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17 marzo 2011

LA CRISI BALCANICA : UN APPROCCIO MARXISTA

LA CRISI BALCANICA : UN APPROCCIO MARXISTA

La deflagrazione della ex-Jugoslavia si è verificata in un quadro di instabilità geopolitica e geoeconomica che trova i suoi presupposti nella territorializzazione dell’economia jugoslava ma ancor più nella complessiva riallocazione dei circuiti di scambio e di redistribuzione economica conseguente al lungo processo di unificazione ed integrazione europea.

L’esperienza dell’ autogestione jugoslava è stato un momento importante dell’avventura del movimento operaio e delle forze politiche che, in maniera sincera o meno, a questo movimento si riferivano : Alcuni interpreti di Marx considerano l’autogestione lo sbocco logico del pensiero di Marx ;  L’autogestione stessa è stata inoltre al centro delle discussioni nelle fabbriche di Varsavia e di Budapest, durante la rivoluzione ungherese.  Tuttavia la realizzazione dell’autogestione in Jugoslavia ha scontato molti errori, da molti è stata considerata insufficiente se non addirittura fasulla : si pensi che, dopo gli iniziali successi economici dei primi anni ’50, l’irrigidimento ideologico dovuto al caso Gilas portò ad uno svuotamento dei poteri dei lavoratori all’interno delle singole fabbriche a favore dell’autorità del “Quintetto dirigente” composto dal direttore, dal segretario della Lega, e dai presidenti del Consiglio operaio, del Comitato di gestione e dell’organizzazione sindacale. Comunque, quand’anche si fosse dispiegata al meglio, l’autogestione si sarebbe imbattuta in quei problemi propri di ogni versione del marxismo che si sia limitata all’analisi dei rapporti di produzione all’interno delle fabbriche, senza cioè estendere l’analisi al problema dei rapporti  tra unità produttive in un contesto economico articolato e differenziato ;  a tal proposito la  teoria  leninista sull’imperialismo è una opportuna estensione del marxismo su questa linea di ricerca e costituisce una risposta teorica e pratica alle opzioni in auge nella Seconda Internazionale, opzioni che, rimanendo teoricamente indifferenti ai suddetti problemi di gestione dei rapporti tra unità economiche su diversa scala e riducendo conseguentemente i luoghi della transizione e della costruzione del socialismo ai sistemi-paese ed alle realtà locali individuate in base ad ideologie nazionalistiche ed etnocentriche, ebbero alla fine come conseguenza il disastro della Prima Guerra Mondiale e del voto a favore dei crediti di guerra.

 

 

 

Nell’esperienza jugoslava il decentramento economico incompleto e difettoso (e quindi incapace di consentire ai lavoratori di gestire direttamente i processi di produzione) tuttavia ha dispiegato la parte negativa dei suoi effetti : esso appunto ha prodotto una territorializzazione dell’economia dove la sovrapposizione di interessi politici locali e degli interessi economici della popolazione ha portato ogni entità territoriale a curare solo i propri interessi e bilanci ; la conseguente segmentazione del mercato ha accelerato i processi di differenziazione economica e sociale tra varie entità territoriali, anche per quel che riguarda i redditi dei lavoratori con successiva catastrofica scomposizione della già problematica unità della classe lavoratrice (di tali processi di differenziazione economica in altro contesto si è occupato Gunnar Myrdal con la teoria degli squilibri cumulativi) : si è arrivati poi a forti scompensi geoeconomici regionali con conseguente situazione conflittuale tra le Repubbliche della Federazione jugoslava, situazione prevista già da Kardelij e che si evidenzia sin dagli anni ’70, con il contenzioso sloveno sulla questione delle autostrade e con fermenti in Croazia (cresce in questi anni l’associazione culturale nazionalistica Matica Hrvatska) e tra le minoranze musulmane.   Emergono in questa fase ceti manageriali, vasti settori della burocrazia repubblicana, esponenti politici locali che sfruttano per il loro tornaconto personale e/o di gruppo  la tradizione nazionalistica preesistente che, più che essere originata da estese sacche residuali di pre-modernità (negli anni  ’70 l’urbanizzazione era stata forte, la popolazione contadina era scesa al 38,2 % del totale  e il mondo rurale aveva perso la sua  centralità, la scolarizzazione nelle medie inferiori registrò un incremento del 42 % rispetto al triennio precedente, mentre quella superiore segnò un + 31 %), trova alimento nella suddetta territorializzazione dell’economia e nel disagio sociale causato da un processo di modernizzazione vorticoso ed imposto dall’alto, senza essere cioè accompagnato da un protagonismo sociale e democratico ( le proteste studentesche di quegli anni non furono interpretate come si doveva). In questa fase la mancanza di una valorizzazione politica del processo auto-gestionario e l’assenza di pluralismo politico rende più facile incorporare l’identità nazionale nel sistema di rappresentanza politica e così il pluralismo etnico diventa il canale più accessibile per l’organizzazione e la trasmissione della domanda politica (ad es. tramite Matica Hrvatska e la sua battaglia per la purezza della lingua croata, Franjo Tudjman comincia a costruire la sua fortuna politica).

Intanto la sovrapposizione delle decisioni locali di erogazione a quelle a livello politico centrale provoca nel decennio seguente un aumento della spesa  complessiva (nel 1986 il debito interno era di 12-14 mld di $),  un forte indebitamento con l’estero (dai 6 mld di $ del 1976 ai 21 mld di $ del 1988), svalutazione monetaria e stagflazione (l’inflazione passa dal 39 % del 1981 al 168 % del 1987) : l’impoverimento sociale che ne consegue (la quota dei consumi diffusi sul prodotto sociale scende dal 53,7 % del 1978 al 48,5 % del 1985, mentre in quest’ultimo anno ciascun addetto riceve sostanzialmente il 30-40 % in meno di quanto ricevesse nel 1979)  porta alla perdita di legittimità delle istituzioni centrali federali verso le quali vengono convogliate, da parte dei  burocrati locali in ascesa, le proteste popolari.

