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17 marzo 2011

LA CRISI BALCANICA : UN APPROCCIO MARXISTA

LA CRISI BALCANICA : UN APPROCCIO MARXISTA

La deflagrazione della ex-Jugoslavia si è verificata in un quadro di instabilità geopolitica e geoeconomica che trova i suoi presupposti nella territorializzazione dell’economia jugoslava ma ancor più nella complessiva riallocazione dei circuiti di scambio e di redistribuzione economica conseguente al lungo processo di unificazione ed integrazione europea.

L’esperienza dell’ autogestione jugoslava è stato un momento importante dell’avventura del movimento operaio e delle forze politiche che, in maniera sincera o meno, a questo movimento si riferivano : Alcuni interpreti di Marx considerano l’autogestione lo sbocco logico del pensiero di Marx ;  L’autogestione stessa è stata inoltre al centro delle discussioni nelle fabbriche di Varsavia e di Budapest, durante la rivoluzione ungherese.  Tuttavia la realizzazione dell’autogestione in Jugoslavia ha scontato molti errori, da molti è stata considerata insufficiente se non addirittura fasulla : si pensi che, dopo gli iniziali successi economici dei primi anni ’50, l’irrigidimento ideologico dovuto al caso Gilas portò ad uno svuotamento dei poteri dei lavoratori all’interno delle singole fabbriche a favore dell’autorità del “Quintetto dirigente” composto dal direttore, dal segretario della Lega, e dai presidenti del Consiglio operaio, del Comitato di gestione e dell’organizzazione sindacale. Comunque, quand’anche si fosse dispiegata al meglio, l’autogestione si sarebbe imbattuta in quei problemi propri di ogni versione del marxismo che si sia limitata all’analisi dei rapporti di produzione all’interno delle fabbriche, senza cioè estendere l’analisi al problema dei rapporti  tra unità produttive in un contesto economico articolato e differenziato ;  a tal proposito la  teoria  leninista sull’imperialismo è una opportuna estensione del marxismo su questa linea di ricerca e costituisce una risposta teorica e pratica alle opzioni in auge nella Seconda Internazionale, opzioni che, rimanendo teoricamente indifferenti ai suddetti problemi di gestione dei rapporti tra unità economiche su diversa scala e riducendo conseguentemente i luoghi della transizione e della costruzione del socialismo ai sistemi-paese ed alle realtà locali individuate in base ad ideologie nazionalistiche ed etnocentriche, ebbero alla fine come conseguenza il disastro della Prima Guerra Mondiale e del voto a favore dei crediti di guerra.

 

 

 

Nell’esperienza jugoslava il decentramento economico incompleto e difettoso (e quindi incapace di consentire ai lavoratori di gestire direttamente i processi di produzione) tuttavia ha dispiegato la parte negativa dei suoi effetti : esso appunto ha prodotto una territorializzazione dell’economia dove la sovrapposizione di interessi politici locali e degli interessi economici della popolazione ha portato ogni entità territoriale a curare solo i propri interessi e bilanci ; la conseguente segmentazione del mercato ha accelerato i processi di differenziazione economica e sociale tra varie entità territoriali, anche per quel che riguarda i redditi dei lavoratori con successiva catastrofica scomposizione della già problematica unità della classe lavoratrice (di tali processi di differenziazione economica in altro contesto si è occupato Gunnar Myrdal con la teoria degli squilibri cumulativi) : si è arrivati poi a forti scompensi geoeconomici regionali con conseguente situazione conflittuale tra le Repubbliche della Federazione jugoslava, situazione prevista già da Kardelij e che si evidenzia sin dagli anni ’70, con il contenzioso sloveno sulla questione delle autostrade e con fermenti in Croazia (cresce in questi anni l’associazione culturale nazionalistica Matica Hrvatska) e tra le minoranze musulmane.   Emergono in questa fase ceti manageriali, vasti settori della burocrazia repubblicana, esponenti politici locali che sfruttano per il loro tornaconto personale e/o di gruppo  la tradizione nazionalistica preesistente che, più che essere originata da estese sacche residuali di pre-modernità (negli anni  ’70 l’urbanizzazione era stata forte, la popolazione contadina era scesa al 38,2 % del totale  e il mondo rurale aveva perso la sua  centralità, la scolarizzazione nelle medie inferiori registrò un incremento del 42 % rispetto al triennio precedente, mentre quella superiore segnò un + 31 %), trova alimento nella suddetta territorializzazione dell’economia e nel disagio sociale causato da un processo di modernizzazione vorticoso ed imposto dall’alto, senza essere cioè accompagnato da un protagonismo sociale e democratico ( le proteste studentesche di quegli anni non furono interpretate come si doveva). In questa fase la mancanza di una valorizzazione politica del processo auto-gestionario e l’assenza di pluralismo politico rende più facile incorporare l’identità nazionale nel sistema di rappresentanza politica e così il pluralismo etnico diventa il canale più accessibile per l’organizzazione e la trasmissione della domanda politica (ad es. tramite Matica Hrvatska e la sua battaglia per la purezza della lingua croata, Franjo Tudjman comincia a costruire la sua fortuna politica).

