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18 luglio 2009

Saverio Ferrari : le camicie verdi dal fascismo alla Lega

 

Quando nel maggio 1996 la Lega Nord decise di istituire le Camicie verdi, l'onorevole Domenico Gramazio della direzionale nazionale di An così commentò la notizia: «Bossi non sa che le Camicie verdi appartengono alla storia e alla tradizione del vecchio mondo attivistico della destra italiana. Apparvero per la prima volta nel 1953 ai funerali del maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. È proprio con le Camicie verdi che nel lontano 1956 l'allora segretario giovanile del Movimento sociale italiano, Giulio Caradonna, preparò il famoso attacco alle Botteghe Oscure, al quale parteciparono con la camicia verde, fra gli altri, Vittorio Sbardella, Mario Gionfrida, Romolo Baldoni e tanti altri attivisti dell'Msi».
Gramazio, pur sbagliando data, rammentò un episodio realmente accaduto. L'assalto alla sede nazionale del Pci avvenne infatti un anno prima, nel 1955, la sera del 9 marzo, quando un centinaio di neofascisti con camicie verdi, bracciali tricolori e cravatte nere, scesi da due pullman, tentarono di irrompere all'interno del Bottegone. La porta venne prontamente chiusa. A quel punto si scagliarono contro la sottostante libreria Rinascita con molotov, pietre e bastoni. Nell'occasione Mario Gionfrida, detto "er gatto" (mai appellativo fu così azzardato), nel tentativo di lanciare una bomba si tranciò di netto una mano. Lo si rivedrà di nuovo in giro con una protesi in legno.



Tornando al 1996, il 15 settembre Umberto Bossi dichiarava l'indipendenza della Padania, minacciando il ricorso a vie non democratiche. Il 22 settembre, come filiazione delle Camicie verdi, decideva anche di istituire la Guardia nazionale padana, suddivisa in cinquanta compagnie e dedita all'«esercizio del tiro a segno come motivo di aggregazione sociale».
Erano gli anni in cui ai magistrati ricordava che «una pallottola costa solo 300 lire». L'ex senatore Corinto Marchini, il primo comandante delle Camicie verdi, poi fuoriuscito dalla Lega, solo qualche anno fa in un'intervista a Claudio Lazzaro che stava appunto girando "Camicie verdi", un film-documentario uscito nel 2006, raccontò come lo stesso Bossi lo avesse istigato a organizzare manifestazioni eclatanti, ben più del semplice bruciare il tricolore nelle piazze. «Bossi mi chiamò all'una e mezza di notte - ribadì Marchini - mi disse di sparare ai carabinieri, che le Camicie verdi dovevano essere pronte a sparare». Seguirà a fine gennaio 1998 la richiesta di rinvio a giudizio del procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia per tutta la dirigenza della Lega e una ventina di Camicie verdi. I reati: attentato contro la Costituzione e l'integrità dello Stato, oltre a formazione di associazione militare a fini politici. Un processo mai fatto.
Sarà forse un caso, ma la camicia verde come uniforme fu anche adottata in Europa nel secolo scorso da alcuni dei principali movimenti fascisti. Tra loro, le Croci frecciate ungheresi, fondate nella primavera del 1935 da Ferenc Szalasy, un ufficiale ultranazionalista. Lo stemma ricordava la bandiera nazista: un cerchio bianco, su sfondo rosso, con all'interno al posto della svastica due frecce disposte a forma di croce. Strutturate come un ordine religioso invocavano la benedizione del cielo per la loro crociata «contro gli ebrei e i bolscevichi». Alleati dei nazisti, costituirono nell'ottobre del 1944 un governo fantoccio in Ungheria sotto la guida di Szalasy, autoproclamatosi «Reggente della nazione», deportando migliaia di ebrei nei campi di sterminio. Almeno 15 mila, invece, secondo gli storici, gli ebrei direttamente massacrati in quei mesi dalle Croci frecciate a Budapest.
Assai simile all'esperienza ungherese fu la Guardia di ferro rumena, movimento fanatico e antisemita fondato nel 1927 da Cornelius Zelea Codreanu. Nel gennaio del 1941, in un tentativo di colpo di Stato, le bande paramilitari della Guardia di ferro, con tanto di camicia verde, fecero irruzione al quartiere ebraico incendiando case e sinagoghe. Al termine trascinarono al mattatoio comunale centinaia di sventurati. Molti di loro furono sgozzati, simulando una cerimonia kosher, altri decapitati. I corpi furono successivamente appesi ai ganci da macellaio. «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l'ambasciatore degli Stati uniti in Romania. Tra loro anche una bambina di cinque anni appesa per i piedi.
Movimenti fascisti a sfondo mistico-religioso che percorsero l'Europa, come furono anche i Verdinazo (Vereinigung dienst national-solidaristen) o Associazione dei solidaristi fiamminghi, fondata negli anni Venti da Joris van Severen, il cui progetto era di riunificare il Belgio, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e le Fiandre francesi, riportando la ruota della storia al tempo dell'impero di Carlo V. Dotata di milizie con camicia verde, originò anche un corpo parapoliziesco che collaborò con i nazisti. Storie terribili e lontane, chissà se conosciute dai dirigenti leghisti.