Le premesse per la rottura di circuiti fiscali e di redistribuzione e per la successiva deflagrazione erano così poste. Ma la causa efficiente di tali eventi deve essere cercata nel contesto internazionale e nei processi che lo caratterizzano : già la nascita del Mercato Comune Europeo era ben analizzata da studiosi marxisti come un momento della internazionalizzazione del capitale e della sua concentrazione su scala sovranazionale, con l’abbattimento correlato di settori a bassa produttività sinora protetti da barriere doganali. Questo processo era fortemente collegato con il riavvio dell’economia capitalistica tedesca la quale alla fine ha vinto quella guerra che aveva perso sul terreno militare (si vedano a tal proposito le tesi di Hoshea Jaffe, e l’invettiva di Michael Lichtwark al Forum  mondiale dei comunisti tenutosi a Roma l’1-2 Luglio del 1995).

L’accelerazione vorticosa dell’unificazione delle Germanie costringe ad una speculare accelerazione anche il processo di unificazione europeo (dove andrebbe l’Europa senza la Germania ?). Si costituisce una sorta di polo di attrazione geopolitico e geoeconomico che ridisegna tutta la cartina europea, tutte le divisioni tra ed all’interno degli Stati-nazione : l’Europa dalla divisione in due blocchi si struttura secondo un modello centro/ semiperiferia / periferia.

Tale processo causato, come abbiamo detto, dall’esigenza di accumulo del capitale a livello sovranazionale, provoca una serie di destabilizzazioni geopolitiche nel nostro continente. I territori più ricchi all’interno dei singoli Stati-nazione, attratti dal polo europeo ed aspirando a correre al “centro” verso una conferma ed un rafforzamento della propria egemonia economica, si torcono le mani per il fatto di dover sopportare la zavorra costituita dalle parti meno sviluppate dei loro rispettivi paesi (un esponente della corrente nazionalista del Forum praghese, Ludvik Vakulik ad es. nel 1990 afferma che se Praga abbandonasse gli Slovacchi scaricherebbe “un grande peso economico”), ed alla fine scalpitano per liberarsi di queste zavorre per volare, liberi, verso l’Europa (naturalmente il rapporto con le rispettive periferie verrà rinegoziato da posizioni di maggior forza quando il processo si sarà in qualche modo consolidato).

Gli effetti di questi processi in tutt’Europa ? A livello sovrastrutturale e di costume vediamo la rivalutazione della lingua catalana, il neo-giuramento di Pontida, la Madonna di Medjugorie (molti cattolici croati appoggeranno poi non a caso Tudjman), la letteratura mitteleuropea, il revival dei Celti, la paura del fondamentalismo islamico (su questa forma di razzismo si vedano  gli studi di Maxime Rodinson prima e di Etienne Balibar poi) ed altre sciocchezze.

A livello invece di storia concreta, le Repubbliche baltiche nel 1991 si separano dall’Urss iniziandone il processo di disgregazione, Repubblica Ceca e Slovacchia si separano (per fortuna consensualmente) nel 1993, nasce la Lega Lombarda (poi Lega Nord) in Italia , ed in Jugoslavia Slovenia e Croazia nel 1991 si ritirano dalla federazione dando inizio a quella che Nicole Janigro ha definito “l’esplosione delle nazioni”. Attenzione a non farsi ingannare dalle cadenze politiche di questi processi : si potrebbe credere che l’innesco di essi sia causato dalla parte economicamente debole dello Stato-nazione considerato (si pensi al nazionalismo serbo ed all’istanza di separazione da parte slovacca nel caso sopracitato). Se però si studiano con attenzione le tabelle economiche, gli indicatori sociali, gli umori dell’opinione pubblica, i processi di liberalizzazione economica degli anni precedenti gli atti politici considerati, si vede chiaramente che la separazione era già in corso ( soprattutto se risultano allentati i circuiti fiscali di redistribuzione che sono l’ossatura dello Stato-nazione ) e che la revanche nazionalistica o etnica della parte debole è solo la febbre politicista e spesso militarista conseguente ad una patologia sociale in stato già avanzato e che serve alla fine solo all’individuazione di capri espiatori : il bombardamento di Belgrado è in tal senso un’amara lezione.           

 


27 febbraio 2010

Guglielmo Forges Davanzati : la crisi del Mezzogiorno e gli errori del governo

 Allo scoppio della crisi economica, erano in molti a ritenere che i suoi effetti si sarebbero fatti sentire con maggiore intensità nelle aree più ricche del Paese, e che avrebbe colpito in misura modesta il Mezzogiorno. Si badi che questa convinzione non è del tutto scomparsa e che essa continua a sostenere la politica anti-meridionalista di questo Governo. E tuttavia, mentre ancora un anno fa vi era motivo di credere che – essendo meno esposte alla concorrenza internazionale – le imprese meridionali avrebbero sopportato meglio la caduta della domanda mondiale, oggi i dati disponibili segnalano un allarme che sarebbe opportuno non far passare in secondo piano. Secondo le ultime rilevazioni di Confcommercio, soltanto il 23,1% delle piccole e medie imprese del Mezzogiorno ha investito nel periodo 2008-2009. Il 54,9% delle imprese dichiara che non effettuerà investimenti nel periodo 2009-2010. Solo l’8,5% investirà “certamente”, mentre il 18,2% dichiara che è “probabile” che verranno effettuati nuovi investimenti.

