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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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15 ottobre 2008

Emiliano Brancaccio : una riflessione critica sul Premio Nobel Paul Krugman

 

Paul Krugman è il vincitore del premio Nobel per l'economia 2008, per i suoi contributi in tema di "scambi commerciali e di localizzazioni delle attività economiche" a livello mondiale. Nato nel 1953 a New York, docente presso la Princeton University, Krugman gode di larga fama presso il grande pubblico soprattutto per la sua prolifica attività divulgativa. Editorialista prima della rivista Slate e oggi del New York Times, Krugman si caratterizza per uno stile indubbiamente corrosivo ma per delle ricette che potrebbero in fin dei conti esser considerate di moderato buon senso. In effetti, proprio per questa sua miscela di aggressività nei modi e di pacatezza nelle proposte, egli sembra avere incarnato meglio di ogni altro opinionista la ovattata cultura liberal americana del nuovo secolo. Krugman infatti non è assolutamente un radicale.
Sul piano teorico l'economista ha sostanzialmente difeso il paradigma neoclassico dominante, sia pure ritoccato in alcuni suoi punti. Sul piano politico, egli è stato non solo un impietoso fustigatore delle amministrazioni repubblicane statunitensi ma anche dei governi socialisti francesi dei primi anni Ottanta, e si è in generale contraddistinto per delle proposte di limitato interventismo keynesiano (già tipiche del resto dei suoi mentori del MIT, Samuelson e Solow). Ma in che senso Krugman ha contribuito al ritocco e all'ammodernamento della teoria neoclassica? L'innovazione cruciale che ha contraddistinto i suoi contributi riguarda i cosiddetti rendimenti di scala, vale a dire i guadagni di efficienza che si possono ottenere dall'aumento della scala di produzione. Nelle analisi neoclassiche tradizionali veniva esclusa la possibilità che al crescere della produzione potesse aumentare la produttività dei fattori e quindi potessero ridursi i costi di ogni singola merce. Tuttavia nella realtà dei fatti accade spesso che l'aumento delle dimensioni dell'attività economica permetta di aumentare l'efficienza del processo produttivo. Il caso di scuola è quello di un magazzino il cui costo viene calcolato in base ai metri quadrati che occupa, ma la cui capacità di carico viene determinata dalla cubatura. Se dunque il magazzino si ingrandisce la sua capacità aumenterà al cubo mentre i costi cresceranno solo al quadrato, il che evidentemente potrà dare luogo a una espansione dei profitti netti. Ma si pensi anche alla possibilità di organizzare e di mettere in relazione i lavoratori in modo più efficiente al crescere delle dimensioni e della concentrazione dell'attività economica. E' questa una caratteristica non solo dei vecchi regimi tayloristici ma anche dei più moderni processi basati sul continuo scambio di esperienze e di informazioni. Entro certi limiti, dunque, il gigantismo delle imprese può determinare un abbattimento dei costi e quindi una maggiore competitività. Partendo da queste semplici intuizioni Krugman ha saputo costruire dei modelli estremamente chiari ed eleganti, dedicati soprattutto all'analisi degli scambi commerciali e della localizzazione internazionale delle imprese. Le conclusioni di questi modelli sono state il più delle volte di conforto all'ideologia dell'apertura totale dei mercati e del libero scambio. Ma sono emerse da essi pure delle riflessioni inquietanti sul possibile sviluppo futuro delle relazioni economiche internazionali. Per esempio, in base alle sue analisi Krugman è arrivato a sostenere che l'integrazione dei mercati causata dall'unificazione europea potrebbe scatenare un gigantesco movimento migratorio di capitali e di lavoratori, dalle zone periferiche verso le aree centrali del continente. L'obiettivo di sfruttare al massimo i rendimenti di scala determinati dal gigantismo potrebbe cioè determinare una sorta di "mezzogiornificazione" delle periferie meridionali d'Europa, a tutto vantaggio del quadrilatero industriale situato in prevalenza entro i confini della Germania.



In effetti, non sempre i risultati delle analisi di Krugman hanno trovato conferma nei dati empirici. La tesi della "mezzogiornificazione" delle periferie europee ad esempio trova diversi riscontri ed è in linea generale condivisibile. Tuttavia essa sembra manifestarsi in termini finanziari ancor prima che fisici, e pare aver bisogno di spiegazioni più complesse rispetto al semplice fenomeno tecnico dei rendimenti di scala generati dal gigantismo industriale. Ad un loro esame approfondito, insomma, i modelli di Krugman colgono alcuni nodi cruciali ma non sembrano in grado di andare molto al di là di una lettura superficiale delle tendenze in atto. Il che si spiega, a nostro avviso, con il fatto che le strutture logiche dell'economista americano restano saldamente ancorate al paradigma neoclassico dominante. Riguardo ai suoi modelli di commercio e di localizzazione, basti pensare che essi di fatto si basano sulla eroica tesi neoclassica della piena occupazione dei lavoratori e degli altri fattori produttivi esistenti. Ma una dipendenza analoga dagli stringenti vincoli neoclassici può essere ravvisata anche nei suoi modelli di previsione delle crisi economiche, che molto hanno fatto discutere soprattutto nel corso dell'attuale emergenza finanziaria. Va ricordato infatti che Krugman è stato uno dei più strenui oppositori del Piano Paulson di salvataggio delle banche americane. Egli ha criticato il piano sulla base di considerazioni di buon senso politico, come quella secondo cui lo Stato avrebbe dovuto acquistare direttamente le banche e non semplicemente i loro titoli spazzatura. Tuttavia, riguardo alle determinanti profonde della crisi Krugman ha fornito un'analisi discutibile, che è in linea con la vecchia tradizione della sintesi neoclassica: si tratta infatti di una spiegazione di tipo meramente soggettivo e psicologico, fondata sul rischio di uno stallo nei meccanismi di fiducia necessari al corretto funzionamento del sistema finanziario. E' questa una linea interpretativa che del resto contraddistingue non solo l'economista americano ma anche numerosi osservatori nostrani della tempesta finanziaria, da Lorenzo Bini Smaghi a Francesco Giavazzi. L'idea più o meno implicita di questi autori è che, se si ripristinano i meccanismi istituzionali necessari per risollevare la fiducia, le cose dovrebbero tornare a posto. Alle interpretazioni di Krugman e degli altri è possibile tuttavia contrapporre una lettura alternativa della crisi: quella di tipo oggettivo, tipica delle scuole di pensiero critico, basata sul dato materiale della colossale sperequazione tra profitti e salari. Secondo tali interpretazioni critiche, le origini della emergenza finanziaria possono essere individuate nel mondo di bassi salari che si è voluto creare attraverso anni di deregolamentazione dei mercati, da quelli finanziari a quello del lavoro. Lo schiacciamento mondiale dei salari diretti e indiretti ha infatti aperto una gigantesca forbice distributiva, che non aveva finora avuto riflessi sulla domanda di merci grazie alla capacità degli Stati Uniti di assorbire le eccedenze produttive mondiali tramite una enorme espansione del debito privato. Una volta però scoppiata la bolla del debito, si fa adesso concreto il pericolo che la produzione globale si incagli in una crisi generale, fatta di sproporzioni e di depressioni.
Krugman ha talvolta intelligentemente circumnavigato questa interpretazione critica della crisi. Ma da un premio Nobel allevato al MIT di Boston non si poteva pretendere che sposasse senza indugio una chiave di lettura che un tempo si sarebbe opportunamente definita "di classe". Capita tuttavia che dal punto di vista di un interesse specifico, quello del lavoro, si riescano a individuare in modo assolutamente cristallino le cause profonde delle tendenze storiche in atto, e quindi anche dello sconquasso finanziario di questi mesi. Con o senza l'aiuto di Krugman, dunque, sarà bene in futuro battere su questa specifica interpretazione, materiale e oggettiva, di una tempesta finanziaria che potrebbe a lungo andare tramutarsi in un tracollo occupazionale e retributivo.


