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23 aprile 2008

Franco Modigliani visto da Emiliano Brancaccio

 Le ragioni dell' interesse per Modigliani vertono essenzialmente sul carattere ambivalente del pensiero di Modigliani, sempre a metà strada tra un anti-conflittualismo a tratti persino arcigno e un riformismo di stampo keynesiano che toccava, in alcune circostanze, punte di sorprendente radicalità. Questa doppia matrice politico-culturale ha del resto sempre trovato un raffinato sostegno nell'analisi teorica di Modigliani, quella "sintesi neoclassica" tesa all'assorbimento dell'eresia keynesiana nell'alveo del pensiero ortodosso. In particolare, grande importanza in questa cornice teorica veniva assegnata al rapporto tra quantità di moneta e livello del salario monetario. Quest'ultimo, per Modigliani, determinava in modo sostanzialmente univoco il livello generale dei prezzi, data l'ipotesi di un mark-up (ossia un margine) fisso sul costo del lavoro o addirittura crescente al crescere della produzione. Il rapporto tra moneta e salario indicava perciò la quantità di moneta espressa in termini di potere d'acquisto, una grandezza che per l'economista del MIT andava sempre collocata a livelli tali da garantire un andamento soddisfacente della domanda effettiva, e quindi anche della produzione e dell'occupazione. Ecco dunque spiegata la fortissima avversione di Modigliani nei confronti prima della Bundesbank e poi della nascitura Banca centrale europea, colpevoli a suo avviso di praticare una politica monetaria eccessivamente restrittiva e di impedire per questa via la riduzione degli elevati tassi di disoccupazione continentali. Ma ecco spiegata anche l'ostilità di Modigliani nei confronti del conflitto e delle rivendicazioni sociali. Il giusto compito dei sindacati e dei partiti della sinistra doveva essere, al contrario, quello di assicurare che il salario non superasse un livello compatibile con la massa monetaria esistente, ed inoltre che non generasse mai una crescita dei prezzi tale da pregiudicare la competitività delle merci nazionali e il relativo equilibrio dei conti con l'estero. Questa peculiare visione del ruolo della sinistra, che tanti dubbi e polemiche suscitò da più parti, venne apertamente sostenuta da Modigliani fin dagli anni ‘70: ne è testimonianza un rapporto riservato sulla crisi economica italiana commissionatogli nel gennaio 1976 dal Dipartimento di Stato americano e pubblicato per la prima volta nel volume a cura di Asso. Nel documento Modigliani sostenne apertamente l'ipotesi di ingresso del Partito comunista nelle compagini di governo. Si trattava di una posizione controcorrente rispetto a quelle prevalenti nell'Amministrazione statunitense. Tuttavia secondo l'autore essa era giustificata dalla certezza che soltanto il Pci e la CGIL fossero in grado di convincere la classe lavoratrice ad accettare la compressione del costo unitario del lavoro che egli reputava indispensabile per riequilibrare i conti esteri e ridare fiato ai profitti. Questa opzione, come è noto, si sarebbe ben presto rivelata impraticabile, per l'uccisione di Moro e più in generale per le ramificate ostilità verso la politica di "solidarietà nazionale". Ma Modigliani non cambiò mai idea e diversi lustri dopo, in uno scenario internazionale completamente mutato, le sue proposte giunsero a conquistare il centro della scena politica italiana: dopo la crisi del '92 egli si ritrovò infatti ad assumere il ruolo di massimo ispiratore della stagione della "concertazione", una linea di indirizzo fondata sulla partecipazione della sinistra politico-sindacale al governo del paese e sul rigido controllo della dinamica salariale.