E’ interessante rilevare che la tendenza ad effettuare investimenti nel periodo 2009-2010 prevale nelle imprese di piccole e medie dimensioni, mentre è meno accentuata nelle microimprese. Il fenomeno può essere spiegato con almeno due considerazioni:
1) per quanto attiene ai mercati di sbocco, va innanzitutto rilevato che le piccole imprese meridionali vendono prevalentemente nelle aree nelle quali sono localizzate, e che la domanda che fronteggiano è bassa e in calo[1]. Ciò dipende fondamentalmente da due fattori. In primo luogo, i consumi complessivi dei cittadini meridionali tendono a ridursi soprattutto a ragione del fatto che i flussi migratori riducono la popolazione residente e, di conseguenza, riducono le spese delle famiglie meridionali rivolte alle produzioni locali. Il rapporto SVIMEZ 2009 segnala, a riguardo, che tra il 1997 e il 2008 sono emigrati dal Mezzogiorno circa 700 mila individui, prevalentemente giovani e con alta scolarizzazione, prefigurando la tendenza allo spopolamento negli anni 2030. In secondo luogo, i consumi tendono a essere sempre meno alimentati dalla spesa pubblica, dal momento che, come rilevato dalla SVIMEZ, la spesa pubblica pro-capite è decrescente nel Mezzogiorno ed è maggiormente rivolta al Nord (10.400 euro circa al Sud contro i 12.300 euro al Nord)[2]. A ciò si possono aggiungere due ulteriori considerazioni. Innanzitutto, appare rilevante la composizione merceologica della produzione nel Mezzogiorno, concentrata in settori maggiormente esposti alla crisi. In più, vi è ampia evidenza teorica ed empirica in merito al fatto che la produttività del lavoro cresce al crescere delle dimensioni aziendali. Ciò accade soprattutto a ragione del fatto che le imprese di più grandi dimensioni riescono più facilmente ad accrescere la divisione del lavoro al loro interno, generando maggiore specializzazione dei propri dipendenti. Non a caso, come registrato nell’ultimo rapporto SVIMEZ, il divario di produttività fra le imprese meridionali e quelle settentrionali supera i 22 punti percentuali. In tali condizioni, risulta pressoché impossibile reagire al calo della domanda mediante strategie finalizzate a riconversioni produttive che agevolino le innovazioni di processo e di prodotto. Da ciò segue che, riducendosi la domanda interna, le imprese – soprattutto quelle che vendono in loco - sono indotte a posticipare gli investimenti;
2) sul versante dei costi, le imprese meridionali scontano più alte passività finanziarie e/o minore accesso al credito bancario, a ragione del razionamento del credito a sua volta imputabile alle piccole dimensioni aziendali. Minori disponibilità finanziarie, oppure più alti tassi di interesse passivi, comportano un più bassa produzione (e una minore occupazione) e più bassi margini di profitto. In tali condizioni, non è sorprendente rilevare l’elevatissimo numero di fallimenti e di crisi aziendali nel Sud, con conseguente spirale viziosa che fa riferimento all’incremento della disoccupazione alla conseguente riduzione dei salari e della domanda.

A fronte di queste evidenze, il Governo sta agendo nella direzione esattamente opposta a ciò che occorrerebbe fare, varando – anche con la Legge Finanziaria 2010 – provvedimenti di contenimento della spesa pubblica che, alla luce di quanto precedentemente rilevato, molto verosimilmente  penalizzeranno ulteriormente le regioni meridionali, e le fasce più povere dei lavoratori di quelle aree[3]. E’ opportuno chiedersi quali sono le motivazioni che sorreggono questa impostazione. In linea generale, vale quanto rilevato da Graziani[4]: “E’ una regola storica che la politica meridionalistica attraversi fasi alterne a seconda della situazione che domina nel resto del Paese. Quando l’industria del Nord attraversa fasi di espansione, si fanno piani di sviluppo produttivo anche al Sud; quando il Centro-Nord vive le sue fasi di ristrutturazione e di assestamento, per il Mezzogiorno non rimane che una politica di sostegno assistenziale”. E la storia dei rapporti Nord-Sud è stata in larga misura una storia di dipendenze. Con alterne vicende, il Mezzogiorno è stato concepito come mercato di sbocco, come serbatoio di consensi, come fonte di approvvigionamento di prodotti intermedi e di fattori produttivi. Nella fase attuale, sembra che le imprese settentrionali siano soprattutto interessate ad accrescere l’offerta di lavoro in loco, attingendo alle emigrazioni dal resto d’Italia. Dovrebbe risultare chiaro che le emigrazioni impoveriscono il Mezzogiorno, sia a ragione del fatto che lo privano di potenzialità produttive, sia perché riducono la domanda interna, sia perché – nella gran parte dei casi – gli emigrati (per lo più giovani e altamente istruiti) non sono in grado, come accadeva in passato, di ottenere redditi tali da generare rimesse di segno positivo per le famiglie di origine. Accade semmai il contrario, sia per effetto dei bassi redditi reali (e della precarietà dell’impiego), sia per effetto dell’alta propensione al consumo dei giovani meridionali emigrati[5]. Ed è altrettanto ovvio che le emigrazioni, accrescendo l’offerta di lavoro al Nord, contribuiscono alla riduzione dei salari in quelle aree, in un contesto nel quale – anche grazie alle politiche fiscali restrittive del Governo – il Sud non può costituire un mercato di sbocco significativo per le produzioni settentrionali. Né vale la tesi liberista secondo la quale una elevata mobilità del fattore lavoro, rendendolo relativamente scarso nelle regioni più povere, determinerebbe in queste aree un aumento dei salari. Questa tesi potrebbe valere solo a condizione di assumere che la forza-lavoro sia omogenea. Nei fatti, le nuove emigrazioni riguardano individui scolarizzati che competono con lavoratori meno istruiti solo se non emigrano e si collocano, nel Mezzogiorno, in condizioni di sottoccupazione intellettuale[6].

La spirale perversa impoverimento-emigrazioni-impoverimento dovrebbe essere contrastata con ben altri indirizzi di politica economica rispetto a quelli in atto. In primo luogo, se uno (se non il) problema del Mezzogiorno è il ‘nanismo’ imprenditoriale, e la conseguente incapacità delle nostre imprese di attuare innovazioni, occorrerebbe promuoverne il ‘salto tecnologico’, mediante dispositivi normativi che incentivino le aggregazioni fra imprese. In secondo luogo, e con effetti di breve periodo, sarebbe auspicabile una politica di fiscalità di vantaggio, non a favore delle imprese ma delle famiglie meridionali. La ratio di questa proposta risiede in una duplice constatazione. In primo luogo, le politiche di detassazione delle imprese che investono nel Mezzogiorno – attuate negli ultimi anni – non hanno prodotto risultati significativi per quanto attiene all’attrazione di investimenti. Sia sufficiente richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, il tasso di crescita degli investimenti ‘esterni’ all’area si è ridotto, rispetto al precedente biennio, e comunque prima del propagarsi della crisi, dal 2.4% allo 0.5%. In secondo luogo, occorrerebbe prendere atto del fatto che la propensione al consumo cresce al ridursi del reddito disponibile, ovvero che le famiglie con più basso reddito sono quelle che, in termini percentuali, destinano una quota più alta a consumi. Una politica di ridistribuzione del reddito a vantaggio del Mezzogiorno, e delle famiglie più povere lì residenti, garantirebbe una aumento dei salari nell’area, con il conseguente aumento dei consumi, del livello di produzione e  di occupazione[7]. Se la domanda aumenta, e la domanda di lavoro viene rivolta a lavoratori altamente qualificati, vi è ragionevolmente da attendersi un ribaltamento del meccanismo perverso che, mediante le emigrazioni, rende il tasso di crescita dell’economia meridionale minore di quello del Nord da circa sette anni, e con ulteriore accelerazione in regime di crisi.


