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22 maggio 2009

Massimo Bongiorno : Non solo maiali, è la recessione a fare a fette il Messico di Calderon

 

«Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti»: tocca rispolverare la massima del vecchio dittatore Porfirio Diaz. Per le suggestioni dietrologiche scatenate dall'epidemia di febre suina, che sta esibendo a tutto il mondo come venti anni di «cure» neoliberiste possano fare a pezzi un paese, e perchè la stampa messicana avrebbe già trovato l'epicentro dell'influenza nella gigantesca sussidiaria della Smithfield Foods - multinazionale Usa della zootecnia - di Veracruz.
L'altro ieri il Sole24ore affidava al corrispondente da Buenos Aires un paio di colonne intitolate "Il Messico si ferma, l'economia affonda". Ma i numeri riportati dal quotidiano di Confindustria , che imputano ai ritardi del governo nel rispondere alla crisi sanitaria un calo del Pil di circa il 4,8%, sono fin troppo indulgenti con l'amministrazione Calderon. Per rendersene conto basta spulciare l'ultimo report trimestrale pubblicato dal Banco de Mexico, la banca centrale del paese. Vi si trova, ad esempio, una stima sull'andamento del prodotto interno lordo nei primi tre mesi del 2009 che fa rizzare i capelli: tra -7 e -8%. L'indice delle attività economiche, l'Igae, tra gennaio e febbraio è crollato del 10%. Nel dettaglio: -2 per il settore primario, -9,3 per i servizi e -12% nell'industria. La produzione di autoveicoli, per esempio, è scesa del 43% e lo stop nel settore minerario supera il 5%. 


Il tutto mentre l'inflazione prosegue il trend negativo dell'ultimo trimestre 2008, attestandosi al 6,18% (alla vigilia della bolla subprime negli Usa era sotto il 4%) mentre i salari arrancano, con un recupero di appena il 5,3% per quello base. Coerentemente con questo quadro, l'andamento dei consumi è preoccupante: +1,8% nel primo trimestre. Tenendo presente l'inflazione, un vero e proprio crollo: per l'esattezza non si registrava un trend così basso da 26 trimestri, la bellezza di nove anni. Contemporaneamente scende il credito al consumo, caduto nel primo bimestre 2009 del 12,3%. E l'altro grosso record negativo riguarda ovviamente la disoccupazione. Nelle aree urbane è arrivata al 5,85%, non succedeva dal 1997. Per non parlare del cambio: il peso ha toccato i minimi sull'euro a febbraio, quasi 20 a uno (adesso è comunque sopra quota 18). Nel frattempo le rimesse degli immigrati messicani negli Usa, valvola di sfogo vitale in un Paese con una così diseguale distribuzione della ricchezza, colano a picco: solo a gennaio si è registrato un calo di quasi il 12% e nel trimestre si dovrebbe essere a -10%. Un trend negativo cominciato già lo scorso anno, chiuso con il primo calo in assoluto dal 1975: -3,6%.
E la Banca Centrale fa quel che può, cioè molto poco. A fine ottobre ha chiuso un accordo con la Fed per una linea di credito swap da 30 miliardi di dollari mentre il mese scorso ha ottenuto un analogo accordo con l'Fmi, questa volta per 47 miliardi. Nel frattempo taglia il tasso di sconto: dalla fine del 2008 è già sceso al 6,75% dall'8,25 e nel corso dell'anno dovrebbe avvicinarsi al 5,5%. Ma con l'export in caduta libera (-28,6% nel trimestre, -58,1 solo per i petroliferi) è difficile vedere l'uscita dal tunnel. Intanto si avvicina l'importantissima scadenza elettorale del 5 luglio, quando si voterà per il rinnovo del Parlamento federale. Il Paese ci arriverà nel pieno della sua terza grave crisi economica consecutiva, dopo il default che a inizio anni Ottanta lo consegnò di fatto agli stateghi neoliberisti dell'Fmi e la devastante «crisi della tequila» del '94. Tutte e due le volte venne «curato» a botte di privatizzazioni, deregulation e abbattimenti della pressione delle tasse che ne hanno quasi fatto un paraddiso fiscale. C'è da sperare che questa volta abbia imparato la lezione.