18 luglio 2009

Lettera a Giorgio Napolitano

 

Caro Presidente Napolitano, sono un vecchio italiano ebreo, figlio di antifascisti, nato 79 anni fa nell'Italia fascista, bandito nel 1938 in quanto ebreo da tutte le scuole del Regno d'Italia. Sull'atto integrale di nascita a me intestato, che si conserva negli archivi dell'anagrafe di Milano, sta ancora oggi scritto a chiare lettere «di razza ebraica». Memore del fascismo e delle sue aberrazioni razziste, mi permetto di rivolgermi a Lei per chiederLe di non ratificare il cosiddetto «pacchetto sicurezza» approvato dal Senato il 2 luglio scorso, dopo ben tre voti di fiducia imposti dal governo. È un provvedimento che, in palese violazione dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica italiana, introduce nei confronti dei gruppi sociali più deboli misure persecutorie e discriminatorie che, per la loro gravità, superano persino le mostruosità previste dalle leggi razziali del 1938. 



Si pensi, ad esempio, al divieto imposto alle madri immigrate irregolari di fare dichiarazioni di stato civile: un divieto che, inibendo alle genitrici il riconoscimento della prole, farà sì che i figli, sottratti alle madri che li hanno generati, vengano confiscati dallo Stato che li darà successivamente in adozione. Per buona sorte, le garanzie previste dai costituenti Le consentono, caro Presidente, di correggere questo e altri simili abusi. Anche in omaggio alla memoria delle migliaia di vittime italiane del razzismo nazifascista Le chiedo di non promulgare un provvedimento che, ispirato nel suo insieme a una percezione dello straniero, del «diverso», come nemico, mina alla radice la convivenza civile, pacifica e reciprocamente proficua tra italiani e stranieri, rischiando di alterare in modo irreversibile la natura stessa della nostra Repubblica.

Bruno Segre


23 marzo 2009

Presi i 2+2 rumeni : così è se ai media pare...

Finalmente presi i due rumeni che hanno violentato la ragazza della Caffarella. Uno dei due confessa. Riconosciuto nettamente dalla ragazza.



Finalmente presi i due rumeni che hanno violentato la ragazza della Caffarella,
I due confessano e sono riconosciuti dalle vittime.