 

[1] Ciò accade anche per le imprese meridionali che lavorano su subfornitura delle imprese settentrionali, dal momento che – riducendosi gli investimenti in quell’area – si riducono gli ordinativi e, dunque, i profitti al Sud.
[2] Si osservi che la minore spesa pubblica nel Mezzogiorno non può essere neppure motivata con un minor gettito tributario in quelle aree, dal momento il rapporto fra gettito e PIL è significativamente più elevato per le grandi Regioni del Sud (Campania, Puglia, Sicilia) rispetto a grandi Regioni del Centro-Nord (Veneto e Toscana). A ciò va aggiunta la peggiore qualità dei servizi pubblici nel Sud. Sul tema si rinvia a G. Mazzola, Il federalismo fiscale e lo squilibrio Nord-Sud, in “StrumentiRes”, I, n.4, novembre 2009.
[3] Sebbene non esistano o non siano stati divulgati dati ufficiali e attendibili sull’argomento, vi è motivo di credere che la linea prudenziale scelta dal Governo sia (anche) finalizzata ad accumulare risparmi per finanziare il federalismo fiscale. Per una spiegazione della linea restrittiva in regime di crisi, si rinvia al mio Il Governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario su questa rivista, e alla bibliografia lì citata.
[4] A. Graziani, I conti senza l’oste, Boringhieri, Torino 1997, pp.155 ss..
[5] A riguardo occorre osservare che la visione mainstream fa ancora propria, in larga misura, l’ipotesi del ciclo vitale, stando alla quale gli individui massimizzano la somma delle utilità derivanti dal consumo nel corso della loro vita, dato il vincolo delle risorse disponibili durante la vita. Da ciò discende che il consumatore tenderà a risparmiare da giovane per poter poi aumentare i propri consumi da anziano. E tuttavia, da diversi anni – e soprattutto in ambito sociologico e nel campo dell’economia cognitiva – è stato messo in evidenza che la propensione al consumo è largamente influenzata da ulteriori e molteplici fattori, fra i quali i dispositivi di autocontrollo, generalmente meno rilevanti per le fasce di età più giovani, giungendo alla conclusione opposta (è verosimile che i giovani abbiano una propensione al consumo maggiore degli anziani). Sul tema, si rinvia, fra gli altri, a D.Kanheman and R.Thaler, Economic analysis and the pshyicology of utility: Applications to compensation polic, “American Economic Review”, May, 1991, pp.341-346.. ?
[6] Per sottoccupazione intellettuale si intende una condizione stando alla quale lavoratori altamente istruiti svolgono mansioni per le quali non è richiesto il titolo di studio in loro possesso. Sul tema, sia consentito rinviare a G.Forges Davanzati, Moneta, istituzioni, distribuzione del reddito, Pensa, Lecce 2005, cap.II e alla bibliografia lì citata.
[7] Un’azione di questo genere andrebbe accompagnata – ed è questo un punto ormai ineludibile – a una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici da parte dello Stato. Non si tratta di una questione di sola giustizia distributiva (argomento pure rilevantissimo, dal momento che anche su questo fronte l’Italia è già divisa in due), ma soprattutto di una questione di efficienza del sistema. Una maggiore e migliore fornitura di beni e servizi pubblici, accrescendo i salari indiretti delle famiglie meridionali, consentirebbe loro di disporre di maggior potere d’acquisto, con conseguenti effetti moltiplicativi sulla domanda interna e, dunque, sull’occupazione. Sul tema si rinvia al contributo di R.Patalano e R.Realfonzo, Salari meridionali in gabbia, su questa rivista.

 


27 maggio 2008

Ecoballe e Balotelli

Un sedicente giornalista, molto simile all'omino della Bialetti, ha scritto ieri un corsivo dove tra le altre cose afferma che un governo che voglia seriamente espellere i clandestini, deve fare una seria politica di integrazione. Ad es. deve nominare sottosegretario Fouad Allam, regolarizzare Balotelli, assumere un rumeno nel servizio immigrazione della Capitale.




Ecco, direbbe
Gerardo Marotta, questa è la classe dirigente meridionale : un accozzaglia di papponi, che dietro l'eloquio forbito, nasconde non solo un' incompetenza abissale, ma nel contempo una malafede macroscopica,al punto da spacciare per "politica di integrazione" atti poco meno che simbolici se non addirittura provocatori.
Questo signore si permetteva pochi mesi fa di ironizzare con aria da navigato giornalista sul programma dell'Unione, come a dire "ma chi lo ha mai considerato"....
Tutto questo con la sola differenza che in quel momento lui era non tanto un navigato giornalista, ma un parlamentare eletto sulla base di un programma sottoscritto dai partiti dell'Unione, per cui stava allegramente sputando nel piatto dove mangiava.
Pensate un po' che rifiuto speciale....