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24 ottobre 2008

Francesco Piccioni : il rapporto OCSE sulla distribuzione del reddito

 

Le statistiche sono fredde come armi da taglio, a volte. Il rapporto dell'Ocse lo è fin dal titolo: Growing unequal? (crescere diseguali?). E fotografa una tendenza ultraventennale in atto nei trenta paesi più industrializzati: l'aumento delle disegualianze di reddito tra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni.
Una tendenza nota, che tutti dicono di voler combattere, ma che va diventando sempre più cruda e irreversibile. I numeri sono impietosi, anche usando il coefficiente di Gini (oscillante tra lo zero - che designa la perfetta ugualianza tra tutti, ovviamente inesistente - e l'uno, usato per descrivere la situazione teoricamente opposta). I paesi più «equilibrati» sono Svezia, Danimarca e Lussemburgo, contrassegnati da un indice 0,25; mentre l'Italia è sesta tra i più diseguali, con un 0,35 battuta soltanto dagli Stati uniti e altri campioni della giustizia sociale come Turchia, Portogallo, Polonia e Messico. I centroamericani sono ultimi in classifica, ma hanno almeno il merito - al contrario di quasi tutti gli altri membri dell'Ocse - di aver ridotto il divario negli ultimi anni.
Per l'Italia si tratta di una conferma sconfortante. Qui «i figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza» (redditi più patrimoni), che peraltro è distribuita anche peggio dei redditi. Il 10% più ricco, infatti, controlla il 42% della ricchezza totale e il 28% delle entrate. Certo, gli Usa restano inarrivabili. Lì l'1% controlla addirittura il 33% della ricchezza. Ma l'Italia berlusconiana pare voler accelerare in questa infernale direzione. Il reddito medio annuale del 10% più povero è al di sotto dei 3.770 euro, mentre la media Ocse (che comprende, ricordiamo, paesi decisamente meno sviluppati del nostro, come Turchia, Polonia, Messico) è di 5.280 euro. Al contrario, il 10% più ricco ha un reddito medio superiore a quello di paesi decisamente più «produttivi», come la stessa Germania. Una riprova del fatto che la forte disugualianza non è in correlazione positiva con lo «sviluppo». Insomma, non incentiva la «competitività» tra poveri per migliorare la propria posizione sociale. Anzi.
I più penalizzati dalla povertà crescente sono proprio le fasce di età più basse, a cominciare dai bambini. Mentre gli anziani riescono a compensare meglio grazie a un qualche patrimonio (in genere l'abitazione in proprietà e l'oculata gestione della liquidazione). La povertà giovanile - redditi bassi o bassissimi, causa la precarietà del lavoro - è per ora contenuta soltanto dal sostegno di genitori e nonni. Impossibile quantificare le ricadute sociali, tra qualche anno, della fisiologica scomparsa di questo sostegno (altro che «scontro generazionale»).
Questa situazione implica un blocco assoluto della mobilità sociale. Che un povero possa «scalare» posizioni sociali è pressoché escluso; a meno di talenti eccezionali, la «capacità media» viene respinta indietro, perché - anche quando riesce a raggiungere un titolo di studio medio-alto - prevale sempre il rapporto familistico-sociale. Tanto è vero, dice l'Ocse, che «la mobilità sociale è generalmente maggiore nei paesi che registrano una minore disugualianza di redditi e viceversa». E ancora: «una maggiore egualianza delle opportunità va di pari passo con redditi meno diseguali».
Le ricette dell'Ocse per attenuare questa tendenza universale sono quanto mai vaghe. Ma vanno sottolineate alcune affermazioni. «L'unico approccio sostenibile per ridurre la disegualianza è di intervenire per bloccare la soggiacente disparità tra redditi da lavoro e da capitale». Ovvero «far sì che le persone siano in grado di lavorare e percepiscano stipendi sufficienti per il proprio sostentamento e per quello della famiglia». Qualcuno dovrebbe spiegare alla Marcegaglia (e a Sacconi e Veltroni) che persino per l'Ocse il salario non è una pura variabile dipendente dal profitto di impresa (magari «legato alla produttività»), ma va misurato sulla capacità di far vivere dignitosamente le persone e le famiglie. Visto il livello cui sono arrivate le retribuzioni italiane (le più basse della zona euro, ormai), l'obiettivo primario di un qualunque sindacato degno di questo nome dovrebbe essere il loro aumento. E in misura consistente.
Notevole anche il ruolo «redistributivo» individuato in servizi pubblici come la scuola e la sanità (che il governo vuole palesemente privatizzare). Anche perché l'avere un lavoro non è più sufficiente ad evitare di cadere nella povertà. «Oltre la metà delle persone povere appartengono a famiglie che percepiscono un reddito da lavoro»; ma se è part-time o mal retribuito il risultato è comunque tragico.