Inquirente : " Ma lei è Alexandru Loyos o Ionut Alexandru ?"
Violentatore: "Che importa ? Tanto i romeni sono come i cinesi...sono tutti uguali. Io sono colui che il poliziotto, il giornalista, la ggente,  Maroni e Gasparri credono"


20 febbraio 2009

Alessandro Dal Lago : quella degli immigrati è una rivolta annunciata

 

Prendete poco meno di novecento persone - che già hanno affrontato i rischi di un viaggio per mare - e stipateli in un centro che al massimo ne potrebbe contenere un terzo. Teneteli lì per due mesi e più in condizioni igieniche facilmente immaginabili, in attesa di rimandarne cento alla volta in Tunisia oppure di essere deportati chissà dove. Nell'ansia, nella paura e nella solitudine. In una situazione tale che da mesi il sindaco di Lampedusa definisce il Centro di prima identificazione ed espulsione un «lager». Che vi aspettate se non una rivolta?
Rivolte e fughe sono già avvenute, e anche a Lampedusa, quando per la prima volta la popolazione ha solidarizzato con gli stranieri internati e ha cacciato una ex sindachessa divenuta deputato della Lega. Ma questa volta le dimensioni della protesta indicano un salto di qualità. Una protesta di massa che non ha solo di mira un internamento disumano, ma anche la politica della «cattiveria», quella che il nostro ministro degli interni, Bobo Maroni, ha annunciato e sta praticando. Per mille vie, gli stranieri internati sanno.
Sanno ciò che li aspetta. Se sfuggiranno alla deportazione, finiranno nella zona oscura dell'emarginazione, della precarietà, dell'odio di una società che - in parte almeno apparentemente preponderante - ha deciso di risolvere il problema della loro esistenza cancellandoli dal novero degli umani, riducendoli a una sorta di merce frutto di traffici illegali e buona per traffici «legali». Perché di questo si tratta. Il crimine di uno, di due o di cento li stigmatizza come bestie, a partire dal loro trattamento appena sbarcati, per continuare e finire con la vita che faranno.



Che un paese, nella sua parte preponderante, almeno a giudicare dai monotoni risultati elettorali, non sia capace di pensarli e trattarli diversamente comincia a non sorprendere più nessuno. È una questione europea, anzi mondiale, che azzera ogni illusione nello stato di diritto quando si occupa dei non cittadini.
Una democrazia formale può convivere con l'esistenza di una quota di esseri umani espulsi di fatto dall'umanità. Qualcosa che ricorda, non troppo alla lontana, gli Stati Uniti d'America prima di Lincoln, compresa l'aria di linciaggio che spira dalla Padania, e non solo. Ma compresi anche i primi sussulti di consapevolezza collettiva e di rivolta.
Tutto questo, ormai, non può sorprendere: dalla mercificazione alla rivolta. Sorprende di più che gli statisti oggi al potere da noi non riescano nemmeno a intuire - nonostante gli avvertimenti della Chiesa, in altre occasioni così tanto ascoltata - di trovarsi di fronte a esseri provvisti, come chiunque altro, di dignità.
Se uno affronta i tanti rischi della morte in un deserto, che volete che sia l'incendio di un centro su un'isola al centro di quel Mediterraneo su cui hanno appena rischiato la vita? E se si sfidano gli elementi e poi si resiste all'ostilità diffusa, non verrà il momento di un'opposizione sociale?
Prime crepe nel muro della fortezza, di cui l'Italia d'oggi costituisce il perimetro più sgangherato. Piccoli annunci di futuro. Le tante destre del nostro paese, i tanti suoi ragionevoli moderati, tutto questo non lo capiscono. Non dovrebbe suggerire qualcosa almeno a ciò che resta della sinistra?


6 ottobre 2008

SOS Antiracisme

 Adolf Hitler : "Io credo che sia esagerato definire i campi di sterminio un fenomeno di razzismo. Abbiamo sterminato infatti anche i comunisti tra i quali c'erano decine di tedeschi puri."