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permalink | inviato da pensatoio il 27/5/2008 alle 10:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


5 marzo 2008

Le dimissioni di Bassolino

 Le responsabilità di Bassolino vanno ben oltre e - soprattutto - hanno una natura diversa dalle imputazioni per cui è stato rinviato a giudizio. Si tratta di gravi responsabilità politiche relative alla costruzione di un sistema di potere clientelare per molti versi paralizzante, che ha avuto come risultato l'enorme successo elettorale e il conseguente ingresso di Bassolino presidente e di Rosa Iervolino sindaco nel super comitato di governo del Partito democratico.
A dir la verità non mi è neanche chiaro se Bassolino si è semplicemente limitato a permettere il consolidamento di questo clientelismo, finendo per rimanervi invischiato, o se ne ha da subito rappresentato il punto focale. Certo è che il rinnovato potere democristiano alla regione (che ha trovato nella sanità la sua espressione più grave), saldandosi con il potere economico locale, ha prodotto ciò che è sotto gli occhi di tutti. E non solo i cumuli di spazzatura, basti pensare ai dati sulla salute e sulla mortalità nella Regione.
Forse bisogna cominciare a riflettere sul fatto che stravincere elettoralmente grazie a un crescente e pervasivo potere di un'area politica dominata da Mastella e da De Mita non portava (e non porta) bene né alla regione né al paese. D'altra parte si tratta di potere clientelare che ha coinvolto tutti, Ds compresi.
E andrei oltre: la dico tutta. Quando a dicembre al convegno della Cosa Rossa alla Fiera di Roma ho osservato l'entourage di Pecoraro Scanio, e ho visto chi c'era, mi son venuti i capelli dritti in testa. Ciò per dire che è bene che evitiamo noi stessi (mi pare che ci chiamiamo Sinistra arcobaleno) di fare i giustizialisti, almeno senza aver ben guardato dentro di noi.
Questo non significa che gli altri ventisei imputati insieme ai quali si trova Antonio Bassolino siano dei benefattori del paese. Al contrario. Anzi, sarebbe giusto porgere una volta per tutte il conto all'Impregilo per il presente, il passato e il futuro. E' la stessa società che è stata destinata dal governo Berlusconi alla devastazione ambientale e allo spreco di danaro pubblico per il ponte sullo stretto di Messina (che peraltro non si farà mai).
Ora sembra che anche la grande stampa si sia accorta che all'origine di tutto ci siano anche e soprattutto le malefatte dell'Impregilo. Ma perché se ne parla solo da un po'? Avevo definito questo tipo di amnesie «mistero napoletano», quando ne scrissi sul manifesto. E prima di me, ne aveva solo perlato qualcun altro sul manifesto. Non che non si sapesse. Ma il sistema di potere costituito intorno allo spreco dell'Impregilo non lo si voleva vedere.
Come abbiamo fatto notare su questo giornale - e come purtroppo in televisione ha fatto notare anche, credo, l'onorevole Casini - l'accordo con l'Impregilo (fatto dalla giunta Rastrelli) si poteva denunciare subito dopo la nomina di Bassolino a presidente. Forse costava qualcosa - o forse no, con una magistratura attenta - ma si sarebbe così evitato l'inutile tritasoldi di Acerra: che, peraltro, De Gennaro ha detto che farà risorgere «più forte e potente che pria».

(Enrico Pugliese)


16 febbraio 2008

Un nuovo inizio a Napoli ?

 Sembra ci siano cose più importanti di cui occuparsi, ad esempio se il Pd di Veltroni «correrà da solo» o se vi sarà effettivamente una «grande coalizione» all'indomani delle elezioni anticipate. Eppure, «siamo consci di una profonda crisi della democrazia rappresentativa che di certo non rinneghiamo né combattiamo ma che anzi con il nostro contributo vogliamo rilanciare». Chi scrive queste parole? Qualunquisti, eroi dell'«antipolitica»? No, sono i cittadini del quartiere napoletano di Pianura e dei comuni vicini di Quarto e Pozzuoli, quelli che avete visto in tv, le mani alzate, prendersi le manganellate delle truppe di De Gennaro. I quali ragionevolmente dicono, in una lettera aperta, che non è sopportabile un nuovo accumulo di «ecoballe» (quelle nocive e inutilizzabili prodotte dalla joint venture tra la famiglia Romiti e Antonio Bassolino) in una zona in cui si è minacciato o realizzato, oltre alla famosa discarica, «l'insediamento di una fabbrica di piombo, la costruzione di un carcere, l'apertura di un sito temporaneo di trasferenza durante l'acuirsi dell'emergenza rifiuti nel 2004, il trasferimento nell'area degli inerti derivanti dalla bonifica dell'area ex Italsider di Bagnoli». Tanto che, alla fine, «si è giunti al sequestro ordinato dalla Procura della Repubblica di parte dell'area della ex discarica chiusa dodici anni fa: i magistrati sono giunti a ipotizzare i reati di disastro ambientale ed epidemia colposa a seguito di quaranta anni di sversamenti leciti e illeciti di rifiuti tossici e nocivi ». E allora? Allora, i cittadini, lasciati soli dalle istituzioni locali e dalla sinistra, rivendicano la loro «dignità»: pretendono una immediata bonifica del territorio e «siamo pronti a partire con una raccolta differenziata porta a porta, con la riduzione dei rifiuti e degli imballaggi e con il riciclaggio, e ci batteremo per un'educazione ad un consumo responsabile e non inquinante».

(Pierluigi Sullo)