Intanto la sovrapposizione delle decisioni locali di erogazione a quelle a livello politico centrale provoca nel decennio seguente un aumento della spesa  complessiva (nel 1986 il debito interno era di 12-14 mld di $),  un forte indebitamento con l’estero (dai 6 mld di $ del 1976 ai 21 mld di $ del 1988), svalutazione monetaria e stagflazione (l’inflazione passa dal 39 % del 1981 al 168 % del 1987) : l’impoverimento sociale che ne consegue (la quota dei consumi diffusi sul prodotto sociale scende dal 53,7 % del 1978 al 48,5 % del 1985, mentre in quest’ultimo anno ciascun addetto riceve sostanzialmente il 30-40 % in meno di quanto ricevesse nel 1979)  porta alla perdita di legittimità delle istituzioni centrali federali verso le quali vengono convogliate, da parte dei  burocrati locali in ascesa, le proteste popolari.

Le premesse per la rottura di circuiti fiscali e di redistribuzione e per la successiva deflagrazione erano così poste. Ma la causa efficiente di tali eventi deve essere cercata nel contesto internazionale e nei processi che lo caratterizzano : già la nascita del Mercato Comune Europeo era ben analizzata da studiosi marxisti come un momento della internazionalizzazione del capitale e della sua concentrazione su scala sovranazionale, con l’abbattimento correlato di settori a bassa produttività sinora protetti da barriere doganali. Questo processo era fortemente collegato con il riavvio dell’economia capitalistica tedesca la quale alla fine ha vinto quella guerra che aveva perso sul terreno militare (si vedano a tal proposito le tesi di Hoshea Jaffe, e l’invettiva di Michael Lichtwark al Forum  mondiale dei comunisti tenutosi a Roma l’1-2 Luglio del 1995).

L’accelerazione vorticosa dell’unificazione delle Germanie costringe ad una speculare accelerazione anche il processo di unificazione europeo (dove andrebbe l’Europa senza la Germania ?). Si costituisce una sorta di polo di attrazione geopolitico e geoeconomico che ridisegna tutta la cartina europea, tutte le divisioni tra ed all’interno degli Stati-nazione : l’Europa dalla divisione in due blocchi si struttura secondo un modello centro/ semiperiferia / periferia.

Tale processo causato, come abbiamo detto, dall’esigenza di accumulo del capitale a livello sovranazionale, provoca una serie di destabilizzazioni geopolitiche nel nostro continente. I territori più ricchi all’interno dei singoli Stati-nazione, attratti dal polo europeo ed aspirando a correre al “centro” verso una conferma ed un rafforzamento della propria egemonia economica, si torcono le mani per il fatto di dover sopportare la zavorra costituita dalle parti meno sviluppate dei loro rispettivi paesi (un esponente della corrente nazionalista del Forum praghese, Ludvik Vakulik ad es. nel 1990 afferma che se Praga abbandonasse gli Slovacchi scaricherebbe “un grande peso economico”), ed alla fine scalpitano per liberarsi di queste zavorre per volare, liberi, verso l’Europa (naturalmente il rapporto con le rispettive periferie verrà rinegoziato da posizioni di maggior forza quando il processo si sarà in qualche modo consolidato).

Gli effetti di questi processi in tutt’Europa ? A livello sovrastrutturale e di costume vediamo la rivalutazione della lingua catalana, il neo-giuramento di Pontida, la Madonna di Medjugorie (molti cattolici croati appoggeranno poi non a caso Tudjman), la letteratura mitteleuropea, il revival dei Celti, la paura del fondamentalismo islamico (su questa forma di razzismo si vedano  gli studi di Maxime Rodinson prima e di Etienne Balibar poi) ed altre sciocchezze.