14 ottobre 2008

Riccardo Bellofiore : La crisi della finanza e lo Stato interventista

Nei commenti di queste settimane non ci è stata risparmiata la sequela di argomentazioni tranquillizzanti: crisi passeggera; non si può fare a meno della finanza; le banche europee sono al riparo; il vecchio continente, ancora manifatturiero, ne uscirà rafforzato; l'Italia può contare sulle medie imprese multinazionali. Peccato che questa finanza ci abbia portato sulle soglie di una nuova Grande Crisi. Che le banche europee abbiano aggirato la regolamentazione per garantirsi più elevati rendimenti. Che lo sganciamento dell'Europa dagli Usa si sia negli ultimi mesi sgonfiato come una favola. Che i pochi spezzoni vitali del nostro apparato produttivo siano fragilissimi e dipendenti dalla congiuntura. Certo, è finito un mondo. Il punto non è quello di capire il «perché» di breve periodo. Si tratta di capire come se ne esce. Meglio, come ne uscirà il capitale. Senza fermarci alle verità ovvie: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti; la crisi verrà pagata dal mondo del lavoro. E senza saltare sul carro del solito Tremonti colorato «di sinistra», quando si ha a che fare con un neoliberismo compassionevole dai tratti fascistoidi e reazionari, incluso il protezionismo. 


Su queste colonne, un anno fa, segnalavo come lo scoppio della bolla immobiliare abbia visto il ritorno di un Minsky moment, di un punto di svolta superiore nel ciclo dell'instabilità finanziaria. La «nuova economia» si è nutrita di una convenzione Greenspan. La politica monetaria spingeva verso l'alto le «attività» (azioni, case), il che ha rafforzato l'effetto leva. Si ampliava l'indebitamento delle famiglie, a sostegno di un consumo «autonomo» da effetto ricchezza. E si forniva domanda ai neomercantilismi forti (come quelli asiatico e tedesco) e deboli (come quello italiano). Un sistema bancario ombra, ma interconnesso con le banche vere e proprie, poteva fornire moneta senza limiti, mentre la riduzione della disoccupazione di lavoratori «traumatizzati» non si traduceva in pressione sui salari.
A un certo punto, come nella poesia di Yeats, «le cose si dissociano, il centro non può reggere». La bolla scoppia, si rischia la deflazione da debiti. Dietro l'illiquidità fa capolino l'insolvenza, le relazioni interbancarie si bloccano. Facile prevedere i ripetuti interventi delle banche centrali come prestatrici di ultima istanza, e la politica di bassi tassi d'interesse, da parte almeno della Fed. Da marzo/aprile c'è stato un cambio di passo. Il Minsky moment si è mutato in un Minsky meltdown, in un collasso vero e proprio. Per lo spettro dell'insolvenza, sempre più operatori finanziari devono svendere attività: ma se lo fanno tutti, questo non aiuta i bilanci, li affossa. L'acceleratore finanziario è diventato un deceleratore finanziario. Quando il problema non è l'illiquidità, il prestatore di ultima istanza non può bastare. Lo si inizia a vedere con la prima crisi Bear Sterns. La Fed accetta come collaterale dei suoi prestiti titoli che sono cartaccia, e inizia a rifinanziare banche d'investimento non soggette a regolamentazione. E' evidente a questo punto che la politicizzazione della finanza ha fatto un salto, e che è solo il primo passo.
Mentre l'economia reale entra in fibrillazione, si deve nazionalizzare, direttamente e indirettamente, sia la finanza che l'immobiliare: i due pilastri della crescita Usa, dunque mondiale. La Fed prende il ruolo implicito di assicuratore e azionista ultimo, spalleggiata dal Tesoro. Anche questo non è però sufficiente. Lo stato deve acquistare direttamente i titoli «tossici». In questi giorni si sta proponendo che sia lui in prima persona a ricapitalizzare le banche, a diventarne esplicitamente azionista. Fed e Tesoro devono già oggi decidere chi vive e chi muore, in un sistema soggetto a un pesante consolidamento. Schizza ovunque verso l'alto il premio da pagare in eccesso al tasso di interesse di base, e si comprime il credito alle famiglie. Una profonda recessione a breve/medio termine seguita da una bassa crescita, e un razionamento del credito con più alti tassi d'interesse, è il futuro che possiamo attenderci: non solo negli Stati Uniti.
Inutile prendersela con Bernanke. Studioso della Grande Crisi, teorico dell'acceleratore finanziario, sa che la politica monetaria deve essere diversa nelle fasi espansive e in quelle di crisi. Ha fatto quel che ha potuto. Non ce la fa perché non ce la può fare: perché i problemi della finanza affondano nelle contraddizioni dell'economia reale. E' per questo che non valgono granché i buoni consigli di chi, soprattutto i social-liberisti, intona le lodi di migliore regolazione e più stretta vigilanza, e vuole riregolamentare. Ottime parole, buone nei tempi di crisi, e presto dimenticate quando le cose vanno bene.
Il problema di fondo è che il rischio sistemico globale della finanza viene dall'attacco al lavoro degli ultimi decenni. La finanza sregolata, ma politicamente governata, è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l'altra faccia della precarizzazione del lavoro. Non è un problema di instabilità finanziaria: è un problema di domanda effettiva, che nasce dalla organizzazione della produzione, e del lavoro al suo interno. Il paradossale «keynesismo» trainato dalle bolle speculative è oggi al capolinea. La crisi di questo meccanismo obbligherà a trovarne altri: a ricostruire da cima a fondo circuiti monetari, governo macroeconomico, equilibri internazionali.
Il verso successivo di Yeats recita: «e la pura anarchia si rovescia sul mondo». Non ci conterei. Scommetterei piuttosto su una buona dose di mano visibile. Non necessariamente benevola, sia chiaro. Invece di discutere di Stato e mercato, quando è fuori discussione che lo Stato non può che aumentare la sua presa sull'economia, sarà forse il caso di organizzare una resistenza, ma anche di riprendere davvero i temi di un intervento politico nell'economia diverso da quello che il prossimo futuro ci riserva.