Quei «comunisti» dell'Ocse - l'organizzazione dei 30 paesi più industrializzati - smentiscono, forse senza volerlo, il luogo comune che ottenebra gli editorialisti mainstream degli ultimi trent'anni: «se volete che tutti stiano meglio, lasciate fare al mercato». L'espressione è menzognera anche per un altro motivo: il «mercato» è vecchio almeno quanto la scrittura (oltre 5.000 anni), mentre il capitalismo è decisamente più giovane (meno di tre secoli). Ma in così poco tempo è riuscito ad ampliare a dismisura le ineguaglianze, invece di ridurle.
Lì dove lo stato sociale è stato fatto arretrare - in Italia, negli Usa - il divario tra più ricchi e più poveri è esploso. Anche perché, spiegano, istituzioni come scuola, sanità ed edilizia pubbliche attenuano gli effetti della pessima distribuzione del reddito e contribuiscono ad avvicinare le «condizioni di partenza» dei giovanissimi. Solo se queste istituzioni sono forti può verificarsi una mobilità sociale verso l'alto. Altrimenti il mitico «merito» viene soffocato nella culla, prima ancora che possa manifestarsi.
Dalla metà degli anni '90 le disegualianze di reddito sono andate crescendo di pari passo con la riduzione delle politiche statuali di redistribuzione. Una constatazione che chiama imparzialmente in causa, per l'Italia, i governi di centrodestra così come quelli di centrosinistra. Entrambi politicamente strabici, con l'occhio attento solo alle imprese (e alle banche), in base all'indimostrato assunto che se le imprese guadagnano, va meglio anche per i lavoratori. Proprio in Italia la deregulation normativa, il blocco dei salari e la legalizzazione di forme contrattuali precarie hanno fatto crescere del 33% la disegualianza tra più ricchi e più poveri. La media Ocse, pur infame, si ferma a un +12.
Il governo attuale si propone evidentemente di rendere siderale questa distanza. L'accanimento nei confronti della scuola pubblica a tutti i livelli - dagli asili all'università - fa il paio perfettamente con lo smantellamento reazionario dei diritti del lavoro (dallo sciopero al reintegro, alle misure contro la pratica delle «dimissioni in bianco» firmate al momento dell'assunzione). Spiega sempre l'Ocse che laddove i sindacati sono stati indeboliti, i lavoratori hanno perso «protezione». Salariale e non solo.



Qualche blog, come il ben noto Gnègnè, in passato si è impegnato nell'evidenziare come le differenze tra i redditi siano collegate a dinamiche poco controllabili. Tuttavia i risultati di Danimarca e Svezia stanno lì a dimostrare come politiche economiche e sociali adeguate possono ridurre la forbice esistente tra i redditi ed attenuarne gli effetti negativi. La curva di Pareto rimane, ma risulta meno pericolosa.


9 febbraio 2008

Leggiamo il manifesto del 1/2/2008

 

