltro mal definita) vuole solo allungare il tempo di lavoro di fatto e aumentare lo sfruttamento dei lavoratori ?
Tutti ormai dicono che l'imperativo categorico sia la crescita, ed in questa crescita vogliono mescolare anche i morti, le cui ossa contribuiranno a formare il lievito del progresso del nostro paese. Perciò non piangete, non abbiate paura.
Viva il capitale, viva la produzione : un operaio nella pressa ? Lo confezioneremo e lo venderemo da qualche parte. Un carico ne schiaccia un altro ? Meglio, una bocca da sfamare in meno.
Rialzati Italia !
Rialzati operaio ! Che fai, non ti rialzi ? Insomma, vivo o morto, sempre fannullone sei ....


15 marzo 2008

C'è del Marce in Confindustria

 In ogni caso abbiamo verificato con mano che all'interno delle fabbriche del gruppo Marcegaglia - il presidente e fondatore è il padre Steno, mentre Emma è tra i consiglieri - i lavoratori non se la passano troppo bene, in special modo sul fronte della sicurezza; ritorna insomma l'«incubo» della Confindustria, che in questi giorni ha dato immagine pessima di sé rifiutando le giuste sanzioni che il governo ha messo in cantiere per le imprese che violano le leggi: e dopo i fatti della Thyssenkrupp e di Molfetta è davvero increscioso che ci sia anche un solo cittadino del nostro paese che possa respingere un giro di vite sul tema. Vedremo se Emma saprà innovare, dando un'immagine di maggior rigore e accettando che la società metta dei paletti al profitto libero. Per ora quello che accade nel suo stabilimento di Boltiere, nel bergamasco, però non lascia ben presagire: c'è un gruppo di lavoratori, concentrato nel reparto stoccaggio, che rischia ogni giorno la vita.
Un breve ritratto del gruppo Marcegaglia ci parla di un colosso specializzato nella trasformazione dell'acciaio, in particolare per produrre tubi e trafilati, con 47 stabilimenti, 6500 dipendenti e un fatturato annuo di 4 miliardi di euro (2007). Il centro è a Gazoldo degli Ippoliti, nel mantovano, dove nacque nel 1959 il primo laboratorio, fondato appunto da Steno, e dove oggi c'è l'impianto più grosso, con oltre 1200 operai; notevoli anche i siti di Ravenna (più di 600) e Forlì (quasi 400); Boltiere e Casalmaggiore, in Lombardia, contano rispettivamente 240 e 340 dipendenti.
Come ci racconta Luca Pescalli, Rsu Fiom di Boltiere, da Casalmaggiore arrivano ogni giorno circa 15 camion di tubi, con singoli carichi tra i 5-600 chili fino a 30-40 quintali. A Boltiere, da qualche tempo e dopo lunghe richieste, è finalmente disponibile l'elettromagnete che solleva i carichi. Il problema è che da Casalmaggiore i tubi non arrivano adeguatamente imbragati, dunque l'elettromagnete è di fatto inutilizzabile. Gli operai di ogni turno devono dunque salire su una scaletta, e stare sospesi a un'altezza di sei metri sopra i tubi, per agganciarli manualmente. Non sono neppure assicurati a un cavo: se i tubi si muovono e se un operaio dovesse scivolare, farebbe un volo di sei metri.
Lo stabilimento di Boltiere non è nuovo a questi problemi. Nel 2007 un edile albanese, che lavorava in nero per una ditta in appalto che costruiva una palazzina per gli impiegati, è morto cadendo da un'altezza di 7 metri: è stato trasportato dai colleghi in ospedale, e all'inizio denunciato come «infortunio domestico». Nel 2006 un operaio è finito in rianimazione per il contraccolpo di un carico di tubi sganciato d'improvviso. E lo scorso dicembre i dipendenti hanno scioperato perché l'azienda ha fatto smantellare un tetto in amianto poco distante dai reparti senza avvertire le Rsu e bloccare la produzione.
Le Rsu sono ora impegnate in trattative con Marcegaglia. Bergamo registra comunque dati pesanti sul fronte infortuni: 35 morti nel 2007, in crescita sul 2006; la provincia è seconda in Lombardia solo a Milano. Alla fonderia Pilenga si è verificato qualche mese fa il caso di un operaio sospeso perché segnalava i rischi sulla sicurezza. Alla Technimont di Castelli Caleppio, denuncia il delegato Fiom, parlare di sicurezza è un tabù. «Dobbiamo fare tutti uno sforzo - spiega Mirco Rota, Fiom - Ma soprattutto non funziona il sistema dei controlli dell'Ispettorato: intervengono da 6 mesi a un anno dopo le segnalazioni, un tempo che vanifica il nostro lavoro».


(Antonio Sciotto)


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