14 ottobre 2008

Emiliano Brancaccio : come si salveranno ? Colpendo il lavoro

 

Avevano nei giorni scorsi giustificato il tracollo di Fannie e Freddie con la classica litania dei carrozzoni a partecipazione pubblica, protetti dal governo federale americano e inquinati dalle solite clientele politiche. Poi però la crisi si è nuovamente spostata al centro del capitalismo privato americano, e gli ultras del liberismo sono rimasti per l'ennesima volta a corto di argomenti. Lehman Brothers, una delle quattro banche d'affari più grandi del listino di Wall Street, ieri ha dichiarato fallimento. Cade dunque un altro importantissimo mattone dell'immenso domino finanziario globale, e c'è da ritenere che diversi altri nei prossimi mesi subiranno una fine analoga.
Lehman rappresenta una delle massime interpreti del famigerato "subprime capitalism", vale a dire il sistema che nel corso degli ultimi anni ha stravolto e reinventato il circuito monetario dei crediti, dando luogo a quella che potremmo considerare una sofisticata istituzionalizzazione del meccanismo dell'usura. La logica dei subprime ha infatti per lungo tempo funzionato così. Prendi un lavoratore americano, di norma residente in un sobborgo periferico e già abbastanza carico di debiti e di pignoramenti. Fregatene della sua elevata probabilità di insolvenza e offrigli mutui e carte di credito a tassi particolarmente alti. Quindi spezzetta in mille parti i debiti del tizio in questione, trasformali in titoli e diffondili in ogni angolo del globo, con il prestigioso marchio della banca d'affari emittente posto in bella mostra sulle cedole. Strozza finché puoi il lavoratore, fallo andare sulla giostra dei tassi variabili, costringilo a doppi turni, tripli lavori e tagli progressivi al suo tenore di vita. Distribuisci i dividendi ai possessori dei titoli e poi, quando il tizio andrà in bancarotta, poco male: che si faccia avanti il prossimo working poor afflitto da un salario reale in caduta libera fin dai tempi di Carter.
Applicando questa procedura le grandi banche d'affari americane hanno convinto migliaia di operatori finanziari a comprare questi titoli, al tempo stesso bollenti e patinati.
Fondi cinesi, russi, giapponesi e pure tanti istituti europei hanno fatto incetta di subprime, rassicurati dall'idea che un pezzettino di rischio per ciascuno non avrebbe fatto male a nessuno. Ma le cose non stavano così. Lo strozzinaggio su larga scala aveva le sue crepe, che si sono trasformate in voragini man mano che i pezzetti di rischio andavano cumulandosi, che i potenziali lavoratori da incravattare andavano esaurendosi, e che le garanzie poste alla base di quei debiti cominciavano a perdere di valore. Il risultato finale è che i massimi finanzieri di Wall Street potrebbero a questo punto esser seduti su una montagna di crediti che valgono carta straccia. E non si capisce chi pagherà adesso la corrispondente montagna di debiti che essi hanno contratto con il mondo. Una situazione, questa, che avrà inevitabili effetti a catena: basti pensare ai contratti di copertura del rischio di cambio che il Ministero del Tesoro italiano ha lungamente contratto con Lehman per la collocazione di titoli pubblici sulla piazza americana, e che ora rischiano di non poter essere onorati.



Siamo insomma di fronte alla ennesima, contraddittoria torsione del capitalismo deflattivo del nostro secolo. Da tempo questo sistema impone a tutti i paesi del mondo una politica di schiacciamento dei salari e della domanda interna, e li costringe a cercare sbocchi commerciali all'esterno dei propri confini. Gli Stati Uniti hanno agito per anni da spugna assorbente, domandando ben al di là di quel che potevano acquistare. E questo non certo in virtù di una politica di alti salari, ma al contrario grazie a una spaventosa esplosione di spese finanziate con debiti, che negli ultimi tempi hanno coinvolto anche e soprattutto la classe lavoratrice. Con il diffondersi delle insolvenze tra i lavoratori il sistema è andato in stallo, e adesso si prevedono due diverse vie d'uscita. La prima è quella "capitalistica pura": si lasciano le banche al proprio destino, le più fragili ed esposte falliranno o verranno assorbite, e assisteremo a una ulteriore accelerazione del processo in corso di centralizzazione dei capitali mondiali in poche mani. Questa soluzione trova però un ostacolo nel fatto che gli assetti proprietari e di controllo del capitale finirebbero per subire un vero e proprio terremoto. Per esempio, la finanza asiatica sembra esser tra le poche attualmente in grado di ricapitalizzare gli istituti bancari, soprattutto americani ma in parte anche europei. Non sarebbe certo la prima volta, beninteso, ma in questa occasione l'intervento necessario ai salvataggi potrebbe rivelarsi di tali proporzioni da rendere inevitabile l'ingresso dei cinesi nelle stanze dei bottoni di Wall Street e della City, dalle quali sono stati finora tenuti accuratamente alla larga. Ecco allora che alcuni guru della finanza statunitense ed europea iniziano a levare alte le voci sul pericolo di una recessione globale, e sul rischio conseguente di una reazione neo-protezionista. La diffusione di queste paure verte su un preciso obiettivo strategico: spianare la strada a una soluzione "assistita", ossia basata su un intervento pubblico che permetta di scaricare sui contribuenti occidentali il peso dei rifinanziamenti bancari e che eviti eccessivi scossoni negli assetti di controllo. Quello che suscita maggiori preoccupazioni, comunque, è che in entrambi i casi il sistema scaricherebbe il peso dell'aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e delle categorie sociali più deboli: o attraverso la recessione e la disoccupazione, o tramite un aumento dei carichi fiscali sul lavoro e delle iniezioni di liquidità pubblica a sostegno del capitale privato in crisi, oppure ancora attraverso una combinazione intermedia delle due soluzioni. Nella storica emergenza in atto, insomma, i lavoratori restano al tempo stesso la variabile residuale per eccellenza, pressata sul piano economico e silente sul piano politico. Un paradosso, questo, dal quale non si uscirà né a breve né in modo necessariamente pacifico.