La crisi dei mercati finanziari sta evidenziando una dinamica che va ben al di là del problema del crollo dei titoli subprime. Le forti perdite di lunedì 21 gennaio, che nella sola Europa hanno comportato la distruzione di 430 miliardi di euro (pari a circa un quarto del Pil italiano), sono solo l'ultimo dei segnali di una crisi che sta assumendo rilevanza globale. I media specializzati hanno imputato le cause al rischio di recessione americana. In effetti, la crescita Usa nell'ultimo trimestre 2007 si è assestata su un deludente +1,2 per cento e le previsioni per il primo trimestre 2008 paventano addirittura un segno negativo (-0,2 per cento), con un probabile aumento del tasso di disoccupazione dall'attuale 4 per cento al 6 per cento entro la fine dell'anno (+50 per cento). Ma si tratta dell'aspetto esteriore, che non deve nascondere le origini strutturali, ovvero ciò che sta davvero alla radice di tutto questo: appiattirsi sulla sola decrescita americana sarebbe un po' come sostenere che la recessione di metà degli anni '70 venne causata esclusivamente dal triplicarsi del prezzo del petrolio.
Nell'odierno paradigma del capitalismo cognitivo, i mercati finanziari, lungi dall'essere il luogo della rendita parassitaria improduttiva, sono il motore dell'economia. Essi rappresentano il luogo dove, a un tempo, si valorizza la produttività immateriale e cognitiva e si attua la privatizzazione dei servizi sociali. I mercati finanziari assumono così le veci del vecchio welfare keynesiano e realizzano forme di redistribuzione indiretta dal capitale al lavoro, gestendo in modo diretto e distorto le quote crescenti di reddito da lavoro che ivi vengono canalizzate in modo più o meno forzoso. Al contempo, le grandi multinazionali della finanza sono oggi organizzazioni che valorizzano «indirettamente» l'accumulazione della produzione mondiale, così come nel paradigma fordista i profitti delle grandi multinazionali manifatturiere erano lo specchio dei rapporti di forza tra capitale industriale e lavoro salariato. I mercati finanziari - tramite gli indici di borsa - rappresentano insomma una sorta di moltiplicatore reale dell'economia e su di essi condensano tutte le aspettative dei grandi operatori economici. Non è un caso che nell'ultima decade le Banche centrali (con la parziale esclusione della miope Bce) fanno dipendere le scelte di politica monetaria (tassi e offerta di moneta) in funzione dell'obiettivo di stabilizzare la dinamica dei mercati finanziari, con la speranza - del tutto illusoria - di limitarne le oscillazioni e la volatilità . Ciò avviene in un ambito - quello finanziario - che nulla ha a che fare con il mito del libero scambio tra pari opportunità , ma è piuttosto il teatro del più poderoso processo di concentrazione che mai si sia realizzato nella storia del capitalismo.
Gli operatori (banche e Sim - società di intermediazione mobiliare -) che controllano oggi tutti i flussi finanziari e gestiscono enormi somme di liquidità si contano infatti sulle dita di due mani. E poiché il loro obiettivo è il massimo profitto immediato, l'attività speculativa è la regola dominante nei mercati finanziari: altro che allocazione efficiente del risparmio e delle risorse.
L'instabilità è dunque il fondamento stesso del sistema. La novità che sta dietro all'attuale crisi finanziaria è la ridefinizione degli assetti gerarchici che definiscono il comando sui mercati finanziari. Ai fondi privati gestiti dalle più grandi Sim (J.P. Morgan, Merrill Lynch, Goldman Sachs, ecc.) si sono aggiunti i cosiddetti «fondi sovrani», ovvero quelle attività finanziarie gestite più o meno direttamente da autorità statuali. Si tratta dell'esito, inevitabile, dell'incremento del peso della finanza sulle vite di miliardi persone.
Se oggi la Merrill Lynch è costretta a dichiarare 4,5 miliardi di dollari di perdite, non è da meno la statale Bank of China, con i suoi 8 miliardi di dollari di minusvalenze. Lungi dal rappresentare il ritorno alla sovranità nazionale, i fondi sovrani che operano con la stessa logica di quelli privati, incrementando in modo perverso il processo di finanziarizzazione e la sua instabilità , sanciscono piuttosto l'abbandono di qualsiasi interesse nazionale nelle mani della struttura imperiale della finanza e l'affidarsi alla sua «anarchia».

(Andrea Fumagalli)

Di certo, è una storia che scotta. L'esempio lampante di ciò che vanni dicendo da tempo associazioni antimafia e organizzazioni imprenditoriali: Cosa nostra ormai si fa impresa. E non si accontenta dei confini siciliani, dilaga in tutta Italia. La Calcestruzzi, secondo gli inquirenti, è una società che non soffre di infiltrazioni mafiose, ma che è praticamente in mano alla mafia. E in particolare è sotto la protezione dei corleonesi della famiglia Madonia, che proprio sull'arrivo a Riesi (Gela) dell'azienda negli anni '80 iniziò la sua contrapposizione con i diciristiniani (i fratelli Riggio). Vincendo, alla fine. La potente ditta, con sede centrale a Bergamo, una delle più quotate nel settore del cemento, pare essere stata tanto protetta dalla mafia siciliana da non dover pagare neppure il pizzo. Bastavano i soldi accumulati nei fondi neri, guadagnati in un modo semplice e veloce: si assicurava al cliente una certa fornitura, se ne dava una completamente diversa. Depotenziata, cioè con una quantità minore di calcestruzzo e dunque meno resistente. Lo schema era facile: c'era una ricetta che certificava la bontà del prodotto e una che invece riportava i reali quantitativi di calcestruzzo immessi. Un tempo, tutto ciò veniva annotato su pezzi di carta. Poi, è arrivata l'informatizzazione, ma il sistema non si è fermato: sui computer era stato applicato un programma con «doppia mascherina», una che teneva conto delle forniture vere, una di quelle false. Grazie a questo sistema la Calcestruzzi avrebbe risparmiato tra il 2002 e il 2007 quasi 240 mila euro solo dall'impianto di Castelbuono, aperto per costruire l'autostrada Palermo-Messina e chiuso nel 2004 e quello da cui potrebbe essere stato venduto il cemento più depotenziato di tutti.
Di esempi se ne potrebbero fare molti, oltre agli impianti già sequestrati dal gip nei mesi scorsi come quello del palazzo di giustizia di Gela o il porto Isola-Doga Foranea. La Calcestruzzi era già pronta a infilarsi in uno dei prossimi grandi affari: il ponte sullo Stretto, in vista del quale aveva già aperto un ufficio a Messina. Ma ciò che colpisce nell'indagine di Caltanissetta è che il sistema andava avanti da anni. Dall'88, addirittura, quando Calcestruzzi spa non era stata acquistata da Italcementi ma era ancora di proprietà del gruppo Ferruzzi. E' uno dei tanti particolari che rivela Salvatore Paterna, ex dipendente della ditta in Sicilia e gola profonda per gli inquirenti. E' in carcere dal 2006 per associazione mafiosa dopo l'inchiesta «Odessa» che aveva già acceso i riflettori sugli strani affari della Calcestruzzi. Dice Paterna agli inquirenti: «Le disposizioni circa i quantitativi, come ho detto, venivano date dal tecnologo», sin dall'88. E aggiunge: «Prendevano disposizioni da Fausto Volante il quale si lamentava sempre che non c'era guadagno nel calcestruzzo che si vendeva, imponendoci di diminuire nelle tabelle la quantità di cemento».