16 febbraio 2008

L'amianto di Gianturco

 «Nessuna traccia di amianto presso l'ex Manifattura Tabacchi di Gianturco, procediamo con i lavori per lo stoccaggio delle ecoballe». A dare la notizia domenica scorsa il commissariato per l'emergenza rifiuti in Campania, Gianni De Gennaro. Per conoscere i fatti ci sono volute sei ore, ieri, al Comitato salute ambiente di Napoli Est. Sei ore di occupazione dell'Arpac a Napoli per ottenere finalmente i documenti. Risultato: l'Agenzia non dispone di un suo laboratorio per l'analisi di diossina e amianto, perciò nessun parere è stato dato in merito, se i rilievi sono stati fatti allora sono stati spediti a società private di Brescia, che potrebbero impiegare mesi a dare un responso.
Pareri, tuttavia, l'Arpac li ha dati, in merito all'invio delle balle a Gianturco, e tutti negativi. Non è possibile utilizzare i capannoni per stoccare i rifiuti ma solo il piazzale, dove comunque non si possono sversare rifiuti solidi urbani ma solo la frazione secca e inerte. Frazione secca che in regione non esiste, dal momento che tutti, dai magistrati ai tecnici del commissariato ai rifiuti fino ai cittadini, sanno che le eco-balle sono solo cubi di immondizia «talquale» in confezione speciale, da stoccare nell'ex Manifattura in attesa di venire inertizzati. E anche ammesso che si rintracciasse la frazione secca, i carotaggi dei tecnici dell'Agenzia per la messa in sicurezza del piazzale aumentano i dubbi sull'utilizzo del luogo, visto che insiste su una falda acquifera superficiale.
Il piano straordinario procede a furia di diktat e verifiche spesso solo annunciate, la ricetta resta la stessa: trovare un buco qualsiasi dove nascondere i rifiuti, alle conseguenze ci penserà il prossimo commissario o amministratore di turno. I cittadini però hanno deciso di interrompere il gioco: lunedì scorso il comitato ha presentato un esposto alla magistratura, documenti e planimetrie annesse, da cui risulta ad esempio che in uno dei fabbricati, al piano terra, ci sono balle contenenti amianto, come certifica il nastro che chiude l'involucro, materiale abbandonato senza manutenzione, con numerosi fori di discrete dimensioni. Due capannoni lungo il percorso ferroviario, poi, sono costruiti con materiale coibentato con amianto, lana di vetro e derivati, anche queste strutture fatiscenti. Fino ad arrivare alla quarta strutture in stato d'abbandono che esibisce sulle porte un avviso che mette in guardia contro la presenza di materiale contaminato dall'amianto stoccato al suo interno.


(Adriana Pollice)


10 febbraio 2008

Monnezza : Nimby ? Pare di no...

 Sono stati realizzati impianti che dovevano essere Cdr e che invece sono dei tritovagliatori che non hanno prodotto ecoballe con i requisiti imposti dalla legge vigente. E' in via di ultimazione l'inceneritore di Acerra in un sito già ora inquinato oltre i valori previsti dalla legge. Sono state realizzate discariche per accumulare rifiuti prodotti fuori legge dagli impianti definiti ex Cdr dallo stesso Commissario di governo. E' evidente che gli attori succedutisi nel ruolo di Commissario di governo hanno dimostrato una palese incapacità. E' palese che, di fatto, la struttura commissariale si è rivelata un'efficace sanguisuga di risorse finanziarie pubbliche provocando un dannoso e grave inquinamento ambientale nelle aree urbane e nelle aree circostanti le discariche eseguite spesso in siti non idonei con inquinamento del suolo e delle acque superficiali e sotterranee (come a Lo Uttaro vicino a Caserta e a Basso dell'Olmo sul fiume Sele). Tutto ciò ha determinato la diffusione a scala mondiale di un'immagine regionale squallida con conseguenti danni economici per le attività turistiche e agricole e produttive in genere. I cittadini campani sono stati sottoposti per lunghi anni a ripetute situazioni di rischio sanitario e non hanno goduto del diritto alla salute previsto dall'articolo 32 della Costituzione italiana.
Troppe volte rappresentanti di varie istituzioni hanno elargito promesse che non sono state mantenute. Tanto per fare un esempio, è dovuto intervenire personalmente il Presidente della Repubblica per garantire che alcune discariche sarebbero state definitivamente chiuse (Parapoti e Difesa Grande). Ora viene elusa la promessa presidenziale prevedendone la riapertura (Difesa Grande sicuramente, Parapoti come riserva).

(Franco Ortolani)


15 gennaio 2008

Il re Tentenna

Memore che una leggenda metropolitana lo considera figlio di Umberto II, Giorgio Napolitano si è adeguato alla fama di uno dei suoi presunti antenati, Carlo Alberto, che per la sua indecisione era chiamato Re Tentenna, dal momento che dopo aver definito tragica la situazione a Maggio, e dopo essersi dichiarato allarmato all'inizio dell'anno, ora però dice che sulla questione rifiuti sia stata data un'attenzione oltre misura.



Perchè mai questo sventolar di banderuola, poco simigliante all'eroica bandiera tricolore ?
Napolitano forse fa riferimento all'eccessiva attenzione dell'Unione Europea alla questione. Pare proprio di sì. Il fatto è che l'Unione Europea non si fa fregare, come gli ascoltatori di Porta a Porta, dai partigiani dell'inceneritore, tra cui c'è anche buona parte della Nuova Sinistra riformata.
Che L'Unione Europea voglia che le cose si facciano bene lo si desume da qui, da qui, da qui e da qui
Ma poichè la Repubblica Italiana si regge sul paraculi e sui delinquenti, Re Giorgio che dei primi è Lord Protettore e i secondi non li vuole nemmeno sentire nominare (durante l'emergenza di questi giorni egli parlava dal governo legittimo in esilio a Capri), giustamente, da guardiano della Costituzione, si lamenta di questo baccano, baccano pericoloso soprattutto per la soluzione già preparata dalle forze politiche in sintonia bipartisan : finta raccolta differenziata, balle compattate di tutto l'arco costituzionale (senza alcuna differenziazione) e la Campania si fumerà anche l'impossibbile, con il megainceneritore di Acerra ed altri due a piacere.