13 ottobre 2008

Joseph Halevi : il baratro del deficit inghiotte il potere degli Usa

 

Il salvataggio pubblico del sistema finanziario nazionale messo in atto dal governo statunitense ricade principalmente sulla Banca Federale. Gli Usa sono però il maggior paese debitore al mondo mentre i principali creditori, come la Cina, si tengono in una posizione defilata. E tuttavia il timone è ormai passato decisamente nelle mani di quest'ultima, cui si aggiungono l'Arabia saudita, e i paesi del Golfo persico. Nulla però garantisce che nel futuro le zone dell'Arabia rimangano in forma stabile nella sfera di influenza di Washington. Il deficit estero Usa è quindi simultaneamente un problema economico per il paese nonché strategico per le sue classi dirigenti. Il fatto è stato però misconosciuto dalla Federal Reserve Bank. Su queste colonne si è spesso ricordato che il dilagare della liquidità - e quindi della finanza allegra sul piano del credito bancario e del conseguente debito privato - ha controbilanciato fino a ribaltarle le tendenze stagnazionistiche dell'economia Usa nei due trascorsi decenni. Ciò, assieme alla spesa pubblica militare, ha permesso l'espansione dei consumi, dei mutui per l'acquisto di case e dell'occupazione malgrado l'abbassamento da lunga data dei salari reali e la dinamica poco brillante degli investimenti produttivi e infrastrutturali. L'accumularsi del debito con l'estero ha costituito la contropartita di tale andazzo diventando così un fenomeno strutturale. La finanza allegra è cresciuta sotto la guida dell'allora presidente della Fed, Alan Greenspan, che ha anche preso posizioni di sufficienza nei confronti del deficit e debito estero Usa. Per Greenspan l'interesse a mantenere le eccedenze indurrebbe i paesi esportatori a rifinanziare gli Usa investendo in buoni del Tesoro di Washington, in titoli privati e prodotti cartacei derivati Usa. In tal modo la domanda estera di buoni e titoli Usa avrebbe permesso alla Federal Reserve di mantenere saggi di interesse bassi sostenendo la finanza allegra. Assolutamente vero. Tuttavia l'espansione dell'intermediazione finanziaria veniva vista positivamente in quanto le veniva attribuita la funzione di perfezionare l'informazione e di avvicinare il comportamento effettivo degli operatori all'ipotesi dei mercati perfettamente efficienti, ove appunto incertezza e volatilità scompaiono. In questo contesto non vi è alcuna ragione di preoccuparsi del deficit/debito estero Usa in quanto l'intermediazione finanziaria e la globalizzazione dei prodotti derivati porterebbero ad una trasformazione continua del risparmio estero in piazzamenti finanziari negli Usa. La giustificazione ideologica della finanza allegra cessa però di esistere in un mondo di asimmetrie congenite. In uno studio appena pubblicato dal Council of Foreign Relations, il maggior organismo di analisi politicaeconomica-strategica della classe dirigente statunitense, viene invece rilanciata la questione del deficit estero statunitense 
(http://www.cfr.org/publication/17074/sovereign_wealth_and_sovereign_power.html


A chi tocca il cerino acceso ?

Nel lavoro si osserva che le Banche centrali estere rappresentano la fonte principale del finanziamento estero degli Usa., ben più delle somme dei fondi sovrani. Questi ultimi sono società di investimento statali che raccolgono le valute dei proventi delle esportazioni e royalties con l'estero cui si sommano i soldi esteri generati dall'afflusso di capitali. Cina, Norvegia, Singapore, Arabia Saudita, paesi del Golfo e Russia sono i paesi con i fondi maggiori caratterizzati da due eccedenze: quella nei conti correnti e quella finanziaria. Il sistema si basa su asimmetrie che rendono gli Usa vulnerabili. I rendimenti delle attività in dollari detenute dalle banche centrali sono bassi, mentre quando il credito veniva organizzato attraverso il Fmi i criteri di condizionalità richiesti dal Fondo apportavano lauti rendimenti. In realtà per sostenere il dollaro, le banche centrali estere devono scegliere in favore di perdite future, continuando ad accumulare dollari, rispetto a perdite immediate, uscendo dal dollaro e causando una crisi nel tasso di cambio americano. Tuttavia, sostiene la ricerca del Council of Foreign Affairs, i detentori di dollari non possono preferire sistematicamente le perdite future. Essi sono in grado di condizionare la politica monetaria Usa senza ricorrere alla fuga dal biglietto verde ma cambiando la composizione dei loro portafogli in dollari. Attività Usa a basso rendimento possono venire rimpiazzate con altre, sempre in dollari, a rendimento più elevato. In un mondo asimmetrico tali sostituzioni non si controbilanciano. Inoltre la Cina ha raggiunto un'accumulazione di dollari superiore al fabbisogno dettato dalla protezione della sua posizione finanziaria mondiale. Il fenomeno, congiunto al dato che l'interscambio con l'Unione europea supera ormai quello con gli Usa, non può che spingere Pechino a ridurre l'acquisto di titoli titoli Usa. La ricerca sostiene che Washington dovrebbe facilitare lo spostamento del finanziamento estero Usa dalle banche centrali e fondi sovrani statali, che possono prendere decisioni politiche, ad entità private. Il vicolo cieco è immediatamente visibile. Le entità private richiederebbero dei rendimenti effettivi obbligando gli Usa ad effettuare un aggiustamento finora evitato e rifiutato. Tutto sommato a Washington conviene che il debito rimanga nelle mani di istituzioni politiche che, pur destinate a sganciarsi dal dollaro, hanno, sosprattutto nel caso cinese, una maggiore consapevolezza delle asimmetrie che caratterizzano l'economia mondiale.