(Cinzia Gubbini)


In realtà, come ha scritto Soros, questa è la più grave crisi finanziaria degli ultimi sessant'anni quindi è anche una delle più gravi recessioni, perché il dato finanziario anticipa da sempre quello dell'economia reale.
Per capire quant'è profonda la crisi Usa si deve fare attenzione a quanto Hillary Clinton sta ripetendo ossessivamente nelle ultime due settimane: i subprime hanno colpito i marginali della società americana, i senza credito né garanzia. Ma la svalutazione degli immobili colpisce il ceto medio e lo colpisce al cuore. Secondo la Clinton, negli ultimi sei mesi le famiglie americane hanno visto diminuire il valore delle case di 1.300 miliardi di dollari. Queste famiglie, negli anni scorsi, con il crescere dei valori immobiliari, hanno rinegoziato mutui ottenendo più finanziamenti, usati per far fronte alla spesa sanitaria crescente (+17% negli ultimi 3 anni), ai costi energetici e alle rette scolastiche. Ora il mutuo è scoperto e le banche possono a loro volta rinegoziare. Cosa accadrà nel ceto medio americano? Inevitabile un taglio dei consumi.
Da qui il dato dei giorni scorsi, perché oggi a tagliare i consumi non è più la parte marginale della società. ma il suo cuore: il ceto medio. Le misure messe in campo dalla Fed e dall'amministrazione Bush hanno e avranno scarsa efficacia. Il bonus di 600/800 dollari a famiglia servirà al massimo a pagare una rata dell'assicurazione sanitaria. Il fondo per far fronte ai fallimenti e alla requisizione delle case può coprire al massimo 100.000 situazioni. Solo nell'ultimo trimestre dello scorso anno i fallimenti dichiarati sono stati 367 mila e i mutui a rischio sono oltre due milioni, come ricordano in continuazione i candidati democratici alla Casa Bianca.
Il taglio dei tassi di interesse, l'1,25% in dieci giorni, in un contesto dove moltissima gente rischia di perdere il posto di lavoro e l'incertezza è generale, non ha efficacia sui consumi: il cittadino si è fatto prudente. Il calo dei consumi americani avrà pesanti conseguenze sulla Cina. I consumi del ceto medio americano sono stati spinti anche dai bassi costi dell merci di provenienza asiatica. Il deficit commerciale con la Cina sfiora i 200 miliardi di dollari. Solo Wal-Mart importa oltre 8 miliardi di merci cinesi al mese. E' inevitabile un rallentamento di queste importazioni. L'Ocse stima queste conseguenze in un rallentamento di un punto della crescita cinese.Oltre un quarto delle merci prodotte in Cina sono destinate al mercato americanomentre 400 milioni di cinesi vanno al lavoro tutti i giorni per un dollaro di salario.
Proprio questo ha fatto scrivere a scorati commentatori del New York Times che l'America è sola in questa crisi. Sola e con il cappello in mano. Con un presidente che chiede, inascoltato, agli ex amici sauditi di abbassare il prezzo del petrolio e le più grosse banche in cerca di prestiti internazionali presso «fondi sovrani», arabi o quant'altro, per salvare i propri bilanci. Prestiti a tassi quattro volte superiori al prime rate della Federal Bank o dalle clausole opache che prefigurano ingressi scomodi nella proprietà.
Siamo in un'altra epoca rispetto a quando Bush vietò la vendita della società di gestione di alcuni porti a una finanziaria araba. Oggi il capitalismo Usa apre alla finanza araba o cinese e nessuno apre bocca. L'America, in un anno di elezioni, sta cercando una leadership che la porti fuori dalla crisi in cui l'ha trascinata il bushismo e l'illusione che la finanza produca ricchezza per tutti. Ma in Europa è bene cominciare a prepararsi: la crisi morderà anche noi.