Adolf Hitler : "Non credo che l'epiteto 'sporco ebreo' sia un epiteto razzista. L'insulto è contenuto nel termine 'sporco', mica nel termine 'ebreo' "



Adolf Hitler : "Gli Italiani non sono razzisti. Non è scritto nel loro DNA. Per essere razzisti bisogna lavorare sodo. Loro appena hanno dell'immondizia la mandano a noi per incenerirla"


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8 luglio 2008

Retoriche del disumano

 

Dunque, le cose stanno così.
C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.
Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura.
Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea.
In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.
È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.
Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare».
Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche».
Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana.
E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio».
Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.
Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

(Marco Revelli)

Il nazismo nell'individuare quello che ai suoi occhi era il parassita da combattere, sceglieva quello più pericoloso. Noi siamo più pavidi e scegliamo quello con cui anche il vile si può un po' allargare.
I rom hanno il torto di occupare zone di merda della città, cercando di adattarsi alla merda. E' questo che non perdoniamo a loro. Il voler sopravvivere. Ai nostri occhi questo adattarsi dà fastidio, questo loro stare insieme dà sui nervi, perchè noi non sappiamo più stare insieme. Ciò vale anche per i musulmani di viale Jenner che si adattano insieme ad un disagio (un cortile troppo piccolo) e generano il disagio a chi deve passare e non sa a sua volta adattarsi.
Soprattutto al nord ormai non si sopporta più niente. Si esce per lavorare e per fare la spesa. E qualsiasi schiamazzo, qualsiasi sguardo fa saltare i nervi, perchè sovrappone altre linee a quelle ordinate che tracciamo andando e tornando dall'ufficio o dal supermercato.
Al sud poi chi fa una vita di merda e disprezza lo Stato (le tasse, la registrazione, il poliziotto) si sente ad un certo punto cittadino quando può inveire ed escludere qualcun altro. Quando può bruciare un campo rom con l'ammiccamento degli altri. Quando filmato dalla telecamera può fingere di turarsi il naso dinanzi ad un mucchio di letame che due secondi prima ha alimentato con un lancio sguaiato.
Prima lo zingaro era tollerato, una figura da scansare. Ora deve scaricare la nostra frustrazione, deve pagare per aver elemosinato da anni senza vergogna, mentre noi ci vergogniamo pure di combattere per i nostri diritti.
In questo miscuglio vischioso di sentimenti la retorica del disumano occupa un livello più alto di giustificazione : la base elettorale di questi stragisti userebbe tranquillamente un linguaggio più franco e crudele, perchè pur di ammazzare ammazzerebbe pure se stessa.