14 gennaio 2008

Il complotto in cui sono coinvolte le massime cariche dello Stato

 

I “predatori”

dei rifiuti

Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia

Dinanzi all’evidente disastro e all’incapacità di uscire da una crisi ormai endemica del sistema di trattamento degli scarti solidi urbani e speciali, dobbiamo chiederci quale sia il piano predisposto per la gestione dei rifiuti in Campania. Ebbene, non si può non comprendere che, se si è ostinatamente e dolosamente impedita la raccolta differenziata e anche quei rifiuti che erano stati pazientemente separati dai cittadini sono stati poi ricompattati nuovamente e tal quali raccolti in “ecoballe”, la strategia sottesa a tutte le scelte compiute negli ultimi tredici anni è quella di bruciare milioni di tonnellate di rifiuti nel termovalorizzatore di Acerra e negli altri programmati. E tutto questo spiega incontrovertibilmente come mai siano ancora prodotti, proprio grazie alla mancata raccolta differenziata, milioni di tonnellate di rifiuti depositati nelle discariche e accatastati in immensi siti di stoccaggio, infestando l’intero territorio campano: creare un’immensa riserva destinata a far funzionare a pieno ritmo il sovradimensionato termovalorizzatore di Acerra, al fine di ricavare un gigantesco profitto in virtù del perverso finanziamento previsto dal Cip6, che assegna un contributo di 25/50 euro per ogni tonnellata di rifiuti bruciati. Questa strategia si scopre oggi con tutta evidenza essere di natura delinquenziale, specie se si considera il fatto che un fertile terreno agricolo come quello di Acerra e le sue ricche falde freatiche siano stati inquinati irrimediabilmente per secoli e tutta una popolazione laboriosa sia stata condannata ad un picco sempre crescente di tumori e di infinite altre malattie, senza considerare in questa sede i danni subiti dagli allevatori per l’altissimo tasso di mortalità degli animali e le gravi malattie provenienti dal bestiame infetto, malattie contagiose per l’uomo. Infatti, se il termovalorizzatore di Acerra è tre volte più grande di quello di una grande capitale europea, quale Vienna, si comprende subito che l’intero sistema di smaltimento rifiuti configurato nella proposta Fisia-Italimpianti (gruppo Impregilo) – così come già evidenziato il 20 dicembre del 1999 dalla Commissione per la valutazione di compatibilità ambientale – è stato dimensionato per lo smaltimento dell’intero quantitativo di rifiuti solidi urbani. 





Questa impostazione, tra l’altro, era in contraddizione
con quanto prevedeva il Decreto Ronchi nel 1997 che, recependo le direttive europee, prevedeva, soltanto per ciò che non era riciclabile, piccoli inceneritori per permettere ad ogni provincia di provvedere ai propri rifiuti. Va detto che, in virtù dei recenti studi epidemiologici sull’impatto sulla salute umana degli inceneritori, anche di ultima generazione, il ciclo integrato dei rifiuti va chiuso con impianti che trattano la materia a freddo, evitando così di scaricare sull’ambiente e sull’uomo sostanze altamente tossiche, quali le diossine, i metalli pesanti e le polveri ultrafini. Ma per seguire il nostro ragionamento dobbiamo chiederci perché non si è proceduto alla costruzione di piccoli inceneritori nelle singole province? La risposta è semplice: era in discussione l’abrogazione del Cip6 e quindi del saccheggio del pubblico erario. Il provvedimento, lo sapevano bene gli speculatori, avrebbe salvato soltanto i termovalorizzatori in corso di costruzione. E il termovalorizzatore in corso di costruzione era quello dello sventurato comune di Acerra e dunque bisognava costruirlo il più grande possibile. Gli speculatori ben sapevano che gli sciagurati finanziamenti derivanti dal Cip6 non erano consentiti in nessun altro paese europeo e che sarebbero stati ben presto aboliti anche in Italia, come infatti è parzialmente avvenuto nonostante le remore dei poteri forti. Pertanto, è rimasto come fonte di un illecito profitto, basato sulla morte di tanta parte della popolazione campana, il solo termovalorizzatore di Acerra: questo mostro si sta costruendo in modo da bruciare rifiuti tal quali, evitando così di riaprire le “ecoballe” per ridurle a norma, con la conseguenza di un danno epocale per il terreno agricolo, per le falde freatiche e per gli esseri umani. Ma queste cose costituiscono l’ultima preoccupazione per i “predatori”, come li ha chiamati Eugenio Scalfari, i quali inseguono soltanto il profitto, “come un’allegra giornata di saccheggio” (vedi Benedetto Croce,
Storia del regno di Napoli, Bari, Laterza).


Nota di Pensatoio
T
engo a precisare che questo articolo come pure
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/post/1746207.html
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/post/1742291.html
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/post/1741232.html
non sono farina del mio sacco, ma frutto del quasi diuturno lavoro dell ' Assise della Città di Napoli, meritevole associazione in cui tra altri meritevoli napoletani ci sono due persone a me care e cioè il grande, grandissimo Gerardo Marotta e il giovane e bravo Nicola Capone

 


12 gennaio 2008

A Bertolaso erano stati proposti dei siti alternativi...

 

Campania: un'emergenza rifiuti creata ad arte

Ecco i siti alternativi proposti dal prof. de' Medici fin dai primi mesi del 2007

Stralcio della relazione tenuta dal prof. de' Medici durante la conferenza stampa organizzata dall'Assise della Città di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia, sabato 12 maggio 2007 alle ore 11.00, presso la sede dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
8 gennaio 2008 - Comitato Allarme Rifiuti Tossici