10 ottobre 2008

Claudio Jampaglia : La disunione europea rispetto alla crisi

  Bastone e carota. L'Europa fa ancora la virtuosa monetaria con gli Usa bacchettando direttamente Congresso e Casa Bianca per il mancato varo del fondo anticrisi: «Il piano vada avanti». La Commissione europea si è spinta ieri a richiamare la «responsabilità particolare» degli Usa nella crisi, invitando le autorità ad agire. Angela Merkel detta pure i tempi: l'Ue si aspetta un varo del piano entro una settimana «condizione necessaria per ripristinare la fiducia dei mercati, cosa di importanza inestimabile» (e capiremo tra poco perché). Da parte sua, la Bce, saluta l'efficacia dell'azione delle autorità pubbliche europee nei casi di Fortis e Dexia, i due ultimi istituti di credito messi al riparo dall'intervento dei governi del Benelux e francese. La preoccupazione della banca centrale europea è quella del limite al soccorso del dollaro. Due giorni fa c'è stato il raddoppio delle linee di scambio monetario fino a 240 miliardi di dollari tra Fed e Bce. Allo stesso tempo la Fed ha autorizzato Europa, Gran Bretagna, Canada, Giappone, Svizzera, Australia e paesi scandinavi a pompare fino a 620 miliardi di dollari di liquidità nel sistema. Il sostengo c'è. Ma ci vuole il piano. Anche perché se non si muovono gli Usa, con un solo governo - sebbene malconcio - come fare a muovere la politica europea?
In attesa che a Bruxelles cerchino la risposta, diversi paesi se la sbrigano da soli. L'aria europea si è fatta densa di preoccupazioni e avvisi di tempesta ai naviganti, così la piccola Irlanda, non potendo contare sulla forza delle proprie riserve, dopo la prima giornata nera per i titoli bancari nazionali, passa al contrattacco: «Il governo irlandese garantirà tutti i depositi bancari per due anni per assicurare la stabilità finanziaria». Un piano immediato che vale per qualsiasi deposito sui conti di Allied Irish Bank, Bank of Ireland, Anglo Irish Bank, Irish Life and Permanent, Irish Nationwide Building Society e Educational Building Society. Il denaro dei contribuenti verrà utilizzato nell'eventualità di qualunque caso di dissesto di uno dei sei gruppi bancari registrati del paese. Garantisce lo Stato. Ad maiora.
Gli Stati, quindi, si muovono. Lo hanno fatto belgi, olandesi e lussemburghesi per Fortis, lo hanno fatto ieri ancora belgi e francesi per Dexia (il più grande istituto di prestiti agli enti locali al mondo) con un'iniezione da 6,4 miliardi di euro in cambio del 50% delle azioni spalmate in diversi istituti di interesse pubblico. E la Borsa apprezza. Dopo le batoste del lunedì più nero da vent'anni, tutti i titoli a rischio risalgono un po' la china. Apprezzamento? Sospiro di sollievo. La vita continua, viva l'intervento pubblico. Vale un po' ovunque nel continente: dall'Islanda che nazionalizza per 600 milioni di euro il 75% del capitale di Glitnir, terza banca del paese; alla Scandinavia con riassetti nel sistema bancario danese (la Roskilde Bank passa a tre banche nazionali dopo un salvataggio governativo) e svedese. Succede anche in Russia, dove lo zar Putin annuncia in tv un prestito di Stato da 50 miliardi di euro tramite "l'istituzione bancaria per lo sviluppo e gli affari esteri": «Qualsiasi banca russa o società si può rivolgere a Vnesheconombank per rimborsare i creditori stranieri su crediti acquisiti prima del 25 settembre». Ad memoriam.
Non succede, invece, in Italia, dove le autorità tengono sott'occhio la situazione, preoccupate, ma niente più. E la Borsa italiana ieri era l'unica al palo in Europa, con Unicredit, sospesa per il secondo giorno di fila più volte dalla contrattazioneche sprofondava a un -12%. «Le conseguenze sul sistema bancario e assicurativo italiano della crisi finanziaria americana rimangono contenute e la situazione di liquidità delle banche italiane è adeguata», dice il Comitato per la salvaguardia della stabilità finanziaria. Insomma, Tremonti, Draghi, Cardia e Giannini ovvero governo, Bankitalia, Consob e Isvap (organismo di controllo delle assicurazioni) stanno alla finestra. L'America è lontana, ma i nostri o stanno dall'altra parte della luna o non ci raccontano tutto. Fiducia, calma e poca trasparenza? Lo sapremo presto.
Anche perché il credit crunch europeo, la stretta del credito che spaventa più di ogni cosa gli operatori finanziari, è ormai innescata. Lo dice un dato semplice e finora secondario: i depositi di istituti di credito presso la Banca centrale europea cresciuti giorno per giorno in queste settimane. Un vero paradosso della crisi che funziona così. Le banche stanno attingendo ai prestiti d'emergenza della Bce. Da giugno le aste dell'autorità monetaria per irrorare di liquidità il sistema creditizio ormai asfittico sono già state 15 a botte di decine di miliardi di euro la volta. E vanno a ruba con richieste del doppio o del triplo. Anche le aste più costose. E' successo l'altroieri con 15,5 miliardi di euro di prestiti d'emergenza della Bce a un tasso di 5,25% (c'erano richieste per 77 miliardi). Ma nell'attuale crisi il timore di prestarsi soldi tra banche e di restare senza fondi è così forte che una volta comprata la desiderata liquidità dalla Banca centrale, gli istituti tornano a depositarla proprio presso l'istituto di Francoforte a un tasso più basso (il 3,25%) di quello che avrebbero sul mercato. 44 miliardi di euro sono già stati messi nella cassaforte della Bce. Un segnale che per molti dovrebbe convincere la Bce a tagliare i tassi. Perché se le banche comprano soldi e li mettono al riparo a un prezzo più basso, vuole dire che decidono di perderci sopra gli interessi, piuttosto che andare sul mercato e prestarli ad altri banche con margini di guadagno più alti, fanno il contrario del loro mestiere. D'altronde in tutto il mondo i tassi interbancari (quelli a cui si prestano soldi le banche tra loro) sono alle stelle. Siamo oltre il 5% per i prestiti a oltre un mese. Una situazione di avversione a qualsiasi rischio oltre l'orizzonte delle 24 ore. E chissà che succede domani? E se le banche non si fidano delle altre banche, non si fidano del mercato, non si fidano dei conti, noi cosa dovremmo pensare?
Anche i fondi comuni (quelli che gestiscono il risparmio di milioni di cittadini) sono in fuga dai mercati monetari globali e si coprono con obbligazioni e titoli di Stato più affidabili. Gli Stati poi emettono titoli per sostenere la propria esposizione proprio nei salvataggi bancari e ancor più per sostenere le banche centrali che continuano a prestare denaro alle banche e sostenere il sistema (l'ultima asta italiana di Btp e Cct per 6.75 miliardi si è chiusa giusto lunedì). E il girotondo si conclude, con noi. Cittadini. Solo che non lo sappiamo ancora.