A livello invece di storia concreta, le Repubbliche baltiche nel 1991 si separano dall’Urss iniziandone il processo di disgregazione, Repubblica Ceca e Slovacchia si separano (per fortuna consensualmente) nel 1993, nasce la Lega Lombarda (poi Lega Nord) in Italia , ed in Jugoslavia Slovenia e Croazia nel 1991 si ritirano dalla federazione dando inizio a quella che Nicole Janigro ha definito “l’esplosione delle nazioni”. Attenzione a non farsi ingannare dalle cadenze politiche di questi processi : si potrebbe credere che l’innesco di essi sia causato dalla parte economicamente debole dello Stato-nazione considerato (si pensi al nazionalismo serbo ed all’istanza di separazione da parte slovacca nel caso sopracitato). Se però si studiano con attenzione le tabelle economiche, gli indicatori sociali, gli umori dell’opinione pubblica, i processi di liberalizzazione economica degli anni precedenti gli atti politici considerati, si vede chiaramente che la separazione era già in corso ( soprattutto se risultano allentati i circuiti fiscali di redistribuzione che sono l’ossatura dello Stato-nazione ) e che la revanche nazionalistica o etnica della parte debole è solo la febbre politicista e spesso militarista conseguente ad una patologia sociale in stato già avanzato e che serve alla fine solo all’individuazione di capri espiatori : il bombardamento di Belgrado è in tal senso un’amara lezione.           

 


19 maggio 2009

Ennio Remondino : vergogna e silenzio sulla guerra umanitaria contro la Serbia

 La memoria personale contro la strategia del silenzio. La memoria per ciò che è accaduto 10 anni fa e su cosa hanno significato i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia. La strategia della dimenticanza, dopo l'esplodere delle bombe, risponde con un assordante silenzio. L'obbligo storico della memoria imporrebbe, infatti, anche l'obbligo della riflessione e, probabilmente, della vergogna. La strategia del silenzio è quindi la malizia conclusiva della più recente formula di guerra, quella della «ingerenza umanitaria», autentica svolta nell'ordine mondiale. La legalità internazionale delle Nazioni unite, per la prima volta dal 1945, messa ai margini dai vincitori della seconda guerra mondiale (tranne la Russia). Oggi non c'è più regola. Resta soltanto la Nato, il cui intervento nell'ex Jugoslavia è stato fondamentale per reinventare un suo ruolo dopo la fine della guerra fredda. La «guerra umanitaria» che ha il brevetto sul nome è comunque la nostra, 24 marzo 1999, ore 20 e qualche minuto con la prima esplosione su Belgrado. Qualche successivo tentativo di motivare altre azioni militari col nome di «guerra umanitaria», dopo i risultati balcanici, è stato bocciata dagli addetti al marketing e alla Idealpolitik delle guerre per riguardo al buon gusto.