(Claudio Mezzanzanica)

C'è un dato che colpisce più di altri nelle statistiche sulle retribuzioni contrattuali e i conflitti di lavoro diffuse ieri dall'Istat: nel 2007 in media ogni lavoratore ha dovuto aspettare 7 mesi per vedersi rinnovare il contratto, mentre nel 2006 l'attesa era stata di appena 3,9 mesi. Insomma, le organizzazioni imprenditoriali se la prendono sempre più comoda e il ritardo nella firma dei rinnovi in una fase di inflazione crescente si trasforma automaticamente in una perdita di potere d'acquisto per i lavoratori e in un guadagno per i padroni.
Ma a chi è riuscito ad avere il rinnovo nel 2007, tutto sommato, è andata bene: l'aria che tira è per un ulteriore allungamento delle scadenze: in dicembre la quota di dipendenti in attesa di rinnovo era del 47,4%, cioè un lavoratore su due - in totale 5,8 milioni di persone - aspettava il nuovo contratto e un po' di euro in più; l'attesa da «deserto dei tartari» per questi lavoratori va avanti da 13,6 mesi. In media, ovviamente, visto che ci sono categorie in attesa da oltre due anni.
Sulla concertazione i giudizi divaricano, quello che è certo, però, è che un po' di conflittualità in più farebbe proprio bene ai lavoratori. Non è casuale che c'è una correlazione tra gli scioperi e la chiusura dei contratti. E nel 2007 di scioperi se ne sono fatti pochini: nel periodo gennaio-ottobre il numero di ore non lavorate per conflitti originati dal rapporto di lavoro ammontano solo a 3,5 milioni, anche se in ottobre le ore non lavorate sono state circa 1,9 milioni, il valore più alto dal 2000.

(Galapagos)

Ed ecco dunque i criteri per stabilire se c'è un eventuale abuso. Innanzitutto il contratto deve essere formalizzato per iscritto: in mancanza, l'ispettore lo ricondurrà al lavoro subordinato. Inoltre, le mansioni svolte «non possono totalmente coincidere con l'attività principale o accessoria d'impresa come risultante dall'oggetto sociale». Le forme del coordinamento cui il lavoratore è sottoposto devono poi «essere espressamente individuate nell'accordo contrattuale».
Quanto al contenuto, si specifica che «una prestazione elementare, ripetitiva e predeterminata è assai difficilmente compatibile» con il lavoro a progetto; al lavoratore, «fermo restando il collegamento con la struttura organizzativa del committente, deve residuare una autonomia di scelta sulle modalità esecutive», e non deve esserci «un serrato controllo da parte del committente, esercitato direttamente o per interposta persona»; «devono essere del tutto assenti manifestazioni di un potere disciplinare, anche in forma sanzionatoria».
Il lavoro a progetto, indica il ministero, è caratterizzato da un «risultato predeterminato definito dalle parti al momento della stipulazione del contratto, e tale risultato non può essere cambiato successivamente dal committente in modo unilaterale».
Infine, «la proroga ingiustificata e il rinnovo per un progetto identico al precedente, costituiscono elementi indiziari particolarmente incisivi».
E' ovvio che se si sono segnalati diversi mestieri «a rischio» e posta tanta attenzione nello spaccare il capello, significa che gli ispettori hanno incontrato diversi casi in cui le imprese applicavano il progetto ad attività improbabili. Ma è chiaro che gli imprenditori, per quanti controlli si facciano, utilizzeranno sempre un contratto che può arrivare a costare la metà del lavoro dipendente e che permette il licenziamento senza giusta causa.
Una contraddizione che il ministro Damiano, come lo stesso Pd e la sinistra «radicale», da ultime Cgil, Cisl e Uil, non hanno voluto affrontare, siglando un Protocollo che ha confermato questa forma di sfruttamento. La circolare appare dunque solo come un «panicello» per i pochi fortunati che vedranno un ispettore piombare nella propria impresa.