10 ottobre 2008

Guglielmo Forges Davanzati : la crisi finanziaria attuale e l'Italia

 Quando esplose la crisi finanziaria dell’estate del 2007, molti economisti e autorevoli commentatori di orientamento liberista la imputarono alla scarsa ‘alfabetizzazione’ dei risparmiatori, alla loro scarsa conoscenza dei meccanismi che regolano il funzionamento di quei mercati, alle poche informazioni disponibili all’atto della sottoscrizione di contratti di compravendita di ‘spazzatura’. Alla luce di quanto è accaduto nel ‘settembre nero’ appena trascorso, questa diagnosi sembra, a dir poco, approssimativa. Peraltro, non si capirebbe chi e perché debba informare i risparmiatori, e informarli correttamente; né si capirebbe come rendere possibile un aggiornamento continuo rispetto a una rapidità dell’innovazione finanziaria che gli stessi addetti ai lavori stentano a seguire. In realtà, ben altre sono le cause effettive della crisi, come ormai molti commentatori anche sul versante neoliberista sono indotti a riconoscere. Agli inizi degli anni ottanta, l’amministrazione Reagan – per fuoriuscire dalla recessione del decennio precedente – ritenne praticabile una strategia di politica economica basata su una sorta di keynesismo privatizzato, basato, cioè, sulla tenuta della domanda interna non più mediante il tradizionale strumento della spesa pubblica, ma attraverso l’indebitamento privato, reso possibile da una più accentuata deregolamentazione dei mercati finanziari. Con andamenti altalenanti, questo modello ha fondamentalmente retto per oltre un decennio, garantendo profitti crescenti e crescita delle rendite finanziarie, pagate – in ultima analisi - dall’indebitamento dei lavoratori. Bush jr. ha ritenuto opportuno andare oltre, varando un programma denominato “American Dream Downpay”. Il sogno – quello propagandato - consisteva nel consentire alla working class statunitense di acquistare casa con mutui non coperti da garanzie reali (i subprime, appunto). Il sogno – quello nascosto – consisteva nel garantire ulteriori profitti al sistema bancario e, come recentemente messo in evidenza da tre economisti di Chicago – Mian, Sufi e Trebbi - nel finanziare la campagna elettorale di autorevoli candidati al Congresso, che scambiavano il loro voto a favore della deregulation con l’attività di lobbying da parte dei più grandi istituti di credito del Paese. La quadratura del cerchio doveva, però, passare per la crescita – o almeno la non riduzione – dei redditi più bassi, e, dunque, dei salari reali dei consumatori indebitati: nel caso si fossero ridotti, si sarebbe andati incontro a rischi di insolvenza. La recessione dei primi anni duemila, l’effetto inflazionistico dello stesso indebitamento privato, che, facendo aumentare i margini di profitto, teneva alti i prezzi, la pressoché totale subordinazione dei lavoratori americani incapaci di ottenere incrementi retributivi significativi, hanno distrutto il meccanismo, con gli esiti che conosciamo: aumento delle insolvenze e fallimento di banche. Si è arrivati, infine, a una crisi di liquidità che investe in primo luogo il sistema bancario americano, ma che – tramite i trasferimenti interbancari – riguarderà verosimilmente l’intero circuito della finanza internazionale, con ricadute significative sulle economie reali. La restrizione dell’offerta di moneta, conseguente non solo alle accresciute sofferenze bancarie ma anche alla drammatica caduta della fiducia sulla tenuta del sistema e sui singoli istituti di credito, promette di dar luogo a una sequenza di eventi la cui entità è difficile minimizzare. A fine settembre, nel corso di un paio di giorni, il tasso Euribor, che costituisce il tasso di riferimento sul quale si calcolano i rendimenti sui mutui, è passato dal 5,237% al 5,142% e soprattutto il tasso Euribor a sei mesi ha raggiunto il record storico del 5,315%; il che significa che gli operatori tendono a non prestarsi denaro per più di un giorno, temendo che, il giorno successivo, il debitore sia già fallito. Ora, è palese che riduzione del credito significa caduta degli investimenti, e caduta degli investimenti significa caduta della domanda aggregata. Nelle condizioni date, e in assenza di una radicale modifica degli indirizzi di politica economica dominanti, fatta salva la possibilità (mai negata negli USA) di far crescere la domanda interna tramite le spese militari, ciò che ragionevolmente ci si attende è una fase recessiva di considerevole entità. Le rassicurazioni del nostro Governo sulla stabilità dei mercati italiani sono solo in parte accoglibili. E’ vero che i risparmiatori italiani - rispetto a quelli statunitensi – sono meno indebitati e meno indebitati con tassi variabili e, dunque, il rischio che si verifichi una crisi da mancata restituzione del debito appare in prima approssimazione poco rilevante. Ma il Censis riferisce che ben il 35% delle famiglie italiane è prossimo all’insolvenza: in queste condizioni sarebbe quantomeno saggio evitare di dichiarare di essere un’isola felice. Vi è di più. Il meccanismo più importante di contagio della crisi può passare per canali diversi da quello finanziario. Si consideri che il più ampio mercato di sbocco per le imprese italiane è ancora costituito dagli Stati Uniti. E a ciò si può aggiungere che i conti esteri italiani sono, da qualche anno, in tendenziale disavanzo. Per l’Italia, il rischio – da prendere seriamente in considerazione – riguarda l’impatto sul nostro sistema economico di una caduta delle esportazioni dovuta alla recessione USA, innescando una spirale viziosa di caduta della domanda interna, dunque della produzione, dell’occupazione, dei salari e dei profitti delle imprese esportatrici. La gran parte dei processi economici è irreversibile: ed è verosimile che, almeno nel breve-medio termine, saranno davvero poche le opzioni di politica economica che possano consentire un’inversione di tendenza, contrastando la massima autonomizzazione della sfera finanziaria, che di questa crisi è la causa prima.


9 ottobre 2008

Intervista ad Emiliano Brancaccio sulla crisi finanziaria mondiale

 "In mancanza di una leadership mondiale alternativa, si corre il serio rischio di uno stallo del sistema monetario internazionale. E se così fosse, il profilo evolutivo della crisi finanziaria mondiale potrebbe assumere caratteristiche oscure e realmente imprevedibili. Per individuarne le radici occorre rievocare un fantasma: il conflitto tra capitale e lavoro".

Le spiegazioni che sono state date della crisi in corso sono numerose. I liberal americani denunciano l'assenza di regole nella finanza, altri puntano l'indice verso le responsabilità della Federal reserve e nelle norme di Bretton Woods. Sono tutte interpretazioni che contengono degli elementi di verità ma nessuna di esse ci offre una chiave di lettura generale del terremoto in atto. Ne parliamo con Emiliano Brancaccio, docente di Macroeconomia presso l'Università del Sannio, membro della consulta economica della FIOM e conoscitore dall'interno del
mondo bancario italiano

Possiamo dire che dietro la crisi finanziaria che sta smuovendo le fondamenta dell'economia mondiale ci sia una causa, un'origine sociale? Questo terremoto economico può cioè trovare le sue cause nella crisi sociale del lavoro e delle sue rappresentanze?

Le spiegazioni che sono state date della crisi in corso sono numerose. I liberal americani, da Thurow a Krugman, hanno denunciato soprattutto la deregolamentazione selvaggia della finanza, e altri hanno richiamato l'attenzione sulle responsabilità della Federal reserve, presenti e passate. Tutte queste interpretazioni contengono degli elementi di verità ma nessuna di esse sembra offrire una chiave di lettura generale del terremoto in atto. Il punto è che per individuare le radici della crisi occorre rievocare un fantasma: il conflitto tra capitale e lavoro.

Un conflitto che latita, che non c'è.

Esatto. Ed infatti, la crisi in corso può esser letta come un riflesso della pressoché totale assenza di quel conflitto a livello globale. Tutto parte da una constatazione: la debolezza del movimento dei lavoratori ha fatto sì che venisse creato un mondo di bassi salari. Questo mondo però è strutturalmente instabile, e adesso iniziamo a rendercene conto. Mi spiego. Ogni paese oggi punta a tenere bassi i salari e la domanda interna, e cerca quindi all'esterno dei propri confini uno sbocco per le proprie merci.
Questo meccanismo nel corso dell'ultimo decennio ha funzionato grazie al fatto che gli Stati Uniti hanno agito da "spugna assorbente" delle eccedenze produttive di tutti gli altri paesi. Tuttavia, questa "spugna" funzionava non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli USA montava un debito privato colossale, in grado di finanziare qualsiasi eccedenza di spesa rispetto ai redditi. L'espandersi del debito ha via via coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando un grande economista, Hyman Minsky, potremmo parlare di "ultra-speculative working poors", cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori
.

Poteva mai reggere un così fragile castello di debiti?