Le guerre umanitarie hanno caratteristiche che le distinguono da tutte quelle del passato. Pochi sanno che l'Onu ha catalogato ben 20 tipi di guerra, compresa una ormai dimenticata «guerra del pallone» tra Honduras ed El Salvador, 1969, dopo una partita tra le due nazionali di calcio e 5 mila morti successivi. Nella guerra umanitaria si sa subito chi è destinato a vincere. In genere sono guerre veloci nella parte militare e lunghissime nella pace da costruire dopo. Per la «nostra» guerra hanno sbagliato anche le previsioni di durata: «Qualche giorno di bombe, una settimana al massimo ed è finita». I teologi della guerra umanitaria usano sempre ordigni «intelligenti», che ammazzano un sacco di civili, ma risparmiano i soldati di chi la decide. Per perfezionare il meccanismo delle guerre umanitarie, resta il problema futuro di concordare sui buoni da soccorrere e sui cattivi da punire. Attorno a questo problema prima o poi scoppierà una guerra per decidere chi ha ragione.
La vera sfortuna dei narratori «reduci» di quella guerra da archiviare al più presto è che il «Cattivo» era certo. Nessuno a rimpiangere o a difendere lo scomparso Slobodan Milosevic, ma sulle ragioni e sulle conseguenze di quei tre mesi di bombardamenti tanto invece ci sarebbe da dire e tanti «Buoni» ufficiali da sputtanare. Il problema è che nessuno vuol sentire. Un anno fa avevo proposto un libro a quattro mani, pensato assieme ad un intelligente ex generale Nato, e dagli editori ho ricevuto pernacchie. Ho lanciato l'allarme televisivo per il decennale ed attendo ancora risposta sul minuto e 15 «massimo» che andrà in onda. L'Ebu, l'organismo televisivo europeo che garantisce i punti di trasmissione necessari per l'evento non ha ancora deciso se evento sarà. La ragazza alla reception del residence dove alloggio qui a Belgrado, quando ho fatto riferimento al giorno 24, mi ha guardato interrogativa come fossi un matto. La guerra, le bombe Nato 10 anni fa?. «Ma io allora ero in Montenegro!».
La Jugoslavia morta e sepolta. Assieme scopro una Serbia non più orfana di Milosevic, anche se al prezzo di aver cancellato gran parte della sua memoria. La memoria che, insisto, impone anche l'esercizio del ripensamento, il riconoscimento dei propri errori e l'obbligo della vergogna. Se non ritengono di avere nulla di cui vergognarsi i vertici Nato di allora ed i capi di governo che la guerra hanno deciso, è giusto che anche Belgrado e la Serbia vadano oltre quel 24 marzo 1999 per correre senza loro vergogna verso l'adesione alla stessa Nato delle bombe e a governi e governanti, più o meno gli stessi di allora, che oggi rappresentano il miraggio dell'Unione europea.
Al centro della Serbia immemore, il Partito democratico del Presidente Boris Tadic, riconfermato nell'incarico, mentre le sorprese arrivano dalla destra e dalla sinistra. Rinasce su base europeista e socialdemocratica l'ex Partito socialista di Milosevic, si spezza la destra radicale del presunto criminale di guerra Vojslav Seselj e nasce un partito conservatore europeo. Ho incontrato i due protagonisti dei cambiamenti. L'attuale segretario del Partito socialista e ministro degli interni serbi Ivica Dacic, 43 anni, ed il candidato perdente di due corse presidenziali, ex segretario del Partito radicale e neo segretario del Partito progressista Toma Nikolic. Stesse domande con risposte sorprendentemente simili.
I fantasmi del passato
Ivica Dacic. Milosevic è stato il primo presidente ed il fondatore del Partito socialista serbo ed il partito deve conservare la sua memoria. Però deve avere anche una vita nuova. Una vita nuova in base a quello che accade nel 2009 e non in base agli anni '90.
Toma Nikolic. Non voglio dire niente di brutto su Vojslav Seselj, sono padrino dei suoi nipoti. Che Iddio gli dia salute e che torni al più presto in Serbia e dalla sua famiglia, che faccia politica o quel che vuole, ma le nostre strade si sono separate e da allora mi sento più sereno e più libero.
Il presente
Dacic. Il nostro partito poteva scegliere. Non abbiamo avuto la maggioranza, ma dalla nostra decisione è dipeso chi avrebbe fatto il governo. Noi abbiamo scelto la coalizione col Partito democratico che porterà la Serbia nell'Unione europea. Per questo ritengo che abbiamo dato un grande contributo al futuro della Serbia.
Nicolic. Il mio obiettivo è che la Serbia somigli all'Italia. Due blocchi forti a confronto. Uno guidato dal Partito democratico e l'altro dal Partito progressista. L'alternanza di governo è nell'interesse della democrazia e della lotta contro il crimine e la corruzione.
Il futuro
Dacic. Ho paura che, quando la Serbia riuscirà ad entrare nell'Ue, quella si sarà già spezzata. Sto scherzando un po', ovviamente, perché l'ex Jugoslavia, con le sue sei nazioni, si è spezzata prima. Spero che l'Unione europea raggiunga il suo ideale di essere formata da tutti i paesi europei.
Nicolic. Settimane fa sono stato a pranzo con l'ambasciatore d'Italia, poi ho ricevuto una delegazione del partito Forza Italia, di Silvio Berlusconi. Non per cortesia o perché lei è della televisione italiana. Penso che la Serbia abbia bisogno di un suo Silvio Berlusconi.
Tanta cortesia filo-italiana non frena la diversità d'opinioni. C'è persino una proposta di prestito alla Serbia di Berlusconi, come nel calcio, ma il disegno politico della nuova Serbia dopo bombe, appare chiaro: un partito filo europeo per necessità, sostegno esterno e convenienza economica; un centrosinistra oggi al governo con l'eventuale centrodestra già pronto. Questo il presente regolato sui vecchi partiti. Con un Berlusconi serbo che già esiste: molto ricco e molto potente. Semplice imprenditore oggi, sino a che la politica tradizionale lo favorirà negli affari e non lo costringerà a scendere in campo. Nome e biografia nel prossimo puntata, a memoria di bombe definitivamente sepolta.


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