7 luglio 2008

La questione rom : l'ultima barriera del razzismo

 L'articolo di Luciana Castellina (il manifesto, 9 gennaio) è uno dei più lucidi contributi alla discussione sull'antisemitismo, collocandolo nell'ambito del «più generale e preoccupante dilagare del razzismo, di cui, in Europa e nel mondo, è bene ribadirlo, sono in questo tempo vittime soprattutto i musulmani e in secondo luogo tutti gli immigrati, quale sia la loro razza o religione». Credo che l'abbattimento delle difese immunologiche verso il razzismo scaturisca dalla deliberata cancellazione dalla memoria del nesso tra anticomunismo e razzismo che ha segnato la storia europea dal 1917 in poi. Questa obliterazione ha prodotto l'accantonamento dell'olocausto nazista come fenomeno che, pur facendo degli ebrei e degli zingari-rom le principali vittime, ha colpito l'insieme della popolazione europea soprattutto all'est. Come dimostra Arno Mayer, storico dell'Europa e dell'olocausto presso l'Università di Princeton approdato rocambolescamente negli Usa nel 1940, i paraocchi imposti dalla Guerra Fredda portarono, in America, ad eludere e minimizzare lo studio storico sociale del nazismo (Arno Mayer, Why did the Heavens not Darken? The «Final Solution» in History, New York: Pantheon Books, 1988). In Italia, grazie alla forza dei comunisti ed all'esistenza di una solida cultura laico-liberale la concezione americana del nazismo non passò. Oggi invece, domina una concezione dell'olocausto in funzione anti-ebraica smussando la coscienza del fatto che i campi di sterminio abbiano inghiottito 10-11 milioni di persone. Nel suo fondamentale libro Mayer sostiene pacatamente che «il culto della rimembranza è diventato eccessivamente di parte. Ha contribuito a disconnettere sempre di più la catastrofe degli ebrei dal contesto storico-temporale, collocandola invece nell'ambito della provvidenziale storia del popolo ebraico da commemorare, da piangere e da interpretare in maniera restrittiva». Infatti se si rescinde l'olocausto dal suo alveo storico-politico si inculca nell'opinione pubblica l'idea che oggi per gli ebrei vi sono solo due poli di riferimento: uno tremendo, a sé stante, ed uno messianicamente positivo rappresentato da Israele. In questo schema i palestinesi e la loro storia non hanno alcuno spazio, è meglio che se ne vadano; se lottano per sopravvivere sono degli arcaici nazionalisti potenziali portatori di antisemitismo! Arno Mayer presentò il suo libro come un tentativo di uscire dai paraocchi della Guerra Fredda. Preme ora sottolinearne i seguenti aspetti. In primo luogo «sebbene l'antisemitismo fosse un dogma essenziale della visione del mondo nazista esso non ne costituiva né le sue fondamenta né la sua principale o unica motivazione». Le altre componenti, scrive Mayer, erano date dalla geopolitica dell'espansionismo tedesco ad est e dall'antimarxismo. In secondo luogo, criticando gli storici che privilegiano l'antisemitismo come forza determinante del nazismo egli osserva che: «La radicalizzazione della guerra contro gli ebrei era correlata alla radicalizzazione della guerra contro l'Urss. Le due guerre avevano una fonte ideologica comune...Radicata nel razzismo del darwinismo sociale la guerra all'est aveva il quadruplice obiettivo di conquistare