No, era più che altro una bomba a tempo, e alla fine la bomba è scoppiata. Il problema è che a pagarne le conseguenze potrebbero essere ancora una volta i lavoratori, mentre i padroni di Wall Street, che hanno fabbricato quella bomba, potrebbero addirittura arrivare a guadagnarci.
Prendiamo ad esempio il piano Paulson : esso prevede che lo Stato acquisti i titoli rischiosi dalle banche d'affari e a queste ceda in cambio freschi contanti, con la possibilità in una seconda fase di cedere nuovamente alle banche quei titoli, una volta che la tempesta sia passata. Ebbene, se il governo federale acquistasse a prezzi sufficientemente alti, i banchieri potrebbero alla fine ritrovarsi con un guadagno di capitale ottenuto a spese del bilancio pubblico.
Del resto, i sintomi di questo scandaloso effetto distributivo si stanno già facendo sentire nella campagna per le presidenziali. Obama, in odor di vittoria, ha già fatto intendere che l'aumento del debito pubblico causato dai salvataggi potrebbe costringerlo ad accantonare i piani di finanziamento dell'assistenza sanitaria pubblica. E questo in effetti è davvero un pessimo modo di presentarsi per un candidato sul quale, anche qui in Europa, i progressisti ripongono molte - forse troppe - speranze.

La crisi in atto è uno spartiacque che cambierà la vita, i paradigmi economici e sociali nel prossimo futuro?

Molto dipenderà dalla lunghezza e dalla profondità della crisi. Al momento l'establishment sta adottando una strategia gattopardesca, del cambiare affinché tutto rimanga come è. Il piano Paulson è un esempio di questa strategia, visto che consiste in uno scambio tra debiti e contanti che mira a incidere il meno possibile sugli assetti proprietari e di controllo del capitale bancario. La stessa variante della cessione al governo di azioni privilegiate, che limitano il diritto di voto nelle assemblee, rientra in questa linea gattopardesca.
Se però questa strategia conservatrice dovesse fallire, è possibile che in America e in Europa i singoli governi siano costretti ad assumere quote di partecipazione rilevanti sia nelle banche d'affari che nelle banche commerciali. E se intanto la crisi finanziaria si estendesse all'economia reale, è possibile che a quel punto i governi decidano di usare le posizioni acquisite per avviare massicci programmi di intervento pubblico di sostegno della produzione e dell'occupazione.
In effetti su questo tipo di evoluzione della situazione ben pochi avrebbero scommesso, fino a qualche mese fa. Ma ora sono numerosi gli economisti che prospettano scenari di questo tipo, e qualcuno arriva addirittura ad ammettere la possibilità di un tasso di disoccupazione americano a due cifre per la fine del 2009.

Ha dunque fallito l'ideologia del liberismo, eppure il capitalismo ha ancora "i secoli contati"?

Questa espressione, di Giorgio Ruffolo, è ironica e divertente, ma sarebbe molto ingenuo prenderla sul serio. Presa alla lettera diventerebbe speculare a quella di chi un tempo assegnava all'Unione sovietica il compito di tracciare il sentiero dell'avvenire per l'intera umanità. Insomma, per usare un'espressione filosofica, in entrambi i casi sento odore di teleologia, di destino, e la cosa non mi intriga per nulla.
Al tempo stesso, troverei curioso se qualcuno oggi avanzasse l'ipotesi eroica della fine imminente del capitalismo. Non vedo infatti come tale fine possa concretizzarsi, visto che il movimento dei lavoratori rappresenta il grande assente all'appuntamento con questa colossale emergenza.
Piuttosto, vedo la possibilità di uno spostamento dei poteri, dalle lobbies finanziarie a quelle politiche, e anche dalle lobbies politiche americane e occidentali a quelle asiatiche.

Potremmo cioè davvero parlare di declino dell'impero americano, questa volta?

Nonostante le apparenze, e al di là dei fremiti e dei sussulti temporanei, il declino americano è in corso da almeno un quarto di secolo. Di questo declino è sintomatico l'andamento di lungo periodo del dollaro, passato in un ventennio dall'equivalente di un euro e mezzo a circa due terzi di un euro. Questa caduta crea sfiducia nei confronti del biglietto verde, e probabilmente impedirà agli USA di svolgere ancora una volta il ruolo di "spugna" delle eccedenze produttive degli altri paesi. In mancanza di una leadership mondiale alternativa, si corre il serio rischio di uno stallo del sistema monetario internazionale. E se così fosse, il profilo evolutivo della crisi potrebbe assumere caratteristiche oscure e realmente imprevedibili.

L'Italia e la crisi: il governo usa toni rassicuranti, ma il rischio che gli istituti bancari finiscano nel vortice esiste. Un tuo parere.

La fiducia tra le banche è ai minimi storici in tutto il mondo, e quindi anche in Italia. Il timore che una banca possa all'improvviso risultare insolvente spinge l'intero sistema a non erogare credito. I tassi Euribor - ai quali le banche europee si prestano denaro a vicenda - hanno in questi giorni toccato picchi estremamente elevati. Il tasso sui prestiti per scadenze a una settimana ha raggiunto il suo massimo dal lontano 1994, ben prima dell'avvento dell'euro. E' chiaro che in questo clima anche gli istituti di credito italiani soffrono della situazione di sfiducia e vengono quindi sottoposti a forti tensioni. Tuttavia, rispetto alla Spagna e agli altri paesi del Sud Europa siamo messi un po' meglio, e questa situazione di relativa minore debolezza deriva dal fatto che in Italia il debito è in prevalenza pubblico, ed è quindi più sicuro di quello privato.

Vuoi dire che il tanto vituperato debito pubblico in questo caso ci sta aiutando?

Esattamente. Ma questa non è certo una novità: la maggiore stabilità finanziaria conferita da una quota di debito pubblico prevalente rispetto al debito privato è un dato di fatto largamente riconosciuto dalla comunità degli studiosi. Solo i pasdaran del liberismo faticano a riconoscerlo. Il problema è che in questo paese i pasdaran liberisti hanno forgiato le coscienze, arrivando a plasmare non solo le opinioni dei cittadini ma anche le linee di condotta dei vertici dello Stato. Penso ad esempio alla recente esternazione del Presidente della Repubblica Napolitano. In una fase in cui tutti i paesi si affannano a gonfiare il debito pubblico per stabilizzare il sistema, egli ha dichiarato che i tagli alla scuola si rendono necessari per proseguire nella direzione dell'abbattimento del debito pubblico. Detto francamente, più intempestivi di così si muore.