(Antonio Sciotto)

Una marea di campesinos provenienti da tutto il paese ha invaso il centro della capitale per protestare contro il trattato di libero commercio dell'America del Nord - Nafta - che sta finendo di strangolare l'agricoltura messicana, già a pezzi.
Alcuni erano partiti da Chihuahua, alla frontiera con gli Stati uniti, da più di una settimana, altri venivano dagli stati del sud con pullman sgangherati e mezzi di fortuna. Un contingente di allevatori di bestiame aveva parcheggiato già da qualche giorno una piccola mandria di vacche sotto al monumento alla Revolución e offriva latte appena munto ai passanti. Altri, organizzati, sono venuti con i trattori delle loro cooperative e sfilano con quelli.
A loro si sono uniti molti manifestanti cittadini. I chilangos si dimostrano, come sempre, combattivi e solidali. La posta in gioco non è piccola: dal 1 gennaio di quest'anno, con l'entrata in vigore dell'ultimo capitolo agropecuario del Nafta, si permette l'entrata senza restrizioni di mais, fagioli, zucchero di canna e latte in polvere made in Usa, prodotti che inonderanno il mercato messicano soffocando la produzione nazionale.
I portavoce del movimento di protesta, che sotto lo slogan «Sin maíz no hay país» raduna più di 300 organizzazioni contadine, non smettono di sottolineare l'enorme differenza fra i sussidi che concede il governo messicano - un massimo di 50 dollari al mese - e i 2mila dollari mensili di cui beneficia in media un agricoltore statunitense.
Ma c'è un'altra denuncia ricorrente. Oltre a costare molto meno, il mais prodotto negli Stati uniti è in buona parte transgenico e, mentre a nord del Rio Bravo si usa come alimento animale, in Messico diventa buono per fare tortillas, base della dieta popolare
.

(Gianni Proietti)