Lebensraum alla Russia, di schiavizzare i popoli slavi, di schiacciare il regime sovietico e di liquidare il presunto centro nevralgico del bolscevismo internazionale». Appena tre anni dopo la pubblicazione del libro di Mayer, i paraocchi denunciati dall'autore investivano l'Europa in forma tale da comportare una cancellazione della contestualità dell'olocausto nazista. La prima fase della terapia d'urto avvenne con la secessione unilaterale della Croazia dalla Jugoslavia. Come evidenziò, unico fra i giornali europei, il manifesto, l'operazione fu sostenuta dalla Germania con le sollecitazioni del Vaticano cui l'Italia si accodò - Pds compreso - con l'appoggio pressoché incondizionato a Tudjman ed al suo regime tutto orientato a rivalutare lo stato nazifascista ustascia degli anni del grande olocausto in terra balcanica di ebrei, serbi, rom ed altri. L'intera vicenda culmina poco dopo la guerra del Kosovo nella santificazione del prelato croato filo-ustascia Viktor Stepinac (si veda, Marco Aurelio Rivelli L'arcivescovo del genocidio - Milano: Kaos, 1999). L'ideologia della guerra umanitaria diede legittimità alla tesi che vi siano pulizie etniche cattive e pulizie etniche buone. Le prime furono effettuate dal regime di Belgrado, le seconde da Tudjman (in Slavonia e nella Krajna) e dall'Uck appoggiato dalla Nato nel Kosovo, quando, assieme ai rom, venne espulsa anche la comunità ebraica di Pristina. Il manifesto pubblicò la denuncia del capo della comunità israelitica di Pristina. E gli altri? La pratica delle pulizie etniche buone contro quelli cattive ha sferrato in Europa un colpo mortale al sistema di difesa antirazzista. Non per caso quelle pratiche nacquero dalla grande orgia post-sovietica. Il rilancio della guerra fredda durante la presidenza Reagan produsse però tutti gli elementi per legittimare le suddette pratiche. Il terreno di azione principale fu il medioriente. Il sostegno di Washington all'invasione israeliana del Libano - 15 mila morti - significò l'appoggio americano all'eliminazione dell'Olp e della rappresentanza palestinese. Vennero anche prodotte teorizzazioni razziste sul fatto che gli stati arabi non avrebbero avuto una ragion d'essere e che per loro era meglio una configurazione locale etnico-religiosa piuttosto che quella statuale. Il modello verrà «casualmente» applicato in Jugoslavia ove attraverso i Tudjman e gli Stepinac si sdoganerà una vicenda storica orrenda che avrebbe douto rimanere sempre viva nella memoria europea ed italiana in particolare. L'evoluzione politica degli ultimi due decenni, e l'abbandono da parte della sinistra della propria visione del Novecento, hanno comportato l'indebolimento delle difese politiche ed intellettuali verso il razzismo. Valga pertanto come esempio morale e di metodo un passo di un appello contro l'occupazione israeliana e la repressione antipalestinese firmato da un foltissimo gruppo di ebrei francesi: «Sostenere che non vi sia altro crimine contro l'umanità che lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti, è alimentare le fonti stesse del negazionismo (dell'olocausto, JH); noi non rivendichiamo alcun privilegio per gli ebrei in quanto vittime: noi ci solleviamo contro qualsiasi oppressione.» («Une autre voix juive», Le Monde 16 ottobre 2003).