27 maggio 2005

Sentenza Forleo

GIUSTIZIA
Il silenzio dei critici sulla sentenza Forleo
Ottime motivazioni Quattro mesi dopo la contestata sentenza di Milano, chi può più obiettare sull'assoluzione dei magrebini sospettati di terrorismo?
GIOVANNI PALOMBARINI
Alla fine di gennaio, la notizia della sentenza con cui la dottoressa Clementina Forleo, gip del tribunale di Milano, aveva assolto tre magrebini dal reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale, condannandoli invece per reati specifici, fece un gran clamore. Specialmente alcuni esponenti del centrodestra, che a volte amano definirsi garantisti - quelli che se un magistrato pretende di procedere nei confronti di Silvio Berlusconi o dei suoi amici non esitano a lamentare con sdegno la violazione dei principi elementari della civiltà giuridica - dissero e scrissero che una giudice scriteriata aveva messo in difficoltà la difesa dell'Occidente contro l'aggressione del terrorismo, forse per incoscienza, forse per i suoi sentimenti filoarabi. Alcuni esagerarono e per questo sono stati querelati (fra questi i ministri Calderoli e Gasparri). E non pochi di coloro che protestarono per la violenza degli attacchi contro quella magistrata presero comunque le distanze, sia pure con garbo, da un provvedimento giudicato non condivisibile nel merito. Oggi che si conoscono le motivazioni della sentenza, depositate alla fine di aprile, sulla vicenda è calato il silenzio. Come mai? Eppure i sostenitori della teoria secondo cui anche il giudice è chiamato a «lottare» contro il terrorismo islamico (teoria sciagurata, va detto, quale che sia il fenomeno con cui ci si deve misurare) avrebbero oggi l'occasione di criticare il provvedimento, se del caso anche severamente, contrapponendo agli argomenti della giudice milanese altri argomenti, ritenuti logicamente più convincenti o giuridicamente più fondati. Invece niente.

Allora è opportuno che si conoscano sia pure sommariamente le ragioni della dottoressa Forleo, almeno a proposito di due problemi molto rilevanti dalla cui risoluzione è dipesa l'assoluzione. Il primo è quello degli elementi d'accusa che possono essere portati davanti al giudice ai fini della decisione. Com'è noto, spesso si discute della rilevanza e dell'utilizzabilità delle dichiarazioni dei «pentiti», sempre inaffidabili secondo alcuni, o delle intercettazioni telefoniche, spesso ingiustificate e disposte in violazione di garanzie fondamentali, secondo altri. Nella vicenda milanese, nulla di tutto questo. La giudice ha più semplicemente definito «non prove», ma dati provenienti da fonti oscure e approssimative, le cosiddette «fonti d'intelligence»: acquisizioni investigative non meglio precisate, segnalazioni provenienti da organismi americani o dal Bka tedesco, emergenze di «contesti di collaborazione internazionale». Ha poi considerato non utilizzabili ai danni degli indagati atti compiuti all'estero e non assistiti dalle garanzie che il nostro ordinamento pone a tutela del diritto di difesa. Ebbene, sotto entrambi i profili va detto che si tratta di valutazioni del tutto corrette, che qualsiasi giurista degno di questo nome dovrebbe solo sottoscrivere. Se qualcuno le considera invece errate dovrebbe spiegare perché.

Il secondo problema è quello della nozione di terrorismo globale. L'articolo 270-bis del codice penale, che lo punisce, non lo definisce (per questa genericità si è parlato di un «reato a geometria variabile», figura che ha poco a che fare con la necessità che sia tassativamente delimitata l'area di intervento del diritto penale). Cosa deve fare il giudice, specialmente nel caso che si trovi di fronte a un programma di atti violenti da compiersi da stranieri non in Italia e in tempo di pace, ma nell'ambito di conflitti armati in atto in altri stati? E' evidente che deve operare le distinzioni che il diritto, a cominciare da quello internazionale, gli suggeriscono: il che ha esattamente fatto la giudice di Milano. Intanto ha sottolineato che la «cellula» che riuniva gli indagati operava nella contestualità dell'attacco statunitense all'Iraq e dell'occupazione militare di quel paese (la definizione degli Usa e della Gran Bretagna come potenze occupanti ha scandalizzato alcuni, i quali a tacer d'altro hanno fatto finta di non sapere che tale dizione è contenuta anche nella risoluzione n. 1483 del maggio 2004 delle Nazioni unite). Ha poi cercato la definizione della parola come elaborata dagli studiosi del diritto penale e del diritto internazionale, rilevando - con puntuali citazioni - come il confine fra guerriglia e terrorismo sia stato da loro tracciato in modo pressoché unanime avendo riguardo, in particolare, agli obiettivi degli atti di violenza.

Quindi, argomentando ampiamente e basandosi anche su convenzioni internazionali già approvate o attualmente in fase di negoziato fra gli stati, Clementina Forleo ha ritenuto che siano terroristi i gruppi che, per i fini più vari, colpiscano indifferentemente obiettivi militari e civili, creando così terrore indiscriminato nella popolazione; e che si sia invece nell'ambito della guerriglia quando, attraverso una struttura paramilitare e clandestina, si combatta contro un esercito straniero occupante, indirizzando gli atti di violenza nei confronti di obiettivi militari, pur se possano a volte derivarne effetti non voluti nei confronti di civili (del resto anche dalle azioni degli eserciti istituzionali possono purtroppo derivare «effetti collaterali»).

La questione, com'è evidente, è di notevole difficoltà, ma la distinzione è in linea di principio ineccepibile; ed è confortata dal rilievo - che la sentenza sottolinea - che se si dovesse estendere il concetto di terrorismo a ogni atto violento posto in essere in un contesto bellico o di occupazione militare straniera da parte di forze non istituzionali, si finirebbe per comprimere il diritto dei popoli all'autodeterminazione e all'indipendenza. Stabilito questo, si tratta poi di valutare di volta in volta, caso per caso, le prove legittimamente raccolte a carico degli indagati al fine di individuare il fenomeno nel cui contesto si collocano le loro azioni.

Del resto non mancano gli studiosi che, con riferimento non solo ad alcune leggi approvate negli Stati uniti dopo l'11 settembre 2001, ma anche a norme antiterrorismo inserite di recente negli ordinamenti europei, parlano con preoccupazione del progressivo configurarsi di un «diritto penale del nemico»: un diritto che consentirebbe la repressione di tipologie di autori piuttosto che delle sole condotte criminali, alcune torsioni processuali specie per quel che concerne la prova e, perché no, anche la tortura (da vietare, pensano alcuni, solo se reiterata). A tal proposito non sfugge a nessuno la grande responsabilità che incombe sulla giurisdizione: qui il ruolo del giudice è evidentemente quello di salvaguardare comunque, richiamandosi ai principi costituzionali e non al «comune sentire», le garanzie processuali degli imputati, senza le quali verrebbe meno ogni significato democratico dello strumento penale. Il bello è che, all'epoca del dibattito parlamentare che ha portato alla modifica dell'articolo 270-bis del codice penale, anche giuristi della maggioranza di governo hanno affermato che la nuova norma non poteva applicarsi alla guerriglia, alle guerre di resistenza. Oggi anche quei giuristi tacciono, ed è ovvio: se parlassero verrebbero a smentire tutti coloro, compresi molti parlamentari o ministri amici, che in gennaio, senza conoscere le motivazioni della sentenza, hanno aggredito la dottoressa Forleo. 


 


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