Il successo delle tesi di Modigliani è stato dunque eccezionale, sia sul piano accademico che politico. Non sono tuttavia mancate critiche autorevoli e talvolta durissime nei confronti dell'impianto teorico dal quale egli faceva scaturire le sue proposte. In particolare, verso la fine degli anni '70 alcuni economisti di ispirazione marxista e keynesiana, dichiaratamente scettici nei confronti della sua "sintesi neoclassica", puntarono il dito sull'ipotesi di un livello fisso o addirittura crescente del mark-up rispetto al costo del lavoro. Una tale assunzione, si badi, dà luogo a delle importanti implicazioni politiche: essa infatti stabilisce che di norma, traducendosi interamente in aumenti proporzionali dei prezzi, le rivendicazioni salariali siano esclusivamente foriere di inflazione e di declino della produzione, e siano quindi da ritenere inutili dal punto di vista distributivo e dannose sul piano occupazionale. Secondo i critici, tuttavia, l'ipotesi di Modigliani non trovava alcun valido riscontro empirico, data l'estrema variabilità dei differenziali tra prezzi e salari. Sul piano teorico, poi, l'ipotesi appariva come un vano tentativo di riabilitare il vecchio legame funzionale neoclassico secondo cui l'occupazione può crescere solo a seguito di una riduzione del salario reale; un legame che era stato radicalmente messo in discussione dalla critica di Sraffa alla teoria neoclassica del capitale. Nella interpretazione dei critici, insomma, il mark-up dato o crescente costituiva un postulato privo di valide giustificazioni, se non quella di voler riaffermare il primato della dottrina delle compatibilità capitalistiche sulla logica alternativa che vedeva nel conflitto sociale una prassi razionale e addirittura potenzialmente virtuosa.
Il flame degli anni '70 tuttavia durò poco. Le critiche marxiste e keynesiane alla "sintesi", per quanto logicamente fondate, non riuscirono ad imporsi nel dibattito teorico-politico e vennero ben presto messe ai margini. Basti notare, a questo riguardo, che l'ipotesi di un mark-up dato trova ancora oggi largo seguito tra gli economisti del mainstream neoclassico, e si pone addirittura alla base del manuale di macroeconomia di Olivier Blanchard, uno dei più venduti al mondo. Si può con ciò ritenere che nel corso del tempo il pensiero di Modigliani abbia acquisito un tale consenso da costituire oggi una indiscussa ortodossia? La risposta è negativa. E questo non tanto per le mai sopite critiche di parte marxista, quanto piuttosto per una certa distanza che sembra essersi pian piano formata all'interno stesso del mainstream, tra l'impianto concettuale del maestro e le linee di indirizzo teorico-politico dei successori, inclusi alcuni dei suoi ex allievi e seguaci. Questi ultimi sembrano infatti aver compiuto una sorta di scrematura del pensiero dell'economista del MIT, aderendo in pieno al suo intransigente anti-conflittualismo salariale, ma scartando la sua visione keynesiana del bilancio pubblico. Un esempio in tal senso è offerto ancora una volta da uno scambio epistolare: quello del 1993 tra Modigliani e Padoa-Schioppa, pubblicato anch'esso nel volume a cura di Asso e avente per oggetto la situazione del bilancio pubblico italiano. Modigliani e Padoa si trovano in disaccordo in merito alle tremende strette di bilancio di quegli anni, considerate letteralmente "assurde" dal primo e necessarie dal secondo. Ma soprattutto essi si dividono in merito alle determinanti degli elevati tassi d'interesse dell'epoca. Per Modigliani, i tassi elevati dipendevano essenzialmente dalla marcata inflazione interna, dal deficit dei conti esteri e dal conseguente rischio di cambio; per Padoa, invece, il problema verteva sul paventato pericolo di una crisi fiscale dello Stato. Ebbene, per quanto le analisi teoriche e gli stessi test statistici sulla sensibilità dei tassi d'interesse ai conti esteri e ai conti pubblici abbiano sempre dato ragione a Modigliani, bisogna ammettere che oggi la vulgata in materia risulta pressoché dominata da una visione alla Padoa Schioppa. Con la conseguenza che oggi in Italia quasi tutti, anche a sinistra, tengono gli occhi fissi sui livelli del deficit e del debito pubblico, preoccupati magari di verificare che essi rientrino nei famigerati limiti di Maastricht (dei quali Modigliani non smise mai di denunciare la totale inconsistenza analitica). Si tratta di un atteggiamento infausto, del modo migliore per lasciarsi sorprendere dagli eventi: infatti, se proprio una crisi dovesse sopraggiungere, con buona probabilità essa ci piomberebbe addosso a causa non del debito pubblico ma del deficit estero. A differenza di molti suoi successori, di questo Modigliani fu ben consapevole. Restano invece forti dubbi sulla reale efficacia della compressione salariale, che egli considerò sempre lo strumento decisivo per mettere sotto controllo l'inflazione e i conti esteri. I lavoratori italiani hanno infatti lungamente seguito la via dei sacrifici indicata dal padre nobile della moderazione salariale. Ma oggi, pur con retribuzioni tra le più basse d'Europa, la tendenza del paese al deficit estero rimane strutturale.


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