(...) L'11 gennaio, esattamente alle ore 14.45, io insieme ad altri delegati dell'Assise di Palazzo Marigliano e del Comitato allarmi rifiuti tossici, tra cui l' Marotta e padre Zanotelli, fummo ricevuti in prefettura a Napoli e avemmo una lunga discussione con il dott. Bertolaso e con il vice la dott.ssa Di Gennaro. Avemmo una buona accoglienza anzi quasi una testimonianza di affetto. Ci fu chiesto di dare un contributo alla risoluzione dell'emergenza rifiuti. Qualche giorno dopo fui chiamato dalla dott.sa Di Gennaro e mi fu chiesto di collaborare. Per due mesi io ho collaborato, a titolo gratuito, con la struttura commissariale guidata da Bertolaso.
Ho, così, partecipato a tutte le riunioni: quelle in prefettura qui a Napoli, alla Protezione civile a Roma e su tutti i luoghi che erano in discussione in quel momento. Queste riunioni sono delle vere e proprie conferenze di servizio e quindi sono tutte riunioni registrate. Erano presenti in questi incontri i rappresentanti del ministero dell'Ambiente, cioè i capi di gabinetto e i vicecapi di gabinetto, c'erano i rappresentanti di Legambiente, c'erano i rappresentanti dell'Apat, l'agenzia nazionale che comprende anche il vecchio servizio geologico di Stato, c'era il WWF e inizialmente, in alcune riunioni, c'erano anche i delegati della provincia di Salerno.
Io fin dall'inizio posi due questioni alle quali fino ad oggi non sono riuscito ad ottenere risposta. La qual cosa mi indigna ulteriormente. La prima domanda che posi alla struttura Bertolaso e che pongo ancora oggi è questa: perché la struttura Bertolaso ha agito fin dall'inizio esclusivamente su cave dismesse?
Un commissario straordinario che ha ampi poteri non capisco perché non possa scegliersi dei siti più idonei dal punto di vista geologico, dal punto di vista ambientale, paesaggistico, turistico e da tutti i punti di vista.
Scusate ma perché solo su cave dismesse? Voi sapete benissimo che le cave in Campania sono quasi tutte in mano alla camorra e che sono state abbandonate in situazioni disastrose anziché essere messe a posto dagli stessi coltivatori delle cave. La legge parla chiaro: se io ho un piano di coltivazione sulla cava questo piano comprende l'inizio, lo sfruttamento e dopo la messa a posto definitiva. Non si può, dunque, intervenite in queste cave e spacciare il tutto come riqualificazione ambientale. La riqualificazione non la deve fare lo Stato o il governo regionale ma chi ha inguaiato la zona. E questo è il primo motivo.
Il secondo è che quasi tutte le cave sono in materiali calcarei e lapidei cioè geologicamente non si prestano minimamente all'utilizzazione di una discarica e soprattutto ad una discarica di immondizia per rifiuti. La maggior parte di queste cave (Eboli, Dugenta ecc.) sono tra l'altro in materiali non argillosi. Il che significa praticamente che bevono percolato e che quindi bisogna fare dei trattamenti speciali per sistemarle. Dugenta è addirittura in falda, cioè la falda idrica è affiorante perché con lo scavo si è arrivati in falda. Ci sono dei laghetti nei quali si dovrebbe poi mettere l'immondizia.
A queste domande non ho mai avuto risposte. Per evitare di incorrere in errori e farsi indicare dei siti più idonei perché non è stata chiamata l'Apat che era presente ai colloqui? Anche a questa domanda manca la risposta. Detto questo e fatte le schede sui diversi siti che presentavano di volta in volta e che noi andavamo a vedere io scartai tutti quanti questi siti tra cui c'era anche Serre - una vera e propria assurdità.
A proposito di Serre mi fu detto dal dott. Sauli, che era consulente della struttura, ed è a verbale se ci sono le registrazioni: "No professore ma noi praticamente la utilizziamo per un anno poi di volta in volta man mano che accumuliamo i rifiuti noi mettiamo calce su e non inquiniamo niente". "Chiedo scusa - replicai -lei mi può garantire per iscritto in questo momento che dopo l'uso temporaneo di Serre di Persano l'Oasi ritornerà quella di prima naturalisticamente parlando?". Mi risponde: "No. Questo non lo posso dire".
Allora io mi misi in macchina a spese mie, con i miei assistenti e andai a fare un giro nelle zone che già avevo indicato alla struttura Bertolaso e che esistono a verbale cioè a voce e registrate ci sono queste mie indicazioni provincia di Salerno, di Benevento, ma soprattutto in provincia di Avellino. Faccio riferimento alle aree attorno a Vallesaccarda, Vallata, Macedonia e Bisaccia. La relazione con questi siti la presentai a febbraio alla struttura Bertolaso. Mi dettero perfettamente ragione i vice coordinatori e i coordinatori del ministero dell'Ambiente, mi dettero ragione i dirigenti dell'Apat, mi dettero ragione tutte le altre componenti.
Però mi dice la dott.ssa Di Gennaro: "Professore noi adesso come facciamo? Perché amministrativamente noi abbiamo già tutto pronto su Serre di Persano, adesso dovremmo ricominciare punto e a capo". "Guardi dottoressa - risposi - non è così".
Alla discussione che ebbi con la dott.ssa Di Gennaro era presente ance il dott. Pizzi che è a capo della struttura geologica della Protezione civile."Non è così - dico - perché in queste ampie aree estese per chilometri e chilometri quadri sono presenti non solo situazioni ideali da tutti i punti di vista ma c'è anche la presenza di campi eolici con autostrade che attraversano tutte queste aree". Cioè dall'autostrada Napoli-Bari si dipartono una serie di autostrade interne perché i camion per portare le pale eoliche che sono altissime e grandi e hanno bisogno di strade ampie quasi quanto quelle delle autostrade. E nello stesso tempo è già tutto sistemato perché se questi campi sono utilizzati per l'energia eolica è chiaro che tutta la questione amministrativa è già risolta ci si mette d'accordo con questi e si utilizzano le aree che è possibile utilizzare. Poi c'è un'altra questione che non sono riuscito a capire. Fin dall'inizio si è parlato di un'urgenza micidiale cioè in 24 ore bisognava trovare i siti sono passati mesi e i siti ancora non ci sono. Soltanto ieri sui giornali esce fuori per esempio Sant'Arcangelo Trimonte di cui non si era mai parlato e che viene messo in provincia di Benevento mentre è in provincia di Avellino.
Io feci un discorso molto chiaro alla dott.ssa Di Gennaro alla presenza di testimoni e dissi: "Dott.ssa io le ho consegnato la relazione dei siti che secondo me sono i migliori e vi dico anche che non ci sono problemi però voi volete continuare per forza su Serre di Persano che io vi escludo non solo per motivi geologici che poi sono stati accertati in maniera straordinaria dal mio collega Ortolani ma per fatti anche vitali: voi non potete andare a fare una discarica in una zona che è prossima al fiume Sele e non potete farla a distanza di 500 metri da un'oasi naturale che va salvaguardata non solo all'interno ma per legge anche all'esterno. Allora io non capisco questa situazione perché ho l'impressione che manchi una ratio a questa situazione perché qual è la ratio che viene messa in campo? Se ci sono siti alternativi idonei ad ospitare discariche, in questa fase emergenziale, perché si insiste sulle aree protette? Ma a questa domanda pare non ci sia risposta...


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