Dopo l'amara disillusione di quasi quattordici anni di pensioni private obbligatorie, all'inizio del 2008 gli argentini hanno cominciato di corsa a fare ritorno a un sistema pensionistico statale basato sul principio di solidarietà inter-generazionale. Nonostante la mancanza di campagne ufficiali di informazione, 1.263.478 lavoratori affiliati al sistema pensionistico amministrato dalle Administradoras de Fondos de Jubilaciones y Pensiones (Afjp) private - di proprietà di grandi banche - hanno mandato per lettera una richiesta di reintegro nel sistema dell'amministrazione nazionale della sicurezza sociale (Anses). Si sono così andati ad aggiungere agli un milione e 200mila donne di più di 50 anni e di uomini di più di 55 anni che non erano riusciti ad accumulare più di 20mila pesos nei loro conti pensionistici privati, ed erano stati quindi recuperati al sistema statale, oltre ai 350mila lavoratori appartenenti a regimi speciali (docenti, ricercatori, diplomatici). Il cambiamento è stato possibile grazie a una riforma previdenziale approvata dal Congresso argentino nel febbraio 2007, che ha stabilito un periodo di sei mesi nel quale è possibile cambiare il proprio sistema pensionistico. Una possibilità che verrà replicata ogni cinque anni.
È ancora troppo presto per dire se la riforma inaugura un processo di consolidamento della previdenza pubblica capace di invertire la logica del regime privato di capitalizzazione individuale. I detrattori sostengono invece che finirà per cristallizzare un sistema privato vantaggioso per i cittadini ad alto reddito, in cui lo stato si farà invece carico di quanti non sono redditizi per il mercato. La cosa certa è che le modifiche attuate dal Congresso, anche se non cambiano le radici del modello, rafforzano il sistema di sicurezza sociale pubblica e introducono cambiamenti sostanziali a un meccanismo perverso che costituì uno dei pilastri delle riforme economiche e sociali neo-liberali degli anni '90 - e fu una delle principali cause del default e della crisi argentina del 2001.
Spinta dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario, la privatizzazione del sistema pensionistico argentino fu avviata a metà del 1994 dall'allora presidente Carlos Menem e dal ministro dell'economia Domingo Cavallo, sulle tracce di Margareth Thatcher in Gran Bretagna e Augusto Pinochet in Cile, per fare fronte a un sistema pensionistico statale insufficiente e corrotto. I benefici annunciati, che occultavano un colossale affare finanziario, non si concretizzarono mai. La riduzione dell'evasione e l'aumento delle pensioni, che avrebbero dovuto essere prodotti dal controllo di ciascun lavoratore sui propri conti e da una maggiore efficienza nell'amministrazione del danaro, frutto della libera concorrenza tra le diverse Afjp, non sono mai diventate realtà. Su un totale di 11,9 milioni di iscritti alle Afjp nell'aprile del 2007, solo 4,7 milioni versavano regolarmente i contributi. Le elevate commissioni richieste dalle società amministratrici - più del 30% delle quote pensionistiche - hanno provocato forti cali nei risparmi dei lavoratori, costringendo lo stato a intervenire per garantire una prestazione minima.
In realtà più del 50% degli iscritti alle Afjp erano «indecisi», cioè lavoratori che non avevano comunicato la propria decisione di restare nel sistema statale durante i primi 90 giorni di versamenti: questi lavoratori furono direttamente indirizzati verso una Afjp e fu impedito loro di tornare al sistema statale. Non fu mantenuta neppure la promessa di usare i soldi degli accantonamenti pensionistici dei lavoratori per finanziare le attività produttive e il sistema finanziario locale: secondo cifre dell'ente che sovrintende alle Afjp, su 90.744 milioni di pesos accumulati nelle casse delle Afjp all'inizio del 2007, solo 1.206 milioni erano stati investiti in attività produttive, - 967,9 di questi milioni provenivano dalla Afjp del Banco de la Nacion Argentina, che è statale. Il 53,6% del denaro amministrato dalle Afjp era concentrato in buoni del debito argentino.
In effetti il principale affare delle Afjp, inversamente proporzionale alla truffa sofferta dai contribuenti argentini, è consistito nel «costo di transizione» prodotto dalla riforma del 1994, mediante la quale lo stato argentino ha trasferito alle amministrazioni private i fondi della sicurezza sociale, provocando un'emorragia finanziaria che ha obbligato l'Argentina a indebitarsi per continuare a pagare le pensioni finché gli iscritti alle nuove Afjp si fossero trasformati in pensionati. Secondo il giornalista Alfredo Zaiat del quotidiano Pagina/12, l'attuale ministro dell'economia Martin Lousteau ha stimato nel 2003 che il denaro deviato in questo modo dal pubblico al privato aveva raggiunto i 41.300 milioni di pesos (convertibili in dollari) durante il periodo 1994-2001, il 62% del debito pubblico accumulato nello stesso periodo. Con gran parte di questo denaro, le Afjp hanno comprato titoli di stato i cui interessi crescevano a causa del deficit ogni volta maggiore del Tesoro nazionale. A questo si è sommato il taglio dei contributi da parte dei datori di lavoro, taglio favorito da Menem per frenare l'evasione, che cresceva mano a mano che la crisi economica diventava più profonda.
Oggi il sistema pensionistico pubblico è tornato a contare su circa 5 milioni di affiliati, contro i poco più di 9 milioni delle Afjp. Ma oltre a permettere il ritorno al sistema statale, la riforma ha stabilito la permanenza degli indecisi nel sistema pubblico, ha eliminato la garanzia statale per chi sceglie di rimanere nelle Afjp, ha migliorato l'entità delle pensioni per i futuri pensionati del sistema pubblico, ha stabilito un tetto per le commissioni delle Afjp e una percentuale minima di investimenti nel sistema produttivo. Nello stesso tempo, ha rafforzato l'intangibilità dei fondi della Anses (l'Inps argentina), che oggi ha un attivo di 18mila milioni di pesos e conta di superare i 45mila milioni, l'equivalente di un anno di prestazioni.

(Pablo Stancanelli)

Ormai dell'imperativo della sostenibilità  si parla ovunque, perfino in tivù. A differenza di pochi anni fa praticamente tutti sono al corrente delle urgenze ambientali. Ma questa conoscenza nuova è in grado o no di riorientare i comportamenti personali? E di quanto? In Gran Bretagna la Euro Rscg, azienda pubblicitaria, ha realizzato una ricerca, arrivando alla non incoraggiante conclusione che gli inglesi iniziano sì a cambiare stili di vita in risposta soprattutto alla percezione del caos climatico, ma pochi fanno scelte radicali e in molti casi la motivazione è piuttosto il timore di sanzioni, o il guadagno economico.
In cima alla lista delle attività  ambientali c'è il riciclaggio, o meglio la raccolta differenziata: dichiara di farla da oltre un anno il 90 per cento degli intervistati. La seconda attività  ambientale in ordine di popolarità  si riferisce ad alcuni consumi domestici legati alle bollette da pagare: spegnere gli stand-by delle apparecchiature elettriche; passare a lampadine a basso consumo; abbassare un po' il termostato; usare meno acqua.

(Marinella Correggia)


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