(Joseph Halevi)

Quest'articolo è del 2004.


8 giugno 2008

Leggi speciali e fasciste

 

A Pietro Massarotto, avvocato e presidente del Naga, storica associazione che a Milano si occupa della salute e dei diritti dei migranti, è tornata la voglia di fare politica, fuori dai partiti, cercando sponde non istituzionali per tornare a far circolare un po' di razionalità.
Un tribunale per la prima volta ha applicato l'aggravante di clandestinità. Che ne pensi?
L'aggravante specifica è del tutto estranea alla forma reato. E' oggettiva, cioé senza colpa né dolo: non indica la volontà di delinquere. Quindi presenta rilevanti profili di incostituzionalità, insomma è una ulteriore discriminazione, l'ennesimo tassello della costruzione di un diritto separato e dedicato agli stranieri. In parte è già così: la normativa sui trattenimenti nei Cpt è già speciale, perché questo tipo di limitazione della libertà non si applica agli italiani.
Tanto più che oggi si prefigurano 18 mesi di detenzione, un'autentica follia.
La Corte costituzionale non considera il Cpt un carcere poiché il tempo di trattenimento è stato definito limitato, mentre portarlo a 18 mesi significa di fatto imprigionare un soggetto per una sanzione di tipo amministrativo. E' un tempo spaventoso e ingiustificato: se non si riesce ad eseguire un'espulsione in 2 mesi, a cosa serve detenere una persona un anno e mezzo? Oggi, il Viminale stesso dice che si riesce ad eseguire solo il 45% delle espulsioni. Inoltre, non capisco come si combini il reato di immigrazione clandestina con il Cpt: se viene istituito un nuovo reato, il colpevole deve andare in carcere. Ho letto i disegni di legge e fatico a capire, allora dicano che vogliono trasformare i Cpt in vere e proprie carceri; in più, per mantenere lo stesso numero di «trattenuti» per 18 mesi bisognerebbe costruirne nove volte tanti.
Non sento proteste.
La valanga è cominciata nel 1998 ai tempi della legge Turco-Napolitano, dopo dieci anni la detenzione separata è stata metabolizzata da tutti. Ricordiamoci che in Italia il reato di clandestinità c'è già, perché la seconda espulsione è già reato: ora si vuole solo sdoganare una misura che in seconda battuta era già prevista. E' inaudito perché l'Italia non ha una normativa che permette un accesso regolare, e infatti il 93% di incremento degli stranieri sul territorio è dovuto a sanatorie, per cui l'irregolarità è strutturale, è come dire che tutti gli stranieri sono criminali. Detto questo, ormai gli italiani se la prendono anche con i regolari, basta guardare cosa sta accadendo ai rom, che sono quasi tutti comunitari (e negli ultimi 5 anni, a Milano, non sono aumentari: sono sempre 5.000!)
La caccia è anche sui tram...
Particolarmente odioso, perché è un'azione che non tende a colpire i potenziali delinquenti ma tutti coloro che usano i mezzi pubblici, e tendenzialmente sono lavoratori e lavoratrici, badanti, muratori, magari in nero. I vigili di Milano, comunque, da anni svolgono ruoli di polizia, più o meno da quando i sindaci sono stati eletti direttamente. Da quel momento si sono sentiti tutori in prima persona dell'ordine pubblico, e oggi assistiamo a un'escalation.
Come si può ripartire, di questi tempi, con una mobilitazione antirazzista?
Credo che una risposta immediata sul territorio oggi sia molto difficile, in altre parole si rischia il flop, anche se in questi casi sarebbe doveroso. Penso a un'azione di lunga durata di tipo più strutturale, andare nei quartieri, rimettere in connessione soggetti e associazioni che non si parlano più. Il problema sono gli italiani, che in larga parte condividono le misure repressive. Bisogna riportare la razionalità nelle strade, anche a costo di prendersi qualche insulto, prevedo tempi lunghi ma ormai non possiamo fare altro. Un presidio di protesta, con dieci o venti persone, lo si può anche organizzare, ma servirebbe più che altro per farsi vedere da giornali e televisioni.
Facciamo finta che da oggi il pacchetto sicurezza di Maroni è legge per come lo conosciamo attraverso le indiscrezioni. Cosa accadrebbe nella realtà?
Ho l'impressione che ancora una volta si tratti di un intervento simbolico per sfruttare il miglior capro espiatorio che ci sia, l'immigrato. Non sarà molto effiace, sarebbe come cercare di colpire uno sciame di api impugnando il bazooka, le poche che prendi le sfracelli, ma il «problema» rimane. Diverso è l'impatto culturale di questa deriva sicuritaria, la quale, se ancora fosse necessario, fomenta ancora di più i peggiori istinti razzisti. Ma, concretamente, facciamo due conti. Negli ultimi cinque anni, tra respingimenti alla frontiera e espulsioni, in Italia abbiamo cacciato più o meno 100 mila persone all'anno, quindi per rendere applicabile la pena per il reato di clandestinità bisognerebbe raddoppiare in un anno la popolazione carceraria. Diventerebbe il maggiore di tutti i reati commessi, per non parlare dei costi...
Gli stranieri che contatti sono preoccupati più del solito?
Le persone che telefonano al Naga hanno paura, sono semi-clandestini, con alloggio e lavoro. Per i colloqui, abbiamo cominciato a dare i numerini.

(Luca Fazio)


7 giugno 2008

La retata degli alieni

 

Nei «Dialoghi dei profughi», Bertolt Brecht fa parlare un professore antinazista esiliato (mi pare si chiamasse Kalle) di un suo assistente di laboratorio, attivo nazista fissato con l'ordine. Anzi era proprio la fissazione per l'ordine che lo faceva essere nazista. Eppure - aggiungeva il professore, un chimico, - l'assistente non era mai stato capace di mettere ordine tra le provette, che era suo compito. Noi non siamo dei grandi fautori dell'ordine e tanto meno del pugno di ferro. Anzi! E ci spaventa il plauso che spesso viene da autorevoli esponenti del centro sinistra, sia pure con qualche deprimente distinguo, per le iniziative dell'attuale governo. Ma bisogna notare che esse presentano due caratteristiche contemporanee: la presumibile inefficacia e il messaggio punitivo di stampo fascista. Lo vediamo ora con i due principali campi di intervento scelti dal governo: la spazzatura a Napoli e la lotta all'immigrazione clandestina
Ora che i mezzi di comunicazione hanno reso note le imbarazzanti dichiarazioni fatte a suo tempo dal sottosegretario Bertolaso e le malefatte dei suoi collaboratori, possiamo immaginare cosa saranno capaci di fare: l'impressione è che il piano anti-rifiuti del nuovo commissario rifletta esattamente quello dei suoi predecessori. Quindi il casino nel laboratorio, per richiamare «I dialoghi dei profughi», resta. Ma, così come ai tempi di Brecht, passa la linea dell'ordine, il messaggio autoritario: la militarizzazione delle discariche. Con questa non si risolve alcun problema - neanche quello dell'ordine pubblico, mi pare - ma si mostra mano ferma. E la gente plaude: finalmente ci sono uomini forti. Ho sentito - con dolore - qualche compagno dire «avremmo noi dovuto fare così».
Passiamo agli immigrati. A Milano vigili urbani armati per occasioni degne di miglior causa (ammesso che ce ne siano) sono andati nelle zone dove ci sono i lavoratori immigrati, spesso privi di permesso di soggiorno, li hanno fatti scendere da un mezzo di trasporto pubblico, hanno chiesto loro i documenti e li hanno caricati su pullman per portarli in malo modo da qualche parte per l'identificazione. Con la legge fascista di pubblica sicurezza lo straniero doveva sempre essere pronto a dare «contezza di sè». E questo è ciò che vuole la Moratti. Magari i malcapitati saranno pure stati rilasciati. Ma l'episodio resta grave, non foss'altro che per il contemporaneo carattere vessatorio e inutile. Mostrare i muscoli e i manganelli nei confronti dello straniero soddisfa e stimola tendenze autoritarie e punitive nei cittadini.
È noto che molti dei lavoratori immigrati a Milano, così come in ogni altro posto dell'Occidente sviluppato, lavorano in nero e non hanno permesso di soggiorno. Poi vengono le sanatorie e si passa dal lavoro nero a un lavoro sempre oltremodo sfruttato ma ufficiale; si acquista la residenza  (l'Istat ci ha detto ieri che siamo arrivati a tre milioni e mezzo) e si comincia la seconda fase di un faticoso processo di inserimento.
Abbiamo sentito il capo della polizia Manganelli affermare che la più alta percentuale di reati è commessa da immigrati clandestini. Bella scoperta! Ciò che né il capo della polizia né altri mostrano di capire è che la condizone di clandestino in Italia è temporanea. Non ci sono immigrati buoni-regolari e immigrati cattivi-clandestini. Gli immigrati si trovano a commettere reati nella fase iniziale, che è quella della clandestinità, nella quale vivono in condizioni di maggiore fragilità. Solo riducendo la durata di questa fase e permettendo l'ingresso anche per ricerca di lavoro è possibile ridurre il numero e l'incidenza dei clandestini.
Il governo promette, o minaccia, di mettere ordine. Ma non sa neanche come fare. Neanche una parte minima dei lavoratori immigrati senza regolare permesso di soggiorno presenti ora a Milano potrebbe essere contenuta nel Cpt di Via Corelli. Ma poi perchè?
Il capo della polizia lamenta il fatto che questi continuano circolare in Italia, pur avendo avuto l'ordine di espulsione. Non si potrebbe pensare invece a forme di regolarizzazione, almeno per i lavoratori e i minori? (Cioè quasi tutti).
E, se si introduce il reato di immigrazione clandestina, queste centinaia di miglia di lavoratori in quali galere si metteranno? O cominceranno le distinzioni tra clandestini buoni e clandestini cattivi?
Insomma, come il povero professor Kalle (se si chiamava così), al contempo vedo il fascismo e prevedo la permanenza del casino nel laboratorio
.

(Enrico Pugliese)


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